RAZZA E EGO

Nel suo recente lavoro “L’utopia degli istinti ”, Richard Swartzbaugh considera la razza come uno sviluppo dell’egoismo. Ritiene che l’idea di razza non sia propriamente una questione di classificazione delle differenze biologiche, psicologiche e culturali, ma un fenomeno recente. È, egli sostiene, una reazione alla “impersonalità” generata dalla crescita della tecnica nelle società industriali. Dal momento che la razza bianca è la più sviluppata tecnologicamente di tutte le razze, è tra i suoi membri che è nata la vera consapevolezza razziale. L’origine del “razzismo” si trova nell’egoismo. Lui scrive:

“La modestia è la contraddizione fondamentale nella vita umana e quella che, estesa dalla tecnica e dalle relazioni sociali strettamente tecniche alle relazioni sociali in generale, diventa moralità. L’impulso tecnologico originario si sviluppa direttamente nell’impulso morale, che è la fase terminale dell’alienazione personale di sé.

“La storia della specie umana non è completa, tuttavia, senza la considerazione del suo sviluppo, lentamente all’inizio, dopo con intensità ascendente, una resistenza a questo auto-annullamento, è chiamato ora egoismo.

“L’ego non è limitato all’individuo, ma può possedere interi gruppi, dalla piccola famiglia, il gruppo dell’Io primario, alla tribù e infine alla razza.”

Il concetto di razza di Swartzbaugh è hegeliano e sembra stranamente in contrasto con la sua professione di antropologo. Egli afferma, ad esempio, che “la razza è un passo … nel movimento della natura verso una forma definita” ed è “più che un’alleanza, è una fase del movimento della natura verso l’autocoscienza o l’egoismo perfettamente focalizzato”.

Questo è un metafisico mumbo-jumbo. Non è altro che un’invocazione del “fantasma di Dio” vestito in un nuovo sudario, attribuire a “natura”, che è semplicemente un nome astratto, le potenzialità dell ‘”autocoscienza”. Non esiste un solo frammento di prova che possa essere prodotto a suo favore, né Swartzbaugh tenta di offrire alcunché. La coscienza è una caratteristica solo di alcune specie animali e nella sua forma concettuale, come una consapevolezza formulata della distinzione tra me e non-me, è confinata agli esseri umani.

Swartzbaugh sostiene che è “un errore comune dei filosofi … equiparare l’ego con la persona solitaria … Questo è lontano dalla verità. Dove l’ego passa da una vita umana a quella successiva, crea necessariamente nel processo il gruppo dell’ego primario, la famiglia genitoriale o il nucleo… ma più di questo, dove provocato … l’ego può uscire dai confini dell’originale famiglia per formare un gruppo di ego più grande … la razza. “

Swartzbaugh non mostra come avvenga questa misteriosa migrazione del mio particolare ego da una vita all’altra. Tuttavia, molto prima che la ricerca moderna stabilisse l’unicità biochimica degli individui, James L. Walker dispose in modo efficace la convinzione che si possa trasmettere il proprio ego alla propria progenie. In “La filosofia dell’Egoismo”scrive:

“Gli uomini lusingano se stessi nel poter perpetuarsi e non solo per la razza; un semplice errore, perché se concediamo la metà dell’effetto a ciascun genitore, il risultato è che la prole di A è metà A; il suo nipote è un quarto di A; il suo pronipote è l’ottavo di A; la successiva generazione è un_sedicesimo di A, e quindi (alla fine) i propri discendenti non avranno niente in comune con esso e di nessuno degli individui della propria razza. “

Questo è considerare la questione solo a livello biologico! La mente sbigottisce quando si considera come “l’Io Stirneriano” (Swartzbaugh afferma di essere stato pesantemente influenzato da Stirner), il “chi” di me, possa essere “passato nel” chi “di un altro, perché ciò che è unicamente mio non può essere trasferito a qualcun altro. Quando morirò morirò.

Non nego che esistono differenze razziali, né che l’essere della razza caucasica sia una delle mie caratteristiche. Questi sono fatti che devono essere presi in considerazione se voglio vedere le cose chiaramente. Il culto etno-masochista dei cui seguaci chiedono la punizione a causa del colore della loro pelle, o per colpa di presunti misfatti commessi in passato da altri dello stesso ceppo razziale, non è il mio ambiente.

La razza come categoria neo-hegeliana e intenzionale, tuttavia, è una questione diversa. Non accetto la sua esistenza più di quanto io faccia una competizione ad alto livello, con una sorta di anima mistica, o competo come fonte di pseudo-identità per coloro che cercano di ottenere un potere che non è il loro. Liberandomi dall’illusione dell’uguaglianza, non ho intenzione di assumere altre disillusioni al suo posto.

Il peccato dell’egoismo

L’egoismo, la messa in atto dei propri interessi prima di quelli degli altri, è un soggetto guida a denuncia da parte dei predicatori Cristiani, poiché chiunque ascolta le trasmissioni religiose alla radio può testimoniarlo. Ma anche quelli che hanno apparentemente scartato il soprannaturalismo del cristianesimo e di altre religioni tradizionali continuano a rabbrividire all’idea che possa deliberatamente mettermi al centro della mia vita.

Gli umanisti sono prominenti su questo. Pongono così tanto l’accento sull ‘”umano” come un concetto normativo che non sorprende scoprire che sono contrari all’egoismo ed esortano che, come afferma uno dei loro volantini, che si deve vivere “in modo rispettoso e disinteressato”. Ovunque esista un codice morale – e gli umanisti sono, par excellence, moralisti – c’è sempre un ordine che nega del poter beneficiare degli altri. L’egoismo è un peccato e l’altruismo deve avere la precedenza sull’egoismo nelle nostre cause.

Questo atteggiamento è esemplificato nelle opere del noto scrittore umanista, la defunta Margaret Knight. Nel suo libro “Morali senza religione” afferma che “è naturale per noi essere in gran parte egocentrici e ostili verso le persone che ci ostacolano nell’ottenere ciò che vogliamo”, ma è “anche naturale per noi co -operare con altre persone e provare affetto e comprensione per loro. In termini più tecnici, abbiamo sia istinti egoistici che istinti sociali che possono attrarre in modi diversi. “

Notiamo, che essa presume che gli egoisti non possono né provare affetto o comprensione per gli altri, né cooperare con loro. Non dà una ragione valida al perché del suo pensiero, ma si accontenta di far riecheggiare il solito pregiudizio giudaico-cristiano contro l’egoismo.

Ora, se provo affetto o compassione per qualcuno perché mi piace farlo, o se collaboro con gli altri perché vedo in esso un espediente e un modo per portare avanti i miei interessi, come posso essere meno egoista-meno ” egoista “- se io sono ostile a qualcuno che è una minaccia per me, o entrare in conflitto con coloro i cui interessi sono contrari ai miei? Se amo o odio, coopero o entro in conflitto, sto sempre cercando e soddisfacendo me stesso. Sia che mi comporti in un modo o nell’altro, lo faccio per egoismo cosciente.

Knight scrive “l’essenza della moralità umanista è il disinteresse – non lasciare che le nostre rivendicazioni e interessi ci rendano ciechi agli altri”. Perché le mie “pretese e interessi” devono necessariamente accecarmi con le altre persone, questo ancora, non lo dice. Ancora una volta presume che io possa solo favorire i miei interessi a scapito degli interessi altrui. Non solo, ma la sua affermazione porta logicamente alla conclusione che non dovrei avere alcun interesse personale per nessun altro. Secondo l’Oxford Dictionary essere “disinteressati” significa essere “senza interesse; non interessato; indifferente … libero da me stesso. “Quindi, secondo Margaret Knight, sarebbe immorale per me avere un interesse per un altro individuo, in quanto smetterei di essere” disinteressato “e diventerei” egoista “. Sarei colpevole del terribile peccato dell’egoismo! Bene, Max Stirner potrebbe osservare ironicamente che “il duro pugno della moralità tratta la nobile natura dell’egoismo del tutto senza compassione”.

Nel suo successivo libro “Onesto per l’uomo ”, l’egoismo, con il pretesto dell’interesse personale, è soggetto a un simile travisamento.

In questo libro, afferma che “la religione Cristiana è stata guidata attraverso gran parte della sua storia per proclamare … un codice morale che è nella sua essenza completamente egoistico. Ha incoraggiato una pre-occupazione egocentrica con la propria salvezza “.

Questo è un malinteso fondamentale su ciò che credono i cristiani. Il “sé” di cui sono preoccupati non è il sé, che io sono qui e ora, ma un io “redento”, un sé rifatto, trasformato nell’immagine di ciò che essi pensano che io debba essere. L’insegnamento cristiano non è egocentrico, come mostra anche una lettura sommaria del Nuovo Testamento.

È allocentrico come le parole attribuite a Gesù in Luca 9, 23, che mostrano chiaramente: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Ecco la quintessenza dell’egoismo – la richiesta di rinnegare se stessi al servizio dell ‘”altro”. Nella loro opposizione all’egoismo, gli umanisti e i cristiani sono uniti. Servire “l’umanità” è altruista quanto servire “Dio”.

Diritti e poteri

I “diritti” sono alquanto in primo piano nel clamore politico attuale. “I diritti delle donne”, i “diritti dei neri”, i “diritti degli omosessuali”, i “diritti sindacali”, i “diritti” di X, Y e Z – tutti hanno gruppi che sbraitano, impegnati e esigenti, nel difendersi o inventarli.

Tuttavia, le basi per questi “diritti” sono raramente enunciati. In effetti, dubito che la stragrande maggioranza di coloro che strillano, reagirebbe con più di uno sguardo vuoto se gli fosse fatta una domanda del genere. C’è un punto di vista, che pochi possono sapere, secondo cui “i diritti” ci sono conferiti dalla “natura” e sono quindi “inalienabili”. I diritti, sembra, sono cose oggettive, e se ci sono alcune persone cattive che non lo riconoscono, che, in effetti, “le calpestano”, questo non altera la loro “essenza”.

Questa credenza nei diritti “naturali” o “inalienabili” non è altro che un atto simile alla vecchia convinzione che la luna fosse fatta di formaggio verde. Un “diritto inalienabile alla vita” non mi salva dall’annegare se non riesco a nuotare. Un “diritto inalienabile alla libertà di parola” non mi salverà dalla prigione di un dittatore o dal plotone di esecuzione se cercherò di esercitarla contro il suo decreto. Tali “diritti” sono delusioni che si sbriciolano al primo contatto con la realtà.

Di fatto, naturalmente, prevale quella “giusta” che ha il maggior potere dietro di essa. Come è stato sinteticamente presentato da Ragnar Redbeard: “L’uomo ha il diritto alla sussistenza”, ha scritto Thomas Paine. “Sì”, ha risposto un lettore osservatore, “ha il diritto di vivere 1000 anni, se possibile.” Non è una questione di diritto, ma di abilità. “

Se non ho la competenza per ottenere o fare qualcosa allora, non importa quanto io possa sbuffare e espirare, non ho il “diritto” di avere o fare quella cosa. Thomas Carlyle una volta osservò che quelli che sono chiamati “i diritti dell’uomo” sono in realtà i “poteri degli uomini”. Com’è giusto riguardo ai “diritti”!

Il lessico di Lucifero

L’uso dell’intelligenza per perforare la presenza è una parte antica dell’armamentario intellettuale dello scetticismo, ma deve essere usato con parsimonia se si vuole mantenere la sua efficacia. Per raccogliere in un volume una serie di definizioni satiriche è, quindi, correre il rischio di produrre qualcosa di una produzione di “colpito e mancato”. Il famoso “Dizionario del diavolo” di Ambrose Bierce probabilmente deve il suo successo per avere abbastanza successi da superare i suoi fallimenti, ma è un lavoro da esaminare brevemente di volta in volta piuttosto che da leggere.

