L’ANTICRISTO II

Ricevo e pubblico la parte seconda di questo estratto:

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XI

Ancora una parola contro Kant moralista. Una virtù deve essere una nostra creazione, la nostra più personale difesa e necessità: in qualsiasi altro senso è solo un pericolo. Ciò che non rappresenta una condizione vitale le è nocivo: una virtù dettata semplicemente da un senso di rispetto per l’idea di «virtù», come auspicava Kant, è dannosa. «Virtù», «dovere», «bene in sé», il bene con il carattere dell’impersonalità e dell’universalità: fantasmi, espressioni di declino, dell’estremo indebolimento della vita, di cineserie di Kònigsberg. Le leggi più profonde della conservazione e della crescita richiedono l’opposto: che ognuno di noi escogiti la sua virtù per sé, il suo imperativo categorico. Un popolo perisce quando confonde il dovere personale con il concetto di dovere in generale. Niente guasta tanto in profondità e intimamente quanto qualsiasi dovere «impersonale», qualsiasi sacrificio al Moloch dell’astrazione. L’imperativo categorico di Kant avrebbe dovuto essere percepito come mortalmente pericoloso!… L’istinto teologico fu il solo a prenderlo sotto la sua protezione! Un’azione determinata dall’istinto della vita si dimostra retta per la gioia della sua attuazione: invece quel nichilista, dalle viscere cristiano-dogmatiche, intende la gioia come un’obiezione… Che cosa è più deleterio del lavorare, del pensare, del sentire senza una neces-sità interiore, senza una profonda scelta personale, senza gioia, come un automa del «dovere»? Addirittura è la ricetta per la décadence, per l’idiozia… e Kant divenne idiota. Ed era contemporaneo di Goethe!. Questo ragno fatale era reputato il filosofo tedesco, e lo è ancora! Mi guardo bene dall’esprimere ciò che penso dei tedeschi…Kant non vedeva forse nella rivoluzione francese la transizione da una forma inorganica dello Stato a una organica? Non si era chiesto se esistesse un evento altrimenti inspiegabile se non con una predisposizione morale dell’umanità, così che la «tendenza dell’umanità a cercare il bene» si dimostrasse una volta per tutte? La risposta di Kant: «È la rivoluzione». L’istinto erroneo in tutto e per tutto, la contro natura come istinto, la décadence tedesca fatta filosofia: questo è Kant!

XII

Escludo pochi scettici che rappresentano il tipo onesto nella storia della filosofia: ma il resto ignora i primi requisiti dell’integrità intellettuale. Questi grandi visionali ed esseri prodigiosi si comportano tutti come donnicciole: prendono «i buoni sentimenti» già per argomenti, il «petto in fuori» per mantice della divinità, la convinzione per un criterio di verità. Alla fine Kant, nella sua innocenza «tedesca», tentò di conferire a questa forma di corruzione, a questa mancanza di coscienza intellettuale, una facciata scientifica sotto il concetto della «ragion pratica»: inventò una ragione specifica per cui non si dovrebbe badare alla ragione quando la morale, la sublime pretesa «tu devi», si fa sentire. Se si considera che, presso quasi tutti i popoli, il filosofo è solo un ulteriore sviluppo del tipo sacerdotale, non sorprenderà più scoprire questa eredità del sacerdote, questa falsificazione davanti a sé stessi. Quando si hanno compiti sacri, come quello di migliorare, salvare e redimere gli uomini, quando si portarla divinità nel petto, quando si è i portavoce dell’imperativo ultraterreno, si è già, con tale missione, al di sopra di ogni valutazione puramente razionale, si è già santificati da un compito simile, sì è già modelli di un ordine superiore!… Che importa a un sacerdote della scienza! È troppo al di sopra di essa! E il sacerdote ha dominato fino a oggi! Ha fissato i concetti di «vero» e di «falso»!…

XIII

Non sottovalutiamo ciò: noi stessi, noi spiriti liberi, siamo già una «trasvalutazione di tutti i valori», l’incarnazione della dichiarazione di guerra e di vittoria a tutti i vecchi concetti di «vero» e di «falso». Le concezioni più preziose sono le ultime a essere scoperte, ma le concezioni più valide sono i metodi. Tutti i metodi, tutti i presupposti del nostro costume scientifico attuale sono stati per millenni oggetto del più profondo disprezzo: a causa loro si veniva esclusi dalla frequentazione di uomini «onesti», si era considerati «nemici di Dio», spregiatori della verità, uomini «posseduti». In quanto mentalità scientifiche si era dei Ciandala1… Abbiamo avuto l’intero pathos dell’umanità contro di noi, la sua concezione di ciò che la verità deve essere, di ciò che deve essere il servizio della verità: ogni «tu devi» fino a oggi è stato indirizzato contro di noi… I nostri oggetti, i nostri procedimenti, la nostra natura quieta, cauta e diffidente: tutto ciò appariva loro assolutamente indegno e spregevole. Alla fine occorrerebbe domandarsi, e a ragione, se non sia stato in realtà un gusto estetico quello che ha mantenuto l’umanità in una cecità tanto lunga: essa richiedeva un effetto pittoresco alla verità, pretendeva da chi persegue il sapere anche la produzione di una potente impressione sui sensi. La nostra modestia per lunghissimo tempo andò contro il loro gusto… Oh, come avevano indovinato bene tutto ciò, questi tacchini di Dio!…

