DALLE «BATTERIE» AI SICARI POLITICI: QUEL CANE SCIOLTO* DI ABBRUCIATI

La storia della Banda della Magliana, qualunque cosa se ne dica, affascina e ha affascinato centinaia di persone non solo a Roma, ma anche in altri luoghi. A Roma dopo l’uscita del libro-romanzo “Romanzo criminale”, (pensate scritto da un giudice che pero, nelle righe vergate, in quel momento, assomigliava più ai criminali della Banda che a uno che pensa in maniera giuridica), ci furono innumerevoli negozi che stamparono magliette con i volti dei componenti del gruppo criminale-mafioso. Questo per dire, che la società civile e le regole morali, non valgono una ceppa di cazzo di niente, dato che è molto più affascinante il crimine amorale. Noi, oltrepassiamo tutto questo, al di là del bene e del male, è come abbiamo già scritto, per Stirner, utilizziamo a nostro piacimento, pezzi dell’attività criminale di suddetta Banda. Noi siamo Criminali e Terroristi Amorali, e cosi sia; riteniamo che progetti malavitosi come quelli della Banda della Magliana, siano validissimi, anche se molto in grande (come numero di affiliati), rispetto ai gruppuscoli Terroristici Misantropici, di cui facciamo orgogliosamente parte. Lo spaccio di droga non ci interessa, ma perché se siamo amorali e estremisti, “dovremo fare le pulci” ad altri malavitosi e criminali, che come noi, si staccano dal mondo dei normaloidi e vogliono continuare a delinquere? Occhio, i componenti della Banda, non erano degli spacciatori “sine qua non”, ma anche assassini e terroristi, che hanno usato l’esplosivo plastico come l’incendio indiscriminato, come l’assassinio diretto ma anche trasversale (contro alcuni parenti dei pentiti). D’altra parte ci interessa anche il passato dei componenti della Banda, quello più informale, come le “batterie dei rapinatori”, ma questa non è una scusa, sappiatelo. Qua sotto riportiamo un frammento di uno dei componenti della Banda, uno dei Capi riconosciuti, vissuto e morto come criminale. Per chi dovesse riprovarsi di tutto questo, immaginiamo alcuni idealisti, siamo a conoscenza, che non è bello, che in certi cortei, si faccia esclamare a quelli che si considerano dei fratelli, “Allahu Akbar “, per poi dire di odiare lo “stato islamico”, o affermare di essere atei. È lo si faccia fare, perché senno “non tutte le ciambelle vengono con il buco”.

Dunque, ad ognuno il suo…

Ex Editori della Rivista Misantropica Attiva Estrema KH-A-OSS

* per cane sciolto, si intende, un individuo inserito in un giro criminale, anche organizzato, ma senza nessun vincolo organico preciso.

Nato nel 1944 a Roma, nel quartiere Trionfale, Danilo Abbruciati cresce a Primavalle, dove s’è trasferita l’intera famiglia. Sulle orme del padre Otello detto «er Moro» per la sua carnagione scura, campione italiano dei pesi piuma e leggeri, si cimenta nell’arte del pugilato. Ma, per mancanza vuoi di rigore vuoi di perfezione nella pratica, abbandona ben presto la disciplina, per intraprendere la carriera criminale. Appena maggiorenne, infatti, comincia a frequentare un gruppo di ragazzi della Roma bene coi quali dà vita ad una vera e propria «batteria», denominata dalla stampa «Gang dei Camaleonti», specializzatasi, a metà degli Anni ’60, in furti nelle abitazioni dei quartieri ricchi. È così che rimediò la prima condanna a quattro anni.

