SUI MARCIAPIEDI DELLA TERRA

MARCIAPIEDI

 

 

 

 

 

 

In questo paragrafo ci occuperemo di restituire un carattere peculiare della speculazione cioraniana – forse uno dei più affascinanti: la sua assoluta refrattarietà e intolleranza a qualsiasi forma di professionismo intellettuale. Cercheremo cioè di esplicitare i rapporti tra Cioran e la cosiddetta filosofia ufficiale, quella che egli chiama la filosofia dell’università.

Tale rapporto si declina, come crediamo si possa facilmente supporre, in una serie ininterrotta di prese di distanza, a volte esplicitate in maniera molto provocatoria, oltre che perentoria. Altre volte, invece, è sotto il segno dell’ironia che Cioran consuma tutto il suo distacco da quell’esito tecnico e specialistico a cui, secondo lui, è approdata oggi la filosofia. Ciò con cui cercheremo quindi di fare i conti sono due modi opposti di filosofare, o meglio di vivere la filosofia.

A nostro avviso, si possono rintracciare tracce di questa opposizione in tutti i paragrafi di questo capitolo: dalla differenza che Cioran istituisce tra il meditare e il pensare del paragrafo 1.2 passando per lo scarto ineliminabile tra pensatore organico e pensatore astratto del paragrafo 1.3 fino ai riferimenti filosofici del paragrafo precedente, tutti appartenenti a una sorta di corrente sotterranea, estranea, se non addirittura osteggiata dalla tradizione ufficiale.

Quello che ci preme sottolineare, prima di ingenerare facili equivoci, è come, anche in questa critica così comune e ormai così diffusa come quella che si rivolge all’eccessiva specializzazione e al tecnicismo della filosofia, Cioran non possa essere assimilato alla corrente, in quanto i moventi della sua critica differiscono radicalmente rispetto a quelli che potremmo definire canonici.

 Infatti, in Cioran, la radicale condanna dello specialismo e del tecnicismo filosofico non è pronunciata in nome dell’universalismo perduto (bandiera sotto cui si possono assimilare le posizioni più disparate), ma è piuttosto condanna di una distanza costitutiva dello spirito dai veri problemi e, al contempo, rivendicazione di un dilettantismo connotato in maniera originale. Vedremo nel corso del paragrafo come Cioran approderà a tale conclusioni e come esse siano, in realtà, il necessario corollario a una visione del mondo come quella cioraniana. Ora, però, rivolgiamoci alle critiche che Cioran muove all’università, alla filosofia dei professori. Cominciamo a tastare il polso della discussione con alcuni stralci tratti dalle interviste:

 

“Sono addirittura nemico dell’università. La considero pericolosa, la morte dello spirito. Tutto ciò che è insegnamento – anche buono! anche eccellente! – in fondo è nocivo allo sviluppo intellettuale dell’individuo. Proprio per questo ritengo che una delle migliori cose mai fatte in vita mia sia stata quella di rompere definitivamente con l’università”.

 

La prima accusa che Cioran muove all’università riguarda il suo scopo pedagogico, la sua sorta di missione, il suo tentativo di migliorare l’uomo. In realtà questa critica, nella visione cioraniana, investe praticamente tutta la nostra società e la sua “vocazione municipale”. Contro di essa Cioran scaglia alcune delle sue invettive più ispirate. Ascoltiamone una:

“Da Adamo in poi ogni sforzo degli uomini ha mirato a modificare l’uomo. Gli intenti riformatori e pedagogici, esercitati a spese dei dati irriducibili, snaturano il pensiero e ne alterano il movimento. La conoscenza non ha nemico più accanito dell’istinto educatore, ottimista e virulento, a cui i filosofi non possono sfuggire: come potrebbero i loro sistemi esserne indenni?

Fuorché l’Irrimediabile, tutto è falso: falsa quella civiltà che vuole combatterlo, false le verità di cui si arma. Ad eccezione degli scettici antichi e dei moralisti francesi, sarebbe difficile citare un solo pensatore le cui teorie, segretamente o esplicitamente, non tendano a modellare l’uomo. Ma questi rimane inalterato, nonostante abbia seguito la serie di nobili precetti proposti alla sua curiosità, offerti al suo ardore e al suo smarrimento”.