XIV

Noi abbiamo imparato di nuovo il mestiere. Siamo divenuti più modesti sotto ogni aspetto. Non traiamo più le origini dell’uomo dallo «spirito», dalla «divinità», lo abbiamo ricollocato tra gli ani-mali. Lo consideriamo l’animale più forte perché è il più astuto: la sua intelligenza ne è una conseguenza. D’altro canto ci proteggiamo da una vanità che vorrebbe trovare espressione persino qui: la pretesa che l’uomo sia il grande obiettivo segreto dell’evoluzione animale. L’uomo non è assolutamente il coronamento della creazione: ogni altro essere è, accanto a lui, allo stesso grado di perfezione… E affermando ciò già siamo eccessivi: l’uomo è, relativamente parlando, tra gli animali il meno riuscito, il più malato e quello più pericolosamente deviato dai propri istinti. Con tutto ciò, è certo anche il più interessante! Riguardo agli animali, Descartes fu il primo che, con ammirevole coraggio, osò pensare all’animale come a una macchina: tutta la nostra scienza fisiologica è dedita alla dimostrazione di tale tesi. Ma noi, logicamente, non mettiamo da parte l’uomo, come pure fece Descartes; la nostra conoscenza dell’uomo oggi non supera i confini di una visione meccanicistica. In altri tempi si attribuiva all’uomo il «libero arbitrio», dote derivatagli da un ordine superiore: oggi gli abbiamo persino sottratto la volontà, nel senso che la volontà non può più essere intesa come facoltà. Il vecchio termine «volontà» serve solo a designare una risultante, una specie di reazione individuale che necessariamente segue da una moltitudine di stimoli in parte contraddittori e in parte concordanti. La volontà non «opera» più,non «muove» più nulla… Un tempo nella coscienza dell’uomo, nel suo «spirito» si coglieva la prova della sua origine superiore, della sua divinità; per renderlo più perfetto gli fu consigliato di rinchiudere in sé i propri sensi, come una tartaruga, di cessare i rapporti con ciò che è terreno e di spogliarsi della veste mortale: allora sarebbe rimasta la sua parte essenziale, lo «spirito puro». Anche su questo abbiamo cambiato idea: il divenire coscienti, «lo spirito», sono per noi un sintomo di una relativa imperfezione dell’organismo, di un tentativo, di un annaspare, di un errore grossolano, come di una fatica in cui viene impiegata inutilmente un’enorme quantità di forza nervosa; neghiamo che alcunché possa essere fatto alla perfezione fintanto che è fatto cosciente. Lo «spirito puro» è una pura idiozia: se astraiamo dal sistema nervoso, dai sensi, dalle «mortali spoglie», abbiamo fatto male i calcoli, tutto qui!

XV

Nel cristianesimo, né la morale né la religione hanno punti in contatto con la realtà. Nient’altro che cause immaginarie («Dio», «anima», «io», «spirito», «libero arbitrio», ovvero il «non libero arbitrio»): solo effetti immaginari («peccato», «redenzione», «gra-zia», «castigo», «remissione dei peccati»). Un rapporto tra esseri immaginari («Dio», «spiriti», «anime»); una scienza naturale immaginaria (antropocentrica; una totale mancanza del concetto di cause naturali); una psicologia immaginaria (soltanto auto-fraintendimenti, interpretazioni di sentimenti generali piacevoli o spiacevoli, per esempio degli stati del nervus sympathicus, con l’ausilio del linguaggio di segni dell’idiosincrasia religioso-morale: «pentimento», «rimorso di coscienza», «tentazione del demonio», «cospetto di Dio»); una teleologia immaginaria (il «regno di Dio», il «giudizio universale», la «vita eterna»). Questo mondo puramente fittizio con suo grande svantaggio si distingue dal mondo dei sogni per il fatto che quest’ultimo rispecchia la realtà, mentre il primo la falsifica, la svaluta e la nega. Dopo che il concetto di «natura» è stato inventato come antitetico al concetto di «Dio», il termine «naturale» è diventato sinonimo di «deprecabile»; tutto questo mondo fittizio ha le sue radici nell’odio per il naturale (la realtà!) ed è l’espressione di un profondo disagio davanti al reale… Ma ciò spiega tutto. Chi è il solo ad aver motivo di astrarsi dalla realtà con le menzogne? Colui che ne soffre. Ma soffrire a causa della realtà significa essere un fallimento… La preponderanza del sentimento di dispiacere su quello di piacere è la causa di questa morale e di questa religione fittizie: ma una tale preponderanza offre pure la formula della décadence…

XVI

Un esame critico della concezione cristiana di Dio conduce necessariamente a un’identica conclusione. Un popolo che crede ancora in se stesso ha ancora il proprio Dio. In lui venera le con-dizioni grazie alle quali ha prosperato, le proprie virtù; proietta il suo appagamento, il suo sentimento di potere su un essere a cui si può rendere grazie. Chi è ricco vuole donare; un popolo fiero ha bisogno di un Dio a cui fare sacrifici… Sulla base di queste premesse, la religione è una forma di gratitudine. Si è grati per sé stessi: per questo si ha bisogno di un Dio. Un Dio deve poter essere allo stesso tempo utile e nocivo, amico e nemico. Lo si venera nel bene e nel male. La castrazione contronatura di un Dio per un Dio soltanto del bene sarebbe qui al di fuori di tutto ciò che si può auspicare. Si ha bisogno del Dio cattivo come del Dio buono, poiché non si deve certo la propria esistenza alla filantropia o alla tolleranza… Quale importanza avrebbe un Dio che non conoscesse alcunché della rabbia, della vendetta, dell’invidia, della derisione, della scaltrezza, degli atti di violenza? Al quale fossero sconosciuti persino i più estatici ardeurs della vittoria e della distruzione? Un tale Dio sarebbe incomprensibile: perché averlo dunque? Certo: quando un popolo è in disfacimento; quando sente svanire completamente la fede nel futuro e la speranza della libertà; quando nella sua coscienza la servitù diventa di prima necessità e le virtù dei servi sono una condizione della sua sopravvivenza, allora anche il suo Dio deve modificarsi. Ecco che diviene bigotto, timido e modesto, raccomanda la «pace dell’anima»: non più odio, ma indulgenza, «amore» per gli amici e pure per i nemici. Moraleggia continuamente, s’insinua strisciando nella tana di ogni virtù privata, diviene il Dio per tutti, l’uomo del privato, un cosmopolita… Un tempo rappresentava un popolo, la forza di un popolo, tutto ciò che nell’anima di un popolo vi era di aggressività e sete di potere: ora è soltanto il buon Dio… In effetti per gli dèi non c’è alternativa: o sono la volontà di potenza, e quindi saranno dèi di un popolo, o sono l’incapacità alla potenza, e allora diventeranno necessariamente buoni…