Denunciato, l’anno precedente, dalla moglie, Claudia De Cristofaris, per lesioni, maltrattamenti e sequestro di persona, nel 1972 è già un rapinatore di successo: alla fine di quell’anno, a riprova dell’avvenuto salto di qualità, ne viene segnalata la presenza a Pescara, in compagnia di Maurizio Massaria, Ernesto Diotallevi e Carlo Faiella. Disgrazia vuole, però, che quest’ultimo, alcuni giorni dopo, venga ucciso a Roma, proprio dopo un incontro con lui e con Ernesto Diotallevi, al bar «Catene» della Garbatella. Questo incidente, però, non ne interrompe l’ascesa: conosciuto in carcere il boss della malavita meneghina Francis Turatello, mette a frutto la solida amicizia con lui per entrare in contatto con la gang di Maffeo Bellicini, Albert Bergamelli e Jacques Berenguer. Abbandonate allora le rapine, è attivissimo, in particolare, ma non solo, nel settore dei sequestri di persona. Ma la sua vita non è tutta rose e fiori, a causa del suo diretto coinvolgimento in talune di quelle «guerre» che sovente squassano, senza apparente motivo, il corpaccione della mala capitolina. Banali le ragioni del dissidio che, nel ’76, lo contrappone a Roberto Belardinelli, detto «Bebo», ma cruenti gli esiti: come ha spiegato Fabiola Moretti, una fra le molte «pupe» di Abbruciati, «due (… ) le bombe, una al ristorante Sabatini e una al locale notturno La Prugna»: la prima viene disinnescata; la seconda, invece, esplode. «Bebo Belardinelli», ha raccontato ancora la donna, «sparò raffiche di mitra contro le auto parcheggiate in via dei Ponziani; sequestrò, quindi, Oscaretto Meschino, per farsi dire, a suon di botte, dove potesse trovare Danilo»; e finalmente, «una mattina che Danilo doveva incontrare Umbertino Cappellari sulla via del Mare, Belardinelli si trovò sul posto e lo uccise, sotto gli occhi del figlio Pino, tossicodipendente», ma, conclude il suo racconto la Moretti, «per sua fortuna Danilo era arrivato in ritardo all’appuntamento».

Contemporaneamente a questa «guerra», nella quale Fernando Garofalo detto «Ciambellone» e Nando il Pirata, due compari, ha spiegato sempre l’informatissima Moretti, che «steccavano con lui, ma non partecipavano alle rapine, accampando dei pretesti: ogni volta avevano la febbre o il raffreddore», Danilo Abbruciati ebbe uno «scontro» anche con Massimo Barbieri, il quale, mancandogli di «rispetto», ha organizzato un’orgia con la madre di sua figlia Danila e con la sorella: «er Baffo» lo convoca e, mentre sono in macchina, il Barbieri alla guida, tenta di ucciderlo sparandogli; l’arma, però, s’inceppa e deve ripiegare su un pestaggio selvaggio col calcio della pistola. A causa delle lesioni riportate, particolarmente gravi per essersi l’auto schiantata contro un albero, Massimo Barbieri, se ne resta rintanato in casa per un mese a leccarsi le ferite, mentre gli lievitano dentro rancore e frustrazione per l’affronto patito. Così, una sera che er Baffo si sta recando a Campo di Mare, dov’è in vacanza la figlia Danila, la sua auto viene affiancata da una moto, condotta proprio da Massimo Barbieri e con a bordo Gianfranco Casilino, il quale gli esplode contro alcuni colpi d’arma da fuoco; un proiettile, trattenuto dalle ossa craniche, all’altezza della tempia sinistra, lo attinge alla testa. Intenzionato a farlo soltanto dopo che avrà trovato Barbieri e regolato i conti con lui, Danilo Abbruciati ne rinvia la rimozione; a causa, tuttavia, prima dell’omicidio di Ettore Tabarrani e quindi del suo arresto, avvenuto nel 1978, a seguito delle dichiarazioni di Roberto Cavaniglia detto «Canarino», per i sequestri di persona, la pallottola resterà dov’è.

