IL REALISMO STRUTTURALE ONTICO DI NIETZSCHE

Data la molteplicità delle interpretazioni poste su Nietzsche, può essere sorprendente che possa essere scelto come realista strutturale ontico. In effetti, questo testo potrebbe essere messo sotto accusa per aver appena creato un altra moda. Tuttavia, una lettura del genere inizia ad avere senso una volta che si vede il modo in cui l’interpretazione che offro, leggendo Nietzsche attraverso gli antichi, si sposta tra la lettura relativista di Nietzsche presentata da scrittori del calibro di Nehamas e la lettura naturalista che Leiter ha difeso. Ispirandomi a Nehamas, affermo che Nietzsche sostiene una forma di relativismo. Tuttavia, posso dire anche, che Nietzsche sostiene un relativismo o un relazionismo ontologico che esso considera comunque oggettivamente vero.

Invece prendendo da Leiter, sostengo che questa ontologia relazionale segue il naturalismo di Nietzsche in almeno due aspetti. Innanzitutto, l’ontologia relazionale di Nietzsche elimina le entità trascendenti o metafisiche sotto forma di cose in sé. In secondo luogo, Nietzsche fa appello ai risultati delle scienze naturali per giustificare il proprio impegno in questa ontologia. Certo, l’enfasi sulla ontologia relazionale di Nietzsche è emersa in gran parte attraverso un attento studio del primo terzo del Thetetus di Platone.

Mi sono rivolto al Thetetus non tanto perché Nietzsche era direttamente influenzato dal testo, sebbene sappiamo avesse familiarità con tutti i dialoghi platonici, ma perché si vede Nietzsche sostenere l’idea che Eraclito diventasse nelle sue opere successive, una prospettiva che potrebbe essere ricondotta alla dottrina dell’Homo Mensura di Protagora. La domanda che ho dovuto affrontare era se e in che modo queste due considerazioni fossero compatibili, e così mi sono rivolto alla posizione eraclitea-protagorea che Platone analizza criticamente nel Thetetus tenendo presente questa domanda. La conclusione che ho raggiunto è stata che queste due dottrine sono esclusivamente compatibili. Sono anche unite da un singolo insegnamento, vale a dire un principio di relatività che afferma che nulla esiste in sé e per sé ma tutto esiste ed è ciò che è solo in relazione a qualcos’altro.

Come chiarisce il lavoro di Poellner, il Nachlass fornisce molte prove che attestano la dedizione di Nietzsche per un’ontologia relazionale. In un frammento spesso citato, Nietzsche afferma che una cosa è “la somma dei suoi effetti, uniti da un concetto, un’immagine”. In un altro frammento, Nietzsche afferma che le proprietà di una cosa sono i suoi effetti su altre cose, e quindi se si rimuovono altre “cose”, allora una cosa non ha proprietà. Pertanto, “non c’è nulla senza altre cose” e quindi non ci sono cose in sé.

Poiché le cose esistenti in modo indipendente sono invenzioni “dovute ai requisiti della logica”, se tutto ciò che proiettiamo sulla realtà per renderlo intelligibile fosse eliminato, “non rimarrebbero cose ma solo quanti dinamici, in una relazione di tensione con tutti gli altri quanti dinamici: la loro essenza sta nella loro relazione con tutti gli altri quanti, nel loro “effetto” sullo stesso “. Quindi, per Nietzsche, il mondo è “essenzialmente un mondo di relazioni”.

A mio avviso, queste osservazioni forniscono prove sostanziali, se non sufficienti, per attribuire a Nietzsche un olismo che costituisce la base per il RSO (Realismo Strutturale Ontico) anche se sembra non distinguere tra i settori eliminativo e non eliminativo. Tuttavia, una tale lettura soffre di tre potenziali carenze. Innanzitutto, il punto di vista, deve essere messo insieme alle note inedite di Nietzsche e ai lettori come Clark, Leiter e Berry, che sono stati ansiosi di scartare l’uso del Nachlass. In secondo luogo, l’ontologia relazionale che Nietzsche articola nel Nachlass è legata all’idea di Leiter, dove esso spera che gli interpreti possano allontanarsi dal corpus di Nietzsche, vale a dire la formulazione cosmologica della volontà di potenza. Infine, il il tardivo Nachlass non ci dà una buona idea delle ragioni che Nietzsche ha per approvare un’ontologia relazionale. Invece, sembra che lo stesso Nietzsche sia impegnato in una speculazione a priori sulla realtà fondamentale.

È qui, tuttavia, la connessione tra l’ontologia relazionale trovata nel tardo Nachlass e la comprensione di Eraclito, che Nietzsche articola per la prima volta nella sua opera inedita del 1873, la “Filosofia nell’era tragica dei greci”, opera che può aiutare a risolvere questo assillo. Innanzitutto, l’ontologia relazionale che Nietzsche attribuisce a Eraclito è separata da qualsiasi nozione della volontà di potenza. In secondo luogo, Nietzsche alla fine si rivolge alle scienze naturali del suo tempo per giustificare quello che diventa il proprio impegno per un’ontologia eraclitea e per articolare questa ontologia nel linguaggio scientifico della forza. Infine, il primo interesse di Nietzsche per l’ontologia relazionale di Eraclito rivela il modo in cui impronta molte delle affermazioni che Nietzsche svela nelle successive opere pubblicate.

In “Filosofia nell’era tragica dei greci”, Nietzsche attribuisce a Eraclito il merito di aver ripudiato sia la distinzione apparenza-realtà emersa nel pensiero di Anassimandro sia il concetto di essere più in generale. Il divenire è ciò che vede Eraclito di Nietzsche e il divenire implica il rifiuto di entrambe le cose metafisiche in sé e delle cose di senso comune.

Sebbene inizialmente sia difficile capire perché il divenire, una tesi sul cambiamento, debba comportare il rifiuto delle cose, emerge una certa chiarezza quando vediamo che Nietzsche fonda l’eracliteo in un principio ancora più fondamentale, vale a dire l’unità degli opposti. Per Nietzsche, la dottrina di Eraclito dell’unità degli opposti afferma che la realtà, a livello fondamentale, è composta da opposti che esistono solo nella misura in cui si trovano in relazione l’uno con l’altro. In altre parole, l’Eraclito di Nietzsche pensa che la realtà fondamentale sia intrecciata e questo intreccio alla fine spiega perché il cambiamento è una caratteristica necessaria della natura.

Per sviluppare questi punti, Nietzsche segue Schopenhauer sostenendo che tutto nello spazio e nel tempo (così come lo spazio e il tempo stessi) ha solo un’esistenza relativa. Da ciò, Nietzsche sostiene che possiamo passare alla deduzione eracliteo che la natura della realtà [Wirklichkeit] non è altro che una manifestazione o effetti propri [Wirken]. Poiché l’essere del mondo materiale è nella propria vitalità, è necessario che questi “esseri” si influenzino o si influenzino continuamente. Il cambiamento o il divenire è quindi una caratteristica essenziale della realtà perché i costituenti fondamentali della realtà devono manifestarsi in ogni momento e possono manifestarsi solo in relazione ad altre entità. In altre parole, il divenire eracliteo è in realtà una forma di attualismo, e questo attualismo va di pari passo con l’ontologia relazionale.

Sebbene la “Filosofia nell’era tragica dei greci” fornisca ragioni sostanziali per collegare l’ontologia relazionale trovata nel successivo Nachlass di Nietzsche alla precedente interpretazione di Eraclito, il lavoro stesso fornisce solo prove indirette che esso appoggi le opinioni che attribuisce a Eraclito. Tuttavia, sappiamo da altri testi di questo periodo che Nietzsche si rivolge ai risultati delle scienze naturali per giustificare le opinioni che attribuisce a Eraclito. In particolare, nei testi inediti dei primi anni Settanta del XIX secolo non pubblicati, sui filosofi pre-platonici, Nietzsche fa appello al lavoro di Hermann von Helmholtz e Karl Ernst von Baer per sostenere che le scienze naturali del suo tempo dimostrano la visione eracliteo, dove tutto scorre (panta rhei). Come spiega Nietzsche, “da nessuna parte esiste una persistenza assoluta, perché arriviamo sempre all’analisi finale delle forze”.

In “Leggendo Nietzsche attraverso gli Antichi”, ho sostenuto che le prime riflessioni di Nietzsche sulla filosofia pre-socratica sono significative perché forniscono un ponte per comprendere le riflessioni sulle “prime e ultime cose” nel primo libro dell’opera pubblicata nel 1878, “Umano, troppo umano”. Ora, Nietzsche abbraccia, più che in qualsiasi altra opera, l’ethos e i risultati dell’indagine scientifica per respingere le descrizioni metafisiche e di senso comune della realtà. Parte riferendosi al “problema degli opposti”, che animava la filosofia circa duemila anni fa, e quindi identifica due tipi di filosofia che emergono a seconda di come si risponde a questo problema.

