TRASFIGURAZIONE DEL CAOS DISGREGANTE

La ricostruzione del rapporto di Nietzsche con alcune teorie scientifiche del suo tempo, l’analisi del modo in cui, abbiamo visto, Nietzsche si appropria di concetti quali quelli di dinamicità, forza, attività ecc. al fine di negare la dissipazione dell’energia e la morte termica dell’universo, ci consentono di delineare all’interno del pensiero nietzscheano un nuovo ordine cosmico nel quale non esisterebbe nessuna causa meccanica né teleologica ma soltanto «il volere diventare più forte di ogni centro di forza».

La potenza di ogni quanto consiste, secondo Nietzsche, proprio in questo volere diventare sempre più forte. Ciò che muove le forze non è quindi qualcosa di esterno ma, al contrario, la loro stessa energia interna. Affinché questa possa realizzarsi è necessario che ogni forza si incontri, o meglio si scontri, con le altre dando vita così a delle sempre nuove, diverse combinazioni, che mutano in relazione all’intensità della potenza di ciascuna forza. L’ordine cosmico di cui Nietzsche parla consisterebbe allora nella continua trasformazione dei rapporti di potenza tra le forze; si tratta dunque di un movimento indeterminato, imprevedibile e caotico. Dice Nietzsche:

[…] per spiegare il caos, deve essere già presupposta l’attività di una forza; a costituire questo strettissimo groviglio è necessario un movimento. (FP 23 [31], inverno 1872-1873)

Così, i concetti di caos e potenza (Macht) sono strettamente legati tra loro perché l’attività che scaturisce dalla volontà di ogni forza di realizzare la propria potenza è quello stesso movimento imprevedibile ed indeterminabile che caratterizza il mondo come caos. Quest’ultimo è infatti un’ininterrotta battaglia tra forze più deboli che soccombono e forze più forti che dominano. Tale rapporto di dominio e sottomissione sembra però mutare continuamente perché quelle forze che in una certa situazione sono dominatrici possono, in un altro momento, essere sopraffatte da una nuova più potente forza, la quale stabilisce dei nuovi equilibri anch’essi mai definitivi.

Ritorna così il carattere deorganizzatore di tale movimento che vive proprio nel continuo combinarsi e scombinarsi delle forze. Ogni singola forza è l’attività stessa del mondo, il quale si sviluppa e si organizza senza lasciare spazio a ciò che è passivo, ossia a ciò che si limita a resistere e a reagire. Infatti, se il movimento passivo è sempre un movimento di reazione a qualcosa di esterno che determina e definisce tale reazione, nella visione del mondo nietzscheana, invece, tutto ciò che si muove è interno al mondo stesso e si muove soltanto per liberare la propria potenza rispetto a ciò che lo circonda. Così anche la forza più debole non sarebbe una forza di reazione ma una forza attiva, interna al mondo, la quale per sprigionare la propria energia si combina con altre forze contribuendo allo sviluppo di quel movimento dinamico che è l’organizzazione stessa del mondo. Secondo Nietzsche, il movimento è l’esternazione di qualcosa che accade internamente, cioè di qualcosa che non viene determinata e organizzata dall’esterno.

Ogni forza si muove perché in essa è presente una potenza che si realizza nel combinarsi con le altre forze e, quindi, muovendosi. Questo movimento delle forze l’una verso l’altra è a sua volta espressione o, per usare un termine nietzscheano, segno dell’immensa forza del mondo che si organizza proprio nel combinarsi sempre diverso delle forze.

In tale nuova visione del mondo come ciò che si autorganizza muovendosi caoticamente l’ipotesi di un mondo creato diventa insostenibile e assolutamente priva di senso. Dice Nietzsche:

Il mondo sussiste: esso non è niente che divenga, niente che perisca. O piuttosto: diviene, perisce, ma non ha mai cominciato a divenire e non ha mai cessato di perire – si conserva nelle due cose… vive di se stesso si nutre dei suoi escrementi… (FP 14 [188], primavera 1888)

Il mondo si autorganizza proprio perché non dipende da nulla che non sia se stesso. La sua attività consiste infatti in una capacità di riciclare, trasformandolo, ciò che gli appartiene. Nietzsche non intende negare il movimento del mondo, il suo divenire e il suo passare, ma soltanto il fatto che tale divenire e tale passare abbiano un inizio e una fine, ossia siano qualcosa di determinato e determinabile. Il mondo passa e diviene nel senso che passa e diviene ciò che accade al suo interno, mentre esso si conserva proprio in questo eterno mutare e divenire. Se allora il mondo si organizza nel continuo combinarsi e scombinarsi delle forze e nell’incessante divenire e passare di tali combinazioni, dovrebbe conseguirne necessariamente che il caos non è soltanto una fase iniziale del mondo in cui regna il disordine e a cui seguiranno ordine e determinatezza. Al contrario, il caos è proprio il modo di organizzarsi del mondo che non è né soltanto disordine, in cui niente potrebbe svilupparsi e conservarsi, né soltanto ordine.

Esso sembra essere piuttosto ordine e disordine insieme, ossia un ordine che scaturisce dal disordine e viceversa. In questo modo, così come gli attuali studi sui sistemi complessi parlano di «criticità autorganizzata» o, come dice Morin, di «disintegrazione organizzatrice», il caos del mondo nietzscheano sarebbe un caos organizzato, nel senso che è proprio a partire dal movimento caotico, imprevedibile e non lineare di molteplici forze coagenti, che nasce l’organizzazione e cioè il complesso combinarsi in maniera sempre diversa di tali forze.

Morin non soltanto definisce il caos una «disintegrazione organizzatrice», ma ne parla nei termini di «catastrofe »; con tale termine intende infatti quel processo per cui la rottura di una qualche forma è contemporaneamente la genesi di una nuova, quella trasformazione che è disintegratrice e creatrice allo stesso tempo. Se, allora, il caos è inteso proprio come processo catastrofico, esso non è soltanto un puro inizio, ma il modo stesso di essere e di muoversi dell’universo che da quel caos è inseparabile. Ritorna così il carattere terribile del mondo che in Nietzsche, come abbiamo visto, trova espressione nei concetti di deorganizzazione e disgregazione, i quali indicano la capacità dell’universo di organizzarsi attraverso la propria distruzione.

Dunque, il mondo si autorganizzerebbe proprio nel suo essere sempre in bilico tra ordine e disordine, stabilità e instabilità, equilibrio e squilibrio; il caos di cui parla Nietzsche coincide con questo modo di organizzarsi del mondo, che egli, infatti, descrive come:

[…]Un mostro di forza, senza principio, senza fine, una quantità di energia fissa e bronzea che non diventa né più grande né più piccola, che non si consuma, ma solo si trasforma […] un gioco di forze, di onde di energia che è insieme uno e molteplice, di forze che qui si accumulano e là diminuiscono, un mare di forze che fluiscono e si agitano in se stesse, in eterna trasformazione […]. (FP 38 [12], estate 1885)

Allora, se tutto è interno al mondo e fa parte del suo autorganizzarsi esso è qualcosa, ma anche il suo contrario, il più calmo, rigido, freddo, ma anche il più ardente e selvaggio. Il mondo vive proprio in tale continua attività nella quale non esiste niente di fisso e definitivo ed in cui le molteplici realtà, che Nietzsche chiama forze, non sono dominate sempre dalle stesse leggi perché, al contrario, non esiste nessuna legge, ma solo il movimento di queste forze la cui potenza muta continuamente. In questo modo Nietzsche descrive un mondo in cui la molteplicità e la diversità trovano riscatto perché in esso il molteplice non è ridotto all’uno, ma piuttosto l’uno viene trasformato nel molteplice. Nietzsche infatti non sacrifica mai, ma al contrario sottolinea ed esalta, la natura plurale e molteplice della forza, la quale non è un tutto-uno bensì l’insieme di diverse molteplici forze che giocano tra loro essendo une e molteplici allo stesso tempo. Il mondo è infatti un «mostro di forza», poiché coincide proprio con quest’eterno fluttuare e ritornare di un mare di forze che si incontrano e si scontrano incessantemente. Esso allora distrugge e costruisce se stesso poiché è, contemporaneamente diverse forze, di cui alcune sono più forti, e quindi si affermano, altre  invece sono più deboli, e dunque soccombono.

All’interno di un tale panorama, possiamo vedere come il principio dell’eterno ritorno sia semplicemente ciò che racchiude in sé questo complesso movimento del mondo. In tal modo esso escluderebbe qualsiasi forma di determinismo e la conseguente mancanza di libertà derivante dal fatto che, se tutto ritornasse sempre identico, allora, come abbiamo già visto sosteneva Dühring e più recentemente Magnus, ogni cosa sarebbe già stabilita e l’uomo non avrebbe nessuna libertà di scelta e di azione. Ciò che invece ritorna eternamente, secondo Nietzsche, è quanto abbiamo chiamato il caos organizzato, ossia il movimento di molteplici centri di forza che mutano continuamente le loro combinazioni passando dal disordine all’ordine, dall’organizzazione alla disgregazione e viceversa. In tal modo sembra emergere piuttosto chiaramente come il mondo sia tutt’altroche un sistema deterministicamente chiuso, poiché ciò che ritorna è un’organizzazione sempre aperta e in continuo riassestamento attraverso momenti di crisi e di rottura, dai quali ogni volta nasce una nuova organizzazione anche se sempre a partire dallo stesso materiale.