Tornato libero nel luglio del 1979, Danilo Abbruciati trova una situazione di gran fermento: la Banda della Magliana sta, mano a mano, acquisendo il controllo dei traffici illeciti della capitale e, per dirla con Maurizio Abbatino, il boss Abbruciati è ormai un «cane sciolto», senza legami con alcun gruppo in particolare e senza problemi economici di alcun genere; è soltanto per restare nel giro che conta che, insieme al suo «tirapiedi» Paolo Frau, gravita nell’orbita di Enrico «Renatino» De Pedis. All’inizio si dedica di tanto in tanto a qualche colpo, limitandosi magari a fornire delle «dritte»; ma, quando Renatino, Raffaele Pernasetti detto «er Palletta» ed Ettore Maragnoli entrano a far parte, grazie a Franco Giuseppucci, del sodalizio, anche lui viene cooptato nella Banda e vi inocula il seme della dissoluzione. A ragione dei suoi trascorsi malavitosi, avvalendosi anche delle numerose conoscenze fatte in carcere tra i comuni, i mafiosi e i politici, una volta entrato a far parte della Banda della Magliana, Abbruciati la strumentalizza ai suoi personali vantaggi: tiene sostanzialmente per sé le proprie «conoscenze», si interessa di edilizia, commercio di auto, finanza, rispetto ai quali i traffici criminali rappresentano la principale, se non unica, fonte di finanziamento, e di questi traffici fa partecipi soltanto i «testaccini», appartenenti alla cerchia di Renatino, i quali, ben presto, acquisiscono un consistente patrimonio mobiliare, societario e immobiliare, che si cumula ai proventi della precedente attività di «strozzinaggio». A causa di questa asimmetrica opulenza, i «testaccini» diventano insofferenti alle regole solidaristiche della Banda, e questo provoca una certa diffidenza nei loro confronti, destinata ad acuirsi e a sfociare in veri e propri propositi di vendetta, specie dopo l’uccisione di Franco Giuseppucci detto «er negro», ad opera dei Proietti.

A causa della «guerra» contro costoro, a cui tutti i sodali si sentono parimenti obbligati, passa in secondo piano la resa dei conti interna, che è rimandata sino a che un altro evento traumatico non la innescherà di nuovo.

Milano, via Oldofredi 2, ore 8.05 del 27 aprile 1982. Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano esce di casa. «Stia attento ragioniere», l’avverte la portinaia, «ci sono due tipi strani, fermi qua davanti da mezz’ora». Una veloce occhiata scioglie ogni preoccupazione: i due «tipi» sembra siano spariti e, come tutte le mattine, l’Alfetta 2000 blu della banca con i vetri blindati è parcheggiata all’angolo con via Pola; l’autista Giovanni Fattorello, come al solito, mentre attende scambia qualche battuta con la guardia giurata di servizio alla porta dell’agenzia numero 18 del Banco, situata nella stessa palazzina dove egli abita con la famiglia.

Passano, però, pochi secondi e sbuca da via Pola una moto di grossa cilindrata, con in sella due uomini. Il passeggero, cappotto color cammello, completo di grisaglia inglese e camicia di seta azzurra, scende e si fa davanti a Rosone, con in pugno una Beretta calibro 7,65. Preme una prima volta il grilletto, ma l’arma s’inceppa e Rosone ne approfitta per scappare; al secondo tentativo ferisce la vittima ad una gamba e si dà alla fuga sulla moto condotta dal complice. La guardia giurata spara in rapida cinque colpi con la sua 357 Magnum.

Due proiettili centrano il sicario al collo e alla testa. Il ferito cerca di aggrapparsi al conducente della moto, gli mancano le forze e scivola esanime sull’asfalto. In apertura del telegiornale dell’ora di pranzo, mentre scorrono le immagini di un cadavere a terra coperto da un lenzuolo insanguinato, la voce del giornalista spiega che quella mattina è finita la corsa di Danilo Abbruciati. Agli investigatori non sfugge la singolarità del fatto che ad eseguire un «lavoro» solitamente affidato ad un gregario, sia stato chiamato un uomo come «er Baffo», ormai arricchito dal traffico di droga, «un giro calcolato, al lordo, da un miliardo al giorno» e che aveva raggiunto quei simboli di prestigio che ne facevano un boss del crimine organizzato. Non minori le perplessità dei sodali della Banda: ignorando tutto dell’operazione in cui è morto er Baffo, Maurizio Abbatino chiede «spiegazioni» a Enrico De Pedis e a Raffaele Pernasetti i quali gli riferiscono «di aver a loro volta appreso da Ernesto Diotallevi che, per suo tramite, l’Abbruciati aveva ricevuto 50 milioni per eseguire l’attentato». I due non gli forniscono «ulteriori particolari», dicendo che Abbruciati ha agito anche «a loro insaputa». La risposta al perché Danilo sia salito dietro quella moto, Abbatino la rinviene nell’inconfessata esigenza dei «testaccini» di «accontentare un committente di riguardo», tenendo gli altri all’oscuro della relativa operazione, che comunque li compromette tutti: ce n’è abbastanza, insomma, perché sia considerato ormai definitivamente dissolto il rapporto di fiducia che ha sin qui cementato l’organizzazione e si proceda, finalmente, al sanguinoso regolamento dei conti, per troppo tempo rimandato.