Lo stesso si può dire per il “Lessico di Lucifero” di L.A.Rollin recentemente pubblicato da Loompanics Unlimited. Voci effervescenti come “Razzista: n, Colui che chiama una vanga una vanga …”, o “Oggettivista: n, Una persona con una visione non voluta, che non pone mai alcuna considerazione al di sopra della propria percezione della realtà, che non fa mai violenza al proprio razionale giudizio, e che, di conseguenza, è completamente d’accordo con Ayn Rand su tutto, “in contrasto con esempi piuttosto noiosi di umorismo giovanile come una lunga lista di giochi di parole strazianti sui titoli dei film. Il libro di Rollin, tuttavia, ha abbastanza del primo da dare più che neutralizzare quest’ultimo.

POESIA AL DIO IGNOTO

Ancora, prima di partire
E volgere lo sguardo innanzi
Solingo le mie mani levo
Verso di Te, o mio rifugio,
A cui nell’intimo del cuore
Altari fiero consacrai
Chè in ogni tempo
La voce tua mi chiami ancora.

Segnato sopra questi altari
Risplende il motto “Al Dio ignoto”.
Suo sono, anche se finora
Nella schiera degli empi son restato:
Suo sono e i lacci sento,
Che nella lotta ancor mi atterrano
E, se fuggire
Volessi, a servirlo mi piegano.
Conoscerti voglio, o Ignoto,
Tu, che mi penetri nell’anima
E mi percorri come un nembo,
Inafferrabile congiunto!
Conoscerti voglio e servirti!

INDIVIDUALISMO E RELAZIONISMO

Nel procedere verso una confutazione dell’interpretazione secondo la quale l’individualismo nietzscheano sarebbe una forma radicale di egoismo etico (la posizione morale per cui l’unico obbligo essenziale di un individuo è di promuovere il proprio bene, anche a discapito degli altri individui), è necessario anzitutto fare una premessa: che nella filosofia nietzscheana si possa trovare una forte tendenza verso un individualismo di tipo morale, è un fatto evidente e innegabile. Ciò si evince, ad esempio, dal seguente passaggio in cui Zarathustra afferma: «S’è scoperto chi dice: questo è il mio bene e questo è il mio male: con codeste parole egli ha fatto tacere la talpa e il nano che dicono: ‘buono per tutti, cattivo per tutti’». Tale impronta individualistica acquista il suo pieno senso nel momento in cui è ricondotta alla forte opposizione nietzscheana nei confronti dell’universalismo kantiano, opposizione di cui si fa simbolo la seconda metamorfosi dello spirito che da cammello e dal suo «tu devi» si trasforma nel leone che pronuncia l’«io voglio».

È proprio questa opposizione che spinge Nietzsche a voler enfatizzare, in Za come in altre opere, la necessità di un recupero della prospettiva morale individuale. Tale enfatizzazione è stata però interpretata da molti critici nei termini di una forma radicale ed estrema di individualismo a cui condurrebbe il prospettivismo nietzscheano. Sebbene in diversi luoghi Nietzsche faccia riferimento  a una tendenza al dominio e all’affermazione di sé che caratterizzerebbe l’individuo in quanto espressione di una qualità fondamentale dell’essere (la nota e ampiamente discussa ‘volontà di potenza’), il discorso relativo all’esistenza di una molteplicità di punti di vista conduce a ben altri esiti. Per dimostrare tutto questo occorre partire da un punto poco chiaro del prospettivismo nietzscheano, e affrontare la questione di quale sia il soggetto della singola prospettiva . Tale questione permette di mostrare due aspetti in particolare: anzitutto, contrariamente a quanto viene comunemente attribuito a Nietzsche, egli molto spesso non pensa all’individuo umano come referente di una prospettiva, ma chiama in causa soggetti di ‘estensione’ diversa, quali la specie e la società (soggetti super-individuali), o i centri di forza (soggetti infra-individuali); in secondo luogo, quale che sia il soggetto del prospettivismo, esso rimanda sempre a una realtà plurale come propria base, una realtà dinamica e caratterizzata dalla relazione reciproca tra le sue parti, che corrisponde al modello naturale che Nietzsche ha in mente sin dal 1881.

Il prospettivismo, pertanto, si fonda su di un modello relazionale che non privilegia alcun soggetto in linea di principio, e all’interno del quale la validità di una particolare posizione emerge a partire dal rapporto con tutte le altre, senza per questo poter mai assumere un valore stabile e definitivo.

Come si è appena anticipato, nei luoghi in cui Nietzsche fa riferimento alla visione prospettica, egli chiama in causa soggetti diversi e più o meno ampi. Il caso più generale è quello della specie animale: in molti passaggi Nietzsche pensa a un soggetto collettivo su base biologica, osservando che, nel corso della propria storia evolutiva, ogni specie ha sviluppato una particolare struttura psicofisiologica funzionale all’adattamento all’ambiente. Per quanto ciascun membro della specie possegga un punto di vista particolare sul mondo (rappresentato molto semplicemente dalla propria posizione spaziale sempre diversa da quella degli altri esseri a lui simili), egli resta comunque all’interno di una prospettiva generale d’interpretazione della realtà mediata dai medesimi meccanismi percettivi. Questa considerazione rappresenta di fatto il fondamento della concezione gnoseologica di Nietzsche, e si trova ad esempio in FW 110, come pure in alcuni quaderni redatti alcuni anni più tardi (cfr. ad es. NF 1885, 43[1] e 5[36], e 1886, 7[2]). Una nota del 1883, in particolare, recita: «Non sono le nostre prospettive quelle in cui vediamo le cose, ma quelle di un essere della nostra specie, ma più grande».

In linea con le riflessioni relative alla specie come soggetto collettivo super-individuale sono quelle che Nietzsche espone con riferimento alla società umana. Anch’essa è difatti il referente di una prospettiva condivisa, ma in questo caso il discorso passa dal piano gnoseologico a quello morale, chiamando in causa la determinazione di valori comuni. In una nota del 1886 Nietzsche parla ad esempio di «interpretazioni e valori umani» che vengono intesi come «valori universali e forse costitutivi» principalmente per effetto della religione, mentre in un quaderno precedente si legge che «l’azione buona e quella cattiva» si può giudicare «solo nella prospettiva delle tendenze di conservazione di certe specie di comunità umane». Il luogo più significativo in cui Nietzsche fa riferimento a una collettività sociale quale soggetto del prospettivismo è però FW 354, uno dei pochi passi delle opere in cui il termine ‘prospettivismo’ compare esplicitamente (Nietzsche dichiara anzi di riferirsi al vero prospettivismo). In questo brano il discorso ruota attorno alla necessità della comunicazione ai fini della formazione di un gruppo sociale, osservando in particolare come la coscienza umana si costituisca in conformità con il modo di sentire proprio della dimensione gregaria. Nietzsche si riferisce qui criticamente al ‘gregge’ come soggetto di una prospettiva generalizzata e volgarizzata, in cui il valore individuale di ciascun sentire e volere viene a perdersi, in ragione di una superiore ‘utilità comunitaria’.

Specie e società sono due soggetti di tipo collettivo che Nietzsche chiama in causa in relazione al tema del prospettivismo, e all’interno dei quali la dimensione dell’individualità umana viene evidentemente a perdersi. Essa però gioca un ruolo rilevante quale ulteriore possibile soggetto del prospettivismo, nel momento in cui si guardi all’uomo come referente di un punto di vista individuale anche dai suoi interessi e bisogni. Questa idea, più delle altre, espone al rischio di una morale individualistica, dal momento che si tratta di rendere conto della relazione tra una molteplicità di prospettive in principio egualmente valide, ciascuna delle quali farebbe riferimento a un soggetto la cui tendenza fondamentale, per Nietzsche, sarebbe quella di affermare la propria concezione del mondo (il proprio ‘gusto’) sulle altre.

Per quanto non sia possibile negare che Nietzsche tenga conto del fatto che all’interno di un gruppo – sociale o biologico che esso sia – esistano singolarità cui deve essere riferita una prospettiva differente rispetto a quella degli altri soggetti simili, l’idea che egli intenda circoscrivere la visione prospettica alla sola individualità deve tenere in considerazione la critica che Nietzsche opera del
soggetto umano, e quindi il fatto che egli pensi a esso nei termini di una molteplicità, di una collettività. Nel parlare dell’uomo ci si trova quindi in un caso simile a quello della specie e della società, sotto alle quali vi è un piano di relazione tra individualità che però vengono trascurate a vantaggio di una prospettiva unitaria. In JGB la critica alla concezione sostanzialistica del soggetto viene espressa proprio nei termini di «strutture sociali», prima di tutto nel caso della nozione di anima, entro cui si raccolgono istinti e affetti (JGB 12), e in secondo luogo per quanto riguarda le unità corporee, costituite a loro volta dalle molte anime dalla cui dinamica promana l’azione che si dice individuale (JGB 19)33. Secondo Nietzsche, la nozione di Io è in effetti priva di un sostrato ontologico di riferimento, al di fuori dell’attività ad essa attribuita. Il soggetto, di conseguenza, è una pura costruzione mentale, che semplicemente deriva dalla nostra interpretazione di una certa azione.

Se si vuole sostenere che Nietzsche sia un individualista, quindi, non è dato farlo riferendosi a una concezione tradizionale del soggetto umano. Nel momento in cui parla di individui, Nietzsche pensa infatti a soggetti plurali, alla cui base si trova un intreccio di stimoli e pulsioni che agiscono a livello ‘inconscio’. L’Io stesso è per Nietzsche un’«illusione prospettivistica – l’unità apparente in cui, come in una linea d’orizzonte, tutto si racchiude»; esso non è che una pura nozione concettuale, con la quale si indica un complesso di affetti e passioni, ciascuno dei quali rappresenta il centro di una prospettiva specifica, di una relazione ermeneutica con tutto quello con cui può confrontarsi. Questa idea è espressa in modo particolare nel passo del 1886-87 (comunemente assunto come riferimento per una definizione del prospettivismo), in cui Nietzsche rifiuta l’idea positivistica di una soggettività cui riferire la descrizione del mondo in base al fatto che «il ‘soggetto’ non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l’immaginazione»; piuttosto, «sono i nostri bisogni, che interpretano il mondo: i nostri istinti e i loro pro e contro. Ogni istinto è una specie di sete di dominio, ciascuno ha la sua prospettiva, che esso vorrebbe imporre come norma a tutti gli altri istinti».

L’idea di un «soggetto singolo» è pertanto considerata da Nietzsche come «non necessaria», una volta che si assuma il punto di vista più dettagliato di una molteplicità di «soggetti» che agiscono al di sotto del piano cosciente (NF 1885, 40[42]). Purtuttavia, essa gode di una certa utilità e, così come le altre nozioni sostanziali comunemente utilizzate, ha dimostrato la propria validità in un senso meramente pragmatico. Sul piano pratico, quindi, non ha senso volersi privare del riferimento a un soggetto individuale, ed è lecito, a questo livello, parlare di un punto di vista prospettico diverso per ogni uomo. Con questo, però, non si vuol dire che sia giusto fermarsi a esso come al punto di origine dell’interpretazione del mondo e farne pertanto il riferimento privilegiato di un’indagine ermeneutica. L’uomo si trova piuttosto nello spazio intermedio tra l’ambito di condivisione di una particolare modalità interpretativa (biologica e/o sociale) che lo comprende, e quello delle singolarità spirituali che è lui a comprendere e che lo costituiscono.

La riflessione nietzscheana sull’Io porta quindi di fronte a un ulteriore soggetto del prospettivismo, a quella dimensione fondamentale dell’essere che si ritrova alla base tanto del punto di vista personale, quanto di quello sociale o della specie. Spingendo il relativismo alle sue estreme conseguenze, Nietzsche pensa alla possibilità che il piano dell’interpretazione coincida con quello
dell’essere, ossia con il livello della pura relazione tra le diverse prospettive, che proprio (e solo) a partire dal loro reciproco relazionarsi trovano definizione. L’ultimo tipo di soggetto che Nietzsche chiama in causa nei suoi quaderni è infatti il singolo centro di forza coinvolto nella dinamica naturale, come si legge ad esempio in due appunti del 1888. Nella prima di queste note Nietzsche osserva che il mondo apparente è «un mondo considerato secondo valori, […] secondo il punto di vista dell’utilità per la conservazione e il potenziamento di una determinata specie animale. Il carattere dell’‘apparenza’ è dato dunque dall’elemento prospettico!». E continua:

Come se restasse ancora un mondo, una volta toltone l’elemento prospettico! Con quest’ultimo si sarebbe infatti tolta la relatività […]. Ogni centro di forza ha per tutto il resto la sua prospettiva, cioè la sua affatto determinata scala di valori, il suo tipo di azione, il suo tipo di resistenza. Il ‘mondo dell’apparenza’ si riduce pertanto a un modo specifico di agire sul mondo, che muove da un centro. Ma non c’è nessun’altra azione, e il ‘mondo’ è solo una parola per il gioco complessivo di queste azioni. La realtà consiste esattamente in questa azione e reazione particolare di ogni individuo verso il tutto.

