NIENTISMI III (MISANTROPIA ATTIVA ESTREMA)

https://abissonichilista.altervista.org/wp-content/uploads/2019/03/KH-A-OSS-VIII.pdf

Nota introduttiva: L’uomo del sottosuolo, il nichilista- ma anche altri estremisti- vive la propria “liberazione” attraverso la sofferenza provocata dal fatto di negare le leggi del mondo caduco. Nega le leggi, perché non le riconosce, ed è per questo non riconoscendo la natura umana delle cose e degli oggetti provati, soffre in fondo al proprio abisso personale, soffre in maniera profonda. Questa sofferenza, come per ogni altra nostra parola, non deve essere confusa, con la vittimizzazione o la moralizzazione, ma come elevazione dell’individuo che sente che rigetta il mondo come è composto. Pur, alcuni di noi, essendoci distanziati dal nichilismo (anche se come frammento rimane nel Nostro Misantropismo Attivo Estremo), abbiamo posto questo testo, perché riteniamo importante approfondire il mondo come lo vede l’uomo del sottosuolo, quell’individuo, che rigettando le leggi morali e giuridiche del mondo, si apparta in se stesso, e prova ed esperimenta prove fisiche e mentali, non perché ritiene di non impazzire, ma perché al di dentro di esso, c’è il germe della rivolta, contro tutto quello che lo vuole far uscire, dal suo antro occulto e segreto. L’uomo del sottosuolo è geloso del suo antro occulto, ed è per questo che arriverebbe a uccidere, nessuno deve mettersi in mezzo, tra lui, e il suo mondo popolato da demoni e particolarità che solo esso conosce profondamente. Ma è anche il Raskolnikov che progetta di uccidere l’usuraia, non per esclusivamente problemi di soldi, ma per sperimentare l’oltreuomo. È in ogni Raskolnikov, che si dica, c’è l’uomo del sottosuolo, che progetta come criminale, che parla con il proprio demone, che si nutre di oscurità, è che ha accanto il coltello, come l’ascia, la pistola come la lettera bomba. È quando uccide l’usuraia, fonda la sua esistenza, con l’anima della persona davanti a se morta, risucchiandone l’essenza. L’uomo del sottosuolo, per cui, è un individuo che non solo è particolare, ma che vuole sperimentare, che vuole assaporare la vittoria e la sconfitta, che si muove imperterrito nella propria piccola stanza, alla ricerca del proprio momento, accanto a se, ha la sua arma personale, ma non per questo, esce imperterrito, come se nulla fosse, a uccidere..per esso, prima di provare la gloria e la brama di assassinare un essere umano, c’è la parte ritualistica, dove feconda, cresce, istante dopo istante, come qualcosa che sale intensamente dalle proprie viscere, l’idea, e parla, con il proprio demone, e quando arriva il momento agisce. Questo è l’uomo del sottosuolo, non soffre per gli altri, per l’umanità, ma soffre perché esso stesso, deve arrivare a un punto di non ritorno, perché lo sente, perché brama il proprio desiderio, perché cresce e si sviluppa la voglia di uccidere un altro essere umano, per uccidere il risentimento o la coscienza, che come pulviscolo inesistente, potrebbe assoggettarlo, e farlo ritornare su un piano di normalità, è dato che odia la normalità, e odia l’umanità, deve per questo sentire che la propria sofferenza emerga e spezzi la fragile quotidianità. Nell’uomo del sottosuolo, non ci sono piani pre-programmati, ma cresce tutto lentamente e intensamente, come la vita davanti a se scivola inesorabilmente dentro l’abisso del non-ritorno.

Accettando provvisoriamente la visione del mondo secondo cui il libero arbitrio è regolato dalle leggi, e quindi anche l’opinione etica secondo cui dobbiamo volontariamente permettere che il libero arbitrio sia governato da leggi, Dostoevskij considera le conseguenze di questa posizione, finché alla fine è guidato al paradossale salto di negare tutto in una sola volta. Questa è la forma finale della sua resistenza contro la razionalità scientifica e il suo confronto con i principi del socialismo. Dato un singolo desiderio “di base”, “tutti i sistemi e le teorie esploderanno in mille pezzi”.

