DELLA REDENZIONE

Ricevo e pubblico:

Pubblichiamo, un interessante testo da un blog Individualista Anarchico, che non conoscevamo, è che tratta di Nichilismo, Misantropia, Stirnerismo e dialettica Nietzschiana. Quello che il testo, porta in se, è la redenzione, ma non come significato etimologico*, in senso religioso, ma come “andare avanti tornando indietro”, sul rapporto del passato che vuole il presente, ma si spoglia del suo nucleo fondamentale: l’etica del fondamento ontologico, che si pone e si porta verso un volere, che non vuole, ma che lascia e vuole avere. Se il portamento ontologico, presume il muoversi verso l’universalità dell’esistere e l’Essere ontico, verso la sua presupposizione, ci chiediamo allora dove può portare il significato attuale (anzi, Nostro), di redenzione?

Ex Editori della Rivista Misantropica Attiva Estrema KH-A-OSS

* Un po’ come gli idealisti che ultimamente, hanno definito il termine “infamia” risalendo addirittura all’Antica Roma, come forse, una sorta di giustificazione.

https://individualismoanarchico.blogspot.com/2013/12/della-redenzione.html

Un giorno quando Zarathustra passò sul gran ponte, gli storpi e i mendicanti lo circondarono, e un gobbo gli parlò così:
«Guarda, Zarathustra! Anche il popolo impara da te e presta fede alla tua dottrina: ma affinché possa crederti interamente è ancor necessario una cosa – tu devi anzitutto convincere gli infermi! Ne hai qui grande scelta e, in verità, un’occasione che devi afferrare… Tu devi rendere la vista ai ciechi e far correre gli zoppi; e togliere un poco a colui che ha troppa roba sul dorso: – ecco, io penso, il vero modo per far sì che gl’infermi credano in Zarathustra!»
Ma Zarathustra rispose a colui che gli aveva parlato:
«Se si toglie al gobbo la gobba, gli si toglie pure lo spirito – così insegna il popolo. E se si rende la vista al cieco, egli vedrà troppe cose brutte sulla terra: così che dovrà maledire chi lo guarì. E colui che fa correr lo zoppo, gli fa il danno peggiore: giacche appena potrà correre, i suoi vizi lo trascineranno con loro – così insegna il popolo a proposito degli infermi. E perché Zarathustra non dovrebbe imparare dal popolo, quando il popolo impara da Zarathustra?
Ma, dacché mi trovo fra gli uomini, è per me la cosa più insignificante che io veda… A questo manca un occhio, a quello un’orecchia, a un terzo la gamba, e vi sono altri che han perduto la lingua o il naso o la testa.

Vedo e ho veduto cose peggiori, e parecchie così orribili; non vorrei parlare di ciascuna e non posso tacere di alcune; uomini che non sono altro che un grande occhio, o una gran bocca, o un grande ventre, o qualche altra cosa di grande, – io li chiamo storpi a rovescio.

Quando uscii dalla mia solitudine, e passai per la prima volta sopra questo ponte: non credetti ai miei occhi e guardai e guardai e dissi al fine: «Questa è una orecchia!
Un’orecchia grande come un uomo!» Io guardai meglio: e, in verità, sotto l’orecchia si agitava ancora qualche cosa che era piccola da far pietà, e povera e debole. E, veramente, l’orecchia enorme, era posta sopra un tenue e piccolo stelo, – ma lo stelo era un uomo! E chi avesse guardato attraverso una lente avrebbe anche potuto scorgere un grazioso visino; e anche una piccola anima flaccida pendente dallo stelo. Tuttavia il popolo mi disse che la grande orecchia non era soltanto un uomo, bensì un grand’uomo, un genio. Ma io non credetti mai al popolo quando parlò di grandi uomini – e tenni la mia credenza che quegli fosse uno storpio a rovescio, il quale aveva troppo poco di tutto, e d’una sola cosa troppo».
Quando Zarathustra ebbe parlato così al gobbo, ed a coloro dei quali il gobbo era interprete e mandatario, si volse con profonda scontentezza ai discepoli e disse: «In verità, amici, io m’aggiro tra gli uomini come in mezzo a un ammasso di frammenti e di membra umane!

Questo per i miei occhi è cosa terribile, veder gli uomini frantumati e lacerati come su un campo di battaglia o di carneficina.