XVII

In tutte le forme in cui viene meno la volontà di potenza si verifica sempre pure una regressione fisiologica, una décadence. La divinità della décadence, recisa di tutte le sue virtù e i suoi istinti più virili, diviene allora il Dio dei ritardati fisiologici, dei deboli. Questi non si definiscono deboli, ma «buoni»… Senza apportare ulteriori esempi, si capisce in quale momento della storia divenne per la prima volta possibile la dualistica finzione di un Dio buono e di un Dio cattivo. Con il medesimo istinto con cui i sottomessi riducono il proprio Dio al «bene in sé», essi cancellano le buone qualità del Dio dei loro conquistatori; si vendicano sui dominatori demonizzando il loro Dio. Il buon Dio e il diavolo: sono entrambi risultati della décadence. Come è possibile ancora oggi rimettersi così tanto alla semplicità dei teologi cristiani, al punto di sostenere con essi che l’evoluzione del concetto di Dio, dal «Dio d’Israele», dal Dio di un popolo al Dio cristiano, compendio di tutte le bontà, sia un passo avanti? Ma Renan lo fa. Come se Renan avesse diritto alla ingenuità! Ma il contrario salta agli occhi. Quando le condizioni di una vita ascendente, quando tutto ciò che c’è di forte, coraggioso, imperioso e fiero viene escluso dal concetto di Dio; quando passo dopo passo declina a simbolo di bastone per gli infermi, di àncora di salvezza per quelli che stanno annegando; quando diventa il Dio della povera gente, il Dio dei peccatori, il Dio dei malati par excellence, e i suoi attributi «salvatore» e «redentore» rimangono quali unici attributi del divino: di cosa parla una tale trasformazione? una simile riduzione del divino? Certo: finora il «regno di Dio» si è ingrandito per mezzo di ciò. Un tempo Dio aveva soltanto il suo popolo, il popolo «eletto». Frattanto, proprio come il suo stesso popolo, è andato in terre straniere, ha vagabondato; da allora non si è più fermato in alcun luogo: finché si è sentito a casa ovunque, il gran cosmopolita, fino a quando ha avuto la «grande maggioranza» e metà della Terra dalla sua parte. Ma il Dio della «grande maggioranza», il democratico tra gli dèi, tuttavia non è divenuto un fiero Dio pagano: è rimasto ebreo, il Dio del cantuccio, il Dio di tutti i luoghi e degli angoli oscuri, di tutti i quartieri malsani dell’intero mondo!… Come in precedenza,il suo impero mondiale è un regno d’oltretomba, un ospedale, un impero sotterraneo, un impero del ghetto… Ed egli stesso è così emaciato e debole, così décadent… Persino i più esangui tra i pallidi sono riusciti a dominarlo, i signori metafisici, gli albini del concetto. Costoro gli hanno tessuto intorno la loro tela tanto a lungo che, ipnotizzato da quei movimenti, è divenuto egli stesso un ragno, un metafisico. Allora ha ripreso a tessere il mondo fuori di sé, sub specie Spinozae, e da quel momento si è trasformato in qualcosa di ancor più pallido e inconsistente, si è mutato in un «ideale», uno «spirito puro», un «absolutum», una «cosa in sé»… Decadenza di un Dio: Dio è diventato una «cosa in sé»…

XVIII

La concezione cristiana di Dio, Dio come Dio dei malati, Dio come ragno, Dio come spirito, è una delle concezioni di Dio più corrotte che siano mai state raggiunte sulla Terra. Forse rappresenta persino il livello più basso nell’evoluzione discendente del tipo di divinità. Dio degenerato nella contraddizione della vita, invece di esserne la trasfigurazione e l’eterno sì! In Dio una dichiarazione di ostilità alla vita, alla natura, alla volontà di vivere! Dio come formula per ogni calunnia del «mondo di qua», per ogni menzogna del «mondo aldilà»! In Dio il nulla deificato, la volontà del nulla santificata!…

XIX

Che le razze forti dell’Europa settentrionale non abbiano ripudiato il Dio cristiano certo non fa onore alla loro attitudine religiosa, per non parlare del loro gusto. Avrebbero dovuto sentirsi obbligate a farla finita con un prodotto della décadence tanto malato e decrepito. Invece pesa su di loro una maledizione per non essersene disfatti: hanno accolto la malattia, la vecchiaia, la contraddizione in tutti i loro istinti, da allora non hanno più creato alcun Dio! Quasi due millenni e non un solo nuovo Dio! Esiste invece ancora questo pietoso Dio del monoteismo cristiano, come di diritto, come un ultimatum e un maximum della forza creativa di Dio, del creator spiritus nell’uomo! Questo ibrido di declino fatto di nulla, concetto e contraddizione, in cui trovano la loro sanzione tutti gli istinti della décadence, tutte le viltà e le stanchezze dell’anima!

