IL DISTRUTTORE DELL’UNIVERSO (EDIZIONI NICHILISTICHE “ÁVYSSOS”)

Ricevo e pubblico

http://avyssos.altervista.org/il-distruttore-delluniverso/

Niente esiste.
Anche se esiste qualcosa, non si può sapere nulla al riguardo.
Anche se si sapesse qualcosa su di esso, la conoscenza a riguardo non può essere comunicata agli altri.

Il Distruttore dell’Universo, è l’EgoArca che mangia e ingloba i punti di assioma entro dentro esso, questo “esso” che l’Individuo realmente non sa cos’è, se non una pura scarica di sensazione irreale, qualcosa che preme per spingere all’interno dell’entro/erro. Resiste l’Individuo a questo? O inglobando le parti dell’Universo, lo sospinge rovesciato? Respingere e attingere esistono? Appurando che qualcosa esiste all’esterno del tale e quale, esprimo un senso delle cose? Non c’è verità alcuna che si possa dire in quanto tale, la ragione e la coscienza non producono verità ma sono punti assiomatici attraverso il “sistema della conoscenza”; questo sistema del metodo umano inserito nelle società, è la Mia creazione/distruzione ma attraverso cosa e in quale modo? Esiste come latente input nel riflesso dello specchiarmi e mi preme perché venga compromesso il flusso- che non possa rifluire infinitamente. Non è un Io altrui- ma sono immensamente Io. È sempre un punto assiomatico dentro il Mio Ego specchiato. È impossibile appurazione ed è il possibile che “l’impossibile” siano medaglie dello stesso valore in fondo al baratro del Nichilismo EgoArca. Il respirare attraverso la conoscenza di questo “valore” si fa rarefatto nel momento in cui si ricerca la causa che l’ha prodotto,input latenti tornano a esistere nell’inesistenza della mia apparizione e o di qualcosa nel presumibile che sia cosi.

I dotti della ragione affermano che posso aver usato il “noi” se sono un Io? Ancora con questi schemi? Io, noi, essi, altri,l’altro, il resto, non servono a nulla, se non nel limite del linguaggio che esprimo, che qua affermo, ma non so se esiste nel momento in cui lo affermo. Sono scettico dunque? No, parlo attraverso il manifestare di infiniti specchi che specchiano Me stesso. Uno specchio ne rispecchia un altro, che si rispecchia in un altro ancora, e ancora e ancora, senza fine alcuna, nell’abisso del vuoto; vuoto abissale che ingurgita questi input latenti, e infine, nell’esprimermi ritornano niente: quello che esprimo è il niente del niente del niente…

Contraddizione? Non esiste, è solo un input, una sensazione, senza categoria, un riflesso entro il riflesso, che mangio e diventa niente, penso e diventa niente, respiro e niente, penso e niente, in un circolo continuo atemporale. L’attimo è attimo senza tempo che diviene niente, e infinitamente niente.

Sto parlando del niente concettualizzandolo? Il Niente è il nulla nientificato- un non-ente.

Se esiste una conoscenza di tal fatto, esiste anche quel fatto? Quindi esiste il mondo come lo conosciamo? Io Creo/Distruggo [Distruggo/Creo] e dispongo le pedine e voglio declamare- plasmare il mondo,l’irreale dispiegarsi del Caos. Non esiste nessun mondo, non esiste nulla, se non che decade tutto il presumere del pensare, che crolla nel niente del niente nientificato. Lo specchio che è specchio di infiniti specchi, è sempre e solo l’immagine che specchia Me stesso, che è l’inesistente nulla. Io sono Niente e sono Nulla, mangio me stesso mentre mangio l’universo che è nulla e niente:infinito specchiarsi di immensi riverberi.

L’essere, il soggetto, il predicato, il verbo, l’oggetto non affermo che “li conosco”; affermo che non so cosa siano, e se è il linguaggio è il mio specchiarmi, gli input indefiniti e contratti mi annientano in una spontanea semplificazione: Io sono il Niente che è lo Specchio del niente Mio nulla.

Declamo Essere l’Estremistico Distruttore dell’Universo, e affermo che l’EgoArca è sangue con la Misantropia, il Terrorismo, il Nichilismo, e il Solipsismo.

Concetti? No, specchi degli specchi dello specchio in un niente nientificato. Creo/Distruggo con la Misantropia, il Terrorismo, il Nichilismo, e il Solipsismo, specchiandomi in Me Stesso.

Lo specchio è la mia immagine che rispecchia l’universo, che distruggo mentre mi specchio ancora e ancora e ancora infinitamente nel niente nientificato.

Questo Estremo degli Estremi potrebbe essere anche definito dai benpensanti -schizofrenia agente verso l’infuori e verso l’entro, (dove fuori e dentro non esistono -secondo la supposizione che siano veri) e al di là degli studi degli “eminenti” filosofi, su questo, e sul pensiero della mente umana, tutta codesta idea, Io l’Anniento.

Questo frammento di Schizofrenia EgoArca è il perdersi di latenti input e il ritornare di essi nel nulla, una non condizione di affermazione, un distruzione delle ipotesi: è inutile ripetere che anche se uso questo input che si chiama “linguaggio”, che egoicamente pretendo sia “limite”, alla fine ritorno ad affermare che: se spiego una cosa, è perché la sto usando per il mio fine, perché passa sempre nell’inesistenza degli specchi creati a Me stesso. Mezzo e fine sono infinitamente allucinazione e sensazione schizofrenica: Io. Creo-Distruggo-Distruggo-Creo-Creo-Distruggo: illimitatamente.

Distruggo-Creo Me stesso, Creo-Distruggo Me stesso, Distruggo e Creo Me stesso-senza conoscere la verità di fondo. Affermo la verità di fondo, senza sapere la verità del perché è affermata.

Ma specchiandomi affermo Me stesso.

Creo distruzione in questo frammento per affermare il flusso e riflusso atemporale dentro l’infinità degli specchi a Me stesso.

Ritorniamo a questo limite a Me creato: il linguaggio: il “Rasoio di Occam”, per chi ne ha sentito parlare, è il metodo che sembra sia più usato Ora, questo metodo è entrato nell’anticamera, degli idealisti, dei moralisti, degli alternativi, degli anarchici moderni.

Bastava bussare e subito tutti questi umanisti, l’hanno fatto entrare con tante scuse: perché solo ora ti sei fatto sentire? Finalmente potremo anche noi dare una ragione e una condotta morale a tutti questi Estremisti Schizofrenici. Ora useremo anche noi il “Rasoio di Occam”.

È inutile cercare qualcosa che sia fatto di più spiegazioni, la più semplice è quella che ha più importanza. Oh quella che centra l’obiettivo del perché ci si fa una domanda o si cerca di arrivare a una risoluzione. Cioè quella che “esiste veramente”.

Questa semplice condizione e costrutto morale, dell’in-esistenza, preme entro dentro/erro– per essere qualcosa del niente del Mio specchiarmi; il Nichilismo EgoArca, è il tracimare ed espandersi di forza e vitalità, di potenza e forza, di costruzione e distruzione, per mangiare e ingoiare nel Niente tutto quello che è assioma nel Mio mondo, il mio flusso e riflusso senza fine ne tempo.

Il Nichilismo è EgoArca, Terrorista, Misantropo, Solipsista, perché queste sensazioni e flussi rifluenti si specchiano infinitamente volte nell’abisso che ingurgita il tutto che è niente diveniente niente.

Creazioni/Distruzioni che sono volontà accentratrice, perché sono Io l’accentratore EgoArca e lo specchio e prospettiva infinita che Creo e dove dispongo le pedine e le plasmo in quello che incontro come mondo vero nello specchiarmi. Io vedo infiniti specchi che riflettono sempre Me stesso.

Affrontiamo e Sperimentiamo questi frammenti del Mio Nichilismo:

Moralmente espresso il mondo è falso.

Ma in quanto la morale stessa è parte di questo mondo, essa è falsa.

Il Terrorismo Nichilista è il Mio Ego prolungato che diviene Arca, lo creo/distruggo, e agisco su questo mondo falsamente vero, che comprime il respiro che deve essere libero di ampliarsi e annientare quello che costringe, che stringe, che significa qualcosa di valido, che comporta limiti e distinguo nel mondo della realtà. È la realtà che diviene, che specchia qualcosa al di dentro di Me nel Me stesso, ed è non è in quanto cosa non è. La realtà è il mondo vero come punto di assioma entro dentro erro.

Processo di trasformazione e subiettività, di quello che da input latente diventa assioma nella Mia fortezza Egoistica, dove non esiste l’oggetto e il soggetto, ma dove questo punto di assioma, si riduce a una sensazione costringete, che vuole ridurre il mio respiro prolungato nell’in-esistenza e far ritornare l’immagine di un mondo vero, in un infinità di specchi, che io non so cosa possano pensare, è se sono la Mia immagine, sono anche la distorsione di queste impressioni, percezioni, fraintendimenti, dove il “cosa”, è sottoposto a una domanda infinita tra infiniti modi di vedere questa cosa, che non è cosa, non esiste nella determinazione della “cosalità”.

La “cosa” diviene specchio, percezione annullata del nucleo della risposta, si spezza e frammenta in un destabilizzare il passaggio tra l’entro e l’esterno, a Me rappresentato. Sono l’entro e l’esterno, l’infinito che si specchia, è l’erosione margine dopo margine del contorno di quello che viene definito “sistema della conoscenza”, con dentro delle cose, dei bordi cosali, delle supposizioni interne/esterne in Me.

La conquista dell’infinità degli specchi, che vedono un fatto, e l’assoggettano, non essendo soggetto vero e formato, sono la percezione e il flusso di una sensazione, senza senso, che è infinita impressione di latenti ritornare di questo sentire: senso è un non-senso, un non-ente, non esiste, se non nell’immagine derivata da altre immagini derivate che divengono derivate infinitamente e si estinguono nel nulla nientificato.

Interno/Esterno è il punto di unione che, irreale, diviene reale-dove non c’è un appiglio ove aggrapparsi realmente, reale è irreale che è esterno in un interno esteso all’interiorità di quello che interno, ritorna e si spoglia dell’involucro soggettivo e non-diviene oggetto speculativo. L’oggetto speculativo in-esiste se non nelle apparenze, che attorniano il prodursi di sensazioni cosi condotte attraverso un infondato nulla interno/esterno. L’esterno è l’intento ritornante che soggioga quello che è la sensazione nel flusso ottico del terreno che diviene a Me, in una distruzione, entro distruzione, che sradica il processo nel fissare un oggettività delle storia e del mondo, annullandosi dentro/entro l’infinità che Mi specchia.

Fondamentale annullarsi delle parti, parti assoggettate al particolare tra esse, induzione e deduzione di un tipo modello che si esprime in un senso – non senso, oggettivato, che viene eroso infinitamente nel nulla nientificante, oggetto non-oggetto, inesistente, spira nello specifico interesse egocentrico, annullato dall’inizio e dalla fine, senza fine iniziale e un iniziale che finisce dentro un contenitore ripieno di obiettività totale, falsa e vera, nel modello di appartenenza assoluta.

L’Interno/Esterno, non esiste, è un bagliore spettrale, allucinazioni e abbagli, colpisce l’infinità degli specchi, che si pongono come assiomi e come punti-pulviscolo latente che dissimula una verità data da un presupposto che sia reale- e si attaccano al bordo immaginato di Me stesso, speculando sulla rivalità tra una parte e l’altra, parti che sono mere illusioni, soggettività formale in un indicazione che l’immagine è vera e contiene le parti cosali, che Io immagino, e da cui mi specchio infrangendo il nucleo fondativo di una domanda data a un perché.

Il Perché? Non esiste:eventuale punto assiomatico nella Mia fortezza Egoistica, dove il “che” è aggrappato al finito “per”, che infinitamente: spezzandosi e riducendosi al nulla del niente, in una nientificazione in-esistente.

Il Terrorismo Nichilista, è il sangue del Mio sangue, ma non è un ideale, un ideologia, una religione, un verità fondante qualcosa di vero, un agire con uno scopo finalistico, è non riduce il tutto a precise parole di antagonismo verbale.

Il Terrorismo Nichilista è il sangue che fluisce irreale in un circolo infinito di costruzione e distruzione, nella Mia fortezza:attacca il bordo/sostanza che è margine in un entro/dentro, creato illusoriamente, e sprona il Mio Ego a specchiarmi, e rispecchiarmi, a determinare quello che l’istante distruttivo spronerà a spezzare e frammentare nella definizione circoscritta di input latenti.

Il Terrorismo Nichilista è l’attacco annientate alla verità, perché il Mio Ego vuole respirare a lungo e specchiarsi per Apparire in tutta la Propria Egoicità.

L’Attacco che Terrorizza Nichilisticamente, vuole mangiare altri ego, ridurli a niente, nel niente di un nulla, che è sospinto, in un vuoto egoisticamente a Me appartenente.

Io Voglio Distruggere e precipitarli-gli ego assoluti in un vuoto assoluto, gli ego morali in un vuoto morale.

L’Attacco distruttivo porta nutrimento falsificato di una realtà vera, al Mio Ego, ed è per questo che colpisco, quello che nell’infinità degli specchi, sono punti di assioma.