La seconda nota è invece concentrata sulla descrizione scientifica del mondo e in particolare sul concetto di atomo adottato dai fisici. Esso, scrive Nietzsche, «è ricavato dalla logica del prospettivismo della coscienza ed è pertanto esso stesso una finzione soggettiva». Quello di cui i fisici non si rendono conto, e che per questo trascurano nella loro descrizione, è però «il necessario prospettivismo, in virtù del quale ogni centro di forza – e non solo l’uomo – costruisce tutto il resto del mondo a partire da se stesso, cioè lo misura, lo modella, lo forma secondo la sua forza» (corsivo nostro).

Nelle riflessioni del tardo Nietzsche i referenti del processo ermeneutico si moltiplicano quindi indefinitamente, oltrepassando esplicitamente la sfera dell’umano. La cosa però non deve disorientare, quanto piuttosto far capire che alla base del processo cuiNietzsche fa riferimento ogni qualvolta parla di un vedere prospettico vi è una dinamica di tipo relazionale. Le varie forme di interpretazione del mondo, da quelle puramente teoretiche a quelle che coinvolgono valutazioni morali, non sono che manifestazioni di questa stessa dinamica, sulla quale si regge l’articolazione interna delle strutture più complesse. Alla base di tutto vi è un semplice rapporto di azione e reazione necessario e ateleologico, ma soprattutto costitutivamente instabile, e i ‘giudizi di valore’ vanno definiti a partire da questo tipo di relazione in cui un quanto di forza acquista ‘potenza’ solamente a partire dallo scambio di energia con gli altri. Una relazione da cui si origina un rapporto di predominio destinato a mutare con il rispettivo esaurirsi e accumularsi dell’energia scaricata, e quindi un’alternanza che rende impossibile l’individuazione di un qualsiasi punto di riferimento.

Questa dinamica sottesa al prospettivismo nietzscheano elimina pertanto il rischio che esso porti a una forma di individualismo autarchico. L’idea che siano possibili molteplici interpretazioni si regge infatti su di un meccanismo in cui è la relazione a essere costitutiva. Detto altrimenti: non è possibile definire i centri di forza prescindendo dal loro rapporto con gli altri, dal loro modo di reagire agli ostacoli che trovano nello scatenare la loro energia.

L’IO E L’ALTRO: L’UNICO E L’UNIONE DEGLI EGOISTI

Il dibattito di Stirner sulla modernità e sulla proprietà suggeriscono che gli esseri umani hanno una capacità intrinseca di resistere a forme di dominio sia dirette che indirette, oppure suggeriscono che c’è qualche aspetto degli esseri umani che non può essere arrestato dalle istituzioni sociali e dalle ideologie che cercano di ridurre le persone a parti di costrutti collettivisti. Anche se non affronta il concetto in modo sistematico, Stirner si riferisce al “non-uomo” o al “non-umano” in più di una dozzina di posizioni espresse in “L’Unico e la sua Proprietà”.

Il non-uomo o non umano sembra avere almeno tre significati nell’egoismo di Stirner. In primo luogo, egli usa il termine come un modo per descrivere quali ideologie moderniste, in particolare il cristianesimo e l’umanesimo, scelgono di scartare questo. Nella propria ricerca dell’essenze, il pensiero modernista emette giudizi su ciò che è essenziale e ciò che non lo è, ciò che conta per il collettivo e ciò che non lo è. In alcuni riferimenti in “L’Unico e la Sua Proprietà”, il non umano è il residuo, ciò che si è fermato. Secondo, il non umano si riferisce a pensieri, comportamenti e caratteristiche delle persone che il pensiero modernista sceglie di deridere o svalutare; è oggetto di “critica” da parte di liberali, socialisti e umanisti.

Stirner si riferisce a l’egoismo, l’alterità, l’isolamento, la vita privata e la ribellione come qualità particolarmente importanti che sono derise dal modernismo. Identifica “l’egoista” e il “diavolo” come etichette che le ideologie moderniste usano spesso per differenziare il “non umano” dall’essere “umano” apprezzato dal modernismo. In questo senso, Stimer riconosce che “umano” o umanità sono anche un simbolo che ha funzioni di controllo sociale. Identifica non solo ciò che è sacro per l’umanità e la società, ma anche ciò che è deviante o profano. Per il modernista, il non umano è un termine di derisione inteso a denigrare o screditare quei pensieri e quei comportamenti che mettono alla prova o minano il collettivo, il moderno, il razionale.

Il terzo scopo di Stirner del “non umano” è probabilmente il più significativo.

È la base della sua negazione o del rifiuto dell’umanità e della società. Usa chiaramente il termine per riferirsi alla devianza cosciente, alla profanità e alla dimensione ribelle degli individui.

E se il non umano, voltando le spalle a se stesso con cuore risoluto, dovesse allo stesso tempo allontanarsi dal critico inquietante e lasciarlo in piedi, intatto e non provocato dalla sua rimostranza? . . . Ero spregevole perché cercavo il mio “io migliore” al di fuori di me; Ero il non umano perché ho sognato l’umano. . . . Ma ora smetto di apparire a me stesso come un non umano, smetto di misurarmi e di lasciarmi misurare dall’uomo, smetto di riconoscere qualcosa sopra di me.

L’unicità di Stirner accoglie l’etichetta “egoista”, ma non accetta più la critica, l’avversione e la deroga implicita dai critici religiosi, liberali, socialisti e umanisti. Dalla nozione di non-uomo o non-umano, Stirner inizia a sviluppare il suo concetto di unicità … colui che non solo abbraccia l’egoismo come descrittivo del suo rifiuto dei costrutti collettivisti della modernità, ma respinge anche il calcolo o il confronto di sé con l’umano, l’umano e l’altruista.

L’egoismo a cui giunge non è solo una risposta negativa al cristianesimo, il liberalismo, il socialismo e l’umanesimo, ma è una ricostruzione della ribellione fondata sull’unicità dell’individuo. L’egoismo di Stirner rifiuta l’idea che qualsiasi aspetto della persona possa essere scartato come “non-uomo” o “non umano” basato su misurazioni, norme o confronti astratti delle persone.

Le reificazioni della religione, della scienza e della filosofie moderniste si rivelano poco più che spettri o fantasmi che non hanno alcun referente “fuori dalla testa” del pensatore modernista.

Quindi, il non umano è l’espressione iniziale o incipiente dell’unico. È la dialettica di Stirner della ricostruzione dell’ego o del sé. Il pensiero modernista non riesce a ghermire la totalità della persona. L’umano non umano si trasforma nell’unico attraverso l’affermazione che la persona è unica e, quindi, senza alcuna norma valida o misura comparativa.

Le scienze di base e curative della modernità, ovviamente, cercano di comprendere non l’individuo unico ma le rappresentazioni normalizzate della gente. I metodi delle scienze di base e curative si basano sulla ricerca dell’omogeneità, non sulla diversità, non sull’individualità. Gli eventi o gli individui che esistono o si comportano al di fuori delle deviazioni norma specificate sul diagramma di probabilità sono un anatema per i canoni della filosofia e della scienza modernista. Le deviazioni, i valori anomali o i residui che si adattano perfettamente ai paradigmi o ai modelli statistici modernisti devono essere mistificati come irrazionali o inspiegabili.

Oppure, vengono ignorati perché cadono al di fuori dei limiti dell’esperienza accettabili sul diagramma di probabilità, Quindi, il fenomeno che Sigmund Freud ha tentato di classificare nel “Jd” e George Herbert Mead ha tentato di categorizzare nell’Io viene respinto come aggressivo e residuo irrazionale poiché rivelano le fasi di comportamenti individuali che non possono essere catturati o vincolati da modelli scientifici o élite istituzionali.

Per Stirner, tuttavia, il non umano non implica aggressività o irrazionalità; implica solo ciò che viene scartato o marginalizzato dall’umanesimo e dalle forme di pensiero modernista. La proprietà non implica aggressività o irrazionalità; implica solo che le persone stabiliscano dei limiti contro le ideologie e i sistemi sociali che cercano di estirpare la differenziazione tra il Mio e il tuo, io e Tu, Io e gli altri.

Né l’unico implica aggressività, irrazionalità o superiorità.

Stirner include una breve sezione intitolata “L’Unico” alla fine di “L’Unico e la Sua Proprietà”, ma ci sono sezioni aggiuntive del libro che articolano questo concetto critico. Il dibattito di Stirner sull’unico può essere riassunto in tre punti. Primo, l’unico si basa sull’idea che la persona ha un’esistenza autonoma, oggettiva, una vita e un sé che non sono né idealizzati né alienati. La vita e il sé di un individuo non sono solo idee create da qualsiasi tipo di essere esterno e supremo. Inoltre, la persona ha una vita e un sé che appartengono a lui e nessun altro. Certamente, una vita e un sé sono forme di proprietà che la persona può scegliere di alienare, ma non quella dell’unico. L’unico è un essere oggettivo, ma ha anche una coscienza e volontà che asserisce la proprietà sulla sua vita e su se stesso. L’unico ha una realtà in sé e per se stessa. Come dice Stirner, “Io sono [me stesso] non solo di fatto o di essere, ma anche per la mia coscienza, l’unico.”

Secondo, l’Unico non è un obiettivo e non ha né vocazione né destino.

Per l’Unico, la vita non richiede che la persona decida come essere acquisita, il suo significato e il sé. Richiede solo come usarla, consumarla, dissiparla o dissolverla. Vivere è un’azione continua di consumo di tempo, energia, corpo e proprietà usabile per una persona. La sfida che la persona deve affrontare non è trovare, scoprire o ricevere un destino inventato da altri, ma decidere come vivere “se stessi fuori”.

Coloro che sono affamati della vera vita non hanno alcun potere sulla loro vita presente, ma devono applicarla allo scopo di ottenere così quella vera vita, e devono sacrificarla interamente per questa aspirazione e questo compito. . . . In questa visione la vita esiste solo per ottenere la vita, e si vive solo per rendere viva l’essenza dell’uomo in se stessi, si vive per il gusto della sua essenza. Un individuo ha la sua vita solo per cercare attraverso di essa la vera vita purificata da ogni egoismo. Quindi si ha paura di farne un uso di piacere: ma deve servire solo per un “giusto uso”.

Stirner afferma che c’è una differenza tra il desiderio e la ricerca di vita, significato e sé, e il possesso di vita, significato e sé. Una cosa è rincorrere un ideale o un dettame come un destino e un’altra è usare, consumare o dissolvere la propria vita ogni giorno. Nel primo caso, la persona ha un obiettivo, una vocazione e un destino coltivato e imposto da un altro potente destinato a soddisfare un’essenza idealizzata.

Nell’altro caso, la persona non è un obiettivo, ma un punto di partenza che vive, gode, consuma, dissolve e spreca la propria vita e proprietà. L’unico non ha né vocazione né destino. L’unico scopo è assegnato a se stessi per vivere la propria vita, o per sviluppare sé stessi, non per una “essenza superiore”. ” Le persone hanno sempre supposto che dovevano affibbiarmi un destino che giace fuori di me stesso, così che alla fine mi hanno chiesto di reclamare all’umano perché sono un uomo. ” Tuttavia,

Sono Unico. Quindi anche i miei desideri sono Unici e le mie azioni; in breve, tutto di me è Unico. Ed è solo come questo Io Unico che afferro tutto per conto mio, mentre mi muovo, agisco e sviluppo me stesso, solo in questo modo. Non sviluppo gli uomini, né come uomo, ma, come Io, Mi sviluppo.

