ROVINA DELL’INVIOLABILE

ROVINA

 

 

 

 

 

 

 

La negazione trova sempre un pretesto esterno a essa in nome del quale negare: da qui la sua attività, la sua energia. Il dubbio, di contro, non si avvale di nulla che gli sia eccedente: attinge ai propri conflitti, ai conflitti interni a una ragione che parte dal disgusto di sé per approdare a liberarsi dal ridicolo di ogni atto, affermazione o negazione che sia.

Mediante un artificio involontario e necessario dell’intelletto, ossia il dimenticare di far uso della ragione nel trasporto dei ragionamenti, il soggetto presume di ergersi al di sopra della disputa che la ragione ingaggia contro se stessa, appellandosi a un io che essa non intaccherebbe.

Si tratta, come detto, di un artificio dato che la ragione – scrive Cioran con accenti da razionalista – non conosce un’istanza ad essa superiore o “decisione che non promani da essa”. In ogni nostro pensiero è quindi esclusa la riflessione sulle operazioni dell’intelletto – noi “non possiamo pensare che pensiamo”; se ci fermassimo a riflettere su di esse, le nostre idee si combatterebbero e si neutralizzerebbero vicendevolmente “all’interno di una coscienza vuota”. Ciò che ci conduce a “questo eccezionale ristagno”, a questa immobilità bloccata paragonabile all’aridità dei mistici, è il dubbio.

La nostra illusione era l’approdo al definitivo e l’insediamento nell’ineffabile: la nostra realtà è ben meno gloriosa, in quanto siamo “precipitati nell’incerto e divorati dall’insipido”, là dove ogni cosa “si degrada e si sgretola” in “uno stupore rabbioso”. Resta da capire se si tratta di un percorso che si può scegliere o qualcosa a cui si deve sottostare, a qualcosa – ancora una volta – come una fatalità…

 

“Il dubbio si abbatte su di noi come una calamità; altro che sceglierlo: vi precipitiamo dentro. E per quanto cerchiamo di allontanarcene o di eluderlo, esso non ci perde di vista, perché non è nemmeno vero che si abbatte su di noi: era in noi e noi vi eravamo predestinati. Nessuno sceglie la mancanza di scelta né si sforza di optare per l’assenza di opzione, dato che niente di quello che ci tocca in profondità è voluto.

Padronissimi di inventarci dei tormenti; in quanto inventati, essi non sono altro che una posa; contano solo quelli che sorgono da noi nostro malgrado. Ha valore soltanto l’inevitabile, ciò che deriva dalle nostre infermità e dalle nostre prove, insomma dalle nostre impossibilità. Mai il vero dubbio sarà volontario; anche nella sua forma elaborata, che cos’è se non il travestimento speculativo assunto dalla nostra intolleranza all’essere?

Così, quando ci afferra e ne subiamo le angosce, non c’è nulla di cui non possiamo concepire l’inesistenza. Bisogna immaginare un principio autodistruttivo di essenza concettuale, se si vuole capire il processo attraverso cui la ragione arriva a scalzare le proprie basi e a corrodere se stessa. Non contenta di dichiarare impossibile la certezza, essa ne esclude persino l’idea, e andrà anche oltre, respingerà qualsiasi forma di evidenza, giacché le evidenze procedono dall’essere, da cui si è distaccata; e questo distacco genera, definisce e consolida il dubbio.

Non c’è giudizio, sia pure negativo, che non abbia radici nell’immediato o che non presupponga un desiderio di accecamento, senza il quale la ragione non scopre niente di evidente a cui potersi ancorare. Più essa è restia ad obnubilarsi, più ritiene questa o quella proposizione gratuite e inconsistenti. Dato che la minima adesione, l’assenso, sotto qualsiasi aspetto si presentino, le appaiono inesplicabili, inauditi, soprannaturali, essa coltiverà l’incerto e ne amplierà il campo con uno zelo in cui entra un’ombra di vizio, e per quanto strano possa sembrare, di vitalità.