E se il mio sguardo fugge dal presente al passato: trova sempre la stessa cosa: frammenti, membra, casi orrendi – ma non un uomo!
Il presente e il passato sulla terra – o miei amici! – ecco quel che mi è più insopportabile; e non saprei vivere, se non fossi un veggente di ciò che deve accadere.
Un veggente, un volente, un creatore, un avvenire stesso, e un ponte sull’avvenire – e, ahimè! ancora, in certo modo, uno storpio su quel ponte: tutto ciò è Zarathustra.
E voi pure vi chiedete sovente: «chi è per noi Zarathustra?
Come ci deve chiamare?». E, come me, voi rispondete con nuove domande alle vostre domande.
È egli uno che promette? Uno che adempie? Un conquistatore?
Oppure un erede? Un autunno? Oppure un aratro? Un medico? Oppure un convalescente?

È egli un poeta? uno che dice la verità? Un liberatore? Un domatore? Un buono? Oppure un cattivo?

Io m’aggiro fra gli uomini, frammento dell’avvenire: quell’avvenire che vedo.
E a questo tende ogni mio pensiero, ogni desiderio; comporre in unità ciò che è ora frammento e mistero, e lugubre caso.
E come potrei sopportar d’essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta, profeta e redentore del caso?
Riscattare i passati e trasformare tutto «ciò che fu» in «così volli!» – questo soltanto chiamo riscatto!
Volontà – si chiama così il liberatore e il dispensatore di gioie: questo v’insegnai, o amici! Ma ora imparate anche questo: la volontà stessa è tuttavia prigioniera. Il volere redime: ma come si chiama ciò che incatena gli stessi liberatori?
«Così fu»: ecco ciò che fa digrignare i denti alla volontà, e la sua più solitaria afflizione. Impotente contro ciò che fu fatto – è una spettatrice malevola per tutto ciò ch’è trascorso.
La volontà non può agir sul passato; non poter infrangere il tempo e le brame del tempo – è la sua più solitaria afflizione.
La volontà riscatta: che cosa potrà trovare per liberarsi dalla sua afflizione e beffarsi delle sue catene?
Ah, ogni prigioniero diventa un pazzo! La volontà prigioniera, essa pure, si libera come follia.

Che il tempo non possa tornare indietro, è la sua collera.

«Ciò che fu» – così si chiama la pietra che la volontà non può rovesciare.

E così essa rovescia, per ira e dispetto, le pietre, e si vendica di colui che non prova, al pari di lei, rabbia e dispetto.
Così la volontà liberatrice, divenne cagione di duolo: e su tutto ciò che può soffrire, si vendica di non poter tornare indietro.
Questa, questa soltanto, è la vera vendetta: la ripugnanza della volontà per il tempo e per il «così fu».
Davvero una grande follia dimora nella nostra volontà; e fu sventura per ogni cosa umana che tal follia imparasse ad aver dello spirito!
Lo spirito della vendetta: miei amici, ecco ciò che fu sin adesso la miglior riflessione degli uomini; e dov’era il dolore, si suppose ci fosse un castigo.
«Castigo», così la vendetta chiama sé stessa; con una parola menzognera si procura una buona coscienza.
E siccome in colui che vuole, v’è sempre il dolore di non poter volere sul passato – la volontà, essa stessa, e tutta la vita, dovrebbero – esser punizione!
E così nube su nube si addensò su lo spirito: fino a che predicò la follia: «Tutto passa, tutto è degno perciò di passare!»
«E questa è proprio giustizia, la legge che impone al tempo di divorare i propri nati»: così predicò la follia.
«Moralmente ordinate son le cose, secondo il diritto e il castigo. Oh, dove trovar redenzione dal flusso delle cose e dal castigo chiamato esistenza? – Così predicò la follia.
«Può darsi redenzione quando esiste un eterno diritto? Ah, non si può sollevare la pietra «esso fu»: eterno dunque dev’essere anche il castigo!» Così predicò la follia.
«Nessun’azione può esser distrutta: come potrebbe venir soppressa dal castigo? Questo, questo è ciò che d’eterno v’è nel castigo dell’«esistenza»: che l’esistenza sia in eterno colpa ed azione!
«A meno che la volontà non finisca per liberarsi essa stessa e che il volere divenga rinunzia al volere» – ma voi la conoscete, o miei fratelli, questa canzone della follia! Vi condussi lungi da tali canzoni quando v’insegnai: «la volontà è creatrice».
Tutto ciò «che fu» è frammento ed enigma, e spaventevole caso, finché non dica la volontà creatrice: «Ma così io volli!».
Fin che non dica la volontà creatrice: «Ma così io voglio! Così io vorrò!».
Ma ha essa di già parlato in tal modo? E quand’è che questo successe? È già liberata la volontà dalla sua propria follia?
Divenne essa la redentrice di sé medesima, e messaggera di gioe? Disimparò lo spirito della vendetta e il digrignare dei denti?

E chi le insegnò a riconciliarsi col tempo, e qualcosa ch’è superiore a tutte le riconciliazioni?

