MORALISMO E IMMORALISMO

PALANTO

La divulgazione del Nietzscheismo ha dato luogo a un problema nuovo: quello dell’Immoralismo. Come si sa, questa parola significa un rovesciamento della scala tradizionale dei valori morali; una disistima delle virtù cristiane, altruistiche e gregarie: obbedienza e benevolenza, pietà, giustizia livellatrice, circospezione nei rapporti sociali, ricerca della stima del prossimo, sottomissione all’opinione del gregge; – e contrariamente a tutto ciò, una glorificazione degli istinti di ribellione e di aggressione, di combattività e di audacia, di conquista e di preda, di durezza e di crudeltà; un’affermazione dell’Energia umana trionfale, brutale, spietata contro se stessi e contro tutti.

Finalmente un suono nuovo ha echeggiato; “la voce delle cicale che cantano la loro vecchia canzone” ha taciuto in uno stupore. Finora, i più arditi novatori in morale, compresi Schopenhauer e Guyau, sconvolgevano i vecchi principii e provocavano molti tolle e grida di spavento. Ma dopo aver cagionato molto turbamento e molta. ansietà, essi giungevano, in fin dei conti, press’a poco alle stesse conclusioni pratiche dei loro antecessori; rimanevano sempre le virtù cristiane: Schopenhauer, la Pietà; Guyau, l’Altruismo.

La morale cristiana ispirò, in sostanza, tutta la morale del secolo XIX. Rémy de Gourmont l’ha finemente notato. Il secolo XIX, malgrado le sue arie di libertà, fu un secolo religioso. “Buono come un buon fanciullo, non ritirò mai la sua mano dalla mano della sua buona mamma, la Religione”. Leone Tolstoj chiude quel ciclo di Pensiero.

Di fronte e in antitesi, Nietzsche e l’Immoralismo. Quello che fu l’immoralismo nel pensiero di Nietzsche è complesso. C’è in quel filosofo anzitutto il sentimento anticristiano di una diminuzione della umanità, determinata dalla cultura morale cristiana.
Heine, – precursore dell’Immoralismo – esprimeva già questo sentimento in termini quasi nietzschiani.

“Noi proviamo, egli dice, una grande debolezza nelle nostre membra: i santi vampiri del medio evo ci succhiarono tanto sangue prezioso!… Bisognerà offrire alla materia dei grandi sacrifici espiatori perchè essa ci perdoni le vecchie offese. Non sarebbe male, anzi, che s’istituissero delle feste sensualistiche e che s’indennizzasse la materia per le sue sofferenze passate. Infatti lo spiritualismo cristiano, incapace di annientarla, l’offese in ogni occasione, avvilì i più nobili piaceri; i sensi furono ridotti all’ipocrisia… Bisogna vestire le nostre donne di camicie nuove e di sentimenti nuovi e far passare tutti i nostri pensieri nel vapore dei profumi, come dopo le devastazioni della peste”.

L’Immoralismo nietzschiano è precisamente, esso pure, la riabilitazione della preoccupazione delle “cose prossime”, per quella perpetua menzogna che ci fa assegnare a tutti i nostri gesti dei pretesti e delle ragioni lontane: per esempio, alla voluttà, la procreazione dei bimbi.

Nietzsche merita di essere chiamato, come Goethe, “un grande Pagano”. Ma il Paganesimo di Nietzsche è un paganesimo di un genere speciale. Questo paganesimo nietzschiano risale molto in alto e molto lontano nel passato; più lontano di quell’antichità classica che noi apprezziamo forse per i suoi lati già cristiani, pel suo platonismo e il suo socratismo precursore dei Padri della Chiesa. Il paganesimo di Nietzsche va ad alimentarsi al di la, fino alla fonte lontana delle iniziali energie della razza greca, a quella misteriosa fonte dionisiaca in cui Nietzsche vede la trionfale affermazione della Natura e della Vita.

