OLTRE L’ASSOLUTO-VERSO L’IM-POSSIBILE

 NON ESISTE

«Poiché dell’eterno ritorno aveva la visione che conosciamo, per l’intensità dei sentimenti Nietzsche rideva e tremava insieme. Pianse troppo: erano lacrime di esultanza. Percorrendo la foresta lungo il lago di Silvaplana, si era fermato vicino a una enorme roccia che si elevava a forma di piramide, non lontano da Surlej. Immagino di arrivare io stesso alla sponda del lago, e, immaginandolo, piango.

Non che io abbia trovato nell’idea dell’eterno ritorno qualcosa che possa commuovermi a mia volta. La cosa più evidente di una scoperta che doveva farci mancare il terreno sotto i piedi-secondo Nietzsche, solo una sorta di uomo trasfigurato saprebbe superarne l’orrore-è che essa lascia indifferente la migliore volontà. Solo che l’oggetto della sua visione, ciò che lo fece ridere e tremare, non era il ritorno (e neppure il tempo), ma quel che mise a nudo il ritorno, il fondo impossibile delle cose».

Bataille, mostrando un profondo coinvolgimento, ricorda la genesi di quella che Nietzsche definì «la suprema formula dell’affermazione che possa mai essere raggiunta», il pensiero dell’eterno ritorno dell’uguale, sottolineando, tuttavia, che non l’idea stessa di ritorno né quella di tempo, ma la scoperta del fondo impossibile delle cose, caratterizza peculiarmente la straordinaria intuizione nietzscheana.

Questo rilievo è in pieno accordo con l’interessante tesi batailleana, per cui il tempo non esisterebbe al di fuori dell’umano desiderio, al di fuori di quella ripartizione dei possibili, cui ogni individuo è invitato a partecipare, mettendosi in gioco. Tuttavia, il dominio del desiderio, in quanto votato, al massimo della sua potenza, al raggiungimento della totalità mediante la soppressione di altri, mira a distruggere l’orizzonte temporale, l’orizzonte della chance. Allora, non desiderare il tutto, significa volere il tempo, la chance, e «volere la chance è l’amor fati».

Si insinua una dialettica perversa in seno al tempo: da un lato, esso è impossibile senza il desiderio individuale, dall’altro, esso può essere voluto, solo a patto disopprimere il desiderio. È come se il desiderio, dopo aver attivato il tempo, avesse l’obbligo di smarrirsi nella ruota dell’essere, assecondando, così, il flusso circolare della ripetizione. Il desiderio, di fronte all’alea, al tempo, si scopre nudo e giunge al fondo impossibile delle cose, laddove incontra il suo scacco.

 Uno scacco, tuttavia, non definitivo, perché, sempre di nuovo, i bisogni umani metteranno in discussione l’innocenza della chance.

Amor fati, volontà di chance non sono un risposta alla domanda di piacere che il desiderio individuale pone, ma portano a trasfigurazione il piacere stesso: «il piacere che cessa di essere una risposta al desiderio dell’essere, che supera, con l’eccedere, questo desiderio, supera nello stesso tempo l’essere e lo sostituisce con un glissare-un modo di esistere sospeso, radioso, eccessivo, legato al senso del trovarsi nudi e di penetrare l’aperta nudità altrui».

L’eterno ritorno dell’uguale sarebbe un glissare, un sorvolare il problema del tempo, concepito secondo lo schema triadico delle estasi di passato, presente e futuro. Così come per il discorso morale, il regno della chance (o dell’amor fati) supera il dato, in vista dell’evento, oltrepassa l’essere, per recuperare una condizione di nudità, che sta alla base, anche, di una rinnovata prospettiva etica, che si regge sul continuo porsi in questione, sostituendo ai valori immutabili dell’era dei padroni, quello eternamente mobile del gioco.

L’idea dell’eterno ritorno, in Nietzsche, differendo di continuo il centro, proiettando le forze verso l’esterno, secondo un movimento centrifugo, ben si presta ad interpretare un nuovo modello plastico di moralità non volgare, dove gli esseri si usano reciproco rispetto, poiché sono necessitati a farlo. Il compito dell’uomo risiede nell’amare una necessità eternamente ritornante, pena la sospensione del flusso circolare dell’energia, pena la catastrofe definitiva. «La misura della forza del cosmo è determinata, non è infinita: guardiamoci da questi eccessi del concetto!

Conseguentemente, il numero delle posizioni, dei mutamenti, delle combinazioni e degli sviluppi di questa forza è certamente immane e in sostanza non misurabile; ma in ogni caso è anche determinato e non infinito.

È vero che il tempo nel quale il cosmo esercita la sua forza è infinito, cioè la forza è eternamente uguale ed eternamente attiva: fino a questo attimo, è già trascorsa un’infinità, cioè tutti i possibili sviluppi debbono già essere esistiti.

Conseguentemente, lo sviluppo momentaneo deve essere una ripetizione, e così quello che lo ha generato e quello che da esso nasce, e così via: in avanti e all’indietro! Tutto è esistito innumerevoli volte, in quanto la condizione complessiva di tutte le forze ritorna sempre .

La forza che anima il cosmo muta di continuo, rendendo il caratteredegli esseri composito, e, di conseguenza, incerto, non fissabile ipsealmente, come fosse un fatto atomico, semplice. Non si dà, nel mondo della vita organica, un movimento di sviluppo che procede dal semplice al composto, pena la ricaduta in una sorta di fondazionalismo, allergico all’infinita potenza della possibilità. Per Bataille, paradossalmente, il fatto atomico è che l’essere nel mondo è composito, e la sua fluidità non può essere arrestata in una forma, in un ipse qualunque. «Un uomo non è che una particella inserita in insiemi instabili e aggrovigliati.

Questi insiemi si compongono nella vita personale sotto forma di molteplici possibilità[…] Solo l’estrema instabilità delle connessioni permette di introdurre come un’illusione puerile ma comoda una rappresentazione dell’esistenza isolata che si ripiega su se stessa».

La conoscenza, allora, diviene una sorta di connessione chimicobiologica, una connessione precaria, tanto quanto lo è il legame tra le cellule di un tessuto organico. La situazione composita degli esseri si riflette sulla struttura della conoscenza, che si presenta, così, come un vortice, all’interno del quale si agitano gli esseri, annaspando in un’esistenza labirintica, più che circolare, un’esistenza disperatamente alla ricerca di un centro, di una concentrazione di energia. La chimera filosofica di un’esistenza totale rende gli essere smaniosi di costruire sistemi via via sempre più complessi, fino ad afferrare (anche concettualmente) l’universalità, ma «il dio universale distrugge piuttosto che reggere gli aggregati umani che ne sollevano lo spettro».

Volontà di chance ed amor fati, lungi dall’essere angosciose opposizioni al libero instaurarsi della possibilità, rigettano, con il loro movimento labirintico-circolare, una visione preordinata ed univoca della conoscenza, così come del soggetto conoscente. «Il modo di conoscere e di riconoscere è già tra le condizioni di esistenza: perciò la conclusione che non si possano dare altri tipi di intelletto, se non quello che ci conserva, è affrettata […] Il nostro apparato conoscitivo non è organizzato per la conoscenza».

La conoscenza, cui Nietzsche fa riferimento, è quella totalitaria, che mira a tesaurizzare il sapere, al fine di riutilizzarlo, impartendolo in pillole, all’uomo, obbligato ad ingerirle, se non vuole ritrovarsi nudo di fronte all’esistenza.

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