GLI SPETTRI DI STIRNER: UNA CRITICA CONTEMPORANEA DELL’IDEOLOGIA

Gli Spettri di Marx di Jacques Derrida esplorarono la logica della spettralità che perseguitava Marx. Marx fu vistosi impegnato in una “caccia al fantasma” per lo spettro dell’idealismo. Max Stirner era l’obiettivo cruciale per Marx, poiché Stirner aveva esposto i resti dell’idealismo che ancora ossessionavano il lavoro di Marx. Questo articolo esplorerà la questione della spettralità in Stirner. In esso affermo che la logica della spettralità è cruciale per la sua critica dell’ideologia. Aspetto che gli ha permesso di andare al di là delle concezioni sia fondamentaliste che integraliste dei meccanismi ideologici. Il racconto essenzialista dell’ideologia, in cui l’ideologia è vista come una distorsione irrazionale degli interessi essenziali del soggetto, e il racconto strutturalista, in cui il soggetto è visto in realtà determinato da meccanismi ideologici, hanno entrambi condotto-argomenterò su questo, alla prematura scomparsa dell’ideologia come concetto. L’intervento di Stirner ci consente di dare una nuova vita al concetto di ideologia, avanzando oltre i limiti di queste problematiche.Come uno dei primi teorici dell’ideologia, Stirner può essere letto in una luce “post-strutturalista” contemporanea, nella sua critica dell’umanesimo e delle identità essenzialiste. Diversamente da altri resoconti post-strutturalisti, tuttavia, Stirner non sottovaluta la problematica dell’ideologia: al contrario mostra il modo in cui la nozione di dominio ideologico può essere mantenuta rifiutando l’idea che esiste un’essenza umana i cui gli interessi reali sono travisati da meccanismi ideologici. Inverte il paradigma razionalista umanista mostrando che l’essenza umana è essa stessa uno spettro ideologico, i cui legami con il potere devono essere smascherati. Tuttavia, va al di là di questo teorizzando un eccesso spettrale, che sfugge a questa determinazione ideologica, e agisce come un punto di partenza non essenziale da cui si può costruire una critica dell’ideologia.

Stirner è stato interpretato in molti modi diversi. È stato visto come un nichilista, un esistenzialista, un anarchico e un libertario. Marx lo considerava un ideologo piccolo-borghese e un pensatore idealista intrappolato nel mondo delle proprie illusioni. Tuttavia l’importanza di Stirner come teorico dell’ideologia è stata ampiamente trascurata dalle critiche contemporanee. Il suo lavoro è una demonologia dei meccanismi ideologici – le “idee fisse” dell’Illuminismo – umanisti, come l’essenza umana, la verità razionale, la moralità. È impegnato in un progetto iconoclasta nello smascherare le idee che diamo per scontate, esponendo i rapporti di potere e l’antagonismo dietro il loro volto serenamente razionale e umanista. Per Stirner le “idee fisse” sono idee che sono state essenzializzate e rese “sacre”. Sono diventati sistemi discorsivamente chiusi, rimossi dalla conquista dell’individuo e trattenuti su di esso, come un’abrogazione del proprio potere. C’è un elemento di sottomissione e oppressione religiosa in questi meccanismi ideologici. Questa logica religiosa, smascherata da Stirner, è che sarà discussa più avanti, tuttavia è importante da far notare, dato che Stirner fu uno dei primi ad analizzare sistematicamente i sistemi ideologici a pieno titolo. In tal modo egli andò oltre i resoconti materialistici dell’ideologia, ridotti a un epifenomeno delle relazioni sociali borghesi. Le “idee fisse”, secondo Stirner, hanno una loro logica interna, al di là del funzionamento dell’economia capitalista.

Critica dell’idealismo di Marx

Ciò è emerso come la differenza cruciale tra Stirner e Marx, e, come vedremo più avanti, l’accusa centrale di Marx contro Stirner è stata quella di ignorare la base reale e materiale dell’ideologia. Marx ed Engels, in “L’ideologia Tedesca”, sviluppano due teorie dell’ideologia diverse, e in alcuni aspetti contraddittorie. In primo luogo, è una critica all’idealismo tedesco, che Marx ed Engels consideravano prevalente nei giovani filosofi hegeliani, come Feuerbach, Bauer e Stirner. Questi filosofi, sostengono, sono ideologi perché astraggono idee e coscienza dalle loro basi nel mondo reale e materiale, trasformandole in spettri ultraterreni, metafisici. Per Marx ed Engels, gli “Ideologi Tedeschi” hanno invertito il reale stato delle cose, vedendo il mondo materiale determinato dall’idea, quando, in realtà, l’idea è determinata dal mondo materiale e dalle pratiche sociali concrete. Dicono, quindi:

In diretto contrasto con la filosofia tedesca che discende dal cielo in terra, qui si tratta di ascendere dalla terra al cielo. Vale a dire, non di partire da ciò che gli uomini dicono, immaginano, concepiscono, né dagli uomini come narrati, pensati, immaginati, concepiti, ma per arrivare agli uomini nella carne; partendo da veri uomini attivi e sulla base del loro vero processo di vita che dimostra lo sviluppo degli stessi riflessi ideologici e gli echi di questo processo di vita.

In altre parole, le idee e la coscienza sono un riflesso della vita materiale, delle attività e dei processi concreti in cui le persone si impegnano. Sono questi processi materiali che determinano la coscienza, piuttosto che essere determinati da essa. Come Marx ed Engels accusano ai filosofi idealisti di fare: invertire questa relazione, è un atto ideologico, per nascondere la base materiale delle idee e vedere le idee come astratte, entità autonome che determinano il mondo materiale. L’ideologia, in altre parole, è la distorsione della relazione reale tra la vita e le idee, il travestimento della base reale e materiale della coscienza.

La seconda comprensione dell’ideologia trovata in “L’ideologia Tedesca”, è politica, cui si può dire che la prima sia epistemologica. Per Marx ed Engels, l’ideologia può essere spiegata come il riflesso del dominio di classe. Si afferma: “Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti …. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale di relazioni materiali dominanti. ” L’ideologia, quindi, è sempre l’espressione del dominio di una classe economica. I membri della classe dominante sono anche produttori di idee – idee che legittimano e perpetuano il loro dominio. Le idee dominanti, inoltre, producono l’illusione dell’universalità – in modo che gli interessi della classe dominante siano sempre presentati come l’interesse comune. Ogni nuova classe dominante, sostengono Marx ed Engels, “deve dare le sue idee alla forma dell’universalità e presentarle come le uniche valide, razionali e universalmente valide”. L’ideologia implica quindi una certa illusione o inganno – presenta gli interessi particolari di una classe, come gli interessi comuni e universali di tutti. È una sorta di camera oscura che compie un’inversione del particolare e dell’universale, mascherando interessi particolari, dando loro l’apparenza di universalità e razionalità, e legittimandoli in tal modo. Ogni nuova classe dominante che prende il posto di quella precedente, effettua questa inversione ideologica. Ad esempio, i veri interessi della borghesia – per sfruttare economicamente il proletariato – sono mascherati da interessi universali dell’umanità. In questo modo, il proletariato viene ingannato attraverso questa falsa rappresentazione ideologica per identificare i suoi interessi con quelli della borghesia. L’ideologia impedisce al proletariato di identificare i suoi veri interessi reali – il che significherebbe rovesciare le relazioni sociali borghesi – e quindi perpetuare queste relazioni sfruttatrici e oppressive. L’ideologia implica quindi, nella teoria di Marx, una distorsione – ha la funzione di oscurare i rapporti borghesi di dominazione e sfruttamento, e di offuscare il proletariato verso i propri interessi essenziali. Il proletariato, secondo Engels, soffre di “falsa coscienza”, ed è ingannato riguardo ai propri interessi reali da meccanismi ideologici che dipingono il quadro illusorio dell’universalità, della razionalità e inevitabilmente delle relazioni sociali borghesi.

Le due concezioni dell’ideologia qui presentate sono piuttosto diverse. La prima nozione di ideologia la vede come l’astrazione delle idee dalla loro base nella vita reale, materiale – una distorsione epistemologica. La seconda vede l’ideologia in un senso più direttamente politico come una serie di idee prodotte dalla classe dominante, che mascherano la loro particolarità sotto le spoglie dell’universalità, inducendo così uno stato di “falsa coscienza”. C’è una contraddizione centrale qui. L’ideologia è ciò che nasconde il fatto che le idee non hanno un effetto determinante sulla vita materiale e sociale? O l’ideologia è una serie di idee che svolgono un ruolo attivo nel sostenere e mantenere un certo sistema di relazioni sociali? L’ideologia è ciò che astrae le idee dal mondo reale? O è un’arma attiva nelle vere lotte politiche e sociali? In altre parole, la prima teoria considera l’ideologia come l’astrazione delle idee dalla vita materiale e sociale, mentre la seconda individua l’ideologia nelle idee stesse e il ruolo che svolgono in lotte reali e materiali. Quest’ultima versione consente forse all’ideologia un ruolo più interno nella vita materiale rispetto alla prima, che la vede puramente come l’astrazione dalla vita materiale. Tuttavia, direi che nonostante queste differenze, le due versioni dell’ideologia propugnate da Marx ed Engels, sono unite in un senso cruciale: entrambi considerano l’ideologia come relativa a un’illusione fondamentale – una distorsione e una mistificazione della realtà. La prima nozione di ideologia la vede come un travestimento di basi materiali e sociali di idee. La seconda vede l’ideologia come creazione di un’illusione di universalità, mascherando la particolarità degli interessi borghesi e ingannando così il proletariato sui propri interessi essenziali. L’ideologia, in entrambi i sensi, implica un’illusione, uno stratagemma o un inganno – una distorsione fondamentale della realtà. Questa nozione di ideologia obbedisce a una logica razionalista, in cui la verità razionale è contrapposta a meccanismi ideologici offuscanti che distorcono questa verità. L’ideologia nel primo senso, come abbiamo visto, distorce la vera relazione tra la vita materiale e le idee, e nel secondo senso maschera la realtà del dominio di classe e gli interessi reali e razionali del proletariato. Il proletariato non può percepire la verità dei suoi interessi reali perché è ingannato a questo riguardo dai meccanismi ideologici. L’ideologia come inganno, in altre parole, implica una verità razionale o una nozione di interessi reali che viene distorta. L’ideologia è quindi intrinsecamente irrazionale.

