PESSIMISMO MISANTROPICO

PESSIMISMOMISANTROP

Il pessimismo che andremo ora ad esaminare, l’abbiamo denominato pessimismo misantropico. Questo pessimismo non scaturisce da una sensibilità esasperata e sofferta, ma da un’intelligenza lucida che getta un lucido sguardo critico sul lato oscuro della nostra specie. Il pessimismo misantropico appare in grandi linee come una teoria della frode universale e dell’universale imbecillità; della bassezza universale e dell’universale turpitudine. Come l’impietoso ritratto di un mondo popolato da cretini e lestofanti, di babbioni e pazzi.

La natura di questo pessimismo appare gelida, volutamente impassibile, priva di sentimentalismo, mai incline alla disperazione o alla rivolta, tratti che la distinguono dal pessimismo romantico. La disperazione muta di Vigny è più patetica di un pianto di dolore. In Stirner si trova un inquieto spirito di rivolta, mentre in Schopenhauer un tragico sentimento di dolore del mondo e un disperato appello al vuoto. Come per i pessimisti misantropici, non si lamenta. Non considera la condizione umana tragica, non si ribella al destino. Osserva i suoi contemporanei con curiosità, analizza senza pietà i loro sentimenti e pensieri ed è divertito dai loro presupposti, dalla loro vanità, dalla loro ipocrisia, dalla loro incoscia rozzezza, dalla loro pochezza morale e intellettuale. Non è più il dolore umano, non è più il male di vivere la sostanza di questo pessimismo, ma piuttosto l’umana grossolanità e stupidità. Uno dei leit motivs preferiti di questo pessimismo potrebbe essere il ben noto verso: ” L’uomo è il più stupido degli animali”.

La stupidità che questo pessimismo prende particolarmente di mira è quella stupidità presuntuosa e pretenziosa che possiamo definire dogmatica, quella stupidità solenne e dispotica che scaturisce dai riti e dai dogmi sociali, attraverso l’opinione pubblica e la morale, che si impone come divina e rivela nelle sue leggi eterne un centinaio di ridicoli e infimi pregiudizi. Mentre il pessimismo romantico è mosso dalla sensibilità verso la sofferenza e l’afflizione, il pessimismo misantropico parte dalla facoltà di comprendere e schernire. E’ il pessimismo dell’osservatore intellettuale, ironico e sprezzante. Preferisce il tono canzonatorio al tragico. Uno Swift che simbolizza la vanità delle lotte umane nella crociata dei Lillipuziani, un Voltaire che deride le sciocchezze metafisiche di Pagloss e la stupida ingenuità di Candido; un Benjamin Constant che consegna al Quaderno Rosso e al giornale intimo i suoi epigrammi sull’umanità e sulla società; uno Stendhal, il cui Giornale e Vita di Henri Brulard contiene osservazioni misantropiche sulla sua famiglia, le sue relazioni, i suoi superiori, il suo entourage; un Merimée, amico e emulo di Stendhal nelle osservazioni ironiche sulla natura umana; un Flaubert che attacca l’imbecillità dei suoi personaggi, Frederic Moreau, Bouvard e Pécuchet; un Taine in “Thomas Graindorge”; un Challemel Lacour nelle sue “Reflexions d’un pessimiste”; possono tutti essere presi come rappresentanti di questa altezzosa, sorridente e sprezzante sapienza pessimista.

