IN REMOTO FANTASMA

DEI FANTASMI

 

 

 

 

 

 

 

Stirner, dunque, è convinto che la storia sia stata «finora storia dell’uomo spirituale», una storia colma di fantasmi e oltremodo pervasa di ossessioni. Fra queste la più grave e indelebile è certamente quella per il mondo vero, per la cosa in sé, per la verità, poiché è proprio nel consolidarsi di tale ossessione che il cerchio magico tra esistenza e essenza, cui costantemente Stirner fa riferimento, si è aperto.

 

Ora, come abbiamo detto, l’interesse di Stirner non è tanto quello di inveire contro il cristianesimo in senso stretto, né, in fin dei conti, quello di confutare in maniera rigorosa quanto Feuerbach espone nell’Essenza del cristianesimo: il cristianesimo così come l’umanesimo feuerbachiano non sono altro che i momenti culminanti, le impronte più rilevanti ed esplicative di ciò che potremmo chiamare il movimento, la metamorfosi e la sublimazione della fede nella verità lungo il corso della modernità.

Pertanto, cristianesimo e umanismo servono a Stirner unicamente come testimonianza di tale «cammino della verità», poiché è appunto la verità stessa – come oggetto e stimolo di ogni sentimento morale e religioso e come nocciolo di ogni devozione e bigotteria – che l’autore si propone di inseguire e attaccare nelle sue molteplici manifestazioni. È nella verità, assunta come valore supremo, che riposa infatti l’abito del credente: «se attacchiamo singole verità tradizionali […], gli illuminati si schierano con noi e solo i vecchi credenti strillano. Ma se attacchiamo la verità stessa, ci avversano gli uni e gli altri, perché gli uni e gli altri sono credenti».

 

Ecco, dunque, un aspetto notevole della posizione stirneriana: gli ottusi difensori dei vecchi dogmi religiosi, quanto gli illuminati fautori della ragione filosofica e del pensiero logico-razionale (come Feuerbach) si ritrovano sul medesimo piano della critica in quanto credenti. Propriamente ciò in cui essi credono e che non osano intaccare è il valore in sé della verità. Da questo punto di vista, che sia Dio o il concetto di «puramente umano» a essere manifestazione del vero, che sia, quindi, il prete o il filosofo a farne da mediatore, per Stirner si tratta comunque della medesima fede: è sempre qualcosa di incondizionato e di «invisibile» ad avere valore, ovvero l’essenza, il significato che si nasconde dietro le cose.

E, per quanto questo «invisibile» possaacquisire nel tempo aspetti ed espressioni differenti, la sua sacralità rimane invariata nell’essere, di volta in volta, rappresentazione della verità. A riguardo Stirner annota: «santa attività è dapprima la preghiera, poi questa “meditazione” trapassa in un “pensiero” razionale e discorsivo, che tuttavia continua ad avere nella “santa verità” il suo irremovibile fondamento di fede ed è soltanto una macchina prodigiosa che lo spirito della verità predispone in modo da potersene servire».

 

Passando da Dio e dalla generica credenza negli spiriti per arrivare al concetto e alla postulazione di un «mondo in sé» o di un mondo puramente umano, l’epoca cristiana, o la modernità, è invariabilmente caratterizzata da un’irremovibile fede nella verità. Questa fede però – come lo stesso Stirner rileva – cambia la sua fisionomia, smette i panni cerimoniosi della preghiera e della superstizione, per farsi col tempo più sobria e discreta nelle vesti della razionalità e della discorsività del pensiero. Tuttavia ad agire dietro la razionalità del pensiero è ancora lo «spirito della verità» il quale predispone e si serve di questa «macchina prodigiosa» – che è appunto il pensiero logico-concettuale – grazie alla quale si dispiega e si radica ulteriormente. Infatti, quando la «santa verità» inizia a sciogliere i legami con la «santa meditazione» per divenire alimento del «pensiero razionale e discorsivo» – aggiunge l’autore – «ci si accorse ben presto che non era indifferente cosa si avesse a cuore o di che cosa ci si occupasse; si riconobbe l’importanza dell’oggetto».