DIRE OMEN: “PROFEZIA PRESAGITA”

Porta della carne, anima tesa, filosofica.

Oltre il mondo chiuso, affondato.
Futile dolore si fonde con questo spirito.

E mentre il vento si proietta attraverso le miglia della notte, passando attraverso le foglie.
Le montagne come: così, l’anima cade attraverso la carne e le ossa.

Sforzando ogni sinapsi: dolore spezzato dal torpore della rovina.

Battito cardiaco asfissiato, laringe inerte.
Cedendo all’eclissi finale della vita.

Profezia della carcassa …

Come promesso, i morti seppelliscono i morti.
I morti si esaminano.
Ossario, l’anima è guidata.
Negli indovinelli lasciati lì, scava.

La caverna riecheggia con elogi vuoti.
La verità ha gli spasmi, poiché viene annientata.

Non c’è redenzione, non c’è esenzione, non c’è più visione.
Anti rivelazione.

TRASVALUTAZIONE

Il nichilismo è un pensiero essenziale di Nietzsche, che insieme alla volontà di potenza, l’eterno ritorno dello stesso e l’oltreuomo, costituiscono tutti nella loro unità la posizione filosofica fondamentale di Nietzsche.

La parola di Nietzsche è “volontà di potenza”, come pensatore che ci dice nella sua riflessione che cos’è la realtà, la realtà come un tutto o l’entità in totale; il che significa che l’entità nella sua essenza e in tutto l’essere è la volontà di potenza. Come è l’ente in totale, cioè, la sua esistenza è detta dall’eterno ritorno dello stesso. L’uomo che è invocato dalla volontà di potere è l’oltreuomo. La storia della verità dell’entità presentata all’uomo moderno è il nichilismo.

Quando Nietzsche appronta il discorso sul nichilismo, ci dice che sta per raccontare una storia molto lunga, “la storia dei prossimi due secoli”. Questa storia è la nostra storia. Tuttavia, la storia che Nietzsche promette di divulgare non è la descrizione e la spiegazione dei vari eventi che stanno per accadere in quello spazio di tempo; Descriverà un singolo evento, quale? La risposta di Nietzsche: “Descrivo ciò che sta arrivando, ciò che non può arrivare in altro modo: l’avvento del nichilismo”.

Nietzsche parla qui del nichilismo come un evento futuro; Tuttavia, il nichilismo non è solo il futuro, ma anche il passato, come vedremo in seguito. Inoltre, Nietzsche considera l’avvento del nichilismo come una necessità e un destino. E se in quel momento vedesse che il nichilismo era davanti alla porta della casa dell’uomo occidentale; dobbiamo riconoscere che “questo, è il più inquietante di tutti gli ospiti (Ibidem)”, “è inutile indicargli la porta, poiché già dappertutto, da molto tempo viaggia, invisibilmente, la casa”.

La cultura europea (intesa non solo come l’insieme della creazione spirituale dell’uomo europeo, ma come i pensieri che determinano la storia dell’Occidente, nel senso della frase dello Zarathustra: “le parole più silenziose sono quelle che portano la tempesta. I pensieri che camminano con i piedi di colomba dirigono il mondo “(Z, l’ora più silenziosa”)) sono paragonati a un torrente nel suo movimento inarrestabile diretto al nichilismo che si avvicina nell’immediato futuro.

Di fronte e da questa dottrina il pensatore che annuncia questo futuro, Nietzsche stesso, ritirandosi nella sua abissale solitudine, lasciato fuori e in ritardo rispetto alla vita quotidiana del suo presente storico, può attraverso il suo pensiero vivere e sperimentare il futuro e precorrere il futuro e, quindi, “come uno spirito di uccello spettrale che guarda indietro quando dice ciò che verrà; come il primo nichilista perfetto dell’Europa, che, tuttavia, ha già vissuto dentro di sé il nichilismo stesso fino alla sua fine, che lo ha nascosto dietro se stesso, al di fuori di se stesso “.

Riferendosi al titolo del suo lavoro fondamentale preannunciato come “La volontà di potenza. Tentativo di una trasvalutazione di tutti i valori “, ci dice Nietzsche” con questa formula si esprime un contro-movimento rispetto al principio e al lavoro; un movimento, che in qualche futuro cambierà questo nichilismo perfetto “.

Qui abbiamo due movimenti opposti: un movimento che è ancora futuro, anche se il suo arrivo è imminente, che è stato chiamato “l’avvento del nichilismo”, che ora è concepito come “nichilismo perfetto”. D’altra parte, il contro-movimento concepito come “la trasvalutazione di tutti i valori”, che proviene da un futuro più distante e incerto, perché può arrivare solo quando il nichilismo è tra noi e ha raggiunto la sua perfezione e il cui compito sarà quello di sostituire il primo.

A questo punto dobbiamo porci alcune domande:

1) Che cosa intende Nietzsche per nichilismo quando parla di “avvento del nichilismo” e “nichilismo perfetto”?

2) “Perché è necessario l’avvento del nichilismo?” (La domanda è di Nietzsche);

3) Come viene inteso il contro-movimento, cioè “la trasvalutazione di tutti i valori”?

La risposta alla prima domanda si trova quando Nietzsche chiede semplicemente: “Che cosa significa nichilismo?” E risponde: “Che i valori supremi sono svalorizzati”. Di conseguenza, il nichilismo è il processo di svalorizzazione dei valori supremi. Il nichilismo così inteso è lo stato terminale dei valori supremi, il momento della crisi, l’espirazione e la caduta di quei valori.

Tuttavia, se questo è lo stato finale di quei valori, possiamo chiedere qual è il loro stato precedente o i loro stati precedenti; in che modo si raggiunge questo fine o, in altre parole, si pone la seconda domanda: perché l’arrivo del nichilismo è necessario come svalorizzazione dei valori supremi? Risposta: “Perché, gli stessi valori che sono stati finora i nostri valori ne tolgono l’ultima conseguenza; perché il nichilismo è la logica pensata all’estremo dei nostri grandi valori e ideali. “

L’ultima conseguenza in cui i nostri valori derivano dal nichilismo è una conseguenza nichilista; riguarda la svalorizzazione di questi valori supremi, è ciò che teologicamente esso esprime nella formula “Dio è morto”. Il nichilismo è la logica dei valori e degli ideali supremi e della storia. La conseguenza nichilista deriva da premesse ugualmente nichiliste. Queste premesse sono ciò che Nietzsche concepisce come “platonismo”.

Il nichilismo non è solo la svalorizzazione dei valori supremi, ma anche la sua costituzione, è il nichilismo. La svalorizzazione è la conseguenza di una valutazione che stabilisce i valori supremi come incondizionati. Il nichilismo è la logica della storia del pensiero occidentale nella sua totalità nella misura in cui questa valutazione fonda questo pensiero e lo determina fino al proprio momento finale. Ora, il carattere nichilista di tutta questa storia rimane in evidenza solo alla fine quando diventa consapevole della svalorizzazione stessa con il nichilismo perfetto. Pertanto “dobbiamo prima vivere il nichilismo per scoprire il segreto di ciò che era nello sfondo, il valore di questi” valori “”.

Per Nietzsche tutta la filosofia occidentale può essere concepita come platonismo. “Platonismo” qui significa la struttura di due mondi inaugurata da Platone e che, attraverso il cristianesimo, sarebbe stata decisiva per l’intera storia del pensiero occidentale. Quindi, quest’ultimo, potrebbe essere definito collettivamente come “concezione platonico-cristiana”.

Il platonismo, così inteso, consiste nella dottrina che produce una breccia tra un vero mondo del reale, che è sopra l’uomo e che contiene gli scopi e i fini che dovrebbero guidare l’esistenza umana; e il mondo del divenire che è svalutato come il mondo dell’apparenza e dell’errore. In altre parole, il mondo che è oltre il mondo del divenire è il “mondo sovrasensibile”; il mondo di questo lato, il mondo sensibile, caratterizzato dal cristianesimo come “questa valle di lacrime”, contrapposto a “oltre” dove è possibile “l’eterna buona fortuna”.

L’interpretazione nietzscheana del pensiero occidentale è un’interpretazione morale, perché l’ambito del sovrasensibile in cui gli scopi e i fini dell’esistenza umana costituiscono il significato per essa e dovrebbero guidarla e dirigerla. Inoltre, l’uomo che è governato da questi obiettivi e fini, che valgono per lui come doveri, è il virtuoso, l ‘”uomo buono”, l’uomo morale.

D’altra parte, Nietzsche interpreta il significato, le mete e i fini stabiliti e disposti dalla filosofia occidentale come valori. Sarebbero i valori supremi sospesi sull’esistenza umana.

Abbiamo visto che Nietzsche concepisce l’avvento del nichilismo come il processo della svalorizzazione dei valori supremi e di questo nichilismo che chiama “nichilismo perfetto”. Tuttavia, nell’aforisma 12 della Volontà di Potenza, che è inevitabile per comprendere il nichilismo nel senso indicato, parla anche di “nichilismo come stato psicologico”. In un caso il termine “nichilismo” si applica a qualcosa che accade o a ciò che accade con i valori supremi e nel secondo caso si applica lo stesso termine per designare qualcosa che succede o avviene a noi uomini. Come comprendere questa contraddizione? In realtà la contraddizione è solo apparente, perché il nichilismo è una storia di ciò che ci accade con i valori supremi, così come ciò che accade a loro con noi. I valori supremi sono svalorizzati come risultato dell’esperienza che abbiamo con essi.

Così, nell’ultimo paragrafo della prima parte di questo aforisma, in cui le conclusioni sono tratte da ciò che è accaduto con le tre forme di nichilismo qui descritte, si afferma che “la sensazione di mancanza di valore (Wertlosigkeit) è stata ottenuta quando ( … ..) “, l’espressione” mancanza o assenza di valore “, insieme ai termini equivalenti” mancanza o assenza di scopo e significato “(die Zweck / und Sinnlosigkeit) caratterizzano il nichilismo; ma quello che vogliamo fare notare in questo momento è che “nichilismo come stato psicologico” dobbiamo comprenderlo come questo “sentimento di mancanza di valore”.

Tuttavia, lo “stato psicologico” e il “sentimento” non sono questioni di psicologia, di scienza psicologica, siano essi la psicologia del tempo di Nietzsche o della psicologia nel suo attuale sviluppo. Di fronte a quanto sopra descritto, Nietzsche comprende, piuttosto, la psicologia come questione filosofica. Così concepisce la psicologia come “morfologia e come teoria dell’evoluzione della volontà di potenza”, e come la volontà di potenza sia la determinazione essenziale di tutta la realtà; La psicologia è, quindi, la scienza fondamentale; non è, quindi, una scienza particolare tra le altre, ma la stessa filosofia come intesa da Nietzsche e come pensa che dovrebbe essere costituita nel futuro. Per questo motivo, afferma che “da ora in poi, la psicologia è la strada che porta a problemi fondamentali”.

Nietzsche distingue tre forme di avvento del nichilismo, quando viene realizzato come uno “stato psicologico”.

Le condizioni per cui la prima forma si realizza è: che si assuma un significato, che questo significato sia cercato e che infine non venga trovato. Dove si cerca questo significato? “In tutto ciò che accade”, ci dice Nietzsche, ma parla anche di “diventare” e “elaborare”; anche inteso come l’evento storico dell’uomo nel mezzo della totalità dell’entità o dei suoi rapporti con la natura e la storia.

Questa ricerca deve essere stata ed è ancora, in un certo senso, una ricerca ripetuta, come ugualmente ribadito deve essere il suo conseguente fallimento, così che alla fine chi cerca ne rimane scoraggiato. L’abbattimento è già il nichilismo come stato psicologico. Tuttavia, questo abbattimento non è qualcosa di temporaneo, ma qualcosa di definitivo. Vediamo perché.

L’avvilimento è un sentimento che deriva da una coscienza che viene raggiunta dopo aver compreso che la ricerca di un significato è “invano”, perché è sempre seguita dal fallimento. ; la lunga ricerca frustrata si risolve solo in “un lungo spreco di forza”. Mentre lo scoraggiamento conduce all’insicurezza permanente e all’inquietudine, il peggio è ancora “la vergogna davanti a se stessi come se fossimo stati ingannati per troppo tempo …”.