Paradigmi dell’ideologia: Razionalismo e Strutturalismo

Questo approccio all’ideologia ha le sue radici nel razionalismo dell’Illuminismo. L’Illuminismo sosteneva di portare la brillante luce della ragione nelle acque oscure e torbide della superstizione e della mistificazione religiosa. Il pensiero scientifico e razionale era visto come uno strumento che avrebbe liberato l’uomo dall’oscurantismo e dalla tirannia. Se la regola del diritto divino avrebbe potuto essere esposta come irrazionale, allora sarebbe stata rovesciata. È interessante, come osserva Terry Eagleton, che questi pensatori dell’Illuminismo che hanno cercato di sviluppare sistemi razionali di idee e di promulgare una ragione per accettare l’oscurantismo, primariamente sono stati conosciuti come ideologisti, o “ideologi”. Con Marx, tuttavia, come abbiamo visto, il termine “ideologia” stesso è stato associato alla mistificazione e alla distorsione della verità razionale. In ogni caso è chiaro che, nonostante l’inversione dei termini, la teoria dell’ideologia per Marx ed Engels si iscrive alla logica razionalista dell’Illuminismo, in cui la conoscenza razionale e scientifica è vista come un antidoto alle idee offuscanti e illusorie. Nel caso di Marx ed Engels, il materialismo, o materialismo storico, è precisamente questo antidoto scientifico alla mistificazione ideologica. Ancora più importante, con Marx ed Engels, c’è una nozione degli interessi reali, essenziali del proletariato, che sono stati mal percepiti a causa dell’operare dell’ideologia borghese, e possono essere percepiti correttamente e razionalmente solo attraverso lo studio scientifico del reale, nelle condizioni storiche. In altre parole, c’è una verità essenziale e razionale sulla società, e un nucleo di interessi essenziali all’interno della soggettività del proletariato come classe, che è nascosta sotto strati di mistificazione ideologica e falsa coscienza, ed è in attesa di essere scoperta.

Questo essenzialismo è centrale nella logica del razionalismo Illuminista: c’è un soggetto essenzialmente razionale e morale, che deve solo cogliere questa razionalità e moralità inerenti per liberarsi dall’oscurantismo metafisico e dall’autoritarismo politico, che lo tiene in catene. Questo era il linguaggio dell’Illuminismo delle filosofie politiche umaniste, dal liberalismo all’anarchismo: l’uomo era schiavo della sua stessa ignoranza e, se solo avesse potuto sviluppare le innate facoltà razionali e morali, avrebbe potuto liberarsi dall’oppressione politica. In altre parole, esiste un’identità essenziale la cui realizzazione razionale è distorta o negata dall’ideologia.

Al fine di consentire la realizzazione dell’essenza umana si devono rimuovere questi ostacoli ideologici, per esorcizzare codesti spettatori mistificanti con discorsi scientifici e razionali. Possiamo dire, allora, che c’è un punto di partenza, nella forma di una soggettività umana essenziale e di un discorso scientifico razionale, che rimane incontaminato dall’ideologia. Nel linguaggio della razionalità Illuministica c’è sempre un punto di vista non ideologico: un soggetto e un discorso essenzialmente razionali che possono uscire dai meccanismi ideologici e riflettere su di essi in modo critico. La scienza razionale è l’antidoto alla distorsione ideologica. L’anarchico Bakunin, ad esempio, annuncia la scienza razionale come una “scienza che si è sbarazzata di tutti i fantasmi della metafisica e della religione …” Anche per Marx questo discorso razionale extra-ideologico è materialismo storico. In altre parole, sebbene la percezione del soggetto e dei suoi veri interessi sia distorta dall’ideologia, questi stessi rimangono al di fuori dell’ideologia e possono essere afferrati razionalmente e scientificamente. Se l’ideologia implica una distorsione, deve esserci una verità o un’essenza razionale che è distorta, e ciò fornisce un punto critico di partenza oltre l’ideologia. È proprio da questo punto di vista al di fuori dei meccanismi ideologici – questo punto di partenza incontaminato – che l’ideologia può essere criticata come una distorsione irrazionale. La comprensione dell’ideologia razionalistica dell’Illuminismo sostiene quindi che possiamo uscire dall’ideologia, che possiamo vedere attraverso le sue distorsioni da un certo punto di vista epistemologico. Per Marx ed Engels, la comprensione della logica della storia consentirebbe al proletariato di perdere le scale della “falsa coscienza” e infine cogliere i suoi veri interessi, diventando così “consapevole della classe”. Naturalmente questo privilegio epistemologico poteva essere raggiunto solo da certi strati del proletariato, che, nelle parole di Marx “hanno sulla grande massa del proletariato il vantaggio di comprendere chiaramente la linea di marcia”.

Tuttavia, possiamo uscire dall’ideologia in questo modo? Possiamo impegnarci in una critica razionale dell’ideologia da una distanza di sicurezza, da un punto di partenza incontaminato al di fuori di esso? Un ragione dell’ideologia “strutturalista” sosterrebbe che questa posizione non-contestata, extra-ideologica, non esiste, che non possiamo uscire dai meccanismi ideologici. In effetti, porre un punto di vista esterno all’ideologia, da cui possiamo presumibilmente riflettere razionalmente sull’ideologia, è di per sé un gesto ideologico. In altre parole, secondo questa esposizione, non c’è alcun divario tra ideologia e soggetto – non c’è divisione tra distorsione ideologica e pensiero razionale. Questa lacuna è di per sé una distorsione ideologica. L’ideologia ha colonizzato questo luogo e pensare che ne possiamo uscire, si limita ad affermare la nostra posizione direttamente al suo interno. Lasciatemi definire questa ragione strutturalista con riferimento ad Althusser. Per Althusser, non c’è alcuna essenza umana oltre la comprensione dell’ideologia, come supponevano i pensatori dell’Illuminismo razionalista. La teoria dell’ideologia di Althusser è una rottura radicale con le forme umanistiche del marxismo. Piuttosto, il soggetto umano è costruito, o interpellato da meccanismi ideologici. Althusser inverte il paradigma in cui il soggetto costituisce l’ideologia: “la categoria del soggetto è solo costitutiva di tutta l’ideologia in quanto tutta l’ideologia ha la funzione (che lo definisce) di” costituire “gli individui concreti come soggetti.” Le strutture ideologiche o ciò che Althusser chiama “apparati dello stato ideologico (ASI)” elaborano il soggetto attraverso il misconoscimento e la distorsione che è al centro della riproduzione sociale. Non c’è “falsa coscienza” in questo racconto. Il soggetto non è ingannato riguardo ai veri interessi essenziali, perché questi interessi non esistono, o piuttosto sono costruiti da questi apparati ideologici. Non può esserci nessun punto di partenza essenziale e razionale oltre l’ideologia – l’ideologia è tutta intorno a noi, esistente come base stessa dell’esistenza sociale. In altre parole, l’ideologia è eterna per Althusser – non si va oltre questa interpellanza ideologica.

Abbiamo, quindi, due relazioni di ideologia radicalmente opposti: il resoconto dell’Illuminismo razionale, in cui l’ideologia è vista come una distorsione irrazionale degli interessi essenziali e razionali del soggetto; e il racconto strutturalista, in cui viene respinta la nozione di interessi essenziali, e il soggetto stesso è costituito da strutture ideologiche. Ho sostenuto che la prima comprensione dell’ideologia fornisce un punto di partenza incontaminato al di fuori dell’ideologia, nella quale si può riflettere razionalmente su di esso, mentre la seconda posizione non consente un simile punto di vista privilegiato. Qui non c’è spazio tra ideologia e soggetto. La questione dell’ideologia è falsata su questi due poli in opposizione.

La fine dell’Ideologia?

Inoltre, si può sostenere che queste posizioni radicalmente diverse hanno portato alla stagnazione teorica dell’ideologia come concetto. Il resoconto dell’illuminismo razionale, vede l’ideologia come una distorsione irrazionale della realtà, dove presupporre una soggettività essenziale al di fuori dell’ideologia. Come ho sostenuto, ci si è basati,su un punto di partenza incontaminato da cui si può resistere all’ideologia. Tuttavia, come hanno sostenuto gli strutturalisti, il concetto di un punto di vista privilegiato al di fuori dell’ideologia non può più essere sostenuto. Si basa su dubbiose nozioni essenzialiste e metafisiche della soggettività. Piuttosto, l’ideologia ha colonizzato il soggetto, e colmare il divario tra ideologia e soggetto, è il gesto ideologico finale. La critica strutturalista della posizione umanista dell’Illuminismo, tuttavia, ci presenta una serie di problemi e proietta il concetto di ideologia in crisi. In primo luogo, senza una sorta di punto di partenza al di fuori dell’ideologia, come si può analizzare e resistere all’ideologia? Se il soggetto è già determinato dall’ideologia, come può esserci una concezione di una critica politica delle strutture ideologiche che, per esempio, mantengono regimi repressivi al potere o supportano pratiche sfruttatrici e distruttive per l’ambiente?

In secondo luogo, se non vi è alcun punto al di fuori dell’ideologia, se l’ideologia ha colonizzato questa lacuna non ideologica per cui l’ideologia è vista come una distorsione o un’illusione, allora come possiamo continuare a definire un concetto di ideologia? Come lo distinguiamo da altre pratiche? Il concetto di ideologia, nelle parole di Zizek, è cresciuto in maniera “troppo forte”, ed è diventato di conseguenza privo di significato: “inizia ad abbracciare tutto, compreso il terreno alquanto neutrale e extra-ideologico che dovrebbe fornire la norma per il mezzo della quale si può misurare la distorsione ideologica. ” Il divario che separava l’ideologia da una comprensione razionale di esso, funzionava come una lacuna costitutiva che permetteva di definire l’ideologia in opposizione a qualcosa. Una volta rimosso questo scarto o punto di partenza, l’ideologia divenne impossibile da definire. In altre parole, se l’ideologia è tutto, allora non è nulla. La questione dell’ideologia è, quindi, attaccata a un dilemma: se mantiene la nozione di ideologia come una distorsione della verità razionale, allora può mantenere un punto di partenza incontaminato al di fuori dell’ideologia, eppure deve fare affidamento su affermazioni essenzialiste spurie. In alternativa, se abbandona queste categorie essenzialiste, perde questo punto di vista extra-ideologico e cade nella trappola di espandere il concetto di ideologia al punto in cui perde ogni valore teorico. Questa eccessiva inflazione del concetto di ideologia è, come sostiene Zizek, “una delle ragioni principali del progressivo abbandono della nozione di ideologia”.