Secondo Nietzsche infatti i centri di forza sono quantitativamente limitati così come le loro combinazioni, le quali però si alternano e si muovono mai con lo stesso ordine. In questo senso tale descrizione nietzscheana del mondo escluderebbe la presenza in esso di qualsiasi meccanicistico stato finale da raggiungere. Tale mondo è senza scopo, «a meno ché non si trovi uno scopo nella felicità di un ciclo senza volontà ».

Allora, ciò che permette a Nietzsche di escludere una spiegazione meccanicistica e deterministica del mondo è proprio l’idea dell’eterno ritorno dell’identico a cui egli giunge attraverso l’affermazione di ciò che, invece, Vogt aveva negato, ossia la finitezza e determinatezza fisica della forza la quale, in un tempo infinito, ritorna continuamente e ripetutamente. A tale proposito Nietzsche afferma:

[…] Si dimostrerebbe che il mondo è un ciclo che si è già ripetuto un’infinità di volte e che gioca in infinitum il suo gioco. Questa concezione non è semplicemente una concezione meccanicistica; infatti, se tale fosse non determinerebbe un infinito ritorno di casi identici, ma uno stato finale. Poiché il mondo non ha raggiunto questo stato finale, la concezione meccanicistica del mondo ci deve apparire come un’ipotesi imperfetta e soltanto provvisoria. (FP 14 [188], primavera 1888)

Ciò che il mondo fa, secondo Nietzsche, è semplicemente muoversi e trasformarsi attraverso il cambiamento continuo delle combinazioni delle molteplici forze che in esso si trovano ed è soltanto in un’attività così descritta che esso vive e si realizza. Il gioco che tale mondo giocherebbe all’infinito non ha nessun motivo di finire perché esso consiste proprio nel non cessare mai. Il modo in cui questo mondo gioca con se stesso, pur consistendo in un eterno ritorno e, dunque, in una infinita ripetizione di ciò che già è stato, rimane sempre un gioco di dadi nel quale è impossibile prevedere e determinare in maniera fissa come e quando avverrà la ripetizione di ogni combinazione. Infatti, se l’identico che ritorna è qualcosa che non ha equilibrio né stabilità, ma che piuttosto vive al limite del disordine e del caos in un continuo passare da un’organizzazione momentanea a un’altra, allora il mondo non è nulla di già accaduto e quindi di determinabile e prevedibile, poiché anche se gli elementi che ne fanno parte sono sempre gli stessi, essi si riorganizzano in combinazioni che sono sì anch’esse finite di numero, ma assolutamente imprevedibili nel loro ripetersi e succedersi.

In questo senso, la libertà che Nietzsche nega all’uomo, sarebbe quella di credere che tutte le attività siano azioni e dietro ogni azione ci sia un io voglio, un soggetto, che agisce al fine di raggiungere qualcosa di ultimo. Egli nega così la libertà di potere spiegare e prevedere tutto quello che accade. Al contrario, la libertà di cui parla Nietzsche, la quale scaturisce proprio dall’accettazione dell’eterno ritorno, è la libertà dell’uomo che riconosce la natura caotica e imprevedibile del mondo, in cui non tutto è riducibile ad azioni teleologicamente orientate poiché, invece, ciò che accade è soltanto attività necessaria. Così, a differenza di quanto sostiene Magnus, l’idea di libertà di Nietzsche sembra non essere compatibile con la sua cosmologia poiché essa, al contrario, scaturirebbe proprio dall’accettazione del mondo come eterno ritorno dell’identico.

L’uomo che riconosce la paradossalità di un mondo molteplice e dinamico, il quale si organizza attraverso una continua, caotica trasformazione, sarebbe colui che si libera dalle false strutture della ragione, accettando la natura prospettica e molteplice della propria conoscenza. Si tratta di quello stesso uomo che, come abbiamo visto nel primo capitolo, piuttosto che perseguire un bieco istinto di autoconservazione,vuole invece realizzare pienamente e incondizionatamente la propria natura complessa all’interno di un mondo altrettanto complesso. Tale modello di uomo, che è attivo biologicamente poiché, come tutti gli esseri viventi, si sviluppa autoregolandosi, sarebbe colui che riconosce e accetta liberamente questa sua natura molteplice e, allo stesso tempo, limitata rispetto al mondo circostante; egli è consapevole del fatto che il suo sviluppo avviene non in contrapposizione ma in relazione e in cooperazione con l’ambiente circostante. La libertà che allora scaturisce dall’accettazione dell’eterno ritorno dell’identico sembra essere la stessa che scaturirebbe dalla realizzazione di quel processo di naturalizzazione, in cui l’uomo riconosce la naturalità della natura, ossia il fatto che questa non è qualcosa di controllabile e definibile a lungo termine, ma riconosce anche la naturalità di se stesso e cioè il suo essere parte integrante della natura e il suo bisogno di sfogare liberamente quella energia e quella potenza che lo rendono tale.

Se dunque da un lato Nietzsche nell’uso di termini quali forza, energia, attività si rifà ad alcune teorie fisiche del suo tempo, come quelle di Mayer e Vogt, dall’altro lato egli, allo scopo sempre di affermare un mondo privo di qualsiasi stato finale e che si conserva in un’attività infinita, attribuisce proprio a questo mondo il carattere di volontà di potenza ponendosi, così al di là di qualsiasi meccanicismo deterministico all’interno del quale, secondo Nietzsche, rimarrebbero invece imbrigliati tanto Mayer quanto Vogt. Nietzsche, infatti, in una lettera scritta a Peter Gast il 20 Marzo del 1882 critica Mayer per non essere riuscito a liberarsi completamente dal concetto di materia (Stoff), al quale quello di forza verrebbe inevitabilmente legato e, secondo Nietzsche, subordinato. Da questo punto di vista egli ritiene che la teoria dinamica di Boscovich avesse già superato il limite di Mayer attraverso la negazione totale dell’idea di materia in nome di una pura forza al di fuori della quale non esisterebbe nulla.

Allo stesso modo, anche la teoria vogtiana sarebbe rimasta all’interno di una visione meccanicistica del mondo. Infatti, anche se attraverso il concetto di «Weltsubstrat» Vogt tentò di liberare il meccanicismo dall’idea di una stato finale e da un materialismo ingenuo, la sua resterebbe comunque una critica interna che lo porta a continuare a parlare, come abbiamo già visto, di una forma di azione meccanica della forza.

All’interno di un tale contesto, sembra emergere chiaramente come il concetto di volontà di potenza sia la risposta nietzscheana alle conseguenze inaccettabili di una fisica meccanicistica che non riesce ad allontanare l’idea di una fine dell’universo se non attraverso il concetto vogtiano di una forza, la quale, non soltanto sarebbe eternamente attiva, ma si muoverebbe anche in uno spazio infinito dando così vita all’immagine di un infinito in atto, che Nietzsche stesso ritiene impossibile da accettare e che, comunque, non porterebbe nessuna conservazione dell’energia.

La volontà di potenza sembra allora non coincidere con quella volontà che Nietzsche ha escluso dal movimento ciclico del mondo, cioè una volontà intesa in senso teleologico e antropomorfico secondo la quale ogni attività non sarebbe altro che l’azione di un «io voglio». Al contrario, Wille zur Macht è l’attività fine a se stessa di ogni forza interna al mondo. La volontà di potenza esprime infatti quella dinamicità intrinseca al concetto stesso di forza, la quale non deve essere quindi intesa in senso meccanicistico, poiché la sua attività non è semplicemente la reazione a qualcosa di esterno, ossia una specie di effetto rispetto a delle cause poste esternamente, bensì l’attività che nasce all’interno stesso delle forze nel rapportarsi l’una all’altra e nel loro coagire. Dice Nietzsche:

Il vittorioso concetto di forza, con cui i nostri fisici hanno creato Dio e il mondo, ha ancora bisogno di integrazione; gli si deve attribuire un mondo interiore che io definisco volontà di potenza, ossia un insaziabile desiderio di esibire potenza; o impiego, esercizio della potenza, istinto creatore ecc. (FP 36 [31], estate 1885)

Nietzsche dunque pur rimanendo influenzato da alcuni sviluppi del dibattito scientifico del suo tempo, prende le distanze da una spiegazione meccanicistica la quale, piuttosto che considerare il movimento come un’azione a distanza determinata dalla potenza interna delle forze, spiega questo movimento ancora in termini di pressione e urto. Infatti, in una prospettiva meccanicistica, poiché la forza sostanzializzata e atomizzata risulta essere qualcosa di compatto e quindi più facilmente controllabile e calcolabile, anche i processi di attrazione e repulsione vengono ridotti meccanicisticamente a pressione ed urto. In questo modo l’attività che caratterizza le forze sarebbe interpretata – erroneamente secondo Nietzsche – sempre soltanto come Wirkung, cioè come effetto rispetto a qualche altra cosa, posta esternamente ed il cui incontro determina una reazione meccanica. La conseguenza erronea di una considerazione meccanicistica della forza è l’idea che essa sia qualcosa di assolutamente divisibile e, quindi, qualcosa che, proprio grazie a tale divisibilità, raggiunge uno stato di equilibrio, di ordine duraturo. Al contrario, per Nietzsche, tale equilibrio non c’è mai stato né mai ci sarà poiché la forza non è divisibile in parti uguali, ma è in ogni situazione sempre una qualità impossibile da dimezzare. La dimensione qualitativa che Nietzsche attribuisce alla forza è espressione della sua complessità poiché essa non è riducibile a qualcosa di semplicemente scomponibile e controllabile. Invece, in una concezione meccanicista che afferma l’esistenza dell’equilibrio come ciò in cui ogni movimento ha il suo compimento, Nietzsche vede celarsi la negazione dell’essenza stessa della forza e cioè la sua infinita attività interna.