XX

Con la mia condanna del cristianesimo non vorrei avere fatto torto a una religione affine che addirittura giunge a superarlo in quanto a numero di fedeli: il buddhismo. Entrambe, essendo religioni nichilistiche, sono correlate, sono religioni della décadence; ma si differenziano l’una dall’altra in modo sorprendente. Il critico del cristianesimo è profondamente grato ai saggi indiani, giacché ora è possibile comparare queste due religioni. Il buddhismo è cento volte più realista del cristianesimo, ha ereditato un modo freddo e oggettivo di porsi i problemi; nasce dopo un movimento filosofico durato centinaia di anni; appena esso sorge, il concetto di «Dio» è già eliminato. Il buddhismo è l’unica religione veramente positivistica che la storia ci mostri, anche nella sua teoria della conoscenza (un rigoroso fenomenalismo); esso non parla più di «lotta contro il peccato» bensì, e in ciò dando del tutto ragione alla realtà, di «lotta contro il dolore». Si è già lasciato alle spalle, e questo lo distingue profondamente dal cristianesimo, l’autoinganno dei concetti morali; si trova, per esprimere il concetto con parole mie, al di là del bene e del male. I due fatti fisiologici su cui si fonda e sui quali concentra il suo sguardo sono: innanzi tutto un’eccessiva eccitabilità della sensibilità che si esprime con una raffinata capacità di soffrire, e in secondo luogo un eccesso di intellettualismo, una vita spesa troppo a lungo sui concetti e sulle procedure logiche, sotto i quali l’istinto personale ha subito il male a vantaggio dell’«impersonale» (due condizioni che, come me, almeno alcuni dei miei lettori, gli «obiettivi», conosceranno per esperienza). Sulla base di tali condizioni fisiologiche si sviluppa un stato di depressione: contro essa Buddha prende delle misure igieniche. Vi oppone la vita all’aria aperta, la vita in movimento; la moderazione e la scelta dei cibi; la cautela verso tutte le bevande alcooliche, come pure verso tutti i senti-menti che producono bile e riscaldano il sangue; nessuna preoccupazione né per sé né per gli altri. Egli esige pensieri che diano o quiete o allegria, e trova il modo per disabituarsi a quelli di altro tipo. Intende la bontà, l’essere buoni, come vantaggioso alla salute. La preghiera è esclusa, come pure l’ascetismo; nessun imperativo categorico, soprattutto nessuna costrizione, nemmeno nelle comunità monastiche (si è liberi di andarsene) : tutto ciò sarebbe un modo per accrescere quell’eccessiva eccitabilità. Sempre per questa ragione pretende che non si combatta contro coloro che hanno un modo diverso di pensare; il suo insegnamento si oppone più di ogni altra cosa al sentimento di vendetta, di avversione, di ressentiment («l’inimicizia non cessa con l’inimicizia», è questo il commovente ritornello di tutto il buddhismo). E a ragione: queste emozioni sarebbero del tutto dannose rispetto al principale obiettivo dietetico. Combatte la stanchezza spirituale che egli trova e che si esprime con eccessiva «obiettività» (vale a dire con una diminuzione dell’interesse dell’individuo, con una per-dita del baricentro, dell’«egoismo»), con un severo ritorno anche agli interessi più spirituali, alla, persona. Nella dottrina di Buddha l’egoismo diviene un dovere: il principio «una sola cosa è necessaria», il «come ti puoi liberare dalla sofferenza» regolano e circoscrivono tutta la dieta spirituale (si rammenti quell’ateniese che in modo analogo muoveva guerra alla «scientificità» pura, si ricordi Socrate, il quale elevò l’egoismo individuale alla dignità di principio morale persino nel regno dei problemi).

L’ANTICRISTO (F.NIETZSCHE)

Ricevo e pubblico questo estratto:

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I

Guardiamoci in faccia: siamo iperborei. Siamo ben consapevoli della diversità della nostra esistenza. “Né per terra né per mare troverai la strada che conduce agli iperborei”: già Pindaro riconosceva questo di noi. Oltre il nord, oltre il ghiaccio e la morte: la nostra vita, la nostra felicità… Abbiamo scoperto la felicità, conosciamo la via, abbiamo trovato l’uscita per interi millenni di labirinto. Chi altri l’ha trovata? Forse l’uomo moderno? “Non so che fare; sono tutto ciò che non sa che fare”, sospira l’uomo moderno… E’ di questa modernità che c’eravamo ammalati, della putrida quiete, del vile compromesso, di tutta la virtuosa sporcizia del moderno sì e no. Una simile tolleranza e langeur di cuore, che “perdona” tutto perché “comprende” tutto, è scirocco per noi. Meglio vivere in mezzo ai ghiacci che tra le virtù moderne e gli altri venti del sud!… Eravamo abbastanza coraggiosi, non risparmiavamo né noi stessi né gli altri: eppure per lungo tempo non abbiamo saputo in che cosa impegnare il nostro coraggio. Eravamo diventati tristi e ci chiamavano fatalisti. La nostra fatalità era la pienezza, la tensione, il ristagno delle nostre forze. Eravamo assetati di lampi e di azioni. Soprattutto ci tenevamo il più possibile lontani dalla felicità dei deboli, dalla “rassegnazione”… Ci fu una tempesta nella nostra atmosfera, la natura che noi siamo s’oscurò, perché non avevamo una via. La formula della nostra felicità: un sì, un no, una linea retta, una meta…

II

Che cosa è bene? Tutto ciò che accresce il senso di potenza, la volontà di potenza e la potenza stessa dell’uomo.
Che cosa è male? Tutto ciò che deriva dalla debolezza.
Che cosa è la felicità? Sentire che la potenza aumenta, che si vince una resistenza.
Non soddisfazione, ma più potenza; non pace universale, ma guerra; non virtù, ma abilità (virtù nello stile rinascimentale, virtus,libera da convenzioni morali).
I deboli e i malriusciti dovranno perire: primo principio della nostra filantropia. Inoltre li si dovrà aiutare a farlo.
Che cosa è più dannoso di qualsiasi vizio? L’attiva pietà per tutti i deboli e i malriusciti, il cristianesimo…

III

II problema che qui sollevo non è che cosa debba sostituire l’umanità nella successione delle specie (l’essere umano rappresenta un termine): piuttosto che tipo di essere umano si debba educare e auspicare, perché più valido, più degno di vivere e più sicuro del futuro.

Questo tipo di maggior valore è già esistito piuttosto spesso: ma come caso fortuito, un’eccezione, mai perché voluto. È stato invece il più temuto: finora ha costituito ciò che mette paura. E per paura è stato voluto, educato e ottenuto il tipo opposto: l’animale domestico, la bestia del gregge, l’insano animale umano, il cristiano…

IV

L ‘umanità non rappresenta, come si ritiene oggi, un’evoluzione verso il migliore, il più forte o il più elevato. Quella di «progresso» è soltanto un’idea moderna, vale a dire un’idea falsa. L’europeo di oggi vale assai meno dell’europeo del Rinascimento; evoluzione nel tempo non significa assolutamente evoluzione, progresso o rafforzamento.

In un altro senso, esistono singoli casi di riuscita che fanno costantemente la loro comparsa nelle più svariate parti della Terra e nelle più diverse civiltà dove si manifesta un tipo superiore, qualche cosa che in relazione all’intera umanità costituisce una specie di superuomo. Queste occasioni fortuite di grande riuscita sono sempre state possibili, e forse lo saranno sempre. Persino intere generazioni, tribù e popoli possono rappresentare, sotto determinati aspetti, tale colpo fortunato.