Bisogna che la volontà, che è volontà di potenza, voglia qualcosa di più alto che la riconciliazione: ma come? Chi le insegnò a voler dominare anche sul passato? » Ma a questo punto del suo discorso accadde che Zarathustra s’interruppe, d’improvviso, simile a qualcuno che si spaventa estremamente. Con occhio atterrito egli guardò i suoi discepoli; l’occhio suo penetrava come una freccia i loro pensieri più ascosi. Ma, dopo un momento, di nuovo egli rise e disse benigno:
«È difficile viver tra uomini, perché il silenzio è tanto difficile. Specialmente per un chiacchierone….»
Così parlò Zarathustra. Ma il gobbo aveva ascoltato il discorso celandosi il volto; e quando udì rider Zarathustra, lo guardò incuriosito e disse lento:
«Ma perché Zarathustra parla con noi altrimenti che coi suoi discepoli?».
Zarathustra rispose: «Perché mai dovreste stupirne!
Coi gobbi bisogna parlare gobbescamente!

«Va bene, disse il gobbo; e con gli scolari si può parlare come usa alla scuola… Ma perché Zarathustra parla altrimenti ai discepoli suoi – che a sè stesso?»

LA DISSOLUZIONE DELLA RAGIONE II

In riguardo ai suoi attacchi in una retrospettiva, ovvero storica, Nietzsche, si separa dalla filosofia tradizionale. Mentre i filosofi vedevano nella ragione – intesa come l’insieme delle forme logiche condensate – la verità e l’essere se stessi, Nietzsche viene “costretto” a respingerla.

In tal modo, quasi tutta la filosofia tradizionale si dissolve davanti ai suoi occhi. Attaccando l’avversario, incarnato nella prima delle sue grandi forme. “Parmenide affermava ‘non si può pensare ciò che non è’; siamo all’estremo opposto e diciamo: ciò che può essere pensato, sicuramente, dovrà essere una finzione. ‘” Se i logici stabiliscono “i propri limiti come limiti delle cose”, Nietzsche, d’altro canto, dirà: “ho dichiarato guerra all’ottimismo di quei logici”.

Quando Nietzsche respinge la filosofia che afferma l’assoluta validità della ragione, cioè, sulla fiducia, si separa, nella realtà dall’era moderna, prima di tutto da Cartesio e dalla “fede” che ha posto ” nella certezza immediata del pensare”. Proponendo di dubitare più di Descartes. Per quest’ultimo, che dubitava di tutto, meno che della ragione stessa, la chiarezza e la distinzione della conoscenza rimanevano l’inevitabile base della verità. Nietzsche scopre che “dove ci sono uomini profondi, accade il contrario: il movimento, si oppone all’autorità assoluta della dea della ragione”.

Nietzsche rifiuta il “tentativo” di Hegel di “portare l’evoluzione a una sorta di ragione”, considerandolo “un sogno sognato nei cieli gotici”. “Sono al punto più opposto: nella logica stessa vedo una sorta di non razionale e casuale”. Il verdetto è universale: “Tutti i filosofi sono riusciti per millenni a essere concetti-mummie … la morte, il cambiamento, l’età, così come la nascita e la crescita, costituiscono obiezioni per loro; anche confutazioni. Ciò che è non diventa; ciò che arriva, non è … Ora, noi tutti crediamo nella disperazione dell’entità. “

L’atteggiamento di Nietzsche nei confronti della ragione, intesa come portatrice della coscienza dell’essere, e nell’apparenza totale di un superamento di tutto ciò che ha validità (che attraversa la totalità dei capitoli in cui esponiamo i pensieri fondamentali) ha avuto un’immensa efficienza storica. Tuttavia, non è riuscita a chiarire con purezza ciò che, in detto superamento, è stato pensato e tutto ciò, attraverso di esso, è stato in grado di filosofare.

In primo luogo, la battaglia di Nietzsche contro la ragione non è, in alcun modo, totale. Bisogna tener conto del significato con cui, con la parola “ragione”, si affermava qualcosa. Nella vita umana, la ragione è necessaria: l’uomo deve “forzare la sua piccola ragione; se voleva, ad esempio, abbandonarsi alla “Provvidenza”, andava verso la sua rovina “.

Pertanto, Nietzsche esige impugnare le cose con ragione, e nel modo più forte possibile, invece di sottomettersi, comodamente, nel nome della “Provvidenza”, nella marcia degli eventi. Naturalmente, l’uomo, per mezzo della ragione, non raggiunge il tutto o la totalità delle cose – se lo pensasse e agisse di conseguenza, la ragione diventerebbe deleteria; ma deve essere attivo nell’attuazione di criteri, la cui chiara attuazione, Nietzsche non ha intrapreso in modo critico.