L’attività (Tätigsein) di cui Nietzsche parla è qualcosa che si sviluppa all’interno di tutte le forze del mondo a seconda del grado di volontà di potenza che ognuna di esse possiede. Infatti, tale volontà di potenza è «il fatto più elementare da cui risulta un divenire, un agire…». In base a tale «fatto elementare» [elementarste Tatsache] ogni forza agisce non a partire dalle altre, ma piuttosto sulle (auf) altre forze; questo «auf» sottolinea come tale movimento non sia causato dall’esterno poiché ha, piuttosto, la sua origine all’interno della forza stessa la quale si sprigiona e si sfoga nel rapportarsi al mondo esterno e alle altre
molteplici forze.

Il riconoscimento della diversità e della molteplicità, che conduce Nietzsche a parlare sempre di situazioni di forze piuttosto che semplicemente di un tutto-forza, trova espressione in un mondo che coincide esso stesso con questa molteplicità poiché lo spazio in cui esso si trova è uno spazio «pieno di forze, un gioco di forze, di onde di energia che è insieme uno e molteplice ». Tale mondo è una quantità fissa di energia che, però, può mantenere tale fissità e conservarsi solo in un’eterna trasformazione, ossia attraverso «un mare di forze che fluiscono e si agitano in se stesse» e che, essendo in eterna trasformazione, sono il movimento stesso di questo mondo. L’attività del mondo sarebbe dunque una Tätigsein che non è semplicemente la reazione meccanica a qualcosa di esterno,
ma un movimento di affermazione di sé a partire da se stesso, ossia a partire dall’insieme di molteplici forze che sono al suo interno e, quindi, dall’attività che ciascuna di queste forze sviluppa in relazione alla propria volontà di affermarsi sulle altre.

Ecco in che senso Nietzsche dice:

[…] per questo mondo volete un nome? Una soluzione per tutti i suoi enigmi? E una luce anche per voi, i più nascosti, i più impavidi, o uomini della mezzanotte? Questo mondo è la volontà di potenza e nient’altro! E anche voi siete questa volontà di potenza – e nient’altro! (FP 38 [12], estate 1885)

La volontà di potenza non soltanto è ciò che sta alla base dell’evoluzione biologica, intesa come autoregolazione, e dello sviluppo di un istinto di autoconservazione ascendente, ma sembra essere anche ciò su cui si fonda l’organizzazione e la conservazione di un mondo che realizza la propria potenza grazie all’attività delle molteplici forze che lo compongono e a loro volta vogliono la loro potenza. L’attività delle forze, attraverso la quale il mondo si organizza caoticamente, non sarebbe nulla di diverso dalla volontà di potenza poiché è proprio questa che darebbe origine al movimento di ogni forza verso e contro le altre. In tal modo potremmo certamente dire che volontà di potenza è sia ciò che determina lo sviluppo e l’attività di ogni forma di vita, la quale sprigiona e sfoga la propria energia autoregolandosi, sia ciò che caratterizza l’attività dell’uomo più forte, il quale, in contrapposizione alla mediocrità del gregge, vuole realizzare se stesso in tutte le proprie potenzialità vivendo pienamente la propria vita, sia, infine, ciò che muove tutti i centri di forza del mondo nel senso già visto, per cui ogni forza è ciò che attraverso la sua attività si combina con le altre forze allo scopo di sprigionare e imporre la propria energia interna.

Si anticipa, così, ciò che tratteremo specificatamente nel capitolo successivo e cioè la possibile esistenza di una continuità tra mondo organico e mondo fisico pur nel riconoscimento e nel rispetto delle differenze che caratterizzano e distinguono tutte le cose del mondo, il quale, proprio per questo motivo, sarebbe complesso. Inoltre, è proprio in tale continuità che, come in parte abbiamo già visto e continueremo a vedere, si realizzerebbe concretamente e pienamente quel processo di naturalizzazione che Nietzsche pone infatti alla base sia dello sviluppo dell’organismo come autoregolazione, sia del mondo come
caos eterno.

ETERNITÀ DEL MOVIMENTO DEL MONDO

A partire dalla svolta scientifica compiuta da Boscovich, che sembra avere avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della concezione nietzscheana del mondo, Nietzsche fa propri alcuni nuovi concetti derivanti da teorie scientifiche successive a Boscovich, ma figlie anch’esse di quella rivoluzione che la teoria dinamica ha comportato riguardo al modo di intendere la materia e il suo movimento. Intendiamo fare riferimento in particolare alle teorie di Robert Mayer e Gustav Vogt di cui Nietzsche lesse e conobbe rispettivamente Mechanik der Wärme nella seconda edizione del 1874 e Die Kraft. Eine real-monistische
Weltanschauung del 1878. Sia in Mayer che in Vogt Nietzsche individua l’affermazione di una ciclicità del movimento del mondo coerentemente legata all’idea di una conservazione della forza che non si dissipa, ma, piuttosto, attraverso un processo di trasformazione, si ricicla infinitamente in un movimento che è appunto circolare.

Tale principio di conservazione della forza e la conseguente idea del movimento del mondo come movimento ciclico esprimono, tanto in Nietzsche quanto in una particolare scienza del suo tempo, come quella di Mayer e Vogt, la comune esigenza di scongiurare una morte termica dell’universo e, dunque, il rifiuto del secondo principio della termodinamica.

Non a caso uno dei sostenitori del principio di conservazione della forza è stato proprio Mayer che a partire anche dalle prime teorizzazioni di Helmholtz, in Mechanik der Wärme giunge a definire le forze come oggetti indistruttibili, mutevoli e imponderabili, che agiscono in maniera proteiforme. Mayer parla infatti di un principio di costanza della forza a partire dalla considerazione del processo naturale come processo circolare (Kreisprozess) in cui ciò che ritorna costantemente sarebbe un tutto-forza (All-Kraft) e cioè una forza che è quantitativamente determinata e organizzata in un numero altrettanto determinato e finito di combinazioni. Ciò che però pur nella costanza quantitativa della forza è eterno e, dunque, infinito è il movimento di tale tutto-forza, cioè la sua attività o meglio la sua energia. Mayer parla di questo tutto-forza come di un «quanto di forza energetico » che è indistruttibile e si muove infinitamente dando vita a determinate, anche se innumerevoli, «qualità di forza» [Kraftqualitäten].

Nietzsche, quindi, a differenza che in Boscovich, sembra trovare in Mayer l’affermazione sia della finitezza delle combinazioni delle forze sia, ancora più importante, l’infinitezza del movimento di queste forze, della loro attività. Allo stesso modo anche Vogt, attraverso il suo monismo meccanicistico, sembra farsi sostenitore del principio di conservazione della forza che egli definisce «sostrato del mondo» [Weltsubstrat]; essa, infatti, è ciò che sta sempre alla base di ogni attività e di ogni movimento poiché è l’essenza unica del mondo, la quale si conserva attraverso l’azione meccanica della contrazione e, quindi, attraverso un movimento di tensione in cui non si raggiunge mai un equilibrio definitivo, uno stato finale inteso come causa della morte stessa del mondo e del cessare della sua attività.

In questo senso, l’idea di una conservazione dell’energia, intesa come un tutto-forza indistruttibile e continuamente trasformabile o come un sostrato unico ed infinito del mondo, consentirebbe di collocare sia Mayer che Vogt tra quei fisici che lottano contro la teoria di una morte termica dell’universo e del raggiungimento di uno stato finale. È proprio a quest’ultimo che Nietzsche contrappone l’idea di un mondo che «può essere pensato come una determinata quantità di energia e come un determinato numero di centri di forza». La necessità di affermare un confine del mondo, che consenta una riconversione dell’energia, contro una concezione direzionista e progressista dell’universo, diventa in Nietzsche la necessità di affermare un mondo inteso come una quantità finita e limitata di forza che torna continuamente e ciclicamente in contrapposizione a quello stato finale, che, invece, conseguirebbe inevitabilmente dal teleologismo e dal meccanicismo; «conseguenza tratta – come dice Nietzsche – da William Thomson», cioè da chi, come lui, crede che il mondo prima o poi si esaurirà poiché la sua energia si dissiperà. È proprio contro la realizzazione di una tale conseguenza che Nietzsche, ancora una volta, così come aveva già fatto con la teoria dinamica di Boscovich, riprende il concetto mayeriano di tutto-forza e quello vogtiano di attività, inserendoli, però, all’interno della sua nuova immagine del
mondo che, grazie al suo movimento circolare (Kreislauf), sarebbe eternamente caos.

In quest’ottica, Nietzsche, allo scopo di mettere in evidenza la dimensione plurale e molteplice della forza, che è anche ciò che le consente di conservarsi, usa l’espressione «Gesamtlage aller Kräfte», ossia insieme globale di tutte le forze, per riferirsi a ciò che Mayer aveva chiamato, invece, «All-Kraft»; secondo Nietzsche questo tutto è uno soltanto perché è l’insieme di molteplici centri di forza che si incontrano e si scontrano tra loro dando vita a un numero finito di combinazioni, in cui la forza stessa ritorna continuamente. Infatti, tali combinazioni, grazie alle quali la forza si conserva, non potrebbero mai formarsi se tale forza non fosse plurale e molteplice, ossia se non esistessero molteplici centri di forza, i quali, però, non sono infinitamente diversi.