Con il disciplinarsi in senso logico e razionale dello spirito, cresce l’importanza dell’oggetto che si para di fronte all’uomo, l’importanza delle «cose» del mondo, e con essa la possibilità di chiarirne in modo analitico l’essenza. Quest’ultima – precisa infatti Stirner – «è la sola cosa in esse che può essere pensata e appartiene agli uomini pensanti».

 

Cambiando i propri connotati lo spirito della verità si consolida sotto l’egida e la giustificazione della ragione discorsiva. L’uomo spirituale si fa allora più esigente: infatti, la verità o l’essenza delle cose, non riguarda più solamente il credente con il suo sentimento di devozione religiosa, ma ha a che fare sempre di più con l’«uomo pensante». L’essenza, o la verità, diviene appunto «la sola cosa in esse [nelle cose] che può essere pensata» ovvero colta dal pensiero. In altre parole, l’importanza, la validità e la verità del mondo – suggerisce Stirner – vengono gradatamente rintracciate non più nella santità della sostanza divina ma nell’intelligibilità stessa del mondo, ovvero nel suo disporsi al dominio dei pensieri, dei concetti e della ragione, tanto che «nella prospettiva della storia dello spirito è inevitabile giungere a quest’astrazione, alla vita dei concetti generali».

Con la razionalizzazione dello spirito, non solo rimane intatta la fede nella verità, ma ci si trova ancora «nell’ubbidienza e nell’invasamento, un invasamento tanto più saldo e radicato quanto più è camuffato dalla «ragionevolezza» della conoscenza. In breve, potremmo dire così: il dominio logico-razionale del concetto è ancora un dominio teologico-religioso, altrettanto dogmatico e superstizioso. Stirner ne è certamente persuaso e infatti domanda: «come può sostenere la filosofia moderna […] di averci dato la libertà» di aver spezzato il giogo della superstizione e insieme a essa l’ingerenzadel sacro «se non ci ha liberato dal potere dell’oggettività»ovvero dalla credenza nell’esistenza di oggetti in sé, nella cui verità è rappresentata la verità dell’uomo e del mondo, e verso i quali, dunque, è necessario mostrare la nostra riverenza?

Stirner ha evidentemente premura di sottolineare quanto il pensiero moderno, nonostante la sua presunzione di scientificità, sia ancora espressione e veicolo della fede e dell’obbedienza nel mondo degli spettri e dei fantasmi, che ora esprimono il loro dominio nella figura di «oggetti» della conoscenza razionale e della moderna «filosofia speculativa». Peraltro è proprio l’autore a notare che «il regno celeste, il regno degli spiriti e dei fantasmi, ha trovato una giusta sistemazione nella filosofia speculativa»81, e a dire il vero,

solo la filosofia moderna a partire da Cartesio, si è data seriamente da fare per portare il cristianesimo verso la sua attuazione completa ed efficace, innalzando la “coscienza scientifica” ad unica vera e valida. Per questo la filosofia moderna comincia col dubbio assoluto, col dubitare, con la contrizione della coscienza comune, con l’allontanamento da tutto ciò che non è legittimato dallo spirito, dal “pensiero”. Essa […] non ha pace finché non ha portato in ogni cosa la ragione, in modo da poter dichiarare: “Il reale è razionale e solo il razionale è reale.

 

Ovvero «solo il razionale è, solo lo spirito è! Questo è il principio della filosofia moderna, il principio veramente cristiano». Col «“regno dei pensieri”», insomma, la modernità giunge alla sua maturità, e «il cristianesimo ha raggiunto la sua perfezione». Stirner, in questo senso, ammette che la modernità – la quale ha appunto inizio con il cristianesimo – non sia altro che il racconto dell’avventura dello spirito, della rinnovata e perfezionantesi spiritualizzazione del mondo: lo «Spirito santo» e la teologia, dopo numerosi avvicendamenti, si riconoscono e riaffermano nella filosofia speculativa e nella «legge della ragione». E, anzi, proprio nella legge della ragione «la devozione religiosa, se deve continuare a essere valida, deve trarre la sua legittimità». La vecchia teologia sopravvive nella moderna filosofia e quest’ultima continua a esistere come teologia.

 

Ora, la radicalità di Stirner sta proprio nell’avvicinare e nel cogliere la continuità tra teologia e filosofia, tra «spirito credente» e «spirito filosofico», «in quanto entrambi espressione di una realtà senza relazione nei confronti delle cose del mondo», entrambi ossessionati dall’oggettivo, dall’incondizionato, dall’universale.