I punti di assioma dimorano nel Mio illusorio bordo, che è margine e limite, che arrivano e vengono posizionati, che sono per questo limite del respirare, ed è per questo, che il flusso continuo e infinito, viene ridotto, da questi punti assiomatici, non perché appartengono a qualcun altro, ma al mio dipendere illusoriamente da essi nell’in-esistenza.

Essi- non esistono, se non nel circolo infinito degli effetti illusori della Mia Fortezza, dove si stagliano non fermi e immobili, ma moventi attorno all’illimitatezza di un immane grandezza di spettri e ombre che vogliono cibarsi di quello che creo/distruggo, illudendomi in questo modo che Io possa averli creati. Li creo perché mi illudo che sono loro, ponendo un margine nel bordo dell’allucinazione.

Il Nichilismo colpisce Terroristicamente perché nella mia in-esistenza, avverto che il flusso ininterrotto di godimento, possa fermarsi, pur non sapendo perché questo avviene, definizione- punti di assioma:punti fermi, informi e formati da me stesso e dagli specchi in cui l’illusione si vede, guarda, percepisce, qualcosa che la frena, questo qualcosa è senza forma, senza bordo, ma crea un bordo apparente che sia cosi.

Io Attacco Terroristicamente come Nichilista, perché voglio distruggere questa apparenza, nella mia in-esistenza, e voglio distruggere i punti assiomatici, che pur essendo illusori, li creo in una schizofrenia folle.

Quindi se il nemico, lo creo Io, perché cercarne uno, fuori dalla mia in-esistenza?

Perché l’esistenza è l’entro/dentro la Mia in-esistenza, creo/distruggo infinitamente.

Il nemico è quello che creo, perché voglio dimorare e godere nella Mia fortezza, ed è per questo che non-creo un nemico, ma il nemico è a Me creato, non si basa su un “perché”, ma sul circolo continuo di input latenti, che tornano a voler dimorare in un ritorno continuo di falsità e verità, infinite come gli specchi -che vedono Me immensamente.

Falsità e verità in-esistono nel momento in cui creo/distruggo, perché sono riflessi degli specchi, che mi pongono davanti a un quesito senza nessuna risposta, sono riflessi di Me stesso, ed è per questo, che illudendomi, li creo, uccidendoli, li mangio, per inglobarli e falsificare -senza falsità- la storia che mi si presenta davanti:erro entro esso.

La morale è falsificare qualcosa che non esiste, ed è per questo che se colpisco con l’Attentato, qualcosa che è ritenuto vero, sto colpendo qualcosa che non esiste, sto colpendo la morale, che è l’immagine che mi si presenta entro, vedo questi segnali, impressi e sento che non esistono, che inglobo e voglio mangiare, e quindi colpisco Terroristicamente, ma non perché il Terrorismo è un metodo, ma perché è sangue e flusso infinito che mi specchia e mi fa godere. Il Terrorismo Nichilista non è la ricerca di un finalismo, ma è un agire-amorale, verso il punto assiomatico che nella mia illusione sento possa fermare questo godimento. Il godimento è lo specchiarmi infinitamente, non vedo l’oggetto come qualcosa che esiste, ma riducendolo a sensazione che diviene nulla, nel momento in cui esplode un ordigno e implode la verità- e la morale- tutto questo si nientifica. L’Amoralità è flusso nel sangue- follia entro schizzi di irrealtà.

L’Attacco Terrorista Nichilista, che colpisce con un ordigno davanti a una parrocchia – architettura della morale umana- fa esplodere magicamente i sentimenti del circostante, circostante che vive dentro la Mia Fortezza e che Io illusoriamente vedo come assioma, ed è per questo che intuisco qualcosa che ferma il flusso continuo di godimento nello specchiarmi; questo circostante- l’entro me- crea una falsificazione di un illusione che magicamente diviene Mia illusione, ed è per questo, che sento le Vette dell’EgoArca, che si stagliano nel Mondo a Me creato, arrivarmi addosso; lo sento, ma non vedo la cosa, lo percepisco, ma non lo concepisco, lo assoggetto ma non ne vedo un oggetto con dei soggetti attorno all’intorno. Non esiste un contorno che esiste al di fuori della Mia Fortezza.

L’Attacco Terroristico e Nichilista esprime la percezione come assioma, e l’ordigno è l’esplodere del Mio Ego dentro la Fortezza, ma è anche l’esplodere quello che la definizione-morale,falsifica: esiste un soggetto colpito moralmente/oggettivamente, ne subisce le conseguenze, diviene una persona che entra in un diritto umano- assoluto concatenante il ritorno effettivo del concreto immanente.

Io non ne vedo che un apparenza tra le apparenze falsamente vere degli specchi infiniti.

L’Attacco Terroristico colpisce, attacca gli specchi del Mio Ego, che illusoriamente è l’esterno che è il suo interno, ma li svalorizza, non definendoli, sentendoli come la stessa ragione, che ricade come punto assiomatico dentro la Mia fortezza, ed è per questo, che Devo Annientarlo, perché imprime, una falsificazione umana e morale della mia in-esistenza.

L’Illusione è apparenza allusiva che gli specchi in un circolo continuo creano e distruggono infinitamente.

La “ragione che dice no”, non esiste, come elemento morale, ma in-esiste come punto assiomatico dentro Me.

Colpendo Nichilisticamente e Terroristicamente con un pacco-bomba, in mezzo a una strada dal nome antico, distruggo l’idea falsa che la morale esista nella realtà che si considera vera. Voglio nientificare questa certa illusione che sia vera.

Il Terroristico pacco-bomba- non è deposto idealmente, è Caos che sta creando e distruggendo, che dentro di esso, sta crescendo e sta implodendo, sta sradicando millenni illusori di storia morale, sta falsificando quello che è falsamente vero, lo sta annientando, il terreno attorno al pacco-bomba, si nutre di questa falsificazione e illusione, della storia e delle verità, della morale, che crea un determinato caso, dove si pensa e oggettifica qualcosa, che è anche un modo per vivere, nell’illusione che sia tutto vero.

Il pacco-bomba che oltrepassa e affonda il limite dell’ordine umano, crea/distrugge, trascina la morale, e la falsa verità, sprofondando, verso il nulla nientificato, che entra dentro Me stesso, e si nutre delle condizioni della vitalità falsificata dell’uomo e della sua storia, dell’architettura di questo pensare e il decidere che sia per vero.

Il pacco-bomba che colpisce Terroristicamente e Nichilisticamente, colpisce il vero dentro il falso, il falso che è vero, che compone l’oggetto di una cosa, e gli da il suo marchio di falsificazione, e illude in un moto totalizzante, nel tempo determinato, di un luogo circoscritto.

Distruggere l’idea che un pacco-bomba sia messo per un motivo idealista? L’idealista che crea la sua illusione, la crea entro il termine morale, e definito, dove sospende il giudizio e oggettifica il tal atto, perché gli da -e lo riveste- un involucro di certezza, vero nel falso della storia raccontata e decisa dalla verità della morale.

L’idealista che colpisce è un moralista all’ennesima debolezza, cerca quello che è il sommo capo di un male, che nella realtà non esiste, e nella verità è un non-oggetto.

Questo attacco idealista, entro -dentro la Mia fortezza, vive tra i riflessi degli specchi, e cosi crea quell’input latente, che è il punto assiomatico che non mi fa respirare a lungo- godere infinitamente.

Colpire con il Terrorismo Nichilista, creando sgomento, perdita di certezza, ritorna a essere il non-essere, che si staglia dentro la Mia Fortezza, dove sensazioni e prevaricazione sono il centro che gravita e che si espande, attirando a se, nel Mio se, le forme provate dell’esistenza che in-esistono, e la distruzione del fuoco e l’esplosione di un ordigno esplosivo, abbattono l’attimo e l’istante della certezza che diviene incertezza e si espande, infinitamente volte, per poi estinguersi nel niente del niente nientficato.

Colpire Terroristicamente espande l’illusorio mondo reale che diviene dentro Me, e si spinge e respinge, compromettendo il desiderio dello specchiarmi, provando a forzare il senso date alle cose, che sono non-cose nella concretezza che qualcosa esista, e mentre affondo nella visione allucinante, ne vedo l’ombra deformata, che si aggira tra le ombre della Mia fortezza, che infinitamente volte nasce e muore, non rinasce, esiste e sussiste nell’in-esistenza.

Il Terrorismo Nichilista, non è forma provata o antagonismo verbale, non è azione conclusiva, ma è l’in-esistenza dell’EgoArca, che vuole scalare le vette senza fondo, e distruggere quello che preme per farmi esistere, per convogliare questo assioma, dentro il fondo abissale, e farlo eticamente rinascere; illusione è il credere che l’agire abbia un senso provato nella storia; voglio specchiarmi, voglio godere, infinitamente volte, sentendo nel sangue il fluire e defluire di quello che definisco “Terrorismo Nichilista”;Volontà della Mia Fortezza che si accresce:colpire con gli strumenti del limite che creo,distruggere-allucinazione di aver distrutto definitivamente, dove la distruzione è il pulviscolo infinitesimale che vuole corrodere quello che è il mio godimento;attacco la considerazione dell’umano-assioma.

L’Unico esclude ogni pluralità.

L’EgoArca è illimitatamente estensione della Mia potenza, distruzione dell’altrui vanità, per cibarmi nell’in-esistenza di quello che è flusso e riflusso, che entra/entro ed esterna il suo interno- profondo ed enorme abisso dell’oceano egoistico.

L’EgoArca è l’Estremo degli Estremi, vasta distruzione dell’assoluto nel nulla- intero integro assiomatico. Questo oceano sterminato, che non ha limite, indiscriminato e profondo, che consuma e logora, in un smisurato sterminare di ego.

È la guerra! Voglio la guerra Estremistica contro l’estremo dell’altrui vanità!

Ci sono due Estremi che vogliono distruggersi, il Mio e l’altrui. Non ci sono molteplicità, non ci sono definizioni, non sicurezze, ne Io con lui, ne lui con Me. La quantità degli enti che si definiscono, interpretano una raffigurazione modulare del mondo, lo rendono ottimale, didascalico, lo rendo per vero. Esiste questo mondo vero? No, in-esiste dentro l’entro/dentro nel Mondo a Me creato.

L’assorbire dei punti assiomatici dentro la Mia fortezza Egoica, si vogliono espandere, perché il limite che portano deturpano l’immagine dell’egocentrico errare della sperimentazione.

Questi non-enti sono il controllo del mondo che è interno/esterno nel circolo vizioso del ritornare dell’input latente:influiscono sul Mio Ego, lo vogliono delimitare, mentre ridiventa il moto ininterrotto che si sottrae al riflesso specchiato del desiderio di Guerra.

Chi sono-cos’è l’altrui vanità? Essenziale potenza del desiderio di mangiare e cibarmi dei punti assiomatici che si stagliano e vogliono collegare e intessere un alleanza perfetta tra e il Mio limite egoistico.

L’Abnorme desiderio e flusso di distruzione connette sensazioni nell’ottica degli specchi ritornati che esternano dentro Me; l’unificazione della comprensione di qualcosa che non esiste, che non ha appiglio, che dimora entro/erro e aspira e assorbe le comparazioni.

Il paragonare, il comprendere, l’unificare, il capire, il pareggiare, sono flussi incontenibili dentro i punti di assioma e vogliono mangiare e ridurre lo spazio oceanico del Mio Ego, riflettere gli specchi, e rendere mutevole il cibo di cui mi nutro.

Voglio la Guerra, perché voglio espandermi e eliminare, cibarmi di questi ego, che sono assioma e verità affermata attraverso la verità degli specchi e del nucleo profondo della realtà.

Immane flusso instabile e interminabile, nella piena Nichilistica che distrugge tutti gli argini che sono analoghi e si accomunano tra loro, identici, partecipando al fondersi dello spettro ritornante, che vuole eludere, sistemare, dirigere, in un assoluto della verità fondamentale. Tutto quello che è pari, irrita il Mio Ego, che si specchia e nota in un angolo remoto dell’in-esistenza, e vede l’opaco di questi spettri, angolari e mordaci, stimoli accumulanti e disgreganti, nella supposizione in uno sconfinato Mondo a Me dato, che si estende infinitamente in un oceano egocentrico e Unico.

L’unificare vuole rendere identici questi spettri che sono stimoli irreali in un realtà inesistente, che emergono, si espongono, pungolano, rendono vero quello che è assioma, sono punti incorporati in una relazione di unità.

L’Immenso Ego-Fortezza che si estende infinitamente in un estesa e incondizionata forza di annichilimento del flusso che mi blocca, che vuole rendermi intero e congruo alla realtà che è dentro il Mondo a Me creato. Creazione/Distruzione, ambiziosa follia Egocentristica, che si dispiega e non arretra al falso “sistema della conoscenza”; sistema-accomunare e inserire un riferimento vero nel mondo reale, assunzione dell’unificazione dove si aggiunge un pezzo di realtà dopo l’altra aggiunta,che è complementare al costrutto morale -innalzato al rispondere di una domanda che afferma il vero, che è vero solo se si pone il reale in uno schema di assunzione di verità.