 

I dati irriducibili, la natura maledetta dell’uomo non possono, secondo Cioran, essere sminuiti né tantomeno inficiati dall’azione pedagogica. Anzi, gli intenti di tale azione, gli sforzi rivolti al miglioramento dell’uomo, sono anche dannosi al pensiero in quanto “ne alterano il movimento”, in quanto frappongono un ulteriore ostacolo tra l’uomo e il vero – quel vero che risiede solo nell’Irrimediabile. L’istinto educatore, con il suo ottimismo virulento (potremmo aggiungere anche obbligatorio), è il nemico più accanito della conoscenza essenziale: la civiltà che si oppone ad essa è falsa, così come sono false le verità che essa brandisce contro l’intollerabile verità. Esse sono false in quanto si rifugiano nel plurale, in quanto occultano la solitudine senza appello dell’uomo mediante gli artifici del noi:

 

“Il plurale implicito del « si » e quello esplicito del « noi » costituiscono il confortevole rifugio dell’esistenza falsa. Soltanto il poeta si assume la responsabilità dell’ « io », soltanto lui parla a nome di se stesso, soltanto lui ha il diritto di farlo. La poesia s’imbastardisce quando diviene permeabile alla profezia o alla dottrina: la « missione » soffoca il canto, l’idea intralcia il volo. […] Il trionfo della non autenticità si attua nell’attività filosofica, questo compiacimento nel «si » e nell’attività profetica (religiosa, morale o politica), questa apoteosi del « noi ».

La definizione è la menzogna dello spirito astratto, la formula ispirata la menzogna dello spirito militante: c’è sempre una definizione all’origine di un tempio; una formula vi raduna ineluttabilmente dei fedeli. É il modo in cui cominciano tutti gli insegnamenti. Come non orientarsi allora verso la poesia? Essa ha – al pari della vita – la scusante di non dover dimostrare nulla”.

 

Un « noi » falso come i risultati a cui mira, che cela sempre una volontà di dominio, di livellamento e a cui Cioran si ribella, da liberale intrattabile:

“Mi basta sentire qualcuno parlare sinceramente di ideale, di avvenire, di filosofia, sentirlo dire « noi » con tono risoluto, invocare gli « altri » e sentirsene l’interprete – perché io lo consideri mio nemico”.

 

Entra qui in gioco anche la nozione di responsabilità, di cui ci occuperemo nei capitoli successivi. In ogni caso, anticipiamo come la responsabilità per Cioran debba essere intesa come la responsabilità dell’io, di colui che parla a nome di se stesso, di colui che si constata e non propone ricette di salvezza. In questa critica al « noi » è implicita anche la critica allo scientismo, all’impresa della scienza intesa come lavoro di equipe, come possibilità di lavoro collettivo idealmente infinito e idealmente progressivo: Cioran non può che essere contrario a questa visione in quanto l’unica esperienza che conti, l’esperienza del nulla, non è un’esperienza di gruppo, così come neppure la vera filosofia, a suo avviso, è insegnabile né tantomeno trasmissibile. Di qui la sua decisa condanna della storia della filosofia, pronunciata con termini provocatori:

 

Lo storico della filosofia non è un filosofo. Lo è di più una portinaia che si ponga delle domande”.

O ancora:

Perché ricamare su ciò che esclude il commento? Un testo spiegato non è più un testo. Con un’idea si vive, non la si disarticola; si lotta con essa, non se ne descrivono le tappe. La storia della filosofia è la negazione della filosofia”.

 

In questi aforismi traspare la motivazione del distacco cioraniano da quello che egli considera il professionismo intellettuale: cerchiamo di comprendere meglio di cosa si tratta. A nostro avviso, prima di intraprendere l’impresa di un tentativo di comprensione è però necessario ascoltare ancora due aforismi cioraniani che, per tono e argomento, possono essere considerati affini ai precedenti. Il primo è tratto dai Sillogismi dell’amarezza: si tratta di un aforisma molto famoso, a dir poco infuocato, indubbiamente eccessivo (Cioran stesso probabilmente direbbe che si tratta di “cattivo gusto balcanico”):

 

“Non si biasimerà mai abbastanza il XIX secolo per aver favorito questa genia di glossatori, queste macchine da lettura, questa malformazione dello spirito incarnata dal Professore – simbolo del declino di una civiltà, dell’avvilimento del gusto, della supremazia della fatica sul capriccio. Vedere tutto dall’esterno, ridurre a sistema l’ineffabile, non guardare niente in faccia, fare l’inventario delle opinioni altrui!… Qualsiasi commento a un’opera è cattivo o inutile, perché tutto ciò che non è diretto è senza valore. Un tempo i professori si accanivano piuttosto sulla teologia. Per lo meno avevano la scusa di insegnare l’assoluto, di essersi limitati a Dio, mentre nella nostra epoca nulla sfugge alla loro competenza assassina”.

 

Cioran qui pronuncia con parole di fuoco la sua condanna del Professore: “macchina da lettura”, “malformazione dello spirito”, “simbolo del declino di una civiltà, dell’avvilimento del gusto” sono, come si può vedere, solo alcune degli epiteti rivolti a questa figura professionale. Ciò che Cioran gli imputa, oltre la coltre della provocazione balcanica, è l’assenza di coinvolgimento personale, la distanza e l’impersonalità delle sue indagini, il carattere fittizio e libresco delle sue ossessioni – in una parola l’esteriorità. “Vedere tutto dall’esterno”, sistematizzare anche l’ineffabile, fare l’inventario delle opinioni altrui significa “non guardare niente in faccia”.

 

 

 

 

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