Considerando che la filosofia metafisica divide rigorosamente gli opposti – esigendo quindi la separabilità – e afferma che i fenomeni emergono dal regno delle cose in sé, la filosofia storica, che Nietzsche afferma di non poter essere separata dalle scienze naturali, nega che gli opposti possano essere rigorosamente separati, approvando così un legame – dunque rifiuta l’esistenza delle cose in sé. Avendo fatto una tale distinzione, Nietzsche appoggia quindi la filosofia storica e promette di offrire nei capitoli successivi dell’opera quella che lui chiama una “chimica” di “concezioni e sensazioni morali, religiose ed estetiche”.

Sebbene non esplicito, ci sono quattro ragioni per cui la filosofia storica di Nietzsche può essere intesa come un sostegno dell’ontologia eracliteo e quindi un tentativo di mostrare come le scienze naturali supportano tale visione. In primo luogo, la smentita del filosofo storico degli opposti assoluti assomiglia alla comprensione di Nietzsche della comunità di Eraclito della dottrina degli opposti dalla “Filosofia nell’era tragica dei greci”. In secondo luogo, Schopenhauer si riferisce anche a una filosofia storica che contrasta con la speculazione metafisica e l’associa a “una dottrina del divenire costante”.

Terzo, sappiamo che nella rielaborazione del primo aforisma di “Umano, troppo umano” nel 1888, Nietzsche associa esplicitamente la filosofia storica a una concezione radicale del divenire (eracliteo) che elimina qualsiasi concetto di essere. Infine, nel secondo aforisma di “Umano, troppo umano” , Nietzsche ribadisce la posizione eracliteo che “tutto è divenire” e quindi usa questo punto per affermare che non esistono né “fatti eterni” né “verità assolute”.

Mentre gli aforismi iniziali di “Umano, troppo umano” chiariscono che Nietzsche vuole respingere qualsiasi tipo di entità trascendente, ulteriori aforismi nel capitolo iniziale suggeriscono una negazione ancora più radicale di qualsiasi “cosa” o oggetto calcolabile. Le intuizioni di questa posizione possono essere trovate nell’affermazione di Nietzsche secondo cui nulla in realtà corrisponde alla nozione logica di identità, anche se esso sembra parlare di due cose qualitativamente identiche (identità delle proprietà) e auto-identità diacronica (identità numerica nel tempo) . In un aforisma intitolato “apparenza e cosa in sé”, Nietzsche afferma inoltre che la scienza potrebbe gradualmente consentirci di renderci conto che la cosa in sé è vuota di significato e quindi “degna di risate omeriche”.

Nietzsche completa l’attacco all’esistenza di cose, in una sezione chiamata “numero”. Qua, ci dice che le leggi dei numeri sono “errati”, cioè non corrispondono a nulla nella realtà. Non corrispondono alla realtà perché i numeri presuppongono l’esistenza di cose identiche. Il problema, tuttavia, è che non ci sono cose identiche. Questo perché “non c’è” cosa “Secondo Nietzsche, le cose sono esseri fabbricati,” unità che non esistono “, giustificando quindi questa affermazione facendo appello ai risultati delle scienze naturali. Così come è sbagliato credere che ci siano cose di buon senso, è sbagliato credere nella “teoria degli atomi”. Anche se ci sentiamo costretti “ad assumere l’esistenza di una” cosa “o” substrato “materiale che viene spostato” “l’intera procedura della scienza ha perseguito il compito di risolvere ogni cosa (materiale) simile a un movimento”

Nietzsche fa appello alla scienza per respingere le cose che popolano il senso comune e le immagini scientifiche del mondo. Sebbene non sia affatto chiaro, il riferimento di Nietzsche agli sviluppi delle scienze naturali, in questo aforisma sembra avere in mente la “Storia del materialismo” di F. A. Lange. L’interesse di Nietzsche con questo testo è complesso, ma possiamo ragionevolmente ricorrere alla narrazione che Lange racconta degli sviluppi delle scienze naturali nel capitolo “Forza e materia” dell’edizione del 1873, per aiutare a chiarire le osservazioni di Nietzsche in “Umano, troppo umano”. Qui, Lange spiega come il materialismo moderno, che riveste come una rinascita dell’atomismo democratico, ha lentamente risolto la questione in vigore da quando Newton ha introdotto la forza nel quadro meccanicistico. Con le stesse parole di Lange, “il progresso delle scienze ci ha portato sempre di più a mettere la forza al posto della materia e che la crescente esattezza della ricerca sempre più risolve la materia dentro la forza”.
Dal punto di vista di Nietzsche, gli sviluppi della scienza moderna descritti da Lange possono essere intesi come l’illuminazione greca al contrario. Mentre la prima scienza moderna ha lasciato Aristotele per Democrito, la scienza moderna sta ora passando da una visione del mondo democratica della materia in movimento a una visione del mondo eracliteo di solo movimento o forza, affermato che la fisica post-1925 ha solo continuato la tendenza all’eliminazione delle particelle. È interessante notare che Lange resiste alla conclusione che la realtà è solo una delle forze correlate.

Invece, insiste, in primo luogo, che proprio come le proprietà appartengono a sostanze e i predicati appartengono a soggetti, la nostra mente ci richiede di pensare alla forza in relazione alla materia. In secondo luogo, afferma che possiamo tuttavia conoscere le forze solo attraverso i loro effetti e quindi le loro relazioni con altre cose; la materia, al contrario, rimane completamente sconosciuta. Pertanto, il neo-kantiano Lange approva una proto-versione di RSO: “con l’avanzamento della scienza diventiamo sempre più certi nella nostra conoscenza delle relazioni delle cose e sempre più incerti sull’argomento di queste relazioni”.

Contrariamente a Lange, Nietzsche risponde a questa proto-versione di RSO eliminando il soggetto sconosciuto di queste relazioni, vale a dire la materia, l’ultimo residuo dell’essere nel quadro scientifico. In tal modo, sostiene un’ontologia relazionale della forza che penso sia una proto-versione dell’RSO. Nietzsche lo fa facendo appello all’autorità del matematico e fisico gesuita Roger Boscovich, una delle figure che Lange menziona nel suo capitolo su materia e forza nell’edizione del 1873 del suo lavoro e che Nietzsche scoprì attraverso Gustav Fechner già nel 1873. In una lettera del 1882 al suo amico Heinrich Kšselitz, Nietzsche scrive:

Se qualcosa è stato ben confutato, è il pregiudizio della “materia”; e in effetti non da un idealista ma da un matematico, da Boscovich. Lui e Copernico sono i due più grandi avversari delle apparenze visive. Da lui, non c’è più alcuna domanda, tranne una semplificazione popolare. Ha pensato fino alla fine alla teoria atomistica. La gravità non è certamente una “proprietà della materia” semplicemente perché non c’è materia. La gravità è, proprio come vis inertiae, certamente un’apparizione di forza (semplicemente perché non c’è nient’altro che la forza!)

Sebbene la visione che Nietzsche attribuisce a Boscovich sia probabilmente più vicina alla visione della materia successivamente abbracciata da Michael Faraday che dallo stesso Boscovich, la citazione è significativa per almeno due motivi. In primo luogo, Nietzsche associa esplicitamente Boscovich a Copernico. Ciò suggerisce che l’opposizione di Nietzsche apparentemente a prima vista non è un’opposizione a prove empiriche in quanto tali. Invece, sostiene che Boscovich segue una tradizione copernicana per fare appello a una raffinata osservazione scientifica, rifiutando osservazioni non censurate e credenze di buon senso. Secondo, anche se Nietzsche fa appello a Boscovich per respingere la materia, rimane comunque un realista riguardo alla forza. In effetti, Nietzsche afferma che non c’è nient’altro che la forza!

La citazione è significativa anche perché il doppio riferimento a Boscovich e Copernico è direttamente parallelo alle osservazioni di Nietzsche su Boscovich in “Al di là del bene e del male”. Nel dodicesimo aforisma, Nietzsche fa nuovamente riferimento all’opposizione sia di Boscovich che di Copernico a “prove visive” e fa appello al lavoro di Boscovich per sostenere che “l’atomismo materialista è una delle migliori teorie confutate”. Secondo Nietzsche, Boscovich ci ha mostrato che “niente è veloce” e quindi dobbiamo abbandonare la nostra “credenza nella” sostanza “nella” materia “nel residuo terrestre e nell’atomo di particelle. “Avendo rifiutato l’atomismo nel regno fisico, Nietzsche continua a criticare il” bisogno atomistico “nel regno psichico respingendo quello che chiama” atomismo dell’anima “. Pertanto, Nietzsche fa appello a Boscovich per rifiutare l’atomismo in tutte le sue forme, e proprio come suggerisce, sostituire una concezione atomistica dell’anima con una strutturalista, una “struttura sociale delle pulsioni e influsso”, il suo rifiuto dell’atomismo nel regno fisico implica un impegno per l’ontologia strutturalista che in origine attribuiva a Eraclito.