Quali forme ha preso questo abbandono dell’ideologia? Le due principali risposte alla crisi dell’ideologia sono logiche estensioni dei due componimenti radicalmente opposti di ideologia sopra delineati. La spiegazione razionale dell’Illuminismo dell’ideologia trova la sua conclusione logica, sembrerebbe, nell’abbandono razionalista di Habermas della tesi ideologica. Habermas presenta una teoria della comunicazione razionale, non coercitiva, in cui l’ideologia non ha spazio. Per Habermas c’è sempre la possibilità di una comunicazione non distorta tra soggetti, e ciò presuppone una comprensione intersoggettiva universale: “Tuttavia questi partecipanti all’azione comunicativa devono raggiungere una comprensione di un qualcosa nel mondo se sperano di portare avanti i loro piani di azione su una base consensuale .” Pertanto, i soggetti possono raggiungere una comprensione razionale del mondo attraverso atti linguistici che si riferiscono a questo contesto, senza gli effetti distorsivi dell’ideologia. La nozione di Habermas di azione comunicativa sottoscrive una comprensione razionalista e Illuminista del mondo. L’ideologia è ancora vista come una distorsione della comprensione e della comunicazione. Tuttavia, in questo mondo di perfetta comunicazione, il concetto di ideologia semplicemente non ha posto – i suoi effetti distorsivi possono semplicemente essere aggirati dal consenso razionale raggiunto attraverso una “situazione linguistica ideale”. Nell’universo Habermasiano, quindi, l’ideologia è diventata obsoleta – non ha più alcuna rilevanza teorica o politica.

Tuttavia non è Habermas nel tentativo di aggirare la distorsione ideologica attraverso la “circostanza del linguaggio ideale”- quello che apre alla stessa accusa, nel cercare di andare oltre l’ideologia, è che la riafferma semplicemente come proprio luogo nel suo profondo? Come ho suggerito in precedenza, questo luogo non ideologico, che assuma la forma di essenza umana o un consenso razionale intersoggettivamente raggiunto, è esso stesso ideologico. Cercare di uscire dall’ideologia è il massimo gesto ideologico. È forse la circolarità di questa argomentazione, la tesi del”ideologia è ovunque”, che conduce all’impoverimento dell’ideologia come concetto, è che ha portato alla seconda versione dell’abbandono dell’ideologia – “strutturalismo”. La destrutturazione post-strutturalista dell’idea dell’ideologia può essere vista come la conclusione logica della posizione strutturalista. Lo strutturalismo, come sostenuto sopra, respingeva l’idea di una soggettività umana essenziale – piuttosto il soggetto era prodotto da apparati ideologici, e di conseguenza, non esisteva un luogo incontaminato di partenza al di fuori dell’ideologia. Ciò portò, tuttavia, al problema principale che se il concetto di ideologia viene espanso per comprendere tutto, allora perde significato. Perché non abolire del tutto l’ideologia? Continua ad avere alcun valore concettualmente o politicamente? Non è più rilevante ed efficace vedere il mondo in termini di discorsi, pratiche e strategie di potere? Questo è esattamente ciò che fa Foucault. Per Foucault, non è più utile pensare in termini di distorsione ideologica, perché ciò implica che ci sia qualche verità razionale la cui rappresentazione viene distorta, ed è proprio questa idea di verità assoluta che Foucault interroga. Quindi, per Foucault, ciò che è in dubbio non è la rappresentazione della verità, ma lo status ontologico ed epistemologico della verità stessa: “la questione politica … non è l’errore, l’illusione, la coscienza alienata o l’ideologia; è la verità stessa. ” In altre parole, se lo stato della verità stessa è in dubbio, le domande sulla distorsione ideologica della verità non sono più rilevanti. Ciò che qui è più importante sono le relazioni di potere e le pratiche coinvolte nel discorso della verità. Inoltre, per Foucault, non esiste una soggettività umana essenziale che sia negata o ingannata dall’ideologia – il soggetto è un prodotto, una fabbricazione. Tuttavia, anziché che il soggetto sia costituito dall’ideologia, come sosteneva Althusser, esso è prodotto dal potere e dal discorso. Questo è chiaramente non ideologico perché qui non c’è distorsione, nemmeno una distorsione costitutiva, come c’era con Althusser. Foucault guarda alle pratiche e alle strategie materiali che vanno nella costruzione della soggettività – per esempio, il modo in cui il prigioniero viene prodotto come soggettività marginale attraverso le tecniche di sorveglianza e incarcerazione che operano nella prigione. Non c’è qui inganno ideologico – piuttosto una serie di pratiche, tecniche e strategie di potere che producono il soggetto. Con il potere di Foucault viene usurpata l’ideologia come focus analitica – il potere è disperso in tutto il sistema sociale a tutti i livelli ed è coinvolto nelle nostre azioni e relazioni quotidiane, nelle nostre pratiche più esigue: “il potere è ovunque perché arriva da ogni parte”.

C’è comunque un problema. Se il potere, per Foucault, è pervasivo in questo modo, allora, come l’ideologia, diventa troppo indefinibile e perde il suo valore concettuale. Il potere è diventato un concetto troppo ampio, nello stesso modo in cui l’ideologia come concetto è stata ampliata fino al punto di non avere significato. Ci deve anche essere un divario costitutivo tra il potere e il soggetto, così come doveva esserci un divario tra ideologia e soggetto. Questo è il punto che portano avanti Ernesto Laclau e Lilian Zac. Sostengono che il potere non può essere “ovunque”, come sosteneva Foucault, perché se lo è, perde la sua identità di “potere”. Perché il potere esista come concetto ci deve essere una “mancanza” costitutiva che lo limita in modo definitivo. Questa mancanza è abolita nella formulazione del potere di Foucault, e quindi l’identità del potere stesso diventa priva di significato. Foucault ha, in un certo senso, sostituito l’ideologia con il potere, e ha similmente espanso il concetto. Quindi potremmo dire, proprio come abbiamo fatto con l’ideologia, che se il potere è tutto, allora non è nulla. Inoltre, se il potere è onnipervadente nel senso suggerito da Foucault, allora è difficile teorizzare la resistenza al potere. Foucault era alle prese con questo problema, che non è mai stato in grado di risolvere in modo soddisfacente.

C’è un altro, più interessante problema, con il “post-strutturalista”: l’abbandono discorsivo dell’ideologia. Rappresenta un ulteriore tentativo di uscire dall’ideologia, questa volta, non dalla prospettiva di un soggetto autonomo, essenziale, ma paradossalmente, dal rifiuto stesso di questa identità essenziale. In altre parole, è un tentativo di andare oltre la problematica dell’ideologia, respingendola al posto dei discorsi e delle pratiche che costituiscono il soggetto. Mentre questa posizione di reti onnipervadenti di potere e discorso dovrebbe negare la possibilità di qualsiasi punto critico, fuori da queste reti, e, in modo ironico, negare al pensatore “post-strutturalista” e a se stesso, un tale punto di vista oggettivo, questo è, in sé, un gesto ideologico. Come sostiene Zizek, questa è l’ultima trappola dell’ideologia: abbiamo visto come il tentativo razionalista di separare l’ideologia dalla realtà e di porre un punto di partenza incontaminato fuori dall’ideologia fosse esso stesso ideologico. Tuttavia, per rispondere a questo, respingiamo completamente la nozione di una realtà extra-ideologica e di visione del mondo solo in termini di inventive discorsive; in altre parole, si deve abbandonare completamente la possibilità di un punto di vista critico dove il riflettere sull’ideologia – è esso stesso ideologico. Per Zizek, “una soluzione” postmoderna “così rapida e lucida, tuttavia, è l’ideologia per eccellenza.” In altre parole, la posizione ‘post-strutturalista’ è in qualche modo falsa: negando dimessamente un punto di vista neutrale, vedendo la propria voce come un semplice discorso tra molti, sta paradossalmente assumendo uno sguardo ‘oggettivo’ al di sopra di questa infinita pluralità o nel discorso del potere, e questo è, ovviamente, ideologico. Il “post-strutturalismo”, quindi, nel ritenere che dobbiamo abbandonare l’intera problematica dell’ideologia perché presuppone un’essenza non ideologica che non esiste, sta eseguendo contemporaneamente due operazioni contraddittorie. Sta tentando di uscire dall’ideologia mentre, allo stesso tempo, ci nega un luogo esterno. Ciò che equivale è una riaffermazione dell’ideologia, nonostante, o più precisamente attraverso, i propri tentativi di eluderla. Nelle parole di Zizek, “l’allontanamento dall’ideologia è la forma stessa della nostra schiavitù”. L’ideologia continua a comparire ostinatamente proprio nei luoghi in cui pensiamo di averla evitata. Forse anche questo riafferma concettualmente “asservimento”, o dovremmo dire l’indebitamento, all’ideologia.