Proprio a partire dall’affermazione mayeriana di una forza quantitativamente finita, le cui qualità (Kraftqualitäten) sarebbero altrettanto finite, Nietzsche distingue tra l’ammettere che ci sono state e ci saranno infinite situazioni di forze e il dire che ci sono situazioni di forze infinitamente diverse. Nel primo caso, infatti, si affermerebbe soltanto che la forza è sempre in una situazione, cioè in una combinazione con altre forze all’interno della quale si muove ed è attiva. Viene così affermata l’infinitezza del movimento e dell’attività senza cui la forza non potrebbe essere tale. Nel secondo caso, si affermerebbe invece l’infinita diversità delle situazioni all’interno delle quali la forza si troverebbe, cioè l’esistenza di combinazioni infinitamente diverse. Ciò comporterebbe l’infinitezza della forza stessa. Così, mentre dire che esistono infinite situazioni di forza significa semplicemente affermare che ci sono e ci saranno sempre delle combinazioni nelle quali la forza in quanto attività (Tätigkeit) ritorna e, in questo modo, si conserva, dire invece che esistono situazioni infinitamente diverse implica un’infinitezza della forza stessa che tenderebbe a dissiparsi piuttosto che a conservarsi.

Dunque, ciò che si conserva eternamente è la forza come attività. Secondo Nietzsche infatti non si può parlare separatamente di forza e di attività perché quest’ultima è il modo stesso di essere della forza. È proprio in questo senso che egli riprende il concetto vogtiano di attività (Tätigkeit). Vogt aveva già affermato il legame indissolubile e necessario tra forza (Kraftbegriff) e attività (Tätigkeit) descrivendo la forza come ciò che può essere considerata solo in quanto attiva. Tale attività, che Nietzsche invece di Tätigkeit chiama «Tätigsein», proprio per mettere in evidenza che essa non è solo un attributo della forza bensì la
sua essenza, è infinita, cioè non cessa mai di essere perché, se così non fosse, verrebbe meno quel movimento senza il quale la forza stessa non potrebbe avere luogo. Affermare l’identità di forza e attività significa affermare che non esiste la forza senza l’attività, ossia quest’ultima non è semplicemente qualcosa che entra a far parte della forza a un certo momento, ma è il suo modo stesso di essere. Se allora la forza è sempre attività, essa è sempre in movimento, ossia non raggiunge mai uno stato di equilibrio fisso e duraturo. Ciò che permette alla forza di essere sempre attiva è l’infinitezza temporale che la caratterizza.

Però, se da un lato l’identità di forza ed attività affermata da Nietzsche ha la sua base nel monismo vogtiano, secondo il quale il mondo non è altro che una forza sempre attiva che esclude da sé qualsiasi comportamento passivo, dall’altro lato il modo in cui Nietzsche intende tale attività si allontana dalla posizione di Vogt per due motivi ben precisi. In primo luogo Nietzsche, così come abbiamo già avuto modo di vedere rispetto a Mayer, pensa la forza, piuttosto che come un tutto-uno che monisticamente pervade il mondo, nella sua natura inevitabilmente molteplice, ossia come l’insieme di molteplici centri di forza. In secondo luogo Vogt, a differenza di Nietzsche, descrive meccanicisticamente questa attività definendola come una forma di azione meccanica della forza spazialmente infinita.

Nietzsche prende quindi le distanze da Vogt non soltanto perché questo rimane legato ad una posizione meccanicistica – abbiamo prima presentato la teoria di Vogt come monismo meccanicistico – ma anche perché al fine di legittimare la ciclicità del movimento cosmico in contrapposizione all’idea di uno stato finale egli afferma accanto all’infinità del tempo anche quella dello spazio. Infatti, secondo Vogt, il mondo è un’unica grande forza che si muove in uno spazio assolutamente infinito e che, conseguentemente, non giungerà mai ad una fine. Nietzsche invece ritiene che la ciclicità del movimento cosmico e la conseguente negazione di una morte termica dell’universo possono verificarsi soltanto in un mondo la cui energia si conserva proprio in quelle molteplici, ma finite combinazioni di forza attraverso le quali essa si manifesta e si sprigiona. Pertanto, secondo Nietzsche, affinché tutto ciò possa accadere lo spazio non può essere infinito, come Vogt aveva sostenuto; affinché la forza possa conservarsi essa deve essere quantitativamente determinata e finita. Ciò che garantisce l’eternità del movimento del mondo è soltanto l’infinitezza temporale grazie alla quale la lotta e la combinazione tra i molteplici centri di forza è sempre possibile. Tali combinazioni, però, secondo Nietzsche, sono assolutamente determinate e finite di numero come determinati e finiti di numero sono gli stessi centri di forza. Ogni altra rappresentazione, come ad esempio quella vogtiana di un’infinitezza anche spaziale della forza e, quindi, delle sue combinazioni, è inutilizzabile.

Se quindi seguiamo l’ottica nietzscheana, il mondo, nel quale non esiste nessuno stato finale da raggiungere né in senso teleologico né in senso meccanicistico, è quello in cui l’energia, piuttosto che dissiparsi, si conserva. Per Nietzsche però tale conservazione non si potrebbe mai realizzare in un mondo che è una forza infinita quantitativamente, ma soltanto in uno la cui forza, al contrario, è finita e torna continuamente sempre la stessa. Ecco che possiamo comprendere in che senso allora Nietzsche afferma che la conservazione dell’energia esige l’eterno ritorno. Infatti, è proprio ritornando sempre la stessa che la forza si conserva e questo può verificarsi soltanto in un tempo infinito e in uno spazio finito.

Il concetto di eterno ritorno sembra allora acquistare una nuova luce, così come abbiamo già visto per il concetto di volontà di potenza. Infatti, sarebbe proprio attraverso l’eterno ritorno che Nietzsche afferma il principio di conservazione della forza contro l’idea della morte termica dell’universo, e, allo stesso tempo, supera il meccanicismo vogtiano in nome di una forza che è sempre attività e all’interno della quale domina la molteplicità. È nel suo essere eternamente attiva, nel suo ritornare continuamente, che questa forza determina un processo
circolare (Kreislauf ), quello stesso che Nietzsche definisce caotico, cioè imprevedibile e improvviso. Così, posto all’interno di un tale contesto, il concetto di eterno ritorno si riscatterebbe dalle accuse di fatalismo e determinismo, come, per esempio, quelle formulate da Dühring; esso acquisterebbe significato soltanto all’interno di una visione del mondo come sistema complesso che si organizza caoticamente e cioè attraverso il comporsi e lo scomporsi continuo dei suoi molteplici elementi, attraverso l’ordine e il disordine, l’organizzazione e la deorganizzazione, l’equilibrio e lo squilibrio.

Se la forza stessa è attività che ritorna eternamente, allora non ha senso parlare di uno stato finale e di un equilibrio verso cui l’attività stessa dovrebbe tendere. Dice Nietzsche:

Il fatto che non venga mai raggiunta una situazione di equilibrio ne dimostra l’impossibilità. Ma in uno spazio indeterminato dovrebbe essere raggiunta. E così pure in uno spazio sferico. La forma dello spazio deve essere la causa dell’eternità del movimento e, in ultima analisi, di ogni imperfezione. L’energia, il riposo, il restare uguale a se stesso sono cose in contrasto tra di loro. La misura dell’energia (come grandezza) è fissa, ma la sua essenza è fluida. (FP 35 [54], estate 1885)

Così, il mondo, inteso come una determinata quantità di energia eternamente in movimento, esclude il raggiungimento di un equilibrio definitivo. Il concetto di equilibrio all’interno della concezione nietzscheana del mondo è infatti inteso soltanto come uno stato momentaneo di passaggio da una combinazione di forze ad un’altra. In questo senso anche l’equilibrio rientrerebbe in quel gioco di cooperazione e competizione a cui abbiamo già fatto riferimento. Esso coincide con il momento in cui forze diverse, dopo avere lottato per affermarsi, stabiliscono i loro rapporti di dominio e sottomissione organizzandosi in una combinazione che, però, non è stabile e definitiva bensì si disgregherà in seguito al nascere di una nuova lotta; da questa si svilupperanno a loro volta dei nuovi rapporti e, dunque, un nuovo equilibrio. Ciò che Nietzsche allora rifiuta è il concetto di equilibrio come sinonimo di stasi poiché, così inteso, esso implicherebbe la cessazione del movimento e dunque del divenire stesso del mondo. Secondo Nietzsche l’antitesi quiete/movimento è inesistente poiché si tratta soltanto di «Gradverschiedenheiten», ossia di differenze di grado, ciò che Nietzsche definisce una «diversità nel ritmo dell’accadere».

In questo senso, l’equilibrio o la quiete non sono qualcosa di esterno ed estraneo al movimento delle forze, ma soltanto un momento, quello della cooperazione e del coordinamento, all’interno della loro incessante attività. Non esiste nessuno stato di equilibrio inteso come stasi, cioè come contrario dell’attività e del movimento perché, invece, anche nel momento di equilibrio all’interno di una combinazione, le forze sono caratterizzate da un’«azione combinata», cosicché tutte, quelle più forti come quelle più deboli, sono perennemente attive e si influenzano a vicenda. L’equilibrio è soltanto un momento all’interno del complesso sistema di autorganizzazione del mondo. Esso è uno dei risultati di quel gioco di ordine e disordine, organizzazione e disgregazione su cui si basa il movimento caotico del mondo; quest’ultimo, paradossalmente, si autorganizza proprio all’interno di situazioni-limite, colme di criticità in cui, quindi, ogni stato di equilibrio è interrotto da un successivo stato di confusione, ossia di disgregazione, a cui a sua volta seguirà un nuovo equilibrio e così via.