METODI CRIMINALI-MAFIOSI DELLA “BANDA DELLA MAGLIANA” (MISANTROPIA ATTIVA ESTREMA)

http://ferox.torpress2sarn7xw.onion/2017/01/30/nechayevshchina-guerra-occulta/

https://web.archive.org/web/20170914205511/http://orode.altervista.org/nechayevshchina-guerra-occulta/

Postiamo un “vecchio” testo del Capo della Nechayevshchinaed, che andava ad approfondire una serie di dinamiche in quella che è stata chiamata giornalisticamente “Banda della Magliana”. Gruppo specificatamente Mafioso-malavitoso, che negli anni 70 e in poi, conquista Roma e dintorni, con metodi, che in quegli anni, sorprendono molti della vecchia mala. Attaccando concentricamente con assalti armati, omicidi, gambizzazioni, ordigni esplosivi, incendi, spregiudicatezza, e con quello che i “campioni di eticità,” chiamano amoralità, fanno crollare il vecchio sistema di valori della mala romana, ribaltando l’assioma, che non si “uccide”, se non per difesa, si rispettano gli spazi degli altri, non si usano altri soggetti per fini personali, e non si usa quella che viene chiamata “vendetta trasversale”. La vendetta trasversale, è stata (è viene) usata contro quelli che primariamente si pentono, si redimono, i vari “Trentadenari” (la maggior parte delle volte in senso giuridico, con la legge penale sul pentimento), che tradiscono la fiducia del clan, del gruppo criminale, dei loro affini…e nonostante sia sfumata quella singolare esperienza che fu la “Banda della Magliana” ( quasi tutti i componenti riconosciuti sono stati uccisi in agguati tra rivali, o sono in carcere con decine di anni da scontare..), Noi la pubblichiamo, come riferimento per quei gruppi Terroristici e Anti-politici, che approfondiscono e sperimentano atti e attentati amorali, e oltrepassano la falsa dicotomia morale…

Ghen

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“Non vedo, non sento, non parlo”

Frammento dopo frammento, con i vecchi e passati opuscoli sulle Sette e i Clan Nichilisti e Terroristi, editati dalla defunta casa editrice “Nechayevshchina” si va a delineare un corpus Unico (termine dal significato di “origine”), del Terrorismo Nichilista Ego-Arca, e il suo modus operandi, la sua estraniazione da ogni altro tipo di “Nichilismo”, che possa essere o sembrare contiguo alla Tendenza di cui sopra.

Lo devo ripetere, e mi fa piacere “farlo”, il Terrorismo Nichilista Ego-Arca, non ha nulla a che fare con l’idealismo-politico nichilista, il nichilismo filosofico, o quello populista russo.

Con questo, e specifico di nuovo, non significa, che non ci possa esserne l’influenza o il godimento di un preciso significato (vedere il mio A.k.a.), o comunque si sia preso un pezzo di questi “nichilismi”, per appropriarsene. E qua rimando all’amoralità di quello che si vuole possedere.

Io Nechayevshchina, prendo a mio piacimento, un I-dea, pur non rappresentando la Mia tendenza, estrapolandone il significato totale che non appartiene a me, e facendolo mio. Esempio è stato la traduzione dell’Affine di sangue “Ghoul”, sul metodo o l’uso del “Perossido di acetone”, per i propri progetti Terroristi di gruppi o Individualisti, testo preso dalla rivista di Al Qaeda “Inspire”.