E lo scettico se ne rallegra, perché senza questa ricerca affannosa dell’improbabile in cui traspare malgrado tutto una certa complicità con la vita, egli non sarebbe che uno spettro. D’altronde non è molto lontano dall’abbracciarne la condizione, poiché deve dubitare fin quando non ci sia più materia di dubbio, fino a quando tutto non svanisca e si volatilizzi, e lui, equiparando la vertigine stessa a un residuo di evidenza, a un simulacro di certezza, non percepisca con un’intensità micidiale l’assenza dell’inanimato e del vivente, e in particolare delle nostre facoltà che, per suo tramite, denunceranno anch’esse le loro pretese e le loro insufficienze”.

Il dubbio è indesiderato e ineludibile in quanto era in noi e noi vi eravamo predestinati: impossibile “scegliere la mancanza di scelta” o “optare per l’assenza di opzione”. Del resto, tutto ciò che ci tocca davvero, tutto ciò che ci tocca in profondità non è voluto: contano solo i tormenti che ci sorprendono, ci dominano, che “sorgono da noi nostro malgrado”: il resto è posa (e atteggiamento593 ). Ciò che ha valore è soltanto l’inevitabile, “ciò che deriva dalle nostre impossibilità”. Il vero dubbio quindi non sarà mai cercato e volontario: anche nella sua forma più raffinata esso non è altro che “il travestimento speculativo” che riveste “la nostra intolleranza all’essere”. Il dubbio totale si qualifica  quindi come un progressivo avanzare nell’inesistenza, nell’assenza.

Partendo, come abbiamo visto, dalla negazione che richiede ancora una realtà esterna da negare si approda quindi al dubbio che non necessita di nulla di eccedente, che si ritorce contro se stesso, contro la ragione stessa. Se abbandoniamo la superficie di questo discorso, se ci rivolgiamo alle sue caverne, ci si rivela un parallelismo – sotterraneo quanto essenziale – con quella sorta di percorso, da noi abbozzato nel capitolo precedente, che dalla scoperta del vuoto del tempo (“Se, per disgrazia, rapportiamo i nostri atti al Tempo, tempo e atti si eclissano; ed è l’avventura nel nulla, la genesi del No”.) conduceva fino a quella zona di sterilità assoluta, in cui la coscienza chiude i conti con se stessa e con la vita, che abbiamo chiamato lucidità.

Anche in questo caso la coscienza, infatti, cominciava la sua peripezia rivolgendosi a oggetti esterni quali il tempo e l’essere per poi ritorcesi contro se stessa in un vuoto essenziale, scoperto dentro e fuori di sé. Non intendiamo qui sostenere che si tratti di un risultato eccezionale e tantomeno insospettato: abbiamo semplicemente mostrato come la peripezia su cui abbiamo posato gli occhi sia la medesima, benché giocata su piani diversi e corrispondenti. La peripezia in questione è l’avanzamento, per spoliazioni successive, nell’irrealtà e nell’incertezza, è il destino dell’uomo predestinato al dubbio e alla lucidità, dell’uomo condannato e chiaroveggente: essa si dipana sia sul piano della fisiologia delle essenze sia sul piano degli idee postume (come ormai sappiamo, strettamente dipendenti) rispondendo al medesimo ritmo di autodistruzione. Tornando al piano delle idee, infatti, troviamo una nozione significativa come “principio autodistruttivo di essenza concettuale”, secondo Cioran necessario per comprendere il processo attraverso cui la ragione scalza le proprie basi e corrode se stessa: principio rispondente a quella “intolleranza all’essere” di cui il dubbio sarebbe solo déguisement, travestimento, dissimulazione sul piano speculativo. Rispondendo a tale intolleranza, quindi, la ragione non solo dichiara impossibile la certezza, ma si spinge oltre fino ad escluderne anche l’idea stessa e a inficiare anche qualsiasi forma di evidenza, ancora troppo connessa all’essere di cui il dubbio è distacco progressivo e tendenzialmente completo.

In ogni giudizio, sia esso negativo o positivo, esiste un radicamento nell’immediato e un desiderio di accecamento da parte della ragione: senza di essi la ragione non può scoprire niente di evidente e definito a cui potersi ancorare. Più la ragione rifiuta di obnubilarsi, più sarà impossibile per essa pronunciare assensi: si rifugerà allora nell’incerto, ampliandole il campo con uno zelo vizioso e, paradossalmente, vitale.

