PROCESSO DI DISSOLUZIONE DEL FONDAMENTO VERITATIVO

OBLION

 

 

 

 

 

 

Se cerchiamo di cogliere, anche solo schematicamente, almeno qualche elemento di fondo che possa dar voce sempre ancora all’attualità e all’eredità del pensiero di Martin Heidegger, penso non esistano dubbi sul fatto che con Heidegger si porta, innanzitutto, a compimento il processo di fine della metafisica, quel processo di nichilismo negativo intrinseco al pensiero Occidentale messo allo scoperto, anche se da angolazioni diverse, già da pensatori come Max Stirner e Friedrich Nietzsche.

La fine della metafisica sta qui per perdita della credenza di potersi basare su una verità oggettiva: definitiva e inconfutabile. In questo processo di dissoluzione del fondamento veritativo e quindi di ogni pretesa di fondazione   universale e oggettiva ha giocato in Occidente un ruolo decisivo la categoria del nulla o del niente e soprattutto la contrapposizione essere e nulla.

Il nulla è una categoria reclamata da più parti come problema di fondo e della significazione o negazione della cultura Occidentale o della storia della metafisica o dell’essere. Ma, reclamare il nulla ha, non a caso, una molteplicità di significati.

Si va, per esempio, dalla negazione radicale di ogni categoria sovraindividuale o sovrastorica, quindi dalla negazione dei concetti o del pensiero o della ragione in generale, in quanto ritenuti luoghi di distruzione del fondamento dell’esistenza e dell’autenticità umana, alla devastazione del Dio morale o della divinizzazione dell’uomo per ridare nuovamente, singolarità, differenza e unicità ad ognuno, basandosi appunto su nulla (è il caso di Stirner), al nulla come possibile nuova trascendenza dopo la morte di Dio (del Dio morale ovviamente: è il caso di Nietzsche) o all’apertura all’essere come evento o accadimento (Ereignis), come contrapposizione ad ogni forma di ontologia metafisica (è il caso soprattutto di Heidegger). Dal regno metafisico dei fini (di Kant) al regno metafisico della libertà (di Marx), è impossibile, da prospettiva stirneriana, nietzscheana e heideggeriana, pensare in termini di telos o mediazione spirituale fra ragione e esperienza storica, o in termini di continuità storica come quel processo sensato di una ragione storica o ii una ragione in generale che si impone, hegelianamente, nella storia.

Se per Stirner il nulla è quell’istanza positiva a partire dalla quale l’unico può dare nuovamente fondamento a se stesso e senso alla vita, il nulla di Nietzsche, invece, è quell’istanza negativa che solo accogliendola come destino la si può superare conferendo fondamento e senso alla vita e risposta alla dissoluzione di ogni valore e allo sprofondare dell’uomo appunto negli abissi del nulla. In termini nietzscheani: preferire il nulla al non volere nulla, come punto d’inizio e d’approdo per fuoriuscire dall’abisso del nichilismo.

Con Heidegger spostiamo l’attenzione su una prospettiva un po’ diversa di consumazione o superamento del nichilismo. Intanto è la stessa filosofia della tradizione occidentale, come ontologia metafisica, a manifestare, secondo Heidegger, il suo essere nulla, costituendosi, infatti, sul nulla ed in questo senso, irreparabilmente, in vista del nulla. In chiave di lettura filosofica, si può, allora, superare il nichilismo? Ovverosia, ha senso superarlo o parlarne? Perché non fondare la propria esistenza vivendo per il nichilismo, ovverosia vivendo il nichilismo fino in fondo, come propone, per esempio, Vattimo? Per quel che riguarda il problema del nichilismo, così come posto da Heidegger, più che rispondere alle domande messe qui in gioco è, anzitutto e primariamente, necessario cogliere l’essenza del nichilismo, ovverosia rispondere al senso o non-senso del nichilismo a partire da ciò che Heidegger definisce essenza stessa del nichilismo.

Ora, partendo proprio dalla domanda sull’essenza del nichilismo bisogna dire che, per Heidegger, il nichilismo non è fenomeno a cui ci si può avvicinare dall’esterno, ma accadimento,(interno) che appartiene alla storia stessa dell’essere e quindi al darsi e ritrarsi dell’essere nelle diverse aperture storico-epocali della metafisica. Visto da questa angolazione, il nichilismo, allora, è destino epocale legato al pensiero dell’essere, ma di quell’essere, però, in cui heideggerianamente dell’essere non è più niente. Di qui, intanto, la necessità heideggeriana di ripensare il destino metafisico come erranza che non è solo da riferire al soggetto in quanto singolarità, ma alla storia dell’essere in generale. Per rispondere alla domanda sopra avanzata: se ne va  dell’essere nella sua storia, ha certamente senso, come mette in luce Heidegger, porsi filosoficamente la domanda sull’essenza del nichilismo e ripensare il destino metafisico in termini di (superamento) Überwindung o meglio di consumazione interna della metafisica (Verwindung der Metaphysik) della soggettività. In questa consumazione interna, si tratta di andare alle radici del processo nichilistico chem Heidegger riconduce al mutamento dell’essenza della verità iniziato con Platone.