V

Non si dovrebbe abbellire né mascherare il cristianesimo: esso ha intrapreso una guerra a morte contro questo tipo superiore di uomo, ne ha scomunicato tutti gli istinti fondamentali e ne ha distillato il male, il cattivo, l’uomo forte come il riprovevole, come «l’abietto». Il cristianesimo ha preso le parti di tutto ciò che è debole, vile, malriuscito; ha fatto un ideale dell’opposizione agli istinti di conservazione della vita forte. Ha persino corrotto la ragione delle nature intellettualmente più vigorose, insegnando agli uomini a considerare i valori supremi della spiritualità come peccaminosi, come ingannevoli, come tentazioni. L’esempio più deplorevole è la corruzione di Pascal, il quale riteneva la propria ragione giunta alla perversione per colpa del peccato originale, mentre era solo stata corrotta dal suo cristianesimo!

VI

Davanti a me si apre uno spettacolo desolante e spaventoso: ho sollevato la cortina dalla corruzione dell’uomo. Nella mia bocca questa parola è indenne almeno da un sospetto: che contenga un’accusa morale all’uomo. Vorrei sottolinearlo ancora una volta: è scevra di ogni ipocrisia morale; e ciò fino al punto che trovo quella corruzione proprio là dove sinora si mirava più consapevolmente alla «virtù» e alla «divinità». Come si sarà già intuito, intendo la corruzione nel senso di décadence: sostengo che tutti i valori nei quali attualmente l’umanità riassume la sua più alta aspirazione sono valori della décadence.

Definisco corrotto un animale, una specie, un individuo quando perde i propri istinti, quando sceglie e preferisce ciò che gli è dannoso. Una storia dei «sentimenti più elevati», degli «ideali dell’umanità» – ed è possibile che finisca necessariamente per narrarla – quasi costituirebbe anche una spiegazione del perché l’uomo sia così corrotto. Considero la vita stessa un istinto di crescita, di durata, di accumulo di forze e di potenza: dove la volontà di potenza vien meno, là è il declino. Affermo che questa volontà manca in tutti i valori supremi dell’umanità, che sotto i nomi più santi regnano valori di declino, valori nichilistici.

VII

II cristianesimo si chiama religione della pietà. La pietà è in antitesi alle affezioni toniche che accrescono l’energia del sentimento vitale: ha un effetto depressivo. Quando si compatisce si perde forza. La perdita di forza che la vita ha già subito per la sofferenza è ulteriormente aumentata e moltiplicata dalla pietà. La stessa sofferenza grazie alla compassione diventa contagiosa; talvolta può condurre a una perdita collettiva di vita e di energia vitale,che è assurda se rapportata al quantum della causa (il caso della morte del Nazareno). Questo è il primo aspetto; ma ve n’è uno ancora più importante. Se si considera la compassione in base al valore delle reazioni che di solito scatena, il suo carattere letale appare in una luce assai più chiara. La pietà contrasta nel complesso la legge dell’evoluzione, che poi è la legge della selezione. Preserva ciò che è maturo per la distruzione; difende i diseredati e i condannati della vita; a causa del gran numero di soggetti cagionevoli di ogni specie che mantiene in vita conferisce alla vita stessa un aspetto tetro e incerto. Si è osato definire la pietà una virtù (in ogni morale nobile invece viene considerata una debolezza); si è andati ancora oltre, si è fatto di essa la virtù per eccellenza, il fondamento e l’origine di ogni virtù; e questo, non bisogna dimenticarlo, solo, in verità, dal punto di vista di una filosofia nichilista, che recava scritto negazione della vita sul proprio scudo. Schopenhauer era nel giusto quando affermava: la vita è negata e resa più degna di essere negata dalla pietà; la pietà è la prassi del nichilismo. Lo ripetiamo ancora: questo istinto depressivo e contagioso contrasta quelli che tendono alla conservazione e all’elevazione del valore della vita: sia come moltiplicatore di miseria che come conservatore di tutto ciò che è miserabile, è uno degli strumenti fondamentali dell’incremento della décadence: la pietà induce al nulla!… Non si parla del «nulla»: al suo posto si dice «l’aldilà», o «Dio», o «la vera vita», o il nirvana, la redenzione, la beatitudine… Questa retorica innocente tratta dal dominio del-l’idiosincrasia religioso-morale appare subito molto meno innocente non appena si intuisce quale tendenza in questo contesto si celi sotto i drappeggi di un mantello di parole sublimi: la tendenza ostile alla vita. Schopenhauer era ostile alla vita: perciò la compassione per lui divenne una virtù… Aristotele, come risaputo, vedeva nella pietà una condizione patologica e pericolosa dalla quale di tanto in tanto era bene liberarsi con un purgante: egli intese la tragedia come una purga. A vantaggio dell’istinto della vita, si dovrebbe davvero cercare uno strumento per colpire con una punta acuminata un’accozzaglia di pietà tanto morbosa e pericolosa, come dimostra il caso di Schopenhauer (e sfortunatamente anche quello della nostra intera décadence letteraria e artistica da San Pietroburgo a Parigi, da Tolstoj a Wagner), perché possa scoppiare… Nella nostra malsana modernità nulla è più dannoso della pietà cristiana. Qui esser medici, qui essere inesorabili, qui brandire il bisturi, questo è il compito che ci spetta,questa è la nostra forma di filantropia ed è per questa che noi siamo filosofi, noi iperborei!