Il paradosso risiede in una sorta di complicità con la vita che, malgrado tutto, sopravvive in questa affannosa ricerca dell’improbabile: residuo di vita che separa lo scettico dallo stato a cui inesorabilmente tende, quello dello spettro. Vi tende in quanto il dubbio, una volta messo in moto, non si ferma fino a quando non esiste più materia di dubbio, fino a quando tutto si sia volatilizzato: addirittura fino a quando si arriva ad equiparare anche la vertigine a un simulacro residuo di evidenza e si riesce a percepire il più intensamente possibile l’assenza totale – assenza cioè del vivente, dell’inanimato e anche delle nostre facoltà

“Chiunque tenga all’equilibrio del proprio pensiero si guarderà bene dal toccare certe superstizioni essenziali. È questa, per uno spirito, una necessità vitale, che soltanto lo scettico disprezza, lui che, non avendo niente da preservare, non rispetta né i segreti né i divieti indispensabili alla durata delle certezze. E proprio di certezze si tratta! La funzione che egli si arroga è di esplorarle per svelarne l’origine e per comprometterle, per identificare il dato su cui si fondano e che, al minimo esame, si rivela indistinguibile da un’ipotesi o da un’illusione. Non avrà maggiori riguardi per il mistero, in cui scorge soltanto un limite fissato dagli uomini, per timidezza o per pigrizia, ai loro interrogativi e alle loro inquietudini. Qui, come in ogni cosa, ciò che questo antifanatico persegue con intolleranza è la rovina dell’inviolabile”.

Lo scettico intraprende, con quello zelo voluttuoso e vitale di cui abbiamo parlato poco sopra, la rovina metodica e infaticabile di tutte le superstizioni, divenute certezze, che permettono e conservano la vita dello spirito – si dedica cioè, con tutta la solerzia di cui è capace, alla “rovina dell’inviolabile”. Egli non ha niente da preservare e si arroga il compito di esplorare l’origine di quelle certezze, di svelare quanto tali fondamenta, a un minimo di analisi, si rivelino nient’altro che ipotesi e illusioni. Neppure il mistero rappresenta per lui uno scoglio, in quanto lo considera solamente un limite che gli uomini si impongono per timidezza o per pigrizia. Solo un passo lo separa dal dubitare del dubbio stesso:

 

“Poiché la negazione è un dubbio aggressivo, impuro, un dogmatismo alla rovescia, è raro che neghi se stessa, che si emancipi dalle proprie frenesie e se ne dissoci. È in compenso frequente, è persino inevitabile, che il dubbio metta in causa se stesso, e che voglia annullarsi piuttosto che vedere le proprie perplessità degenerare in articoli di fede. Se tutto si equivale, in virtù di che cosa dovrebbero esse sfuggire a questa equivalenza universale, che necessariamente le invalida? Se lo scettico facesse un’eccezione per le perplessità, si autocondannerebbe, infirmerebbe le proprie tesi. Ma, poiché intende restarvi fedele, e trarne le conseguenze, arriverà all’abbandono di ogni ricerca, alla disciplina dell’astensione, alla sospensione del giudizio”.

 

Il dubbio mette in causa se stesso per evitare di elevare le proprie incertezze a rango di dogmi: se resta fedele al suo metodo, arriverà all’assenza di certezze e di ricerca, alla “disciplina dell’astensione”, al punto estremo della sospensione del giudizio. Il negatore, di contro, è animato da un “dubbio aggressivo, impuro, [da] una sorta di dogmatismo alla rovescia” ed è troppo legato al piacere della negazione per emanciparsene e dissociarsene. Per un’ulteriore chiarimento dei rapporti dubbio-negazione rivolgiamoci ora a un altro saggio sempre contenuto ne La caduta nel tempo dal titolo È scettico il demonio? Ricordiamo come Cioran stesso facesse cenno al diavolo nell’intervista con Savater da noi citata poche pagine fa: una giustificazione, o un pretesto, per i nostri riferimenti.

“Il dramma del dubitatore è più grande di quello del negatore, perché vivere senza scopo è di gran lunga più difficile che vivere per una cattiva causa. Ora, di scopi, lo scettico non ne conosce nessuno: dato che sono tutti ugualmente fragili o inconsistenti, quale scegliere? La negazione, in confronto, è un programma; può occupare, può persino riempire l’esistenza più esigente, senza contare che è bello negare, soprattutto quando ne è vittima Dio: la negazione non è vacuità, è pienezza, una pienezza inquieta e aggressiva.