 

“Ciò che stupisce nella religiosità degli antichi Greci, dice Nietzsche, è l’abbondanza sfrenata della gratitudine che essa esala: – fu una nobilissima Specie di uomini, quella che ebbe un tale atteggiamento davanti alla natura, davanti alla vita! Più tardi, quando il popolino ebbe la preponderanza, in Grecia, il terrore invase la religione: si preparava il cristianesimo”.

 

Oggidì, decaduti, siamo tanto lontani da quel primitivo canto di trionfo degl’istinti, da stentare a raffigurarcelo. Eppure chi sa? Forse la legge dell’Eterno Ritorno ci riconduce alla soglia di una primavera di vitalità. Guardiamola questa primavera di vitalità; la guardino, almeno quelli fra noi che sono in grado di ‘farlo.

Il Canto immoralista di Nietzsche, reminiscenza dell’antico spirito dionisiaco, sale nell’aria con la serenità panteistica della canzone goethiana, di quella canzone di cui Heine disse: “La dottrina di Spinoza uscì dalla crisalide matematica e aleggia intorno a noi sotto la forma di una canzone di Goethe… Da ciò il furore degli ortodossi e dei pietisti contro quella canzone. Essi cercano di afferrare con le loro pie zampe d’orso quella farfalla che sfugge 1oro incessantemente… Infatti nulla è tanto leggermente alato, tanto etereo, quanto una canzone di Goethe”. Ugualmente, nell’aria asciutta e fine del Mezzogiorno, nella limpidezza italiana (si pensi all’amore di Nietzsche pel Mezzogiorno, per Bizet ch’egli chiama il Mezzogiorno della musica), la fine sensualità pagana del filosofo irride la pesantezza morale dei clericalismi kantiani e postkantiani.

Infatti l’Immoralismo non vede nel Kantismo e ne’ suoi prolungamenti nient’altro che un travestimento dell’imperativo Religioso, e volentieri, imitando alla maniera irreverente dello Swift nel Racconto della botte, esso ci mostrerebbe Kant intento a ritagliare ancora una volta il vecchio mantello cristiano, già ritagliato da Pietro di Roma, da Giovanni Calvino e da Martino Lutero.

L’Immoralista respinge ugualmente e con più forte ragione il fariseismo e il pedantismo morale degli zelatori del moralismo borghese. Nulla uguaglia infatti la meschinità di codesta apoteosi delle virtù borghesi comode e convenienti che i loro seguaci hanno la sfacciataggine di coprire colla nobile bandiera dell’Imperativo categorico. In ciò sta il massimo dell’abbassamento del cristianesimo. “Nel cristianesimo, dice Nietzsche, si lasciarono da parte Dio, la Libertà e l’Immortalità; se ne conservò soltanto un precetto di benevolenza sociale e di vita morigerata. E l’eutanasia del cristianesimo…”.

Ma il moralismo democratico e demagogico non trova grazia davanti all’Immoralismo, più di quanta ne trovi il moralismo borghese. Già Heine aveva notato un’affinità fra il Kantismo morale e la democrazia autoritaria. Si ricorderà, nella Germania, lo spiritoso avvicinamento ch’egli stabilisce tra il moralismo di Kant (che è, in sostanza, un clericalismo irsuto e dispotico) e il moralismo sospettoso e ghigliottinatore di Robespierre. Vi è tuttavia una differenza da notare su questo punto fra Heine e Nietzsche. Heine credette nella democrazia quanto il cantore di Atta Troll fu capace di credere in qualche cosa. Nietzsche non vede nell’idea democratica altro che un prolungamento dell’idea cristiana e quindi un impoverimento dell’energia umana. Egli identifica Democrazia e Spirito gregario.

Qui appunto emerge l’Individualismo radicale che è in fondo all’Immoralismo nietzschiano. In sostanza, ciò che Nietzsche odia in ogni moralismo cristiano o kantiano, è la morale di Gregge, è l’annientamento dell’Individuo, dell’isolato, dell’Indipendente, dell’originale; è la negazione degli egoismi individuali a vantaggio dell’Egoismo ipocrita e predicatore dei gruppi. Ora – dice un personaggio d’un romanzo tedesco, interprete delle dottrine immoralistiche di Nietzsche – ora coloro che regnano sono gli uomini meno liberi e più incapaci di libertà; e se vi sono fra loro alcuni intelletti vigorosi, questi fingono di condividere la schiavitù universale, per non rischiare, coll’agire diversamente, di dare un esempio pericoloso al gregge. Ma s’avvicina il tempo in cui coloro che regneranno, saranno veramente gli uomini liberi” (E. von Wolzogen).