NECROPOLI IN UN LEZZO DI ASFALTO (MISANTROPIA ATTIVA ESTREMA)

http://abyssusabyssumminvocat.torpress2sarn7xw.onion/2017/04/02/necropoli-in-un-lezzo-di-asfalto/

http://ferox.torpress2sarn7xw.onion/2017/01/07/orkeleshincubo/

Avevo il pomeriggio, rubato l’auto, con l’aiuto del “mio” jammer, il proprietario, non aveva manco percepito, che il clic della chiusura della sua auto, che io avevo intercettato, aveva preso possesso del suo mezzo. Il mio provare e riprovare, davanti ai centri commerciali- che sensazione di vuoto umano attorno a questi!- era la buona riuscita dei miei esperimenti, con la sensazione di un caldo attorno al mio cappello di lana, tanto da farmi, rabbrividire, come in preda alla febbre.
Ora l’avevo posizionata in un posto che più sicuro, non si può, in mezzo a un enorme corso, strapieno di macchine, chi più chi meno, simile alla “mia” sottratta in maniera criminale a uno della moltitudine.

Ecco, ora ero apposto, almeno per il tragitto che volevo fare, da qua, punto base del mio antro segreto- attenzione! Senza partire con la macchina dalla mia dimora (sti cazzi! Aahah), ma almeno avendo la possibilità, di arrivare al mio punto finale, con un tragitto e un percorso molto veloce.

D’altronde Noi amoralisti criminali, non guardiamo in faccia a nessuno e a nessun limite, ci appropriamo di quello che serve per il fine attraverso il mezzo.

Attenzione! (di nuovo), non nel senso che ogni cosa e aspetto, che sia criminale, deve per forza essere usato, ma solo per buttare nel cesso, e pisciarci sopra, al valore comune, che vuole, che…”se io dico questo, non possa fare altro, e se io dico in questo modo, il modo che uso non ha un fine esatto, un etica esatta..” e a me che me ne fotte!? Io uso a mio favore, quello che mi serve nel momento, con cui il mezzo deve arrivare al fine.

Ero partito, la macchina non aveva bisogno della sporca benzina, “benzina+ polistirolo+ cherosene“, che avevo abbondantemente, usato per riempire 2-3 molotov, che serviva al mio fine.

Due giorni prima, avevo litigato con un tipo che sostava davanti a un’officina di macchine, io passavo la accanto, nel mio “viaggiare” attraverso questa necropoli dal lezzo di asfalto, e lui mi guardava insistentemente, tanto da pensare- nella mia ottica individuale- criminale, di essere stato riconosciuto da lui, per qualcosa che avevo fatto..ecc.

Chi non è abituato al fetore delle strade, al riconoscere e percepire come animale istintivo, un pericolo che può essere presunto o no (lo deve stabilire, l’egoista individuale), non sa di cosa posso aver percepito, che ho sentito, che possa aver mosso il mio cervello, e le mie membra, istinto che permette di valutare in un ottica istantanea, quello che può essere pericolo..pericolo in che modo?

Il pericolo che un soggetto criminale sente, è il suo dare una valutazione singola, a quello che ha attorno, come un animale a caccia, in una ricerca fatta da segnali visivi, e olfattivi, anche se con i piedi che calpestano un abulico terreno fatto di cemento.

Allora mi ero deciso, diamogli un avviso, una cosa “leggera”, cosi per fargli capire, che io posso aver intuito, quello che lui ha pensato di me.

E se non fosse così? Il criminale della specie egoista, pensa e agisce, in quel momento, anche facendo fuori il litigante, perché gli va, perché tiene a continuare a derubare e saccheggiare il santo e cristiano mondo, perché sente che “ o la mia vita o la tua!”.

D’altronde non è un atto “puramente”(ahaha) idealistico.

È cosi, non c’è nulla, che l’egoista possa poter valutare in maniera migliore , per la continuazione del suo disegno e progetto criminale.

Arrivo al luogo, parcheggio a un paio d’isolati distanti, ho anche sostituito la targa della macchina rubata,con un’altra rubata, tanto per essere più sicuri, non si mai, con tutti questi soggetti vogliosi di fare gli eroi.

Percorro qualche centinaio di metri, e mi accorgo di essere in mezzo a una necropoli, sono certo che qua deambulano centinaia di morti che pensano di respirare, ma che sono già “morti”, e hanno il forte odore dell’asfalto.

Mentre cammino e percorro, il percorso che mi porterà all’atto criminale e illegale, l’asfalto, mi riempie di potere e inquietudine, ho sempre pensato al rapporto ambiguo tra individuo e metropoli, e a volte ho pensato, che ci possa essere una connessione, fatta di molecole, in una ridda di defecazione e vaneggiamento, sole putrido e lucente schizzi di bagliore, che permette di far cambiare aspetto, a quello che è attorno.

Sento di poter apprendere qualcosa dall’asfalto, che smorto, a volte sembra aver le sembianze di un essere attaccato alla terra, che sotto, cerca di uscire con le parti del corpo, che servono per risalire dal vuoto di un’esistenza sotterranea, a quella della superficie.

Penso, e ripenso, approfondisco, il rapporto personale che ho con la puzza di asfalto, e una metropoli, che conosco, ma che ritiene di potermi consigliare il migliore percorso da affrontare, anche se individualmente ho sperimentato, per capire questa subliminale connessione tra me e la metropoli, in una ridda di sensazioni e ipotesi, strutture che scambiano articolazioni nel senso che si da quello che si respira e si osserva.

Preferisco osservare il corpo moltitudine, la notte, perché la metropoli si trasforma, la strada puzza in maniera pregnante, di quello che la giornata trascorsa, ha appena lasciato, per terra, di segni innocui, che la notte, lasciano il “segno”, e circoscrivano un muoversi dell’animale umano, che appiattiscono gli orizzonti, che inseguono il confine dualistico, essendo assoggettati attorno, da una predisposizione precisa e giuridica di cosa è vissuto, dell’evento che è passato, e che rimane sull’asfalto.

Non si dice “ è rimasto sull’asfalto”?

Ho sempre percepito questa frase, come qualcosa di possessivo e proprietario, che rovescia e sottomette, il pensiero, a un aulico vaneggiamento del proprio pensiero, in mezzo al ridondare di buchi nello stomaco, per quello che è successo.
Continuo a camminare, e prendo possesso del respiro, che affannoso, sta conducendo il mio Ego, attraverso il prominente e succulento delirio dell’azione, e un orgasmo esclusivo. L’Ego attraversa le gambe, che pretendono dall’Ego di essere pronunciate, e si staglia in un luogo di possessione e di delirio.

Gli occhi li guardo ai vetri delle macchine che mi passano accanto, e sono occhi lucenti, che ardono dal desiderio di agire, ma sono anche vigili.

Attorno a me cade la notte, e la necropoli si estende attraverso il sepolcro dato dai nomi delle vie, che intricate, mi porteranno verso l’obiettivo voluto.

L’asfalto e la sua merdosa magnificenza, attrae i miei piedi e li disturba, nel tocco che percepiscono le scarpe, che sembrano voler affondare in un precipizio dentro il vuoto del mondo e di un incubo attraente.

Percorro, e avanzo, sono arrivato, e in uno schizzo di delirio nichilista, affermo e urlo” sto arrivando, sto arrivando, il mio fuoco criminale è per te..infame essere di questa putrescente terra!”.

ESPLOSIVI IMPROVVISATI (TERRORIST EXPLOSIVES HANDBOOK)

https://athens.indymedia.org/media/old/terrorist-explosives-handbook-vol-1-the-ira-jack-mcpherson.pdf

VOLUME 1: THE IRISH REPUBLIC ARMY (IRA)

I gruppi Terroristici rispondono alle esigenze per gli esplosivi in diversi modi. Possono rubare esplosivi militari o forniti da un potere di cooperazione straniera. Possono rubare o acquistare esplosivi commerciali. Infine, possono fabbricare da soli i propri materiali di distruzione.

Naturalmente, qualsiasi potere che tenta di controllare un focolaio terroristico si muove per bloccare tutte le fonti di approvvigionamento. Le normali procedure doganali, specialmente associate con un’intelligenza affidabile, riducono il flusso di esplosivi provenienti da fonti straniere. Gli esplosivi militari sono conservati ordinariamente in zone sicure, specialmente quando la minaccia di furto del terrorista esiste.

In Irlanda, gli esplosivi commerciali sono diventati i favoriti per uso nei vari ordigni esaminati finora. Imprese legittime in Irlanda del Nord utilizzano grandi quantità di esplosivi commerciali ogni anno, e diversi milioni di sterline annualmente. Con uso così diffuso nelle industrie come nell’estrazione mineraria, le cave e perfino l’agricoltura, tutto questo basta affinché il potenziale attentatore acquisti quello di cui è necessario per il proprio lavoro. Come un sorvegliante ha ammesso,” anche se hai il 99% di successo nella salvaguardia di un milione di chili di esplosivo, 10.000 libre possono scivolarti tra le dita .”

Il governo di Whitehall ha rapidamente inasprito l’uso di questi esplosivi. Controlli serrati sono stati fatti per l’immagazzinaggio e l’uso di esplosivi commerciali. La polizia ha mantenuto un controllo attento di detonatori e inneschi prima di essere utilizzati. Questo è stato parzialmente compensato dal contrabbando di esplosivi nella Repubblica irlandese, e l’IRA ha sentito una fitta acuta.