VIII

È necessario definire chi consideriamo nostra antitesi: i teologi e tutti coloro in cui scorre sangue di teologo nelle vene, tutta la nostra filosofìa… Bisogna aver visto da vicino questa fatalità, ancora meglio, occorre averne fatto esperienza, esserne quasi stati uccisi, per non trovarvi più nulla di divertente (il libero pensiero dei nostri naturalisti e fisiologi è, ai miei occhi, una buffonata; costoro mancano di passione per tali argomenti, mancano di sofferenza). Questo avvelenamento giunge ben più lontano di quanto si pensi: ho trovato l’istinto teologico della superbia ovunque oggi ci si senta «idealisti», ovunque, in virtù di un’origine più elevata, ci si arroghi il diritto di guardare la realtà con atteggiamento di superiorità e di estraneità… Proprio come il sacerdote, l’idealista ha tutti i grandi concetti in mano (e non solo in mano!), li impiega con caritatevole disprezzo contro l’«intelligenza», i «sensi», l’«onore», la «vita agiata», la «scienza», vede queste cose al di sotto di sé, come forze nocive e seducenti sulle quali si libra «lo spirito» nella sua pura astrazione, come se l’umiltà, la castità, la povertà, in una parola la santità, non avessero finora arrecato alla vita più danno di ogni sorta di orrore o di vizio… Lo spirito puro è pura menzogna… Fino a quando il sacerdote, questo negatore, calunniatore e avvelenatore della vita per professione, verrà ancora considerato una razza superiore di essere umano, non vi potrà essere risposta alla domanda: che cosa è la verità? Se questo consapevole difensore del nulla e della negazione viene stimato come il rappresentante della «verità», la si è già capovolta…

IX

Dichiaro guerra a questo istinto teologico: ne ho trovato tracce ovunque. Chiunque abbia nelle vene sangue di teologo ha un’attitudine radicalmente falsa e disonesta nei confronti di tutte le cose. Il pathos che esso genera è chiamato fede: chiudere gli occhi una volta per tutte davanti a sé stessi per non soffrire alla vista di un’incurabile ipocrisia. Con questa falsa prospettiva su tutte le cose, ci si crea una morale, una virtù, una santità su misura, si unisce la buona coscienza alla falsa visione, si pretende che nessun altro tipo di ottica abbia valore, dopo che si è resa sacrosanta la propria con le parole «Dio», «redenzione», «eternità». Ho scovato l’istinto teologico in ogni dove: è la più diffusa, la più sotterranea forma di falsità esistente sulla Terra. Ciò che un teologo percepisce come vero è sicuramente falso: questo è quasi un criterio di verità. E il suo istinto più basso di autoconservazione a proibirgli di considerare un qualsiasi aspetto della realtà o anche solo di parlarne. Ovunque si estenda l’influenza teologica, viene capo-volto il giudizio di valore, i concetti di «vero» e di «falso» sono necessariamente rovesciati: qui viene chiamato «vero» ciò che è più dannoso alla vita, mentre ciò che la eleva, la rafforza, la afferma, la giustifica e la fa trionfare è chiamato «falso»… Se capita che, tramite la «coscienza» di prìncipi (o di popoli), i teologi allunghino le mani sul potere, non vi sono dubbi su ciò che sempre ne è la causa: la volontà della fine, il volere nichilistico brama il potere…

X

I tedeschi mi capiranno immediatamente se affermo che la filosofia è stata corrotta dal sangue dei teologi. Il pastore protestante è l’avo della filosofia tedesca, il protestantesimo stesso ne è il peccatum originale. Definizione del protestantesimo: semiparalisi del cristianesimo e della ragione… Basta solo pronunciare le parole «Scuola di Tubinga» per capire cosa sia la filosofia tedesca in realtà: una scaltra teologia… Gli svevi sono i migliori mentitori della Germania, mentono con innocenza… Perché nel mondo accademico tedesco, costituito per tre quarti da figli di pastori e insegnanti, si esultò tanto all’apparire di Kant? Donde proveniva la convinzione dei tedeschi, che trova eco ancora oggi, secondo cui con Kant inizia un cambiamento verso il meglio ? L’istinto teologico nel tedesco erudito presagiva quello che era nuovamente possibile per l’avvenire… Si disvelava un sentiero segreto verso il vecchio ideale; il concetto di «mondo vero» e il concetto di morale come essenza del mondo (i due errori più scellerati che esistano!), grazie a uno scetticismo malizioso e scaltro, riapparivano, se non dimostrabili, per lo meno non più confutabili… La ragione, il diritto della ragione non arriva tanto lontano… Si era fatto della realtà una «apparenza»; un mondo completamente falsificato, quello dell’essere, era trasformato in realtà… Il successo di Kant è semplicemente il successo del teologico: Kant, come Lutero e Leibniz, fu una costrizione ulteriore alla integrità tedesca, di per sé poco salda…

DIONISO

Tutta l’antichità ha considerato Dioniso come il dispensatore del vino. Ma era anche conosciuto come il Frenetico che rende gli uomini posseduti, che li rende feroci, che gli fa spargere il sangue stesso. Dioniso era il consanguineo e compagno delle anime dei morti e delle loro misteriose consacrazioni, ed era considerato il loro maestro.

È al suo culto, apparteneva la rappresentazione drammatica … fu lui a dare alla luce i fiori della primavera; l’edera, il pino, il fico erano annessi a lui; ma il dono benedetto della vigna doveva essere posto molto al di sopra di queste benedizioni della natura. Dioniso era il dio della estasiata ebbrezza e dell’amore estatico. Ma era anche il Perseguitato, il Sofferente, e il Morente, e tutti quelli che amava e che lo affiancavano dovevano prendere parte al suo tragico destino (Walter Otto, Dionysos, Frankfurt, 1933, 49).

Chi è Dioniso?

Il dio dell’estasi e della paura, della ferocia e della liberazione beata, il dio pazzo, la cui apparizione delizia gli esseri umani, già manifesta nel suo concepimento e nella nascita, nel carattere misterioso e contraddittorio del suo essere. Era il figlio di Zeus e di un mortale. Ma prima di essere partorito, fu bruciato dal fulmine del suo celeste promesso sposo (Dioniso, 62).

Come i miti della nascita, i miti della comparsa di Dioniso mostravano già gran parte della sua essenza.