Dietro tutte queste idee c’è una metafisica. Dostoevskij dice che tutto questo, normalmente contraddice la ragione, e che questo non è solo salutare, ma spesso ammirevole. Un essere umano, afferma, può persino deliberatamente impazzire per non dare la vittoria alla ragione. La volontà si oppone alla ragione perché “due volte due è quattro non è più vita ma è solo l’inizio della morte”. In altre parole, la volontà alla vita si oppone alla ragione. Scrive della “filosofia” di “l’uomo che ha vissuto nel sottosuolo per quarant’anni” come segue:

La ragione è una cosa eccellente, non c’è dubbio, ma la ragione è solo ragione e può solo soddisfare la facoltà razionale dell’uomo, mentre la volontà è una manifestazione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana, compresa la ragione e tutti gli impulsi. E anche se la nostra vita, in questa sua manifestazione, è spesso senza valore, tuttavia è la vita nonostante e non semplicemente l’estrarre radici quadrate. Dopo tutto, ora, per esempio, voglio naturalmente vivere, al fine di soddisfare tutte le mie facoltà per la vita, e non semplicemente la mia facoltà razionale, cioè, non semplicemente un ventesimo di tutte le mie facoltà per la vita. Cosa sa la ragione? La ragione sa solo ciò che è riuscita a imparare (alcune cose forse non le imparerà mai, è anche se questo non è tuttavia di conforto, perché non dirlo francamente?) E la natura umana agisce nel suo complesso, con tutto ciò che è in essa, consciamente o inconsciamente e anche se fosse che qualcosa va storto, vive. (VIII)

Coloro che “escono dal grembo della natura”, abbiamo notato prima, sono definite persone normali e la razionalità è la misura della loro normalità. La loro natura è regolata dalla ragione, tale da “giustificare facilmente” le loro azioni, e sulla base di tale giustificazione sono in grado di agire in pace con se stessi. In questa misura sono idealisti sotto copertura; se la ragione diventasse autocosciente in essi, e la loro attività autocosciente come attività della libertà con un ideale, si potrebbe quindi parlare del loro idealismo in maniera palese.

Una volta che la ragione ha il pieno controllo della propria natura e la necessità governa l’anima sistematicamente all’interno e si estende alla società e al mondo esterno, allora il socialista è in grado di apparire sulla scena come il realista che porta i progetti per il palazzo di cristallo. Il socialista afferma che vi è libertà nell’atto stesso di erigere il proprio palazzo di cristallo e di sottomettersi al sistema di necessità. Il passaggio dall’idealismo dell’individuo normale al realismo del socialista è un cambiamento naturale, almeno per quanto riguarda il controllo della ragione o l’illuminazione dell’intelletto. Di certo, naturalmente, l’individuo normale “si arrende onestamente”.

Ma quando le cose vanno così lontano, il nichilista che vive nel sottosuolo si fa avanti per respingere la resa assoluta. Per colui la cui casa e il cuore, è il mondo sotterraneo, chissà cosa vuol dire vivere al fondo della coscienza intensificata e contemplare con l’occhio del nientismo: l’unica via è affermare il diritto alla libertà della volontà, anche nel volere l’assurdo assoluto.

Solo in questo modo si può prendere parte alla vita “nel suo complesso”, che si trova al di là della pallida ragione. Il nichilista, un intellettuale radicale per il quale il razionalista normalmente è ottuso, si rivela come un sostenitore della “naturalezza” dell’attività umana nel suo insieme contro il razionalismo radicale dei socialisti.

L’intensità dell’intelletto che nasce dalla contemplazione con l’occhio del nientismo si unisce alla “volontà di vivere” totalmente irrazionale, al di là del razionalismo. Questa volontà alla vita può essere chiamata una salute selvaggia. Potrebbe essere alla portata della “vita” a livello fondamentale data la notevole vicinanza, dove ha le proprie radici tra Dostoevskij e Nietzsche.

La ragione, una qualità della “persona del futuro” progressista, è fondamentalmente una cosa del passato quando si confronta la volontà nel fenomeno della vita nel suo insieme. Solo “sa ciò che è stato appreso fino ad ora”. Questo tipo di paradosso, che si applica a tutte le forme di razionalismo, evidenzia la differenza tra razionalismo e nichilismo. Il nichilista prende posizione su un nientismo metafisico che è al di là di ogni razionalismo e tuttavia si manifesta come volontà di libertà irragionevole o volontà di vita al di là di ogni razionalismo. Nelle parole dell’uomo del sottosuolo : “Per gli uomini come noi, la bizzarria può essere veramente più vantaggiosa di qualsiasi altra cosa sulla terra”.

