TRASFIGURAZIONE DEL CAOS DISGREGANTE

La ricostruzione del rapporto di Nietzsche con alcune teorie scientifiche del suo tempo, l’analisi del modo in cui, abbiamo visto, Nietzsche si appropria di concetti quali quelli di dinamicità, forza, attività ecc. al fine di negare la dissipazione dell’energia e la morte termica dell’universo, ci consentono di delineare all’interno del pensiero nietzscheano un nuovo ordine cosmico nel quale non esisterebbe nessuna causa meccanica né teleologica ma soltanto «il volere diventare più forte di ogni centro di forza».

La potenza di ogni quanto consiste, secondo Nietzsche, proprio in questo volere diventare sempre più forte. Ciò che muove le forze non è quindi qualcosa di esterno ma, al contrario, la loro stessa energia interna. Affinché questa possa realizzarsi è necessario che ogni forza si incontri, o meglio si scontri, con le altre dando vita così a delle sempre nuove, diverse combinazioni, che mutano in relazione all’intensità della potenza di ciascuna forza. L’ordine cosmico di cui Nietzsche parla consisterebbe allora nella continua trasformazione dei rapporti di potenza tra le forze; si tratta dunque di un movimento indeterminato, imprevedibile e caotico. Dice Nietzsche:

[…] per spiegare il caos, deve essere già presupposta l’attività di una forza; a costituire questo strettissimo groviglio è necessario un movimento. (FP 23 [31], inverno 1872-1873)

Così, i concetti di caos e potenza (Macht) sono strettamente legati tra loro perché l’attività che scaturisce dalla volontà di ogni forza di realizzare la propria potenza è quello stesso movimento imprevedibile ed indeterminabile che caratterizza il mondo come caos. Quest’ultimo è infatti un’ininterrotta battaglia tra forze più deboli che soccombono e forze più forti che dominano. Tale rapporto di dominio e sottomissione sembra però mutare continuamente perché quelle forze che in una certa situazione sono dominatrici possono, in un altro momento, essere sopraffatte da una nuova più potente forza, la quale stabilisce dei nuovi equilibri anch’essi mai definitivi.

Ritorna così il carattere deorganizzatore di tale movimento che vive proprio nel continuo combinarsi e scombinarsi delle forze. Ogni singola forza è l’attività stessa del mondo, il quale si sviluppa e si organizza senza lasciare spazio a ciò che è passivo, ossia a ciò che si limita a resistere e a reagire. Infatti, se il movimento passivo è sempre un movimento di reazione a qualcosa di esterno che determina e definisce tale reazione, nella visione del mondo nietzscheana, invece, tutto ciò che si muove è interno al mondo stesso e si muove soltanto per liberare la propria potenza rispetto a ciò che lo circonda. Così anche la forza più debole non sarebbe una forza di reazione ma una forza attiva, interna al mondo, la quale per sprigionare la propria energia si combina con altre forze contribuendo allo sviluppo di quel movimento dinamico che è l’organizzazione stessa del mondo. Secondo Nietzsche, il movimento è l’esternazione di qualcosa che accade internamente, cioè di qualcosa che non viene determinata e organizzata dall’esterno.

Ogni forza si muove perché in essa è presente una potenza che si realizza nel combinarsi con le altre forze e, quindi, muovendosi. Questo movimento delle forze l’una verso l’altra è a sua volta espressione o, per usare un termine nietzscheano, segno dell’immensa forza del mondo che si organizza proprio nel combinarsi sempre diverso delle forze.

In tale nuova visione del mondo come ciò che si autorganizza muovendosi caoticamente l’ipotesi di un mondo creato diventa insostenibile e assolutamente priva di senso. Dice Nietzsche:

Il mondo sussiste: esso non è niente che divenga, niente che perisca. O piuttosto: diviene, perisce, ma non ha mai cominciato a divenire e non ha mai cessato di perire – si conserva nelle due cose… vive di se stesso si nutre dei suoi escrementi… (FP 14 [188], primavera 1888)

Il mondo si autorganizza proprio perché non dipende da nulla che non sia se stesso. La sua attività consiste infatti in una capacità di riciclare, trasformandolo, ciò che gli appartiene. Nietzsche non intende negare il movimento del mondo, il suo divenire e il suo passare, ma soltanto il fatto che tale divenire e tale passare abbiano un inizio e una fine, ossia siano qualcosa di determinato e determinabile. Il mondo passa e diviene nel senso che passa e diviene ciò che accade al suo interno, mentre esso si conserva proprio in questo eterno mutare e divenire. Se allora il mondo si organizza nel continuo combinarsi e scombinarsi delle forze e nell’incessante divenire e passare di tali combinazioni, dovrebbe conseguirne necessariamente che il caos non è soltanto una fase iniziale del mondo in cui regna il disordine e a cui seguiranno ordine e determinatezza. Al contrario, il caos è proprio il modo di organizzarsi del mondo che non è né soltanto disordine, in cui niente potrebbe svilupparsi e conservarsi, né soltanto ordine.

Esso sembra essere piuttosto ordine e disordine insieme, ossia un ordine che scaturisce dal disordine e viceversa. In questo modo, così come gli attuali studi sui sistemi complessi parlano di «criticità autorganizzata» o, come dice Morin, di «disintegrazione organizzatrice», il caos del mondo nietzscheano sarebbe un caos organizzato, nel senso che è proprio a partire dal movimento caotico, imprevedibile e non lineare di molteplici forze coagenti, che nasce l’organizzazione e cioè il complesso combinarsi in maniera sempre diversa di tali forze.

Morin non soltanto definisce il caos una «disintegrazione organizzatrice», ma ne parla nei termini di «catastrofe »; con tale termine intende infatti quel processo per cui la rottura di una qualche forma è contemporaneamente la genesi di una nuova, quella trasformazione che è disintegratrice e creatrice allo stesso tempo. Se, allora, il caos è inteso proprio come processo catastrofico, esso non è soltanto un puro inizio, ma il modo stesso di essere e di muoversi dell’universo che da quel caos è inseparabile. Ritorna così il carattere terribile del mondo che in Nietzsche, come abbiamo visto, trova espressione nei concetti di deorganizzazione e disgregazione, i quali indicano la capacità dell’universo di organizzarsi attraverso la propria distruzione.