In questa concezione, l’elemento terreno era stato toccato dallo splendore del cielo divino. Ma nell’associazione tra il celeste e il terrestre, che si esprime nel mito della doppia nascita, il gravoso carattere delle lacrime della vita umana non è stato annullato, ma mantenuto in una brutale contraddizione con lo splendore sovra-umano. Colui che nasce così non è solo quello che piange di gioia, che porta gioia, è il dio doloroso e morente, il dio della tragica contraddizione. E la violenza interiore di questa doppia natura è così grande che entra come una tempesta in mezzo agli uomini, che terrorizza e la cui resistenza annienta con la frusta della follia. Tutto ciò che è normale e ordinato deve andare in frantumi. L’esistenza improvvisamente diviene avvelenamento – l’eccitamento della beata felicità, ma anche l’ebbrezza del terrore (Dioniso, 74).

Quando Dioniso andò ad Argo, poiché non voleva che venisse celebrata la propria adorazione, rese le donne così pazze che fuggirono sulle montagne e strapparono la carne ai loro figli appena nati … Aura, amata da Dioniso, uccise e divorò uno dei suoi figlioli … (Dioniso, 98-99).

Un dio frenetico! Un dio la cui essenza è la pazzia! Cosa hanno provato o visto gli uomini in ciò che è l’impossibile di questa rappresentazione?

Il volto di questo vero dio è il volto di un mondo. Non può esserci che un dio pazzo se c’è un mondo pazzo da lui manifestato. Dov’è questo mondo? Può ancora essere trovato e riconosciuto da noi? Solo il dio stesso può aiutarci per questo…

Colui che genera il vivente deve essere inghiottito nelle profondità originarie, nelle dimore dei poteri della vita. E quando ritorna in superficie, rimane negli occhi, un’esplosione di follia, perché lì, sotto, la morte coesiste con la vita. Il mistero originario di per sé è pazzia, il cuore di un unità lacerate e straziata. Su questo argomento, non abbiamo bisogno di fare appello ai filosofi … L’esperienza della vita e i riti di tutti i popoli e di tutti i tempi lo testimoniano.

L’esperienza dei popoli parla: dove nasce il vivente, la morte è vicina. E nella misura in cui la vita, è viva, l’approccio della morte cresce, fino al momento più alto, fino all’incantesimo del divenire manifesto, quando la morte e la vita si scontrano in una pazza gioia. Il vortice e il brivido della vita sono profondi perché sono la morte nel cuore. Ogni volta che la vita rinasce, il muro che lo separa dalla morte si apre per un attimo (Dioniso, pp. 126-128).

Non solo l’abbondanza della vita e della fertilità ha reso il Toro una delle forme di Dioniso, ma anche la pazzia furiosa, la pericolosa natura … (Dioniso, 154).

La lascivia spesso citata deve aver reso la capra uno degli animali dionisiaci … (Dioniso, 155).

NIETZSCHE DIONISO

Un dio ebbro, un dio pazzo … Le ipotesi rapidamente costruite che portano il significato al livello della media hanno solo distolto l’attenzione di questa rappresentazione. Ma la storia testimonia questa forza e verità. Dava ai greci un sentimento di ebbrezza così grande e così spontaneo che, migliaia di anni dopo la rovina della loro civiltà, un Hoelderlin, un Nietzsche, potevano esprimere il loro ultimo e più profondo pensiero nel nome di Dioniso. E Hegel rappresentava la conoscenza della verità per mezzo di un’immagine dionisiaca, sostenendo che era “la vertigine del baccanale, in cui non c’è partecipante che non sia ebbro” (Otto, Dioniso, p. 50).

Questo è il mio universo dionisiaco che viene creato e distrutto eternamente, questo misterioso mondo di doppio piacere, questo è il mio “oltre il bene e il male” senza scopo, a meno che la felicità di aver completato il ciclo di un obiettivo, senza desiderare, a meno che un anello non abbia la buona volontà di girare eternamente su se stesso e solo su se stesso, nella propria orbita. Questo universo che è mio, chi è così lucido da vederlo senza voler perdere la vista? Abbastanza forte da esporre la sua anima a questo specchio? Opporsi allo specchio, all’immagine di Dioniso? Proporre la propria soluzione all’enigma di Dioniso? E chi può farlo non dovrebbe fare di più? Puntare sul “ciclo di cicli”? Per giurare il suo ritorno? Accogliere quello con cui il ciclo che eternamente benedice, si affermerà? Con il desiderio di volere tutte le cose nuove? Per vedere tutte le cose che sono state restituite? Volere camminare verso tutto ciò che deve essere? Adesso sai cosa è il mondo per me? E cosa voglio, quando voglio questo mondo? (Nietzsche, Volontà di potere).

Arianna, il labirinto, il Minotauro, Teseo e Dioniso, tutto questo mitico dominio. Nietzsche continua a tornare ad esso incessantemente in una forma enigmaticamente ambigua, ogni volta che vuole indicare l’ultimo segreto della verità: che la verità è la morte … Il labirinto i cui dedali non offrono una via d’uscita, è che serba la distruzione del Minotauro dove l’obiettivo è il destino di chi cerca. Colui che cerca l’assoluta indipendenza dalla conoscenza, senza essere costretto a farlo, prova così un’audace ardimento. Proseguire in un labirinto, moltiplica per mille i pericoli che la vita ha in se stessa; non è da meno, il fatto che nessuno veda con i propri occhi, come e dove si smarrisce, isolandosi nel finire per essere maciullati da qualche Minotauro nelle caverne della coscienza. Nel caso in cui tale esploratore soccombe, avviene così lontano dalla comprensione umana, che gli uomini non lo apprendono e non possono incontrarsi con esso – e lui non può tornare ad essi …

La verità … conduce all’interno del labirinto e ci consegna al potere del Minotauro. Il tema della conoscenza ha ancora uno scopo diverso per questo motivo: un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma sempre la sua Arianna – qualunque cosa possa affermare. La ricerca della verità lo spinge verso ciò che è l’altro ad esso, che è di per sé come la verità, ma nessuna delle verità viene colta come essa stessa. Che cos’è Arianna, Nietzsche non l’ha detto o potuto “dirlo”.