Stavrogin in “I Demoni” sperimenta afferrando improvvisamente un uomo per il naso a un raduno sociale e lo trascina per la stanza. Tale bizzarria testimonia un abisso interiore del nientismo che può irrompere nella propria vita quotidiana in qualsiasi momento.

Anche l’uomo del sottosuolo, esposto all’umiliazione quando la donna che ama gli fa visita per la prima volta, pensa in se stesso: “Non dovrei scappare, vestito come sono nella mia vestaglia, ovunque mi portino i piedi, e arrivi quello che deve arrivare? “Preso dai legami dell’amore, la insulta con le parole:” Lascia che tutto il mondo crolli, finché io prenda il mio tè ogni volta che voglio”.

Le ordina: “Per quanto mi riguarda, ho bisogno di pace” (parte seconda, IX e X). La scomparsa e la sua uscita dalla casa nella vestaglia sono due aspetti dello stesso nientismo, un nientismo alla base della “vita”. Dire che la vita è il punto in cui il razionalismo viene rotto in una dimensione in cui l’interno e l’esterno sono la stessa cosa, significa che la vita stessa è in continuo processo. Dostoevskij esprime paradossalmente l’idea stessa:

forse l’unico obiettivo sulla terra per cui l’umanità si sforza risiede in questo incessante processo di raggiungimento, o in altre parole, nella vita stessa, e non particolarmente nell’obiettivo che, naturalmente, deve essere sempre due volte due fa quattro, questa è una formula, e dopotutto, due volte due fa quattro non è più vita, signori, ma è l’inizio della morte. (IX)

Realmente raggiungere l’obiettivo sarebbe terribilmente comico. “Due volte due è quattro” è uno stato di cose insopportabile che rende beffa degli esseri umani. Tuttavia, orientarsi direttamente verso l’obiettivo è normale, pacifico e sicuro. Dalla prospettiva di Dostoevskij, gli esseri umani amano la sofferenza tanto quanto la pace e la sicurezza.

L’essere umano è un animale creativo, ma che ama la distruzione e il caos. La vita che è processo significa che interrompe continuamente la propria stabilità e fa male a se stessa.

Inoltre, se lo scopo della vita è nella vita stessa piuttosto che qualcosa di esterno alla vita – se il suo scopo sta nel processo stesso piuttosto che alla sua fine – allora il lavoro di costruire la vita come un “ingegnere civile” e il lavoro di rottura in fondo sono ugualmente fondamentali. La sofferenza appartiene alla creatività della vita e l’autocoscienza dipende dall’essere così strutturata nella vita.

Il dolore è l’origine della coscienza; qui sta l’unità fondamentale, riconosciuta sia da Nietzsche che da Dostoevskij, dalla salubrità della vita e dalla malattia della coscienza. Dostoevskij arriva così al problema dell’origine della coscienza attraverso il suo stesso percorso, un problema toccato da Fichte, Novalis, Kierkegaard, Nietzsche e altri recenti “filosofi della vita” nei loro rispettivi modi. Questo “percorso” è il confronto con il “palazzo di cristallo”.

Nel palazzo di cristallo la sofferenza è persino impensabile; la sofferenza significa dubbio, significa negazione, e quale sarebbe il bene di un palazzo di cristallo se potesse esserci qualche dubbio al riguardo? Eppure sono sicuro che l’uomo non rinuncerà mai alla vera sofferenza, cioè alla distruzione e al caos. Perché, dopo tutto, la sofferenza è l’origine della coscienza. . . .

La coscienza è la più grande disgrazia per l’uomo, eppure so che l’uomo la ama e non vorrebbe rinunciarvi per nessuna soddisfazione. La coscienza, ad esempio, è infinitamente superiore a due volte due fa quattro. Una volta che hai due volte due fa quattro, non c’è più niente da fare o da capire. Non rimarrà nulla se non quello di imbottigliare i tuoi cinque sensi e immergerti nella contemplazione. Mentre se ti
attacchi alla coscienza, anche se raggiungi lo stesso risultato, puoi almeno annunciarti a volte, e questo, comunque, ti ravviverà. (IX)

La contemplazione con i cinque sensi bloccati” è stato il cuore dell’idealismo da Platone a Hegel, ma per l’uomo del sottosuolo che vive nell’apogeo regolamentato dalla legge della scienza e del socialismo la tecnica rappresenta l’ultima risorsa per la resistenza dell’autocoscienza- uno stato di cose radicalmente paradossale.