L’inganno è consistito in qualcuno o abbiamo creduto che le nostre forze fossero sufficienti per trovare o collaborare nell’ottenere un significato nel futuro, ma questo era un inganno dal momento che il significato o i sensi cercati erano incondizionati e in quanto comprendiamo che sono irrealizzabili e che sono sempre stati al di fuori della portata delle nostre forze.

Nietzsche ci informa che il significato cercato potrebbe essere stato: a / – il trionfo del bene sul male e la ricompensa che incarna il primo e la punizione che rappresenta il secondo (“l’adempimento” di un alto canone morale in tutto l’accadere “, o in altre parole:” l’ordine morale del mondo “); b / – il primato dell’amore e della solidarietà tra gli uomini, o la pace perpetua tra le nazioni (“L’aumento dell’amore e dell’armonia tra gli esseri”); c / – “l’approccio a uno stato universale di felicità”, che l’utilitarismo ha espresso come “la più grande felicità per il maggior numero possibile di esseri” e infine, d / – “porsi verso uno stato di niente universale “, Nietzsche aggiunge che” un obiettivo è sempre un significato “.

Che il nulla possa rappresentare un obiettivo per la volontà può essere sconcertante. Tuttavia, ricordiamo che Nietzsche inizia e finisce il Terzo Trattato della Genealogia della morale riferendosi all’horror vacui della volontà umana, che “preferisce non desiderare nulla da non volere”. La volontà ha orrore del vuoto e il vuoto per esso è l’assenza di un obiettivo, poiché l’obiettivo è ciò che dà una direzione e un obiettivo alla sua volontà. Il nulla è un obiettivo che conserva la possibilità essenziale della volontà nella sua volontà.

Abbiamo visto che Nietzsche ritiene che l’obiettivo sia uguale al senso e ora dobbiamo tenere a mente che il significato viene percepito anche come un fine. Per questo motivo Nietzsche può concludere rispetto a questa prima forma di nichilismo che la sua causa è “la delusione per una presunta fine del divenire”. Il nostro inganno consisteva nella convinzione che “qualcosa deve essere raggiunto attraverso il processo stesso” e che ciò che è stato raggiunto, l’obiettivo, il significato o la fine sarebbe stato raggiunto perché noi, gli uomini situati al centro del futuro, collaboriamo al successo del processo. La delusione ci fa capire che “con il futuro non si ottiene nulla, non si raggiunge nulla” e che l’uomo non può continuare ad essere considerato l’aiutante o il punto centrale del divenire come è stato fino ad ora.

INTERSOGGETTIVITÀ:RIDUZIONE PRIMORDIALE -EMPATIA- MONADOLOGIA

SOLIPSISMO Q

 

 

 

 

 

 

 

Il nodo centrale della questione del solipsismo trascendentale è da ricondurre alla tensione che si instaura, dunque, all’interno della fattualità dell’«io sono»: 

il mondo è dato sia a me che a noi, la struttura intersoggettiva del mondo dell’esperienza è un «fatto» come lo è l’«io sono»; tuttavia per Husserl il mio io, l’esperienza del mondo in quanto mia, costituisce il punto di partenza necessario e inaggirabile di ogni interrogazione sul senso del mondo e quindi non può che rivendicare un certo «primato» dal punto di vista del metodo.

Che infatti il mondo sia dato «a noi», è dato in primo luogo «a me», e ciò nel contesto della riduzione fenomenologica vuol dire: alla mia soggettività trascendentale; se il mondo, in quanto intersoggettivo, non fosse dato a me, cioè nel campo fenomenologico dei miei vissuti, non potrei averne alcuna esperienza.

Come abbiamo visto, nelle sue discussioni generali sul problema del metodo, Husserl ha spesso sostenuto la tesi che l’autoriflessione del filosofo cominciante debba svolgersi all’interno di un atteggiamento solipsistico; il fenomenologo deve «cominciare» come solus ipse, anche se gli altri soggetti, come soggetti di un mondo comune, sono un «dato di fatto» innegabile. 

Occorre ora fare maggiore chiarezza sulle reali ragioni che hanno portato Husserl a questa convinzione, secondo la quale il «solipsismo trascendentale» non è solo «apparenza» da dissipare, ma momento metodologico interno, da comprendere nella sua legittimità e nei suoi limiti; l’«apparenza», per quel che si è potuto rilevare fin qui, non riguarda il «solipsismo trascendentale» come tale, ma il fraintendimento del ruolo e della funzione che esso ricopre nella fenomenologia. In particolare, «dalle equivocazioni (Missdeutungen) del senso e dell’operazione della riduzione fenomenologica sorge […] l’opinione che una fenomenologia pura sia possibile solo come egologia trascendentale» (Hu VIII, 181).

La necessità, per il fenomenologo, di cominciare come «solus ipse» il cammino metodico che lo condurrà, gradualmente, alla piena e concreta dimensione della filosofia trascendentale, sta innanzitutto nell’ottica «critica» e «giustificativa» che questa filosofia porta con sé, come suo tratto essenziale. Non solo in Kant, ma anche in Husserl, il «trascendentale» concerne la domanda sulle condizioni di possibilità dell’esperienza, in quanto esse sono, al tempo stesso e in maniera necessaria, condizioni di possibilità degli oggetti dell’esperienza;nel linguaggio husserliano, che ovviamente comporta anche una trasformazione concettuale profonda, ogni oggetto o «essere» dotato di un qualche significato apprezzabile è, gnoseologicamente, una «trascendenza», il cui senso deve essere interrogato muovendo dai vissuti di una coscienza pura, «trascendentale», in quanto dimensione fondativa ultima dell’esperienza possibile (MC, 28). 

Nell’ottica trascendentale, la «trascendenza» (in particolare la trascendenza del «mondo», che l’epoché aveva posto «tra parentesi») non certo scompare, ma diventa il titolo di un problema di fondazione, e dunque cessa di essere una trascendenza «ingenua», di cui si ignorano le fonti di validità, le strutture implicate, come avviene nell’atteggiamento naturale. 

Per quanto riguarda l’intersoggettività, che almeno provvisoriamente va considerata un problema parziale all’interno dell’atteggiamento fenomenologico-trascendentale, ciò significa che la trascendenza dell’alter ego deve essere «posta tra parentesi», restare «sospesa» (nella sua validità), come ogni altra «trascendenza» che ci è dato di incontrare nel campo dell’esperienza; è la stessa esigenza di una critica universale dell’esperienza possibile che vieta al fenomenologo «cominciante» di fare uso, surrettiziamente, di qualsiasi «tesi» naturale, per quanto ovvia possa apparire (ed, anzi, proprio perché tale appare). 

È in questo quadro di considerazioni che Husserl situa l’istanza solipsistica, nel suo schietto significato trascendentale: «Una critica universale delle esperienze in generale, che mi compete come filosofo cominciante, o potrebbe sempre competermi, può essere solipsistica nell’unico senso corretto, per cui essa è possibile solo come una critica delle mie esperienze, che riconosce gli altri soggetti e le loro esperienze solo in quanto esperiti delle mie esperienze (nur als erfahrene meiner Erfahrungen kennt) e, stando essi criticamente in questione, non li presuppone come essenti (als kritisch in Frage stehend, nicht als seiend voraussetzt)» (Hu VIII, 66).

In prima battuta, quindi, il «solipsismo trascendentale» discende direttamente dalle premesse della teoria husserliana della costituzione, e non è altro che una specificazione del metodo della riduzione fenomenologica, applicato a quel problema «particolare» (così esso può essere considerato, inizialmente) rappresentato dalla mia esperienza di altri uomini, dall’intersoggettività. Quest’ultima, comunque intesa, non può essere semplicemente «presupposta» in quanto fattualità naturale, ma per avere rilevanza sul piano filosofico deve essere compiutamente «giustificata»; per Husserl, ciò significa che occorre mostrare come l’intersoggettività si «costituisce» nella mia coscienza trascendentale, in quali forme essa si articola concretamente, attraverso quali funzioni il suo «senso» può diventare una stabile acquisizione conoscitiva.

Sotto questo aspetto, l’accezione del «solipsismo» è piuttosto debole, e rischia sul serio di risultare fuorviante, poiché dire che il fenomenologo comincia come «solus ipse» equivale qui ad affermare, in sostanza, che dalla considerazione filosofica fondamentale deve essere bandito ogni ricorso alla Fremderfahrung quale «fatto» naturalmente accettato e, come tale, non bisognoso di giustificazione. «Solipsismo», si licet, è la sospensione della validità ingenua degli «altri soggetti», che precede l’analisi costitutiva e la rende possibile; se infatti l’alter ego fosse presupposto all’analisi fenomenologico-trascendentale volta a rivelarne il senso, si avrebbe chiaramente un circolo in luogo di un procedimento fondativo, e dunque, ancor prima di intraprendere l’analisi, va precisato con estremo rigore che il senso dell’«altro» (o degli «altri») dovrà essere esplicitato interamente all’interno della considerazione fenomenologica, cioè puramente in quanto «fenomeno». Ma allora, in quanto «fenomeno», ovvero come tema e problema della fenomenologia, l’altro è pienamente «incluso» nella sfera trascendentale e ad esserne propriamente «escluso» è solo il presupposto dell’alterità.

Se, tuttavia, la questione del solipsismo trascendentale si esaurisse in questi termini, non si comprenderebbe perché essa sia stata così spesso fonte di imbarazzo e di perplessità per lo stesso Husserl, che vi è ritornato continuamente lungo la sua riflessione. In realtà, le osservazioni precedenti trovano la loro più precisa collocazione all’interno di una stratificazione del concetto fenomenologico-trascendentale dell’esperienza, per cui uno «strato inferiore» costituirebbe il fondamento originario sul quale si innesta uno strato più complesso (quello «intersoggettivo»), secondo uno schema lineare. 

In vari passaggi della sua opera, Husserl esprime la convinzione che per affrontare fenomenologicamente il problema dell’intersoggettività non sia sufficiente compiere la riduzione o epoché, che appunto «riduce» gli altri uomini a puri «fenomeni», ma occorra radicalizzare lo stesso procedimento riduttivo, in modo da isolare uno strato della mia esperienza trascendentale in cui sia assente ogni riferimento, diretto o indiretto, ad altri possibili soggetti, diversi da me (Hu XV, 536). 

Solo muovendo da questa sfera ultra-ridotta, si potrà poi risalire al «fenomeno» dell’altro, ricostruendone totalmente la validità; il fenomenologo comincia come solus ipse, in quanto de-costruisce la grammatica dell’intersoggettività fin negli elementi più semplici, allo scopo di fissare il punto cruciale in cui si passa da un’esperienza privata (puramente «soggettiva») ad un’esperienza comune (realmente «intersoggettiva»), da un «mondo» che è soltanto mio ad un «mondo» che c’è per tutti e i cui oggetti sono disponibili a tutti. È questa pretesa, in ultima analisi, che ci restituisce il senso più radicale, e più problematico, del «solipsismo trascendentale» e che determina la scansione della filosofia fenomenologica in due gradi: quello «egologico» e quello «intersoggettivo». 

Se è vero che Husserl non ha sempre seguito questo tipo di percorso, e numerose sono le analisi dell’intersoggettività che muovono direttamente dal «fenomeno» dell’alter ego, senza attraversare l’insidiosa frontiera del solipsismo radicale, non va tuttavia dimenticato che all’«ipotesi solipsistica» egli ha dedicato fino agli ultimi anni un grande interesse, dandone continue variazioni teoriche, e alternando ambiguità irrisolte a precisazioni o ripensamenti anche importanti.

Il luogo «classico» in cui si affaccia, con maggiore consapevolezza metodologica, questo plesso problematico è costituito, com’è noto, dai §§ 44-47 delle Meditazioni cartesiane; qui Husserl introduce un’epoché peculiare il cui scopo è quello di individuare una sfera di proprietà o sfera appartentiva (Eigenheitssphäre) dell’io, nella quale l’esperienza di altri soggetti non gioca più alcun ruolo: «Noi escludiamo innanzitutto dal campo tematico tutto ciò che ora è dubitabile, cioè noi ora facciamo astrazione da tutti i prodotti costitutivi dell’intenzionalità riferita mediatamente o immediatamente alla soggettività estranea e delimitiamo dapprima l’intero contesto di quell’intenzionalità, attuale o potenziale, in cui l’ego si costituisce nel suo essere proprio e costituisce le unità sintetiche da essa inseparabili e per ciò stesso attribuite alla sua proprietà» (MC, 116). 