Dunque, il mondo si autorganizzerebbe proprio nel suo essere sempre in bilico tra ordine e disordine, stabilità e instabilità, equilibrio e squilibrio; il caos di cui parla Nietzsche coincide con questo modo di organizzarsi del mondo, che egli, infatti, descrive come:

[…]Un mostro di forza, senza principio, senza fine, una quantità di energia fissa e bronzea che non diventa né più grande né più piccola, che non si consuma, ma solo si trasforma […] un gioco di forze, di onde di energia che è insieme uno e molteplice, di forze che qui si accumulano e là diminuiscono, un mare di forze che fluiscono e si agitano in se stesse, in eterna trasformazione […]. (FP 38 [12], estate 1885)

Allora, se tutto è interno al mondo e fa parte del suo autorganizzarsi esso è qualcosa, ma anche il suo contrario, il più calmo, rigido, freddo, ma anche il più ardente e selvaggio. Il mondo vive proprio in tale continua attività nella quale non esiste niente di fisso e definitivo ed in cui le molteplici realtà, che Nietzsche chiama forze, non sono dominate sempre dalle stesse leggi perché, al contrario, non esiste nessuna legge, ma solo il movimento di queste forze la cui potenza muta continuamente. In questo modo Nietzsche descrive un mondo in cui la molteplicità e la diversità trovano riscatto perché in esso il molteplice non è ridotto all’uno, ma piuttosto l’uno viene trasformato nel molteplice. Nietzsche infatti non sacrifica mai, ma al contrario sottolinea ed esalta, la natura plurale e molteplice della forza, la quale non è un tutto-uno bensì l’insieme di diverse molteplici forze che giocano tra loro essendo une e molteplici allo stesso tempo. Il mondo è infatti un «mostro di forza», poiché coincide proprio con quest’eterno fluttuare e ritornare di un mare di forze che si incontrano e si scontrano incessantemente. Esso allora distrugge e costruisce se stesso poiché è, contemporaneamente diverse forze, di cui alcune sono più forti, e quindi si affermano, altre  invece sono più deboli, e dunque soccombono.

All’interno di un tale panorama, possiamo vedere come il principio dell’eterno ritorno sia semplicemente ciò che racchiude in sé questo complesso movimento del mondo. In tal modo esso escluderebbe qualsiasi forma di determinismo e la conseguente mancanza di libertà derivante dal fatto che, se tutto ritornasse sempre identico, allora, come abbiamo già visto sosteneva Dühring e più recentemente Magnus, ogni cosa sarebbe già stabilita e l’uomo non avrebbe nessuna libertà di scelta e di azione. Ciò che invece ritorna eternamente, secondo Nietzsche, è quanto abbiamo chiamato il caos organizzato, ossia il movimento di molteplici centri di forza che mutano continuamente le loro combinazioni passando dal disordine all’ordine, dall’organizzazione alla disgregazione e viceversa. In tal modo sembra emergere piuttosto chiaramente come il mondo sia tutt’altroche un sistema deterministicamente chiuso, poiché ciò che ritorna è un’organizzazione sempre aperta e in continuo riassestamento attraverso momenti di crisi e di rottura, dai quali ogni volta nasce una nuova organizzazione anche se sempre a partire dallo stesso materiale.

Secondo Nietzsche infatti i centri di forza sono quantitativamente limitati così come le loro combinazioni, le quali però si alternano e si muovono mai con lo stesso ordine. In questo senso tale descrizione nietzscheana del mondo escluderebbe la presenza in esso di qualsiasi meccanicistico stato finale da raggiungere. Tale mondo è senza scopo, «a meno ché non si trovi uno scopo nella felicità di un ciclo senza volontà ».

Allora, ciò che permette a Nietzsche di escludere una spiegazione meccanicistica e deterministica del mondo è proprio l’idea dell’eterno ritorno dell’identico a cui egli giunge attraverso l’affermazione di ciò che, invece, Vogt aveva negato, ossia la finitezza e determinatezza fisica della forza la quale, in un tempo infinito, ritorna continuamente e ripetutamente. A tale proposito Nietzsche afferma:

[…] Si dimostrerebbe che il mondo è un ciclo che si è già ripetuto un’infinità di volte e che gioca in infinitum il suo gioco. Questa concezione non è semplicemente una concezione meccanicistica; infatti, se tale fosse non determinerebbe un infinito ritorno di casi identici, ma uno stato finale. Poiché il mondo non ha raggiunto questo stato finale, la concezione meccanicistica del mondo ci deve apparire come un’ipotesi imperfetta e soltanto provvisoria. (FP 14 [188], primavera 1888)

Ciò che il mondo fa, secondo Nietzsche, è semplicemente muoversi e trasformarsi attraverso il cambiamento continuo delle combinazioni delle molteplici forze che in esso si trovano ed è soltanto in un’attività così descritta che esso vive e si realizza. Il gioco che tale mondo giocherebbe all’infinito non ha nessun motivo di finire perché esso consiste proprio nel non cessare mai. Il modo in cui questo mondo gioca con se stesso, pur consistendo in un eterno ritorno e, dunque, in una infinita ripetizione di ciò che già è stato, rimane sempre un gioco di dadi nel quale è impossibile prevedere e determinare in maniera fissa come e quando avverrà la ripetizione di ogni combinazione. Infatti, se l’identico che ritorna è qualcosa che non ha equilibrio né stabilità, ma che piuttosto vive al limite del disordine e del caos in un continuo passare da un’organizzazione momentanea a un’altra, allora il mondo non è nulla di già accaduto e quindi di determinabile e prevedibile, poiché anche se gli elementi che ne fanno parte sono sempre gli stessi, essi si riorganizzano in combinazioni che sono sì anch’esse finite di numero, ma assolutamente imprevedibili nel loro ripetersi e succedersi.

In questo senso, la libertà che Nietzsche nega all’uomo, sarebbe quella di credere che tutte le attività siano azioni e dietro ogni azione ci sia un io voglio, un soggetto, che agisce al fine di raggiungere qualcosa di ultimo. Egli nega così la libertà di potere spiegare e prevedere tutto quello che accade. Al contrario, la libertà di cui parla Nietzsche, la quale scaturisce proprio dall’accettazione dell’eterno ritorno, è la libertà dell’uomo che riconosce la natura caotica e imprevedibile del mondo, in cui non tutto è riducibile ad azioni teleologicamente orientate poiché, invece, ciò che accade è soltanto attività necessaria. Così, a differenza di quanto sostiene Magnus, l’idea di libertà di Nietzsche sembra non essere compatibile con la sua cosmologia poiché essa, al contrario, scaturirebbe proprio dall’accettazione del mondo come eterno ritorno dell’identico.

L’uomo che riconosce la paradossalità di un mondo molteplice e dinamico, il quale si organizza attraverso una continua, caotica trasformazione, sarebbe colui che si libera dalle false strutture della ragione, accettando la natura prospettica e molteplice della propria conoscenza. Si tratta di quello stesso uomo che, come abbiamo visto nel primo capitolo, piuttosto che perseguire un bieco istinto di autoconservazione,vuole invece realizzare pienamente e incondizionatamente la propria natura complessa all’interno di un mondo altrettanto complesso. Tale modello di uomo, che è attivo biologicamente poiché, come tutti gli esseri viventi, si sviluppa autoregolandosi, sarebbe colui che riconosce e accetta liberamente questa sua natura molteplice e, allo stesso tempo, limitata rispetto al mondo circostante; egli è consapevole del fatto che il suo sviluppo avviene non in contrapposizione ma in relazione e in cooperazione con l’ambiente circostante. La libertà che allora scaturisce dall’accettazione dell’eterno ritorno dell’identico sembra essere la stessa che scaturirebbe dalla realizzazione di quel processo di naturalizzazione, in cui l’uomo riconosce la naturalità della natura, ossia il fatto che questa non è qualcosa di controllabile e definibile a lungo termine, ma riconosce anche la naturalità di se stesso e cioè il suo essere parte integrante della natura e il suo bisogno di sfogare liberamente quella energia e quella potenza che lo rendono tale.