Inoltre, Nietzsche diventa un avvocato della ragione, contro i nemici di essa, i cui motivi respinge. “Tra alcune persone pie, ho trovato odio contro la ragione. .. che, almeno, ha tradito una cattiva coscienza intellettuale “. Né vuole identificarsi con filosofi che rispettano poco la ragione, quando in loro “è decretato il disprezzo ascetico di sé e la beffa del sé: c’è un regno di verità e di essere; ma, appunto, la ragione è stata esclusa da essi. “

Innanzitutto, Nietzsche stesso si dichiara un sostenitore della ragione, perché non è un modo di intendere, che isola sempre, né una coscienza cosciente, ma “la grande ragione” del “corpo”: racchiude tutto. La “piccola ragione”, che si chiama spirito, è solo uno strumento del corpo (6, 46). Nietzsche parla della “ragione più alta del nostro compito futuro”, al riguardo di ciò che è ancora inconcepibile e apparente contingenza del nostro operato.

Con questa “grande ragione”, Nietzsche abbraccia un significato che trascende e fonde in sé tutta l’ostilità alla ragione, sebbene questo significato rimanga, per lui, qualcosa di molto indeterminato, racchiuso nel simbolo del corpo. Solo per questa grande ragione si può applicare la seguente proposizione: “L’unica felicità sta nella ragione: tutto il resto del mondo è triste. Ma la ragione suprema, la vedo nell’opera dell’artista “.

La proprietà contraddittoria delle formulazioni, positiva e negativa, della ragione, costituisce il fondamento affinché il significato della dissoluzione della ragione, realizzato da Nietzsche, sembri avere due caratteristiche che sono escluse tra loro.

Le affermazioni ostili alla ragione, prese in se stesse, hanno potuto produrre una certa indifferenza rispetto ad essa. Nei casi in cui lo stesso Nietzsche è indifferente alla ragione – sembrerebbe così – anche le sue richieste logiche diminuiscono. Pertanto, nelle loro proposizioni, le contraddizioni possono rimanere immobili, come se in nessun momento sentissero il pungiglione del contraddittorio. Le contraddizioni non diventano dialettiche e, a loro modo, sono come sussistono, non entrando in un movimento efficace.

Quindi, il fatto che Nietzsche possa affermare qualcosa e, dopo, qualcos’altro, può sembrare al lettore una mancanza di decisione, per la quale tutto è possibile. È necessario aggiungere, infine, che la volontà sistematica e organizzativa di Nietzsche sembra poter essere sostituita da una volontà di pianificazione intellettuale. Ma le affermazioni nietzscheane, secondo il loro senso, non sono sempre ugualmente prossime a Nietzsche. Ci sono deviazioni quasi inevitabili ogni volta che si usano le parole ragionamento, comprensione o intelletto, o il significato di questi termini non è stato sviluppato metodicamente. Le affermazioni si oppongono alle prove ingenue di una ragione preventivata dagli altri; ma, spesso, presuppongono anche, come qualcosa di ovvio, quello che si pensa con la parola “ragione”. In alcuni casi, essa accetta di pensare, opinare, di conoscere identità, ordine, legge e questi concetti coincidono con le funzioni dell’interpretazione dell’essere, necessarie alla vita: con l’intelletto e con la comprensione pratica.

Ciò che Nietzsche propone nel suo filosofare, dissolvendo la ragione, finisce sempre per fermarsi in quell’istante. In effetti, l’impulso appassionato di raggiungere qualcosa di più della ragione costituisce, di per sé, una grande ragione. Il suo attacco alla “ragione” è l’attacco della grande ragione alla piccola ragione, propria della presunta comprensione che già conosce tutto. Ma un tale attacco è, in senso kantiano, non critico, perché non vede con chiarezza tutta la propria “grande ragione”. Pertanto, nei momenti in cui essa non è presente, e lo guida con sicurezza positiva, Nietzsche diventa scettico e rinuncia a tutte le affermazioni negative e positive.

Questo inesorabile abbandono, tuttavia, è uno dei possibili fenomeni che mostrano come Nietzsche pensi dall’origine di ciò che racchiude e circonda (cioè, da ciò che è racchiuso = Umgreifenden), che non costituisce la mera vita interpretativa di una specie, ma la “vita” della verità. Nonostante tutto, da esso, domina l’autoaffermazione della verità. Nelle formulazioni di Nietzsche, quella vita di verità non appare con la calma chiarezza e la seducente tranquillità propria di Kant.