Questa operazione astrattiva è definita «riduzione alla mia sfera trascendentale di proprietà» oppure «riduzione al mio concreto io-stesso trascendentale» (Ibidem), ma la terminologia è oscillante, nelle stesse Meditazioni cartesiane come in altri testi husserliani; il «residuo» della riduzione è detto anche «mondo primordiale» o «sfera primordiale», perciò Husserl parla talvolta di «riduzione primordiale» (Hu XV, 108, 125). 

La continuità con il metodo fenomenologico-trascendentale e con l’epoché della «tesi generale» dell’atteggiamento naturale è assicurata nel senso che la nuova riduzione si inserisce nel campo dell’esperienza trascendentale, degli Erlebnisse puri, astraendo da tutti i prodotti intersoggettivi che vi erano, in qualche misura, inclusi. Anche dagli altri come «fenomeni» devo innanzitutto prescindere, poiché il loro senso mi si rivelerà adeguatamente solo dopo aver delimitato, entro rigorosi confini, ciò che nell’esperienza è inscindibilmente mio: «In quanto trascendentalmente atteggiato, io cerco innanzitutto di delimitare la sfera del mio-proprio al di dentro del mio orizzonte trascendentale di esperienza. È la sfera, dico dapprima, del non-estraneo. Comincio poi a liberare astrattivamente questo orizzonte d’esperienza da ogni estraneità» (MC, 118).

È chiaro, in questi passaggi, come la polarità tra «proprio» ed «estraneo» nell’esperienza trascendentale corrisponda per Husserl ad un preciso assetto gerarchico delle funzioni intenzionali; di fatto, la «sfera appartentiva» del soggetto deve essere preliminarmente individuata nella misura in cui essa costituisce il «fondamento», lo strato originario rispetto e di contro al quale ogni senso possibile di «estraneità», di alterità viene a determinarsi per me: «Io non posso possedere l’estraneo come esperienza, né quindi il senso mondo oggettivo [intersoggettivo] come senso d’esperienza, senza avere quello strato in una esperienza reale ed effettiva, mentre la reciproca non vale» (MC, 118). 

È dunque il «proprio» che fonda l’«estraneo», e non viceversa, e in questi termini sembrerebbe esclusa ogni «reversibilità» del rapporto, ogni contributo da parte dell’«estraneo» a definire, originariamente, la stessa natura del «proprio». Ma prima di addentrarci a discutere quello che è senza dubbio un punto nevralgico della fenomenologia dell’intersoggettività, vale la pena di seguire più dettagliatamente il percorso husserliano, nelle sue movenze specifiche. Dopo aver introdotto, in maniera del tutto generale, la «riduzione alla sfera appartentiva», Husserl pone in luce un aspetto paradossale della questione del «solipsismo», così come essa si presenta all’interno dell’atteggiamento naturale: «Nell’atteggiamento naturale della «mondanità» io trovo distinti, sotto forma di contrapposizione, me e gli altri. Se astraggo dagli altri, intesi nel senso usuale, io rimango solo. 

Ma una tale astrazione non è radicale, un tale esser-solo non altera per nulla il senso naturale e mondano dell’«essere-esperibile-per-ognuno», senso che affetta anche l’io (inteso in maniera naturale) e che non andrebbe perduto anche se una pestilenza universale non dovesse esistere che me soltanto» (MC, 116). Il «solipsista ingenuo» può astrarre dagli altri, mettere in dubbio la loro esistenza concreta, o ipotizzare una situazione vitale di completa solitudine, quale per esempio potrebbe darsi a seguito di una «pestilenza universale»; ma a tale prospettiva, solo apparentemente radicale, sfugge il nucleo filosoficamente essenziale della questione, e cioè il fatto che, anche se per una qualsiasi motivazione dovessi davvero rimanere solo al mondo, se dunque non vi fossero più altri uomini oltre me, questo mondo, privo di altri, e io stesso, in quanto parte del mondo, conserveremmo intatto il senso naturale dell’«esperibilità-per-tutti». In parole diverse, e questo aspetto occorrerà approfondire più avanti, l’intersoggettività è inseparabile dal senso stesso dell’«oggettività», del «mondo oggettivo», vi siano realmente degli «altri» oppure no. 

E qui il problema fenomenologico dell’intersoggettività, da «parziale» che potesse apparire in prima istanza, manifesta il suo carattere filosofico-universale e, si potrebbe dire, «onnipervasivo». Scrive Husserl: «Questo problema si presenta dunque, a tutta prima, come un problema speciale, quello dell’esserci-per-me degli altri ed è quindi il tema della teoria trascendentale della esperienza dell’estraneo, ossia della cosiddetta empatia. Ma subito si vede che l’importanza di una tale teoria è molto maggiore di quel che sembra a prima vista, in quanto essa parimenti fonda una teoria trascendentale del mondo oggettivo e anzi in modo completo, specialmente riguardo alla natura oggettiva» (MC, 115).

In tale ottica, l’astrazione radicale che Husserl persegue con la «riduzione primordiale» non può limitarsi ad escludere dal campo tematico gli altri uomini esistenti, ma deve riguardare, come già visto, tutto ciò che appartiene essenzialmente al senso dell’«estraneità», e dunque anche il concetto di una «natura oggettiva», che come tale contiene il rimando alla possibile esperienza («esperibilità») da parte di persone umane.

Ciò che da questa riduzione si delinea, nella sfera trascendentale dell’ego, è uno «strato unitario e coerente» del mondo fenomenico che prende il nome di «natura appartentiva» (eigenheitliche Natur) e che si distingue nettamente dalla «natura» intesa in senso stretto; mentre infatti quest’ultima si dà come esperibile-per-tutti, dalla prima è stato per così dire oscurato, metodologicamente, ogni riferimento alla soggettività estranea: essa è dunque una natura puramente «soggettiva», esclusivamente mia propria (MC, 118-119). 

Si può dire che, almeno nelle intenzioni di Husserl, con la riduzione alla «sfera appartentiva» l’ipotesi solipsistico-trascendentale abbia raggiunto la sua massima estensione e radicalità, in quanto dal mio campo di esperienza dovrebbe essere stato espunto, non solo l’alter ego, quale che sia, ma il senso stesso dell’«alterità»; d’altra parte, questa estrema «solitudine» dell’io (ben più profonda di quella che, ad esempio, poteva percepire un Robinson, ma ovviamente assai meno incisiva sul piano esistenziale, visto che si tratta di un puro «artificio» della riflessione[32] — e forse neppure è corretto parlare qui di solitudine, poiché essa presuppone almeno il concetto dell’alterità) dovrebbe consentire la visione diretta di quel «mondo primordiale» che può ritenersi, legittimamente, «possesso concreto e definitivo dell’ego o anzi […] proprietà dell’ego stesso» (MC, 125), e che deve costituire la base di ogni analisi intenzionale dell’esperienza dell’estraneo.

CARATTERIZZAZIONE DELL’ESPERIENZA SOLIPSISTA

Attraverso un’astrazione fittizia la riduzione solipsistica astrae le esperienze empatiche e con essa si ottiene l’esperienza solipsistica. Ora è necessario analizzare ciò che questa esperienza solipsistica implica.

Husserl sostiene che il sé solipsistico ha un mondo circostante costituito solipsisticamente. Nell’astrazione dell’empatia il sé solipsistico ha, da un lato, esperienze soggettive, cioè esperienze, che attraverso alcuni dati sensoriali, hanno funzioni costitutive nei fenomeni della percezione e, dall’altro, con lo sviluppo soggettivo l’atto cinestetico. In altre parole, il soggetto solipsistico ha un’auto-esperienza data nell’auto-coscienza.

Secondo questa considerazione, sembra che l’esperienza solipsistica sia anche quella che viene inizialmente sperimentata in senso significativa. E la sfera originale nel senso significativo è definita come:

“ambito di percezione possibile sottratto da ogni empatia o, per dare una forma più precisa a questa espressione confusa, che non consente alcun contenuto di empatia, nessun contenuto di un inverosimile soggetto come vissuto, quindi empatia stessa come esperienza”,

Ciò dimostra che l’esperienza originale non presenta riferimenti agli altri soggetti e, pertanto, si può affermare che l’esperienza solipsistica è un’esperienza originale in senso complessa.

Riassumendo possiamo affermare che la riduzione solipsistica coinvolge il lato noetico, l’esclusione dell’empatia e il “sopprimere nel pensare” l’altro, per mezzo di una finzione astrattiva dell’altro e, correlativamente, del lato noematico, abbiamo gli oggetti dell’esperienza solipsistica come oggetti che sono originariamente dati in senso complesso. Tuttavia, l’altro è escluso solo nella finzione, motivo per cui il presupposto rimane, anche se non viene preso in considerazione.

Come conseguenza di queste considerazioni si può affermare che il solipsismo gnoseologico, secondo il quale non si hanno altre soggettività trascendentali, è equivalente all’atteggiamento solipsistico, secondo il quale, facendo una finzione astrattiva dell’empatia, il mondo è costituito dalla finzione del solus ipse, ma non esclude che ci siano altri soggetti – che per il momento il solus ipse non conosce – che sono anche i costituenti dei mondi. In questo modo, si eviterebbe l’equalizzazione della posizione trascendentale con il solipsismo.

La modalità di uscita del solipsismo sarà l’esplicitazione intenzionale delle rappresentazioni che il soggetto solipsistico ha.

L’ETERNO RITORNO DELLO STESSO: GLI ANIMALI DI ZARATHUSTRA

Interrompiamo in questo momento, l’interpretazione del capitolo “Dalla visione e dall’enigma” per tornare a riprenderlo più tardi, in un contesto di interpretazioni in cui, preparati meglio, e dopo aver esposto l’essenza del nichilismo come area del pensiero dell’eterno ritorno, proveremo a capire il proseguo di tutto questo. Lasceremo da parte i seguenti capitoli della terza parte e evidenziamo solo alcuni elementi di quello che occupa il quarto posto a partire dalla fine: «Il convalescente».

Nel frattempo Zarathustra è tornato dal suo viaggio via mare ed è tornato alla solitudine della montagna, della sua grotta e dei suoi animali. Queste sono l’aquila e il serpente. Sono i suoi animali, gli appartengono nella solitudine, e quando la solitudine conversa, lo fa nel dialogo con essi. In un’occasione Nietzsche dice (Sils-Maria, alla fine di una prefazione perduta per “Il crepuscolo degli idoli”, in cui abbiamo parlato retrospettivamente di “Così parlò Zarathustra” e “Al di là del bene e del male”): « L’amore degli animali: in tutti i tempi agli eremiti è stato riconosciuto questo… »(XIV, 417). Ma gli animali di Zarathustra non sono animali, la loro essenza è l’immagine dell’essenza dello stesso Zarathustra, cioè del suo compito: essere il padrone dell’eterno ritorno.

Proprio per questo motivo, questi animali, l’aquila e il serpente, non appaiono arbitrariamente.

Zarathustra li valuta per la prima volta nel chiaro di mezzogiorno, cosa che mostra anche una forza simbolica e essenziale in tutto il lavoro.

Mentre parla al suo cuore nel chiaro di mezzogiorno, Zarathustra sente il richiamo energetico di un uccello e dirige il suo sguardo interrogativo verso le colline:

«Ed eccolo! Un’aquila ha tracciato ampi cerchi nell’aria e
da esso pende un serpente, ma non come una preda, ma
come un amico, perché esso si è avvolto intorno al suo collo. “(Prologo,
n. 10)

Questa maestosa immagine è esplicativa per chiunque sia in grado di vedere.

Quanto più comprendiamo l’opera di “Così parlò Zarathustra”, tanto più semplicemente e inesauribilmente la volontà diventerà visione.