Sebbene la relazionalità della forza sia implicita solo nell’appello di Nietzsche al rifiuto dell’atomismo da parte di Boscovich, possiamo raccogliere ulteriori prove per tale comprensione della forza sia rivolgendoci alle fonti di Nietzsche sia considerando la sua relazione con la volontà di potenza.

Da un lato, è stato ricondotta la comprensione della forza di Nietzsche alla definizione di forza di Kant come rispetto o relazione, per sostenere che le forze sono necessariamente relazionali e quindi non simili a sostanze o cose -esse stesse. D’altra parte, sappiamo che Nietzsche progetta la formulazione cosmologica della volontà di potenza per completare “il concetto vittorioso di” forza “nella fisica del suo periodo storico, attribuendogli una qualità interiore o volontà. Se la dottrina della volontà di potenza è essa stessa un’ontologia relazionale, anche le forze che formano la base per la dottrina della volontà di potenza devono essere relazionali.

Poiché il tentativo di “completare” il concetto di forza che Nietzsche eredita dalle scienze naturali con la volontà di potenza, complica le cose; ma capisco il perché Nietzsche difende una proto-forma di RSO e spiega perché l’introduzione della volontà di potenza non mette in pericolo il mio saggio. Per affrontare il primo punto, ritengo che Nietzsche sia realista perché crede in un mondo indipendente dalla mente meglio caratterizzato in termini di forze relazionali. In secondo luogo, è un realista scientifico perché pensa che le entità descritte dalla scienza, vale a dire le forze, siano reali. Terzo, offre una proto-forma di realismo strutturale perché pensa che queste forze siano relazionali, e quindi crede che la scienza non ci parli della “natura di base della realtà” o “della natura qualitativa delle cose alla base di fenomeni osservabili”. Infine, è un realista strutturale ontico, probabilmente di tipo non eliminativo, perché l’ontologia relazionale della forza che sostiene è “basata su una tesi ontologica o metafisica che allarga la priorità ontologica di struttura e relazioni”.

In effetti, sembra che Nietzsche senta il bisogno di completare il concetto di forza, che Schopenhauer chiama ripetutamente una qualità occulta, con la volontà di potenza, proprio perché pensa che le scienze naturali non ci rivelano delle nature qualitative delle cose alla base dei fenomeni osservabili, e questo fallimento crea un vuoto esplicativo che deve essere colmato, se Nietzsche deve completare ciò che Schopenhauer chiama “naturalismo proprio” o  “sistema di pura fisica”. In questo modo, Nietzsche sembra appoggiare una proto-forma di RSO e tuttavia concordare con la critica secondo cui lo strutturalismo mina il potere esplicativo della scienza. Invece di abbandonare il RSO per questo motivo, Nietzsche lo vede invece come una ragione per andare oltre ciò che le scienze naturali descrivono usando auto-coscientemente l’introspezione per interpretare le forze come volontà di potenza.

In tal modo, ha quindi un principio che gli consente di spiegare fenomeni altrimenti non comuni in termini di qualcosa di assolutamente comune, vale a dire, in termini favorevoli. Tuttavia, poiché una tale interpretazione della realtà preserva e dipende dalla ontologia relazionale descritta dalla scienza e quindi evita un ritorno alle cose in sé stesse kantiane, l’affermazione di Nietzsche secondo cui il mondo è volontà di potenza e nulla oltre, non insidia lo status di precursore di RSO. Invece, questa affermazione “folle” lo presuppone.

GLI SPIRITI LIBERI

Gli antichi Cinici forniscono un esempio della vita filosofica e della probità come verità vissuta e incarnata in cui il ritorno alla natura è orientato verso il futuro e consente una trasvalutazione di tutti i valori, compresa una trasvalutazione della natura umana. Per i Cinici, la filosofia come ricerca della verità o della conoscenza non è una dottrina o una scienza, ma una forma di vita e di pratica in cui la questione della verità è inseparabile dalla domanda della vita vera.

I Cinici chiedono come può essere vissuta la verità e in un significato letterale come può essere incarnata, come può essere materializzata nel corpo fisico. La naturalizzazione della verità nei Cinici risuona senza dubbio, da un lato, con la considerazione di Nietzsche che la vita e il pensiero di un filosofo costituiscono un’unità in cui la ricerca della verità o della conoscenza non può più essere considerata separatamente dalla prospettiva dell’autore, come sottolinea Löwith, e dall’altra con la riformulazione di Nietzsche della questione della verità come la questione se la verità possa essere incarnata (Nietzsche 2001, 110 s.).

La questione della natura umana in Nietzsche, significa, in primo luogo, che non può esserci separazione tra teoria e pratica nella propria filosofia e, in secondo luogo, che la questione della natura umana deve essere analizzata dal punto di vista della personificazione, dell’essere umano come essere vivente, che è la posizione avanzata dall’antropologia filosofica.

La ri-trasformazione dell’essere umano nella natura personificata dagli spiriti liberi di Nietzsche è paragonabile all’incarnazione della verità del filosofo Cinico che si basa anche sul ritorno alla natura. È interessante notare che nei Cinici, questo ritorno alla natura passa attraverso il superamento delle interpretazioni convenzionali e quindi false della natura umana ed è un aspetto essenziale della comprensione della parresìa nella pratica dell’integrità o della verità. Lo scopo della pratica della probità nei Cinici è di alterare il valore della propagazione, o, in altre parole, di rovesciare le comprensioni convenzionali della natura umana. I Cinici cercano di superare le barriere che la civilizzazione ha eretto tra la natura e l’essere umano. Ancora una volta, questa idea riecheggia chiaramente con la visione di Nietzsche degli spiriti liberi, incaricati di “diventare padrone delle molte interpretazioni e connotazioni vane ed eccessivamente entusiastiche che sono state finora scribacchiate e dipinte su l’eterno testo base di homo natura” ( Nietzsche 1989, 161). Come nei Cinici, in Nietzsche, la probità è richiesta per alterare concezioni consolidate della natura umana.

La questione della natura umana in Nietzsche, significa che la propria antropologia è sempre anche anti-antropologica in quanto mette in discussione le convenzioni e le opinioni su ciò che è la natura umana (cfr Stegmaier / Bertino 2015). Supera antropologie positivistiche ed essenzialiste verso una concezione della natura umana come storica e in divenire. Di conseguenza, Nietzsche sostiene che non può esserci un superamento definitivo dell’errore. La domanda su quanto la verità possa essere incarnata deve rimanere una domanda aperta, un esperimento aperto attraverso il quale si scoprono e si creano contemporaneamente nuove forme di vita (Nietzsche 2001, 110 s.).

Nei Cinici, l’auto-modellamento della natura umana si riflette nell’idea che la vita filosofica come la vera vita ha il potere di cambiare la natura dell’essere umano. Per essi, una ricerca onesta della verità significa affrontare le sfide dell’auto-conoscenza come continua auto-sperimentazione. L’incessante impegno dei Cinici per l’auto-sperimentazione ha portato Foucault alla conclusione che per essi la vera vita è una vita alterata e alterante. Foucault si chiede se la vita vera non sarà una vita radicalmente e paradossalmente altra (Foucault 2011, 245). Dal mio punto di vista, questa idea di alterazione è la posta in gioco nella visione di Nietzsche di una metamorfosi della natura umana prodotta dalla personificazione dell’homo natura attuata dagli spiriti liberi di Nietzsche. Il ritorno alla natura rivela che la natura umana è multipla, plurale e si sta continuamente immergendo nell’alterazione e nell’auto-alterazione e quindi non è mai auto-identica a se stessa. Attraverso la ri-trasformazione dell’essere umano nella natura, gli spiriti liberi di Nietzsche scoprono che la natura umana non sta dietro di noi come qualcosa che appartiene a qualche forma remota di vita (animale o vegetale), ma qualcosa che ci attende in futuro.

Per i Cinici, la natura in contrapposizione alla convenzione è l’unica norma accettabile contro cui misurare una vita vera. Questa norma prende la forma della vita dell’animale e, in particolare, della vita del cane. L’invito dei Cinici a ripensare il valore dell’animalità, inclusa l’animalità umana, ci ricorda l’invito di Nietzsche a ripensare il valore della crudeltà nell’aforisma 229 di “Oltre il bene e il male”. In opposizione alla metafisica occidentale, Nietzsche sostiene che ciò che l’essere umano ha ricevuto dalla natura ha bisogno di essere sottovalutato piuttosto che escluso. Invece di escludere la crudeltà, Nietzsche fa avanzare la tesi che la crudeltà dell’animale motiva la produttività culturale e giace alla base di tutti i nostri risultati di civilizzazione. Questa è la terribile intuizione che gli spiriti liberi di Nietzsche ammettono quando confermano che anche la loro ricerca di conoscenza è motivata dalla crudeltà (Nietzsche 1989, 159-162).