Potrei dire, che l’azione Nichilistica in russia, per la sua veemenza, per la sua guerra a morte, contro lo Zar, può avermi dato un pezzo d’idea, che è associato all’idea di agire senza “fare ricorso”, fino alla fine.

Posso dire che “Volontà di potenza” di F.Nietzsche, mi ha dato la possibilità di approfondire, e sperimentare, la distruzione dei codici del valore comune, valori come l’umanesimo, la democrazia, il socialismo e l’anarchismo, il soggetto e l’oggetto, le valutazioni morali,la logica e la ragione, la coscienza, gli studi scientifici,l’anti-darwinismo,ecc..

Posso affermare che la Tendenza Anarco-Nichili-sta, può avermi fatto da “strada” per carpire la differenza e l’enorme divario, avvenuto tra la Tendenza Terrorista Nichilista e la “loro”,facendomi approfondire, pur specificando, che alcuni gruppi o cellule hanno la mia affinità Egoica, quando hanno colpito in maniera indiscriminata (poniamo l’esempio di alcune cellule della prima FAI in italia, prima di espandersi in maniera internazionale).

Pongo tutto questo, per specificare, che Io Nechayevshchina, non mi sento soggetto a nessuno, e a nessuno e niente devo chiedere, cosa posso prendere,e me fotto altamente il cazzo, se un idea che espongo, può o no assomigliare, a qualcosa che già c’è stato.

E allora con questo? Dovrei rinascere prima di tutto questo per “dirmi” qualcosa di originale?

Da questo posso affermare fieramente che il Nichilismo che ho originato è Terrorista ed Ego-Arca, perché Io ho voluto che fosse cosi, e non perché i vari rivoli di Nichilismo di cui sopra, mi possano ad aver portato a formarlo. In breve: come se fosse solo una scopiazzatura!

La mia affinità più feconda e di sangue, e vero sangue, di brividi di morte, di battito del cuore accelerato, di sorriso demoniaco, per gli attentati,prodotti, è con il Terrorismo Eco-estremista, in questo mondo morto! Il resto, può essere solo cibo per i vermi.

Con questa premessa, voglio andare, sull’esempio del “Perossido di acetone”, ad approfondire le tecniche e le tattiche di un gruppo criminale mafioso, sorto nei primi anni 70, denominato “Banda della Magliana”.

La Banda della Magliana- prende il nome dal quartiere situato nella parte sud-ovest di Roma, anche se c’è da specificare, che il nome in se, è stato dato dai giornali. Poiché il gruppo si forma attraverso malavitosi che appartenevano a varie “batterie”dell’epoca ( le batterie erano quei gruppi informali -in primis di rapinatori, che non avevano una struttura fissa, come quella della malavita organizzata. Erano più, degli Individui affini, ma sempre indipendenti, che si formavano per una rapina e poi potevano anche sciogliersi senza vincolo gerarchico). Questi gruppi possono essere -in maniera semplificata- ricondotti ai “Testaccini” (dal nome del quartiere “Testaccio”), da quelli della “Magliana”, dal gruppo di Acilia/Ostia ( area metropolitana di Roma).

Nel condensarsi tra loro, e con l’approccio con cellule della Mafia Corleonese, ivi in loco, e con il gruppo “Nuova Camorra Organizzata”, questo gruppo assume un “atteggiamento” mafioso, nella sua strutturazione.

Perché in questo frammento parlo di questo gruppo malavitoso mafioso?
I motivi di approfondimento possono essere innumerevoli:

1– L’idea di vincolo associativo, che rimanda a l’idea Ego-arca, contestualizzando il tutto, dentro una metropoli come Roma, dove per dinamiche specifiche, non era mai assurto un gruppo cosi, che nel volgere di poco tempo conquista le piazze di spaccio e il controllo del territorio, e che rimanda alla conquista o il modus vivendi, della Mafia Corleonese a Palermo, che pero – per ragioni storiche e di humus culturale, aveva appunto una più ampia “facilità”, nel poter fare questo.