Sembra dunque, che siamo tornati al punto in cui abbiamo iniziato. Ho dimostrato che la radicale opposizione dell’Illuminismo e la teoria strutturalista dell’ideologia ha portato alla stagnazione e al progressivo abbandono dell’ideologia come progetto. Ho anche dimostrato che questo abbandono dell’ideologia ha preso due forme radicalmente opposte, l’approccio di Habermasian, che è concomitante con la posizione dell’Illuminismo razionale, e l’approccio post-strutturalista di Foucault che è un’estensione del racconto strutturalista dell’ideologia. Inoltre, ho mostrato il modo in cui questi due scarti dell’ideologia come concetti hanno fallito e, nei loro stessi tentativi di dispensare ideologia, hanno entrambi portato alla sua riaffermazione. Quindi sembrerebbe che non ci siamo allontanati dall’ideologia. Tuttavia la discussione finora ha prodotto alcune deduzioni interessanti. È chiaro, in primo luogo, che l’ideologia non può più essere teorizzata come una distorsione dell’essenza umana. Le discussioni strutturaliste, in verità post-strutturaliste, hanno dimostrato che il soggetto è un prodotto dell’ideologia e che porre un punto di partenza incontaminato al di fuori dell’ideologia è esso stesso ideologico. In secondo luogo, e paradossalmente, è anche immanentemente chiaro che non possiamo presentare una critica dell’ideologia, o addirittura avere una nozione significativa se l’ideologia, è al di fuori delle strutture ideologiche, in mancanza di questo punto di partenza, senza questo punto di vista critico e radicale. Dobbiamo avere uno “spazio” extra-ideologico con cui riflettere sui meccanismi dell’ideologia, altrimenti la critica dell’ideologia non può procedere oltre e la “fine dell’ideologia”, come molti hanno già annunciato, resterà in vita, in maniera veritiera con noi. Sembrerebbe che queste siano due esigenze contraddittorie: che la teoria dell’ideologia deve respingere l’identità essenzialista, negando così il punto di vista extra-ideologico del pensiero Illuminista razionalista, e, allo stesso tempo, deve mantenere questo punto di partenza extra-ideologico, ed essere una qualsiasi teoria critica dell’ideologia.

L’intervento di Stirner: Verso una critica spettrale dell’ideologia

La teorizzazione dell’ideologia di Stirner- vado a sostenere- fornisce una possibile via d’uscita da questo dilemma. La sua critica all’ideologia va al di là sia dell’Illuminismo razionale e dei resoconti strutturalisti dell’ideologia, è soddisfa le due condizioni teoriche apparentemente contraddittorie che ho delineato – che una teoria dell’ideologia mantiene un punto di partenza al di fuori dell’ideologia, ma respinge la nozione di un autonomo, essenziale soggetto. Stirner attua questo, come mostrerò, attraverso una radicale riformulazione del soggetto ideologico. Il resto della disamina, quindi, sarà dedicato all’esplorazione della teoria dell’ideologia di Stirner e allo sviluppo della logica della spettralità, che fornirà indizi vitali per una ri-teorizzazione contemporanea dell’ideologia.

Sembrerebbe, dal problema descritto sopra, che l’ideologia è uno spettro assurdo. È un’apparizione che nei due metodi, viene a perseguitarci, nonostante i nostri più ardenti tentativi di esorcizzarla; metodi che svaniscono ancora una volta quando proviamo ad avvicinarci ad essa. Tuttavia, è forse riconoscendo questa inaccessibilità, questa spettralità dell’ideologia, possiamo cominciare a comprenderla. Stirner non aveva dubbi sul fatto che l’ideologia fosse uno spettro: uno spettro che tormentava e angosciava l’uomo moderno:

Guarda vicino o lontano, un mondo spettrale ti circonda ovunque; hai sempre “apparizioni (Erscheinungen)” o visioni. Tutto ciò che ti appare è solo il fantasma di uno spirito interiore, è una “apparizione” spettrale; il mondo è per te solo un “mondo di apparenze (Erscheinungswelt)”, dietro il quale lo spirito cammina.

Queste apparizioni sono “idee fisse” – astrazioni ideologiche come essenza, verità razionale, moralità, che sono state innalzate al livello assoluto del “sacro”. Una ‘idea fissa’ è un costrutto che governa il pensiero – un assoluto chiuso in modo discorsivo che mutila la differenza e la pluralità dell’esistenza. I sistemi ideologici contengono idee oppressive che perseguitano l’individuo a confronto di una norma impraticabile. Come dice Stirner: “Uomo, la tua testa è infestata … Tu immagini grandi cose e dipingi un intero mondo di dei che ha esistenza per te, un regno di spiriti a cui tu pensi di essere chiamato, un ideale che chiama.” L’ideologia è una serie di idee illusorie, obiettivi e promesse che interpellano l’individuo, creando ideali e sogni impossibili da perseguire futilmente. È evidente qui che l’ideologia è vista come un’illusione o distorsione che allontana l’individuo.

Se tutto questo, fosse solo ciò, quello che era la teoria dell’ideologia di Stirner, allora sarebbe soltanto un’estensione della comprensione dell’Illuminismo razionalista, in cui, come spiegato sopra, l’ideologia è vista come un sistema distorto di idee che allontana l’individuo dai suoi interessi essenziali – dalla sua essenza umana. Tuttavia, se guardiamo più da vicino, vediamo che Stirner rappresenta una rottura paradigmatica con l’umanesimo dell’Illuminismo e costruisce una teoria dell’ideologia radicalmente diversa, non essenzialista.

Critica dell’Umanesimo

Questa “rottura epistemologica” con l’umanesimo essenzialista può essere vista nella critica radicale a Feuerbach. Nell’essenza del cristianesimo, Ludwig Feuerbach applicò la nozione di alienazione alla religione. La religione era alienante, secondo Feuerbach, perché richiedeva che l’uomo rinunciasse alle sue qualità e ai suoi poteri proiettandoli su un Dio astratto oltre la portata dell’umanità. In tal modo l’uomo sposta il suo sé essenziale, lasciandolo alienato e degradato. Le buone qualità dell’uomo diventano astratte, cosicché esso stesso viene trasformato in un vaso vuoto di peccaminosità, prostrato davanti a un Dio onnipotente e onnivoro: “Così nella religione l’uomo nega la sua ragione … la sua stessa conoscenza, i suoi pensieri, che può collocare in Dio. L’uomo rinuncia alla sua personalità … nega la dignità umana, l’ego umano. ” Per Feuerbach i predicati di Dio erano in realtà solo i predicati dell’uomo come essere di una specie. Dio era un’illusione, un’ipostatizzazione dell’uomo. Mentre l’uomo dovrebbe essere l’unico criterio per la verità, l’amore e la virtù; queste caratteristiche sono ora proprietà di un essere astratto che diventa l’unico criterio per essi. In altre parole, Dio era una reificazione dell’essenza umana, delle qualità essenziali dell’uomo.

Secondo Stirner, tuttavia, affermando che le qualità che abbiamo attribuito a Dio o all’Assoluto sono in realtà le qualità essenziali dell’uomo, allora Feuerbach ha trasformato l’uomo in un essere onnipotente. Feuerbach vede la volontà, l’amore e il pensiero come qualità essenziali nell’uomo, desiderando restituirgli queste qualità astratte. L’uomo diventa, negli occhi di Feuerbach, la massima espressione di amore, conoscenza, volontà e bontà. Diventa onnipotente, sacro, perfetto, infinito – in breve, l’uomo diventa Dio. Feuerbach incarna il progetto Illuminista umanista di restituire l’uomo al suo giusto posto al centro dell’universo, di rendere l’umano il divino, il finito dell’infinito. L’uomo ha ora usurpato Dio. Ha catturato per sé la categoria dell’infinito.

Stirner parte accettando la critica di Feuerbach del cristianesimo: l’infinito è un’illusione, essendo semplicemente la rappresentazione della coscienza umana. La religione cristiana è basata sul sé diviso e alienato; l’uomo religioso cerca il suo alter ego che non può essere raggiunto perché è stato astratto sulla figura di Dio. Nel farlo nega il suo sé concreto e sensuale. Tuttavia Stirner risponde a questo:

L’essere supremo è davvero l’essenza dell’uomo, ma, proprio perché è la sua essenza e non lui stesso, rimane del tutto immateriale se lo vediamo fuori da lui e lo vediamo come “Dio”, o si trova in esso e lo si chiama ” essenza dell’uomo ‘o’ uomo ‘. Io non sono né Dio né uomo, né l’essenza suprema né la mia essenza, e quindi è tutto accomunato, se penso all’essenza come in me o fuori di me.

Stirner indica che cercando il sacro nel ‘”essenza umana”, postulando l’uomo essenziale e attribuendo a lui alcune qualità che fino ad allora erano state attribuite a Dio, allora Feuerbach ha semplicemente reintrodotto l’alienazione religiosa. Portando certe caratteristiche e qualità essenziali per l’uomo, Feuerbach ha alienato coloro nei quali queste qualità non sono state trovate. E così l’uomo diventa come Dio, e come l’uomo è stato degradato da Dio, così l’individuo è svilito sotto questo essere perfetto, l’uomo.

L’insurrezione di Feuerbach non ha rovesciato la categoria dell’autorità religiosa – ha semplicemente installato l’uomo al suo interno, invertendo l’ordine di soggetto e predicato. Per Stirner, l’uomo è altrettanto oppressivo, se non più, di Dio: “Feuerbach pensa che, se umanizza il divino, ha trovato la verità. No, se Dio ci ha dato dolore, “l’uomo” è in grado di pungerci in maniera ancora più crudele”. L’uomo diventa il sostituto dell’illusione cristiana. Feuerbach, sostiene Stirner, è il sommo sacerdote di una nuova religione – l’umanesimo: “La religione umana è solo l’ultima metamorfosi della religione cristiana.” L’uomo umanista è un nuovo meccanismo ideologico, una nuova distorsione opprimente e illusoria. È un’idea mutante e alienante: un “fantasma” o una “idea fissa”, come la chiama Stirner. È uno spettro ideologico che dissacra l’unicità e le differenze individuali, confrontando l’individuo con un ideale che non è la sua propria creazione. In questo modo l’individuo viene interpellato da questo spettro: la sua soggettività è costruita attorno a un’essenza che è illusoria. Questo spettro di Dio / Uomo, lo spettro dell’umanesimo, tormenta Stirner in tutta la sua opera.