Ora l’autocoscienza sorge dal fondo del nientismo, di cui né gli individui normali né la scienza né il socialismo possono essere consapevoli, un nientismo in cui sia il fare che il conoscere hanno portato a una fine in senso essenziale. L’uomo del sottosuolo chiama il palazzo di cristallo un “formicaio”, adatto per gli animali domestici (aux animaux domestiques): “Preferirei che la mia mano fosse avvizzita piuttosto che mettere anche solo un singolo mattone a un tale edificio” (X).

La frase richiama l’osservazione del nichilista Bazarov che cerca di distruggere il vecchio sistema sociale e le autorità, ma sostiene che “non è compito degli dei far cuocere mattoni”. La sua autocoscienza egoistica progettò un edificio sociale per sé e per i suoi seguaci, i nuovi “dei”, con mattoni che avevano dei “pazzi”, che cuocevano per loro.

L’autocoscienza nel nichilista del sottosuolo, al contrario, contrappone questo tipo di edificio alla contemplazione attraverso l’occhio del nientismo e della volontà alla vita. Qui per la prima volta vediamo un nichilismo veramente nichilista che attraversa una nuova dimensione. Andre Gide ha sicuramente avuto ragione nel chiamare “Memorie dal sottosuolo”, la chiave di tutte le opere di Dostoevskij.

In precedenza in questo capitolo, afferrando il “Bazarov” di Turgenev come una sorta di prisma, ho tentato di analizzare alcuni momenti all’interno del caos del nichilismo russo e ho provvisoriamente distinto quattro aspetti: lo spirito scientifico e la sua visione del mondo realistica, la moralità socialista, l’egoismo e il fanatismo. Con “Memorie dal sottosuolo”, tuttavia, ci imbattiamo in una radicale ironia diretta contro tutti questi elementi. La visione scientifica del mondo e la morale socialista cercano di trasformare le persone in chiavi di pianoforte e animali da gregge, come una resistenza estrema contro cui Dostoevskij propone la contemplazione del sottosuolo e la libertà di volontà assolutamente irrazionale.

Per quanto riguarda il fanatismo, sottolinea la necessità che tutte le azioni siano ridotte ad inerte inerzia. L’egoismo del desiderio di potere, il desiderio di diventare gli dei di una “nuova società” facendo sparire gli altri, viene negato da un egoismo basato sul vero “nientismo”. In questo modo le varie sfaccettature del nichilismo russo apparso in “Bazarov” sono sottoposti a una negazione paradossale, risultante in un nichilismo di proporzioni sempre più profonde.

Nel passaggio al vero nichilismo che si verifica nel protagonista di “Memorie del sottosuolo”, la fuga dal mondo delle leggi di ferro attraverso la contemplazione sotterranea inibisce il movimento nel mondo reale. Il mondo reale sta davanti all’uomo del sottosuolo come un ostacolo, un muro impenetrabile. Nel frattempo, dietro di lui il mondo dell’ideale non torna più.

La base del nientismo non può che essere un vicolo cieco di “inattività”. Il primo passo lontano dal nichilismo come inerzia contemplativa e verso il nichilismo che cerca di affermarsi attraverso la violazione delle leggi del mondo reale, sembra venire con “l’azione” di Raskolnikov in “Delitto e castigo”.

In questo modo il nichilismo salta fuori dal sottosuolo dentro il mondo reale. Il nientismo assume il significato positivo della negazione del mondo e delle sue leggi, e il nichilista viene a porsi su un egoismo egotista più profondo. In altre parole, il nichilismo diventa più consapevole.

Allo stesso tempo, il nientismo diventa un problema per se stesso, che appare come un complesso di autoaffermazione più profonda e di un più profondo dubbio personale, di illimitata speranza e disperazione, di un senso infinito di potere e di impotenza.

(Visited 68 times, 1 visits today)