PLURALITÀ DEGLI IO

INESSENZIALITÀ DELL’IO INDIVIDUALE

 

 

 

 

 

 

Abbiamo fin qui ripercorso l’aporia evidenziata, in più luoghi, da Severino: che altri esista è oggetto di fede, quindi contenuto di un atteggiamento contraddittorio, che tratta come verità ciò che non è ancora stato dimostrato come irrefutabile. Un’aporia che viene messa in risalto mediante un procedimento che culmina nel condizionale con cui Severino tratta dell’intersoggettività: «se il contenuto intersoggettivo … allora».

 

Eppure, per stessa ammissione di Severino, il contenuto di fede non è necessariamente falso o contraddittorio: contraddittorio è l’atteggiamento che lo eleva a dignità di verità.

 

Ma ciò che la fede afferma, se vagliato mediante procedimento veritativo, come quello elenctico che abbiamo imparato a conoscere, può rivelarsi come vero38. Che altri sia, o che l’io individuale si trovi in un contento plurale, è creduto, si può affermare: ma questo non esclude che, più che creduto, ciò sia anche vero, cioè che la sua negazione sia impossibile.

 

Il fulcro da sfruttare per esercitare una prima pressione, è quella distinzione che lo stesso Severino propone tra la verità, che si dà in modo puro, senza complemento di termine – se ci fosse un soggetto cui tale verità si dà, essa non sarebbe tale, abbiamo visto sopra –, e la fede, che è di “qualcuno”, che è, anzi, l’atteggiamento normale. Si potrebbe concordare sull’essere “di qualcuno” della fede, solo rimarcando che una “fede di nessuno” sarebbe «un’ipotesi autocontraddittoria», impossibile a darsi39. Da tale evidenza, però, deriva un dilemma, organizzato come segue.

 

Primo corno. La fede in questione è fede del pensiero puro, del pensiero coincidente con lo stesso apparire; ovvero di quello che, con un lessico che si rifà ad Aristotele, potremmo dire l’automanifestazione dell’essere40. Ma, in questo caso, due sono le possibilità che si possono pensare. La prima è che tale pensiero puro non coincida più con l’apparire della verità, affetto come sarebbe dalla certezza che “crede”.

 

In altre parole, il pensiero puro, che dovrebbe coincidere con l’apparire del vero, è affetto da fede, ovvero da una certezza non comprovata veritativamente. Il caso è chiaramente contraddittorio: il vero apparire è, insieme, affetto da una certezza, ovvero dal non-vero. Il vero è non-vero, e la verità è non-verità. La seconda ipotesi che si potrebbe avanzare è che il pensiero puro sia autenticamente il vero apparire: la fede, allora, verrebbe confermata come contenutisticamente vera: «l’aderire a un determinato contenuto da parte del pensiero che non può che manifestare il vero, sarebbe appunto una presentazione del vero»; e l’atteggiamento fideistico, che prima era definito contraddittorio, si trasformerebbe in un pensiero confermato veritativamente.

 

Come conclusione di questo primo corno del dilemma si ha, allora, un’esclusione del primo caso, in quanto contraddittorio, e una conferma del contenuto della fede nel secondo caso: si avrebbe insomma, complessivamente, la conferma dell’esistenza dell’io dell’individuo.

 

Se, invece, si considera il secondo corno del dilemma, si deve ipotizzare che quel “qualcuno” che ha la fede non sia un pensiero puro. Un qualcuno che, non essendo pensiero puro, dev’essere qualcun altro dal pensiero puro, ovvero un io individuale – un io empirico. Si avrebbe qui, ci pare di poter dire, una prima intersoggettività, dove a confrontarsi sono il pensiero puro e l’io dell’individuo.

 

La conclusione che, a seguito di questa discussione ad hominem, possiamo trarre è che, a ben vedere, anche nella prospettiva severiniana, ovvero in quella che Severino chiama la “parola della verità”, è presente una qualche intersoggettività. Sia che si debbano fare i conti con il pensiero puro, sia che si debba considerare un “fedele” altro dal pensiero puro – che, come tale, è già un individuo; e, quindi altro rispetto al pensiero puro. A questo punto, non si può certo escludere la possibilità di riconoscere una pluralità di istanze soggettive.

 

Si è cercato di rispondere alle obiezioni che uno scettico – e uno scettico davvero radicale – muove alla proposta di una morale resistente. E il metodo che ci ha accompagnati fin qui è stato quello elenctico. Dobbiamo, però, confessare un sospetto: il sospetto che il vero scettico non sia quello che problematizza l’esistenza di un contesto intersoggettivo, quanto, invece, il solipsista che, con la mitica cera, si tura le orecchie e intende il proprio pensiero come verità.

 

Ci spieghiamo. È difficile rispondere allo scettico e ricondurlo, mediante l’inevitabile omologazione, all’evidenza. E, anche qualora lo scettico riconoscesse la contraddizione in cui sempre cade, non sarebbe così immediata la cessazione della “guerra”. Ma, ci siamo chiesti fin dall’inizio, chi è realmente il solipsista? Il solipsista è chi, oltre a mettere in questione l’esistenza d’altro e d’altri, si impossessa della verità, «concepita come unica e compiuta in se stessa» e «tale da risolvere in sé, nella propria concreta autorealizzazione, ogni relazione con altro.

 

È questo il motivo per cui, fin dall’inizio di questo studio e nei punti salienti dello stesso, abbiamo ricordato la necessità, per guadagnare una conclusione, di metterci in

ascolto. La prima mossa da fare, insomma, è quella di sturarci le orecchie, per cercare le tracce d’altri e per analizzarne la natura. La parola della verità, allora, può anche rivelarsi essere quella d’altri e quella con gli altri che incontriamo e con cui ci mettiamo in comunicazione. Solo allora incontriamo altri, come soggetti e non come mere tracce d’apparire o come oggetto di studio. E, infine, solo così possiamo pensare di porre fine alla violenza più radicale, cioè a quella che «non consiste tanto nel ferire e nell’annientare, quanto nell’interrompere la continuità delle persone, nel far loro recitare delle parti nelle quali non si ritrovano più, nel far loro mancare, non solo a degli impegni, ma alla loro stessa sostanza, nel far compiere degli atti che finiscono con il distruggere ogni possibilità di atto».

 

 

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