MITSEIN

DASEIN ^

 

 

 

 

 

Tuttavia anche in Sartre è presente una concezione fenomenologica della corporeità degna di nota [Parte terza, Il per altri, capitolo secondo, Il corpo] Il ruolo del corpo è infatti fondamentale per chiarire la concezione sartriana della relazione tra l’io e l’altro.

 

La trattazione dell’incontro con l’altro è aperta da una riflessione sulle dottrine filosofiche del passato e sulla loro inadeguatezza a trattare questo problema. Soltanto tre filosofi hanno secondo Sartre saputo quanto meno vedere il problema: Hegel, Husserl, Heidegger.

 

E soltanto quest’ultimo, attraverso la sua nozione di Mitsein, ha posto le basi per una adeguata comprensione della questione. Ma soltanto le basi, perché ad avviso di Sartre questa struttura “ontologica” non rende ancora conto dell’incontro concreto tra io e altro, e pertanto ricade in un atteggiamento idealistico astratto.

 

Se infatti si deve dire quale sia la modalità concreta con cui un io incontra un altro io, è necessario passare dalla trattazione filosofica classica della percezione a quella dello sguardo, cioè della visione incarnata.

 

Lo sguardo non è pura contemplazione, ma si carica di valenze connesse alla corporeità in tutte le sue accezioni. Sartre sottolinea infatti che l’io percepisce l’altro come altro, e non come oggetto, soltanto quando ne coglie lo sguardo. Ma ciò che è decisivo dell’analisi di Sartre è che questa modalità di manifestazione della soggettività altrui si compie come metamorfosi della soggettività mia: il mio io infatti non rimane intatto nell’incontro con l’altro, nel venire cioè sottoposto allo sguardo altrui.

 

Innanzi tutto l’altro è presente nel mio mondo come sguardo che guarda le cose che guardo io. Già a questo livello vi è come una emorragia: il mio mondo viene come “bucato” da una prospettiva che io non posso sottomettere al modo con cui sottomettogli oggetti all’imperio del mio sguardo. Tuttavia questo non è ancora il modo effettivo con cui lo sguardo si manifesta a me: ciò accade quando sono io ad essere visto dall’altro. Io vivo allora l’esperienza di essere guardato, sono costretto ad esperire tale condizione.

 

Allora, da soggetto contemplante il mondo, mi trasformo a mia volta in oggetto visto. L’apparizione dello sguardo altrui su di me è come tale la mia trasformazione in ciò che nega la mia soggettività. Anche in questo caso l’analisi di Sartre sembra come seguire a rovescio quella di Husserl.

 

In altre parole io apprendo di poter essere visto dall’esterno, di avere cioè una esteriorità incontrollabile dall’interno, perché dipendente da una soggettività estranea. Io non posso percepire il modo con cui l’altro mi percepisce, e questo basta a inserire nella totalità del mio mondo una zona opaca irrecuperabile. È infatti il mio poter essere una “cosa” ciò che questo incontro con lo sguardo altrui mi insegna, e ciò produce un “trauma” che introduce in me una condizione di cosalità con cui non posso non coesistere ma che non posso acquisire come “senso”, perché ogni senso viene da me.

 

Io vengo allora pietrificato, reificato dallo sguardo altrui. Tale sguardo è immediatamente dato come tale (cioè non attraverso quella mediazione corporea che per Husserl permette di vedere nel corpo altrui una soggettività vivente). L’incontro con lo sguardo altrui è la “caduta originale”, in quanto ad un tempo mi rivela il mio essere oggetto e il mio non poter assumere tale condizione. Il sentimento (non in senso psicologico ma “ontologico”) che si prova quando si vive tale condizione è quello della vergogna.

 

L’esser guardato diventa dunque il modo in cui l’io viene assegnato al proprio corpo e alla propria esteriorità. La mia relazione a me stesso dipende dalla mia relazione agli altri, che è più originaria del mio guardarmi riflessivo, perché è lo sguardo altrui a costituire la separazione tra me e me. È nello sguardo altrui e sotto di esso che io vengo rimandato a me stesso, e questo sguardo non è necessariamente fatto da occhi reali, può anzi essere qualunque cosa da cui io mi senta guardato. Pertanto questo sguardo mi impone una divisione di me stesso e una contingenza senza possibilità di evasione.

 

Di fronte a tale condizione e a tale sentimento non si può reagire che cercando a propria volta di trasformare in oggetto lo sguardo altrui. Si ha perciò una negazione reciproca, una tensione alla propria ricostruzione che passa necessariamente per la decostruzione altrui.

Non vi è pertanto alcuna possibilità di sintesi ulteriore. Il senso dell’incontro con l’altro è quello del conflitto insanabile. L’essere un corpo, ossia la condizione che per Husserl porta all’incontro con l’io altrui, è per Sartre la condizione dello scontro. Io ho nei confronti del mio corpo tre possibili attitudini: innanzi tutto io esisto (in senso transitivo) il mio corpo; in termini husserliani ciò vuol dire che si tratta del mio Leib. In secondo luogo sono un corpo per altri, cioè per come esso appare ed è utilizzato da altri. Qui si pone la dimensione che per Husserl corrisponde al Körper. Ma vi è anche una terza modalità, meno chiaramente tematizzata da Husserl (se non in alcuni manoscritti): quella dell’essere (o meglio dell’esistere, nel senso sopra esposto) il mio corpo in quanto corpo conosciuto da altri.

 

In questa prospettiva, la relazione più fondamentale tra due soggetti è, come per Scheler, quella dell’amore. Ma all’opposto che in Scheler, per Sartre questa relazione è votata allo scacco. Nell’amore, infatti ogni soggetto che ama vuole diventare “oggettoassoluto” dell’amato, il che implica che l’amato rinunci alla propria libertà assoluta. Ma al contempo l’amato deve rimanere un soggetto, e non trasformarsi a sua volta in oggetto.

 

Ma l’assoggettamento dell’io nei confronti dell’altro, in quanto oggetto di amore dell’io, si scontra con la analoga ma reciproca esigenza da parte dell’altro. Ognuno vuole assoggettarsi al proprio altro, e in tal modo impedisce a se stesso di essere quel soggetto a cui l’altro vuole votarsi. Si tratta per certi versi di un rovesciamento della dialettica hegeliana di assoggettamento tra il servo e il signore. In generale per Sartre, nel caso dell’amore come del desiderio, il soggetto si pone di fronte ad un compito impossibile: diventare oggetto rimanendo, proprio in quanto vuole diventarlo, soggetto.

 

La relazione con l’altro è ad un tempo cruciale e demoniaca, perché mette l’io di fronte alla propria impasse inaggirabile e tuttavia veritativa. Nessuna sintesi è qui possibile. Prima di essere “con” l’altro (Mitsein), l’io dunque per Sartre è “per” l’altro, ma questo per non significa donazione quanto all’opposto conflitto. Tutte le modalità dell’essere-con, cioè del “noi”, pur non essendo necessariamente a loro volta conflittuali, sono però originariamente segnate da questa scissione che porta Sartre, con una celebre frase, a dire che “l’inferno sono gli altri”.

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