Gli esplosivi improvvisati sono diventati nel tempo sempre più popolari per colmare il bisogno dell’IRA di bombe. Una delle miscele più semplici per le bombe, utilizzato anche in quelle Incendiarie-è una miscela di clorato di sodio e zucchero. Mentre l’ordigno incendiario è costruito in modo semplice in modo da non contenere il processo di combustione per favorire una forte palla di fuoco, l’attentatore di ordigni esplosivi vuole un risultato diverso.

Pressando lo zucchero e il clorato di sodio, ad esempio, dentro l’estensione di un tubo di ferro con tappi filettati in entrambe le estremità, i gas derivanti dalla estrema combustione della miscela non possono facilmente liberarsi. La pressione del gas in una zona confinata si vedrà presto incrementata, e la rottura dell’involucro può essere molto distruttiva per la vita e le proprietà. L’accensione avviene-solitamente-per mezzo di un lungo fusibile inserito attraverso un foro all’estremità di un tappo. Questo tipo di dispositivo è anche il preferito dai gruppi terroristici protestanti.

Chi pensa che tali ordigni costruiti in maniera semplice e grezza, siano probabilmente inefficaci giocattolini, si sbaglia. Una scatola di legno contenente almeno cinque tubi bomba, ognuna con 1 kilo e mezzo di miscela, è stata lasciata contro il muro di un bar. L’esplosione susseguente ha prodotto un buco di un metro e mezzo circa, attraverso la parete di spessore di 5 metri e mezzo, e ha lasciato solo rovine all’interno della bar.

Un’altra miscela artigianale prediletta è la “Co-op sugar ” così chiamata perché è stato usata per la prima volta contro un negozio di proprietà della società cooperativa di Belfast. La miscela di “zucchero” è ottenuta con una miscela di 1/10 di nitrobenzene e clorato di sodio, una sostanza chimica agricola comune.

Il nitrobenzene è utilizzato nella produzione di coloranti, lucido per scarpe, e in piccolo grado, per l’abbronzatura. Una “fonte” ha valutato che la richiesta annuale di questa sostanza chimica in Irlanda probabilmente dovrebbe essere meno di 9 litri. Un imprenditore inglese ha fatto un ordine di 10.000 pounds a un recapito nella Repubblica irlandese. I prodotti ordinati vengono di solito usati in un qualità differente di industria “morente”.

Ancora una volta: un azione produce una reazione, e nel 1972 la vendita o il possesso di qualsiasi fertilizzante contenente più del 79 per cento di nitrato di ammonio richiede una licenza. Questo include il sodio clorato amato dall’IRA. Le vecchie scorte sono ancora in giro in campagna, tuttavia, il contrabbando è stata un’istituzione onorevole in Irlanda per secoli.

BARATRO

https://abissonichilista.altervista.org/wp-content/uploads/2018/09/KH-A-OSS-III.pdf

“ Può un individuo stare sul bordo di un precipizio, e mantenere l’equilibrio?”

“Dialogo tra me e una “vecchia” amica”

Precipitare davanti al nulla

Innalzarsi nell’equilibrio e stare su un bordo

Perché restare sul bordo di un precipizio se non si può crollare nel nulla?

È possibile essere nulla se non si precipita?

L’equilibrio dei propri desideri cade, e si rivolge a un quesito: chi sono, se sono nulla?

Come un ambizione inespressa, il nulla avviluppa la nostra aspirazione fondamentale: l’amore per il nulla é il nascere di qualcosa che lentamente aspira a estinguersi.

Oscuro, profondo, abissale, euforia nell’idea di precipitare in fondo al nostro baratro..

Il Desiderio cade profondamente, nella decadenza si spegne…

Il nulla ambisce a precipitare senza afferrarsi in equilibrio..profondo desiderio di amore egoistico.

Arca

LA DISSOLUZIONE DELLA RAGIONE II

In riguardo ai suoi attacchi in una retrospettiva, ovvero storica, Nietzsche, si separa dalla filosofia tradizionale. Mentre i filosofi vedevano nella ragione – intesa come l’insieme delle forme logiche condensate – la verità e l’essere se stessi, Nietzsche viene “costretto” a respingerla.

In tal modo, quasi tutta la filosofia tradizionale si dissolve davanti ai suoi occhi. Attaccando l’avversario, incarnato nella prima delle sue grandi forme. “Parmenide affermava ‘non si può pensare ciò che non è’; siamo all’estremo opposto e diciamo: ciò che può essere pensato, sicuramente, dovrà essere una finzione. ‘” Se i logici stabiliscono “i propri limiti come limiti delle cose”, Nietzsche, d’altro canto, dirà: “ho dichiarato guerra all’ottimismo di quei logici”.

Quando Nietzsche respinge la filosofia che afferma l’assoluta validità della ragione, cioè, sulla fiducia, si separa, nella realtà dall’era moderna, prima di tutto da Cartesio e dalla “fede” che ha posto ” nella certezza immediata del pensare”. Proponendo di dubitare più di Descartes. Per quest’ultimo, che dubitava di tutto, meno che della ragione stessa, la chiarezza e la distinzione della conoscenza rimanevano l’inevitabile base della verità. Nietzsche scopre che “dove ci sono uomini profondi, accade il contrario: il movimento, si oppone all’autorità assoluta della dea della ragione”.

Nietzsche rifiuta il “tentativo” di Hegel di “portare l’evoluzione a una sorta di ragione”, considerandolo “un sogno sognato nei cieli gotici”. “Sono al punto più opposto: nella logica stessa vedo una sorta di non razionale e casuale”. Il verdetto è universale: “Tutti i filosofi sono riusciti per millenni a essere concetti-mummie … la morte, il cambiamento, l’età, così come la nascita e la crescita, costituiscono obiezioni per loro; anche confutazioni. Ciò che è non diventa; ciò che arriva, non è … Ora, noi tutti crediamo nella disperazione dell’entità. “

L’atteggiamento di Nietzsche nei confronti della ragione, intesa come portatrice della coscienza dell’essere, e nell’apparenza totale di un superamento di tutto ciò che ha validità (che attraversa la totalità dei capitoli in cui esponiamo i pensieri fondamentali) ha avuto un’immensa efficienza storica. Tuttavia, non è riuscita a chiarire con purezza ciò che, in detto superamento, è stato pensato e tutto ciò, attraverso di esso, è stato in grado di filosofare.

In primo luogo, la battaglia di Nietzsche contro la ragione non è, in alcun modo, totale. Bisogna tener conto del significato con cui, con la parola “ragione”, si affermava qualcosa. Nella vita umana, la ragione è necessaria: l’uomo deve “forzare la sua piccola ragione; se voleva, ad esempio, abbandonarsi alla “Provvidenza”, andava verso la sua rovina “.

Pertanto, Nietzsche esige impugnare le cose con ragione, e nel modo più forte possibile, invece di sottomettersi, comodamente, nel nome della “Provvidenza”, nella marcia degli eventi. Naturalmente, l’uomo, per mezzo della ragione, non raggiunge il tutto o la totalità delle cose – se lo pensasse e agisse di conseguenza, la ragione diventerebbe deleteria; ma deve essere attivo nell’attuazione di criteri, la cui chiara attuazione, Nietzsche non ha intrapreso in modo critico.

Inoltre, Nietzsche diventa un avvocato della ragione, contro i nemici di essa, i cui motivi respinge. “Tra alcune persone pie, ho trovato odio contro la ragione. .. che, almeno, ha tradito una cattiva coscienza intellettuale “. Né vuole identificarsi con filosofi che rispettano poco la ragione, quando in loro “è decretato il disprezzo ascetico di sé e la beffa del sé: c’è un regno di verità e di essere; ma, appunto, la ragione è stata esclusa da essi. “

Innanzitutto, Nietzsche stesso si dichiara un sostenitore della ragione, perché non è un modo di intendere, che isola sempre, né una coscienza cosciente, ma “la grande ragione” del “corpo”: racchiude tutto. La “piccola ragione”, che si chiama spirito, è solo uno strumento del corpo (6, 46). Nietzsche parla della “ragione più alta del nostro compito futuro”, al riguardo di ciò che è ancora inconcepibile e apparente contingenza del nostro operato.

Con questa “grande ragione”, Nietzsche abbraccia un significato che trascende e fonde in sé tutta l’ostilità alla ragione, sebbene questo significato rimanga, per lui, qualcosa di molto indeterminato, racchiuso nel simbolo del corpo. Solo per questa grande ragione si può applicare la seguente proposizione: “L’unica felicità sta nella ragione: tutto il resto del mondo è triste. Ma la ragione suprema, la vedo nell’opera dell’artista “.

La proprietà contraddittoria delle formulazioni, positiva e negativa, della ragione, costituisce il fondamento affinché il significato della dissoluzione della ragione, realizzato da Nietzsche, sembri avere due caratteristiche che sono escluse tra loro.

Le affermazioni ostili alla ragione, prese in se stesse, hanno potuto produrre una certa indifferenza rispetto ad essa. Nei casi in cui lo stesso Nietzsche è indifferente alla ragione – sembrerebbe così – anche le sue richieste logiche diminuiscono. Pertanto, nelle loro proposizioni, le contraddizioni possono rimanere immobili, come se in nessun momento sentissero il pungiglione del contraddittorio. Le contraddizioni non diventano dialettiche e, a loro modo, sono come sussistono, non entrando in un movimento efficace.

