POTERE APPROPRIATIVO ESPROPRIATO

VIA NEGATIONIS

 

 

 

 

 

 

 

“Il passaggio dal sacro al profano può […] avvenire anche attraverso un uso (o, piuttosto, un riuso) del tutto incongruo del sacro. Si tratta del gioco. È noto che la sfera del sacro e quella del gioco sono stret-tamente connesse. […] Analizzando questa relazione fra gioco e rito, Emile Benveniste ha mostrato che il gioco non solo proviene dalla sfera del sacro, ma ne rappresenta in qualche modo il capovolgimento. […] Il gioco libera e distoglie l’umanità dalla sfera del sacro, ma senza semplicemente abolirla.


L’uso a cui il sacro è restituito è un uso speciale, che non coincide con il consumo utilitaristico. La «profanazione » del gioco non riguarda, infatti, soltanto la sfera religiosa. I bambini, che giocano con qualunque anticaglia capiti loro sottomano, trasformano in giocattolo anche ciò che appartiene alla sfera dell’economia, della guerra, del diritto e delle altre attività che siamo abituati a considerare serie. […]
Comune, tanto in questi casi che nella profanazione del sacro, è il passaggio da una religio che ormai è sentita come falsa e oppressiva, alla negligenza come vera religio. E questo non significa trascuratezza (nessuna attenzione regge il confronto di quella del bambino che gioca), ma una nuova dimensione dell’uso, che bambini e filosofi consegnano all’umanità”.

 

Stirner condivide l’idea di tale valenza del gioco, tanto che ne farà l’organo di profanazione dello Stato, equiparandola però ad altre forme d’uso, quasi ad assegnare all’uso stesso il valore di atto profanante:

“Ognuno ha un rapporto con gli oggetti e in realtà ognuno si rapporta ad essi in modo diverso. Scegliamo come esempio il libro col quale milioni di persone da due millenni hanno avuto un rapporto: la Bibbia. Che cos’è, che cos’è stata per ciascuno? Semplicemente ciò che ciascuno ne faceva. Per chi non se ne fa nulla, non è proprio nulla, per chi la usa come amuleto ha solo il valore e il significato di un mezzo magico, per chi, come i bambini, la usa per giocarci, non è che un giocattolo, ecc.”.

Ma questo uso “a cui il sacro è restituito”, per dirla ancora con Agamben, è un “uso speciale”, perché non ha nulla a che fare con il “consumo utilitaristico”, rappresentandone invece la totale negazione, ossia la disattivazione dell’utilitarismo e dell’utile come criterio, così come, in maniera più radicale, la serietà di ogni criterio. Questa nuova dimensione si esplicita infatti nell’“usare consapevolmente a vuoto i comportamenti propri” di una determinata attività, che non vengono cancellati, quanto piuttosto “disattivati, e in questo modo, aperti a un nuovo, possibile uso”:

“[Tale riuso] consiste nel liberare un comportamento dalla sua iscrizione genetica in una sfera determinata […]. Il comportamento così liberato riproduce e mima ancora le forme dell’attività da cui si è emancipato, ma, svuotandole del loro senso e della relazione obbligata a un fine, [l rende] un mezzo puro, cioè una prassi che, pur mantenendo tenacemente la sua natura di mezzo, si è emancipata dalla sua relazione a un fine, ha gioiosamente dimenticato il suo scopo e può ora esibirsi come tale, come mezzo senza fine. La creazione di un nuovo uso è, cioè, possibile per l’uomo soltanto disattivando un vecchio uso, rendendolo inoperoso”

É questo il punto decisivo dell’argomentazione, in quanto la profanazione rivela finalmente la propria vera natura che pertiene totalmente all’orizzonte del comico e che si qualifica, ormai si può affermarlo senza più alcuna esitazione, come parodica. Il confondere le sfere, rendendole in-decidibili proprio perché se ne sospende la genetica e l’appartenenza, la qualificazione del “comportamento liberato” come “riproduzione e mimesi” di una forma che la conduce allo svuotamento, si potrebbe anche dire all’esaurimento, alla consumazione, non sono esattamente le caratteristiche della parodia stirneriana?
E gli esiti di questa prassi – ossia la disattivazione di un vecchio uso, la liberazione da un fine predeterminato o meglio la “gioiosa dimenticanza dello scopo”, l’esibizione della propria natura di mezzo con la conseguente “creazione di un nuovo uso” – si rivelano come assimilabili agli esiti, mediati dal procedimento parodico, del ripensamento stirneriano della soggettività nell’unico, della proprietà nella sua peculiare valenza di potere appropriativo espropriato.
Si noti che è precisamente qui che l’analisi di Agamben e la prassi di Stirner, pur avvicinandosi apparentemente, divergono insanabilmente, in quanto è l’umorismo terribilmente serio ad essere il vero organo della profanazione e la parodia il suo mezzo precipuo. Essi sono il vero “compito politico [ed etico] della generazione che viene”, anzi, Stirner direbbe, la loro manifestazione:

“L’egoista si è affermato finora col delitto e ha deriso (verspottet) il sacro: la rottura col sacro (o, piuttosto, del sacro) può generalizzarsi”

Bisogna però fare attenzione a non confondere questa pratica con la secolarizzazione. Anzi, si deve affermare che proprio la parodia stirneriana sia il mezzo di opposizione più efficace alla secolarizzazione della religiosità operata da quella “gente pia” che gli atei del suo tempo si sono rivelati essere.
Ancora, e per l’ultima volta, con le parole di Agamben:

 

“Occorre distinguere […] fra secolarizzazione e profanazione. La secolarizzazione è una forma di rimozione, che lascia intatte le forze, che limita a spostarle da un luogo all’altro. Così la secolarizzazione politica di concetti teologici (la trascendenza di Dio come paradigma del potere sovrano) non fa che dislocare la monarchia celeste in monarchia terrena, ma ne lascia intatto il potere. La profanazione implica, invece, una neutralizzazione di ciò che profana. Una volta profanato, ciò che era indisponibile e separato perde la sua aura e viene restituito all’uso. Entrambe sono operazioni politiche: ma la prima ha a che fare con l’esercizio del potere, che garantisce riportandolo a un modello sacro; la seconda disattiva i dispositivi del potere e restituisce all’uso comune gli spazi che esso aveva confiscato”

Quindi, una volta resa inoperosa la coercizione e il potere del “permesso, sarà finalmente possibile la conquista di uno spazio proprio, in primo luogo declinato come rinnovata possibilità di un proprio sentire”:

“Non ci è permesso di sentire, di fronte a ogni cosa e a ogni nome che ci capita d’incontrare, ciò che vorremmo e potremmo sentire, […] ma ci è invece prescritto e imposto che cosa dobbiamo sentire e pensare e in che modo questo deve avvenire. Il senso della cura d’anime è appunto questo: la mia anima e il mio spirito dev’essere disposto come altri ritengono opportuno, non come io stesso vorrei. Com’è faticoso per il singolo conquistarsi infine un sentimento proprio almeno di fronte a questo e quel nome e ridere in faccia a qualcuno che si aspetta da noi, in reazione al suo discorso, sguardi santimoniosi edespressioni immacolate! Ciò che ci è imposto è a noi estraneo, non ci appartiene e perciò è «sacro» ed è difficile superare il «sacro timore» che ci provoca”

Questo vale in misura, se possibile, potenziata per quanto concerne i rapporti:

“Nei confronti del mondo e in particolare nei confronti degli uomini io devo impormi un certo modo di sentire, impormi fin da principio il sentimento dell’amore e «andar loro incontro con amore». In questo c’è certamente assai più arbitrio e autodeterminazione che non nel lasciarmi assalire, nel mondo, da tutti i possibili sentimenti e nell’espormi alle emozioni più disordinate e casuali. Anzi io mi apro a mondo con un sentimento predeterminato, quasi un pregiudizio o un preconcetto; nei confronti del mondo sentirò e penserò, nonostante tutte le smentite che si possono avere, solo ciò che ho deciso una volta per tutte di sentire. […] Ma il sentimento che mi sono in partenza deciso e – condannato ad avere è per l’appunto un sentimento limitato, perché predeterminato, perché io stesso non ne posso uscire e non posso sbarazzarmene. In quanto predeterminato è un pregiudizio (Vorurteil)”

La profanazione agisce quindi e precisamente sul pregiudizio imposto al sentire che altro non è che una dissimulazione (Verkleidung) del comandamento dell’amore e della sua morale, disattivandone la cogenza di dispositivo arbitrario, limitante e al contempo rassicurante – in quanto abito di risposta precostituito – e aprendo uno spazio in cui “lasciar libero gioco a tutti i sentimenti” e “mantenersi disponibile a ogni emozione”, uno spazio che sia cioè il luogo per una prassi intersoggettiva realmente innovativa e finalmente aperta a un’etica della reciprocità e della consumazione.

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