È interessante notare che tutti gli aspetti sopra menzionati della concezione di Nietzsche della natura umana: l’unità della vita e del pensiero, la condizione della personificazione, l’aspetto anti-fondazionalista del ritorno alla natura, la trasvalutazione dei valori, l’avvento della vita e il il carattere sfaccettato della natura umana e la metamorfosi continua della natura umana si riflettono nella concezione di probità di Nietzsche. Nella misura in cui questi aspetti riguardano anche l’antica comprensione Cinica della probità, sostengo che la nozione di probità e dell’essere umano naturale di Nietzsche possa essere stata ispirata dagli antichi Cinici.

La probità in Nietzsche rappresenta un impegno per l’auto-sperimentazione che riflette l’unità della vita e del pensiero in chi ricerca la conoscenza dedicata allo studio e all’interpretazione dell’esperienza:

Come interpreti delle nostre esperienze (Erlebnisse). Un tipo di probità (Redlichkeit) rimane estranea a tutti i fondatori di religioni e simili: non hanno fatto delle loro esperienze (Erlebnisse) una questione di coscienza per la loro conoscenza. […] Ma noi, noi altri, abbiamo ragione e siamo assetati, vogliamo affrontare le nostre esperienze (Erlebnisse) così severamente che faremmo un esperimento scientifico (wissenschaftlichen Ver-suche), ora per ora, giorno dopo giorno! Vogliamo essere i nostri esperimenti e le cavie (Experi-mente und Versuchs-Thiere) (Nietzsche 2001, 179 s.).

Il riferimento all’esperienza come punto di partenza per la ricerca onesta della verità non dovrebbe essere fraintesa come una ricaduta in una sorta di realismo. Per Nietzsche, le esperienze non riflettono una verità data o soggiacente. Al contrario, affrontare le nostre esperienze come esperimenti scientifici significa riconoscere che tutte le nostre esperienze sono basate su giudizi di valore appassionati, è che non sono assoluti ma sempre collocati storicamente, costruiti e quindi falsi (Nietzsche 2001, 114), un punto discusso sopra come parte delle sfide per ricostruire la natura umana per Nietzsche attraverso la storia naturale.

Come nei Cinici, per Nietzsche, la probità è una verità incarnata. La probità non è qualcosa esteriore del corpo, una sorta di “magnificenza verbale (Wort-Prunk) e magnificenza mendace (Lügen-Putz)” (Nietzsche 1989, 161). Invece, la probità afferma la naturalezza dell’essere umano. Per Nietzsche, affermare l’homo natura significa abbracciare la condizione dell’incarnazione come pertinente alla vita piuttosto che nascondere il corpo dietro le illusioni di un’origine morale superiore. Come nei Cinici, la probità implica la “vergogna di disimparare (Scham verlernen)” e astenersi dal “negare la naturalezza dei propri istinti (natürliche Instinkte verleugnen)” (Nietzsche 1988c, 476; la mia traduzione). Il motto di probità di Nietzsche: “Siamo natura (Seien wir naturalistisch) e non dipingiamo le nostre inclinazioni e le nostre non inclinazioni (Neigungen und Abneigungen) in colori morali (moralischen Farbtöpfen)” (Nietzsche 1988c, 33; la mia traduzione), che è una definizione volutamente Cinica.

La probità come ritorno alla natura è in tensione con le convenzioni stabilite e gli obblighi di impegnarsi in valori istituzionali, morali, politici, religiosi o patriarcali (Nietzsche 1988a, 256). La probità richiede il superamento della moralità (Nietzsche 1989, 43-45), avanza una verità “al di là del bene e del male” (Nietzsche 1988d, 325, cfr. vedi Nietzsche 2001, 104 f., Nonché Nietzsche 1988c, 161 f.) . In contrapposizione al dogmatismo morale, religioso e metafisico, la probità è anti-fondazionalista: significa pensare contro se stessi, continuamente minando e mettendo in discussione la cosiddetta verità. Per Nietzsche, questo tipo di pensiero autocritico è un segno di grandezza. Esso esclama: “Non sono disposto a riconoscere alcun tipo di grandezza che non sia legata alla probità contro se stessa” (Nietzsche 1988a, 328).

Inoltre, nella probità di Nietzsche una verità incarnata è concepita come un impulso (Trieb) (ibid., 228 s.) Che non può essere astratto dalla vita e dal corpo (ibid., 229). Probità significa abbracciare il corpo come una pluralità di pulsioni irriducibili l’una all’altra e coinvolte in una continua lotta a favore e contro l’altra (ibid., 230). Questo potrebbe essere il motivo per cui Nietzsche comprende la probità come “qualcosa nel processo del divenire” (Nietzsche 1997, 457).

La probità è trasformativa e soggetta a cambiamenti. Ma il potere trasformativo della probità non riguarda solo la vita dell’individuo, ma anche il mondo e i suoi valori. Ricordiamo che la probità è la più spirituale volontà di potenza e la volontà di superare il mondo: come tale è indispensabile per la trasvalutazione di tutti i valori (Nietzsche 1989, 155 s.). Come accennato in precedenza, il tema della transvalutazione è una delle caratteristiche chiave della probità cinica riflessa nel potere del filosofo cinico di cambiare il “valore del denaro in valuta”. Nietzsche associa la probità con “la falsificazione del denaro (Falschmünzerei)”, forse seguendo l’esempio dei Cinici (Nietzsche 1988b, 347).

Nietzsche ritiene che la probità abbia il potere di trasformare la natura umana (Nietzsche 1997, 167-169). Ma questo richiede di rinunciare all’idea della natura umana come qualcosa di fisso e assoluto, qualcosa che è definito da un’essenza unificata. Nietzsche pensa alla natura umana come multipla piuttosto che come unificata: “non possiamo sentirci più come una cosa (Einzigkeit) dell’ego: siamo sempre già tra una molteplicità (Mehrheit)” (Nietzsche 1988a, 215 f .; la mia traduzione) . Per Nietzsche, il ritorno alla natura è quindi orientato alla diversificazione e alla moltiplicazione della vita. Abbracciando la naturalezza e l’appartenenza alla natura dell’essere umano si apre la possibilità per la continua invenzione e reinvenzione della natura umana. Secondo i Cinici, solo quelli che incarnano l’intero cosmo emanano con successo un ritorno alla natura: vivono secondo le leggi della natura e sono in grado di affrontare concezioni convenzionali e false della natura umana in modo aperto e onesto. In una nota del 1880, Nietzsche descrive il filosofo che è onesto nel trattare con se stesso e con gli altri in termini simili, cioè come qualcuno che incarna l’intero cosmo: “siamo il cosmo (Kosmos) nella misura in cui abbiamo capito ( begriffen) e sognato (geträumt) “(ibid., 216; la mia traduzione).

Il carattere di probità nel filosofo è peculiare. Sia nei Cinici che in Nietzsche, la probità si manifesta come esteriorizzazione e naturalizzazione del filosofo che è interiorizzata come una pluralizzante diversificazione della natura umana. I Cinici credono che il ritorno alla natura porti a una trasformazione dell’essere umano, liberando il potere di creare e ricreare continuamente le proprie condizioni di esistenza al di là della lotta di autoconservazione verso una forma più libera e più veritiera della vita. L’intimo legame tra la natura e la liberazione che i Cinici intuirono potrebbe aver ispirato la visione di Nietzsche del filosofo come homo natura.

LA (IR)REALTÀ ULTIMA DELL’ESISTENZA

L’aspetto nodale che allaccia tra loro il nichilismo – inteso come meontologia più che come logica storico-culturale della decadenza – e lo gnosticismo antico è il problema del male, nel suo nesso con la questione del nulla. Quello del male è all’origine un problema metafisico-teologico, ereditato secolarmente dalla Modernità filosofica.

Che cos’è il male dopotutto? Che cosa intendiamo quando ci avvaliamo di un tale termine? Più che definirlo, optiamo per la raccomandazione di Susan Neiman: se non è possibile definire teoreticamente una proprietà intrinseca del male, è tuttavia possibile rilevare «ciò che il male produce in noi. Se designare qualcosa come male significa indicare il modo in cui distrugge la nostra fiducia nel mondo, è questo effetto, più che la causa» che dovrà essere esaminato.