Ambisco e anelo alla Guerra indiscriminata contro gli spettri dell’unità dei punti assiomatici!

La Mia Guerra schizofrenica/indiscriminata si estende e si muove ininterrotta nella Fortezza, dove infiniti abbagli di realtà presunta, mi attaccano e vogliono attaccare, vogliono la deposizione della potenza egocentrica che distrugge l’universo, questi punti di assiomatica verità, contengono l’embrione-la causa primaria, del fallace errare di spiriti del tutto e dell’unità dei valori umani.

La Guerra indiscriminata si accresce ogni attimo e nell’istante che si nutre del riflesso di questi spettri, che sono immagini onniscienti della Mia fortezza, e detengono una verità, che non riconosco ma che mi assilla: sei te, cosa vuoi da te, puoi essere te, se non sei te?

L’oceano immenso Egoistico vuole travolgere con la potenza indiscriminata tutto quello che è il tutto,è presente, è violenza annichilente, folle e allucinante paradosso dei paradossi irreali: attacca, distrugge, attenta ai punti assiomatici, che detengono il nucleo della verità dentro la Mia fortezza.

Attenta la verità, reale induzione a credere che sia vero, e assassina questi punti di assioma, che sono un indivisibile struttura con al centro l’uomo-unità.

L’esistenza e l’in-esistenza esiste dentro la Fortezza del Sublime Egocentrismo.

L’uomo e la società-Mie creazioni, contrasti che sono il limite e il punto assiomatico, come il linguaggio è il limite che ho creato nella fortezza dell’egoista sublime: Io.

Il nemico non è l’uomo ma la verità insita nel nucleo fondativo di quello che si definisce “uomo”.

Uomo come valore inesistente.

L’uomo e la società che attacco- è il paradosso dei paradossi irreali, che divengono dentro la Mia fortezza, punti e pulviscoli di attenzione ipotetica, sono la congruenza dell’armonia del mondo a Me creato; non controllo- niente-nulla; e gli specchi ritornano nel loro flusso interminabile, ipotesi nelle ipotesi che il presupposto sia per vero.

Avverto, rifluendo nel fluire nel mondo a Me creato, e sperimento l’assassino errare del potere egocentrico che vuole indiscriminatamente annientare: attacco l’uomo e i suoi segnali etico-giuridici, perché vogliono creare la copia dello specchiarmi, dove sono sempre Io- dentro Mille supposizioni di infinito errare. L’uomo e i segnali etico-giuridici che sono in Me, e che detengono il limite creato, sono la struttura fondamento dell’unità dei punti assiomatici.

I punti assiomatici sono il filtrare e scorrere della supposizione definita nel limite “uomo”: nell’attimo-attacco, distruggo infinitamente questa supposizione, ogni volta che torna e ridiventa il riflesso dello specchio e del punto assiomatico, ritorna a essere infinitamente un unità e il centro dell’essere-ente.

L’essere è una presunzione nel mondo a Me creato dove in-esistono non-enti.

Il non-ente è un ente e essere ritornante che si posiziona ipoteticamente dentro la fortezza a Me creata: il non-ente è un ente che è l’uomo e la società che sono limiti che creo, perché il mio attacco indiscriminato:che è indiscriminato perché non riconosce una realtà vera: attaccando li ricrea e li distrugge; il continuo fluire ininterrotto non ha una fine ne un inizio.

L’ente è un non-ente dove un elemento combacia caduco con un altro, è una copia che copia un altro ente, che è un non-ente, che ricopia un ente che diviene non-ente, e lo ricopia allo stesso modo e con lo stesso elemento, e dove il tutto è l’essere unità-struttura fondamento,figura retorica- presunto equilibrio che distrugge un infinito errare nella Mia fortezza dove si dispiega un immenso Caos erratico.

Il non-ente è l’ente sostanza che è l’unità dell’uomo-società in una formula che costituisce la figura e l’impalcatura del pulviscolo assiomatico in un alleanza di spettri, che divergono per poi convergere, e divengono non conversi. L’inesistenza e l’apparente incorporano l’ente che è un non-ente che risponde al flusso ininterrotto della fortezza a Me creata, e si staglia in un riflesso specchiale, che aggrega l’unità uomo-società, dove fonda e accoglie il valore del valore del dar per vero, riunendo più assiomi in un nucleo assiomatico, perché si presenta come la verità che raggruppa più dati e fatti dati per veri. Il vero della vera realtà si introietta nel riflettere degli specchi e tenta di ridurre lo schizofrenico errare del Mio egocentrismo.

La Guerra indiscriminata EgoArca attacca l’uomo-società, perché è l’assioma di realtà ipotizzata nel rifluire infinito della Fortezza a Me creata:crea/distrugge, sterminando il ritorno dell’effetto dell’ente nel non-ente,e mangia falsificando il falso, per divenire vero e fluire e defluire in un immenso oceano di Caos erratico.

Caos erratico che vuole inglobare il bello e il brutto, il vero e il falso, la forza e la debolezza, creando e distruggendo, in una forza sterminatrice dove i punti assiomatici contengono l’esistenza che si pensa possa essere provata, centro e periferia di qualcosa che non esiste, e anche se si afferma che è qualcosa, non esiste-niente, nulla, di nulla, niente.

La Guerra indiscriminata verso la realtà data per vera, e la realtà indotta dal reale, specchia il desiderio di potenziamento verso la distruzione della potenza che mi da la sua fragilità per estendere il Mio potere, che infinito vagabonda in un abissale e immenso EgoArca.

La Mia Guerra indiscriminata che attacca con l’esplosivo, non sta attaccando il vero di quello che si presuppone possa esserlo, ma si sta cibando del pulviscolo inesistente dentro la fortezza a Me creata. Il creare è distruzione per creare infinitamente distruzione.

Colpendo l’uomo e la società etico-giuridica colpisco la copia di questa sensazione, dove accordo e sentimento sono strutture consone all’imposto assioma di verità che si da per vero.

Un incendio Indiscriminato contro un oggetto, colpisce il valore e l’unità di quello che vuole definirsi dentro la fortezza a Me creata; l’oggetto è il non-ente che diviene falsamente ente, nella verità di un implicazione, dove la visione di una formazione struttura, in-esiste; il bruciare dell’unicità dell’oggetto in-oggettivo, si disintegra nel presupposto, e nella convergenza del limite che creo, dove l’oggetto che sta bruciando, fa esplodere e implodere la mia totalità e presupposizione del limite creato e distrutto.

Quello che incendio Indiscriminatamente è in-oggettivo, è un ritornare di sensazioni irreali che mi pongono come centro e periferia, dove il centro sono Io, e la periferia sono gli specchi che specchiano. Incendio indiscriminatamente il presupposto, che diviene oggetto in-oggettivo dentro la fortezza a Me creata. Sono sempre Io a creare/distruggere e irrealmente ad annientare creando il limite che devo incendiare per estendere infinitamente l’infinità del godimento ego-centristico.

Incendiare e distruggere Indiscriminatamente il reale- che è presupposizione e falsificazione del vero, che è unità e termine di indivisibilità; annichilire l’assioma che vuole copiare la Mia Unicità egocentrica; incendiare per espandere l’immensa distesa sterminata senza meta ne condizioni e limiti, in uno sterminio dei valori dati per veri; sensazioni e flusso rifluente, che vogliono spezzare lo smisurato potere di distruzione di quella che so essere definita tangibilità.

Aggirarsi nel Mondo del mondo a Me creato, fluire nel circolo delle ipotesi, dove l’uomo e la società sono il collegamento di una parte sull’altra parte, connessione e intrusione nelle infinità specchiali, dove l’unità converge e si accomuna al dato di fatto, alla cosa, al pensiero reale, e annette corrispondenze di assiomi, inesistenti, ma che vivono come relazioni di paragone; paragone e paradosso dei paradossi senza senso, incorporano il vero.

Nell’attimo distruttivo dell’EgoArca- mi aggiro nelle strade e le arterie di una metropoli, quando entro/erro nel regno a Me creato, in questo mondo di congetture allucinanti, divengo il tutto che crea/distrugge e che fluisce e torna a dominare; quando la superficie di quello che definisco suppostamente “metropoli”, mi aggira, entro nel limite, e riarma il pulviscolo dei punti assiomatici, che contengono il nucleo sconfinato del tutto nel niente nientificato, come interezza da armonia alla struttura che delimita il Mio mondo dal mangiare il mondo esteriormente interiore. Sono Io che creo l’esteriorità, la concrezione di questo esteso-esteriore/estrinseco.

Nell’attimo distruttivo e Annichilente aggiro l’allucinazione fintamente verbale e visiva della metropoli, ne vedo il regno del vero e del falso, ne sento e percepisco l’odore di elemento costitutivo del margine che ritorna a premermi, e questo pezzo di allucinazione, prova a sfondare la porta della Mia fortezza in-esistente.

Creazione e Distruzione fondono il multiforme abbaglio in una visione schizofrenica.

L’esistenza che Creo/Distruggo in un allucinazione della metropoli, crea quel fondersi di congettura e spettri che si diluiscono con il mio sguardo e la vista distorta: distorsione che erode questo margine e lo vuole mangiare, vuole inghiottire l’architettura di un mondo illusorio inerte in un mondo illusorio, inerte in un mondo illusorio nell’infinità degli specchi.

L’odio indiscriminato, la maledizione di essere un dio.

L’EgoArca è Misantropicamente indiscriminato: non riconosco il valore dato alla società e l’uomo- input etico/giuridici immanenti e illusori- illusione che trasforma e si radica come sensazione e circolo continuo di ipotesi.

L’Odio Misantropico è Antropofagia irreale-mangia e ingurgita gli spettri che si stagliano apparenti in un continuo fluire e rifluire degli specchi- che auto-distruggono ogni precetto di disillusione. Questo circoscritto input che definisco “uomo”, non esiste, se non impressione del senso che aggira la mia potenza distruttiva e Nichilistica, vuole mangiarne l’autorità di sradicamento dell’armonia e dell’architettura di quello che è entro me- il mondo reale. Il valore reale è mondo reale- entro me; il mondo è vero-entro me:reale e veridico- realtà e realizzazione di qualcosa che in-esiste;entro me.

L’Abisso del mondo a Me creato ingolla il reale in me- che implode e esplode in circolo continuo- diviene sterminato e si estende in un assoluto e profondo infinito di potere di distruzione che emerge e si amplifica- rende insensibile quello che il linguaggio falsifico dice essere per vero.

Il linguaggio è un artefatto dell’uomo, è una disillusione e simulazione dell’in-esistenza del mondo vero nel mondo falso, che si completa in un attimo irremovibile e assoluto, essendo niente e nulla, circoscrive quello che è immenso, e adora l’effetto implodente del suo significato simbolico.

L’erompere degli spettri che si vogliono specchiare nel mondo a Me creato- simboleggiano la finzione che percepisco come traduzione verbale di un oggetto in-oggettivo. Spettri –umanità, che recitano qualcosa che non è vero, ma è falso nella verità che è dissimulata. Mimetizzano il latente input che vogliono creare e inoltrarmi.

La Misantropia Attiva Estrema è la sensazione in-esistente di potenza distruttiva e vede nel linguaggio dell’uomo –il nemico apparente che apprendo ogni qual volta mi specchio. Specchiandomi-vedo l’esteriorità del configurare e rappresentare uno spettro maleodorante, che preme e spinge per insinuarsi nella fortezza ego-centristica.

Il nemico non è l’uomo ma la rappresentazione fatta di spettri che divengono circolo e flusso instabile e vogliono mangiare e cibarsi della potenza distruttiva della Misantropia che Attiva e Distruttiva, travolge come un fiume in piena gli argini delimitati e circoscritti che sono il valutabile e parziale comporre di armonia verbale.

L’armonia verbale è il presupposto del limite del mondo, che è limite della fortezza dove dimoro per avanzare e sterminare gli spettri immanenti che condizionano il fluire di godimento della Mia Potenza. Sono potenza della potenza che si accrescere e estingue il circoscritto entro/erro nella profonda e esclusiva-irreale fortezza. Sono Distruzione e costruzione che si distrugge e abbatte l’intenzione degli spettri che vogliono mangiare la sperimentazione Misantropica, che è nugolo di sensazioni e percezioni annichilenti.

Il linguaggio e la parte del discorso-che è parte e tutto- cerca e si insinua per fermare e comporre una costruzione meccanica della visione allucinata che permea e compenetra il Mio Ego, turbato dall’esprimere dei sensi e delle cose con il limite e la propensione a fermarmi. Il linguaggio e l’etica-giuridica: intrusione di spettri nel limite che ho creato, sono il nemico che attanaglia la scossa di adrenalinica sensazione di potere annichilente. Ingollo e distruggo, costruisco e anniento, venero il fuoco dell’odio della Misantropia Nichilistica.

La Misantropia Attiva e Estrema è la sensazione di odio nell’in-esistenza del mondo a Me creato.

L’odio è il Nichilistico avanzare per cibarmi di spettri e potenziare l’energia del potere distruttivo.

L’odio e l’amore non sono distinzione di valori reali, sono flussi in-esistenti fondati dentro il Mio ego.

Odio e amore sono Io.