Quindi, il fatto che Nietzsche possa affermare qualcosa e, dopo, qualcos’altro, può sembrare al lettore una mancanza di decisione, per la quale tutto è possibile. È necessario aggiungere, infine, che la volontà sistematica e organizzativa di Nietzsche sembra poter essere sostituita da una volontà di pianificazione intellettuale. Ma le affermazioni nietzscheane, secondo il loro senso, non sono sempre ugualmente prossime a Nietzsche. Ci sono deviazioni quasi inevitabili ogni volta che si usano le parole ragionamento, comprensione o intelletto, o il significato di questi termini non è stato sviluppato metodicamente. Le affermazioni si oppongono alle prove ingenue di una ragione preventivata dagli altri; ma, spesso, presuppongono anche, come qualcosa di ovvio, quello che si pensa con la parola “ragione”. In alcuni casi, essa accetta di pensare, opinare, di conoscere identità, ordine, legge e questi concetti coincidono con le funzioni dell’interpretazione dell’essere, necessarie alla vita: con l’intelletto e con la comprensione pratica.

Ciò che Nietzsche propone nel suo filosofare, dissolvendo la ragione, finisce sempre per fermarsi in quell’istante. In effetti, l’impulso appassionato di raggiungere qualcosa di più della ragione costituisce, di per sé, una grande ragione. Il suo attacco alla “ragione” è l’attacco della grande ragione alla piccola ragione, propria della presunta comprensione che già conosce tutto. Ma un tale attacco è, in senso kantiano, non critico, perché non vede con chiarezza tutta la propria “grande ragione”. Pertanto, nei momenti in cui essa non è presente, e lo guida con sicurezza positiva, Nietzsche diventa scettico e rinuncia a tutte le affermazioni negative e positive.

Questo inesorabile abbandono, tuttavia, è uno dei possibili fenomeni che mostrano come Nietzsche pensi dall’origine di ciò che racchiude e circonda (cioè, da ciò che è racchiuso = Umgreifenden), che non costituisce la mera vita interpretativa di una specie, ma la “vita” della verità. Nonostante tutto, da esso, domina l’autoaffermazione della verità. Nelle formulazioni di Nietzsche, quella vita di verità non appare con la calma chiarezza e la seducente tranquillità propria di Kant.

Ma il significato ultimo delle proposizioni nietzschiane non è, forse, che questo: la vita della verità è ciò che racchiude e delimita (Um-greifenden); è quello in cui la ragione e l’Esistenza hanno la loro origine, senza che essa sia conoscibile come tale. Solo nello sviluppo della conoscenza oggettiva e del realizzare, la vita diventa chiara – all’interno di un costante processo di chiarificazione che non raggiunge mai un obiettivo definito. Non si tratta della vita, di una data esistenza, sia biologica, psicologica o sociologica – in quanto tale è un oggetto nel mondo e, quindi, empiricamente ricercabile – ma la vita come origine, che comprende anche il ricercabile e all’atto di interrogare. È quello a cui Nietzsche sembra sempre alludere, senza mai decidere di ghermirlo filosoficamente; è ciò che lo muove e dà al suo filosofare l’impulso che lo porta a superare tutto ciò che è conosciuto.

Il fatto che è onnicomprensivo (Umgreifende), che non è un oggetto, è il marchio di Nietzsche in tutto il suo modo di pensare alla verità, costituente l’origine.

Pertanto, il suo pensiero non si perde in oggetti psicologici o analoghi, né crolla, in modo definitivo, in vicoli logici senza uscite, né si muove e si posiziona, ma rimane filosofico.

Il filosofo è possibile solo nel mezzo di una ragione che si concepisce originariamente (anche se la filosofia riceve tutto il suo contenuto da qualcosa di diverso dalla ragione). Solo quando è presentato metodicamente, nel suo bisogno onnicomprensivo (umgreifenden), esplicativo e mobile; solo quando non è confuso con la semplice comprensione o con l’intelletto che fissa il conoscere, cioè con la finitezza teleologica, ma quando la ragione diventa consapevole, attraverso la logica filosofica, dell’insieme organico delle sue funzioni, solo allora il filosofare può rimanere fedele a se stesso nel grande movimento della propria storia, solo nella misura in cui la penetrazione filosofica di se stessa ha successo, cioè dal punto di vista logico: in questo la ragione acquisisce potere.

In questo senso del termine “ragione”, il filosofare di Nietzsche costituisce, per noi, una singola e grande realizzazione della ragione, sebbene non sia stata chiarita, logicamente, e a se stessa, in un limite.

Ma dove decisivo, sembra il compito che deriva dal pensiero di Nietzsche, non è meno vero che la ragione potrebbe essere apparsa a Nietzsche nello stesso modo. La verità non è, per lui, soprattutto ragione (anche se si trova sempre per via della ragione e sebbene appartenga a quest’ultima ed è comunicabile) ma, a quanto pare, la “verità”, senza ragione e contro la ragione, è per lui un’oscurità inaudita, che incanta e spaventa. Nel prossimo capitolo vedremo come afferma e dibatte su questo punto, attraverso un atto di irruzione trascendente, con parole che, necessariamente, sono più celate che rivelatrici.

Con la “dissoluzione della ragione”, Nietzsche ha creato un nuovo inizio. È il modo per trovare una ragione più profonda; e, per questo motivo, nel filosofare doveva nascere una nuova gigantomachia. In ogni anima che si risveglia in quest’epoca, questa lotta dovrà essere combattuta. Ma ha un duplice aspetto: la ragione che diventa consapevole di se stessa combatte contro l’essenza della notte, che le appartiene, senza perdere il proprio contenuto e, allo stesso tempo, combattendo contro il suo nemico, mentre questo è il non- razionale, in senso radicale, cioè, ciò che si oppone alla ragione.

La vita e il pensiero, a partire da una ragione comprensiva che, tuttavia, cerca sempre se stessa è già, come tale, presente e che determina in modo critico ciò che va oltre i limiti, incorporandoli al movimento stesso; il pensiero e la vita, quindi, sono dinanzi all’essere, dal quale sono se stessi e non sono se stessi. Ma, in questa battaglia, sono incastrati con l’avversario, che cresce in loro e che li accresce.

Ma la stessa ragione vede prima di sé la contro-volontà radicale, che non può essere definita da alcun movimento; usa l’intelletto come mezzo e integra, spogliato delle sue fondamenta vitali, tutte le affermazioni della ragione che svolge nel criterio di ogni discorso. Questa contro-volontà appartiene alla notte, intesa come caos: davanti a essi dà ordini apparenti che gli permettono di parlare con l’inganno alla ragione, di trascinarla con sé.

In una tale lotta, si tenta l’estremo. Apparentemente, le affermazioni estreme di Nietzsche seguono tre percorsi (la grande ragione, l’oscurità della notte, la contro-volontà dell’opposto della ragione). Ecco perché, in questa lotta, la ragione deve diventare come potrebbe essere già stata, sebbene senza essere compresa; deve attraversare tutti i limiti noti e, in questa azione, alla fine, deve apparire per incontrare essa stessa. Ecco – se Nietzsche è stato l’evento decisivo – questo è il punto in cui fluirà il futuro filosofare.

Le affermazioni nietzschiane, in apparenza, potrebbero significare tutto; per noi, conducono, facilmente, nel movimento della “grande ragione”. Ciò che accade è come una grande oscurità; anche nei casi in cui Nietzsche sembra abbandonare la verità, per mezzo di un atto di analisi che trascende ciò, tale risultato deve essere dimostrato possibile.

DISTRUGGI E ANNIENTA ANCORA E ANCORA…

http://amoklaufe.altervista.org/distruggi-annienta-ancora/

Ancora distruggi, senza verità da salvare, senza “palazzi d’inverno” da conquistare..

Sconquassa e radicalizza la tua voglia di annientare e rendere cenere e nichilista questo mondo perfetto.

Possiamo rendere questo mondo perfetto, un inferno di fuoco, assumere le vesti di guerriglieri senza guerriglia.

Distruggi e spezza il “tran tran” quotidiano, nel saccheggio della vita borghese.
Sono esseri paralizzati dalla noia, che vogliono morire d’inedia, non c’è nessuna soluzione di sorta, ne pensiero che possa farci cambiare idea..

Vogliamo vedere questo mondo sgretolato e consumato da avversità e disastri, vogliamo le rovine del mondo che cade nell’era del nichilismo anti cristiano.

Logoriamo le fibre della società delle pecore, andando a colpire, dove si sentono sicuri e meno se lo aspettano. Andiamo a sfiancare le certezze, senza perseguire un fine che ci dica che abbiamo vinto la falsa “rivoluzione”.

Questa società è un mondo fatto di spettri vuoti, e noi, Nichilisti e Terroristi, vogliamo debellare la razza umana.

La disintegrazione della razza umana, la sua caduta, il suo annientamento sociale, colpendo e colpendo affondo..

Distruggi, annienta, ancora…

Progetto Amokläufe- dal profondo e oscuro culto nichilistico.

BUSTA INCENDIARIA (TENDENZE ANTI-POLITICHE TERRORISTICHE)

Viva il Kaos Misantropico e Distruttore, più ordigni incendiari/esplosivi per questa umanità morta!

Ghen

____

http://nicevscina.torpress2sarn7xw.onion/manuali-video-per-luso-terroristico-e-criminale-nella-tendenza-antipoliticain-varie-lingue

https://archive.org/details/SobreIncendirio

Materiali:

– Busta gialla imbottita per spedizioni (preferibilmente con bolle d’aria “anti-shock”, in modo che non si senta da fuori il meccanismo [cavi, batterie, ecc.]

-Cavi elettrici

-Lampadina riempita di polvere di fiammiferi

-Pila da 9 v

-Esplosivo

-Cartone

-Colla

-Un foglio bianco

-Indirizzo di destinazione, falso mittente e francobolli (possono essere anche falsi)

Per prima cosa la base viene montata all’esterno della busta per spedizioni, come il cartone mostrato nella foto; la pila viene incollata sul cartone.