Dio è morto da tempo ormai e la teologia è stata superata dalla scienza moderna; ciononostante, l’umana sofferenza, fisica e psicologica, è ancora attuale, forse ancora più accentuata che in passato, visto che, in un mondo disincantato e assurdo, non è più possibile fare ricorso a quel sistema di valori tradizionali con i quali l’uomo aveva tentato di spiegare e persino di giustificare l’orrore della sofferenza indiscriminata – soprattutto quella dei bambini e di altri esseri senza colpa, se non totalmente innocenti. Senza Dio, la teodicea non ha più alcuna ragion d’essere. Per di più, se è insensato dire ormai (a meno che uno sia credente) che gli tsunami e i terremoti sono punizioni divine per i nostri supposti peccati e nefandezze, ciononostante ci troviamo ancora a fare i conti con il perdurare del male come effetto delle azioni dell’uomo. I genocidi e gli altri crimini contro l’umanità hanno agenti umani responsabili che possono essere identificati e puniti; le catastrofi naturali, no. Il mistero dell’iniquità, del quale parla San Paolo, non sembra essere meno perturbante dopo il fallimento della teodicea; al contrario, messa al bando questa, si mette al bando, in effetti, tutta l’antropodicea. Così, la moderna distinzione tra mali naturali e mali morali, sembra darsi solo per essere nuovamente sollevata, questa volta, in una maniera del tutto scandalosa: il male umano diventa un caso specifico e ineludibile del male naturale, visto che l’uomo sembra incapace di possedere quanto necessario per sradicare definitivamente il male dalla sua esistenza terrena, che sia una questione di volere o d’intelligenza, o entrambe le cose insieme. L’uomo si rivelerebbe dunque un “virus”, un inestirpabile “cancro” della natura, «il punto nero della creazione».

Dunque, che tipo di relazione si potrebbe stabilire tra il nulla e il male? Il nulla è di per sé un male e viceversa? Sarebbe precipitoso, se non ingenuo, abbordare la questione in questa maniera. Innanzitutto, entrambi i termini hanno in comune il fatto di essere indefinibili e, sostanzialmente, incomprensibili alla luce della ragion sufficiente. Il nulla non è e non può essere, come affermò Parmenide. Al massimo, si potrebbe dire che il non-essere è pensabile solo in relazione all’essere, vale a dire, come una negazione relativa di ciò che è, essendo impossibile che non ci sia. Però il nulla assoluto è, strettamente parlando, impensabile, sprovvisto di qualsiasi realtà e senso. Tuttavia, trattandosi di Cioran, di nichilismo e di gnosticismo, non ci troviamo sul terreno parmenideo, anzi, ci troviamo nell’ambito paradossale della meontologia, del pensare-dire il nulla come assoluto non-essere nonostante la logica dell’identità, della necessità e della non-contraddizione.

Per Cioran, il nulla costituisce la (ir)realtà ultima dell’esistenza, il fondamento infondato di tutto ciò che “è” (virgolette necessarie, dal momento che per lui nulla è nel senso ontologico pieno; le cose e gli esseri esistono, e non conviene pensare che ci sia un Essere in quanto Essere, immutabile e necessario). Tra Bergson e Schopenhauer, due filosofi che esercitarono una profonda influenza sulla sua formazione intellettuale, il Nostro si avvicina al secondo, a discapito dell’autore de L’evoluzione creatrice. Come il Solitario di Francoforte, Cioran contempla la possibilità di afferrare il nulla non solo come nihil privativum ma anche come nihil negativum, e questo in funzione di un’inversione del punto di vista e di un cambio di segnali mediante i quali sarà possibile concepire l’essere come nulla e il nulla come essere: è la stazione finale della visione mistica che squarcia il “velo di Maya” del mondo come rappresentazione e permette di contemplarlo nella sua “essenza”, al di là dell’opposizione complementare tra soggetto e oggetto e delle determinazioni naturali dell’individuazione.

E ancora, pur non potendo stabilire una relazione immediata e univoca tra il nulla e il male, si deve segnalare tuttavia il legame inespugnabile tra le due nozioni e il fatto che laddove si solleva l’una, si solleva solitamente anche l’altra. Questo è vero specialmente per quanto riguarda lo gnosticismo, il cui corpus dottrinale implica tanto una meonto-teologia quanto un’etiologia del male. A causa della sua infinita trascendenza, dal punto di vista gnostico, il Dio supremo sarà identificato con il Nulla. E, se questo Dio, l’unico al quale si possa vincolare inequivocabilmente il principio del bene, non mantiene alcuna relazione attiva con il mondo creato, allora si dovranno fare necessariamente i conti con l’ipotesi di un mondo siffatto, che è cioè macchiato del male con il quale il funesto demiurgo maldestramente lo fabbricò. Da un certo punto di vista, Dio coincide con il puro nulla, un’irrealtà, una chimera – donde l’ambiguo a-teismo che si potrebbe predicare in Cioran. Dal punto di vista opposto (quello della visione mistica, che va oltre la rappresentazione del binomio soggetto-oggetto), si potrebbe dire che Dio è quello che è, l’Essere supremo, mentre la sua Creazione e la creatura adamitica sarebbero quello che non sono: il nulla.

La correlazione tra Dio e il Nulla, comune agli gnostici e persino ad alcuni mistici cattolici (per esempio Meister Eckhart, i cui sermoni gli causarono problemi con la Chiesa), compare già in Lacrime e santi: «Tutti i nichilisti hanno avuto a che dire con Dio. Prova supplementare della sua vicinanza al niente. Dopo aver calpestato tutto, altro non vi resta da distruggere se non quest’ultima riserva del nulla» [43]. E, più tardi, ne I sillogismi dell’amarezza, quindi nel periodo francese, la stessa idea ricompare in una critica all’immanentismo, al secolarismo e alla tendenza razionalizzante della modernità:

Non conoscendo ormai, in fatto di esperienza religiosa, se non le inquietudini dell’erudizione, i moderni pesano l’Assoluto, ne studiano le varietà e riservano i loro brividi ai miti – queste vertigini per coscienze storiche. Avendo smesso di pregare, si disquisisce sulla preghiera. Niente più esclamazioni; soltanto teorie. La religione boicotta la fede. Un tempo, con amore o con odio, ci si avventurava in Dio, il quale, dal Nulla inesauribile che era, è diventato ora – con grande disperazione di mistici e atei – soltanto un problema.

In Cioran s’incontrano, in modo a-sistematico, tanto una teoria del nulla (una meontologia che sfocia in una teoria su Dio e il Nulla, una meonto-teologia e in una meonto-antropologia, vale a dire una storia dell’uomo in quanto “nullitudine”) quanto una filosofia (una etiologia) del male, il che corrobora il rapporto inscindibile tra le due questioni, che diventano congiuntamente un meonto-teologia diteistica. Perpetuando «la tradizione del funesto demiurgo», il romeno affermerà sia la sovranità del male sia la realtà del nulla nell’economia dell’esistenza. Nella diatriba contro il cattolico reazionario Joseph de Maistre, che egli ammirava tuttavia per lo stile virulento, Cioran affermerà che:

altrettanto costitutivo dell’essere quanto il bene e altrettanto reale, esso [il male] è natura, ingrediente essenziale dell’esistenza e per nulla affatto fenomeno accessorio, e che i problemi che solleva divengono insolubili dal momento in cui ci si rifiuta di introdurlo, di situarlo nella composizione della sostanza divina. Come la malattia non è un’assenza di salute, ma una realtà positiva e durevole quanto la salute, così il male vale il bene, anzi lo supera in indistruttibilità e pienezza. Un principio buono e un principio cattivo coesistono e si mescolano in Dio, come coesistono e si mescolano nel mondo. L’idea della colpevolezza di Dio non è un’idea gratuita ma necessaria e perfettamente compatibile con quella della sua onnipotenza: essa sola conferisce una certa intelligibilità allo svolgimento storico, a tutto ciò che esso contiene di mostruoso, di insensato e di derisorio. Attribuire all’autore del divenire la purezza e la bontà significa rinunciare a comprendere la maggior parte degli eventi e in particolare il più importante: la Creazione.

Non dovremmo essere naïve e credere che l’autoproclamata lucidità di Cioran nasconda qualche fede inconfessata, un anelito alla provvidenza sopranaturale che possa operare un miracolo e rettificare la stortura della creazione. «Soltanto l’impurità è segno di realtà» e tale condizione coesiste con lo stesso principio dal quale questo mondo emana. Cioran è un pensatore metafisico poiché ritiene che il pensare metafisico sia essenziale per dare una parvenza di senso a un mondo e a una condizione umana così assurdi come ritiene che siano i nostri. A essere in questione qui è davvero un’antropologia metafisica (o piuttosto teologica). Riflettere su Dio e ammettere l’ipotesi della sua assoluta impurità, non è che una maniera essenziale di riflettere sul nostro mondo e sulla nostra condizione umana. Per questo motivo, il demiurgo degli gnostici è per Cioran «il più utile che sia mai esistito».