2– Per la continua guerra di aggressione a chi in quel momento controllava uno o più quartieri, per imporre il proprio predominio egemonico, sugli altri.

Guerra, che a differenza della vecchia malavita romana, si distinse, per l’efferatezza dei mezzi usati, come l’omicidio sistematico dei nemici, le bombe piazzate, la violenza selvaggia e Nichilistica, come premessa per il totale dominio della Roma per Male.

3– L’idea di affinità di sangue, contraria a un blando mito della solidarietà promiscua, dell’amicizia, dello stare semplicemente “bene insieme”. Aspetti, che non hanno nulla a che fare, con il sangue, con il vivere criminalmente in simbiosi, rimanendo brutali, e sentendo il fremere della vita e della morte, della Possessione, come qualcosa per cui attaccare.

4– L’azione indiscriminata per arrivare al proprio obiettivo, per far sì, che la propria organizzazione possa continuare, a vivere e dominare, sul resto, fino a che una fine Nichilistica, non spazzi tutto via, com’è nata.

Tutto questo darà brividi di orrore, antipatia cristiana, odio risentito, accuse “umane troppo umane”, di fascismo, intolleranza, idea borghese della vita, ecc..e cosi sia, me ne fotto!

Portiamo l’esempio dell’omicidio di un malavitoso,che in quel momento, controllava l’ippodromo di Tor di Valle, luogo che faceva gola al gruppo, oltreché, era un soggetto nemico di alcuni promotori dell’associazione mafiosa “Banda della Magliana”, da poco costituitasi.

Al soggetto in questione denominato “Franchino er criminale”, viene fatto l’agguato e eseguito come banco di prova, per i componenti della “Banda”, e anche per stabilire il proprio iniziale “tacco” su Roma, portando a tutti l’idea che “l’aria era cambiata”.

La sera del 25 luglio 1978, nel momento in cui la gente esce dall’ippodromo, due macchine della “Banda”, situate nel parcheggio antistante, attendono il “già morto”, e due di essi al suo giungere presso la sua macchina, lo eliminano con 9 colpi di pistola.

Con questo esempio cosa voglio dire?

Questo esempio di azione criminale anti politica, va a situarsi in un percorso, che specifica a chi legge, cosa significa un patto di sangue, cosa può essere la presa di possesso di un omicidio, il ribaltare il quotidiano vivere che da idea diventa prova. Prova che cementifica i rapporti, in un gruppo, che si uniscono in un Abisso, senza luce, che amplifica il proprio Potere di Dominio, sia sui nemici, che come influenza verso chi è affine a tali pratiche.

Inoltre rende un idea di valutazione morale, come qualcosa che in quel momento cade in un vortice di dubbi e incertezze, in un pensiero troppo abituato al normale svolgersi delle cose che si leggono o sentono.

Ribalta il bene con il male, diventando il nulla nichilistico, dove non c’è un appiglio certo, perché un azione destabilizzante disintegra completamente – oh almeno in quel momento- la struttura della società.

L’omicidio, un omicidio per predominare, ma anche per cementare un vincolo associativo, è una prova, una prova che deve sperimentare, arrivare al nucleo della vita, per dare morte, per avanzare, sapendo di avere dentro se stessi, preso una vita, posseduto il suo spirito morente, omicidio che serve, come afflusso di brutale amoralità, e che spezza e infrange il dissidio con il presunto dominio della coscienza cristiana.

Con tutto questo, Io Nechayevshchina, parlo esclusivamente di metodo e fine, e non per forza di grandezza di un gruppo, specifico che l’uso brutale di un sistema, può imprimere molto a chi vi-ve queste cose, ed è anche pratica malavitosa per avanzare dentro se stessi, senza per questo essere in “mille”.

Continuiamo con l’uso strategico amorale che serve per continuare a vivere e prosperare con la propria tendenza Terrorista:

Nel momento dell’aumento delle armi nella “Banda della Magliana”, perché in guerra -o da affrontare- con altri gruppi criminali, c’era il proposito di doverle nascondere in un luogo sicuro. Uno dei componenti della “Banda”, tramite un suo conoscente, riesce ad avere un contatto con il custode del Ministero della Sanità, presso cui – tramite compenso mensile- vengono depositate le armi, in uno o più scantinati.