Se dunque da un lato Nietzsche nell’uso di termini quali forza, energia, attività si rifà ad alcune teorie fisiche del suo tempo, come quelle di Mayer e Vogt, dall’altro lato egli, allo scopo sempre di affermare un mondo privo di qualsiasi stato finale e che si conserva in un’attività infinita, attribuisce proprio a questo mondo il carattere di volontà di potenza ponendosi, così al di là di qualsiasi meccanicismo deterministico all’interno del quale, secondo Nietzsche, rimarrebbero invece imbrigliati tanto Mayer quanto Vogt. Nietzsche, infatti, in una lettera scritta a Peter Gast il 20 Marzo del 1882 critica Mayer per non essere riuscito a liberarsi completamente dal concetto di materia (Stoff), al quale quello di forza verrebbe inevitabilmente legato e, secondo Nietzsche, subordinato. Da questo punto di vista egli ritiene che la teoria dinamica di Boscovich avesse già superato il limite di Mayer attraverso la negazione totale dell’idea di materia in nome di una pura forza al di fuori della quale non esisterebbe nulla.

Allo stesso modo, anche la teoria vogtiana sarebbe rimasta all’interno di una visione meccanicistica del mondo. Infatti, anche se attraverso il concetto di «Weltsubstrat» Vogt tentò di liberare il meccanicismo dall’idea di una stato finale e da un materialismo ingenuo, la sua resterebbe comunque una critica interna che lo porta a continuare a parlare, come abbiamo già visto, di una forma di azione meccanica della forza.

All’interno di un tale contesto, sembra emergere chiaramente come il concetto di volontà di potenza sia la risposta nietzscheana alle conseguenze inaccettabili di una fisica meccanicistica che non riesce ad allontanare l’idea di una fine dell’universo se non attraverso il concetto vogtiano di una forza, la quale, non soltanto sarebbe eternamente attiva, ma si muoverebbe anche in uno spazio infinito dando così vita all’immagine di un infinito in atto, che Nietzsche stesso ritiene impossibile da accettare e che, comunque, non porterebbe nessuna conservazione dell’energia.

La volontà di potenza sembra allora non coincidere con quella volontà che Nietzsche ha escluso dal movimento ciclico del mondo, cioè una volontà intesa in senso teleologico e antropomorfico secondo la quale ogni attività non sarebbe altro che l’azione di un «io voglio». Al contrario, Wille zur Macht è l’attività fine a se stessa di ogni forza interna al mondo. La volontà di potenza esprime infatti quella dinamicità intrinseca al concetto stesso di forza, la quale non deve essere quindi intesa in senso meccanicistico, poiché la sua attività non è semplicemente la reazione a qualcosa di esterno, ossia una specie di effetto rispetto a delle cause poste esternamente, bensì l’attività che nasce all’interno stesso delle forze nel rapportarsi l’una all’altra e nel loro coagire. Dice Nietzsche:

Il vittorioso concetto di forza, con cui i nostri fisici hanno creato Dio e il mondo, ha ancora bisogno di integrazione; gli si deve attribuire un mondo interiore che io definisco volontà di potenza, ossia un insaziabile desiderio di esibire potenza; o impiego, esercizio della potenza, istinto creatore ecc. (FP 36 [31], estate 1885)

Nietzsche dunque pur rimanendo influenzato da alcuni sviluppi del dibattito scientifico del suo tempo, prende le distanze da una spiegazione meccanicistica la quale, piuttosto che considerare il movimento come un’azione a distanza determinata dalla potenza interna delle forze, spiega questo movimento ancora in termini di pressione e urto. Infatti, in una prospettiva meccanicistica, poiché la forza sostanzializzata e atomizzata risulta essere qualcosa di compatto e quindi più facilmente controllabile e calcolabile, anche i processi di attrazione e repulsione vengono ridotti meccanicisticamente a pressione ed urto. In questo modo l’attività che caratterizza le forze sarebbe interpretata – erroneamente secondo Nietzsche – sempre soltanto come Wirkung, cioè come effetto rispetto a qualche altra cosa, posta esternamente ed il cui incontro determina una reazione meccanica. La conseguenza erronea di una considerazione meccanicistica della forza è l’idea che essa sia qualcosa di assolutamente divisibile e, quindi, qualcosa che, proprio grazie a tale divisibilità, raggiunge uno stato di equilibrio, di ordine duraturo. Al contrario, per Nietzsche, tale equilibrio non c’è mai stato né mai ci sarà poiché la forza non è divisibile in parti uguali, ma è in ogni situazione sempre una qualità impossibile da dimezzare. La dimensione qualitativa che Nietzsche attribuisce alla forza è espressione della sua complessità poiché essa non è riducibile a qualcosa di semplicemente scomponibile e controllabile. Invece, in una concezione meccanicista che afferma l’esistenza dell’equilibrio come ciò in cui ogni movimento ha il suo compimento, Nietzsche vede celarsi la negazione dell’essenza stessa della forza e cioè la sua infinita attività interna.

L’attività (Tätigsein) di cui Nietzsche parla è qualcosa che si sviluppa all’interno di tutte le forze del mondo a seconda del grado di volontà di potenza che ognuna di esse possiede. Infatti, tale volontà di potenza è «il fatto più elementare da cui risulta un divenire, un agire…». In base a tale «fatto elementare» [elementarste Tatsache] ogni forza agisce non a partire dalle altre, ma piuttosto sulle (auf) altre forze; questo «auf» sottolinea come tale movimento non sia causato dall’esterno poiché ha, piuttosto, la sua origine all’interno della forza stessa la quale si sprigiona e si sfoga nel rapportarsi al mondo esterno e alle altre
molteplici forze.

Il riconoscimento della diversità e della molteplicità, che conduce Nietzsche a parlare sempre di situazioni di forze piuttosto che semplicemente di un tutto-forza, trova espressione in un mondo che coincide esso stesso con questa molteplicità poiché lo spazio in cui esso si trova è uno spazio «pieno di forze, un gioco di forze, di onde di energia che è insieme uno e molteplice ». Tale mondo è una quantità fissa di energia che, però, può mantenere tale fissità e conservarsi solo in un’eterna trasformazione, ossia attraverso «un mare di forze che fluiscono e si agitano in se stesse» e che, essendo in eterna trasformazione, sono il movimento stesso di questo mondo. L’attività del mondo sarebbe dunque una Tätigsein che non è semplicemente la reazione meccanica a qualcosa di esterno,
ma un movimento di affermazione di sé a partire da se stesso, ossia a partire dall’insieme di molteplici forze che sono al suo interno e, quindi, dall’attività che ciascuna di queste forze sviluppa in relazione alla propria volontà di affermarsi sulle altre.