Le teleologie che sono l’infrastruttura di ogni moralismo cristiano, kantiano o d’altra specie, hanno tutte per conseguenza più o meno lontana la subordinazione dell’individuo al principio sociale. Una volta, questa teleologia era trascendente; essa è ancora tale in Kant, poiché, in fondo, compie la volontà di Dio chi si conforma all’Imperativo categorico. Dopo Kant, il moralismo s’è fatto naturalista e scientifico; ma la sua finalità fondamentale non è mutata. Per l’Ihering, per esempio, è la conservazione sociale, che è lo scopo del diritto, lo scopo supremo dell’individuo. Così, per quanto il Moralismo cambi veste, la sua essenza rimane sempre la stessa: la subordinazione dell’individuo ai fini del gruppo sociale, e per mezzo di questo ai fini della Razza e del’a Specie. Eppure, che cos’è il gruppo sociale; se non un’astrazione? Che cos’è la Specie stessa, dal punto di vista di un Darwini’mo ben compreso, se non la risultante di un cumulo enorme di variazioni individuali? Sempre più, anche in biologia, il concetto della Specie scompare davanti al concetto dell’individuo. A buon diritto, dunque, l’Immoralismo si libera dal giogo delle false teleologie e, con una rivoluzione analoga a quella di Copernico, rimette l’Individuo al suo posto, cioè al centro delle cose.

E’ così che si possono identificare questi termini: Immoralismo e Individualismo. L’Immoralismo è – ed è questa la sua vera e profonda significazione morale e sociale – la rivendicazione dei diritti dell’Individuo, della libertà dell’Individuo contro i pretesi diritti e i pretesi fini della società.

Da ciò, appunto bisogna partire, per giudicare l’immoralismo.

In sostanza, il problema si presenta nella coscienza individuale. Si tratta di sapere quali siano nelle coscienze individuali gl’istinti veramente profondi, veramente dominatori, quelli che sono destinati ad assorbire gli altri.

Pel filosofo, il problema dell’Immoralismo e della morale si trasforma, come fortemente dimostrò il Fouillé in un suo bell’articolo della Revue Philosophique, nell’antico problema dei rapporti fra Egoismo e Altruismo. Nietzsche afferma il primato e l’indistruttibilità degl’Istinti di lotta e di preda, come pure la loro funzione necessaria nell’evoluzione della vita; il Guyau afferma la futura scomparsa progressiva dell’egoismo davanti all’altruismo.

A parer nostro, la questione di sapere se sia primordiale l’egoismo oppure l’altruismo costituisce un enigma metafisico indecifrabile che ricorda un po’ la questione di sapere se l’uovo viene dalla gallina o se la gallina viene dall’uovo.

Vi sarebbe un unico mezzo sperimentale per risolvere questo enigma: quello d’interrogare le coscienze individuali. Ma le risposte varierebbero troppe. Napoleone e Francesco d’Assisi, Bakunin e Tolstoi, terrebbero un linguaggio assai diverso.

Tutto ciò che è permesso dal punto di vista dei fatti, è il constatare l’irriducibilità fondamentale di alcuni tipi di caratteri umani. Malgrado le transizioni e le sfumature, essi si ritrovano dappertutto, e con ragione Schopenhauer fa di una simile classificazione il fondamento della sua psicologia morale. Egoismo, Malvagità, Pietà: ecco quali sono per Schopenhauer i tre esemplari umani fondamentali. Come si sa, Schopenhauer insiste in un’analisi ammirabile sulla differenza che esiste fra il semplice egoismo e la malvagità.