Ingollo gli spettri-queste rappresentazioni figurate,perché il limite che creo, mi spinge a tracciare un percorso fondato su un immagine nitida e armoniosa di quello che in-esistente vedo.

Traccio senza definizione.

Vedo qualcosa che esiste nell’inesistenza, e vuole confondere e abbacinare: illusioni di allucinazione, inganno e promessa di felicità.

Felicità che è solo il presupposto della determinazione dell’esistenza in-esistente dell’uomo, che come spettro reale, vuole intingere il Me nella realtà vera.

Gli spettri erranti nel vagare del flusso annichilente, vogliono figurare e relazionare un aspetto delle cose con altre cose nello specchiare continuo e infinito. Il limite creato, che creo e distruggo, si insinua sotto le vesti del qualcosa che apparenza e benevolenza, parziale e limitato specchio di illusione.

Illusione è la rappresentazione che il limite che creo:il produrre suoni di armonia immergono il potere distruttivo egocentrico, in un limitato e angusto esprimere di valore, nella quantificazione e nel produrre di eco. Ogni suono verbale è mimica in-esistente, che produce un rumore di fondo, che percepisco, come valore reale. Il valore reale è il contorno e il bordo del ritornare dell’effetto controllabile della disarmonia. Armonia e disarmonia si assoggettano ed esprimono l’attrazione per il tutto, costituito e ricostruito dall’impressione degli spettri che detengono la verità. La verità concentra e aggrega la sua descrizione su una realtà che ritorna verità della veridicità del nulla nientificato.

Il linguaggio è un eco di illusione e apparenze allucinanti. Il linguaggio è un eco che inizia dove il circolo continuo di spettri avanza- e riemerge eco che rende allucinazione il produrre di suoni che chiamo “linguaggio”. Linguaggio e appartenenza in-esistono nella realtà irreale.

Esprimo illusione e allucinazione- nel mondo a Me creato.

Concentrazione e aggregazione insieme della descrizione che la realtà entro me esista veramente: gli specchi avvertono quello che vedo Io, ma Io vedo quello che lo spettro sta portando a verità, e lo stimolo di deduzione si fa per vero, in un in-esistenza falsificata. Io e lo spettro: Io.

In un immensità di illusioni e sperimentazione-Io Misantropo Attivo e Estremo, cerco il nemico antagonista che è cinismo dell’ego portato all’ennesima potenza. L’insensibilità, flusso ininterrotto di sensazione amorale, mi detiene e mi porta in giro per le metropoli, pregne di umani, che respirano l’aria della dissoluzione. Sono dissoluzione immanente, sono quantità di spettri che premono per distruggermi, sono gli specchi che vedono gli spettri, che vogliono armonizzare la disarmonia allucinante di una potenza distruttiva.

Il respirare tormentato, è afflitto da questi punti assiomatici, circoscritti nell’inesistenza: verità, realtà, sostanza, forma, luogo, oggetto, soggetto.

Percepisco e asserisco quello che in-esiste, ma sento e ho la sensazione infinita che questi spettri ritornino continuamente, privandomi di un lungo e Egoistico respiro per la Distruzione dell’universo.

La sperimentazione Misantropa diviene Attiva, quando il respiro allucinatorio, fortifica gli specchi della Mia illusione. La Mia illusione, percepisce il flusso inospitale di una figura nella dimora dell’implosione del mondo. La sperimentazione circola nel sangue della potenza distruttiva, ed Estrema, quando distrugge se stessa, e mangia infiniti punti assiomatici.

Il Misantropo- sensazione senza deduzione- che è in Me, cerca l’Estremo degli Estremi, è una ricerca di vanità utopica, che crea/distruggendo distorsione, disgregazione del margine interpretato come niente e nulla.

Niente e nulla, sono l’esplorare le dimore assonanti dell’uomo e della società, nella ricerca del nutrimento, per dissolvere lo spettro dell’armonia, che imprima segni di vanifica realtà vera.

Il Perentorio annientare è la ricerca del nutrimento per elevarmi nel mondo a Me creato, per distruggere che l’ipotesi sia per vera, il cibarmi delle sensazioni, diviene l’eradicare dell’armonia che non è più disarmonia, ma è un erratico specchiarmi infinitamente.

Nelle strade delle oscure e intangibili metropoli composta da umani/prospettiva e indotte da ipotetici segnali etico-giuridici, vago ricercando l’in-esistenza entro me nell’inesistenza frammentata.

L’umano e la società-prospettiva egocentrica: Odio perché amo Me e Mi odio perché amo quello che avverto. L’odio non è un sentimento umano, è flusso della vita/morte illusoria che scorre nelle vene del mondo a Me creato; distrugge la parzialità e la circoscrizione del limite che plasmo e che distruggo infinitamente in un movimento circolare: che non ha inizio ne fine: è pieno e pregno di distruzione, che errante si muove tra le strade della moltitudine nelle metropoli. Metropoli, che è lo sguardo prospettico e Nichilistico di un apparizione, senza angolatura e geometria alcuna, influssi oppressivi di un enorme labirinto di spettri, dove l’indeterminazione è verità profonda.

Questo labirinto di spettri-Mi porta ad attraversare questa moltitudine di sensazioni e presentimenti, calpesto i segnali etico-giuridici, in un moto inespressivo. L’insignificante intuizione odia, dove gli spettri vogliono rifuggire dalla Mia immensa potenza di distruzione.

Nella sperimentazione egoistica e irreale, calpesto i pezzi di materia vera e falsa, le metropoli sono il terreno di Guerra, dove la Misantropia e Attiva ed Estrema;istante e momento; ricerca del nemico, che non è un nemico nella verità che sia reale, ma è nemico in un flusso immane e falsificato dal reale.

Amore per Me stesso: per questo colpisco gli input e le sensazioni entro me- dove quello che vedo, è il riflesso dell’abisso che fluisce in un solco profondo e attorniato di spettri.

Amore e odio-odio amore, per distruggere il riflesso rifluente, che lega e depreca il godimento narcisistico del Distruttore dell’universo.

Colpendo Terroristicamente i segnali etico-giuridici, che sono riverberi,abomini dell’assoluto, acredine dell’unico egoistico. Colpendo indiscriminatamente per aprire un solco spregiativo nel fuoco della Fortezza Solipsistica.

Il Misantropico incidere Distruttivo-schizofrenia sublime.

Sono la mia stessa entità, il mio stesso enigma
Sono il creatore del mio stesso piano universale


Fanatico e convulso Distruttore dell’universo

Contorcimento accentratore spastico-rivolgersi al nulla del nulla nientificato

Inesistente dissipare di un irrefrenabile rigurgito di Potere egoistico:

Desiderio assurdo dove l’eco dei riverberi dell’ego mi annientano in discordanza.

Allucinazione ossessiva dell’esplodere di infiniti ego che riemergono come Io ego

Smodata compulsione ossessionata dal riverbero degli specchi che espandono la loro cacofonia mortale:

Metafora traslata di paradosso in paradosso nell’errore parallelo al convogliare di spettri.

Corrispondenza tra lo spasmo e convulsione di eradicazione del verbo uomo -fanatismo Estremistico che travolge e distrugge la struttura didascalica delle mie sensazioni:

Sensazioni dopo percezione contraddicente il movimento simmetrico e proporzionato alle Mie convulsioni latenti che occultano il potenziale di annichilimento.

Dissolvimento dissociativo- alterazione della figura retorica che lega e spinge per la disintegrazione

Niente e nulla uniscono e si scindono, isolando il dividente dello spettro che si unisce in un turbinio devastante di ipotesi:

Idea e possibilità-arcano peregrinare di risoluzioni illusorie- disfacimento del logico predisporsi di idea.

Possibile e proponibile si incontrano e si auto-cibano, sfamando l’armonia pacifica dell’esistenza in-esistenza

Erro entro erro me:entro erro me:entro erro divengo in-esistente…

La Mia fortezza Solipsistica perfeziona un limite che si esaurisce-assorbe e consuma l’errare che è l’entro della realtà creata e distrutta;articolare di sensazioni alterate dall’esplosione dell’universo.

Parallelo come parallelo, comparazione e addizione che implode e si isola in un moto perpetuo.

Individuo-Ego impetuoso vortice di distruzione, spirale che attinge dai presupposti della categoria:uomo…

Accentratore Ego che ingurgita la sistematica coerenza e la ragionevole verità.

Nell’immensa e purulente metropoli, aggirarsi di spettri in una convergenza di reale e irreale, dentro la mia realtà;Sono il sogno, che distrugge e scorpora include ed esclude, diverge e converge: riflesso deformato della tangibilità distorta.

Vado alla Guerra irreale contro la realtà e irresistibile sprono il vortice del potere che si amplia e si deterge nel sangue in disfacimento della società.

Disputa convulsa che muove il valore e le categorie, le stritola e le annienta, non vede il nulla e percepisce il niente, sfonda il muro della storia e delle cose, per divenire Io.

Sono il Maestro del Caos distruttivo, sono Io e sono il tutto, dissocio la completa analogia del presupposto reale. Tensione bellica, che è conflitto e altera l’equilibrio costante che:segue costante che:ripete infinitamente l’annichilimento della sensibilità.

Ripetizione replica della realtà: Il mondo a Me creato, sente, percepisce, avverte utopicamente, il lemma della storia dell’uomo e dei segnali etico-giuridici.

La vita terrena, sensazione non deduzione, è il fallimento dell’aporia del rilevarsi il parafrasare e reiterare l’assioma entro Me entro/erro.

Gli specchi rilucenti sono ripetizione e reiterazione di un sogno che espone e attraversa-racconta in un circolo perpetuo il celebrare ipotetico, che sbatte e si incurva nell’aneddoto della storia dell’uomo.

Non celebro la caduta dell’uomo, evoco la distruzione delle ipotesi che esista l’uomo…

La storia dell’uomo, il racconto utopico e irreale della società etico-giuridica, morbosamente attrae e deturpa un contesto di apparizioni, logora per consumare, sfibra per distruggere, languisce in un desiderio di distruzione e deviazione, è la conflagrazione e l’esplosione del conflitto.

Sogno utopico che attrae il fanatico interporsi di sensazioni irreali, che si estinguono entro/erro Me, trascinano il vortice di deduzioni e abbacinano-illudono che qualcosa sia veramente vero.

Invoco l’allucinazione senza corpo esperente, anomalo e fallacia sono la stessa circostanza, circuito e desolazione del confine, paragone curvo che divaga in un esasperante apparizione di spettri. Esigo questo apparire, senza chiedermi un perché, inoculo il sostrato della creazione di qualcosa che non è essere o ente.

Scinde si disperde-annichilisce isola e divide- lega e unifica:corrompe argina e si discosta-diverge profondo e sovrano del tutto. Supremo principio del non-ente, fittizio con il concreto e l’autentico pulsare di verità. Concrezione di un corpo immaginifico, esistente dove l’in-esistere sussiste, profluvio di input latenti, che emergono e si trascinano in un vortice di implosione e intenso moto perpetuo.

Respinge e dissemina punti assiomatici, conduce il discostarsi di allocuzioni. Rimanda e ritorna, acuisce e disperde, differisce e procrastina l’effetto attraente e eccitante del profluvio di ombre.

Fluttua in un oceano imponente di compensazioni:mastodontico acuirsi di vanità, irreale superbia, che scorpora il concreto dall’incorporeo, utopico e crudo particolare di induzioni falsificate dalla prigione di specchi; abbaglio, conduzione illusoria, dissociazione,diluizione senza ricordo alcuno.

Invasato e alterato Distruttore dell’universo:

Indemoniato spirito di schizofrenia Nichilistica.

Frenesia non vedente-cupo disperdersi della Battaglia egocentrica

Deformazione vorticosa del bruciare annichilente nel convertirsi al niente e nulla nientificato

Guerra, conflitto alla composizione e all’ancorare di verità del fenomeno concreto:

Labile visibile apparenza- irrealismo Terrorizzante impeto e deflagrazione di ombre.

Guerra e conflitto annichilente, Sovrano terrorizzare il valore-uomo…

Crudele e brutale distorsione di specchi, visionario e allucinato Egotista

Il Distruttore dell’universo è un violento sisma e sconvolgimento che schianta e allarga l’unità costitutiva dell’ipotetico ordine etico-giuridico. Accresce e si espande, si amplia in un margine immaginario, che estirpa e fa declinare il ritorno dello spettro nello specchio rifulgente.

Mutamento della dottrina presupposta del valore verità, esilio e trasmigrazione del riferimento valutativo in un anelare di successioni temporali, trascinando e travolgendo gli argini che contengono l’autentico valore veridico.

Distruzione Nichilistica che dilata e allarga la circostanza, il nulla entra ed erra nel niente, che è spirale e si diffonde espandendo l’irreale dentro il reale, che non è realtà, ne fatto vero; specchi infiniti furiosi e impenitenti vanno alla ricerca in-esistente della realtà vera, per cibarsi della categoria uomo, e per ingurgitare pezzi e frammenti di supposizione, deturpando l’armonia determinante una successione che succede a un altra successione, comparazione e similitudine, premono, e spingono; spettri vogliono accadere al fatto, creare un armonia, creare locuzioni di concretezza, diventare cosa e fenomeno.