L’aquila descrive i suoi ampi cerchi sulle alture. Girare in circolo è il simbolo dell’eterno ritorno, ma è un girare in circoli che allo stesso tempo sale verso l’alto e rimane in alto. Il serpente pende dall’aquila, avvolto attorno al suo collo; di nuovo, l’avvolgimento e l’avvilupparsi del serpente sono un simbolo dell’anello dell’eterno ritorno. Inoltre: rimane avvolto attorno al collo dell’aquila che descrive cerchi sulle alture; intreccio peculiare ed essenziale, è anche se per noi è ancora un aspetto oscuro, c’è da riconoscere che questa immagine mostra la propria ricchezza e una forza plastica.

Il serpente, non è soggiogato come una preda tra gli artigli, ma è avvolto liberamente attorno al collo, come un amico, mentre si avviluppa in cerchi verso l’alto. In questa immagine sensibile dell’eterno ritorno dello stesso – la trasformazione in un anello e l’avviluppamento in circoli – dobbiamo aggiungere ciò che sono gli animali stessi.

L’aquila è l’animale più orgoglioso. L’orgoglio è la decisione matura di rimanere nella gamma essenziale che deriva da questo compito, è la sicurezza del non-più-confondersi. L’orgoglio è mantenersi in piedi, definito dalle alture, dall’essere in alto, ed è essenzialmente diverso dalla presunzione e dall’arroganza.

Questi ultimi esempi, hanno bisogno del rapporto con l’inferiore come da quello di ciò che vogliono separare e di ciò su cui continuano a dipendere, necessariamente, per la ragione che non hanno nulla dentro di loro per il quale potrebbero fingere di essere al di sopra. Possono solo salire pur rimanendo determinati dal basso, possono solo salire verso qualcosa che non è elevato, ma solo come presunto tale. Totalmente diverso è il caso dell’orgoglio.

L’aquila è l’animale più orgoglioso, vive totalmente in alto e dell’altezza, anche quando scende in profondità, rimane l’altezza dell’alta montagna e dei suoi precipizi, mai della pianura in cui tutto è eguagliato e appiattito.

Il serpente è l’animale più intelligente. L’intelligenza significa dominio su una conoscenza efficace, sul modo in cui la conoscenza in ogni caso viene annunciata, si ritrae, pretende e cede e non cade nelle proprie trappole. Di questa intelligenza fa parte la forza della dissimulazione e della trasformazione, non la menzogna semplice e strisciante, che fa parte del dominio sulla maschera, il non abbandonarsi, stare sullo sfondo quando si gioca con ciò che è in primo piano, il potere sul gioco di essere e apparenza.

L’animale più orgoglioso e l’animale più intelligente, sono i due animali di Zarathustra. Entrambi appartengono l’uno all’altro e ascendono su un piano di riconoscimento. Ciò significa: stanno cercando qualcuno del loro tipo e dimensione, qualcuno che supporti la solitudine con loro. Non sanno se Zarathustra vive ancora, se vive disposto per il suo declino.

Con questo si determina che l’aquila e il serpente non sono animali domestici, animali che vengono portati a casa e abituati a tutto questo. Sono ignari di tutto ciò che è usuale e abituale e di tutto ciò che è familiare in senso stretto. Questi due animali sono quelli che determinano la solitudine più solitaria, che è qualcosa di diverso da ciò che l’opinione comune comprende; In effetti, l’opinione comune pensa che la solitudine ci liberi e ci separi da tutto; il punto di vista comune pensa che nella solitudine a un individuo “nulla lo infastidisce più”.

Al contrario, proprio nella solitudine più solitaria il cattivo e il più pericoloso resta libero per il nostro compito, a noi stessi, e questo non può essere gettato in altre cose o in altri uomini; deve passare attraverso di noi, non per essere eliminato, ma per essere divulgato, dalla nostra conoscenza alla più alta intelligenza, come qualcosa che ci appartiene. Questa conoscenza è proprio la più difficile; troppo facilmente fugge e si nasconde nella deviazione e nelle scappatoie, nelle assurdità.

Dobbiamo pensare a questo grande concetto di solitudine per comprendere correttamente il ruolo simbolico dei due animali dell’eremita Zarathustra e non per falsificarlo in qualcosa di romantico. Sopportare la solitudine solitaria non significa avere due animali per trascorrere il tempo e per avere compagnia; significa avere la forza di rimanere fedeli a se stessi in prossimità di questi animali e non lasciarli andare via. Pertanto, alla fine della prefazione di “Così parlò Zarathustra” si afferma:

«Così chiedo al mio orgoglio di andare sempre d’accordo con la mia
intelligenza e se la mia intelligenza mi abbandona
Oh, si vede che gli piace scappare,è che il mio orgoglio volerà con me
Stoltezza! Così cominciò il declino di Zarathustra. “

Un declino elevato, che inizia con l’esporsi alle più alte possibilità del divenire e dell’essere, possibilità che sono unite nell’essenza della volontà di potenza, cioè che sono una sola cosa.

Si tratta di indicare brevemente quali sono le figure dei due animali, l’aquila e il serpente, che simboleggiano gli animali di Zarathustra:

1) il circolo e l’avvilupparsi: circolo e anello dell’eterno ritorno;

2) la sua essenza, orgoglio e intelligenza: l’atteggiamento fondamentale e il tipo di conoscenza del maestro dell’eterno ritorno;

3) gli animali nella loro solitudine: le esigenze supreme per lo stesso Zarathustra, esigenze tanto più inesorabili quando espresse sotto forma di proposizioni, regole e ammonizioni, tanto più allusivamente è affermato l’essenziale dalla propria essenza nella presenza immediata dei simboli. I simboli parlano solo per chi possiede la forza formativa necessaria per configurare il senso.

Non appena la forza poetica, vale a dire la forza formativa superiore, si estingue, i simboli sono ridotti al silenzio: si degradano alla categoria di «facciata» e «ornamento».

IL MOVIMENTO CAOTICO DEL MONDO

Se già nell’interpretazione del pensiero di Anassagora l’intento di Nietzsche sarebbe quello di affermare una visione del mondo atiteleologica e antiantropomorfica in cui, quindi, la natura riacquisti uno spazio che non è più dominato soltanto dall’uomo, è proprio l’immagine del mondo come caos eterno quella che Nietzsche propone in contrapposizione all’idea che esso sia un organismo teleologicamente determinato. La critica nietzscheana si riferisce in particolare a quella visione organicista dell’universo che trova espressione nella cosmologia di Otto Caspari; quest’ultimo descrive il mondo come un grande organismo composto da atomi biologici che obbediscono a una legge interna di autoconservazione grazie alla quale riescono ad avere, attraverso il proprio movimento, quel nutrimento che li mantiene continuamente in vita. In tal modo l’universo stesso viene descritto come un insieme organico di forze viventi che eternamente si rigenera creando vita sempre nuova da ciò che è morto ed evitando consapevolmente, coscientemente tanto uno stato iniziale quanto uno stato finale.

Nietzsche, da un lato, condivide con la cosmologia di Caspari il contrapporsi a una spiegazione meccanicistica dell’universo e alla conseguente idea di uno stato finale, dall’altro lato, però, non ne condivide la negazione dell’eterno ritorno dell’identico, derivante dall’idea che l’universo, in quanto organismo, vivrebbe grazie alla sua capacità di creare sempre qualcosa di nuovo. Proprio contro una tale concezione del mondo, che negherebbe la ripetizione in nome di un falso creazionismo, Nietzsche utilizza l’«Üten wir uns» dell’aforisma 109 de La gaia scienza in cui dice:

Il carattere complessivo del mondo è invece caos per tutta l’eternità, non nel senso di un difetto di necessità, ma di un difetto di ordine, articolazione, forma, bellezza, sapienza e di tutto quanto sia espressione delle nostre estetiche nature umane […] Guardiamoci dal dire che esistono leggi di natura. Non vi sono che necessità: e allora non c’è nessuno che comanda, nessuno che presta obbedienza, nessuno che trasgredisce. Se sapete che non esistono scopi, sapete anche che non esiste il caso: perché solo soltanto accanto a un mondo di scopi la parola caos ha senso […] Guardiamoci dal pensare che il mondo crei eternamente qualcosa di nuovo. Non esistono sostanze eternamente durature. (FW, 109)

Da un lato, Nietzsche nega la possibilità di attribuire al mondo caratteristiche tipicamente umane come ordine, bellezza, forma, dall’altro lato, egli rifiuta l’immagine del mondo come macchina. Così, attraverso il concetto di caos Nietzsche sviluppa una nuova visione del mondo, alternativa tanto al meccanicismo quanto alla teleologia; una visione che possiamo definire dinamica e nella quale trova pienamente espressione quel processo di naturalizzazione (Vernatürlichung) che abbiamo già visto essere molto importante per Nietzsche e che vedremo svilupparsi come Leitmotiv di tutta la sua cosmologia. Nietzsche,
infatti, si chiede «quando potremo iniziare a naturalizzare noi uomini, insieme alla pura natura ritrovata, nuovamente redenta ». Non soltanto la natura dovrebbe essere ricondotta a se stessa, ma anche l’uomo dovrebbe essere rinaturalizzato in quanto esso è semplicemente un elemento che accanto ad altri molteplici elementi partecipa internamente all’attività stessa della natura senza però poterla controllare e prevedere nei suoi movimenti. Infatti un mondo il cui carattere generale è per tutta l’eternità caos è un mondo che è sempre in movimento e in trasformazione, in cui ciò che dura è soltanto il continuo mutare
del suo modo di organizzarsi e in cui nulla è quindi prevedibile.

Il caos di cui parla Nietzsche sarebbe allora indeterminabile, sia nel senso che non ci sarebbe nessun fine ultimo verso cui esso tende, sia nel senso che non ci sarebbe nessun meccanismo in base al quale spiegare e prevedere tutti i movimenti. Nietzsche piuttosto lega il caos all’immagine del labirinto e di ciò che è irregolare. Infatti, se il bisogno pratico dell’uomo è quello di schematizzare il caos e di imporgli regolarità e forme, al contrario, la ragione che ordina e definisce è solo un’eccezione, mentre il caos, la necessità e il vortice delle stelle sono la regola.

In questo senso la regola, ossia ciò che caratterizza la natura, è proprio la mancanza di regole, poiché il movimento del mondo è un vortice caotico che sfugge a qualsiasi tentativo di fissarlo attraverso principi e definizioni. Il caos di cui parla Nietzsche non è, come abbiamo visto invece in Anassagora, semplicemente una fase cosmica iniziale alla quale deve seguire un processo di armonizzazione e determinazione di ciò che era disordinato e indefinito, bensì è il modo stesso di essere del mondo.

Ammettere l’esistenza di un movimento circolare non significa negare il caos, poiché ciò che ritorna continuamente è proprio il caos, ossia un movimento che è sì circolare, ma è comunque imprevedibile e indeterminabile da parte dell’uomo. Testimonianza del fatto che il caos nietzscheano non sarebbe semplicemente una fase iniziale da cui è nato il cosmo, è l’espressione «caos sive natura» in cui i due concetti, caos e natura, sono intercambiabili perché equivalenti. Questo significa che non esiste un intelletto ordinatore che agisce intenzionalmente su uno stato di disordine e di caos, poiché non c’è nessun progetto da realizzare né una meta da raggiungere dietro i molteplici movimenti naturali. Questi sono soltanto ciò che Nietzsche chiama «un caos di forze».

Il movimento di tale «caos sive natura», cioè di un mondo che è eternamente caos e che non ha un fine ultimo da raggiungere, sarebbe ciò che Nietzsche chiama «ciclo» [Kreislauf]. Esso è un movimento circolare non paragonabile a quei processi, come il movimento delle stelle o il susseguirsi delle stagioni, che nascono e periscono e fanno parte anch’essi del divenire della natura. Infatti, il movimento circolare sarebbe il movimento stesso della natura che non è direzionato verso un fine o un principio trascendente la natura stessa, ma è piuttosto ciò attraverso cui questa si sviluppa e vive. Attraverso il concetto di Kreislauf si inizia così a delineare la natura autorganizzatrice del mondo che non dipende da nulla di esterno verso cui dovrebbe tendere, ma, al contrario, vive del suo stesso movimento.