In realtà, questo pessimismo non è estraneo ad alcuni pensatori che sono stati definiti dei pessimisti romantici, poichè i vari tipi di pessimismo hanno punti di contatto e si compenetrano. Anche Schopenhauer, Stirner hanno ironizzato sulla stupidità umana, sulla presunzione e sulla credulità. Ma in loro la misantropia non si trova in uno stato puro. Rimane subordinata al pessimismo della sofferenza, della disperazione o della rivolta, al pathos sentimentalista che è il tratto caratteristico del pessimismo romantico. Il pessimismo misantropico potrebbe forse essere chiamato pessimismo realista: infatti, in più di un caso (Stendhal, Flaubert) prende il via da quello spirito di esatta, dettagliata e spietata osservazione, da un punto di osservazione oggettivo e impassibile, che è il tratto caratteristico dell’estetica realista. La tesi secondo cui il pessimismo tende a generare l’individualismo, è confermata dal pessimismo misantropico? Non sempre. Tra i pensatori che abbiamo citato ce sono di certo alcuni che mai hanno concepito, praticato o raccomandato l’attitudine all’isolamento volontario che è l’individualismo. Sebbene non abbiano illusioni sugli uomini non fuggono la società. Non si mantengono a una sprezzante distanza. Accettano di vivere mescolati agli uomini, di vivere le loro vite in mezzo a loro. Voltaire era l’incarnazione della socialità. Swift, severo e ambizioso, non aveva nulla della natura solitaria di Obermann e Vigny. Ma ci sono diversi pessimisti, tra i misantropi che abbiamo citato, particolarmente Flaubert e Taine, che praticavano, teorizzavano e raccomandavano l’isolamento intellettuale come unico possibile metodo per raffinare il pensiero, nobilitare l’anima in un mondo di mediocrità e banalità.

Flaubert, perseguitato dallo spettro della “stupidità dalle mille facce”, la scopre ovunque egli guardi. Cerca rifugio nella gioia pura dell’arte e della contemplazione. Dice: “Ho compreso una grande cosa: che per gli uomini della nostra razza la felicità è nell’idea e in nient’altro”. “Da dove deriva la tua debolezza?” scrive ad un amico “E’ perchè conosci l’uomo? Che importa? Non puoi tracciare quella superba linea di difesa interiore che mette un oceano di distanza tra te e il tuo vicino?”. Ad un corrispondente che lamentava tristezza e disgusto per ogni cosa: “C’è un sentimento” scrive “o piuttosto un’abitudine che pare tu non abbia, l’amore per la contemplazione. Prendi la vita, la passione e te stesso come soggetti per gli esercizi intellettuali”. E un’altra volta: “Lo scetticismo non avrà niente d’amaro, perchè sembrerà di trovarti davanti alla commedia dell’umanità e che la storia attraversi il mondo per te solo”

Taine è guidato dalla sua misantropica visione dell’umanità, ad una concezione della vita stoica e ascetica; guarda all’intelligenza come il supremo rifugio in cui isolarsi, difendersi dall’ universale malvagità, dall’universale stupidità e dall’universale banalità. Una singolare analogia unisce Taine a Flaubert. Taine demanda all’analisi scientifica ciò che Flaubert cerca all’arte e nella contemplazione: un alibi intellettuale, un mezzo di fuga dalla realtà sociale.

Questa deduzione è logica. Il pessimismo misantropico suppone o genera l’isolamento comtemplativo. Per disprezzare intellettualemente gli uomini, ci si deve separare da loro e osservarli da una certa distanza. Si deve abbandonare il gregge, si deve esser giunti all’atteggiamento di Descartes che “vive in mezzo agli uomini come in mezzo agli alberi di una foresta”. Che lo si voglia o no, c’è qui un isolamento teorico, una sorta di solipsismo intellettuale, l’indifferenza dell’aristocratico o del dilettante “che si distacca da tutto per conoscere ogni luogo”. (Taine).

Aggiungiamo che lo sguardo lucido del misantropo intellettuale ha, di per sè, qualcosa di antisociale. Prendere come tema per la propria ironia la comune stupidità umana, significa trattare senza rispetto un valore sociale di prim’ordine. La stupidità è la materia prima dei pregiudizi, senza cui la vita sociale non sarebbe possibile. E’ il cemento dell’edificio sociale. “La stupidità,” dice il Dr Trublet di Anatole France, “è il bene primario di una società ordinata”. Le convenzioni sociali possono sopravvivere solo grazie ad una generale stupidità che sviluppa, supporta, garantisce, protegge e consacra la stupidità degli individui. Questo è il motivo per cui un’intelligenza critica, ironica e pessimista è un solvente sociale. E’ irriverente verso ciò che è socialmente rispettabile: la stupidità e la mediocrità. Attacca il rispetto e la creduloneria, in quanto elementi conservativi della società.

 

 

 

 

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