Ma il significato ultimo delle proposizioni nietzschiane non è, forse, che questo: la vita della verità è ciò che racchiude e delimita (Um-greifenden); è quello in cui la ragione e l’Esistenza hanno la loro origine, senza che essa sia conoscibile come tale. Solo nello sviluppo della conoscenza oggettiva e del realizzare, la vita diventa chiara – all’interno di un costante processo di chiarificazione che non raggiunge mai un obiettivo definito. Non si tratta della vita, di una data esistenza, sia biologica, psicologica o sociologica – in quanto tale è un oggetto nel mondo e, quindi, empiricamente ricercabile – ma la vita come origine, che comprende anche il ricercabile e all’atto di interrogare. È quello a cui Nietzsche sembra sempre alludere, senza mai decidere di ghermirlo filosoficamente; è ciò che lo muove e dà al suo filosofare l’impulso che lo porta a superare tutto ciò che è conosciuto.

Il fatto che è onnicomprensivo (Umgreifende), che non è un oggetto, è il marchio di Nietzsche in tutto il suo modo di pensare alla verità, costituente l’origine.

Pertanto, il suo pensiero non si perde in oggetti psicologici o analoghi, né crolla, in modo definitivo, in vicoli logici senza uscite, né si muove e si posiziona, ma rimane filosofico.

Il filosofo è possibile solo nel mezzo di una ragione che si concepisce originariamente (anche se la filosofia riceve tutto il suo contenuto da qualcosa di diverso dalla ragione). Solo quando è presentato metodicamente, nel suo bisogno onnicomprensivo (umgreifenden), esplicativo e mobile; solo quando non è confuso con la semplice comprensione o con l’intelletto che fissa il conoscere, cioè con la finitezza teleologica, ma quando la ragione diventa consapevole, attraverso la logica filosofica, dell’insieme organico delle sue funzioni, solo allora il filosofare può rimanere fedele a se stesso nel grande movimento della propria storia, solo nella misura in cui la penetrazione filosofica di se stessa ha successo, cioè dal punto di vista logico: in questo la ragione acquisisce potere.

In questo senso del termine “ragione”, il filosofare di Nietzsche costituisce, per noi, una singola e grande realizzazione della ragione, sebbene non sia stata chiarita, logicamente, e a se stessa, in un limite.

Ma dove decisivo, sembra il compito che deriva dal pensiero di Nietzsche, non è meno vero che la ragione potrebbe essere apparsa a Nietzsche nello stesso modo. La verità non è, per lui, soprattutto ragione (anche se si trova sempre per via della ragione e sebbene appartenga a quest’ultima ed è comunicabile) ma, a quanto pare, la “verità”, senza ragione e contro la ragione, è per lui un’oscurità inaudita, che incanta e spaventa. Nel prossimo capitolo vedremo come afferma e dibatte su questo punto, attraverso un atto di irruzione trascendente, con parole che, necessariamente, sono più celate che rivelatrici.

Con la “dissoluzione della ragione”, Nietzsche ha creato un nuovo inizio. È il modo per trovare una ragione più profonda; e, per questo motivo, nel filosofare doveva nascere una nuova gigantomachia. In ogni anima che si risveglia in quest’epoca, questa lotta dovrà essere combattuta. Ma ha un duplice aspetto: la ragione che diventa consapevole di se stessa combatte contro l’essenza della notte, che le appartiene, senza perdere il proprio contenuto e, allo stesso tempo, combattendo contro il suo nemico, mentre questo è il non- razionale, in senso radicale, cioè, ciò che si oppone alla ragione.

La vita e il pensiero, a partire da una ragione comprensiva che, tuttavia, cerca sempre se stessa è già, come tale, presente e che determina in modo critico ciò che va oltre i limiti, incorporandoli al movimento stesso; il pensiero e la vita, quindi, sono dinanzi all’essere, dal quale sono se stessi e non sono se stessi. Ma, in questa battaglia, sono incastrati con l’avversario, che cresce in loro e che li accresce.

Ma la stessa ragione vede prima di sé la contro-volontà radicale, che non può essere definita da alcun movimento; usa l’intelletto come mezzo e integra, spogliato delle sue fondamenta vitali, tutte le affermazioni della ragione che svolge nel criterio di ogni discorso. Questa contro-volontà appartiene alla notte, intesa come caos: davanti a essi dà ordini apparenti che gli permettono di parlare con l’inganno alla ragione, di trascinarla con sé.

In una tale lotta, si tenta l’estremo. Apparentemente, le affermazioni estreme di Nietzsche seguono tre percorsi (la grande ragione, l’oscurità della notte, la contro-volontà dell’opposto della ragione). Ecco perché, in questa lotta, la ragione deve diventare come potrebbe essere già stata, sebbene senza essere compresa; deve attraversare tutti i limiti noti e, in questa azione, alla fine, deve apparire per incontrare essa stessa. Ecco – se Nietzsche è stato l’evento decisivo – questo è il punto in cui fluirà il futuro filosofare.

