NIHILI HOMINES

NIHIL1

 

 

 

 

 

 

 

Non vi e vita che non provenga da Dio, perche Dio e la vita suprema e la sorgente stessa della vita. Nessuna vita, in quanto tale, e male, ma lo e in quanto volge verso la morte. Tuttavia la morte della vita non e altro che l’iniquita, la quale appunto e cosi chiamata perche non e nulla, ed e per questo che gli uomini piu iniqui sono chiamati uomini da nulla (nihili homines). La vita dunque volge verso il nulla (vergit ad nihilum) se, per volontaria colpa, si allontana da Colui che la creo e della cui essenza godeva, per poter godere, contro la legge divina, delle realta corporee alle quali Dio l’aveva preposta. In questo sta  l’iniquita.

 

 

Essi sono dunque gli eretici, i blasfemi, gli scellerati, gli iniqui, coloro che, per superbia o per ignoranza, si pongono in oltraggioso contrasto con la tradizione attestata dalle Sacre Scritture – quelli che piu tardi verranno etichettati e perseguitati allo stesso modo come atei. Senza persistere troppo nell’analisi dell’utilizzazione agostiniana del termine, sottolineiamo come sia importante tenere a mente questa equivalenza di nichilismo e blasfemia, poiche essa sara una formula spesso ricorrente nella storia della filosofia occidentale – si pensi en passant al famoso insipiens di Anselmo d’Aosta, colui che ≪in cuor suo nega Dio≫, l’absurdus che irrationabiliter ignorat l’esistenza di un ente sommo, nonostante le varie e inconfutabili dimostrazione della sua esistenza.

 

La prima apparizione del termine nichilismo la si ritrova nuovamente in ambito teologico dapprima nella variante nihilianismus in Gualtiero di San Vittore – ad indicare l’eresia cristologica che nega la natura umana di Cristo, ammettendola per esso solo come accidente – e poi, nello stesso ambito ma circa sei secoli dopo (1773), nella sua forma latina piu conosciuta nel trattato De nonismo et nihilismo in theologia di F.L. Goetzius, nel quale nichilismo e definito come ≪il ritenere che tutto sia nulla≫, ≪pro nihilo habere omnia≫.

 

 

Al di fuori dell’ambito teologico il termine mantiene la stessa valenza negativa e dispregiativa: esso viene utilizzato quasi unicamente nella sua forma aggettivale piuttosto che come sostantivo, a dimostrazione del fatto che, per quanto l’uso del termine divenisse con il tempo consuetudinario, ancora non era attestata una definizione chiara ed univoca del suo significato.

 

Ad esempio, nella Francia rivoluzionaria il termine nihiliste o rienniste veniva utilizzato ora per qualificare ≪chi non era ne per ne contro la rivoluzione≫, ora per qualificare la posizione  ideologica di ≪chi non era ne teista, ne ateo≫, come nel discorso del 26dicembre 1793 del rivoluzionario Anacharsis Cloots – poi ghigliottinato.

 

 

Una prima vera e propria definizione del concetto di nichilismo venne alla luce in ambito filosofico all’interno delle polemiche intorno alla nascita dell’i-dealismo, in particolare a partire dalle critiche rivolte ai vari idealisti – Fichte in primis – da parte di Jacobi. E proprio al nome di quest’ultimo che si e legata la prima utilizzazione filosofica del termine, impiegato per definire ≪quell’operazione filosofica mediante la quale l’idealismo intende “annullare” nella riflessione l’oggetto del senso comune, al fine di mostrare come esso in verita non sia altro che il prodotto di una invisibile e inconsapevole attivita del soggetto.

 

Ma il filosofo tedesco etichetta come ≪nichilismo≫ e come ≪ateismo≫ anche quell’idealismo che riduce Dio ad ≪oggetto di argomentazione, cioe di un sapere discorsivo, dialettico, razionale≫, negando la sua pura e semplice assolutezza ≪a cui solo un coglimento diretto di tipo intuitivo puo arrivare. Da sottolineare che, anche qui, nonostante l’acquisita chiarezza della definizione, il termine viene pur sempre utilizzato negativamente e in maniera strettamente polemico-critica.

 

 

Un’altra definizione altrettanto univoca di nichilismo, ma in tutt’altro settore, e attribuibile a Turgenev, il quale nel suo romanzo Padri e figli definisce chiaramente, seppur in maniera letteraria, chi sia un nichilista. Riportiamo qui di seguito il passo preciso nel quale si ritrova tale definizione:

 

Un nichilista≫ proferi Nikolaj Petrovicˇ. ≪Viene dal latino nihil, nulla, per quanto posso giudicare; dunque questa parola indica un uomo, il quale…il quale non ammette nulla?≫.

Di’ piuttosto: il quale non rispetta nulla≫ riprese Pavel Petrovicˇ. ≪Il quale considera tutto da un punto di vista critico≫, osservo Arkadij.

E non e forse lo stesso?≫ domando Pavel Petrovicˇ.

No, non e lo stesso. Il nichilista e un uomo che non s’inchina dinanzi a nessuna autorita, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasirispetto tale principio sia circondato≫.

E ti pare una bella cosa?≫ lo interruppe Pavel Petrovicˇ.

Secondo chi, zio. Per taluno ne deriva un bene, e per qualcun altro un gran male≫.

Ah, cosi? Beh, vedo che non e una partita di nostra competenza. Noi siamo gente del vecchio secolo, noi riteniamo che senza “prensip” […] accettati, come tu dici, per dogma, non si puo muovere un passo, non si puo trarre un respiro… Come vi chiamate?≫

Nichilisti≫ proferi distintamente Arkadij.