Ecco in che senso Nietzsche dice:

[…] per questo mondo volete un nome? Una soluzione per tutti i suoi enigmi? E una luce anche per voi, i più nascosti, i più impavidi, o uomini della mezzanotte? Questo mondo è la volontà di potenza e nient’altro! E anche voi siete questa volontà di potenza – e nient’altro! (FP 38 [12], estate 1885)

La volontà di potenza non soltanto è ciò che sta alla base dell’evoluzione biologica, intesa come autoregolazione, e dello sviluppo di un istinto di autoconservazione ascendente, ma sembra essere anche ciò su cui si fonda l’organizzazione e la conservazione di un mondo che realizza la propria potenza grazie all’attività delle molteplici forze che lo compongono e a loro volta vogliono la loro potenza. L’attività delle forze, attraverso la quale il mondo si organizza caoticamente, non sarebbe nulla di diverso dalla volontà di potenza poiché è proprio questa che darebbe origine al movimento di ogni forza verso e contro le altre. In tal modo potremmo certamente dire che volontà di potenza è sia ciò che determina lo sviluppo e l’attività di ogni forma di vita, la quale sprigiona e sfoga la propria energia autoregolandosi, sia ciò che caratterizza l’attività dell’uomo più forte, il quale, in contrapposizione alla mediocrità del gregge, vuole realizzare se stesso in tutte le proprie potenzialità vivendo pienamente la propria vita, sia, infine, ciò che muove tutti i centri di forza del mondo nel senso già visto, per cui ogni forza è ciò che attraverso la sua attività si combina con le altre forze allo scopo di sprigionare e imporre la propria energia interna.

Si anticipa, così, ciò che tratteremo specificatamente nel capitolo successivo e cioè la possibile esistenza di una continuità tra mondo organico e mondo fisico pur nel riconoscimento e nel rispetto delle differenze che caratterizzano e distinguono tutte le cose del mondo, il quale, proprio per questo motivo, sarebbe complesso. Inoltre, è proprio in tale continuità che, come in parte abbiamo già visto e continueremo a vedere, si realizzerebbe concretamente e pienamente quel processo di naturalizzazione che Nietzsche pone infatti alla base sia dello sviluppo dell’organismo come autoregolazione, sia del mondo come
caos eterno.

ETERNITÀ DEL MOVIMENTO DEL MONDO

A partire dalla svolta scientifica compiuta da Boscovich, che sembra avere avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della concezione nietzscheana del mondo, Nietzsche fa propri alcuni nuovi concetti derivanti da teorie scientifiche successive a Boscovich, ma figlie anch’esse di quella rivoluzione che la teoria dinamica ha comportato riguardo al modo di intendere la materia e il suo movimento. Intendiamo fare riferimento in particolare alle teorie di Robert Mayer e Gustav Vogt di cui Nietzsche lesse e conobbe rispettivamente Mechanik der Wärme nella seconda edizione del 1874 e Die Kraft. Eine real-monistische
Weltanschauung del 1878. Sia in Mayer che in Vogt Nietzsche individua l’affermazione di una ciclicità del movimento del mondo coerentemente legata all’idea di una conservazione della forza che non si dissipa, ma, piuttosto, attraverso un processo di trasformazione, si ricicla infinitamente in un movimento che è appunto circolare.

Tale principio di conservazione della forza e la conseguente idea del movimento del mondo come movimento ciclico esprimono, tanto in Nietzsche quanto in una particolare scienza del suo tempo, come quella di Mayer e Vogt, la comune esigenza di scongiurare una morte termica dell’universo e, dunque, il rifiuto del secondo principio della termodinamica.

Non a caso uno dei sostenitori del principio di conservazione della forza è stato proprio Mayer che a partire anche dalle prime teorizzazioni di Helmholtz, in Mechanik der Wärme giunge a definire le forze come oggetti indistruttibili, mutevoli e imponderabili, che agiscono in maniera proteiforme. Mayer parla infatti di un principio di costanza della forza a partire dalla considerazione del processo naturale come processo circolare (Kreisprozess) in cui ciò che ritorna costantemente sarebbe un tutto-forza (All-Kraft) e cioè una forza che è quantitativamente determinata e organizzata in un numero altrettanto determinato e finito di combinazioni. Ciò che però pur nella costanza quantitativa della forza è eterno e, dunque, infinito è il movimento di tale tutto-forza, cioè la sua attività o meglio la sua energia. Mayer parla di questo tutto-forza come di un «quanto di forza energetico » che è indistruttibile e si muove infinitamente dando vita a determinate, anche se innumerevoli, «qualità di forza» [Kraftqualitäten].

Nietzsche, quindi, a differenza che in Boscovich, sembra trovare in Mayer l’affermazione sia della finitezza delle combinazioni delle forze sia, ancora più importante, l’infinitezza del movimento di queste forze, della loro attività. Allo stesso modo anche Vogt, attraverso il suo monismo meccanicistico, sembra farsi sostenitore del principio di conservazione della forza che egli definisce «sostrato del mondo» [Weltsubstrat]; essa, infatti, è ciò che sta sempre alla base di ogni attività e di ogni movimento poiché è l’essenza unica del mondo, la quale si conserva attraverso l’azione meccanica della contrazione e, quindi, attraverso un movimento di tensione in cui non si raggiunge mai un equilibrio definitivo, uno stato finale inteso come causa della morte stessa del mondo e del cessare della sua attività.

In questo senso, l’idea di una conservazione dell’energia, intesa come un tutto-forza indistruttibile e continuamente trasformabile o come un sostrato unico ed infinito del mondo, consentirebbe di collocare sia Mayer che Vogt tra quei fisici che lottano contro la teoria di una morte termica dell’universo e del raggiungimento di uno stato finale. È proprio a quest’ultimo che Nietzsche contrappone l’idea di un mondo che «può essere pensato come una determinata quantità di energia e come un determinato numero di centri di forza». La necessità di affermare un confine del mondo, che consenta una riconversione dell’energia, contro una concezione direzionista e progressista dell’universo, diventa in Nietzsche la necessità di affermare un mondo inteso come una quantità finita e limitata di forza che torna continuamente e ciclicamente in contrapposizione a quello stato finale, che, invece, conseguirebbe inevitabilmente dal teleologismo e dal meccanicismo; «conseguenza tratta – come dice Nietzsche – da William Thomson», cioè da chi, come lui, crede che il mondo prima o poi si esaurirà poiché la sua energia si dissiperà. È proprio contro la realizzazione di una tale conseguenza che Nietzsche, ancora una volta, così come aveva già fatto con la teoria dinamica di Boscovich, riprende il concetto mayeriano di tutto-forza e quello vogtiano di attività, inserendoli, però, all’interno della sua nuova immagine del
mondo che, grazie al suo movimento circolare (Kreislauf), sarebbe eternamente caos.