Se si ripone la salvezza nell’atto, negare è salvarsi, è perseguire un disegno, svolgere un ruolo. Si capisce perché lo scettico, quando si pente di essersi spinto su una strada pericolosa, invidia il demonio; il fatto è che, malgrado le riserve che ispira la negazione, niente potrà impedire che essa sia fonte di azione o di certezza: quando si nega, si sa quel che si vuole; quando si dubita, si finisce col non saperlo più”.

 Crediamo di avere ora elementi sufficienti per tirare le somme: ciò che abbiamo cercato di mostrare è la differenza tra dubbio e negazione. Ricapitolando brevemente: la negazione si qualifica come una sorta di dubbio aggressivo, impuro, dinamico,addirittura dogmatico. Non è certamente un caso che Cioran abbia scelto il demonio come suo emblema.

“Distruggere significa agire, creare alla rovescia; significa, in un modo tutto speciale, manifestare la propria solidarietà con ciò che è. Quale agente del non essere, il Male si inserisce nell’economia dell’essere, è dunque necessario, adempie una funzione importante, anzi vitale”. È quindi un fattore di attività, rivolto all’esterno, ancora, in qualche misura, legato alla certezza, fosse anche la certezza di sé, del proprio potere: inoltre la negazione contiene in sé un elemento di distinzione e una sorta di piacere. Il dubbio, invece, trova in sé le sue ragioni, non si rivolge all’esterno, ma si giova dei propri conflitti – dei conflitti della ragione: mira alla sospensione del giudizio e quindi dell’atto, all’invalidamento di tutte le certezze, alla totale inazione.

Esso porta alla rottura con tutto ciò che fingiamo esista e anche con noi stessi: il suo limite è l’esaurimento della materia del dubbio e, infine, l’esaurimento del dubbio stesso mediante le sue stesse armi. Crediamo di aver fissato in maniera abbastanza precisa e sufficientemente esauriente le caratteristiche inerenti alla negazione e al dubbio. Ora, ciò che dobbiamo comprendere è come si pone Cioran rispetto all’una e all’altra: ossia, tornando alla nostra domanda di partenza, Cioran è uno scettico o un negatore? E, inoltre, cosa si intende qui per negatore? Cinico, nichilista? Cioran stesso potrebbe venirci in aiuto almeno per risolvere questa seconda questione:

“Il cinico è spinto da una sete di negazione quasi viziosa, da una volontà di smascherare. C’è in lui qualcosa di diabolico, un gioco perverso dello spirito, estraneo alla ponderazione che è propria dello scettico”.

Tralasciando l’ormai assodata ponderatezza dello scettico, è qui al cinico che va la nostra attenzione. Il cinico è mosso da una brama di negazione che sfiora il vizio: c’è in lui un elemento diabolico, “un gioco perverso dello spirito”, estraneo alla quiete dello scettico. Il cinico è qui in un certo qual modo assimilabile al diavolo: incarna cioè quella negazione attiva di cui parlavamo sopra, negazione quasi viziosa; entrambi infatti mirano a distruggere – il diavolo distrugge il creato, il cinico il fittizio ossia le illusioni che lo sorreggono. Cioran, come vedremo nel seguito dell’elaborato, dimostrerà  interesse costante per la scuola cinica. Un discreto numero di aforismi e di riflessioni li riguarda:

“Perché si pensa così di rado ai cinici? Non sarà perché hanno saputo tutto, e hanno tratto tutte le conseguenze di questa suprema indiscrezione? Forse è più comodo dimenticarli. Perché la loro mancanza di riguardi per l’illusione ne fa delle menti avide di insolubile”.

Per quanto riguarda il nichilismo, ricordiamo come Cioran abbia sempre rifiutato questa qualificazione in quanto contaminata da una visione negativa del nulla, mentre egli preferisce riferirsi alla nozione di vuoto di ispirazione orientale. Esulando ora dalle questioni terminologiche e ribadendo come l’intera opera cioraniana sia permeata dalla presenza del Nulla, cerchiamo di rivolgerci ad alcuni riferimenti al nichilismo che ci permettano di comprendere cosa intendesse Cioran a riguardo. Innanzitutto ricordiamo come all’interno del saggio su Valéry si parlasse del nichilista come di un mistico bloccato: crediamo sia opportuno riascoltare quelle parole.