Distruzione Solipsistica che ingloba, l’artefatto del fondamento-l’accadere, questa utopica illusione di appartenenza.

Accadere-presupposizione di vera verità…

Succedere-congettura di certezza fondata.

Avverarsi-utopica rappresentazione di un fondamento effettivo…

Prodursi-successione che consegue a un altra successione in-esistente:

Concepire-elaborazione speciosa e appariscente in un vago desiderio di autenticità.

Inizio e fine- irreale compimento della realtà nel circoscrivere un vincolo…

L’Attacco Terroristico Nichilista nell’in-esistenza del mondo a Me creato, emerge e trascina il nucleo fondamentale, della successione, distrugge le pareti di compensazione, che lo creano, illusioni nel Mio mondo egoistico: gli specchi riflettono distruggendo una parte entro la parte, l’unità di costituzione della successione a un fatto: l’uomo…

IO NECHAYEVSHCHINA!

IL NICHILISMO COME DESUMANIZZAZIONE

La “morte di Dio” svolge sia una funzione archeologica che una funzione genealogica per smascherare le utilità che sono alla base della genealogia dei criteri morali: le virtù cristiane emanano dalla “voce del gregge in noi”, dall’essere incapace di creare valori superiori, che si auto-deprezza nei fallimenti e si sottomette a istinti gregari e innaturali; inoltre, smaschera l’enunciazione di una nuova antropologia: l”oltreuomo”, colui che assume le conseguenze ultime di rinunciare a Dio, quell’uomo che vive per la terra, che dà un sì eterno e gioioso a questa vita così com’è; creatore di valori, capace di non rimanere nel nulla che ha scatenato l’assenza di Dio, ma si pone come un articolatore della trasvalutazione dei valori e del superamento del nichilismo cristiano che aveva platonicamente posto il centro di gravità della vita umana nel “al di là”:

Quello che narro è la storia dei prossimi secoli. Descrivo ciò che sta arrivando, ciò che non può venire altrimenti: l’avvento del nichilismo. Questa storia già può essere raccontata: la necessità stessa è qui in movimento. Questo futuro parla già attraverso un centinaio di segni, questa destinazione è annunciata ovunque; per questa musica del futuro sono accresciuti tutti gli orecchi. Già da molto tempo, con una tensione torturante che cresce da un decennio all’altro, tutta la nostra cultura europea si muove, verso una catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa: come una corrente che vuole raggiungere la fine, che non pensa più, che ha paura di riconsiderare.

La storia e la sua narrazione, i poli della “morte di Dio” e dell”oltreuomo”, sono gli assi di una rappresentazione erratica catturata dalla storia, di un “nichilismo” che viene presentato, a sua volta, in tre coordinate che devono fare intendere, in via provvisoria, l’orientamento all’interno di un processo di contorni diffusi, le coordinate sia del limite che della sfida e del sintomo: coordinate che evidenziano il collasso storico del potere dei concetti e dei valori che la tradizione aveva come normativi e esplicativi per l’esistenza umana; allo stesso modo, suppone il discredito di proporre uno scopo, di incorporare un ordine e, quindi, di dare un senso – che nel cristianesimo, nella morale, nella filosofia sono stati stabiliti con il carattere di leggi o verità assolute – e infine, perde la sua validità come forza normativa e imperativa:

Il nichilismo appare ora non perché il dispiacere con l’esistenza è maggiore di prima, ma perché è diventato generalmente diffidente nei confronti di un “senso” nel male e persino nell’esistenza.

Un’interpretazione sola ha ceduto; ma, poiché è stata interpretazione, sembra che non ci fosse alcun senso nell’esistenza, come se tutto fosse stato invano.

Il Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al “perché?” Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano.

Il nichilismo è ambiguo.

A) Il nichilismo come segno dell’aumento del potere dello spirito: come nichilismo attivo.

Il nichilismo può essere un segno di forza: la forza dello spirito può essere accresciuta in modo tale che i suoi scopi preesistenti (“convinzioni”, articoli di fede) siano inappropriati (…) La sua massima forza relativa la raggiunge come forza di distruzione: come nichilismo attivo. Il suo opposto sarebbe il nichilismo stanco che non attacca più: la sua forma più famosa, il Buddhismo: come nichilismo passivo.

B) Il nichilismo come declino e regressione del potere dello spirito: il nichilismo passivo come segno di debolezza: la forza dello spirito può essere affaticata, sfinita, così che gli obiettivi e i valori fino a questo punto, non sono adeguati e non trovano più alcun credito – (…) che tutto ciò che conforta, guarisce, calma, anestetizza, appare in primo piano sotto vari travestimenti religiosi, morali, politici, estetici, ecc.

Il nichilismo è la rilevazione che guarda verso il basso, verso il crollo di tutte le credenze che corrono il rischio di cadere con esso. Per Nietzsche, “la storia deve, da sola, risolvere il problema della storia, la conoscenza deve restituire il proprio pungiglione contro se stessa”, e come tale è la manifestazione dei processi umani, delle presenze regolari che ne parlano, a volte costante, altre volte inosservate e come tale, il nichilismo ci viene mostrato come un effetto, come conseguenza della causa del cristianesimo e della sua pratica nella società, il risultato necessario di una forma di valutazione imposta e di una disposizione teorico-pratica come dimora interpretativa o ermeneutica del nichilismo-metafisica – elevata a una singola interpretazione del valore dell’esistenza umana, che, eseguita dal dualismo platonico, scredita l’evoluzione e il divenire eracliteo e eleva dogmaticamente una struttura metafisica dannosa per lo sviluppo integrale e creativo della vita, per “considerare il mondo orribile e cattivo ha reso il mondo orribile e cattivo”.

In effetti, la teoria platonica della realtà si divide tra il mondo apparente e trascendente dell’essere e del valore, che considera quest’ultimo come il “mondo reale”, reso popolare dal cristianesimo, che produce una profonda dicotomia nell’essere, ora fratturata come “Metafisica del carnefice” – che corrispondeva alla mancanza di coraggio di alcuni uomini che, incapaci di affrontare la vita nel suo senso tragico, immaginavano un mondo e una vita migliore al di là di esso: il “mondo vero” non è altro che una favola generata da una “volontà di potenza” determinata dalla manipolazione dei concetti nell’assolutizzazione teorica:

(…) La metafisica e la morale platonico-cristiana sono state il sottosuolo per un certo modo di sopravvivere. Ad esempio, la morale cristiana, conferendo all’uomo il valore assoluto come figlio di Dio, contrastava l’insignificanza dell’uomo e la sua natura contingente nel debole annientatore del divenire e dello scomparire. Dà anche al mondo un carattere di perfezione come creazione divina nonostante il male. E rende credibile la possibilità di una conoscenza delle verità assolute.

La metafisica e la morale cristiana hanno trovato una cultura, che per Nietzsche deriva in una cultura malata come il prodotto di un uomo malato e, come tale, ora si manifesta con tutte le crudezze nel suo momento terminale. Questa struttura metafisica della realtà o teoria astratta della realtà materiale, era il risultato di una lunga storia di valutazione negativa della Vita – che è essenzialmente appropriazione, attenzione, conquista, esplorazione, imposizione di forme proprie, “volontà di potenza” – è ciò mostra la sua incoerenza e carattere decadente quando alla fine del processo di sviluppo delle sue dinamiche interne finisce nella “morte di Dio”, nel “nulla”, nel “nichilismo”. L’ermeneutica metafisico-cristiana fa impallidire le forze vitali come una negazione del valore articolate in una morale di abnegazione mettendo in crisi i binomi “materialità sensibile” e “immaterialità soprasensibile”, tra “mutevole materialità” e “invariabile ed eterna immaterialità” :

I valori superiori, al cui servizio l’uomo doveva vivere, specialmente quando erano disposti in maniera dura e gravosa, questi valori sociali erano stabiliti per rafforzarlo, come se fossero i comandamenti di Dio, come “realtà”, come “vero” il mondo, come speranza e mondo futuro; questi valori sono stati costruiti sugli uomini, ora che l’origine miserabile di essi diventa chiara, ci sembra che l’universo sia svalutato, ‘perde il suo significato’; ma questo è solo uno stato di transizione.

Non è difficile supporre, quindi, che la “forma in cui i valori dell’esistenza sono stati interpretati fino ad ora” dovrebbero assumere la figura del nichilismo:

Cosa significa nichilismo? Che i valori supremi hanno perso la loro credibilità. Manca il fine; la risposta al perché manca.

Riguarda la mancanza di meta, dell’orizzonte, del flusso necessario di questo mondo come un tentativo di interpretazione e comprensione. Il nichilismo è un “movimento storico [che] muove la storia come un processo fondamentale, a mala pena conosciuto, del destino dei popoli occidentali (…) non è una manifestazione storica tra gli altri, non è solo una corrente spirituale che insieme ad altri, insieme al cristianesimo, all’umanesimo e all’illuminazione, appaiono anche nella storia occidentale ».

Il nichilismo non si riferisce al nostro presente o al nostro futuro, ma piuttosto al nostro passato, sempre presente, a quel quadro di valori e significati ereditato dalla tradizione greca platonica e giudeo-cristiana come configuratore del metodo di modernità occidentale.

Sorge l’immagine di un cristianesimo che porta “l’errore” nel far entrare nel mondo la malattia della “decadenza” attraverso la compassione e il risentimento, ma anche, diventando una sorta di crogiolo di tutte le malattie, trascinato dal mondo antico; avendo ridotto gli individui a gregge che trovano la loro affermazione (spirito di vendetta, risentimento, cattiva coscienza, ideale ascetico) nella negazione vitale, ancor più, li rendono partecipi della concatenazione storica degli eventi della creazione, della dissoluzione e della ricreazione del significato e dei valori contrari alla natura umana.

Nel crepuscolo degli idoli, ovvero come si filosofa col martello, Nietzsche presenta la storia dell’irregolare nichilismo platonico e della salutare elaborazione in sei fasi:

1. Il mondo vero, accessibile ai saggi, ai pii, ai virtuosi, vive in quel mondo, è quel mondo. (La più antica forma dell’Idea, relativamente intelligente, semplice, convincente, trascrizione della tesi “Io, Platone, sono la verità”).

2. Il mondo vero, irraggiungibile per ora, ma promesso ai saggi, ai pii, ai virtuosi (“il peccatore che fa penitenza”). (Progresso dell’idea: diventa più sottile, più capzioso, più inafferrabile, diventa una donna, diventa cristiano …).

3. Il mondo reale, irraggiungibile, indimostrabile, impronunciabile, ma, in quanto pensato, una consolazione, un obbligo, un imperativo. (Sullo sfondo, il vecchio sole, ma visto attraverso la nebbia e lo scetticismo, l’Idea, sublimato, pallido, nordico, königsberguense).

4. Il mondo reale – non accessibile? In ogni caso, non raggiunto. E non appena raggiunto, anche sconosciuto. Quindi, né consolatore, né redentore, obbligato: cosa potrebbe obbligarci a qualcosa di sconosciuto? … (Mattina grigia, il primo sbadiglio della ragione. Canto del gallo del positivismo).

5. Il “mondo vero” – un’idea che non è più utile, che non obbliga nemmeno – un’idea che è diventata inutile, superflua, quindi un’idea confutata: eliminiamola! (Giorno limpido, colazione, ritorno di bon sens [buon senso] e giovialità, imbarazzata vampata di calore di Platone, rumore diabolico di tutti gli spiriti liberi).

6. Abbiamo eliminato il mondo reale: quale mondo è rimasto? Forse l’apparente? No! Eliminando il mondo reale abbiamo eliminato anche l’apparente! (Mezzogiorno, istante dell’ombra più corta, fine dell’errore più lungo, apice dell’umanità, INCIPIT ZARATHUSTRA).

IL MONDO E LA SUA INTERPRETAZIONE II

All’interno di queste relazioni, il testo, in virtù della sua ambiguità, quasi non esiste: quindi, tende a perdersi nel criterio della verità dell’interpretazione. Da altri punti di vista, la domanda nietzscheana mira a liberare il testo autentico dall’interpretazione non reale, qualcosa che avviene quando Nietzsche vuole che l’uomo sia decifrato nella natura:

“Le numerose interpretazioni e significati accessori, per quanto frettolosi e fantastici, devono essere padroneggiati, con quello che è stato rivestito e dipinto come l’eterno messaggio fondamentale dell’homo natura”.

Quelli in disaccordo mostrano ciò che Nietzsche vuole cercare nel senso proprio. Un’interpretazione univoca potrebbe distorcere quella ricerca. L’esistenza data è un’esistenza che interpreta e viene interpretata: è pensata all’interno di un cerchio che sembra essere soppresso e ri-generato. L’esistenza è data non appena l’obiettività è soggettività: è sussistenza e, come tale, è costantemente superata; è indiscutibile e, incessantemente, interrogativo e problematica; è essere e non essere, essenza e apparenza. Il pensiero di Nietzsche non dovrebbe essere semplificato: il pensare non è il sé che si pone e crea il mondo; Né è il mondo, che è solo una rappresentazione di me.