Dice Nietzsche:

Il caos del cosmo come esclusione di qualsiasi attività finalistica non è in contraddizione con il pensiero del corso circolare: quest’ultimo è appunto una necessità irrazionale senza riguardi formali, etici, estetici. Non c’è arbitrio né in piccolo né nella totalità. (FP 11 [271], primavera-autunno 1881)

Il movimento circolare esprime soltanto quella che Nietzsche chiama la «unvernüftige Notwendigkeit» del caos, cioè un movimento che è una necessità irrazionale perché è privo di qualsiasi scopo ultimo da raggiungere. Se non c’è nessun principio trascendente che organizza e determina il mondo dal di fuori, allora il mondo come caos si sviluppa internamente. Esso, però, si muove in un modo che non è né quello di un individuo che agisce intenzionalmente, né quello di una macchina programmata nel funzionamento dei suoi meccanismi. Si tratterebbe piuttosto di un mondo il cui movimento è fine a se stesso poiché semplicemente si muove sprigionando la proprio energia o meglio le proprie molteplici energie. Secondo Nietzsche invece è proprio dell’uomo voler vedere anche nell’assenza di scopi, uno scopo, un’intenzione, un progetto come se il fatto che il mondo non abbia un fine preciso possa essere esso stesso il risultato di un’intenzione, di un’azione consapevole.

Il mondo-caos nietzscheano, però, sfugge alle strutture conoscitive dell’uomo perché ciò che prima era solo un’eccezione, ossia l’imprevedibile e il caotico, diventa invece la realtà e la normalità; una realtà il cui movimento circolare non è il movimento determinato e finito di un anello, bensì quello di un caos di forze che continuamente ritornano in movimenti sempre diversi.

Ecco che allora il Kreislauf è ciò in cui caos e necessità si trovano insieme, poiché esso esprime non la loro opposizione, quanto piuttosto la negazione di una necessità teleologicamente intesa. Nell’ottica nietzscheana il mondo è un insieme di forze che si muovono in circolo, ossia che ritornano continuamente combinandosi però tra loro in maniera sempre diversa e stabilendo ogni volta dei nuovi mai definitivi equilibri. La circolarità esprime sì la necessità di qualcosa che ritorna, ma una necessità che è comunque irrazionale, poiché ciò che ritorna è trasformazione, diversità, molteplicità ed è proprio in questo continuo mutare che consiste l’attività del mondo. In questo modo, la necessità di cui parla Nietzsche significa soltanto che qualcosa non può essere niente di diverso da ciò che effettivamente è. In una tale prospettiva tutti gli avvenimenti non possono essere spiegati come parti di un progetto prestabilito, ma come ciò che semplicemente e naturalmente accade. La necessità è irrazionale perché sfugge alla tendenza dell’intelletto umano a vedere dietro ogni movimento uno scopo che reggerebbe e dirigerebbe l’accadere stesso. A questo proposito Nietzsche afferma che:

[…] secondo un secolare errore si è abituati a vedere proprio nell’obiettivo (scopo, vocazione ecc.) la forza propulsiva – ma essa è soltanto l’energia direttiva, si è scambiato a questo riguardo il pilota della nave con il vapore. E nemmeno sempre il pilota, l’energia direttiva…L’obiettivo, lo scopo non sono molto spesso nient’altro che un sotterfugio per mascherare, un autoaccecamento a posteriori della vanità, riluttante ad ammettere che la nave segue la corrente in cui è incappata per caso? Che vuole andare verso quel punto perché è verso quel punto che deve andare? Che ha si una direzione, ma nient’affatto un pilota? Manca ancora una critica del concetto di scopo. (FW, 360)

Dunque, tutti gli eventi naturali si muovono seguendo una direzione, come una nave, senza però che ci sia uno scopo a fare da forza trainante di tale movimento. Ciò che, per Nietzsche, è veramente importante e senza di cui non si potrebbe in alcun modo parlare di movimento e di azione, è il quantum di energia che aspetta di sfogarsi e sprigionarsi in qualche modo; esso è l’unica causa significativa di ogni attività, la quale infatti è il risultato del suo bisogno naturale di realizzare e impegnare la sua forza. Nietzsche, per riferirsi al momento di esplosione dell’energia, utilizza il verbo auslösen, rifacendosi a un saggio del 1875 di R. Mayer, Über die Auslösung. Qui, Mayer porta lo stesso esempio che ritroviamo nell’aforisma nietzscheano. Egli distingue infatti tra la direzione che la volontà del pilota dà alla nave e il suo movimento effettivo, il quale può derivare soltanto
da una «forza fisica» [physische Kraft], in questo caso il carbon fossile, senza di cui la nave, malgrado la volontà del suo guidatore, non potrebbe muoversi. In questo modo emerge chiaramente come Nietzsche riprenda proprio da Mayer, del cui influsso parleremo nei paragrafi successivi, l’idea che la volontà dell’uomo abbia un ruolo assolutamente marginale, e in ogni caso successivo, all’interno di quel movimento naturale che invece si verifica grazie alla Auslösung, cioè allo sprigionarsi di forze che non possono fare a meno di essere tali e debbono necessariamente sprigionarsi.

Tali forze sono quel quanto di energia che Nietzsche definisce la causa dell’agire, ciò senza cui nessun movimento potrebbe verificarsi e che spinge per potere in qualche modo liberarsi e realizzare la propria natura attraverso quelle che Nietzsche chiama «diese kleine Zufälle»; si tratta, cioè, di quelle piccole circostanze, come il fiammifero rispetto alla polvere da sparo o il pilota rispetto al vapore della nave, che si limitano a dare la direzione a ciò che in ogni caso deve per propria natura sprigionarsi e che, liberandosi, determina il verificarsi o meno del movimento, come ad esempio il procedere della nave. Secondo Nietzsche, l’errore consiste nello scambiare il müssen con il wollen. Infatti, egli critica l’idea che dietro ogni avvenimento ci sia un «io voglio» a cui quello debba essere ricondotto. Al contrario, il muoversi e realizzarsi di ciò che accade sono soltanto una necessità naturale indipendente da qualsiasi volontà intesa antropomorficamente e teleologicamente.

Ciò significa che qualcosa accade semplicemente perché deve (muss) accadere, cioè non può non accadere. È in questo senso che un quanto di energia deve in qualche modo sprigionarsi e sfogarsi, cioè non può non farlo perché questa è la sua natura, il suo modo di essere. Ogni quanto ha quindi un movimento la cui natura non è né meccanica né teleologica, perché esso vuole soltanto sfogarsi ed in quest’attività trovare soddisfazione.

In questo modo Nietzsche nega che possano esistere realmente dei motivi dell’azione attraverso cui spiegare teleologicamente gli avvenimenti, per cui qualcosa accadrebbe soltanto perché una volontà agisce in vista di uno scopo raggiungibile proprio attraverso quell’azione. Esistono invece soltanto i motivi della direzione data dalla potenza e dall’intensità della forza che sta dietro ogni avvenimento e che, esplodendo e sprigionandosi, dà vita ad ogni accadere.

Possiamo quindi dire che il concetto di Kreislauf è espressione di quel movimento che segue una direzione senza un fine ultimo, un corso necessario ed irrazionale allo stesso tempo. Esso è ciò in cui il mondo caotico si realizza.

Il movimento circolare è perciò eterno, così come eterno è il mondo-caos, poiché questo movimento non ha nessuno scopo da raggiungere e non ha quindi motivo di cessare. In esso l’unico scopo è quello di un’incessante trasformazione dell’energia intesa come la totalità del divenire (Gesamt-Werden). A tale proposito Nietzsche dice:

[…] che il mondo non tenda a una situazione permanente, è la sola cosa che sia provata. Quindi bisogna pensare il suo stato culminante in modo che non sia uno stato di equilibrio… (ibidem)

Si è così giunti a ciò che, come intendevamo sottolineare, sta dietro il concetto di movimento circolare e fa sì che questo sia considerato il movimento proprio del mondo inteso come caos. Ovvero si è giunti all’idea che, secondo Nietzsche, non esiste nessuno stato finale del mondo poiché, nel momento stesso in cui venisse raggiunto uno stato ultimo permanente, verrebbe meno quel movimento che è invece l’attività stessa del mondo.

Il movimento non è più allora soltanto un mezzo per il raggiungimento di qualcosa di fisso e stabile, ma è al contrario ciò in cui il mondo vive perché solo in esso la sua energia si trasforma continuamente e in tal modo si conserva. Tale movimento è circolare perché non ha un fine ultimo esterno da realizzare, bensì è fine a se stesso, ossia a quell’attività naturale che è l’essenza stessa del mondo. Attraverso il movimento circolare Nietzsche riesce ad affermare quel principio di conservazione dell’energia a cui egli si rifà esplicitamente, e a negare l’esistenza di uno stato finale che il mondo dovrebbe raggiungere e che implicherebbe la fine di ogni movimento. È per questo che tale movimento del mondo non soltanto è circolare, ma è anche caotico, ossia non raggiunge mai un ordine fisso, un equilibrio stabile oltre il quale non avrebbe senso andare.

Incomincia, così, a delinearsi, all’interno del pensiero nietzscheano, la natura autoregolatrice del mondo che si concretizza proprio nel movimento circolare. Questo, infatti, è l’anello di congiunzione tra caos e autorganizzazione. La circolarità del movimento del mondo significa che esso non esce mai dalla propria stessa attività e che ogni movimento è interno al mondo stesso come elemento della sua organizzazione. Inoltre, se il mondo vive autorganizzandosi, allora sviluppa internamente il proprio movimento che, perciò, è caotico, cioè è la trasformazione continua del mondo stesso. Così ciò che ritorna non è altro che il movimento dei molteplici quanti di forza che compongono il mondo. In questo senso ciò che accade all’interno del Kreislauf è un’attività eterna che si svolge continuamente e che non potrebbe fare altrimenti. Infatti, la necessità irrazionale, a cui abbiamo già fatto riferimento e che è presente in tutto ciò che accade, significa soltanto che una determinata forza non può essere nient’altro che quella determinata forza.

In questo senso ciò che accade è necessario per la semplice ragione in che accade, cioè non può non accadere. Anche in questo caso vale dunque l’affermazione nietzscheana, già vista nel primo capitolo, «dire accadere e accadere necessariamente è una tautologia».

Se l’unica necessità che esiste all’interno del mondo è quella per cui ogni essere non può sfuggire alla propria natura, cioè a se stesso, essa non comporta nessuna prevedibilità e nessun determinismo nei confronti di un mondo il cui comportamento è assolutamente non pronosticabile così come non lo è il movimento della palla da biliardo o dei dadi. Tutto ciò che è all’interno del mondo muta continuamente ed è necessario semplicemente perché così è e non potrebbe essere diversamente. In questo senso l’«assoluta necessità» di cui parla Nietzsche è esattamente il contrario del determinismo. Infatti, Nietzsche
afferma:

L’assoluta necessità di uno stesso accadere in un corso cosmico come pure in tutti gli altri per l’eternità, non è un determinismo riguardo all’accadere, ma solo l’espressione del fatto che l’impossibile non è possibile… (ibidem)

Se determinismo significa che ogni avvenimento è determinato esternamente da uno precedente, per cui esisterebbero delle leggi di natura che spiegano l’accadere di ogni cosa in base ad un’interferenza esterna e che rendono tale natura perfettamente prevedibile, al contrario, la necessità di cui parla Nietzsche non è una forza causale esterna costringente, bensì la forza interna a ogni cosa, che è quello che è soltanto perché questa è la sua natura. Pertanto è proprio a partire dal concetto di Kreislauf così come lo abbiamo descritto, che si incomincia a comprendere in che senso, secondo Nietzsche, il mondo è eternamente un caos
che può giocare il suo gioco all’infinito, ossia quello di trasformarsi attraverso il movimento sempre diverso delle molteplici forze che sono in esso. Dunque, il movimento circolare è il caotico e l’indeterminato per eccellenza, cioè qualcosa che non viene causato dall’esterno, ma che si sviluppa da una originaria, profonda forza interna.

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