Ora, la questione del nulla è più complessa di quella del male e il discorso con il quale la si affronta più equivoco, poiché il nulla contemplato da Cioran non ha necessariamente la connotazione sinistra che gli viene solitamente attribuita nel contesto del nichilismo europeo. Con questo termine, l’autore non concepisce più la negatività assoluta dell’esperienza nichilistica europea ma l’esperienza positiva e luminosa del vuoto o, più precisamente, della vacuità (Śūnyatā) buddhista come la intendono i buddhisti, soprattutto la scuola Madhyamika di Nagarjuna. Mentre il nulla nichilistico «esteriormente assomiglia alla noia [ennui]», essendo un fattore di disturbo per lo spirito, il vuoto o la vacuità saranno, viceversa, «qualcosa di positivo», «pienezza attraverso l’assenza», come spiega Cioran a Léo Gillet .

RES EXTENSA

Secondo Hans Jonas, l’antico gnosticismo – un universo di pensiero eclettico e di spiritualità eterodossa al quale Cioran guardava con grande ammirazione – possiede un’affinità elettiva esistenziale con il moderno nichilismo, il che non equivale a dire che sono la stessa cosa. Ne Lo gnosticismo, Jonas abbozza un parallelo ermeneutico tra queste due mentalità o attitudini esistenziali tanto distanti nel tempo e nello spazio. Innanzitutto, ciò che consente di stabilire un parallelo sincronico tra i due fenomeni è la comune nozione, nei loro rispettivi contesti storici, di una profonda crisi culturale e soprattutto spirituale, il clima di angustia e di ansietà che caratterizzò tanto l’epoca ellenistica quanto la tarda modernità. Tuttavia, se questo stato di cose fosse ridotto a nient’altro che il risultato di fattori storici contingenti, non sarebbe possibile identificare negli scritti di Pascal, come fa Jonas, le prime avvisaglie di quel sentimento di derelizione e di disorientamento che caratterizzerà il moderno spirito nichilista e che segnò anche l’età ellenistica nella quale la religione gnostica fiorì.

Secondo Jonas, l’originalità di Pascal, che anticipò l’odierno nichilismo, è stata quella di aver esposto «la solitudine dell’uomo nell’universo fisico della moderna cosmologia. “Gettato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che non mi conoscono, ne sono spaventato”». Ciò che è in gioco è il crollo della visione cosmologica cristiana dell’universo creato da un Dio benevolo e provvidenziale il cui disegno cosmico contemplava una finalità ultima alla quale anche gli esseri erano chiamati a partecipare (nonostante le loro tribolazioni e sofferenze, o proprio in virtù di esse) e l’avvento di un nuovo paradigma cosmologico, copernicano e meccanicista, nel quale il suddetto disegno e la suddetta finalità provvidenziale restano assenti. Ne consegue la percezione dell’insignificanza dell’uomo in mezzo allo spazio infinito, nella vastità di un universo indifferente, se non addirittura ostile alla sua presenza e alle sue aspirazioni, della finitezza umana inserita in un’esistenza temporale assurda e priva di scopo, della solitudine esistenziale in uno spazio e in un tempo che appaiono vuoti e carenti di significato.

Ciò che scompare da questa cosmovisione è l’evidenza di una necessità universale che manterrebbe uniti il tutto e le sue parti, il cosmo e l’essere umano in quanto microcosmo. Tutto risulta contingente, nulla è necessario, e lo è ancora di meno l’animale cosciente, angustiato dalla sua fragile e insignificante condizione cosmica.

«La totale contingenza della nostra esistenza nello schema priva quello schema di ogni senso umano, che possa farlo vedere come una struttura cui riferirsi per la comprensione di noi stessi».

L’uomo non si sente più naturalmente a casa sua in un mondo che è diventato estraneo e persino ostile alla sua fin troppo umana, fin troppo cosciente, fin troppo insignificante presenza. Questa è la prefigurazione pascaliana del nichilismo che Nietzsche avrebbe diagnosticato secoli dopo. Il nichilismo era già alle porte. Ora, la conseguenza più grave di questo cambiamento di paradigma ha a che fare con la sfera dei valori dai quali l’uomo, nella sua qualità di animale metafisico in cerca di senso, non sembra poter prescindere. La percezione di questo nuovo stato di cose implica che l’universo fisico, privo ormai di ogni riferimento ai limiti e ridotto quindi a mera geometria, res extensa, risulti sprovvisto anche di una gerarchia intrinseca e, di conseguenza, di un sistema naturale di valori oggettivamente dati sul quale l’uomo possa fare affidamento. L’uomo “scopre” allora che non ci sono verità oggettive, né valori naturalmente dati in sé: la verità ultima è una chimera, o una questione di flatus vocis, tutti i valori sono relativi e, in fondo, fittizi; inoltre, se necessario, tutto questo deve essere fabbricato artificialmente dall’uomo, consapevolmente inventati dal nulla, poiché non c’è nulla che abbia un fondamento ontologico al di là di quanto viene pensato, desiderato e prodotto dall’uomo stesso.

Per di più, l’analisi comparativa tra gnosticismo e nichilismo intrapresa da Jonas ci permette di comprendere la pertinenza della questione dell’ateismo nell’ambito della spiritualità gnostica, il cui atteggiamento esistenziale è interpretato dal filosofo tedesco come un atteggiamento “nichilista” avant la lettre. Come sottolineato dall’autore, l’universo di Pascal, nonostante tutto, era ancora un universo creato da Dio e se l’uomo si sentiva già «privo di ogni umano sostegno, poteva pur sempre sollevare il cuore verso il Dio transmondano». Ma quel Dio sarà sempre più transmondano, vale a dire, ancora più trascendente, fino a diventare completamente alieno e irraggiungibile, praticamente inesistente: the alien God, il Dio sconosciuto, secondo Jonas.

Dio si ritira dal cosmo, diventando un ágnostos theós la cui qualità divina non è per niente riconoscibile nell’evidenza visibile della sua creazione. Di tutti gli attributi solitamente assegnatigli – bontà, giustizia, provvidenza, onniscienza, onnipotenza – solo l’ultima sarà constatabile: una dimostrazione di forza oppressiva e assurda.

«Perché l’estensione, o la quantità, è l’unico attributo essenziale lasciato al mondo, e quindi se il mondo ha qualche cosa da dire del divino, lo fa per mezzo di questa proprietà; e ciò di cui la grandezza può parlare è il potere».

Questo Dio sarà allora visto come un tiranno, come un despota infinitamente remoto.

In che modo dunque si potrà affermare che lo gnosticismo è un ateismo? Nel senso in cui gli gnostici postulano, a grandi linee, un dualismo teologico più o meno radicale – un diteismo – che opera una distinzione tra un Dio creatore (il Dio di Pascal, il “funesto demiurgo” per Cioran), sotto divinità ignorante e prepotente, essa stessa generata e degenerata, e il vero Dio al di là o al di sopra del demiurgo: il “Padre”, il Dio ingenerato, buono ma inefficace, impotente, senza alcuna complicità con la Creazione. Così, se appare ragionevole parlare di un ateismo gnostico, si deve precisare che non si tratta dell’ateismo moderno (darwinista, scientista, materialista), né di un ateismo dell’immanenza, ma piuttosto di un ateismo spiritualistico, anarchicamente mistico, diteistico, postulante la trascendenza radicale di un Dio totalmente estraneo, distinto dal demiurgo decaduto. È solo in quest’accezione che ci sembra si possa parlare di ateismo in Cioran.

In che modo si può affermare che lo gnosticismo è un nichilismo avant la lettre? Nel senso che, in assenza di un qualsiasi riferimento evidente e oggettivo a un bene supremo e a una finalità ultima del divenire, l’universo concepito come una creazione demiurgica di scarsa qualità porta all’impraticabilità di ogni valutazione ontologica.

Per Nietzsche, il nichilismo europeo sta a significare che tutti i valori supremi sono devalorizzati; d’altra parte, per gli gnostici, il nichilismo consiste nel fatto che l’intero cosmo è privo di valore nella misura in cui è la creazione accidentale e funesta di un dio frettoloso e incompetente. Nietzsche afferma il nichilismo per superarlo attraverso uno sforzo della volontà di potenza e dunque, per riportare tutti i valori superiori dall’altro mondo a questo mondo terreno e all’esistenza nella sua immanenza; gli gnostici – così come Schopenhauer, Mainländer, Cioran incluso, anche se quest’ultimo dichiara una sorta di passione contrariata per il mondo e un’ingiustificabile «tentazione d’esistere» ─ considerano il mondo intaccato dal male alla radice e privo di ogni valore di per sé positivo, la vita stessa essendo un dono avvelenato.