Quindi i cavi vengono messi nella pila.

Il cavo elettrico 1 deve essere piccolo e deve essere ben fissato alla base di cartone, la punta deve essere sbucciata in modo che quando l’obiettivo tira fuori la base di cartone viene attivata con il cavo elettrico 2, che deve rimanere sotto forma di gancio, in modo che i cavi elettrici 1 e 2 si incontrino e la detonazione viene generata. Nella foto, il cavo elettrico 2 non ha la forma di un gancio, poiché questo viene rifinito quasi alla fine, quando la busta viene chiusa.

Il cavo elettrico 3 deve essere posto come viene mostrato nella foto, nella forma di “S”, in modo che lo spazio per il cavo elettrico 2- incontrerà il cavo 1. Deve essere posto nella forma di “S”, senno il cavo non può incontrare l’altro e l’esplosione non viene generata.

La lampadina deve connettersi ai fili elettrici 2 e 3, il 3 collegato alla pila, e il 2 libero in modo che corrisponda all’1 e permetta la detonazione.

Nella foto, la lampadina è all’interno di un sacchetto di plastica con la dinamite. Gli effetti di questo pacco incendiario/esplosivo se l’obiettivo viene colpito, saranno ustioni di primo e secondo grado, ma se il fuoco raggiunge i capelli del bersaglio può subire gravi ustioni e essere sfigurato.

Una volta assemblato il “corpo” detonante, procediamo a mettere tutto all’interno della busta per spedizioni, prestando molta attenzione e avendo cura che i cavi elettrici 1 e 2 non si tocchino; per maggiore sicurezza è necessario mettere un nastro isolante su uno dei cavi, in modo che quando è all’interno della busta si possa rimuovere con cura.

Una volta inserito il meccanismo nella busta per spedizioni, è consigliabile nascondere il meccanismo, così che non possa essere visto quando l’obiettivo apre la busta. Consigliamo di incollare un foglio bianco alla base del cartone e piegarlo per nascondere i cavi e la pila, che sono visibili se non si inserisce il foglio.

Avendo nascosto il meccanismo, si chiude la busta ed è pronta. Questo meccanismo è affidabile e molto sicuro da trasportare, praticamente non esplode se non c’è nessuno a rimuoverlo.

Se avete domande, fatecelo sapere.

ITS

*Note:

-Le frecce rosse nella foto indicano che il bersaglio tirerà fuori il pacco all’interno della busta in quella direzione.

-Si consiglia di porre un mittente fidato per il destinatario, un collega o qualche autorità governativa in modo che sia quasi certo che l’obiettivo lo apra e non abbia sospetti.

-Acquista i materiali in diversi negozi / luoghi non rintracciabili.

-In Messico questi pacchi vengono inviati tramite le cassette della posta pubblica, oppure possono essere abbandonati negli uffici o nei luoghi di lavoro degli obiettivi.

CIOCCO

Cioccare e Scontrarsi, Distruggere la società morale, fino alle sue fondamenta!

Ghen

______

http://abyssusabyssumminvocat.torpress2sarn7xw.onion/2017/06/01/ciocco/

“Fanculo la katharsis di Platone!”

Cerco il ciocco.

Sprono la mia volontà e la mia ambizione criminale.

Risalgo le vette e mi butto nel vuoto nichilista.

Voglio il ciocco.

Le mie armi personali sentono il fremito e l’agognata crudeltà nella ricerca di un obiettivo.

La violenza non è bene o male, la violenza “È ”.

In un mondo dove il leale cittadino tende al rimarginare ogni attenzione o desiderio morboso di violenza, io oltrepasso (anche questo).

Oltrepasso la violenza che non vuole, ma “vorrebbe” e mi pongo come individuo amorale che premedita il tocco lugubre che ha una pistola nella mano, pronta a sputare il suo fuoco ai mortali.

I resti miseri di quest’umanità, sono questo “momento”, in cui un viso diventa spettrale, la morte sta arrivando e incombe su uno dei tanti, della moltitudine.

Premedito il ciocco.

La ricerca e la sperimentazione nelle strade della rinuncia e della cedevolezza volgono a me, e istradano la premeditazione.

Quanti individui, che ora leggeranno, quanti faranno un sussulto?

Premeditare un omicidio, in primis,(ma anche un attentato con polvere nera, diserbante, dinamite, e chi più ne ha più ne metta), rende la coscienza in risalita attraverso la bile.

Sposta lo stomaco che si trova all’altezza della fronte, preme e tasta, provocando attimi senza che l’aria possa arrivare al cervello.

Il respiro è flebile, e immagina che stia per decedere, sente e imprigiona lo spettro di quello che vede davanti.

L’individuo non sa, non pensa, e pronto a dire “non può essere”, che qualcuno provi smania nella ferocia implacabile nel colpire e dare morte, o agire criminalmente, e non fermarsi davanti a nulla.

Sperimento il ciocco.

Quante giornate e notti, valutate come quelle per colpire, dopo aver passato e ripassato, attorno a qualcosa, che contiene “qualcuno”, che felice (in maniera plastica) sorride alla vita, e non pensa, che possa, che sia, che è, che qualcuno possa colpirlo all’improvviso.

La sperimentazione del “ciocco”, è la mia attesa individuale, nel momento in cui, passo e ripasso, dal luogo prescelto, alzo la testa, m’inoculo nel paesaggio, guardo su…c’è una telecamera?

Continuo, e passeggio, con le mani che sentono il volgere della paranoia della gente, che tocca, mi tasta, striscia sul mio viso, e si muove verso il fondo della mia coscienza.

Avete mai sentito la paranoia addosso delle persone?

È un buon modo per percepire quello che gli altri sentono, nei segnali predeterminati della società, e spronare se stesso, a pronunciarsi, e a domandarsi..la voglio ingoiare la “paranoia”?!

Deglutisco un caffè amaro, ed esco da un bar, le persone attorno a me, erano tranquille, sorseggiavano il loro caffè abitudinario, nel loro circolo di amicizie vere e finte, assoggettate o prominenti.

Come e per sperimentazione, so che un luogo come il bar, contiene meno paranoia, la rilassatezza si fonde con il ludibrio per le proprie vite nascoste, dentro una casa, dove tutto deve essere valore per la famiglia.

Mai sottovalutare, per un progetto estremista individuale, questi aspetti, che per gli amorali e i criminali, possono essere secondari o inutili, ma che servono per colpire più a fondo, senza che l’occhio umano abbia riconosciuto dei tratti non comuni di attenzione.

Nella lenta e liquefatta come solida e frenetica vita comune, si deve essere “comuni”, sfruttare appieno, la passione per il “ciocco”, ma attraverso una sicura e decisa strategia, per non farsi puntare,cosicché, il bar, questo bar dove sono stato, è un buon punto, per raccogliere impressioni e informazioni, per il mio obiettivo.

Questo è esclusivamente – d’altronde- il mio punto di vista individuale da nichilista criminale quale mi affermo.

Non ci sono limiti, e manco valori, non c’è un modo e un metodo per agire, come dove e quando, rispetto l’attacco criminale unicamente istintivo..

Mi metto lo smalto per unghie sui polpastrelli.

Devo e posso potere toccare le cose, con un esatto modo di muovere gli arti, senza renderli rigidi, e all’occasione visibile all’occhio comune.

L’occhio comune, la moderna visione delle cose, rende subito tutto sospetto, anche se in una cazzo giornata di freddo, hai un cappuccio di una felpa messa sopra la testa.

Questo deve far capire, all’amorale e criminale individualista, che il proprio progetto, ha bisogno, per continuare, di tanti elementi e tasselli utili, a far esplodere dalla pistola, il proiettile nel corpo di un uomo-moltitudine.

Proseguo attorno a quello che voglio carpire, e mi accorgo che un pallido sole, sta tramontando, blandendo vite che pensano di aver conquistato, oggi, qualunque cosa, ma non sanno, che potrebbero essere prede, e vittime delle loro certezze e sicurezze, senza nessun istinto, che possa fargli percepire, il fiato inumano di un amoralista criminale dietro di loro.

Ciocco il ciocco.

APPREZZAMENTO SENZA IDEALISMO

APRECIACÍON SIN IDEALISMOS

Noi tutti idealizziamo l’altro
Cosa fa quello
Che fa quell’altra
Cosa succede se lui pensa in questo modo
E se lei sarà come IO voglio

Noi tutti idealizziamo gli altri
Ora dimmi cos’è questo, se non egoismo?
Mi piacerebbe vederti con qualcuno che non ti soddisfa
Mi piacerebbe vederti non pensare a te stesso

La cosa fastidiosa è idealizzare l’altra per sempre
Dunque, ci dimentichiamo di noi stessi
Sembra che siamo stati sconfitti da vecchi ismi
La cosa giusta è affrontare l’ideale con il reale

Solo per così trarre conclusioni corrette
Ed essere uno e un altra volta più di uno
Se sto con te è perché ti apprezzo senza idealizzare
Ma perché affronti la realtà

Se sto con te è perché mi interessa
E mi importa perché so che ti importa
Quale migliore relazione, se non quella basata sul reciproco egoismo
Perciò, sappiamo di dover preoccuparci solo di noi stessi

Che bello sarebbe avere migliaia di “amici”
Se solo loro fossero entità idealizzate
Se fanno solo ciò che pensiamo possano fare
E non quello che è la realtà indiscutibile

Page 1 of 3
1 2 3