Nelle preghiere del sacerdote quanto nelle dissertazioni del filosofo il rapporto di devozione e di dipendenza nei confronti dell’oggettività rimane invariato: prima questa oggettività, ovvero il dato assoluto che sta dinnanzi all’uomo, è la maestà di Dio; in seguito, essa è la maestà dell’idea e dei concetti, della legge della ragione e delle verità incorruttibili che da essa derivano. Insomma, pur facendo affidamento alle dimostrazioni della ragione, la filosofia continua a prestar fede alla «cosa in sé» – ovvero per Stirner è lo stesso – allo spirito, al divino: quest’ultimo si rivela ora nelle astrazioni e nelle idee della ragione, nelle verità sovrasensibili con le quali armeggia la stessa filosofia, la quale si erge, nella sua pretesa razionalità e scientificità, a rappresentazione veridica del reale.

 

 

Nell’Unico troviamo dunque scritto che con la filosofia speculativa e le verità della ragione la spiritualizzazione del mondo giunge al suo apogeo e, con essa, il dominio dei fantasmi tanto che – annota Stirner – «la storia della tentazione non è più rappresentata da Satana, ma dallo spirito, e questo non ci seduce con le cose di questo mondo, ma con i pensieri su di esse, con lo “splendore dell’idea”». La teologia trapassa nella filosofia: ad ammantarsi di sacralità sono ora le idee, i concetti e i pensieri. E la loro sacralità, in qualche modo, sta proprio nel loro «potere seduttivo», tanto forte ed efficace da persuaderci non solo del fatto che il mondo possa essere in sé razionale, ma anche che la vera vita sia inscindibile dalla conoscenza: a tal proposito Stirner asserisce che è proprio il pensiero tedesco che «cerca più di ogni altro di raggiungere i cominciamenti e i punti sorgivi della vita e vede soltanto nella conoscenza stessa la vera vita».

Laddove si potrebbero riconoscere i meriti di una conoscenza che è riuscita ad affrancarsi dalle infondatezze della religione, Stirner insinua invece i suoi dubbi; che la conoscenza e la ragione possano fungere da «chiave d’accesso» per la «vera vita» e che attraverso di esse il mondo possa dischiudersi nel suo essere effettivo, non conferma solamente quanto il dominio dei fantasmi sia giunto nel profondo delle convinzioni umane, ma mostra altresì la sua violenza: che la realtà possa esaurirsi nella conoscenza o nelle formule concettuali che di essa disponiamo è appunto «l’estrema violenza del pensiero, della sua tirannia assoluta, del suo dominio esclusivo, del trionfo dello spirito e, con esso, del trionfo della filosofia.

Trionfando – raggiungendo cioè le vette rarefatte del pensiero concettuale e della sua logica astratta – lo spirito trasforma tutto in «una cantilena di concetti, il reale in un mondo anemico e spettrale. Il pensiero, o meglio il «regno dei pensieri», scrive a riguardo Stirner, è infatti «quell’interiorità in cui tutte le luci del mondo si spengono, ogni esistenza perde la sua esistenza e l’uomo interiore […] è il tutto in tutto»; poi aggiunge: «Questo regno dei pensieri è in attesa della redenzione, è in attesa come la Sfinge, della parola di Edipo, che sciolga l’enigma.

 

 

Che si può dire a proposito di questa «parola» della quale il «regno dei pensieri» è come in attesa? Che legame intrattiene con la violenza del pensiero? Ebbene la «parola di Edipo» è appunto la risposta, il «cielo», per dirla con Stirner, verso il quale da sempre l’uomo interiore cerca di ascendere; è l’insopprimibile fede nella verità, è la volontà di verità dell’«uomo interiore» che vive per interpretare e esige di trovare e fondare il senso che rappresenti il mondo così come l’uomo.

 

Quella «parola», si potrebbe dire, è lostesso desiderio di «dire» l’uomo e il mondo, il desiderio di conciliare e far combaciare, nella conoscenza, le «cose» da una parte e le loro definizioni dall’altra. L’attesa della «parola di Edipo» è l’attesa dell’«universalmente valido» e insieme lo sconquasso e il rovesciamento del mondo per scovare la «cosa in sé». Ma tutto ciò, appunto, non è che l’ «estrema violenza» e la tirannia cui perviene la volontà di verità; ovvero non è altro che una «pazzia», sentenzia Stirner. È il delirio della conoscenza per il quale «al pensiero deve corrispondere perfettamente la realtà, il mondo delle cose.