“Ogni analista implacabile, ogni denunciatore delle apparenze e, a maggior ragione, ogni «nichilista», è solo un mistico bloccato, e ciò unicamente perché rifiuta di dare un contenuto alla propria lucidità, di piegarla nel senso della salvezza, associandola a un’impresa che la oltrepassa”.

Ci siamo già soffermati a lungo su tale questione: ciò che ci interessa qui è l’assimilazione tra il nichilismo e la denuncia delle apparenze sotto il nume della lucidità. Quindi sia lo scetticismo che il cinismo sono assimilabili al nichilismo in quanto mirano a mostrare l’irrealtà del tutto, il vuoto sotteso alle apparenze. È proprio in questa comunanza che va ricercata, a nostro avviso, la peculiarità della posizione cioraniana: pur avendo la negazione nel sangue, essa non raggiunge mai il rango di una grazia, non è cioè mai capace di scuotere definitivamente i dubbi di Cioran:

“Con un po’ più di fervore nel nichilismo, mi sarebbe possibile – negando tutto – scuotere i miei dubbi e trionfarne. Ma della negazione ho soltanto il gusto, non ne ho la grazia”.

 

Di contro, nonostante la costante permanenza di un fondo scettico, il suo temperamento e la sua indole sono troppo violenti per accettare la ponderatezza dello scettico stesso:

“Uno scettico e al tempo stesso un entusiasta…”.

O l’assenza di desiderio dello stoico:

“Stoicismo di facciata: essere un appassionato del nil admirari, un isterico dell’atarassia”.

 

E neppure l’indifferenza dell’epicureo:

 

“Pretendersi più distaccato, più di chiunque estraneo a tutto, ed essere solo un forsennato dell’indifferenza!”.

 

Chiudiamo qui i nostri riferimenti alla filosofia antica: crediamo di aver dimostrato come Cioran pratichi una sorta di sincretismo rischiarato dalla luce della demistificazione, della lucidità: è infatti sotto la sua tutela e sotto la sua condanna che egli si rivolge ora agli scettici ora ai cinici, ora agli stoici ora agli epicurei. Cioran è affamato, al contempo, di rivelazioni insostenibili e di medicine per le sue scoperte: infaticabile nei suoi esercizi di delusione, egli pesca a piene mani nella dissoluzione delle apparenze praticata dagli antichi; saggio incostante, non crede alla quiete dei rimedi che eppure cerca, né tantomeno ai piaceri che insegue. Rivolgiamoci ora, brevemente, alla modernità: quasi impossibile scoprire qui modelli di superba inutilità; si trova però il disincanto di uomini abbastanza corrotti per conoscere l’Uomo…

Mi sento affine a La Rochefoucauld, ai moralisti francesi, a quella gente lì. Secondo me sono loro che hanno capito l’uomo, perché hanno fatto vita di società. Io non l’ho fatta, però ho conosciuto molti uomini, ho una grande esperienza dell’essere umano, nonostante tutto”.

“La vera esperienza dell’uomo la si trova in Chamfort, o in La Rochefoucauld”, ribadisce Cioran che alla scuola dei moralisti impara la spietatezza del giudizio sui contemporanei, l’ammirazione velenosa, l’arte di fare il pensiero in briciole, maneggiando le formule e le massime. Egli scorge attraverso l’occhio freddo del moralista quanto sia dannosa l’attenzione, quanto la lucidità possa essere contraria alla vita:

“Non c’è attenzione il cui esercizio non conduca a un atto di annientamento: è la fatalità dell’osservazione, con tutti gli inconvenienti che ne derivano per l’osservatore […]. Tutto si dissolve sotto l’occhio scrutatore: le passioni, i legami a tutta prova, gli entusiasmi sono propri degli spiriti semplici, fedeli agli altri e a se stessi. Una traccia di lucidità nel « cuore » ne fa la sede di sentimenti finti. […]

Chi ama non esamina l’amore, chi agisce non medita sull’azione: se studio il mio « prossimo » è perché ha cessato di esserlo, e io non sono più « io » se mi analizzo: divento oggetto allo stesso titolo degli altri. Il credente che soppesa la propria fede finisce col mettere Dio sulla bilancia, e salvaguarda il proprio fervore soltanto per timore di perderlo. Situato agli antipodi dell’ingenuità, dell’esistenza integra e autentica – il moralista si esaurisce in un faccia a faccia con se stesso e con gli altri: commediante, microcosmo di sottintesi, non tollera l’artificio che gli uomini, per vivere, accettano spontaneamente e incorporano nella loro natura.