Così com’è stato “fatto” ed essendo così com’è, il mondo nel quale viviamo – e alla cui struttura demoniaca siamo assoggettati fisicamente e psicologicamente – è affogato nel male, e persino i reami celesti – il sistema planetario, governato dagli Arconti – hanno come scopo (secondo gli antichi gnostici ma non secondo Cioran, che si presenta come un agnostico in merito a questo tipo di speculazione) quello di assicurare l’incarceramento dell’uomo, anima e corpo, in questa misera esistenza mondana e di impedire il ritorno del suo spirito (la “scintilla divina” che dimora profondamente dentro di sé) al regno divino della luce conosciuto come il Pleroma.

Gli antichi gnostici dimostrano non solo un feroce atteggiamento anti-cosmico, ma anche un’attitudine ostile nei confronti del divenire e dell’esistenza del tempo, concepito come la stessa durata del male.

Di conseguenza, lo gnosticismo antico può essere considerato “acosmico” e “acronico”, visto che gli gnostici rifiutano sia l’adeguatezza di questo mondo sia la realtà del divenire, quest’ultima essendo effettiva (wirklich in Tedesco, un altro modo per dire “reale”) solo in relazione all’ordine fisico (che gli Gnostici non riconoscono come la loro vera natura), ma non rispetto all’ordine spirituale o pneumatico (che non appartiene assolutamente al mondo). Secondo Henri-Charles Puech (i cui corsi al Collège de France furono seguiti da Cioran), laddove i pagani hanno una concezione ciclica del tempo e i cristiani ne hanno una lineare, gli gnostici si allontanano da entrambe queste visioni del mondo e sostengono una concezione temporale come durata “spezzata” o “guastata”.

La somiglianza tra questa concezione e la visione personale di Cioran sul tempo è davvero rimarchevole. Il problema del tempo è così cruciale nell’autore de La caduta nel tempo che difficilmente si potrebbe separare dal suo pensiero sull’esistenza stessa. Basti ricordare qui il sentimento di estraniamento dal mondo che egli ribadisce con insistenza, l’auto-caratterizzazione di «esiliato metafisico» e, ancora più importante, il racconto (alla fine de La caduta nel tempo) della sua personale esperienza di caduta dal tempo in una sorta di eternità negativa, corrotta.

LA LUCE PRECIPITA SILENZIOSA- INTERVISTA CON I DSKNT (BLACK METAL DAILY WEBZINE)

Light Fell Silent – An Interview with DSKNT

 

il tempo cambia e si distende in un conduttore di tensori

radiazione isotropica di residui e rumori bianchi

trasforma e scompone

~

In questa epoca di immediatezza,è un aspetto affascinante un artista che riesce ancora a rimanere ammantato da un’aura di mistero; e l’enigmatico atto DSKNT è rimasto completamente e agilmente avvolto in esso. Originariamente formatosi nel 2013 ma apparentemente inattivo da allora, negli ultimi sei mesi sono iniziate a muoversi striscianti e complicate tracce che suonavano come inesorabili, trituranti cospirazioni di una macchina né organica né priva di vita, ma funzionante febbrilmente per decostruire la realtà in un soffocante orrore; tuttavia le informazioni disponibili su queste creazioni sono state alcune asserzioni criptiche, una località in Svizzera e alcune voci personali. Anche un comunicato stampa dell’etichetta affermava che non erano “in grado di confermare alcun altro dettaglio riguardante la natura e l’identità del progetto”.

Cioè, fino ad ora.

Mi sono mosso per contattarli,dopo aver seguito il progetto con interesse e divorato ogni composizione che mi piegava la mente, scivolando come una lava nera senza nome è che giungeva tremolante e cristallina dal vuoto; per fortuna l’uomo dietro a tutto questo ha accettato di sollevare il velo anche se in maniera lieve.

Così con l’album di debutto ‘PhSPHR Entropy’ finalmente pubblicato su Sentient Ruin Laboratories, Clavis Secretorvm, Babylon Doom Cult Records,facilmente una delle uscite più intriganti e distruttive-sinaptiche dell’anno; sottomettiamoci alla sua irresistibile attrazione attraverso il flusso completo del video qua sotto per continuate a leggere mentre parliamo con il maestro ASKNT.

Saluti, e sinceri ringraziamenti per aver dedicato del tempo a rispondere a queste domande, per permetterci di dare una breve occhiata nel mondo dei DSKNT. Non si sa molto su di te, quindi tutto questo è da apprezzare. Primo: cos’è esattamente DSKNT e da dove proviene?

– DSKNT è la suddivisione auditiva di DSKNT Industry un progetto che collega la percezione e l’ispirazione che ho per creare musica / rumore. La terminologia DSKNT è stata estratta poco dopo aver creato DSKNT Industry, che è l’entità utilizzata come mezzo per trasformare le idee in musica. In effetti, e per essere concisi, DSKNT è il progetto e DSKNT Industry è la sua fonte, l’incubatore e il suo rivestimento globale.

La tua creazione/debutto, PhSPHR Entropy, sta per essere pubblicata. Qual è l’intento per questo album e il significato / concetto di PhospHR Entropy come titolo?

– Lo scopo principale della pubblicazione, come idea, è quello di creare e realizzare un ermetico incrocio concettuale tra l’implicazione fattuale e l’apice più visibile di certi aspetti specifici della fisica con l’ineluttabile, completo annullamento del tutto. Questo fatto è solo nascosto sotto le espressioni in termini di formula matematica. Il compito iniziale dei testi sono stati designati in questo modo.

Generare un luogo auditivo insicuro, un muro di distorsioni dei sensi, una specie di rumore inaccettabile. La copertina di PhSPHR Entropy ha lo scopo di estendere il significato dell’intero concetto della pubblicazione. Qualcosa di molto sobrio e statico in parallelo alla musica. Musicalmente, ci sono due epoche di composizione mescolate insieme, ma non distinguibili. In termini di testi: «Nulla è importante». Niente è. È solo un problema umano apprendere le scale.

PhSPHR Entropy come titolo e marchio dell’album ha un doppio significato. Facendo riferimento chiaramente ai concetti fisici e intrinseci naturali, in primo luogo, l’entropia può essere usata come una sorta di misura del disordine o della casualità di un sistema isolato. Principalmente, non conosciamo abbastanza parametri per comprendere il sistema a livello globale. D’altra parte, l’uniformità dell’entropia era il principio. Questa misura indicherà anche la fine.

Perché PhSPHR? Bene, PhSPHR risplende nel buio in determinate condizioni. Gli ioni del PhSPHR sono altamente reattivi e hanno un alto livello di possibile ossidazione, portando a un potenziale molto elevato di entropia oltre ad essere essenziale per l’essere umano come per il DNA. I due termini insieme specificano la metastabilità interna e l’instabilità esterna del Tutto. PhSPHR Entropy parla in termini di disordine e caos, direttamente opposti all’equilibrio. È il caos, non il “caos”. Caos sottostante.

Da dove hai tratto ispirazione per il caos sonoro e i temi raffigurati nell’album?

– L’ispirazione dei DSKNT viene da molte parti. Ma è principalmente guidato dalla mia apprensione del vuoto o più semplice del tempo. Poiché il disordine è l’unico principio guida e il fondo del tutto, il caos sonoro, come lo chiami tu, deriva da questa sensibilità ad esso o probabilmente dagli interessi interni dei DSKNT nel disordine, una sorta di vortice di distruzione. D’altra parte, arriverà il vero caos. Lascia che arrivi con il tempo e le sue distorsioni, curve. Tutto questo è solo una questione cosmologica per l’estinzione globale e il vuoto prevalente.

I DSKNT sembrano mirare a sfidare tutte le normali convenzioni musicali e sonore. Ci sono tecniche o strumenti insoliti coinvolti nell’assemblaggio di PhSPHR Entropy?

– Non so esattamente cosa intendi per tecniche inusuali dato che ciascuna fase di registrazione potrebbe essere molto diversa dalle altre e molto variabile tra i gruppi. Posso dire che l’obiettivo specifico e intrinseco dei DSKNT è esercitarsi per ottenere un suono così strano. Il processo di registrazione per una cosiddetta one-man band è relativamente diverso da una band formata da più persone, come alcuni possono intendere.

Il Vantaggio per i DSKNT, è che il processo di creazione musicale non implica l’inconveniente di scendere a compromessi sulle idee o la musica, il che potrebbe portare alla diluizione dell’obiettivo da raggiungere. Ma il processo è probabilmente più iterativo e incrementale, ci vuole tempo. Ogni traccia di PhSPHR Entropy ha molte sotto-versioni ed è sempre un vero dilemma quando si deve impostare una versione finale.

D’altra parte, sto attualmente sviluppando altre tecniche per i prossimi brani e le pubblicazioni, al fine di ampliare questo stile abrasivo, vertiginoso, distruttivo e disassemblato più globalmente. Con tecniche intendo, creare i propri effetti disto / fuzz dell’hardware DSKNT e riverberi e altre cose che potrebbero portare a un suono più unico, o solo agli esperimenti dei DSKNT.