Mutamento di una verità, intesa originariamente come svelatezza o discoprimento (aletheia/Unverborgenheit) dell’essere, quindi costitutivamente come essenza stessa dell’essere, che però con Platone, e successivamente a lui, assume, da prospettiva heideggeriana, il carattere nudo e crudo di soggettività o meglio soggettità (Subiektität), questo il termine di Heidegger. Verità come soggettività e non verità come essere. È la soggettività che a partire da Platone è il punto (metafisico) di riferimento o d’inizio di rovesciamento della verità dell’essere. È, infatti, ormai la soggettività l’istanza che pretende di cogliere l’essere nel suo essere e d’imporsi o volersi imporre sull’essere.

Ma, allora, è l’imporsi del dominio dell’ente in cui l’essere, gioco forza, si detrae e cade in oblio. Se seguiamo Heidegger, con l’avanzata del primato della soggettività o soggettità non siamo più nella storia dell’essere, anzi completamente e irreparabilmente fuori dal dominio dell’essere e quindi fuori dal dominio della verità. Siamo entrati appunto nella storia della metafisica del soggetto.

Detto diversamente: siamo entrati nella storia della dimenticanza dell’essere (Seinsvergessenheit) che Heidegger, con grande lucidità, identifica nel mondo contemporaneo col tema o problema della tecnica dispiegata o Gestell. Ovverosia: con la messa a fuoco dell’essenza della tecnica, legata alla storia della metafisica proprio in termini di oblio dell’essere. La tecnica si configura come impero o dominio a partire dall’imporsi della Subjektität, ecco perché, per Heidegger, le sue tracce portano lontano, indietro nel tempo, già al pensiero di Platone in cui l’ente ha priorità sull’essere: di qui l’oblio o dimenticanza dell’essere.

Come dire, l’essenza della tecnica si configura, per un verso, come destino della metafisica del soggetto, per altro verso come l’autocompiersi ed esaurirsi di questa metafisica. Ma in prospettiva heideggeriana, la tecnica, come si può notare, non è il prodotto del caso, piuttosto destino metafisico che è incluso, come si diceva sopra, nel darsi e sottrarsi epocale dell’essere. In questo senso, l’essenza della tecnica rappresenta l’esperienza epocale che è, sì, abbandono dell’essere, nello stesso tempo essa offre, però, la possibilità di comprendere la storia della metafisica nella sua essenza compiuta e quindi nella sua dissoluzione. Comprendere, cioè, quella storia ch’è dominio dell’ente sull’essere, nichilismo appunto, essendo questo la storia nella quale, heideggerianamente, dell’essere non è niente.

 

Come rispondere (filosoficamente) allora al nichilismo se la sua storia è storia dell’essere, ovverosia la storia nella quale ormai dell’essere non è più niente?

Rispondere alla domanda significa ricostituire l’essere come verità o meglio ricostituire l’essere nella sua verità, ciò significa però un ritorno inaggirabile all’essere. Un ritornare, cioè, intanto, al punto di partenza che ha dato avvio a quelmutamento dell’essenza della verità il cui risultato è nichilismo o il niente. Qual è questo punto di partenza, quale l’inizio? L’inizio del mutamento della verità si ha allorché, a partire da Platone, alla svelatezza originaria dell’essere, si è fatto corrispondere lo sguardo ontico dell’ente-uomo, allorché la verità non è stata più intesa come discoprimento (aletheia), ma come corrispondenza tra rappresentazione e rappresentato. A partire da questo mutamento, che ha travolto l’essenza dellam verità, non è più l’essere a spiegarsi all’uomo, ma l’uomo a spiegarsi l’essere e più precisamente: è l’uomo a spiegare l’essere nel suo essere. Se seguiamo le linee tracciate da Heidegger, anche Kant non ha fatto molto meglio per superare la dimenticanza dell’essere.

Infatti, è vero che Kant non desume più la conoscenza dalla corrispondenza tra rappresentazione e rappresentato, piuttosto dalla corrispondenza della conoscenza a regole, ovverosia seguendo le linee che sono già tracciate nella struttura dell’intelletto, ma più che superare la dimenticanza dell’essere passa da una verità come teoria della corrispondenza ad una verità come teoria dell’oggettività del rapporto di rappresentazione e niente più. Il primato dell’ontico non viene affatto meno. Tutt’altro, tant’è che la verità è intesa sempre ancora e comunque come qualcosa che si può riconoscere o di cui si può disporre se si ha la possibilità di una sua fondazione o di un logos valido universalmente la cui vincolatività è riconosciuta o riconoscibile da tutti29.

