NON ESISTE L’INDIVENIENTE-NON ESISTE LA SOSTANZA:ESISTE SOLO IL DIVENIRE

DIVENIRE

 

 

 

 

 

 

Tutto è divenire (perciò, anche da questo punto di vista, non esiste quell’immutabile ed indiveniente che la tradizione metafisica e teologica chiama Dio), che è incessante, e non esiste una sostanza degli enti, vale a dire non c’è un sub-strato non coinvolto nei loro mutamenti e che sia permanente dalla nascita di un ente fino alla sua scomparsa:

“si è postulata una totalità, una sistematizzazione e addirittura un’organizzazione in tutto l’accadere e alla sua base”, ma “sotto ogni divenire non si ritrova per nulla una grande unità”.

 

Ora, però, come già rilevava Aristotele, il divenire degli enti richiede l’esistenza alme­no di un’entità indiveniente. Ovviamente questa tesi di Aristotele è molto controversa e richiederebbe una lunga dimostrazione che qui è impossibile.

 

Inoltre, se non esistesse una sostanza soggiacente al divenire degli enti non potrem­mo distinguere ciascun ente dagli altri, per esempio l’ente X dall’ente Y, come invece fac­ciamo, e non potremmo distinguere gli accadimenti di X dagli accadimenti di Y. Infatti, per poter dire che un accadimento è dell’ente X e non dell’ente Y bisogna che esista un principio-sostrato X di questi accadimenti che ci permette di unificarli-raggrupparli e di dire che sono appunto di X e non di Y.

 

Se poi consideriamo quella sostanza che è la persona il discorso diventa più eviden­te: posso dire che un accadimento è mio –posso cioè dire che tale accadimento denota quella che potremmo chiamare “egoicità”– e non di Z solo perché (con buona pace di Hume) c’è in me un sostrato da cui i miei accadimenti scaturiscono, un sostrato a cui i miei accadimenti ineriscono e che permane, fin dal momento in cui ho cominciato ad esistere, senza essere coinvolto nei miei mutamenti.

 

La vicinanza spaziale-temporale degli accadimenti non è sufficiente per distinguere i miei accadimenti da quelli altrui: il mio viaggiare in Spagna di alcuni anni fa è lontano sia temporalmente sia spazialmente dal mio attuale respirare, che è invece temporalmente simultaneo e spazialmente vicinoal respirare di Z (che mi respira al fianco), eppure è mio il viaggiare in Spagna e non il respirare di Z.

 

Sennonché Nietzsche, ancora più radicalmente, aboliscesia la consistenza autono­ma delle cose sia il soggetto:

 

 “La nostra abituale osservazione inesatta prende come uni­tà un gruppo di fenomeni e lo chiama un fatto: fra questo e un altro fatto essa immagina uno spazio vuoto, essa isola ogni fatto. Ma in verità [non solo le cose ma anche] tutto il nostro agire e conoscere non è una serie di fatti e spazi intermedi vuoti, bensì un flusso costante.

 

Così, secondo Nietzsche, non esiste nemmeno il soggetto, che “è solo qual­cosa di aggiunto con l’immaginazione, qualcosa di appiccicato dopo”, bensì esiste solo un’incessante e diveniente volontà di potenza che pervade il tutto, e di cui anche il soggetto (che erroneamente consideriamo un ente distinto) è in realtà un momento: “in verità ogni uomo è egli stesso una parte di fato”. Sfortunatamente –secondo Nietzsche –, il linguaggio ci inganna e veicola un’ontologia implicita, perché riproduce questa nostra convinzione erronea, cioè è impregnato di un’ontologia della separatezza, di un’onto­logia che ci fa pensare erroneamente che esistano cose isolate e contingenti e che ci impedisce di pensare davvero al mondo come un uno-tutto autosufficiente e diveniente, facendoci piuttosto continuare a credere in Dio come causa del mondo: “il linguaggio […] vede ovunque autore ed atto […] crede nell’ ‘io’, nell’io come essere, nell’io comesostanza, e proietta la fede nell’io sostanza su ogni cosa, così crea il concetto di cosa […].

 

Temo che non ci libereremo di Dio perché crediamo ancora alla grammatica”. Ancora, il linguaggio “continua a parlare di antitesi, là dove esistono solo gradi”.

 

Ora, però, anzitutto va ribadito di nuovo che il divenire richiede l’esistenza almeno di una entità indiveniente.

 

Inoltre, contro l’evidenza della “egoicità” (la quale richiede un io) che ognuno rileva in alcuni atti, è vero che Nietzsche afferma che “la nostra abituale osservazione” è erro­nea, ma non lo dimostra.

 

Inoltre, per Nietzsche ogni ente è un momento della volontà di potenza, anzi non esistono enti bensì esiste solo la volontà di potenza, perciò ogni pensare è interno alla vo­lontà di potenza stessa. Infatti, Nietzsche non nega l’esistenza del pensiero, bensì rifiuta l’esistenza di un io come condizione del pensare: “un pensiero viene quando vuole ‘lui’, non quando voglio ‘io’. Cosicché è una falsificazione dello stato dei fatti dire: il soggetto ‘io’ è la condizione del predicato ‘penso’ ”.

 

Semplicemente, secondo Nietzsche, non esi­stono pensieri separati, non ci può essere un’interruzione: non può esistere un pensiero “isolato” cioè separato da un altro, perché tutto è un continuum. Ancora una volta, è la grammatica a contribuire a questo inganno: “ ‘Si pensa, quindi c’è qualcosa che pensa’: in tal senso è diretta l’argomentazione di Cartesio.

 

Ma ciò equivale a postulare come ‘vero a priori’ il nostro credere nel concetto di sostanza; che quando si pensa ci debba essere qualcosa ‘che pensi’, è tuttavia semplicemente una formulazione della nostra abitudine grammaticale, che fa corrispondere a un fare uno che fa. Insomma qui si pone già un postulato logico-metafisico, non ci si limita a constatare.

 

Ma, si può replicare che, se noi siamo momenti della volontà di potenza e se la vo­lontà di potenza è un continuo (senza fatti isolati-separati) volere e pensare, se noi siamo momenti del continuo volere e del continuo pensare della volontà di potenza, come mai non ci consta di pensare continuamente? Si può rispondere: non ci consta perché a volte il pensare è inconscio. Sennonché il pensare per definizione è distinto dal non conscio, è proprio conscio. Ma, allora, ciò vuol dire che ci sono pensieri che si interrompono (perlomeno sotto anestesia), e dunque ci sono degli enti isolati-separati dagli altri: tali enti sono, perlomeno, i pensieri.

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