Vale a dire: non è il mondo conosciuto, che ha una conoscenza di se stesso, come è successo con l’idealismo. Né il mondo è qualcosa di suscettibile di essere indagato, come pensa la spiegazione della critica della ragione. Di fronte a tutte le concezioni determinate di questa e di un’altra natura – che appaiono, nella loro totalità, nei modi di espressione di Nietzsche – il fondamento del loro pensiero è, piuttosto, nella pretesa di arrivare, attraverso tutto questi piani, al punto in cui io, insostituibilmente, devo leggere – interpretare – l’essere, perché io sono quello che sono.

In tutte le dichiarazioni, apparentemente solo generali, Nietzsche indica la storicità dell’Esistenza. L’incommensurabilità delle interpretazioni storicamente compiute costituisce il fondamento del proprio essere, che, come origine di se stesso, penetra tutte le interpretazioni, includendole attraverso uno sguardo e indirizzandole al messaggio stesso. Ora la verità non è più sperimentata come un metodo di interpretazione che posso provare anche come gioco, ma come la verità dell’Esistere stesso, che, nella pienezza della coscienza storica, legge il mondo come un numero.

Per essa, la verità assoluta, in cui la conoscenza generale delle interpretazioni – così come ogni interpretazione determinata che può essere conosciuta dall’esterno – viene superata, diventa il presente dell’essere stesso. In tal modo, la verità è la “mia” verità e, allo stesso tempo, non è solo mia. In effetti, è diventato, in primo luogo, storica, nella misura in cui è quello dove si incontra l’essere; in secondo luogo, è l’essere stesso, chiamato dalla volontà di potenza di Nietzsche, nella forma secondo cui, esistendo, diventa il sé.

Se, quindi, nella teoria dell’interpretazione, ogni esistenza data è interpretativa e interpretata; se il messaggio da leggere è fuori di me e in me; anche se io stesso sono il messaggio che posso leggere, con tutto questo Nietzsche indica un limite possibile. Non puoi avanzare indefinitamente.

Finché mi trasformo costantemente nell’atto dell’interpretazione, da qualche parte mi imbatterò in un fondamento. Ci sarà qualcosa di fermo lì, che non è svanito in alcuna interpretazione, ma non ne è neanche influenzato. “In fondo a noi, molto ‘in basso’, c’è, ovviamente, qualcosa che non può essere nascosto: una roccia granitica di fatalità spirituale. .. Accanto a ogni problema cardinale, parla un ineluttabile “Io sono questo”…

Occasionalmente, vengono trovate alcune soluzioni problematiche … forse sono chiamate “convinzioni”. Più tardi, si vede solo in loro … indicatori del problema che siamo noi stessi. Detto con maggiore precisione: sono indicatori del grande imbarazzo che è in noi, del nostro fatum spirituale, di ciò che non può essere nascosto: tutto ciò che è “molto in basso” “.

Il fenomeno dell’interpretazione. Il modo in cui appare l’interpretazione – come una costante trasmutazione di valori e divenire incessante – diventa un’auto-acquisizione, intesa come interpretazione.

Attraverso di essa, e all’interno della gamma di interpretazioni possibili, a ciascuno di essi viene assegnata la gerarchia e il valore corrispondente. Tutto questo è stato chiaramente determinato da Nietzsche, sia in linea di principio che in termini di realizzazione.

1. Ciò che Nietzsche chiama “interpretazione dell’esistenza”, coincide, per lui, con l’interpretazione del valore. Il valore del mondo sta nella nostra interpretazione. L’interpretazione non è indifferente, ma piuttosto è la chiarificazione del valore, soddisfatta da una stima. Pertanto, i due titoli del lavoro principale pianificato sulla volontà di potenza:

La trasmutazione della valutazione di tutti i valori e il Saggio di una nuova interpretazione del mondo, significano, fondamentalmente, la stessa cosa. Anche all’interno delle più astratte ramificazioni di categorie, l’interpretazione costituisce l’espressione di una volontà e la soddisfazione di un bisogno che apprezza tutto l’essere come valore per se stessi.

2. L’interpretazione non è mai definitiva, ma un di-venire. “L’essenza dell’essere organico è in una nuova interpretazione dell’evento: nella molteplicità interna e prospettica che è, essa stessa, che accade”. “Il mondo che ci riguarda è falso; vale a dire, non è uno stato efficace, ma un’invenzione … è in un flusso … come una falsità che si muove continuamente e che non si avvicina mai alla verità.

In effetti: non c’è “alcuna” Verità. Ma ciò che viene interpretato diventa, in cosiffatto tanto interpretato, l’oggetto di un’interpretazione è sempre progressiva. In tal modo, “ogni elevazione dell’uomo implica il superamento delle interpretazioni più ristrette”. Emergono nuove prospettive, il che significa credere in nuovi orizzonti.

3. Il movimento infinito degli atti di interpretazione sembra raggiungere un tipo di realizzazione nell’auto-appropriazione di tali atti, cioè nell’interpretazione delle interpretazioni. Il passo voluto da Nietzsche è concepire interpretazioni come tali; vale a dire, per rispettare, l’interpretazione, all’esistenza data.

Per raggiungere questo punto, era necessario, in modo assoluto, credere in certe interpretazioni. Interi millenni hanno costretto “a mordere con i denti un’interpretazione religiosa dell’esistenza”. Erano guidati “dalla paura di quell’istinto che sente che si potrebbe partecipare troppo presto alla verità; cioè, prima che l’uomo fosse abbastanza forte. “

Ma Nietzsche osa liberarsi. A proposito, “non possiamo vedere dietro il nostro angolo: voler sapere cosa potrebbe essere per altre classi di intelletti e prospettive, è una curiosità senza speranza”. Ma oggi siamo lontani, almeno, dalla risibile immodestia del decretare, dal nostro angolo, che solo da questo si possono avere prospettive.

Piuttosto, il mondo “è diventato infinito, nel senso che non possiamo rifiutare la possibilità che includa interpretazioni infinite. Ancora una volta il grande brivido ci attraversa. .. ” Solo l’alta gerarchia dell’uomo può resistere “all’interpretabilità infinita del mondo”. Da lui possiamo dire: “Molteplicità di interpretazioni, segno di forza. Non togliere al mondo il personaggio inquietante ed enigmatico che ha! “.

4. Le interpretazioni non sono arbitrarie o dello stesso valore. In primo luogo, rispetto all’invenzione meramente concettuale, c’è il più alto grado: l’interpretazione fatta attraverso l’azione. Inoltre, la modalità, il significato e il contenuto delle interpretazioni non sono soggetti alla critica della vecchia teoria della conoscenza – che supponeva il criterio immaginario di una singola verità valida, riferita all’essere esistente – ma alla critica fatta attraverso nel capire di vivere da solo “Ogni interpretazione è un sintomo di crescita o morte.”

Pertanto, Nietzsche esamina le interpretazioni che erano accessibili a lui, stimandole. “Le interpretazioni finora svolte avevano tutte un certo significato per la vita: la conservavano, la rendevano tollerabile o strana; lo affermarono: separarono la parte malata e la fecero morire “. D’altra parte, ci sono interpretazioni dominanti che Nietzsche combatte per considerarle ostili alla vita, come la maggior parte delle interpretazioni filosofiche e cristiane. Lui, da parte sua, voleva fornire un’interpretazione migliore.

“La mia nuova interpretazione darà ai filosofi del futuro – chi sarà il signore della Terra – l’imparzialità di cui hanno bisogno”.

INDIVIDUALITÀ COME PROCESSO

In questo modo, è chiaro che la denuncia stirneriana del tentativo di Hegel di dare “corpo allo spirito” mira a permettere una nuova comprensione del nesso relazionale da una parte, e dall’altra, per consentire la relazione delle nostre identità in modo non gnosiologico. Il primo obiettivo è raggiunto attraverso questa narrativa dello sviluppo individuale dall’opposizione inevitabile tra me e il no-se.

Il secondo obiettivo, come conseguenza naturale del primo, inizia con la considerazione che il corpo ha in relazione con la nostra identità un’associazione molto più stretta del pensiero discorsivo. Cosi anticipa questo, che, a sua volta, ha nella ricerca di fruizione il suo senso dell’essere.

In tal modo, se necessario, attacchiamo i pensieri per salvare la pelle. Tuttavia, tale associazione non dovrebbe essere intesa come mera relazione causale, come se il corpo producesse lo spirito spontaneamente, immediatamente. “Nel creare il primo pensiero, crei te stesso, il pensatore; perché non pensi prima di pensare a un pensiero, cioè prima di averlo. ” Se lo spirito è creato, ciò avviene in obbligo del mondo, come reazione alle sue sfide, e quindi non si può dire che risulti un processo interamente spontaneo o necessario, ma piuttosto come un risultato assolutamente contingente. La creazione dello spirito è parte del lavoro di auto-creazione. D’altra parte, vale la pena sottolineare che il filosofo distingue tra pensieri semplici connessi a cose e pensieri astratti e concettuali, come vediamo nella descrizione delle differenze tra bambino e giovane.

L’atteggiamento si è completamente rovesciato, il giovane assume un comportamento spirituale, mentre il bambino, che non percepiva ancora lo spirito, stava crescendo in un processo di apprendimento privo di spirito. Non cerca più di afferrare le cose (per esempio, per inserire le date della storia nella testa), ma piuttosto di afferrare i pensieri nascosti nelle cose (cioè dello spirito della storia); il ragazzo, al contrario, è in grado di capire i rapporti, ma non le idee, lo spirito; quindi accumula materiale appreso senza ricorrere a procedure a priori e teoriche, cioè senza cercare idee.

La prima manifestazione di attività “gnoseologica” si basa sulla relazione con il mondo in modo immediato, non generalizzato; il passaggio all’attività universalizzante del pensiero è ciò che caratterizza l’emergere dello spirito. In questa lettura, il pensiero concettuale non sarebbe così cruciale per capire chi siamo come filosofi come credevano Platone e Kant. Pertanto, prendere la proposta di Stirner implica seriamente vedere la vita umana e le nostre identità come qualcosa di molto diverso da tutto ciò che i filosofi hanno cercato di offrirci. Quali sono le conseguenze di questo cambiamento? Innanzitutto, bisogna sottolineare che non solo il contenuto dell’identità umana viene ridisegnato da Stirner: la stessa nozione di identità viene trasformata alla fine della retorica dialettica di Stirner. Se per identità intendiamo la definizione di un soggetto attraverso il predicato che è intrinseco ad esso, la nozione di Uno non può figurare con una possibile descrizione di esso. Un giudizio tautologico è l’unico elemento che offre per riferirsi alla nostra identità; questa stessa tautologia è l’espressione Unica che si pretende tradurre. Un’espressione che non è un concetto, né è ragionevole che sia trattata come tale, ma solo una parola, un nome o un segno, a cui solo a colui applichiamo questo, può dare un contenuto.

La presunta irriducibilità dell’individuo sostiene che quando ci riferiamo a lui lo trattiamo come un come e non come un chi. La seconda parte dell’Unico e la sua Proprietà è dedicata a spiegare i limiti entro il quale questo è lecito, e se qui si può usare quell’espressione, per offrire una descrizione di questa comprensione dell’identità. Diviso in Il Mio Potere, Le Mie Relazioni e il Mio Godimento Proprio, la seconda parte del lavoro principale del filosofo propone una nuova chiave per comprendere la vita degli individui, una comprensione privata di qualsiasi carattere di stabilità e continuità. L’individuo, inteso come unico, è indefinibile, ineffabile e inconcludente; si esprime, soprattutto, attraverso il suo potere. È, come manifestazione particolare o azione specifica in un dato contesto, tutto ciò che può essere è fare.

A sostegno di questa idea, la classica divisione tra atto e potere è descritta da Stirner come una semplice divisione tra pensiero, e pensiero effettuato da un certo quantum di forza. Per l’Unico il livello possibile è con l’immaginabile. “Ora la possibilità non è altro che la capacità di pensare, e innumerevoli vittime hanno ceduto a questo fantasma dell’immaginabile.” Il possibile, o il reale, è solo un pensiero che è efficace, un prodotto dell’immaginazione che è diventato concreto e “La possibilità e la realtà coincidono sempre. Non abbiamo la possibilità di ciò che non facciamo e non facciamo ciò che non possiamo. ” Se qualcosa che consideriamo possibile non è realizzato, possiamo solo concludere che non era davvero una possibilità, perché non avevamo abbastanza potere per effettuarlo. Dalla coincidenza tra i miei poteri e la mia realtà sarebbe naturale derivare la conclusione che ognuno è solo ciò che può essere, non da una limitazione ontologica, ma da una semplice verifica sulla base dell’identificazione del possibile con ciò che è diventato effettivo. Le conseguenze di questa concezione non cadono però in una posizione fatalistica; al contrario, in tutte le pagine dell’Unico, troviamo frasi che indicano un atteggiamento aperto e positivo di fronte alle contingenze specifiche di ogni contesto di auto-creazione, contesti il cui schema è offerto nella sezione “Le mie relazioni”. Dal momento che possiamo solo riferirci alle nostre forze quando entrano in azione, nulla è assolutamente determinato; tutto deve essere fatto per l’Unico.