Possiamo vedere qui quanto sia radicale l’inversione di Stirner della comprensione umanistica e Illuminista dell’ideologia. Mentre Stirner mantiene l’idea dell’ideologia come distorsione, abbandona l’idea di un’essenza umana distorta. Piuttosto l’essenza umana è essa stessa la distorsione ideologica, il meccanismo di oppressione e alienazione. Nella formulazione di Stirner, quindi, non esiste un soggetto umano autonomo e essenziale che sia ingannato dall’ideologia. Al contrario, questa soggettività essenziale è stata costruita da meccanismi ideologici. L’idea stessa di essenza, il grande segreto del discorso umanista che un giorno si sarebbe realizzato, è, per Stirner, uno spettro ideologico – un’illusione. Possiamo vedere anche il modo in cui la logica della spettralità di Stirner va oltre le teorie classiche dell’ideologia. Nel primo senso, la spettralità viene applicata all’ideologia in senso classico: siamo perseguitati da illusioni, “idee fisse” o “spettri” che ci ingannano. Nel secondo senso, tuttavia, l’uomo stesso è diventato uno spettro, un’illusione ideologica creata dall’inversione umanistica della religione. L’uomo è, in un certo senso, tormentato e alienato da se stesso, dallo spettro di “essenza” dentro di esso: “D’ora in poi l’uomo non è più, un caso tipico, ma rabbrividisce davanti ai fantasmi, dentro se stesso; è terrificato con se stesso “. Nella teorizzazione di Stirner, quindi, non vi è alcun punto essenziale di partenza al di fuori dei sistemi ideologici – questa essenza è essa stessa ideologica.

Per Stirner, questo spettro ideologico dell’essenza umana è fondamentalmente opprimente e legato al dominio politico. Proprio come Dio era un potere che soggiogava l’individuo, ora l’uomo è, come dice Stirner, “L’uomo è il Dio di oggi, e la paura dell’uomo ha preso il posto del vecchio timore di Dio”. L’essenza umana è diventata la nuova norma in base alla quale gli individui vengono giudicati e puniti: “Stabilisco cosa sia l’uomo e cosa sia un metodo” veramente umano “, e chiedo a tutti che questa legge diventi norma e ideale per esso; altrimenti si esporrà come un “peccatore e criminale”. In altre parole, poiché una certa identità è stata costruita come “essenziale”, crea una norma ideologica in base al quale gli individui sono tenuti a viverla. Quindi l’essenza umana è la nuova macchina della punizione e del dominio: una nuova norma che condanna la differenza.

Foucault ha considerato anche il modo in cui la nozione di ciò che costituisce l ‘”umano” è diventata la nuova norma della punizione e dell’emarginazione, in particolare nel carcere e nel discorso psichiatrico. Il trattamento del crimine da parte dell’umanesimo come malattia da curare è un esempio del modo in cui funziona questo discorso punitivo. Come sostiene Stirner:

I mezzi curativi o la guarigione sono solo il rovescio della punizione, la teoria della cura corre parallela alla teoria della punizione; se quest’ultima vede in azione un peccato contro il giusto, il primo lo vede come un peccato dell’uomo contro se stesso, come una caduta della sua salute.

Questo è precisamente l’argomento di Foucault sulla formula moderna della punizione in “Disciplina e Punizione”: una formula in cui le norme mediche e psichiatriche sono solo la vecchia morale in una nuova veste. Per Stirner, così come per Foucault, la punizione è resa possibile solo rendendo qualcosa che è sacro, come qualcosa che può essere trasgredito. C’è una certa omologia, che non è stata esplorata, tra Stirner e Foucault. Entrambi i pensatori presentano una critica dell’umanesimo, smascherando le pratiche di dominazione e marginalizzazione coinvolte in questo discorso. Affermo, tuttavia, che Stirner va al di là dell’argomento ‘post-strutturalista’ teorizzando un punto di partenza al di là dell’ideologia / potere, da cui può scaturire la resistenza a questi discorsi umanisti – qualcosa che Foucault non è stato in grado di formulare adeguatamente.

La critica politico-ideologica di Stirner dell’umanesimo e dell’essenza umana si sviluppa in una contro-dialettica. Mentre la dialettica hegeliana culmina nella libertà dell’umanità, questa contro-dialettica, che traccia lo sviluppo dell’umanità in relazione alle istituzioni politiche ad essa corrispondenti, finisce con il dominio ideologico dell’individuo. L’analisi parte dal liberalismo o da quello che Stirner chiama “liberalismo politico”. Come mostra Stirner, la libertà politica significa semplicemente che lo stato è libero, nello stesso modo in cui la libertà religiosa significa che la religione è libera: “Non significa la mia libertà, ma la libertà di un potere che governa e soggioga me”. In altre parole, le libertà comportate dal liberalismo sono limitate a una certa soggettività e nel discorso politico regolato dallo stato – che implica sempre un ulteriore dominio. Il secondo stadio della contro-dialettica è “liberalismo sociale” o socialismo. Il liberalismo sociale si presenta come un rifiuto del liberalismo politico, che è percepito come troppo egoista. [29] Per Stirner, d’altra parte, il liberalismo politico non è stato caratterizzato da troppo egoismo, ma da troppo poco, e vede l’uguaglianza forzata del socialismo – l’uguaglianza della povertà – come un’ulteriore oppressione dell’individuo. Invece della “proprietà” dell’individuo posseduto dallo stato, ora è posseduto dalla società. Ancora una volta, secondo Stirner, l’individuo è stato subordinato a un potere astratto al di fuori di esso. Questo è uno dei punti su cui Stirner e Marx entrano in conflitto. Stirner, al contrario di Marx, non crede nella società: la vede come un’altra astrazione, un’altra illusione ideologica, come Dio e l’essenza umana, a cui l’individuo è sacrificato: “La società, dalla quale abbiamo tutto, è un nuovo maestro , un nuovo fantasma … “. L’individuo, secondo Stirner, non è una parte essenziale della società come credeva Marx.

Quindi, per Stirner, il socialismo è solo un’altra estensione del liberalismo: entrambi sono sistemi che si basano su un’essenza che è considerata sacra – lo stato e la legge per il liberalismo politico; la società per il liberalismo sociale. Stirner esamina quindi la terza e ultima forma di liberalismo in questa dialettica: “liberalismo umano” o umanesimo. Il liberalismo umano è basato su una critica del liberalismo sia politico che sociale. Per l’umanista, questi due liberalismi sono ancora troppo egoisti – si dovrebbe agire per ragioni altruistiche, puramente a favore dell’umanità e dei propri simili. Tuttavia, come abbiamo visto, l’umanesimo si basa su una nozione di essenza umana che Stirner sostiene sia tanto ideologica che illusoria. L’umanesimo sostiene che ognuno ha in sé un nucleo essenziale di umanità che è il vertice. Se si trasgredisce a questa essenza, si viene considerati “inumani”. Stirner, d’altra parte, vuole affermare il diritto dell’individuo a non essere parte dell’umanità, a rifiutare l’essenza umana e ricreare se stessi come più aggrada. Per Stirner, l’umanesimo è lo stadio finale sia della liberazione dell’uomo che dell’asservimento dell’ego individuale. Più l’uomo si libera dalle condizioni oggettive che lo legano, come lo stato e la società, più l’ego individuale, la “volontà personale”, domina. Questo perché l’uomo e l’essenza umana hanno conquistato l’ultimo baluardo dell’individuo – i pensieri o le ‘opinioni’. L’opinione personale diventa “opinione umana generale” e l’autonomia individuale viene così cancellata. La fantasia umanista Illuminista della liberazione dell’uomo, ora appagata, è quindi concomitante con il dominio completo dell’individuo.

Ideologia e Potere

Per Stirner l’umanesimo è una visione ideologica del mondo in cui siamo rimasti intrappolati. L’umanesimo come ideologia pretende di liberare gli individui da ogni sorta di oppressione istituzionale, mentre allo stesso tempo implica un’intensificazione dell’oppressione su noi stessi – attraverso l’essenza umana – e ci nega il potere di resistere a questa auto-sottomissione. In questo l’individuo ha solo una pseudo-sovranità. All’interno del linguaggio umanista dei diritti e delle libertà esiste una trappola: i diritti e le libertà sono concessi all’individuo in cambio della rinuncia del proprio potere. L’ideologia umanista costituisce, nelle parole di Stirner, “un nuovo feudalesimo sotto la sovranità del” uomo.” Un importante luogo di questa dominazione ideologica umanista è la moralità. Stirner crede che la moralità non sia solo una finzione derivata dall’idealismo cristiano, ma anche un discorso che opprime l’individuo. La morale è semplicemente il residuo del cristianesimo, in una nuova veste umanistica, e come Stirner sostiene: “La fede morale è tanto fanatica quanto la fede religiosa!” Ciò di cui Stirner obietta non è la moralità stessa, ma il fatto che sia diventata una legge sacra. La moralità è diventata la nuova religione – una religione secolare – attraverso la quale gli individui sono soggettivati. Le idee morali dominano la coscienza, negando la libertà sensuale dell’individuo e rafforzando il senso di vergogna e colpa. Stirner mostra che dietro le idee morali, ci sia la volontà come potere, la crudeltà e il dominio: “L’influenza morale prende il via dove inizia l’umiliazione; sì, non è altro che questa umiliazione stessa, la rottura e la flessione del temperamento (Mute) fino all’umiltà (Demut) ‘. La moralità mutila l’individuo:

l’individuo deve conformarsi ai codici morali prevalenti, altrimenti si allontana dalla sua “essenza”. Inoltre, la moralità è legata direttamente al dominio dello stato: “questa rabbia popolare per la morale protegge l’istituzione della polizia più di quanto il governo possa in alcun modo proteggerla”.

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RIVOLTA DELLO SCHIAVO NELLA MORALITÀ

Nella Genealogia della morale, Friedrich Nietzsche, afferma che “la rivolta degli schiavi nella moralità inizia quando il risentimento stesso diventa creativo e genera valori” (GM Saggio 1, 10). Questa idea di risentimento è prevalente nella filosofia di Nietzsche perché corrisponde all’idea della moralità del padrone e dello schiavo e, soprattutto, spiega come gli schiavi inferiori siano in grado di superare i maestri superiori e cambiare la moralità dominante con la moralità degli schiavi.

Il risentimento è la forza trainante che causa la ribellione e l’odio degli schiavi a ribellarsi ai padroni superiori e nobili. Mentre Nietzsche tenta nella Genealogia della morale “di produrre una storia delle origini della moralità” ( GM Saggio 1; 1), la moralità non è mai assoluta e i valori cambiano nel tempo.