 

Di tale «pazzia» è in effetti sintomatica la convinzione che «i concetti devono decidere in ogni cosa, i concetti devono regolare la vita, i concetti devono dominare».

Insomma, l’idea di Stirner è questa: la filosofia è la regione dello spirito in cui le credenze della coscienza comune si estinguono nella «coscienza scientifica», il luogo in cui lo spirito perviene alla sua più alta sistematizzazione. Ma, proprio come germoglio compiuto dello spirito, essa è anche la più solida affermazione del sacro, il violento e nefasto sigillo del divino, di Dio: il trionfo della filosofia è appunto il trionfo dello spirito. Ma, detto ciò, se il trionfo dello spirito è insieme il trionfo della filosofia, il trionfo della filosofia non è in fondo il trionfo della verità? Non è forse la verità il fantasma dei fantasmi, la stella più splendente del mondo dello spirito, il parto più significativo dello spirito cristiano? Se Dio era la verità, con il trionfo della filosofia è la verità a essere divina, anzi è la divinità stessa.

 

E infatti Stirner domanda: «che altro è questa verità se non l’être suprême, l’essere supremo […]», Dio, potremmo aggiungere, nella sua più sottile e persuasiva metamorfosi? Dio non è che la vecchia muta di cui la verità, come un serpente, si è sbarazzata. Essa, cioè, non trova più il suo valore assoluto in Dio, ma appunto nella filosofia speculativa, nel pensiero astratto: anzi, essa è l’essenza stessa del pensiero, o meglio ancora, «il pensiero che è superiore a ogni altro, il pensiero incontrovertibile, è il pensiero stesso, grazie al quale soltanto tutte le altre idee vengono santificate, è la consacrazione dei pensieri, il “pensiero assoluto”, “santo”». D’altra parte, scrive Stirner, il pensiero «si fonda su una fede ferma, la fede nella verità».

Dunque, verità e pensiero si implicano e sostengono reciprocamente: la prima in quanto essenza, «nutrimento» e «consacrazione» del pensiero; il secondo in quanto sede e manifestazione della fede nella verità. Ma a ben vedere, lo stretto legame tra verità e pensiero è il segno stesso della complicità e dell’identificazione tra filosofia e teologia: se, come affermato finora, la filosofia moderna è il vertice più alto del dispiegarsi dello spirito cristiano e se la «sacra verità», spostandosi dall’irrazionalità di Dio, approda, in un «processo di sublimazione», al metodo logico-discorsivo del pensiero concettuale, in cui ora risiede, ecco che allora potremmo considerare filosofia e teologia come i due volti di una medesima medaglia.

 

Questa coincidenza ci viene inoltre confermata dal fatto che, come osserva il filosofo di Bayreuth, la filosofia speculativa, allo stesso modo dellateologia «vuole tirar fuori dei pensieri dalle cose, […] vuole scoprire la ragione nel mondo, […] vuole scoprirne la sacralità», vuole fare, cioè, del mondo alla rovescia, del mondo delle «cose in sé», del mondo dei fantasmi, la verità. Entrambe sono in cerca di «generici esseri spirituali». Entrambe, potremmo affermare, si arrogano il diritto di determinare l’essere del mondo. Ed è proprio alla luce di tutto ciò che Stirner può commentare: «solo come teologia la filosofia può vivere se stessa fino in fondo e giungere al suo compimento. La teologia è il luogo eletto della sua agonia».

 

 Ovvero solo in quanto teologia la filosofia può giustificare fino in fondo la propria ragion d’essere e al contempo portare a termine la propria «vita»; il che significa che solo riconoscendosi come teologia la filosofia può sussistere ma anche essere superata. Per l’appunto la teologia è il luogo eletto della sua agonia. Peraltro, c’è un’altra frase nell’Unico che ribadisce in qualche modo il senso delle parole sopracitate: «Soltanto se uniti al mondo irrigidito, pensante, il mondo cristiano, il cristianesimo e la religione stessa potranno sprofondare».