Le affermazioni nietzschiane, in apparenza, potrebbero significare tutto; per noi, conducono, facilmente, nel movimento della “grande ragione”. Ciò che accade è come una grande oscurità; anche nei casi in cui Nietzsche sembra abbandonare la verità, per mezzo di un atto di analisi che trascende ciò, tale risultato deve essere dimostrato possibile.

LA DISSOLUZIONE DELLA RAGIONE

La concezione di Nietzsche dei limiti della scienza, la sua interpretazione della verità, intesa come ciò che può apparire, e il circolo – che riappare in forme sempre nuove – di un annientamento, per così dire, suicida di tutto ciò che è vero, che non mette in dubbio la ragione in generale.

Che si tratti della morale, della morte di Dio o della verità, tutto confluisce in un perdersi nel nulla. Ma, all’interno di tali estremi, Nietzsche vuole raggiungere, nel vero senso, l’essere. Questo non è accessibile come la ragione; per questo motivo, cerca di ottenerlo per mezzo della dissoluzione della stessa o per mezzo dell’agire e dell’attacco.

Nietzsche attacca la ragione in quattro modi:

1. Contro l’affermazione che la verità sta nel pensare, applica la sua teoria dell’interpretazione e, con essa, l’apparente carattere di ogni cosa pensata. Questa è la logica peculiare di Nietzsche. Le categorie di pensiero sono inganni necessari per la vita; sono utili e sono strumenti per afferrare qualcosa (6, 22). Se uno non credesse in loro, il genere umano soccomberebbe (16, 20). Ma non sono la verità, ma finzioni. In realtà, la sua origine non è nell’essere, ma è la condizione che ci permette di pensare che sia così. Una tale condizione è che qualcosa è identico a se stesso. Solo se pensi all’identità (casi identici, ciò che rimane uguale a te stesso) questo sarà l’oggetto del pensiero. L’ammissione di un’entità identica a se stessa “è necessaria per pensare ed essere in grado di stabilire; la logica fornisce solo formule per ciò che rimane nell’identità “(16, 30). Nietzsche sviluppa questi pensieri nei seguenti passaggi:

Il pensiero dell’identità richiede il principio di contraddizione. Anche questo, entro l’orizzonte ingannevole di un intelletto che cerca di essere, costituirà una finzione.

“Affermando e negando la stessa cosa, falliamo.” Tale affermazione e negazione sono solo una proposizione dell’esperienza soggettiva: non esprime alcun “bisogno”, valido per essere se stesso, ma solo un’impotenza della nostra capacità di pensare . “La proposizione non contiene alcun criterio di verità, ma un imperativo su ciò che dovrebbe essere vero” (16, 28 mq).

L’identità e il non essere in grado di contraddirsi l’un l’altro hanno la loro radice ultima, secondo Nietzsche, nell’Io, che è uguale a se stesso ed è come se fosse costante. Ma, per esso, non c’è nessun io, fuori da questa posizione. Ciò che l’idealismo tedesco aveva pensato con la logica del sé, inteso come coscienza del pensiero in generale, venne approvato da Nietzsche; ma impiegato come mezzo per il suo attacco. Il prospetto su cui poggia il movimento della ragione – quella che sarebbe la nostra “fede nell’io” – costituisce un limite: “il nostro pensiero presuppone quella fede; abbandonarlo significherebbe non poter continuare a pensare “(16, 15).

Il fatto che l’io, l’identità e l’impossibilità della contraddizione siano collegati l’un l’altro, costituisce il circolo in cui la facoltà di pensare, come un’interpretazione sempre fittizia dell’essere, ha luogo nel corso della vita.

Ora, poiché tutte le altre categorie (cosa, sostanza, soggetto, oggetto, predicato, causalità, meccanicismo e altre) si riferiscono solo a un essere identico che non contraddice se stesso e anche all’essere della differenza, tutti sono postulati dall’intelletto e messi al servizio della vita, che richiede qualcosa di costante come condizione per essa. Sono solo finzioni in un’entità. Dai frammenti di Nietzsche, si potrebbe presentare una teoria delle categorie ampiamente sviluppate.

Mostrerebbe, in una ripetizione monotona, che ogni categoria porta quel carattere di identità, ecc., E che ognuno di essa è al servizio della vita e della volontà di potenza.

Il risultato della logica nietzscheana, costantemente confermata, è che l’intelletto è un mezzo per vivere, sebbene l’intelletto non possa catturare l’essere della vita nel suo stesso senso, cioè quello di un costante divenire.