Si, prima c’erano gli hegeliani, ora ci sono i nichilisti. Vedremo come farete a esistere nel vuoto, nello spazio senz’aria…≫.

 

Nell’idea originaria di Turgenev il nichilismo era definibile dunque come quella nuova corrente di pensiero ≪dei figli≫ che, sulla scia della nuova visione positivistica e materialistica del mondo, aveva perso ogni possibilita di credere nei vecchi principi e negli antichi valori ≪dei padri≫, condannandosi ad una vita lontana da ogni fede, in contrasto con qualsiasi autorita, fosse essa quella di Dio o dello Stato. Cosi definito il nichilismo sembro per la prima volta assumere un volto diverso, per certi aspetti positivo, in quanto assumeva su di se l’arduo compito del distruggere gli antichi valori per crearne di nuovi. Eppure la critica e l’opinione pubblica del tempo non tardarono a distorcere tale idea, non solo riportando il termine alla sua solita accezione negativa e dispregiativa, ma anche associandolo saldamente al fenomeno del terrorismo, in quegli anni dilagante in Russia.

 

Turgenev stesso annoto l’effetto che il suo romanzo produsse sull’opinione pubblica in questi termini:

 

Non mi dilunghero sull’impressione che produsse questo racconto; diro soltanto che, quando tornai a Pietroburgo, nel medesimo giorno del famoso incendio dell’Apraksinskij Dvor [gli edifici del grande mercato della citta], la parola ≪nichilista≫ era gia su migliaia di bocche, e la prima esclamazione che udii sulle labbra del primo conoscente in cui mi imbattei presso la Neva [il corso principale di Pietroburgo] furono:

≪Guardate quel che fanno i vostri nichilisti! Bruciano Pietroburgo!≫.

 

 

Quella che in origine era un’espressione utilizzata per indicare un fatto storico che andava formandosi progressivamente all’interno della societa russa, divenne ben presto, secondo le stesse parole di Turgenev, ≪uno strumento di delazione, di condanna inappellabile, quasi un marchio d’infamia≫.

 

Questa peculiare attenzione al problema del nichilismo si sviluppo ulteriormente in Russia dopo Turgenev grazie a tutta una serie di autori che avevano letto a fondo Padri e figli: Nikolaj A. Dobroljubov (1836-1861), Dmitrij I. Pisarev (1840-1866), Nikolaj G. Černyševskij (1828-1889), M. Bakunin (1814-1876), Sergej Gennadjevič Nečaev (1847-1882), Alexander Herzen (1812-1870) e, il piu importante fra tutti, Fedor Dostoevskij (1821-1881).

 

Se per alcuni di essi, per esempio Bakunin e Nečaev, lo spirito nichilista coincideva con un’esaltazione del momento negativo e distruttore – ≪il nous faut détruire, encore détruire et toujours détruire. Car! l’esprit destructeur est en même temps l’esprit constructeur≫ – per altri, principalmente Herzen e Dostoevskij, la distruzione nichilista fine a se stessa e il cieco materialismo rivoluzionario erano in realta tanto dannosi quanto gli stessi antichi valori che si prefiggevano di abbattere. Ilnichilismo e, per questi ultimi due autori, necessariamente un punto di partenza e non di arrivo – una fatalita che va compresa radicalmente, fino in fondo, si, ma di fronte alla quale e pur sempre la voce della ragione che deve prevalere.

 

Cosa e stato, dunque, nell’ottica della tradizione pre-nietzschiana, il nichilismo? Tirando le somme da tutto quanto detto finora, essenzialmente tre cose: un errore, una minaccia, una possibilità.

Un errore, ovvero una maniera errata di pensare, l’incapacita di utilizzare l’intelletto a dovere, l’ingenuo e insensato misconoscimento delle categorie tradizionali del pensiero – Dio, l’Essere, la Morale, etc. Il nichilista e quindi colui che erra, ora per ignoranza, ora per superbia: nei suoi confronti non e possibile nessuna apologetica ne moderata apertura, soltanto una serrata e incessante polemica volta a smascherare la fallacia delle sue tesi – e, qualora la polemica non bastasse, l’inquisizione.

Questo suo errare e misconoscere e infatti allo stesso tempo e per ovvi motivi una vera e propria minaccia al sistema di valori tradizionale, un esplosivo da disinnescare ad ogni costo, prima che l’edificio millenario delle cultura occidentale venga minato nelle fondamenta. Tutte le feroci persecuzioni in qualsiasi epoca e in qualsiasi luogo contro gli eretici e i blasfemi, cosi come quelle contro gli oppositori dello Stato, si spiegano bene in quest’ottica: con i loro pensieri essi rischiavano infatti di ≪annichilire≫ le basi stesse sulle quali si sorreggevano le diverse societa e per questo venivano tacciati – piu o meno testualmente – di ≪nichilismo≫.

 

Alla base di questo agire persecutorio c’e poi, evidentemente, l’idea che il nichilismo sia sempre e solo una possibilità del pensiero, ovvero una scelta della quale il nichilista stesso e responsabile e per la quale egli e appunto perseguibile.

Che cosa accadrebbe all’inverso se si riconoscesse che il nichilismo e invece unacondizione necessaria nella quale siamo tutti coinvolti senza appello? Se si riconoscesse, cioe, che il nichilista non sceglie alcunche ma semplicemente si limita a dire ≪la verita≫?

 

 

 

 

 

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