In quest’ottica, Nietzsche, allo scopo di mettere in evidenza la dimensione plurale e molteplice della forza, che è anche ciò che le consente di conservarsi, usa l’espressione «Gesamtlage aller Kräfte», ossia insieme globale di tutte le forze, per riferirsi a ciò che Mayer aveva chiamato, invece, «All-Kraft»; secondo Nietzsche questo tutto è uno soltanto perché è l’insieme di molteplici centri di forza che si incontrano e si scontrano tra loro dando vita a un numero finito di combinazioni, in cui la forza stessa ritorna continuamente. Infatti, tali combinazioni, grazie alle quali la forza si conserva, non potrebbero mai formarsi se tale forza non fosse plurale e molteplice, ossia se non esistessero molteplici centri di forza, i quali, però, non sono infinitamente diversi.

Proprio a partire dall’affermazione mayeriana di una forza quantitativamente finita, le cui qualità (Kraftqualitäten) sarebbero altrettanto finite, Nietzsche distingue tra l’ammettere che ci sono state e ci saranno infinite situazioni di forze e il dire che ci sono situazioni di forze infinitamente diverse. Nel primo caso, infatti, si affermerebbe soltanto che la forza è sempre in una situazione, cioè in una combinazione con altre forze all’interno della quale si muove ed è attiva. Viene così affermata l’infinitezza del movimento e dell’attività senza cui la forza non potrebbe essere tale. Nel secondo caso, si affermerebbe invece l’infinita diversità delle situazioni all’interno delle quali la forza si troverebbe, cioè l’esistenza di combinazioni infinitamente diverse. Ciò comporterebbe l’infinitezza della forza stessa. Così, mentre dire che esistono infinite situazioni di forza significa semplicemente affermare che ci sono e ci saranno sempre delle combinazioni nelle quali la forza in quanto attività (Tätigkeit) ritorna e, in questo modo, si conserva, dire invece che esistono situazioni infinitamente diverse implica un’infinitezza della forza stessa che tenderebbe a dissiparsi piuttosto che a conservarsi.

Dunque, ciò che si conserva eternamente è la forza come attività. Secondo Nietzsche infatti non si può parlare separatamente di forza e di attività perché quest’ultima è il modo stesso di essere della forza. È proprio in questo senso che egli riprende il concetto vogtiano di attività (Tätigkeit). Vogt aveva già affermato il legame indissolubile e necessario tra forza (Kraftbegriff) e attività (Tätigkeit) descrivendo la forza come ciò che può essere considerata solo in quanto attiva. Tale attività, che Nietzsche invece di Tätigkeit chiama «Tätigsein», proprio per mettere in evidenza che essa non è solo un attributo della forza bensì la
sua essenza, è infinita, cioè non cessa mai di essere perché, se così non fosse, verrebbe meno quel movimento senza il quale la forza stessa non potrebbe avere luogo. Affermare l’identità di forza e attività significa affermare che non esiste la forza senza l’attività, ossia quest’ultima non è semplicemente qualcosa che entra a far parte della forza a un certo momento, ma è il suo modo stesso di essere. Se allora la forza è sempre attività, essa è sempre in movimento, ossia non raggiunge mai uno stato di equilibrio fisso e duraturo. Ciò che permette alla forza di essere sempre attiva è l’infinitezza temporale che la caratterizza.

Però, se da un lato l’identità di forza ed attività affermata da Nietzsche ha la sua base nel monismo vogtiano, secondo il quale il mondo non è altro che una forza sempre attiva che esclude da sé qualsiasi comportamento passivo, dall’altro lato il modo in cui Nietzsche intende tale attività si allontana dalla posizione di Vogt per due motivi ben precisi. In primo luogo Nietzsche, così come abbiamo già avuto modo di vedere rispetto a Mayer, pensa la forza, piuttosto che come un tutto-uno che monisticamente pervade il mondo, nella sua natura inevitabilmente molteplice, ossia come l’insieme di molteplici centri di forza. In secondo luogo Vogt, a differenza di Nietzsche, descrive meccanicisticamente questa attività definendola come una forma di azione meccanica della forza spazialmente infinita.

Nietzsche prende quindi le distanze da Vogt non soltanto perché questo rimane legato ad una posizione meccanicistica – abbiamo prima presentato la teoria di Vogt come monismo meccanicistico – ma anche perché al fine di legittimare la ciclicità del movimento cosmico in contrapposizione all’idea di uno stato finale egli afferma accanto all’infinità del tempo anche quella dello spazio. Infatti, secondo Vogt, il mondo è un’unica grande forza che si muove in uno spazio assolutamente infinito e che, conseguentemente, non giungerà mai ad una fine. Nietzsche invece ritiene che la ciclicità del movimento cosmico e la conseguente negazione di una morte termica dell’universo possono verificarsi soltanto in un mondo la cui energia si conserva proprio in quelle molteplici, ma finite combinazioni di forza attraverso le quali essa si manifesta e si sprigiona. Pertanto, secondo Nietzsche, affinché tutto ciò possa accadere lo spazio non può essere infinito, come Vogt aveva sostenuto; affinché la forza possa conservarsi essa deve essere quantitativamente determinata e finita. Ciò che garantisce l’eternità del movimento del mondo è soltanto l’infinitezza temporale grazie alla quale la lotta e la combinazione tra i molteplici centri di forza è sempre possibile. Tali combinazioni, però, secondo Nietzsche, sono assolutamente determinate e finite di numero come determinati e finiti di numero sono gli stessi centri di forza. Ogni altra rappresentazione, come ad esempio quella vogtiana di un’infinitezza anche spaziale della forza e, quindi, delle sue combinazioni, è inutilizzabile.

Se quindi seguiamo l’ottica nietzscheana, il mondo, nel quale non esiste nessuno stato finale da raggiungere né in senso teleologico né in senso meccanicistico, è quello in cui l’energia, piuttosto che dissiparsi, si conserva. Per Nietzsche però tale conservazione non si potrebbe mai realizzare in un mondo che è una forza infinita quantitativamente, ma soltanto in uno la cui forza, al contrario, è finita e torna continuamente sempre la stessa. Ecco che possiamo comprendere in che senso allora Nietzsche afferma che la conservazione dell’energia esige l’eterno ritorno. Infatti, è proprio ritornando sempre la stessa che la forza si conserva e questo può verificarsi soltanto in un tempo infinito e in uno spazio finito.

Il concetto di eterno ritorno sembra allora acquistare una nuova luce, così come abbiamo già visto per il concetto di volontà di potenza. Infatti, sarebbe proprio attraverso l’eterno ritorno che Nietzsche afferma il principio di conservazione della forza contro l’idea della morte termica dell’universo, e, allo stesso tempo, supera il meccanicismo vogtiano in nome di una forza che è sempre attività e all’interno della quale domina la molteplicità. È nel suo essere eternamente attiva, nel suo ritornare continuamente, che questa forza determina un processo
circolare (Kreislauf ), quello stesso che Nietzsche definisce caotico, cioè imprevedibile e improvviso. Così, posto all’interno di un tale contesto, il concetto di eterno ritorno si riscatterebbe dalle accuse di fatalismo e determinismo, come, per esempio, quelle formulate da Dühring; esso acquisterebbe significato soltanto all’interno di una visione del mondo come sistema complesso che si organizza caoticamente e cioè attraverso il comporsi e lo scomporsi continuo dei suoi molteplici elementi, attraverso l’ordine e il disordine, l’organizzazione e la deorganizzazione, l’equilibrio e lo squilibrio.