Quello che evidentemente Stirner si sforza di dire è che solo se teologia e filosofia, spirito credente e spirito filosofico non vengono fraintesi come i termini opposti di un approccio verso il mondo, l’uno irrazionale l’altro razionale – solo, cioè, se riconosciamo il mondo irrigidito dei concetti e del pensiero unito al mondo cristiano, al mondo religioso – allora lo stesso mondo dello spirito, il «mondo alla rovescia», può sprofondare. Questi mondi, cioè, vanno considerati una cosa sola, uniti, poiché entrambi sono opera del medesimo «movimento dell’interiorità», entrambi muovono dalla stessa fede metafisica, ovvero la fede nel sovrasensibile, nella «cosa in sé».

 

Entrambi, inoltre, si reggono sulla fede nella verità, che potremmo tradurre anche in «fede nelle essenze», ovvero la fede nella possibilità di circoscrivere, attingere e dimostrare oggettivamente l’essere delle cose e del mondo. Fintanto che l’identità di questi mondi non viene denunciata e posta come problema, lo spirito cristiano non può ancora essere «smascherato», in particolar modo nel suo più recente travestimento e dominio che è, appunto, quello del cogito, della coscienza scientifica e della conoscenza razionale. Soprattutto, di questo «regno dei pensieri», non può venire sconsacrata e profanata la persistente fede nella verità e insieme ad essa vinta la presunzione di potere conoscere e comunicare l’essere.

 

Allora, problematizzare come fa Stirner la «comunione» di filosofia e teologia, significa rifiutare la tirannia dello spirito che vuole, in ultima istanza, far aderire pensiero e realtà, e svelare, al contempo, l’inganno metafisico per il quale pensiero e verità pretendono di coincidere nella conoscenza. In questo senso, la critica antimetafisica perpetrata da Stirner investe contemporaneamente il pensiero nella sua pretesa di giustificarsi e di trarre la propria verità «dal sapersi identico all’essere e dal voler partecipare alla perfezione dell’essere, e la verità nella «sua pretesa assoluta di essere l’incarnazione dell’essere».

 

Dette in altri termini, Stirner mette in discussione la credenza per la quale il pensiero – o la pensabilità come dice l’autore – attraverso la sua facoltà rappresentativa, sarebbe in grado didimostrare e spiegare, ovvero dirci qualcosa a proposito dell’essenza o dell’intima verità di una cosa; che sia in grado, cioè, nella sua capacità di elaborare concetti, di predicare l’essere, le determinazioni essenziali e l’identità degli oggetti, del mondo e dell’uomo. Osando, potremmo dire che per Stirner pensabilità e conoscibilità non sono affatto la stessa cosa, non sono sinonimi.

Arrivati a questo punto, possiamo dunque affermare questo: che Stirner intende negare l’essere come fondamento, come dimensione della «verificabilità» del reale: «con l’essere non si giustifica proprio niente», sentenzia infatti il filosofo di Bayreuth. Innanzitutto perché l’essere, così come le essenze, non sono «cose» che se ne stanno velate nel mondo e negli oggetti in attesa che la ragione le indaghi e le sveli. Come sappiamo, per Stirner, tutto ciò vale, ad esempio, per il concetto di «uomo»: quest’«uomo» – che con le sue universali determinazioni si pretenderebbe di scoprire affinché gli individui si congiungano con il loro vero essere – non è affatto qualcosa che esiste nell’attesa che la luce rischiaratrice della ragione o della critica lo liberi dalle ombre; esso, infatti, non è che un’illusione, una finzione dello spirito, esattamente quanto lo è l’essere: l’uomo, le essenze e l’essere, direbbe Stirner, sono spiriti, fantasmi, prodotti arbitrari dello spirito stesso, astrazioni scambiate per verità aventi valore in se stesse. Ora, tra queste astrazioni dello spirito l’essere, scrive Stirner, è «l’“astrazione” più alta».

Da questo punto di vista, la strategia di Stirner è «una strategia chiaramente antieleatica, antiparmenidea, e quindi antifilosofica nel senso più ampio». Questa «dichiarata volontà di rompere col pensiero eleatico […] si manifesta […] nel rifiuto stirneriano di ogni ontologia e nel conseguente passaggio ad una filosofia che anziché fondarsi sull’immagine morale del pensiero, conduce a una critica radicale di quell’immagine».