Le “Rivoluzioni” si verificano, e quindi cambiano i valori attuali dell’umanità. Il risentimento, in un certo senso, è il catalizzatore che provoca una rivoluzione nella morale. Ma cos’è esattamente il risentimento e qual è questa “forza creativa” del risentimento che Nietzsche descrive nella Genealogia della morale? Quali valori nascono dopo che questa “forza creativa” dà vita a un nuovo insieme di valori?

Questo testo tenterà di rivelare la rivolta degli schiavi che Nietzsche descrive e come il risentimento sia il meccanismo che determina una rivalutazione della morale. Questo articolo descriverà anche la “forza creativa” che il risentimento provoca negli schiavi nel loro assalto contro i maestri e spiega quali valori nascono. Il documento spiegherà le importanti debolezze che questi valori dannosi creano è che danno un senso al ragionamento di Nietzsche per una nuova rivoluzione e rivalutazione della morale.

Nietzsche sviluppò metodicamente il concetto di risentimento analizzando la storia umana e l’emergere di ciò che egli descrive come “moralità degli schiavi” nella storia umana. Esso critica il cosiddetto “ideale ascetico” che la moralità degli schiavi sostiene per la disumanizzazione della razza umana. Ma come ha fatto questo “ideale ascetico” a dominare la moralità attuale in primo luogo? Nietzsche spiega che la rivolta degli schiavi e della classe inferiore ha portato a questo ideale. Per comprendere la rivolta degli schiavi che Nietzsche descrive, la morale del padrone e quella dello schiavo devono essere definiti. Nietzsche definisce la morale del padrone come la moralità del volitivo. Questi individui particolari apprezzano la nobiltà, la forza, il coraggio, la sicurezza e il potere come “buoni” e considerano la debolezza, la meschinità e la codardia come “cattivi”.

Nella Genealogia della morale, Nietzsche afferma che “il nobile- tipo di uomo- sperimenta se stesso come valore determinante; non ha bisogno di approvazione; giudica “ciò che mi fa del male è dannoso in sé”; sa di essere ciò che prima accorda l’onore alle cose; è creazione di valore “(GM Saggio 1; 11). In questo senso, la morale del padrone è il riconoscimento che il maestro misura tutte le cose, essendo quello “che è solo” (BGE, parte 6; 210).

I maestri possono essere pensati come creatori, mentre gli schiavi possono essere pensati come individui che reagiscono semplicemente alle condizioni di oppressione create dai maestri. In contrasto con la moralità, del padrone, la morale dello schiavo ha origine in persone deboli e incerte su se stesse, oppresse e maltrattate dai maestri. A causa di questa oppressione, gli schiavi sviluppano e possiedono caratteristiche di pessimismo e scetticismo che li rendono sospettosi di tutto ciò che i loro padroni considerano “buoni”. La moralità degli schiavi può essere vista essenzialmente utilitaristica perché il bene è ciò che è preferibile per tutti (GM Saggio 1 2).

I maestri che aderiscono alla morale del padrone sono molto pochi rispetto alle masse degli schiavi che aderiscono alla moralità degli schiavi. I deboli possono ottenere potere sui forti trattando i “buoni valori” della moralità del padrone come intrinsecamente “cattivi” e i valori che consentono ai deboli e alle sofferenze di sopportare e migliorare la propria vita come intrinsecamente “buoni”. Questa è la “rivolta degli schiavi” in moralità, “un’era di odio risentito da parte degli schiavi contro i nobili maestri volitivi.

Le buone qualità dell’eccellenza e il potere riverito dei maestri sono considerati “cattivi” e la sopravvivenza della gente comune è considerata “buona”. Come diceva Nietzsche, I ” nobili “si sentivano” felici “; non dovevano stabilire artificialmente la loro felicità esaminando i loro nemici, o persuadersi, ingannare se stessi, che erano felici (come tutti gli uomini di ressentiment hanno l’abitudine di fare) “(GM Saggio 1; 10). Ironia della sorte, le definizioni di “cattivo” e “male” per il maestro e lo schiavo morale, fingono di essere gli opposti della stessa parola “buono”. Come sottolinea Nietzsche, tuttavia, “cattivo” e “male” sono opposti e due concezioni completamente diverse di cosa è buono.

Nietzsche afferma che la causa della “rivolta degli schiavi nella moralità” è il risentimento. Esistono molteplici definizioni filosofiche del risentimento, ma Nietzsche lo considera uno stato di sentimenti e desideri sommessi che diventano la fonte generativa di valori. Il risentimento è una riassegnazione del dolore creato quando un individuo percepisce la propria inferiorità e il fallimento lo proietta su un capro espiatorio. L’ego dell’individuo crea l’illusione di un nemico che è la “causa” della sua incapacità. Dando la colpa al capro espiatorio, questo porta l’individuo a desiderare la vendetta o la possibilità di vendetta contro questo nemico.

Nietzsche afferma che questo “desiderio” di vendetta può assumere molteplici forme, come la concezione socialista della rivoluzione e la concezione del Cristianesimo della Fine dei Giorni e del Giudizio Finale. In effetti, il risentimento è dilagante in gran parte del pensiero nietzscheano, specialmente riguardo all’ebraismo e al cristianesimo. Credeva che sia il giudaismo che il cristianesimo nacquero dai desideri degli schiavi nell’invertire l’attuale morale del padrone nel mondo e per stabilire la supremazia della debolezza sulla forza. Nietzsche fornisce un paio di esempi di questo processo. Ad esempio, la posizione di debolezza del giudaismo all’interno dell’Impero Romano era la derivazione del suo ressentiment.

La forza e la potenza dell’Impero Romano non potevano mai essere vinti, il che ha causato l’inferiorità della Giudea manifestandosi come odio per i Romani. Questa manifestazione causò odio per la superiorità romana, che a sua volta fece sì che gli ebrei li considerassero “cattivi” solo perché i romani esibivano qualità maestre. Nietzsche credeva anche che il Cristianesimo fosse responsabile della caduta dell’Impero Romano perché il risentimento cristiano portò l’inversione di valori come il potere e la forza.

Come diceva Nietzsche a proposito delle opinioni Giudaiche e Cristiane, “solo chi soffre è buono; i poveri, gli impotenti, i sommessi sono le uniche persone buone; le sofferenze, i bisognosi, i malati, i brutti sono anche le uniche persone pie; solo loro sono benedetti da Dio; solo per loro c’è la salvezza. Al contrario, voi persone privilegiate e potenti, siete per tutta l’eternità il malvagio, il crudele, il lascivo, l’insaziabile, l’ateo; sarete anche i non benedetti, i maledetti e i dannati per l’eternità “(GM Saggio 1 10). Se il risentimento è la causa dell’odio contro il volitivo, in che modo il risentimento diventa una forza creativa che “dà alla luce i valori?”

È più facile comprendere il risentimento dello schiavo e la forza creatrice contrapponendo il disprezzo percepito dai maestri nei confronti degli schiavi. Secondo Nietzsche, i maestri non si preoccupano dei “cattivi” e della moralità del padrone che diventa semplicemente una ponderazione. I maestri guardano dall’alto in basso gli schiavi con mera mancanza di rispetto.

“L’uomo nobile non può prendere sul serio i suoi nemici, le sue disgrazie, anche le sue cattive azioni – questo è il marchio di una natura forte e completa, in cui c’è un eccedenza di potere plastico, creativo, di guarigione, così come il potere di dimenticare “(GM Saggio 1; 10). I maestri non si preoccupano affatto degli schiavi. In contrasto con i maestri, il risentimento degli schiavi è una fame che consuma. Avvelena la loro mente e li rende scettici, pessimisti e amareggiati.

A differenza dei maestri che si limitano a scrollarsi di dosso il disprezzo, il risentimento degli schiavi è al centro di tutta la loro energia e attenzione. Ciò determina la forza creativa del risentimento, l’uso di ogni mezzo necessario, in modi creativi come attraverso la fede e il benessere spirituale, per rovesciare i valori dominanti dei maestri “arroganti” e “cattivi” e sostituirli con i valori degli “umili” e “solo” schiavi.

Il risentimento è indubbiamente la forza creativa centrale dietro la concezione di Nietzsche della moralità degli schiavi. Un esempio di questa forza creativa in azione si trova nel cristianesimo.

Per Nietzsche, il cristianesimo e le sue pratiche ascetiche sono la corona del risentimento ebraico. Nietzsche, nella Genealogia della Morale, traccia la nascita degli ideali cristiani attraverso il risentimento affermando che “gli ebrei, questo popolo sacerdotale, che in opposizione ai loro nemici e conquistatori erano alla fine soddisfatti di una radicale rivalutazione dei valori dei loro nemici, intendo questo, come un atto di vendetta più spirituale. Solo questo era appropriato per codesto popolo sacerdotale, popolo che incarnava la vendetta sacerdotale più profondamente repressa “(GM Saggio 1; 7).

Con l’emergere del Cristianesimo, la riuscita rivolta degli schiavi nella moralità fa nascere un nuovo insieme di valori e virtù. Il metodo innovativo con cui la rivolta degli schiavi cristiani è stata in grado di respingere le virtù morali del maestro come l’onore, il prestigio, il potere politico, la ricchezza, la forza, la bellezza e l’orgoglio, caratteristiche dei nobili romani “maestri”, attraverso la manipolazione delle masse e lo sforzo della fede, ha portato gli umili schiavi a innalzarsi contro i padroni.

Il ressentiment portò la forza creativa che alla fine aiutò gli schiavi a rovesciare i padroni, e così nacque un insieme di nuovi valori e virtù. Ma quali sono esattamente questi nuovi valori? Le virtù e il “bene” legati alla odiata nobiltà vennero odiati come “cattivi” mentre i tratti e i valori trovati pratici per la sopravvivenza assoluta dei deboli sono elevati allo stato di “virtuosi”. Pertanto, la debolezza del soggiogato è completamente alterato in virtù, mentre la forza e il potere originali del nobile sono considerati peccaminosi e malvagi diventando così la moralità del Cristianesimo.