Se la forza stessa è attività che ritorna eternamente, allora non ha senso parlare di uno stato finale e di un equilibrio verso cui l’attività stessa dovrebbe tendere. Dice Nietzsche:

Il fatto che non venga mai raggiunta una situazione di equilibrio ne dimostra l’impossibilità. Ma in uno spazio indeterminato dovrebbe essere raggiunta. E così pure in uno spazio sferico. La forma dello spazio deve essere la causa dell’eternità del movimento e, in ultima analisi, di ogni imperfezione. L’energia, il riposo, il restare uguale a se stesso sono cose in contrasto tra di loro. La misura dell’energia (come grandezza) è fissa, ma la sua essenza è fluida. (FP 35 [54], estate 1885)

Così, il mondo, inteso come una determinata quantità di energia eternamente in movimento, esclude il raggiungimento di un equilibrio definitivo. Il concetto di equilibrio all’interno della concezione nietzscheana del mondo è infatti inteso soltanto come uno stato momentaneo di passaggio da una combinazione di forze ad un’altra. In questo senso anche l’equilibrio rientrerebbe in quel gioco di cooperazione e competizione a cui abbiamo già fatto riferimento. Esso coincide con il momento in cui forze diverse, dopo avere lottato per affermarsi, stabiliscono i loro rapporti di dominio e sottomissione organizzandosi in una combinazione che, però, non è stabile e definitiva bensì si disgregherà in seguito al nascere di una nuova lotta; da questa si svilupperanno a loro volta dei nuovi rapporti e, dunque, un nuovo equilibrio. Ciò che Nietzsche allora rifiuta è il concetto di equilibrio come sinonimo di stasi poiché, così inteso, esso implicherebbe la cessazione del movimento e dunque del divenire stesso del mondo. Secondo Nietzsche l’antitesi quiete/movimento è inesistente poiché si tratta soltanto di «Gradverschiedenheiten», ossia di differenze di grado, ciò che Nietzsche definisce una «diversità nel ritmo dell’accadere».

In questo senso, l’equilibrio o la quiete non sono qualcosa di esterno ed estraneo al movimento delle forze, ma soltanto un momento, quello della cooperazione e del coordinamento, all’interno della loro incessante attività. Non esiste nessuno stato di equilibrio inteso come stasi, cioè come contrario dell’attività e del movimento perché, invece, anche nel momento di equilibrio all’interno di una combinazione, le forze sono caratterizzate da un’«azione combinata», cosicché tutte, quelle più forti come quelle più deboli, sono perennemente attive e si influenzano a vicenda. L’equilibrio è soltanto un momento all’interno del complesso sistema di autorganizzazione del mondo. Esso è uno dei risultati di quel gioco di ordine e disordine, organizzazione e disgregazione su cui si basa il movimento caotico del mondo; quest’ultimo, paradossalmente, si autorganizza proprio all’interno di situazioni-limite, colme di criticità in cui, quindi, ogni stato di equilibrio è interrotto da un successivo stato di confusione, ossia di disgregazione, a cui a sua volta seguirà un nuovo equilibrio e così via.

LA VITA COME VOLONTÀ DI POTENZA

Nietzsche critico di Darwin

Se già attraverso l’analisi degli aspetti evoluzionistici del pensiero nietzscheano comincia a delinearsi una nuova concezione del mondo in cui tanto la natura quanto l’uomo assumerebbero una dimensione dinamica e complessa all’interno di una realtà che è soltanto divenire, è però proprio a partire dalla critica nietzscheana alla teoria di Darwin che tale concezione del mondo sembra affermarsi ancora più chiaramente.

Un esempio di come il pensiero nietzscheano si ponga, da un lato, su un piano di descrizione e spiegazione del mondo in termini evoluzionistici e, dall’altro, su un piano critico, diagnostico e propositivo rispetto a ciò che viene descritto, è il modo in cui Nietzsche spiega il complesso fenomeno della coscienza.

Anch’essa, infatti, farebbe parte di quel mondo che l’uomo costruisce sulla base di ciò che è più funzionale alla propria autoconservazione. In questo senso Nietzsche nega che la coscienza possa essere considerata come una cosa in sé, come una struttura a sé stante perché essa, invece, sarebbe soltanto ciò che scaturisce dalla relazione con il mondo esterno. Anche la coscienza, dunque, sarebbe qualcosa che può essere solo in relazione ad altro. Nietzsche nota come «la coscienza in generale si sia sviluppata soltanto sotto la pressione del bisogno di comunicazione» e afferma che essa «è propriamente soltanto una rete di collegamento tra uomo e uomo».

In questo modo emerge come la coscienza non sarebbe affatto qualcosa di intimo e interno all’uomo poiché essa, invece, esisterebbe solo a partire dal bisogno di comunicare con gli altri in una vita sociale. Infatti, secondo Nietzsche, l’uomo solitario e primitivo vissuto prima della nascita della società non aveva nessun bisogno della coscienza. Quest’ultima nascerebbe piuttosto dalla paura dell’uomo di essere in pericolo e, quindi, dalla necessità di unirsi in società e di comunicare con gli altri per condividere paure e angosce. È all’interno di questa necessità che, secondo Nietzsche, nascono la coscienza e il linguaggio:

[…] L’uomo come ogni creatura vivente, pensa continuamente, ma non lo sa; il pensiero che diventa cosciente ne è soltanto la più piccola parte […] Infatti soltanto questo pensiero consapevole si determina in parole, cioè in segni di comunicazione, con la qual cosa si determina l’origine della coscienza medesima […] Solo come animale sociale l’uomo imparò a divenire cosciente di se stesso […] Il mio pensiero è che la coscienza non appartenga propriamente all’esistenza individuale dell’uomo, ma piuttosto a ciò che in esso è natura comunitaria e gregaria. (FW, 354)

Dunque, coscienza e linguaggio sarebbero concetti stretta-mente legati tra loro poiché entrambi nascono dal bisogno dell’uomo di comunicare con gli altri al fine di sentirsi al sicuro all’interno di una comunità che, in tal modo, conosce le sue esigenze e le sue paure; la coscienza e il linguaggio si svilupperebbero di pari passo. In questo senso Nietzsche attribuisce una funzione ed un significato molto particolari al linguaggio ed a quelle che chiama «categorie grammaticali». Infatti, così come la coscienza è ciò che nasce e si sviluppa all’interno della vita sociale e viene identificata col pensiero dell’unità, della definizione e dell’uguaglianza, allo stesso modo, il linguaggio e le regole grammaticali portano tutto il peso di un pensiero metafisico che si basa sulla distinzione tra soggetto ed oggetto e sulla credenza che il mondo sia qualcosa di categorizzabile in maniera fissa, dimenticandone il carattere dinamico ed imprevedibile.