Come descritto in PhSPHR Entropy, Kr. Vy. Rites, direi che qualsiasi mezzo potrebbe essere usato in futuro per creare questo luogo soffocante insicuro nella musica. Così come elementi di rumore puro. Dal mio punto di vista retrospettivo, il riffing della chitarra è responsabile della maggior parte di questa entropia, disordine e / o suono ipnotico non convenzionale. Ma per me, è un primo passo, mi aspetto di più.

Ti allinei con qualsiasi movimento, stile o genere, o i DSKNT sono qualcosa che è destinato a restare isolato?

– Questa è una domanda problematica poiché, come hai notato, il mezzo usato per esprimere questa Entropia è ciò che è principalmente caratterizzato come Black Metal. I temi dei DSKNT e il modo d’essere non hanno nulla a che fare con i temi tradizionali del Black Metal, specialmente con la nuova ondata di testi e gruppi occulti e l’immaginario malvagio abbinato. Essere sotto questa influenza, è abbastanza ovvio (le persone ingenue non lo ritengono probabile, ad essere onesti), “Stare da solo” può essere solo un’idea di fondo, ma rimane una visione della mente.

La parte di composizione non era e non è allineata su uno stile specifico e non lo sarà mai. Posso prendere “Resurgence of Primordial Void Aperture” contro “Kr. Vy. Riti “e il suo prossimo” Kr. Vy. Portali “come esempi. Non c’è una soluzione o una formula specifica nella musica dei DSKNT.

Tutto è soggetto a cambiamenti o evoluzioni, così come il mezzo musicale dei DSKNT. Ma devo dire che c’è una certa quantità di progetti che stanno creando uno stile, un’atmosfera molto particolari, un marchio molto specifico nella loro musica.

Parlo di atti come PORTAL o l’approccio dei CHAOS ECHOES  e i lavori di suoni grezzi dei HAUS ARAFNA . DSKNT non può essere categorizzato direttamente come Black Metal né Death Metal, è entrambi e nessuno. E forse puoi trovare molto probabilmente un assemblaggio di elementi di stili particolari.

Ho sentito sussurrare che questa follia è il prodotto di un uomo, asknt. È vero? Quanti anime hanno preso parte alla sua creazione e quali ruoli hanno interpretato?

– Hai ragione. La strumentazione completa e i testi sono parte del lavoro di asknt. Inoltre, il vocalist dei ANTIVERSUM  (su Invictus Productions ) ha eseguito tutte le parti vocali / rumorose su PhSPHR Entropy. Le sue abilità sono molto preziose per trasmettere gli intenti dei DSKNT dal momento che intuisce completamente il concetto e partecipa alla sua sublimazione. Per i prossimi lavori, i DSKNT utilizzeranno sicuramente la stessa “configurazione”.

Non riesco a concludere questa domanda senza parlare della partecipazione molto importante di Antïgraphics per la copertina e l’impaginazione, che ha dato l’interazione visiva con l’ubiquità di fondo della variazione dell’Entropia che questo disco intende trasmettere.

L’album è stato prodotto e registrato presso il DSKNT Industry, di cui i DSKNT sono indicati come una suddivisione in forma di rumore. Cos’è la DSKNT Industry ed è DSKNT la sua unica creazione?

– DSKNT Industry è allo stesso tempo uno studio di registrazione, un laboratorio sperimentale e una sala prove. DSKNT Industry ha registrato e progettato alcuni altri atti come AB OCCULTO l’EP dei NECROSEMEN e l’album dei AION “Verses of Perdition”e alcuni altri progetti, esperimenti interni o esterni. Le strumentazioni dei DSKNT vengono e sono state registrate in questo posto tranne le parti vocali che sono state registrate presso l’OSA Crypt di Zurigo. Colgo l’occasione per ringraziarli ancora.

PhSPHR Entropy si sta istigando in collaborazione con la Clavis Secretorvm, Sentient Ruin Industries negli Stati Uniti e Babylon Doom Cult Records per l’Europa. Sei soddisfatto dell’assistenza ricevuta da queste fonti?

– L’assistenza durante l’intero processo è stata perfetta. Le diverse proposte erano totalmente nell’approccio dei DSKNT. Tutte le persone coinvolte nel background per la pubblicazione sono state molto collaborative e pro-attive. D’altra parte, sono rimasto sorpreso da questo supporto delle etichette, dato che non è stato cosi per i lavori più vecchi che ho provato a pubblicare qualche anno fa.

L’impronta dei DSKNT e la copertina dell’album sono stati creati da Antï Graphic Art.Come hanno collaborato? Erano improntati dalla interpretazione del tuo lavoro o erano sotto la vostra direzione? 

– Ancora una volta, devo dire che i DSKNT non ha nulla a che fare con considerazioni umane come concetti occulti o esoterici, né altre apprensioni o interessi centrali sull’uomo. Direi che “impronta” non è la terminologia appropriata e adeguata. Per quanto riguarda la copertina, Antïgraphics ha immediatamente compreso l’intero concetto. Gli ho dato alcune linee guida globali e il testo completo e finito ma, in effetti e fino alla fine, era completamente libero. Per quanto mi ricordo, le sue creazioni sono molto ispirate e portano a opere d’arte di alta qualità con una firma molto personale.

Ci sono piani per i DSKNT di diventare un’entità dal vivo in futuro, o è per sua natura qualcosa che dovrebbe essere ascoltato ma non visto?

– Come hai già notato, c’erano solo poche informazioni sul progetto, su chi fa le cose nel progetto ecc, è completamente antitetico trattare temi astratti, principalmente temi umani non in scala e diventare un atto dal vivo. Inoltre,l’aspetto live degraderebbe totalmente l’intenzione dietro questo progetto. Secondo le mie convinzioni, la musica dei DSKNT non è adatta per le esibizioni dal vivo.

Ci sono altre emanazioni future apparenti da parte dei DSKNT ?

– i DSKNT stanno ora lavorando su una nuova base che comporterà il materiale del prossimo album e un prossimo EP split in qualche momento durante il prossimo anno. Un nuovo tentativo di aggiungere atmosfere opache e opprimenti.

All’inizio del prossimo anno, Sentient Ruin pubblicherà PhSPHR Entropy su vinile.

Un sincero ringraziamento per aver inspirato un po ‘di luce nel vuoto che sono i DSKNT. Hai qualche messaggio finale?

– Grazie per le domande.
La luce precipita silenziosa, pochi secondi prima dell’Eternità.

DSKNT – 04XII17

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DSKNT : “ESPIRANDO LA POLVERE”

Dispiegati nella dimensione primordiale dell’oscurità e del Tempo, respira.
Coloro porteranno le nostre morti sul Portale dell’eternità e del nulla.
Polvere e Vuoto che ricordano l’Universo iniziale nella loro mente.
Strisciando nelle origini della materia e del Tempo, muoiono.

Inalando questa Polvere! Ho abbandonato il presente percorso.
Attraverso il Nulla, dopo gli ultimi Echi del Tutto
Per il Nulla, Respingi
Nel nulla, Respingendo la mia anima
Espirando! Polvere Divorante. Materializzo il tempo

Dovrei tracciare un percorso opposto nell’ultima astrazione della Luce.
Irragionevole. Irrequieto. Cenere.
Oltre, ascendente cosciente addietro
La miseria del Tutto. Estinguere il tempo.
Mi alzo. Invocano attraverso il tempo.

Cado al suolo di nuovo,
Mangiando ceneri e polvere.
Abortendo le mie ombre residue.
Strisciano in giro per anni, vomitando.

Espirando! Tempo sospeso, Polvere Espiata
Attraverso tutti, prima degli Echi del Tutto
Il Niente, la polvere stessa si disintegra
Dentro Nulla, Estinguendo la Polvere.
L’inalazione! In attesa della fredda Fiamma del Vuoto

Io semino la mia anima con loro.
Glorificando verso il fondo. Dissenso dell’essenza.
Queste sfumature impure, sono le mie visioni non sicure.
Nefasti fumi mi penetrano nelle vene, irrequieti.
Stendono le loro mille ferite.

Dispiegati nella dimensione primordiale dell’oscurità e del Tempo, respira.
Coloro porteranno le nostre morti sul Portale dell’eternità e del nulla.
Polvere e Vuoto che ricordano l’Universo iniziale nella loro mente.
Strisciando nelle origini della materia e del Tempo, muoiono.

L’inalazione! Distingue la mia carne marcia.
Scava e consumami in Polvere
Attraverso l’ultima astrazione di Luce.
Per tutto, Confusione del Tempo
Nel nulla, vedono.
Espirando! Ingoiando l’ultima fiamma