Custodire delle armi, in un luogo dello “Stato”, è come avere una certezza in più di colpire i nemici, nel momento di brandire le armi.

Chi andrà a pensare, che un gruppo malavitoso in espansione, ma con i membri ben conosciuti per i loro trascorsi criminali, possa tenere le armi in un luogo dello “Stato”?

Questo, quest’avvenimento, lo pongo attraverso, e ancora, sotto l’ottica dell’Egoarchia.

Non è solo “l’aggancio”, a permettere, di depositare le armi in un Ministero, ma è l’attitudine del fine con il mezzo, che porta la “Banda” ad avere questa grandiosa possibilità (nessuno di voi lettori ha un sogno come questo?).

Attitudine di amoralità verso gli altri, il prossimo, del rapporto Egoista tramite la “cagnotta” al custode, ma Ego-Arca, come utilizzo gerarchico di un Individuo rispetto a uno della moltitudine.

Nel momento in cui, a un gruppo che si definisce organizzato, e che ha precise regole al suo interno, si viene a delineare, il proposito di agire per la conquista e il dominio di un mondo o proprio mondo, a quel punto si “affaccia”, la coscienza, che se preme troppo, porta alla morte oh dei componenti, o della stessa struttura organizzativa. Con questo, specifico, che parlo come esempio,ma porto alla luce, la condotta della “Banda” , che amoralmente, sfrutta a suo vantaggio – una conoscenza, per depositare le proprie armi, e non lo fa esclusivamente come movimento tattico, ma in un più ampio disegno criminale, di strategia e sopravvivenza, agendo, di nuovo, attraverso un metodo amorale, per arrivare a un fine.

E questo il segreto che custodisce il Criminale Amorale, che ha un gruppo Terrorista: il fine, da raggiungere, modo e metodo, che sa bene, deve essere raggiunto, con tutti i mezzi, senza doversi chiedere cosa è che la moltitudine ritiene “rispettoso”.

Naturalmente sempre sotto un’ottica primariamente Egoista, per cui specificatamente accettata come il più valido metodo per arrivare a un fine. E non quindi un mezzo generico per un fine promiscuo.

Nell’avanzare nel loro dominio sulla metropoli di Roma, nell’acutizzare il proprio distacco e superamento da una logica di assuefazione alla “comoda” vita criminale, e con l’incrinarsi di rapporti, per l’avanzamento di una parte della “Magliana” rispetto a un’altra, avvengono vari omicidi, e uno tra questo, quello di un importante leader della frazione di “Acilia/Ostia”, considerato uno dei leader della Banda, ma non per questo non è affrontato e ucciso per motivi di predominio interno al “gruppo“.

A Me interessa, come questo intero capitolo, andare ad approfondire, quello che è la sperimentazione in un contesto criminale amorale, per prenderne il “Possesso” in un contesto di Setta/Gruppo Terrorista.

Nella realtà il Selis (leader della fazione “Acilia/Ostia), è ucciso in maniera strategica dato che all’incontro porta il cognato: i due si incontrano con il resto della Banda, per il contenzioso, inizialmente alla Fiera di Roma, e poi visto che il cognato si separa, una moto segue quest’ultimo, e il primo viene portato in una villa di uno dei componenti della Magliana, e la ucciso. Nel frattempo anche il cognato è ucciso (strategicamente “aveva visto troppo”), ma il corpo di Selis, è fatto sparire, e interrato, azione strategica, che permette al resto del gruppo, di non essere sottoposto a mandati di cattura, o a arresti preventivi.

Terminando questo capitolo, sui metodi e le strategie della “Banda della Magliana”, devo dire che è sola una minima parte, ma il mio, era esclusivamente, il portare un certo tipo di tecniche, per approfondire e sperimentare.

Nel frattempo, tra omicidi, alcuni pentiti,e altro, il sodalizio criminale mafioso, scompare, o occultamente, diventa più diversificato, annettendosi, ad altri emergenti criminali.