“Vincere o soccombere – tra queste due possibilità oscilla il risultato della lotta”. Godimento sarebbe quindi, come Unico, una nuova espressione tautologica o una metafora bianca come direbbe J. Bragança de Miranda. Questa è la descrizione di Stirner della nostra identità, una descrizione che mette in evidenza alcuni aspetti comuni alla maggior parte delle descrizioni della soggettività umana derivate dalla filosofia moderna. Ferrucio Andolfi ha giustamente espresso la sua insoddisfazione per una simile immagine della nostra vita. Secondo lui, il carattere positivo dell’individualità è che l’idea di una singola norma di sviluppo “non si sviluppa in modo conseguente. Stirner manca del senso di una permanenza del soggetto, di un’identità acquisita attraverso una storia. ” Secondo il critico, la problematicità di questo aspetto della filosofia stirneriana sarebbe che, tra le altre cose, contrasterebbe l’intuizione comune di avere un’identità, sviluppata nel corso della nostra storia. È del tutto legittimo, pensiamo, l’affermazione di Andolfi. Tuttavia, non tiene conto del fatto che la filosofia stirneriana ha apparentemente come una delle caratteristiche principali, come abbiamo notato sopra, il fatto che sia offerta come contrappunto ai presupposti metafisici e ontologici sulla vita degli individui, costituendosi come un tentativo di profanazione di questi. Pertanto, la descrizione della nostra identità sviluppata nel corso del libro L’Unico e la sua Proprietà deve essere intesa in senso “deflazionistico”, in quanto offre una contromossa contro l’essenzialismo moderno; radicale verso la particolarità e la finitudine. Quindi la descrizione dell’individualità offerta da Stirner deve essere intesa come un tentativo di liberare gli individui specifici in modo che possano affermarsi contro il dominio dello “spirito”.

La disposizione generale del pensiero stirneriano, dal punto di vista qui sviluppato, mira alla deflazione e alla secolarizzazione definitiva della Modernità. È per questo scopo che i pezzi sono distribuiti sul tavolo dell’Unico, tra cui l’elegia criminale volta a promuovere lo scandalo del puritanesimo morale, il collocamento dell’egoismo come una categoria centrale in opposizione alle affermazioni di impersonalità della filosofia classica e infine lo sviluppo di un concezione dell’individualità che attribuisce al corpo, pulsante e soggettivo, un’importanza cruciale. La concezione dell’identità (o l’indicazione di non desiderabilità dello sviluppo teorico su qualcosa di questa natura) offerta da Stirner delimita un limite alle attività universalizzanti in relazione agli individui specifici, nel senso di tenerli al riparo dalla fantasmagoria della modernità. Il mondo è l’avversario contro cui l’individuo si oppone attraverso elaborazioni o pensieri linguistici, così come attraverso atteggiamenti e azioni; chiedergli di sottomettersi a una definizione sarebbe come suggerire di puntare una pistola contro il suo petto, lo esporrà al rischio di una nuova divisione tra ciò che è e ciò che sembra essere: una ricaduta nell’universo tormentato del ” religioso “.

Ritorneremo su questo aspetto dell’analisi della relazione tra l’Unico e le posizioni stirneriane sul linguaggio. Forse è una perdita di tempo teorica, l’impossibilità di tradurre l’intuizione della continuità nel tempo di cui parla Andolfi, ma è un guadagno dal punto di vista del tipo di formazione che Stirner vuole promuovere. Inoltre, presumo che Stirner considererebbe questa intuizione di un’identità acquisita nel tempo solo un’altra ossessione prodotta dall’educazione cristiana.

CAOS E VOLONTÀ DI POTERE

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Il pensiero di Nietzsche manifesta tutto il suo vigore critico e creativo con la “dottrina” della volontà di potere. A partire da questo, propone di costruire una nuova interpretazione di tutto quello che accade e istituire un contro-movimento rispetto alla tradizione metafisica e morale. In questo senso, i temi più importanti della sua filosofia- oltreuomo, trasvalutazione dei valori, eterno ritorno e nichilismo- raggiungono la loro profondità solamente in relazione con la volontà di potere. Un frammento postumo indica bene questa posizione prominente; Nietzsche risponde alla domanda “E sapete cosa è anche per me ‘il mondo?'”:

“Questo mondo: un’enormità di forza, senza principio, senza fine; una quantità fissa,di forza ferrea che non diventa maggiore né minore che non si consuma ma si trasforma solo, invariabilmente grande in quanto totalità; un’economia senza spese né perdite ma, ugualmente, senza crescita, senza entrate; circondato da ‘niente’ come il suo limite.

Non è qualcosa di ampio che si disperde né che si estende infinitamente, ma in quanto forza determinata, posizionata in un spazio determinato e non in un spazio che sia ‘vuoto’ in qualche punto, al contrario, come forza da tutte le parti, come gioco di forze e onde di forza, contemporaneamente uno e ‘molti’, accumulandosi qui e contemporaneamente diminuendo lì, un mare di forze burrascose annegando in loro stesse, trasformandosi eternamente, ritornando eternamente, con immensi anni di rientro, con un flusso e riflusso delle sue forme, allontanandoli da quelli più semplici a quelli più vari, da quello più quieto, rigido, freddo, al più ardente, indomito, auto-contraddittorio, e, dopo, un’altra volta, ritornando dall’abbondante al più semplice, dal gioco delle contraddizioni al piacere della consonanza, reggendosi in sé stesso nonostante questa uguaglianza delle sue rotte e dei suoi anni, benedicendosi in sé stesso come quello che deve ritornare eternamente, come un divenire che non conosce né sazietà, né disgusto, né stanchezza—: questo mondo dionisiaco del crearsi-a-se-stesso-eternamente, del distruggersi-a-se-stesso-eternamente, questo mondo-mistero di doppie delizie, questo mio al di là del bene e del male, senza meta, a meno che non ci sia nella gioia del cerchio un obiettivo, senza volontà, a meno che un anello non abbia una buona volontà per ottenere se stesso— Vuoi un nome per questo mondo? Una soluzione per tutti i tuoi enigmi? Una luce anche per te, il più nascosto, il più forte, il più impassibile, il massimo della mezzanotte? Questo mondo è la volontà di potenza — e niente di più! E anche tu sei questa volontà di potenza – e nient’altro!

Questo breve testo, nonostante il suo tono oracolare e affermativo, nasconde tensioni e ambiguità. Ha, almeno, tre comprensioni della volontà di potenza, forse incompatibili tra loro:

1. La volontà di potenza è identica alla vita, in particolare alla vita umana: “in tutti i luoghi in cui ho trovato esseri viventi ho trovato una volontà di potenza; e anche nella volontà di colui che serve, ho trovato la volontà di essere il signore “; “La vita stessa è essenzialmente appropriazione, offesa, schiavitù di ciò che è strano e più debole, (…) imposizione delle sue stesse forme, (…) perché la vita è la volontà di potenza”. Come vita, la volontà di potenza è caratterizzata come una relazione tra comando e obbedienza, tra forte e debole. Il suo segno è la molteplicità, la lotta incessante tra impulsi e forze: «la volontà di potenza si manifesta solo superando la resistenza».

2. La volontà di potenza è anche l’appetito fondamentale (Grundbegierde), l’impulso creativo, la volontà di accumulare forza, l’intensificazione del potere, la volontà di diventare più forti. In questa prospettiva, sarebbe “l’inizio della vita”, una forza modellante e dominante che muove l’intero processo organico. Il suo imperativo è: crescere, dominare, espandersi, essere sempre al servizio della vita ascendente. Tutta la crescita, l’espansione e il dominio, tuttavia, hanno sempre una prospettiva e un carattere interpretativo. In questo senso, der Wille zur Macht è un’interpretazione prospettica dal punto di vista di ogni vita. La vita, nel suo insieme, sarebbe solo l’interpretazione, la posizione delle prospettive.

3. La volontà di potenza non è solo all’inizio della vita, ma anche all’origine di ogni movimento. Come “forza di tensione” (Spannkraft) , è il principio del movimento, forza motrice (treibende Kraft); come “l’essenza più intima dell’essere”, un fatto primordiale, è un movimento di totalizzazione e organizzazione, che cerca di tenere conto di tutti i fenomeni della vita e del mondo.

È la configurazione del caos originario e la reintegrazione sempre nei sistemi di ordine, la vittoria della forma sul caos, sugli elementi in flusso disordinato. Tutto ciò che accade nel mondo è concatenato come un gioco di forze, in quanti dinamici di potere in opposizione e lotta eterne. Quindi, il mondo non è altro che una molteplicità di volontà di potere che combattono tra loro e si sopraffanno l’un l’altro.

Nietzsche non si limita alla considerazione meccanica del mondo, secondo cui “l’energia di ogni divenire rimane costante”, ma afferma che nel mondo della volontà di potenza c’è una “trasmutazione di energia nella vita, e della vita nella potenza suprema (obiettiva) ». Afferma, ma non lo dimostra sufficientemente, che esiste un movimento costitutivo che penetra nell’organico e nell’inorganico, nell’umano e nel cosmico. Intendiamo indagare questa lacuna, quel deficit di argomentazione e prova, dal rapporto tra caos e volontà (e) di potere.

L’ORDINE CRIMINALE II

Invoco desiderosa l’arrivo benvenuto del Caos, della Morte, la perpetuità dell’ordine criminale è lo scettro maledetto dell’Egoista. Il peccato della causa Unica, è la non invocazione del Tango sulle tombe della perdizione gregaria.

L’ordine criminale, con la massa della perdizione, è l’abisso dell’Ego Unico, questi ha invaso quale insetto spregevole, ha inquinato, deteriorato, macchiato, eclissato la pienezza egoista degli individui unici. La catastrofe, il caos, è la necessità Egoista che ha creato l’ordine, è l’esecuzione dello schema della civilizzazione, dei produttori, dei consumatori, degli idealisti, religiosi, ideologi, democratici, degli Uomini. L’ordine, sotto la loro stessa legalità, è peccatore, è la delinquenza personificata.

La santità dell’ordine, è l’impeto della consacrazione dell’Ego di fronte al fuoco incendiario della catastrofe, quello che ci libererà delle mostruose opere della civilizzazione imposta sotto il manto del Cristianesimo. Mi Compiace dargli il benvenuto, è inevitabile!

Il ritorno dalla Morte non sarà per produrre, consumare, ubbidire, comandare, punire, o inginocchiarsi di fronte a qualunque ideologia superata. È il ritorno del rifiuto al destino siglato dalle ideologie, il rifiuto assoluto del paradiso terreno, il paradiso si è perso, l’ho distrutto, ridotto a cenere, salutando le tombe della massa, dove giacciono le mie ceneri gregarie.

Non ho mai avuto nessun padre nel cielo, neanche lo voglio all’inferno esistenziale della quale sono oggetto, sono un’orfana. La salvazione ideologica o religiosa non ha senso, mi vedo condannata, abbraccio la mia maledizione. Il peggiore nemico è chi parla di speranza, illusione, salvazione, chi presenta un futuro di allegria, di pace, dove la miseria della vita moderna non è abbordata, ma ancora così promettono che ognuno dei miei problemi saranno risolti. Non si sono rinnovati mai i religiosi e ideologi, il loro discorso, l’hanno solo truccato, mascherato, trasformato.

Idee false e irreali che conducono alla decadenza individualista. Piegarsi, vacillare, sotto un manto oscuro di illusioni o nozioni astratte, parlando sotto l’influenza della morale o la fede, sotto lo splendore della bugia più strisciante.

Non voglio nessuna morale o fede religiosa come ideologica che mi illumini. Nego la storia, la società, la religione, le ideologie, lo nego totalmente con l’unico obiettivo di preservare la mia Unicità. Il mio delirio egoista mi spinge alla catastrofe, alla delusione, alla negazione, alla morte assistita. Non è mai stata tanto deplorevole la valutazione della vita, del mondo, dove il peso, le dimensioni e le interpretazioni sono false.

Il punto di partenza per rompere con l’ordine, è che l’egoismo si innalzi, alzandosi sulle rovine di tutto il vigente, di tutto il supremo, di tutta la morale, di ogni legalità, di ogni etica superata, di ogni umanesimo moderno. La morte è la strada che bisogna seguire, il privilegio di vivere è una farsa. La vita è una bugia, il rispetto per la vita è un vile inganno, è la deformazione grottesca del Cristianesimo materializzato. La salvazione comincia dove termina la vita.

In un’esistenza che affonda nella miseria assoluta, il desiderio, è il rispetto per la vita che si consumerà con l’arrivo della soluzione dissolvente, il suicidio di massa assistito. Così si farà la volontà incendaria, così sià la rovina.

Tutto quello che mi circonda si sgretola, si disintegra con la negazione dei pilastri strutturali del presente. Le città sono l’immagine del paradiso promesso, il mondo è ora inabitabile. Una riorganizzazione è ora impossibile. La carità reorganizzativa è un inganno,è questo me l’ha insegnato il mio nemico. In un mondo pieno di insetti cristiani, non si possono affrontare, le malattie che li decimano, la Morte è desiderabile, così non si dovranno sterminare.