“Il nostro intelletto non è fatto per concepire il futuro: si sforza di dimostrare una rigidità generale” (12, 23). “Ma il carattere del mondo che diviene” non è “formulabile”; è “falso”, “contraddittorio”, logicamente incommensurabile. “La conoscenza e il divenire sono esclusi … un certo tipo di divenire deve creare l’inganno dell’e-n-t-e” (16, 31); cioè, di un essere sussistente, identico a se stesso. Tale inganno è possibile solo attraverso il circolo del pensiero che si chiude su se stesso. Il significato ultimo di tali esposizioni, basato sulla teoria di tutta la vita pensante, inteso come interpretazione, è nella limitazione della ragione all’intelletto, e nel superamento della sua pretesa di verità, raggiunta da una richiesta di verità di un significato diverso e che si muove in un piano completamente diverso ..

Per la vita dell’uomo, la ragione è inutile, pericolosa e impossibile. È inutile:

“La mancanza di ragione di una cosa non è un fondamento contro la sua esistenza; piuttosto, ne costituisce una condizione “(2, 369). È pericolosa. Sembra che presuma di sapere tutto, ed è anche deleteria.

Alla domanda: “La ragione, che fino ad ora ha immaginato di sapere tutto, è conservata o piuttosto distrutta?” (12, 156), Nietzsche risponde con queste parole: “se l’umanità agisce davvero secondo ragione, vale a dire, secondo il fondamento del pensiero soggettivo e della conoscenza, sarebbe dovuta crollare da molto tempo, “(12,157). È l’impossibile. Non c’è verità della ragione, capace di fondare tutte le cose e attraverso la quale la totalità dell’uomo può essere compresa.

Se, per esempio, i predicatori tolleranti della ragione avessero fondato tutto sull’intelletto razionale, mostrerebbe che essi escludono sempre alcune coppie di “verità fondamentali” e, rispetto a loro, non ci sarebbe alcuna tolleranza. “Sarebbe bello attenersi alla ragione, finché c’era una ragione. Ma il tollerante deve diventare dipendente dalla sua ragione, dalla sua debolezza “(12, 172).

In realtà, non esiste una tale ragione, sulla quale possa essere fondata l’esistenza data dell’uomo.

Cosa significano tali attacchi sulla fede nella ragione? Nietzsche mette in discussione, del perché questa verità appare come qualcosa di sussistente, cercando di fondare, all’origine, la verità della coscienza dell’essere, propria dell’esistenza umana, che è come se fosse l’unica cosa che ha validità universale, suscettibile di essere pensata da tutti e da tutti assimilata, essendo, in tal modo, in grado di sostenere la vita in comune di tutti. Nietzsche mette in discussione, del perché la verità cela se stessa: questa sostiene l’Esistenza. Nel suo filosofare, interroga questa profonda verità. Se, con il nome di “verità fondamentali”, Nietzsche trova solo gli errori che condizionano la vita, questo domandarsi sarà una mera indicazione; in esso il pensiero sarà limitato per un istante, e Nietzsche stesso non è rassicurato da esso.

3. Alla domanda metafisica se la ragione domina il mondo, la risposta, all’interno del pensiero filosofico, è sempre stata affermativa in un certo senso, per quanto sia stata differita. Nietzsche, d’altra parte, nega una tale ragione metafisica del tutto. “L’unica cosa razionale che conosciamo è la particella della ragione dell’uomo” (10, 414). Il vortice delle forze del mondo non ha motivo. “Il fatto che il mondo non sia l’insieme di un’eterna razionalità può essere dimostrato in modo definitivo, perché la parte del mondo che conosciamo – la nostra razionalità umana – non è troppo razionale” (3, 190). Infatti: “Anche tra i più saggi, la ragione rimane l’eccezione. Il caos, il bisogno e il vortice delle stelle: ecco la regola “(12, 243). E “tra tutte le cose, c’è qualcosa di impossibile: la razionalità.

Certamente un piccolo motivo è sparso da una stella all’altra: questo è mescolato con tutte le cose “(6, 243). Per Nietzsche, è sorprendente che la ragione esista in generale. Come è venuta al mondo? “Come è giusto, in un modo non razionale, per caso. Dovremo contare su di essa, come un enigma “(4, 125).

La fede metafisica in una ragione che prevale nel mondo, dipende dalla fede in Dio o è identica ad essa. Per Nietzsche entrambi sono caduti. La fede nella verità era solo una conseguenza della fede in “che Dio è la verità e che la verità è divina … Ma come sarebbe possibile una tale circostanza, se diventa sempre più incredibile, se nulla viene mostrato come divino, per errore, cecità e menzogne, se Dio stesso si è dimostrato la nostra menzogna più duratura? “(5, 275 mq).