I valori che nascono dalla forza creativa del risentimento sono i valori cristiani di “sacrificio di sé”, “amore” e così via. Nietzsche sostiene che l’istituzione del cristianesimo ha imbastardito gli insegnamenti di Gesù e ha creato valori dall’interno dei suoi insegnamenti che intrinsecamente rendono gli individui deboli e asserviti. Questo, secondo Nietzsche, è la più grande debolezza dei valori che nascono dalla rivolta degli schiavi nella moralità. Nietzsche afferma chiaramente che “il cristianesimo è nato per illuminare il cuore; ma ora deve prima appesantire il cuore così come dopo essere in grado di alleggerirlo. Di conseguenza, perirà “(Umano s.119).

La critica alla moralità degli schiavi deriva dal fatto che si sviluppa nella negazione e l’odio ed elude la realtà presente. Alle masse più deboli viene promessa una vita ultraterrena e questo diventa il punto focale di tutta la loro speranza. Affidandosi a questa vita ultraterrena, gli schiavi mettono la loro fede in un essere metafisico che nemmeno a malapena pensa a loro. Questa mancanza di enfasi su se stessi e sul presente è la critica più diffusa dell’attuale sistema di valori morali. Di conseguenza, Nietzsche afferma che l’Europa è stata contagiata dalla moralità degli schiavi, che l’ha resa insipida e monotona perché ha abbandonato ogni senso di ambizione e di presente.

Nel libro di Nietzsche, L’Anticristo, esso si sforza di capire come il cristianesimo sia diventato l’ideologia creata da istituzioni come le chiese e come queste chiese non abbiano incarnato la vita di Gesù Cristo. Fa un’importante distinzione tra la religione del Cristianesimo e Gesù. A differenza dei pensatori agnostici e atei dell’Illuminismo che consideravano il cristianesimo come falso, Nietzsche andò oltre e affermò che Paolo l’Apostolo riproduceva la religione come arma psicologica all’interno dell’Impero Romano.

“Il risultato, espresso in termini morali-psicologici, è” altruismo “,” santificazione “; ed espresso in termini fisiologici: ipnotismo. È il tentativo di raggiungere per gli esseri umani qualcosa che si avvicina a quello che è il letargo invernale per alcuni tipi di animali e il sonno estivo per molte piante nei climi caldi, il minimo consumo e lavorazione di materiale che può ancora sostenere la vita ma che in realtà non entra nella coscienza. A questo scopo è stata spesa una quantità incredibile di energia umana. È servito a qualcosa? “(GM Saggio 3; 17).

Questa è una forma di vendetta nascosta causata dal risentimento. L’istituzione del cristianesimo entra in contrasto con Gesù, che Nietzsche considerava un individuo eccezionale che aveva stabilito la propria condotta morale. Nietzsche potrebbe aver visto Gesù come un potenziale Oltreuomo. A differenza dell’Oltreuomo che abbraccia l’idea della vita, Gesù nega la realtà per “il regno di Dio”. Il rifiuto di Gesù di difendersi gli impedisce di raggiungere la possibilità dell’Oltreuomo e induce il cristianesimo a usare Gesù in modo terribile per manipolarlo semplicemente come mezzo per un fine. Nietzsche analizza la storia cristiana e scopre che col passare del tempo, gli insegnamenti di Gesù diventano distorti ancora di più. Trasformando Gesù in martire e la sua vita in una storia di redenzione per l’umanità, gli Apostoli presero il controllo delle masse. Nietzsche ritiene che questo atto degli Apostoli sia rozzo, offensivo e codardo. Conclude che nel diciannovesimo secolo il cristianesimo ha il mondo comandato dalla moralità degli schiavi e non da quella del padrone, un’inversione totale di ciò che il mondo dovrebbe essere.

La grande debolezza secondo Nietzsche è il modo in cui la svalutazione della vita è causata dalla moralità degli schiavi. Il risentimento cristiano ci porta lontano da noi stessi e dal presente e pone la nostra attenzione in cose banali.

Sebbene il risentimento possa essere usato per portare una rivoluzione di nuovi valori e valori morali per migliorare il progresso dell’umanità, il risentimento cristiano ha solo scoraggiato lo sviluppo umano. Per questo diventiamo meno assertivi, creativi e motivati. Crea persone che non sono più indirizzate a migliorare se stesse. Questo a sua volta crea più schiavi e meno padroni che Nietzsche ritiene distrugga qualsiasi forma di progresso umano. Nondimeno, c’è bisogno di una rivalutazione dei valori prima che l’umanità sia annientata dalla morale degli schiavi.

L’ORDINE CRIMINALE II

Invoco desiderosa l’arrivo benvenuto del Caos, della Morte, la perpetuità dell’ordine criminale è lo scettro maledetto dell’Egoista. Il peccato della causa Unica, è la non invocazione del Tango sulle tombe della perdizione gregaria.

L’ordine criminale, con la massa della perdizione, è l’abisso dell’Ego Unico, questi ha invaso quale insetto spregevole, ha inquinato, deteriorato, macchiato, eclissato la pienezza egoista degli individui unici. La catastrofe, il caos, è la necessità Egoista che ha creato l’ordine, è l’esecuzione dello schema della civilizzazione, dei produttori, dei consumatori, degli idealisti, religiosi, ideologi, democratici, degli Uomini. L’ordine, sotto la loro stessa legalità, è peccatore, è la delinquenza personificata.

La santità dell’ordine, è l’impeto della consacrazione dell’Ego di fronte al fuoco incendiario della catastrofe, quello che ci libererà delle mostruose opere della civilizzazione imposta sotto il manto del Cristianesimo. Mi Compiace dargli il benvenuto, è inevitabile!

Il ritorno dalla Morte non sarà per produrre, consumare, ubbidire, comandare, punire, o inginocchiarsi di fronte a qualunque ideologia superata. È il ritorno del rifiuto al destino siglato dalle ideologie, il rifiuto assoluto del paradiso terreno, il paradiso si è perso, l’ho distrutto, ridotto a cenere, salutando le tombe della massa, dove giacciono le mie ceneri gregarie.

Non ho mai avuto nessun padre nel cielo, neanche lo voglio all’inferno esistenziale della quale sono oggetto, sono un’orfana. La salvazione ideologica o religiosa non ha senso, mi vedo condannata, abbraccio la mia maledizione. Il peggiore nemico è chi parla di speranza, illusione, salvazione, chi presenta un futuro di allegria, di pace, dove la miseria della vita moderna non è abbordata, ma ancora così promettono che ognuno dei miei problemi saranno risolti. Non si sono rinnovati mai i religiosi e ideologi, il loro discorso, l’hanno solo truccato, mascherato, trasformato.

Idee false e irreali che conducono alla decadenza individualista. Piegarsi, vacillare, sotto un manto oscuro di illusioni o nozioni astratte, parlando sotto l’influenza della morale o la fede, sotto lo splendore della bugia più strisciante.

Non voglio nessuna morale o fede religiosa come ideologica che mi illumini. Nego la storia, la società, la religione, le ideologie, lo nego totalmente con l’unico obiettivo di preservare la mia Unicità. Il mio delirio egoista mi spinge alla catastrofe, alla delusione, alla negazione, alla morte assistita. Non è mai stata tanto deplorevole la valutazione della vita, del mondo, dove il peso, le dimensioni e le interpretazioni sono false.

Il punto di partenza per rompere con l’ordine, è che l’egoismo si innalzi, alzandosi sulle rovine di tutto il vigente, di tutto il supremo, di tutta la morale, di ogni legalità, di ogni etica superata, di ogni umanesimo moderno. La morte è la strada che bisogna seguire, il privilegio di vivere è una farsa. La vita è una bugia, il rispetto per la vita è un vile inganno, è la deformazione grottesca del Cristianesimo materializzato. La salvazione comincia dove termina la vita.

In un’esistenza che affonda nella miseria assoluta, il desiderio, è il rispetto per la vita che si consumerà con l’arrivo della soluzione dissolvente, il suicidio di massa assistito. Così si farà la volontà incendaria, così sià la rovina.

Tutto quello che mi circonda si sgretola, si disintegra con la negazione dei pilastri strutturali del presente. Le città sono l’immagine del paradiso promesso, il mondo è ora inabitabile. Una riorganizzazione è ora impossibile. La carità reorganizzativa è un inganno,è questo me l’ha insegnato il mio nemico. In un mondo pieno di insetti cristiani, non si possono affrontare, le malattie che li decimano, la Morte è desiderabile, così non si dovranno sterminare.

CRITICA ALLA METAFISICA

La filosofia presenta un’idea del mondo completamente inadeguata: in primo luogo per considerare il mondo come un cosmo e non come il caos, per credere nella razionalità intrinseca della realtà. L’invenzione del Mondo Razionale porta con sé l’invenzione dei concetti basilari di tutta la metafisica tradizionale (essenza, sostanza, unità, anima, Dio, permanenza,…); queste entità sono pure finzioni, conseguenza del potere affascinante della ragione. Dato che il mondo che percepiamo presenta caratteristiche contrarie, corporeità, cambiamento, molteplicità, nascita e morte, i filosofi finiscono per postulare il “platonismo”, l’esistenza di due mondi, il mondo dei sensi, pura apparenza, irrealtà, ed il Mondo Vero, l’Essere, dato alla ragione, e l’orizzonte ultimo della nostra esistenza. Una conseguenza dell’invenzione del Mondo Vero è la valutazione positiva del mondo dello spirito e negativa della corporeità.

La filosofia tradizionale comincia con Platone che si inventa un mondo perfetto, ideale, assoluto, al quale contrappone lo svalutato mondo che si offre ai sensi. Platone identifica l’Essere con la realtà immutabile e assoluta e relega al mondo dell’apparenza quello che si offre ai sensi ( il mutevole, la molteplicità, quello che nasce e muore). La filosofia posteriore accetta questo schema mentale basilare, benché l’esprima con distinte parole.

Per Nietzsche, e di fronte all’interpretazione abituale, i greci non scoprirono ma inventarono la razionalità ed il supposto carattere ordinato del mondo.