 

“Il primo principio, conclude il filosofo, è piuttosto bestiale: il secondo è piuttosto diabolico. E’ sempre uno di questi due che la vince, oppure l’altro, fuorché dove domina la Pietà. Da ciò le grandi linee di una classificazione morale dei caratteri. D’altronde, non c’è nessun uomo che non entri in uno di questi tre generi”.

Il semplice egoista, il cattivo, che ha in sé la disposizione a rallegrarsi del male altrui, ed infine l’uomo soccorrevole e generoso, ecco i tre tipi di umanità che ognuno di noi poté incontrare ed esperimentare nella vita.

Il Ribot, dal canto suo, ci mette sulla strada di una classificazione analoga dei tipi umani, secondo la loro dominante morale.

Risalendo nel problema dell’egoismo o del l’altruismo quanto più è possibile, a chi voglia rimanere nel dominio dei fatti, il Ribot indica nel seno stesso dell’egoismo due tendenze o direzioni fondamentali: una distruttiva, l’altra costruttiva, una combattiva e aggressiva, l’altra pietosa e pacifica.

 

“L’uomo può versare sulle cose la spesa della propria attività. Egli recide, taglia, distrugge, rovescia; è un’attività distruttrice. Semina, pianta, edifica; è un’attività conservatrice o creatrice. Tale qualità, può applicarla agli animali o agli uomini. Ingiuria, nuoce, maltratta, distrugge; oppure aiuta, cura, salva… L’attività distruttrice è accompagnata da un piacere, ma patologico, perché è causa di un male; l’attività conservatrice o creatrice è accompagnata da un piacere puro, che non lascia dopo di sé alcun sentimento penoso.

A noi sembra che partendo da questa distinzione psicologica si potrebbero riconoscere due tipi umani: quello in cui domina la tendenza aggressiva e distruttrice, e quello in cui domina e s’afferma, come trama continua dell’individualità, la tendenza contraria. Ci sembra d’altronde difficile considerare come patologico il tipo distruttore, se non si dà alla parola patologico il suo senso empirico, che è sinonimo di poco frequente, poco diffuso. Infatti questo tipo sembra assai diffuso nell’umanità, ed è probabile che lo sia press’a poco quanto il tipo contrario.

Secondo noi, la classificazione dei caratteri umani in tre tipi (egoismo semplice, malvagità, bontà pietosa) secondo Schopenhauer, o .quella in due tipi (distruttore e conservatore o creatore) deve rimanere irriducibile. Se vi sono delle individualità miste, ondeggianti, inconsistenti, vi sono anche, secondo un’osservazione del Ribot, dei tipi di caratteri immutabili. “I veri caratteri, egli dice, non mutano”.

Questi caratteri di un rilievo più vigoroso sembrano personificare in un modo particolarmente sorprendente e simbolico le diverse forze che si agitano nelle profondità del voler-vivere e introducono tanto turbamento e tanta violenza tragica nel dramma umano.

Noi non crediamo si possa sperare col Guyau che verrà un giorno in cui i lupi diventeranno pecore, in cui l’unità morale si formerà nell’umanità. Questa unità morale non sarebbe possibile né concepibile. Sarebbe l’arresto del movimento e della vita. Nietzsche, parlando del sacrificio degli amanti l’uno all’altro, dice che un’assoluta rinuncia da parte di tutti e due è impossibile. “Se i due amanti rinunciassero a sé stessi per amore, ne risulterebbe non so che cosa: forse l’orrore del vuoto”. Altrettanto avviene, forse, per un ideale di assoluta carità nell’umanità.

Faust lasciava aperta la questione: “Io non voglio più sentir discutere, dice, se nel mondo avvenire si odierà o si amerà ancora, né se anche in quelle sfere lontane c’è un disopra e un disotto”.

L’andamento della vita sembra indicarci che queste forze: l’egoismo, la malvagità, la bontà creatrice, intrecceranno eternamente la loro azione; esse moltiplicheranno i loro punti di applicazione, capitalizzeranno i loro effetti, ,allargheranno all’infinito la trama che tessono sul rumoroso telaio del tempo; ma resteranno eternamente immutabili nella loro essenza ed anche nei cuori e nelle opere degli uomini.

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