Nell’ottica della metafisica tradizionale, punto di riferimento della verità diventa la determinata realtà che, dim,volta in volta, viene assunta come logos, storia, ragione, sacro, divino, ecc., ovverosia come categoria che rappresenta l’essenza vera dell’uomo e a cui l’uomo è obbligato e in cui l’uomo deve riconoscersi se vuole giungere alla sua vera essenza o al suo vero sé (si veda in questo contesto la critica devastante ai concetti formulata da Stirner). La metafisica della presenza (Metaphysik der Anwesenheit) di cui parla Heidegger, è tutta dispiegata già qui, in un concetto di verità in cui si cerca, di volta  in volta, il criterio, il punto metafisico di fondazione ultimo per la verità e la conoscenza.

Heidegger rovescia tutta la storia del pensiero occidentale proprio con la domanda: “perché crediamo che la verità sia qualcosa che abbia bisogno di un criterio?”. In questa domanda si trova uno dei punti di partenza fondamentali per discorrere del concetto di verità in Heidegger e di eredità heideggeriana, il fatto, cioè, che alla costrizione, se vogliamo, autogiustificativa o meglio alla fissazione (come direbbe Max Stirner) nella ricerca di un criterio sovrastorico come fondamento della verità, indipendentemente dal linguaggio, dalle regole e dalle forme di vita di una determinata comunità, Heidegger abbia voluto contrapporre le sue grandi scoperte: la temporalità e storicità dell’essere, quindi l’inaggirabile prestruttura del comprendere o il circolo ermeneutico, in ultima analisi e fondamentalmente: la ricerca di un nuovo linguaggio capace di dire l’essere.

Ricerca che ha contribuito,non poco alla svolta linguistica in filosofia, ad un nuovo modo di filosofare o meglio di, pensare con tutti gli effetti anche d’irritazione che ha causato e causa l’intraducibilità che tutti noi conosciamo del linguaggio heideggeriano. Come sempre vogliamo valutare questa svolta verso un nuovo linguaggio, tutto possiamo fare, ma non scindere il pensiero di Heidegger dalla ricerca linguistica, dall’ossessione di creare un nuovo linguaggio che corrisponda al linguaggio dell’essere o della verità e uscire, in definitiva, dal linguaggio metafisico. Ma qual è il linguaggio della verità e quindi non metafisico? Sappiamo che Heidegger ha fatto ricorso, in un primo momento, al concetto di Unverborgenheit (aletheia). Nel saggio Dell’essenza della verità (“Vom Wesen der Wahrheit” del 1930, pubblicato nel 1943), egli dice: verità è “die Offenständigkeit des Verhaltens”. Ovverosia, se seguiamo la versione offerta dall’ottima interpretazione di Rorty: verità è ciò che accade nell’atto originario della creazione di un linguaggio. Parlare di nuovo linguaggio, per Heidegger, non significa allora corrispondere a criteri (già esistenti o elaborare concetti da far corrispondere agli oggetti nel senso tradizional-metafisico di adaequatio), ma aprirsi al processo di creazione di nuove possibilità dell’essere. (Negli sforzi linguistici di Derrida si nota, penso, con chiarezza questa eredità heideggeriana). Il linguaggio della verità è veramente tale, allora, se è apertura/radura (Lichtung).

In questa prospettiva, se partiamo dall’assunto che non possiamo disporre di nessun criterio assoluto o oggettivo, anche e soprattutto per la determinazione degli stessi criteri, si comprende facilmente che per l’esattezza o la giustezza (Richtigkeit) di proposizioni, o per lam verità, in generale, viene a mancare quel punto d’osservazione intoccabile che si riteneva ancora possibile nell’ontologia metafisica tradizionale o nella metafisica, che Heidegger, definisce della presenza (Metaphysik der Anwesenheit). Detratta alla metafisica, la verità è situata ora, invece, nell’accadere del linguaggiostesso e più precisamente: in quelle (nuove) forme di linguaggio che sono discoprimento dell’essere. Sotto questo punto di vista, dire linguaggio significa dire allo stesso tempo e primariamente rientro nell’essere.

Si tratta, in termini heideggeriani, del passaggio o di quella svolta (o Kehre), come Heidegger stesso la definisce, che noi possiamo riassumere con le parole: il passaggio dal carattere trascendente dell’esserci alla temporalità quale orizzonte proprio dell’essere o più precisamente: il passaggio dall’ontologia fondamentale, in cui si parte ancora dall’esserci ovverosia dalla capacità progettuale dell’uomo, all’evento, all’accadimento (Ereignis) dell’essere. Nel saggio già citato Dell’essenza della verità, Heidegger dirà: “il salto nella svolta” è da intendersi come “una svolta entro la storia dell’essere” (Seyn). La svolta, precisa Heidegger, “non è un cambiamento del punto di vista di Essere e Tempo, in essa il pensiero che là veniva tentato, raggiunge per la prima volta il luogo della dimensione a partire dalla quale era stata fatta l’esperienza di Essere e tempo, come esperienza fondamentale dell’oblio dell’essere”.

È importante notare che con  la svolta, il problema della verità non si pone più sul piano dell’esserci, ma sul piano della radura, quindi sul piano stesso dell’essere38. Luogo della verità è la svelatezza, il discoprimento e non più l’apertura (Erschlossenheit): appunto l’Ereignis. Ma che cos’è l’essere come evento o accadimento?

 

 

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