Eppure lei stessa diventa di nuovo morte …

Nietzsche come Dioniso, diventa la verità che abbraccia sia la vita che la morte, la verità dal fondo della quale dice ad Arianna: “Io sono il tuo labirinto”. Dioniso è la verità dove l’oscurità come appartenente alla verità rilascia la verità e la supera perché le vicissitudini paradossali della ricerca della verità sono chiuse nel circolo dei vivi, in un essere che allora è solo – in Dioniso – è vero? Qualsiasi comprensione di qualsivoglia esperienza propriamente detta di ciò che Nietzsche non afferma oltre, si ferma qui (Jaspers, Nietzsche, Berlino, 1936, pp. 201-202)

Innumerevoli come le caratteristiche che è possibile percepire in questo mito, per Nietzsche non si tratta di comprendere questo mito, è solo una scelta consapevole di un simbolo che gli sembra utile per la sua filosofia. Questo è il motivo per cui Dioniso è qualcosa di essenzialmente diverso dal mito antico, qualcosa che in sostanza diviene, senza mai prendere forma.

Dioniso è prima di tutto il simbolo dell’ebbrezza “in cui l’esistenza celebra la sua trasfigurazione”. “Quando il corpo e l’anima dei greci fiorirono … questo simbolo nacque carico di misteri … Qui viene data la misura comune, in confronto alla quale tutto quello che è cresciuto da allora, era considerato troppo breve, troppo povero, troppo piccolo: – dove solamente la parola Dioniso, viene pronunciata davanti ai migliori nomi e alle migliori cose moderne, prima di Goethe per esempio, o prima di Beethoven, o prima di Shakespeare, o prima di Raffaello: e improvvisamente sentiamo che le nostre cose migliori e i nostri migliori momenti sono giudicati, Dioniso è un giudice! (16, 388).

Dioniso è anche l’opposto di Cristo, è la vita tragica opposta alla vita ai piedi della croce: “Dioniso contro i crocifissi”. Questo opposto non è: una differenza come per il martirio, – ma il significato è diverso … il problema che sorge è quello del significato della sofferenza: o il significato cristiano, o il significato tragico. Nel primo caso sarà la via di un essere santificato; nel secondo caso l’essere ha abbastanza santità per giustificare una vita terribile di sofferenza. Il tragico uomo approva la sofferenza in maniera ancora più amara: è abbastanza forte, pieno, indovino per questo; il cristiano nega il destino più felice sulla terra … Il Dio sulla croce è la maledizione della vita, consiglia di liberarsene; – il Dioniso distrutto è un’evocazione della vita: rinasce eternamente e ritornerà per sempre dalla distruzione (16, 391).

Di fronte alla figura evanescente di questo Dio, la concezione indeterminata di Nietzsche si compie – come prima il suo pensiero – “da una Teodicea, cioè da un’assoluta approvazione del mondo – ma per la stessa ragione per cui inizialmente l’aveva disapprovata “(16, 372).

Tuttavia, Dioniso non potrebbe mai essere un Dio a cui vengono indirizzate le preghiere, a cui è dedicata un’adorazione. Alla fine è il “Dio che filosofeggia” (14, 391). Ha tutte le peculiarità del nuovo filosofo che Nietzsche vede arrivare, o che egli stesso sente di essere: il “dio allettante” e il “grande equivoco”. Nietzsche è consapevole della insolita novità di un tale simbolo: il semplice fatto che Dioniso sia un filosofo, e che di conseguenza anche gli Dei filosofeggiano, gli sembra una novità.

L’auto-identificazione di Nietzsche con Dioniso nella frase ancora nascosta : “Io sono l’ultimo discepolo e iniziato del dio Dioniso”, la compie di fatto lui stesso all’inizio della pazzia (Jaspers, Nietzsche, 330- 332).

IL PENSIERO NIETZSCHEANO IMPOLITICO

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Bataille interprete di Nietzsche: la questione politica

La prima fondamentale operazione interpretativa che Georges Bataille compie consiste nell’evidenziazione delle differenze tra la filosofia di Nietzsche e l’ideologia fascista. Siamo negli anni ’30 e questa esigenza, avvertita da Bataille, si configura, alla luce degli eventi caratterizzanti quegli anni, come un’urgenza storico-politica. Jean-Michel Rey in proposito afferma:
«i tre momenti essenziali in cui Bataille si confronta in modo assolutamente esplicito con il pensiero di Nietzsche, sono in effetti momenti storici particolarmente decisivi, momenti in cui è in gioco la sorte del mondo, epoche in cui la “politica” occupa violentemente il proscenio: l’emergenza del fascismo in Germania, la guerra, il comunismo» .

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ANTIKRIST XII

ANTIKRIST

38. – Nepotlačím na tomto místě povzdech. Jsou dny, kdy na mne přijde cit černější než nejčernější melancholie – pohrdání lidmi. Abych pak neponechal pochybnost, čím pohrdám, kým pohrdám: je to člověk dneška, člověk, jehož jsem z dopuštění osudu současníkem.

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DIONYSOS

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* Toute l’Antiquité a regardé Dionysos comme le dispensateur du vin. Mais elle l’a connu aussi comme le Frénétique qui fait des hommes des possédés, qui les rend à la sauvagerie, qui leur fait même répandre le sang. Dionysos était le familier et le compagnon des âmes des morts et de mystérieuses consécrations le nommaient leur maître.

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NIETZSCHE ET JÉSUS

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LA VOLONTÉ QUE NIETZSCHE AVAIT DE SUPPLANTER JÉSUS

La position de Nietzsche est la seule en dehors du communisme. Telle est à mes yeux l’évidence.

Il ne me suffit pas, si je veux la rendre claire, de montrer que Nietzsche est l’objet d’un malentendu, mais j’aimerais en faire ressortir en même temps l’étendue et le caractère inévitable.

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NIETZSCHE ET LE COMMUNISME

NIETZSCHE PLIT

 

 

 

 

 

 

 

La disproportion apparente de Nietzsche et du communisme

Entre Nietzsche et le communisme, une disproportion frappe dès l’abord.

Assez généralement, l’oeuvre de Nietzsche exerce une séduction irrésistible, mais cette séduction n’entraîne pas de conséquence. Il en est de ces livres éblouissants comme d’un alcool, qui excite et illumine, mais laisse intacte une manière de penser élémentaire.

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