Questa breve analisi del modo in cui Nietzsche spiega la nascita di strutture come la coscienza o il linguaggio ci fornisce un chiaro esempio di come, da un lato, Nietzsche abbia un’impostazione evoluzionistico-darwiniana e, dall’altro lato, rinunciando a un atteggiamento esclusivamente descrittivo, critichi un certo modo di soddisfare gli istinti di autoconservazione e di lotta per la vita. Infatti, così come l’uomo sarebbe convinto che il pensiero sia soltanto quello cosciente e che, quindi, pensare significhi giudicare, definire, determinare, allo stesso modo, quest’uomo sarebbe talmente abituato a parlare in base a certe regole linguistiche e grammaticali, attraverso cui per esempio prende forma il giudizio, da credere che sia impossibile pensare senza di esse. Al contrario, secondo Nietzsche, certe parole, come quelle di sostanza, soggetto, oggetto, essere e divenire, sono soltanto prodotto ed espressione di un certo modo di pensare, che è lo stesso della coscienza. Si tratterebbe quindi di quel pensiero attraverso cui l’uomo soddisfa il proprio bisogno di sicurezza nei confronti di una realtà che, piuttosto che divenire, risulta essere qualcosa di stabile e determinato.

Nietzsche pertanto considera darwinisticamente la coscienza come ciò che è funzionale alla conservazione dell’uomo, ma allo stesso tempo vede proprio in essa un modo errato di soddisfare l’istinto, pur fondamentale, di autoconservazione. Egli infatti non rinuncia a sottolineare la negatività di una vita che sia totalmente condizionata dalla coscienza e che sia quindi concentrata soltanto a soddisfare il proprio bisogno di comunicare e di aggregarsi al fine di autoconservarsi. In questo senso, l’affermarsi della coscienza significa il prevalere di ciò che è piatto, identico, generico rispetto a ciò che è individuale, particolare e diverso, poiché essa è l’insieme di leggi, regole e valori che l’uomo acquisisce dalla società in cui vive ed a cui si uniforma.

Il pericolo che Nietzsche vede celarsi in uno sviluppo esagerato della coscienza è lo stesso che è presente in ogni vita il cui unico interesse è soddisfare un mero istinto di autoconservazione. Se allora la coscienza nasce come ciò che avrebbe dovuto salvaguardare la vita dell’uomo e, dunque, conservarlo, essa, invece, ne diventa una limitazione perché riduce la poliedricità della natura umana a qualcosa di semplice e arido. L’uomo, pur di conservarsi, finirebbe per appiattire la complessità e la dinamicità dei processi mentali, delle emozioni e dei sentimenti ad un unico schema di pensiero e di segni in cui la sua individualità e la sua diversità si perdono. Nella coscienza trovano spazio concetti come quelli di verità assoluta, oggettività, determinazione; grazie a questi l’uomo sviluppa l’idea che il processo conoscitivo sia qualcosa di certo e stabile tanto da poter cogliere oggettivamente la realtà. In questo modo l’uomo sarebbe sicuro di autoconservarsi.

È proprio in contrapposizione a un tale modo di intendere l’istinto di autoconservazione che Nietzsche afferma:

Voler conservare se stessi è l’espressione di uno stato veramente penoso, di una limitazione del proprio istinto basilare della vita che tende a un’espansione di potenza, e abbastanza spesso pone in questione e sacrifica in questo suo volere, l’autoconservazione. (FW, 349)

In questo senso, Nietzsche accusa gli scienziati darwinisti del suo tempo di aver dimenticato che l’istinto di autoconservazione e la susseguente lotta per la vita sono solo un’«eccezione» [Ausnahme], «una provvisoria restrizione della volontà di vita». Nietzsche, infatti, ritiene falso e riduttivo considerare l’autoconservazione come l’unico scopo della vita. L’autoconservazione, per Nietzsche, è soltanto uno tra i molti scopi che l’uomo cerca di realizzare nel corso della propria vita e tale deve rimanere nella molteplicità delle attività umane. La critica nietzscheana non sarebbe rivolta allora agli istinti di autoconservazione e di lotta per la vita in quanto tali, che, invece, egli riconosce come caratteristiche di ogni essere vivente, quanto piuttosto al modo limitato e riduttivo in cui l’uomo piccolo e mediocre consegue o cerca di conseguire la propria conservazione. Nietzsche rivolge la sua polemica contro quei fisiologi, in particolare gli scienziati seguaci di Darwin, che considerano l’istinto di autoconservazione come il primo e il più importante in tutti gli esseri viventi, quando, invece, tale istinto sarebbe soltanto una conseguenza indiretta della volontà di potenza, della volontà di scatenare forza.

A partire da ciò, riguardo all’influsso della teoria darwiniana sul pensiero di Nietzsche, non possiamo non tenere in considerazione, d’accordo con alcuni interpreti come ad esempio Smith, il fatto che la posizione di Nietzsche in alcuni casi sia molto più darwiniana di quanto egli stesso non pensasse, poiché la sua lettura di Darwin, almeno in un primo momento di seconda mano attraverso l’opera di Lange, lo avrebbe condotto a dei fraintendimenti della stessa dottrina darwiniana, confondendo ciò che Darwin aveva effettivamente detto con ciò che era l’interpretazione di alcuni dei suoi seguaci. Allo stesso tempo, però, ciò che ci preme di più evidenziare è che, anche se accettiamo questa posizione, ciò non ci autorizza a ridurre il pensiero di Nietzsche in termini evoluzionistici. Ciò che infatti sembra distinguere la posizione di Nietzsche da quella evoluzionista di
Darwin, è il passare continuamente da un piano descrittivo a uno critico-propositivo e viceversa. È a partire da tale differenza di piano e, dunque, di punti di vista, che si sviluppa la critica nietzscheana alla teoria darwiniana ed è in questo senso che la filosofia di Nietzsche non potrebbe essere ridotta solamente a una descrizione evoluzionista dell’uomo e della natura. Infatti, il pericolo di un’interpretazione riduzionista sarebbe quello di vedere Nietzsche come un sostenitore del sociobiologismo a cui egli, invece, si contrappone fortemente proprio perché distingue tra un piano descrittivo, puramente biologico, e un piano critico-propositivo di valori definiti culturalmente. Nietzsche, però, non contrappone i due piani in vista di una riduzione in un senso o nell’altro, ma pensa, piuttosto, ad una loro influenza reciproca.

Sarebbe, allora, proprio su un piano critico che Nietzsche denunzierebbe il pericolo della «stasi» e dell’«inebetimento» in cui incorrerebbe l’uomo che vive all’interno della comunità e che pensa di rafforzarsi subordinando la propria individualità al sistema sociale acquisito soltanto perché questo è nützlich, cioè utile alla conservazione. Se, dunque, la teoria darwiniana, in quanto teoria scientifica, si limita a descrivere e spiegare quello che accade, Nietzsche considera invece i concetti di utilità, autoconservazione e lotta per la vita in relazione anche ai loro risvolti sul piano etico-sociale. Infatti, l’intenzione nietzscheana è quella di affermare un tipo di uomo che non si lascia inebetire dalla paura di non potersi autoconservare e che, proprio per il suo atteggiamento, è al di fuori del comportamento uniformato della «tribù».