LA RIDUZIONE E IL SOLIPSISMO APPARENTE

Abbiamo visto che i due sensi di solipsismo fino ad ora criticati diminuiscono a uno, per il resto Inammissibile. Tuttavia. Husserl parla del solipsismo; di un “esperimento solipsista”; di un’apparenza di solipsismo; che come fenomenologo “sono necessariamente solipsista” e che abbiamo incominciato a “proiettare” una fenomenologia solipsista. È questa fenomenologia solipsista con un solipsismo apparente?

Nelle Meditazioni cartesiane Husserl dice: “Sembra (è scheinü che l’oggetto non solo è primo ma anche unico [della fenomenologia), è può essere solo il mio io trascendentale, l’io del quale filosofa.” La fenomenologia incomincia “come egologia pura” e così ci condanna “wie è scheinf (come sembra) a un solipsismo trascendentale.

Questa “egologia pura” è solipsista. È questo solipsismo il quale apparentemente condanna la fenomenologia, lo stesso che quello dell’egologia solipsista? La risposta, come cercheremo di provare, è che qui si sovrappongono altri due concetti di solipsismo, da un lato il solipsismo apparente, dall’altro quello fenomenologico – trascendentale il cui senso tratteremo di delimitare nella sezione seguente. Questo ultimo è autentico, e deve essere radicalmente differenziato dall’apparente.

C’è da dire che non ci spingiamo abbastanza oramai nel solipsismo naturale scettico che propriamente era anche apparente, perché si dissolveva in sé stesso, ma ci muoviamo già in un solipsismo trascendentale come conseguenza – per lo meno apparentemente – della riduzione trascendentale. Perché dice Husserl che la riduzione porta l’apparenza di un solipsismo? Che cosa è questo solipsismo apparente risultato della riduzione?

Prima di andare avanti conviene notare che la frase husserliana ‘è scheint, (sembra o appare) come annota molto bene Theunissen”, ha due sensi: quello di ‘anscheinend, nel senso di ‘rivelare la situazione reale’, da una parte, e per l’altra, quello di ‘scheinbar’, nel senso che quella rivelata si manifesta come ‘mera apparenza.”

Applicato al solipsismo apparente possiamo dire che l’inizio ‘apparente’ significa il primo, e.d. che con la riduzione fenomenologica si rivela come solipsista, perché la riduzione rivelerebbe la situazione reale di quella scienza apoditticamente motivata; ma dopo questo rivelarsi come solipsista si deve disperdere in un puro Schein, in mera apparenza.

Da qui la domanda chiave perché la riduzione porta “apparentemente” il solipsismo mentre il “suo sviluppo conseguente di accordo al suo proprio nel suo proprio senso porta a una fenomenologia dell’Intersoggettività trascendentale”, in modo che “la riduzione all’io trascendentale porta solo l’apparenza [den Schein) di una scienza che deve rimanere solipsista.”.

Non ci sarà magari nello stesso concetto della riduzione qualcosa che impedisca di vedere con ogni chiarezza quel senso che, sviluppato, porta alla fenomenologia intersoggettiva? Questo nucleo confusamente serio, d’altra parte, è quello che motiva il solipsismo apparente.

D’altra parte sappiamo che per lo stesso Husserl mantenere inizialmente il solipsismo apparente è “un fraintendere il vero senso della riduzione fenomenologica.” L’apparenza del solipsismo nella sfera trascendentale non si riferisce solamente al solipsismo della trascendentalità ma anche e fondamentalmente alla trascendentalità del solipsismo. In realtà entrambe le affermazioni sono equivalenti. Se la sfera trascendentale non è solipsista perché il suo solipsismo è apparente, del solipsismo non può affermarsi la trascendentalità. Questo c’indica che l’elemento che deve essere dato nella riduzione per motivarlo non è trascendentale. Il solipsismo esteriormente trascendentale che segue la messa in pratica della riduzione trascendentale, è solo apparentemente trascendentale perché in realtà è naturale. In conseguenza il nucleo della riduzione che lo motiva è anche naturale, e.d. un nucleo il cui la concettualità è naturale e che pertanto solo nell’atteggiamento naturale può reggersi.

Da dove proviene questa intromissione nel seno dalla riduzione trascendentale di un nucleo naturale? Indubbiamente della necessità del principio. La fenomenologia trascendentale che deve iniziare con la riduzione trascendentale, incomincia necessaria-mente nell’atteggiamento naturale, deve incominciare mondanamente. La riduzione ha necessariamente il suo “welüichen Einsat’, per usare le appropriate parole E. Fink, cioè, il suo principio mondano. Mantenere nella riduzione questo “welüichen Einsatzl’, questa irruzione mondana, è quello che porta al solipsismo trascendentale apparente.

Tuttavia, non mancherà chi pensa che Husserl contraddice questa opinione che d’altra parte continua a determinarsi, è nella quale ci rimettiamo all’irruzione mondana della riduzione, alla sua “irruzione mondana.” In effetti, il solipsismo sarebbe la posizione esclusiva – ovviamente la sfera trascendentale del mio proprio io come esistente, dovendo prendere tutti gli altri come meri fenomeni: “certamente appartiene al senso della riduzione trascendentale che non pone nessuna altra cosa al principio come esistente bensì l’io è quello che è contenuto in lui’, perché egli si mostra solo come apodittico, mentre tutto il resto si manifesta come mero” Wircklichkeitsanspruch’, mera pretesa di essere quello che potrebbe essere un sonno coerente.’ L’apoditticità dell’io si regge di fronte alla presuntività di tutto il resto, che permane nello stesso senso che aveva cintes ma solo come “gemein” solo come menzione.

Non si può arginarlo in un’analisi seria del processo della prima “Meditazione cartesiana” di Husserl che tenta di porlo durante il tragitto dell’apodittico come unica possibilità di fondazione di una scienza stretta. È indubbio che le considerazioni lì esposte sull’evidenza, l’apoditticità, etc…Sono valide anche per la fenomenologia trascendentale, e.d. sono neutrali”, in terminologia tecnica; ma nel momento in cui queste considerazioni hanno nel motivare il passo alla trascendentalità, devono lasciare il loro carattere neutrale per modellarsi di nuovo secondo la concettualità naturale aderendo alla “strada cartesiana” della quale parla Husserl.

Il fatto stesso che Husserl consideri il vero sviluppo della riduzione come una “wesentliche Abweichung vom Cartesianischen Gang”, ratifica, in primo luogo, che fino ad ora il cammino seguito è il cartesiano; in secondo posto che il motivo cartesiano è quello che provoca l’apparenza di solipsismo, e finalmente che lo sviluppo stesso della riduzione portata a riduzione dell’intersoggettività, è incompatibile con la via cartesiana, via, come abbiamo detto, intrapresa anche nel cap. II della “meditazione fenomenologica fondamentale” di Ideen I.

La radice del solipsismo trascendentale apparente è di nuovo nella critica naturale-Cartesiana dell’esperienza, e il motivo affinché si dispone nella sfera trascendentale è che situata nella riduzione, queteóricam (davanti al fatto che ci sia da superare l’atteggiamento naturale, è capita a partire dalla sua inserzione mondana, della sua “irruzione mondana!’. Ma se, d’altra parte, è possibile quella “Abweichung”, è perché nella riduzione deve avere un elemento distinto dal cartesiano che faciliti il superamento o lo scoprimento del solipsismo apparente come mera apparenza. Finché la riduzione trascendentale porta il “Schein”, l’apparenza del solipsismo, è che non è un ente proprio trascendentale che è minato dall’atteggiamento naturale, per una concettualità naturale, e in definitiva, per il progetto dell’epojé con la sua conseguenza, il solipsismo scettico.

Il solipsismo apparente non è altra cosa che l’intromissione del solipsismo scettico nella sfera trascendentale che lascia di essere trascendentale per questa stessa intromissione. Se la riduzione deve essere il conseguimento della sfera trascendentale, deve superare l’atteggiamento naturale e con lei la sua propria irruzione mondana, il suo proprio “weltlichen Einsat’, nel quale si fonda il solipsismo, tanto quello scettico come l’apparente. La riduzione deve superare la concettualità basilare nativo dell’epojé e del solipsismo conseguente se deve essere riduzione trascendentale. Il solipsismo trascendentale apparente indica che la riduzione non scopre la sfera trascendentale perché è capita a partire dell’epojé. Può solo scoprirsi l’intesa Indipendente di quella concettualità naturale dell’epojé.

IL SOLIPSISMO IN RELAZIONE ALL’INTERSOGGETTIVITÀ

SOL (2)

 

 

 

 

 

 

Husserl riferisce il problema del solipsismo con la teoria dell’intersoggettività quando segnala, nell’epilogo alle Idee che nelle esposizioni prime della fenomenologia trascendentale la mancanza: […] la presa di posizione esplicita sul problema della solipsismo trascendentale, cioè, sull’ intersoggettività trascendentale, sul riferimento essenziale del mondo.

Husserl stabilisce due modi di intendere il problema del solipsismo in relazione con l’esperienza dello sconosciuto. Questi due modi possono essere ricondotti nelle due forme di solipsismo presentato.

Da una parte, il solipsismo può significare esclusivamente il mondo costituito in me, cioè, il porsi la possibilità di immaginare che un individuo, che esiste solo in un mondo circostante, non rimette nel massimo minimo il suo senso di essere ad altri. D’altra parte, il solipsismo sembra essere inevitabile, mentre il mondo che è per me, esaurisce il suo senso di essere solo a partire dalla coscienza dell’individuo meditante. In altre parole, se il mondo estrae il suo senso a partire dalla mia coscienza, allora come evitare il solipsismo?

A partire, da questa considerazione, Husserl espone una possibile obiezione: Se il mondo è solo il sistema di poli di intenzionalità immanente di quello che è chiamata esperienza obiettiva, questo è, mi è immanente, anche se cade l’idea da un mondo identificabile verso l’infinito nella mia immanenza in verifica concordante, allora sono un solus ipse.

Attenendoci a questa doppia considerazione, può stabilirsi che il primo modo di capire il solipsismo è piuttosto gnoseologico, mentre il porsi dell’individuo che non rimette i suoi sensi costituiti ad altri individui, equivale a dire che tutti i sensi che possiede sono costituiti esclusivamente e solo a partire da lui, ma ciò non implica che non esistano altri individui costituenti.

D’altra parte, può stabilirsi che il secondo modo di considerare il solipsismo è piuttosto metafisico, dato che la questione è del porsi in termini se esiste un’altra coscienza che sia anche datrice di senso.

Possiamo anteporre, come lo fa lo stesso Husserl che la risposta a questa situazione si trova nel fatto che il mondo si rivelerà, una volta che la riduzione trascendentale sia eseguita completamente come “unità delle mie esperienze, ma non come mera unità delle mie esperienze (effettive e possibili naturalmente) bensì nel suo senso proprio secondo l’unità dell’esperienza intersoggettiva.

Si deve ricordare che la V. Meditazione incomincia con il problema del solipsismo, con quella “obiezione che potrebbe sembrare seria” e ciò si deve alla conseguenza della IV Meditazione, come segnala Ricoeur, è che il senso del mondo finisce essendo solo un esplicitazione dell’ego, l’esegesi della sua vita concreta.

Questa situazione monadologica implica che l’ego assorba in sé stesso tutte le differenze. Se il senso dell’altro si costituisce in e a partire da me, si pone il problema se l’altro ego conserva vicino a me , tuttavia, un’originalità, una specificità.

Cercando di fare di fronte a questa difficoltà, Husserl deve conciliare due esigenze apparentemente opposte. Da una parte, deve portare a termine la riduzione fino alla sua esecuzione finale e mantenersi nella costituzione del senso “un altro” e a partire da me, e, per l’altro, se vuole costituire l’altro in quanto tale, senza annullare la sua alterità, deve tenere in conto l’originalità, la specificità dell’esperienza dell’altro, precisamente come esperienza di un altro io distinto al mio.

Avendo esposto il problema in relazione con l’esperienza dell’altro, si analizzerà di seguito come la fenomenologia confuta tanto il solipsismo metafisico come al solipsismo gnoseologico.

A RESOLUÇÃO STIRNERIANA:O ÚNICO

NEGAÇÃO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Visando, pois, remeter à individualidade – fundamento último e intransponível – tudo o que dela foi expropriado e determinado de modo abstrato e transcendente, Stirner assume a tarefa de desmistificar todos os ideais, mostrando que nada são senão atributos do Eu. Ou seja, aqueles só podem ganhar existência se assentados sobre o indivíduo. Mas para tal o indivíduo tem de conquistar sua individualidade, recuperando sua corporeidade e sua força, para fazer valer sua unicidade.

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IL NULLA VERISSIMO E CERTISSIMO DELLE COSE

DIVENENDO

«Il corpo non si può comporre di non corpi»

Scrive Giacomo Leopardi nel 1921: «Il corpo non si può comporre di non corpi, come ciò che è di ciò che non è; né da questo si può progredire a quello o viceversa… non v’è scala, gradazione, né progressione che dal materiale porti all’immateriale, come non v’è dall’esistenza al nulla. Fra questo e quello v’è uno spazio immenso, ed a varcarlo v’abbisogna il salto che da’ leibniziani giustamente si nega in natura. Queste due nature sono affatto separate e dissimili come il nulla da ciò che è».

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