Il nostro autore trova un’origine psicologica della metafisica: la metafisica è un segno determinato di tendenze anti-vitali, guidate da un istinto di vita decadente e contrario allo spirito greco del passato. La mancanza di istinto, il tono vitale rarefatto, permise l’amplificazione della carta della ragione, della vita cosciente, e l’apparizione delle fantasie metafisiche nello stile del Mondo Vero, Eterno, Immutabile proposto da Socrate e Platone. La radice morale (immorale, dirà Nietzsche) che motivò l’apparizione della filosofia platonica fu la paura del cambiamento, la morte e la vecchiaia.

Le categorie metafisiche come sostanza, essere, essenza, unità sono pure invenzioni e in esse trovare il riposo, la regolarità e la calma assenti dell’unico mondo esistente, quello che si offre ai sensi. La metafisica platonica- e tutta quella occidentale- è un sintomo di risentimento davanti all’unico mondo esistente, il caos della paura. Ma Nietzsche trova anche nell’influenza della grammatica un’altra origine della metafisica; il linguaggio dà luogo ad una visione erronea della realtà: la struttura soggetto-predicato, comune alle nostre lingue e il primato che hanno le frasi col verbo essere, favoriscono un’interpretazione sostanziale della realtà, la credenza in entità dotate di tratti permanenti e propri, di sostanze. Inoltre, grazie al linguaggio parliamo di distinte cose mediante le stesse parole, il quale sembra supporre che esistono somiglianze tra queste, quando non identità; mediante i concetti crediamo possibile riferirci all’universale, quello che favorisce la credenza nell’esistenza di essenze, di nature universali. Se la nostra grammatica fosse distinta, la nostra forma di capire il mondo sarebbe anche distinta; Il superamento della credenza nella grammatica può superare anche la concezione tipica della metafisica tradizionale.

I critici passati mostrano l’enorme distanza che separa Nietzsche da tutta la filosofia precedente: Nietzsche respinge le credenze cui il mondo è un cosmo e che la ragione può captare il reale; credenze che stanno alla base della filosofia, della scienza e della cultura occidentale nel suo insieme. La filosofia di Nietzsche ha un’orientazione chiaramente irrazionale, e rende impossibile il linguaggio, la conoscenza e la filosofia intesa nel modo in cui appare in Grecia nel secolo VI a.C..

1. CRITICA DELLA FILOSOFIA METAFISICA TRADIZIONALE

Possiamo studiare tre aspetti dentro la critica alla filosofia: aspetto metafisico, logico-epistemologico e scientifico-positivo. 1. Critica della metafisica. La filosofia tradizionale è quella che instaurò Platone affermando l’esistenza di un mondo perfetto, noematico, assoluto. La filosofia dogmatica considera l’Essere come qualcosa di statico e immutabile, essere che esiste nel suo proprio mondo, distinto dal sensibile in cui la realtà è puramente apparente, perché si scioglie nello scorrimento del divenire.

Per il metafisico la vera realtà non può essere soggetta al divenire, ella rimane identica con sé stessa, statica e immutabile, cioè, deve essere “causa sui.”

Tutti i concetti più elevati, l’essere, l’assoluto, il bene, il vero, il perfetto-tutto questo non può essere qualcosa che diviene, e in tal modo deve essere “causa sui”. Ma neanche tutto questo può essere disuguale tra sé, essere con sé in contraddizione stessa…Così arrivano al loro stupendo concetto di “Dio”…” (La caduta degli idoli).

Per Nietzsche “l’essere” del metafisico è l’aspetto più vuoto e astratto che l’’uomo ha potuto immaginare e ciò equivale al puro niente.

Le caratteristiche che si sono assegnate al vero Essere delle cose sono le caratteristiche del No-Essere, del nulla; -si è costruito il “mondo vero” in contrapposizione al mondo reale, e nella realtà del mondo apparente, come mera illusione ottica-morale” (Ibid.)

2. CRITICA ALLA METAFISICA NELLE SUE DIMENSIONI LOGICA-EPISTEMOLOGICA E ONTOLOGICA

Per il logico la verità si oppone all’errore. Verità ed errore sono due termini antitetici, dato che il vero è irrefutabile e il falso è contraddittorio. Ma Nietzsche respinge l’antagonismo verità-errore, poiché si danno errori irrefutabili e verità contraddittorie: “Una tesi irrefutabile perché dovrebbe essere, in conseguenza, “vera?” Questa proposta scandalizza chissà perché i logici che considerano le proprie limitazioni come limitazioni delle cose; ma è da molto tempo che ho dichiarato la guerra a questo ottimismo dei logici. (La volontà di potere)

La categoria ontologica “essere vero” non è una proprietà della realtà, bensì una mera valutazione soggettiva come condizione necessaria di sopravvivenza dell’uomo: “L’opposizione “il mondo vero-il mondo apparente” la riduco io a relazioni di valore. Abbiamo proiettato le nostre condizioni di sopravvivenza come attributi dell’Essere. Nella circostanza dove dobbiamo mantenerci fermamente afferrati alle nostre credenze per sussistere, abbiamo dedotto che il mondo “vero” non è mutazione e divenire, bensì Essere” (Ibid.) “ In conseguenza, non esiste in realtà il preteso “mondo vero” della filosofia dogmatica, tale mondo è una mera finzione e non è possibile conoscerlo né dimostrarlo: “ Il mondo vero- un’idea che già non serve a nulla, è che neanche obbliga;- un idea inutile e superflua, quindi confutata. Sopprimiamola!” (Il crepuscolo degli idoli).

 

Ο θάνατος του πιο φρικτού τέρατος (Μέρος τρίτο)

vivann

«Τώρα θα έπρεπε για λίγο να σου μιλήσω για το  πειθαρχημένο, προοδευτικό και συνειδητοποιημένο προλεταριάτο, αλλά θα ήταν ανούσιο αφού ξέρεις πάρα πολύ καλά για την άπειρη αξία του ως υποζύγιο για τα βάρη και το μαστίγιο. Αντί για αυτό θα αναφερθώ στα διάφορα κόμματα, δημοκρατικά, σοσιαλιστικά και κομμουνιστικά.

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JEDAN LJUDSKI ŽIVOT

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ČOVJEK

Od onog trena kad ugleda svjetlo svijeta nastoji neki čovjek iz svoje zbrke u kojoj je također sa svim inima šaroliko bez reda simo-tamo prekockavan, sebe, iznaći i sebe zadobiti.

Pa ipak se Sve, što dolazi u dodir s djetetom, brani od njegovog zahvata i potvrđuje svoje vlastito opstojanje.

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L’EMPÖRUNG COME DISSOLUZIONE DEL CONFLITTO II

VALORESTIRNERIANO

La notazione svolta in realtà si qualifica come condivisibile solo in minima parte: indubbiamente la sollevazione non implica alcuna dimensione progettuale e deflagra in una esplosività istantanea, ma ciò che sfugge è proprio ciò che in precedenza abbiamo definito come modalità della stessa: la negazione del sussistente, in primo luogo, non si qualifica come diretta, bensì come secondaria e, in secondo luogo, non si tratta di un’esplosione dell’unicità sull’esistente, piuttosto come una sollevazione oltre l’esistente al fine di raggiungere l’unicità.

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IL NICHILISMO «METODICO»

UOMOINRIVOLTA

Il nichilismo che sta alla base del pensiero camusiano scaturisce interamente dal dualismo irriducibile che il reale porta con sé; senso (coscienza) e non senso (mondo) sono inesorabilmente intrecciati e danno luogo al fenomeno dell’assurdo che si unisce alla rivolta metafisica dell’uomo contro la sua condizione. La problematica del non senso è costante nella trattazione di Camus e rimarrà irrisolta anche nella fase più matura del suo pensiero; infatti, anche quando l’autore espliciterà le conseguenze etiche a cui l’hanno condotto la rivolta teoretico-pratica, egli non avrà ancora risolto il tema dell’assurdità della condizione umana.

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ΜΑΎΡΑ ΤΡΙΑΝΤΆΦΥΛΛΑ

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Ήμουν ξαπλωμένος στο μωβ μου κρεβάτι – δεν ξέρω για πόσο – , αλλά δεν μπορούσα να χαλαρώσω. Οι κρόταφοί μου άρχισαν να πάλλονται, το κούτελό μου έκαιγε σαν να είχα πυρετό, στο μυαλό μου στριφογύριζε ένα συνοθύλευμα ζοφερών σκέψεων και καταριώντας, μάταια εκλιπαρούσα τον Μορφέα να με πάρει στην αγκαλιά του.

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ZÁPISKY PSYCHOPATOVY

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DA “SUROVÉ NEGACE”-SITO NICHILISTA EGOARCA– UN TESTO SULLA PAZZIA DISTRUTTRICE DELLA NORMALITÀ E DELL’UMANESIMO..COME POTREBBE NON ESSERE “PAZZO E DISSOLUTO” UN NICHILISTA CRIMINALE -TERRORISTA-EGOCENTRICO? SE IO DECIDO CHE ATTRAVERSO IL MIO SOLIPSISTA EGO ESISTE IL MALE ATTRAVERSO CERBERO -CHI MI PUÒ IMPEDIRE CHE SIA COSÌ? SONO IO CHE CREO E DISTRUGGO CREANDO! FANCULO LA VOSTRA FOTTUTA “COSCIENZA”! DETTATA DAL CREDERE CHE CI SIA UN TRATTO DISTINTIVO NELLA CONTRADDIZIONE.LA CONTRADDIZIONE NON ESISTE -E NON ESISTE UNA REALTÀ CHE LA CONTRADDISTINGUA COME “FATTO PROVATO”

Útržek z povídky Valerije Brjusova.
Oslava zlovůle a zločinu,poprava humanismu.

Zajisté,od dětství mne všichni pokládali za zvrhlíka. A tvrdili,že mé pocity nesdílí nikdo. Tak jsem si zvykl lidem lhát. Zvykl jsem si pronášet otřepané fráze o utrpení,o lásce,o štěstí milovat bližního. Ale vskrytu duše jsem byl přesvědčen-a to přesvědčení sdílím i dnes-že svou podstatou je každý člověk zločinec.

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