Con un tale attacco, Nietzsche vuole respingere la fede e la fiducia nella ragione oggettiva del tutto, intesa come la credenza in un principio pensabile e intelligibile. Mettere una tale ragione come assoluta sarebbe, per lui, rendere l’io invisibile. L’aggressività nasconde, in sé, il richiamo rivolto all’origine dell’uomo, che deve acquisire una vera certezza di sé e non essere mascherata dalla presunta razionalità universale dell’esistenza data e di se stessa.

SRADICARE LA MISSIONE MORALE

VIA NEGATIONIS

È Stirner stesso a esplicitare il suo piano d’azione mediante una citazione schilleriana:

“Se il godimento della vita deve trionfare sullo struggimento per la vita, sulla speranza, esso deve vincere sui due fronti che Schiller rappresenta in Das Ideal und das Leben, deve cioè schiacciare la miseria spirituale e quella materiale, cancellare l’ideale e, insieme, il travaglio per il pane quotidiano”.

Si tratta quindi di tematizzare precisamente il rovesciamento di quella che prima abbiamo nominato “povertà”, ossia di una questione legata, ancora una volta e coerentemente, alla proprietà. Infatti, la consumazione presuppone che io abbia la proprietà di me stesso:

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AUSWIRKUNGEN DES GOTTESTODS

DISSERTATION

Bislang ist deutlich geworden, dass Nietzsches außerordentlich große Wertschätzung von Selbstbestimmung, Selbstachtung und persönlicher Stärke entschieden zu seinem Interesse am Wesen des Menschen, so wie er es interpretiert, beigetragen hat. Der wohl gewichtigste Grund dafür aber, warum Nietzsche nach dem menschlichen Wesen fragt bzw. warum sich jeder Mensch auf die Selbstsuche machen sollte, ist die Tatsache: „Gott ist todt!“.

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MORAL UND MORALITÄT

DISSERTATION

Zuletzt soll noch gezeigt werden, inwiefern auch in Nietzsches Moral- und Moralismuskritik das Verhältnis des Menschen zu seinem Selbst eine große Rolle spielt. Dabei kann es nicht darum gehen, Nietzsches so vielschichtige und umfassende Kritik an Sitte und Moral auf einen Faktor zu reduzieren, und auch nicht darum, dieses Thema ausführlich abzuhandeln.

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LA RECUPERACIÓN NIHILISTA

NIHILISTREC

PUBBLICO IL SEGUENTE MISERO TESTO-NON CERTO PER AFFINITÀ EGOISTA- MA PER POSSEDERE LA MATERIA- QUA POSTA- E IN UN SUCCESSIVA RISPOSTA -DIBATTERE AMORALMENTE.
SPECIFICO CHE LA MIA AFFINITÀ EGOISTA-PER GLI ATTENTATI MESSI A SEGNO-DAL GRUPPO “ANARQUISTAS NIHILISTAS”- SI È NEL CORSO DELLA MORTE DEL TEMPO- DISTANZIATO A TAL PUNTO DA NON CONSIDERARLO MANCO PIÙ -ESTRAPOLANDO- ANCHE SOLO “VICINO”.
NON TANTO PER L’ETICHETTA DI ANARCHICI NICHILISTI- MA PER L’ATTITUDINE ESPRESSA NELLE RIGHE DEI TESTI RIVENDICATIVI.

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DEATH TO MORALITY

COUNTER

 

 

 

 

The time to take out the trash and clean up the human detritus is way past due, the stink of rot gets worse every day. The issue of waste product sterilization is no longer a when but a how. This is the contemporary world in the crowded urban sewer of drug abuse, sexually transmitted diseases, violence and mental as well as environmental damage.

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LA VERDAD CONSIDERADA EN UN ACTO DE IRRUPCIÓN QUE LA TRASCIENDE

LA EXISTENCIA DADA DEL HOMBRE

 

 

 

 

 

 

 

Los límites de la ciencia abrían el espacio para un filosofar que todavía buscaba suelo propio. La teoría de la veracidad, considerada dentro de la vida, hacía que la verdad se quebrara frente a ella o que se limitara a ser el error necesario para una forma cualquiera de lo viviente. La apasionada voluntad de verdad se comprendía a sí misma; pero, de tal modo, que constantemente se la veía desaparecer en lo otro de la verdad.

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LA DISOLUCIÓN DE LA RAZÓN II

 

LA DISOLUCIÓN DE LA RAZÓN

 

 

 

 

 

 

 

 

4. Al abarcar sus ataques en una visión retrospectiva, es decir, histórica, Nietzsche se separa de la filosofía tradicional. Mientras que los filósofos vieron en la razón —entendida como el todo de las formas lógicas condensadas— a la verdad y al ser mismos, Nietzsche estuvo obligado a rechazarlos.

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