Denunciando il dominio dei fantasmi, mettendo in questione Dio e più in generale lo spirito cristiano, Stirner si propone di mettere in questione non solo il desiderio della «santa verità», ma il bisogno metafisico stesso, ovvero il bisogno di un fondamento, di un cielo, di un bene supremo e della fede che ne consegue. Solo se questo desiderio e questo bisogno saranno avvolti dal sospetto, la fascinazione per la verità, «l’autorità suprema dello spirito», potrà essere superata e con essa la gerarchia imposta dal cerchio magico tra il mondo vero, in sé, e il mondo solo apparente. Questa gerarchia durerà in effetti

solo fino a che i bigotti, cioè i teologi, i filosofi, gli uomini di Stato, i filistei, i liberali, i pedagoghi, i servi, i genitori, i figli, le coppie sposate, Proudhon, Gorge Sand, Bluntschli, ecc., ecc., verranno ascoltati con grande rispetto: la gerarchia durerà solo fino a che i princìpi verranno pensati, creduti o anche criticati: infatti anche la critica più inesorabile, che distrugge ogni principio vigente, crede in ultima analisi al principio.

In altri termini, fino a che, a dispetto di ogni critica, la credenza in un «principio ultimo» continuerà ad alimentarsi del rispetto per una qualche verità, per un essere supremo, non solo perdurerà tale gerarchia, ma sussisterà ancora il dominio degli «operatori» della morale, dei sacerdoti, dei «colti», di tutti coloro, cioè, che si vogliono portatori, e dunque mediatori, di una qualche verità e della sua conoscenza: chi, come l’«incolto», non dispone di tale verità, «soggiace al loro potere e viene dominato da – pensieri». Perché se, appunto, «c’è anche una sola verità a cui l’uomo deve dedicare la sua vita e le sue forze, poiché egli è uomo, vorrà dire che egli sarà soggetto a una regola, a un dominio, a una legge, ecc.: sarà a servizio. Verità di tal genere sono, per esempio, l’uomo, l’umanitarismo, la libertà».

In definitiva, si potrebbe dire che – nella sua generale polemica contro lo spirito – Stirner arrivi a liquidare insieme pensiero speculativo, essere e verità, quali elementi della volontà di conoscere, interpretare, ordinare, fondare e costruire identità ed essenze le quali, in veste di istanze supreme, costituiscono la destinazione verso cui il mondo e gli uomini sono chiamati a tendere e progredire. Questo proposito, peraltro, è del tutto coerente con quello di spezzare il cerchio magico del cristianesimo. Infatti, nella volontà di conoscere e interpretare la verità in quanto fine (e non in quanto strumento) della conoscenza stessa, il cerchio magico è ancora attivo. Ad essere ancora in funzione è appunto la cristiana tensione morale che si affanna e strugge per il «mondo vero», per il «regno della verità», ovvero per la conoscenza di qualcosa di incondizionato, assoluto, «in sé», verso il quale anelare; lo stesso pensiero assoluto, cioè il libero pensiero che si vorrebbe affrancato dalle superstizioni, è ancora «preso» dalla circolarità magica: «il pensiero assoluto può essere agnostico quanto vuole, ma c’è un limite ineliminabile: esso crederà pur sempre alla verità, allo spirito, all’idea e alla sua vittoria finale: esso non pecca contro lo Spirito Santo. Ma ogni pensiero che non pecca contro lo Spirito Santo è fede negli spiriti o nei fantasmi».

 

La verità, la più fine e per questo la più duratura tra le superstizioni, è il punto dal quale il cerchio magico continua a propagarsi e riprodursi: fino a che quest’ultima superstizione non sarà abbattuta e coperta da un riso oltraggioso, il dominio del pensiero continuerà a perpetrare la morale cristiana e la sua circolarità magica, tanto più quanto questo «regno dei pensieri» invoca serietà e zelo nella definizione della verità stessa; in effetti, questa serietà non è che un prodromo dell’intensità dell’invasamento per il «mondo vero», per il quale si deve mostrare veracità e disinteressata dedizione. La serietà richiesta dagli «uomini pensanti» e dalla speculazione razionale «esprime chiaramente quanto siano ormai diventati antichi e seri la follia e l’invasamento».

 

 

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