Tutto gli sembra convenzione: egli svela i moventi dei sentimenti e degli atti, smaschera i simulacri della civiltà in quanto soffre di averli intravisti e sorpassati: giacché questi simulacri fanno vivere, sono la vita, mentre la sua esistenza, contemplandoli, si perde nella ricerca di una « natura » che non esiste, e che, se anche esistesse, gli sarebbe altrettanto estranea degli artifici che a essa sono stati aggiunti. Ogni forma di complessità psicologica ridotta ai suoi elementi, spiegata e sezionata, comporta un’operazione assai più nefasta per l’operatore che per la vittima.

Liquidiamo i nostri sentimenti se ne seguiamo i meandri, come i nostri slanci se ne spiamo la traiettoria; quando poi consideriamo nei particolari gli impulsi degli altri, non sono loro a smarrirsi per via… Tutto quello a cui non si partecipa sembra irragionevole; ma coloro che si muovono non possono non avanzare, mentre l’osservatore, da qualunque parte si volga, registra il loro inutile trionfo soltanto per scusare la propria sconfitta. Il fatto è che non c’è vita se non nella disattenzione alla vita”.

 

Crediamo non sia necessario commentare queste parole cioraniane: conosciamo ormai quanto possa essere dannoso per la vita l’occhio scrutatore. Puntiamo la nostra attenzione solo su alcune parole pronunciate da Cioran: esse sono già oltre il moralista, in esse traspare già lo sguardo di Cioran puntato sulle loro (e forse in parte sulle sue) profondità. L’osservatore è fuori dalla vita e smaschera i simulacri che la garantiscono solo perché soffre di averli sorpassati. La sua vita si rivolge – per reazione, per difesa – alla ricerca di una natura che non esiste e che, se anche esistesse, non sarebbe per lui più familiare di quella civiltà che egli condanna come artificiosa. Incapace di vivere e invidioso dell’ingenuità di coloro che possono vivere, il moralista non può che registrare e condannare il trionfo inutile di coloro che non possono che avanzare al fine di scusare la propria sconfitta.

 

“Quando abbiamo riempito l’universo di tristezza, non ci resta altro, se vogliamo ravvivare lo spirito, che la gioia, l’impossibile, la rara, la folgorante gioia; ed è proprio quando non speriamo più che subiamo la fascinazione della speranza: la Vita – dono offerto ai vivi da coloro che sono ossessionati dalla morte… Poiché l’orientamento dei nostri pensieri non è quello dei nostri cuori, coltiviamo un’inclinazione segreta verso tutto ciò che calpestiamo. Se uno rivela lo scricchiolio della macchina del mondo è perché ha troppo sognato le risonanze delle sfere celesti: non potendo udirle, si umilia ad ascoltare soltanto il baccano circostante. Le parole amare emanano da una sensibilità esulcerata, da una delicatezza ferita. Il veleno di un La Rochefoucauld o di uno Chamfort furono la rivincita che essi si presero contro un mondo fatto per i bruti. Ogni amarezza nasconde una vendetta e si traduce in un sistema: il pessimismo è la crudeltà dei vinti che non possono perdonare alla vita di avere ingannato le loro attesa”.

Neppure i moralisti sfuggono all’umanità della vendetta, forse solo in questo essi sono uomini… Era necessario che un discepolo andasse più lontano di loro perché il loro segreto venisse svelato: era necessaria la saggezza della cenere… Dalla finestra del suo laboratorio sospeso sopra il tempo del pensiero, Cioran guarda lontano verso la dissolutezza dei lupanari e verso i sottintesi che consumavano i salotti; noi invece guardiamo in basso, verso i marciapiedi della terra…

 

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