Secondo Nietzsche, non ci può essere progresso senza «degenerazione » [Entartung]. Quest’ultima sarebbe infatti causata proprio da quell’elemento che si pone al di fuori della «tribù» e che quindi porta scompiglio e novità nel sistema fisso della comunità basato sul primato di ciò che è maggiormente utile alla conservazione. Ogni degenerazione di ciò che è fisso e stabile, ossia ogni indebolimento, comporta sempre però il rafforzamento di qualcos’altro, così come «l’orbo avrà un occhio più acuto» e «il cieco contemplerà più profondamente l’interiorità». È proprio la natura più debole e cioè quella che è isolata dalla comunità poiché tenta cose nuove che permette di progredire. Secondo Nietzsche, determinante per il progresso non è la lotta per l’esistenza, bensì ciò che emerge come un’eccezione dal sistema uniforme della comunità che vuole soltanto auto-conservarsi. Sarebbe pertanto proprio da ciò che è diverso, perché disturba e degenera l’ordine vigente, che avrebbe origine il progresso. Così, non per forza il fine dell’azione deve essere quello di lottare per auto-conservarsi, bensì questo può essere soltanto una conseguenza indiretta cui paradossalmente si giunge proprio perché non la si è considerata come un’esigenza primaria. È rispetto a tale posizione che, secondo Nietzsche, «il darwinismo è una filosofia
per garzoni macellai». Infatti egli accusa Darwin e i darwinisti di quel tempo di descrivere, attraverso il principio della lotta per l’esistenza e l’istinto di autoconservazione, una realtà in cui non esiste nessun progresso perché il modo in cui l’uomo vive è orientato soltanto a reprimere tutto quello che minaccia la propria autoconservazione. In questo caso Nietzsche mette insieme Darwin e gli altri biologi evoluzionisti di quel tempo, ossia quegli scienziati che discutono intorno al concetto di evoluzione anche sino a raggiungere, come nel caso di Spencer, un totale riduzionismo biologico. Egli, infatti, non ignora le differenze tra
l’uno e gli altri, ma ritiene che tutti quanti abbiano indistintamente commesso l’errore di non cogliere lo scarto tra ciò che descrivono e spiegano e il modo in cui questo poi effettivamente si realizza all’interno dell’uomo e della sua vita sociale.

Se, infatti, Darwin e le scuole di pensiero che a partire dalla sua teoria si sono sviluppate, come appunto la sociobiologia, parlano di una selezione a favore dei più forti e dei più dotati, per Nietzsche:

Si può toccare con mano esattamente il contrario: la cancellazione dei casi felici, l’inutilità dei tipi più altamente riusciti, l’inevitabile vittoria dei tipi medi e perfino di quelli al di sotto della media. (FP 14 [123], primavera 1888)

Nietzsche, allora, sta criticando e denunciando come errato un certo modo di vivere e di interpretare la vita. Egli, infatti, descrive un mondo in cui non avviene nessun progresso perché i vincenti paradossalmente sono i più deboli, ossia quelli che vivono bene soltanto nell’uniformità del «gregge» e della «tribù» e che subordinano tutto all’istinto di autoconservazione. Mentre coloro che sono effettivamente forti, perché agiscono individualmente e indipendentemente dalle strutture imposte dalla comunità, sono invece considerati solo una forma di «degenerazione» [Entartung], un’eccezione che deve essere integrata e di cui non si riconosce l’importanza poiché essa rappresenta soltanto l’esistenza del diverso. Così, essi finiscono per essere più deboli dei deboli.

A partire da ciò, Nietzsche accusa la scienza di essere schiava di una concezione della lotta per l’esistenza «inversa» a quella che essa stessa e, in particolare, il darwinismo avevano propagandato. Nessuno scienziato avrebbe compreso l’importanza dell’elemento degenerante e di come proprio in questo risiedano la forza e il progresso piuttosto che nell’uniformarsi e appiattirsi del gregge; quest’ultimo, infatti, non lascia alcuno spazio a chi è diverso e trova la propria forza in tale diversità.

In questo senso la critica nietzscheana è rivolta non soltanto a Darwin, ma in generale a tutta la scienza darwinista ed evoluzionista del tempo che invece di porsi come la nuova scienza rimarrebbe all’interno del già esistente sistema epistemico e sociale avallandone e ribadendone gli schemi, i valori e le leggi. Se, quindi, Nietzsche stesso è un darwinista nel modo in cui spiega il processo conoscitivo e nel suo porre l’autoconservazione e la lotta per l’esistenza tra gli istinti basilari di ogni essere vivente, egli però a differenza di Darwin, critica una certa applicazione dell’istinto di autoconservazione grazie alla quale trionferebbe quella morale del gregge in cui i deboli si rifugiano e «i tipi superiori», che vivono soltanto per realizzare la loro potenza, sono discriminati. All’interno di questa morale Nietzsche pone molti biologi evoluzionisti che prima o dopo Darwin hanno contribuito a sviluppare un concetto di evoluzione secondo lui errato, come Spencer, Haeckel, Rée, ecc..

Ciò che distinguerebbe il pensiero di Nietzsche da questo pensiero scientifico del suo tempo e da quella società che in questo ha le sue fondamenta, è la considerazione opposta dello stesso fenomeno. Mentre per Nietzsche l’individuo che non persegue esclusivamente l’istinto di autoconservazione, poiché tenta cose nuove e si pone al di là delle leggi della comunità, è il più forte ed è colui grazie al quale si può avere un vero progresso, per il sistema sociale dominato dai più deboli, questo stesso individuo, proprio perché non è dedito soltanto alla comunità e all’istinto di autoconservazione, è invece una natura degenerante che porta con sé insicurezza e instabilità.

Nietzsche non crede che si possa parlare di un progresso della specie, perché la selezione naturale non opera in senso progressivo, cioè eliminando i deboli e conservando i più robusti. A determinare la sopravvivenza, piuttosto che la forza, sono il caso e l’astuzia. Dimostrazione di ciò è il fatto che il tipo superiore d’uomo, che Nietzsche dice essere nient’altro che la forma più ricca e complessa, dura poco e perisce più facilmente del tipo inferiore che sembra invece durare di più.
Nietzsche propone una lotta per la vita attraverso la quale a conservarsi siano veramente i tipi superiori, cioè le nature più ricche e più complesse, coloro che creano cose nuove e sperimentano, laddove i più deboli invece, incapaci di vivere indipendentemente dalla stabilità e fissità del sistema sociale, periscono proprio a causa di questa loro mancanza. Nietzsche vuole perciò che non sia più necessario dovere difendere i forti dai deboli e che i forti, piuttosto che paura e sgomento, suscitino ammirazione, desiderio di attività e di creatività. Perché questo avvenga, però, l’uomo deve impegnare tutte le sue forze nel condurre un tipo di vita ascendente piuttosto che una vita di decadenza:

Io distinguo tra un tipo di vita ascendente e un altro di decadenza, di decomposizione, di debolezza […] Questo tipo più forte è già esistito moltissime volte: ma come caso fortunato, come eccezione; mai come qualcosa di voluto. Proprio esso piuttosto è stato impedito: esso ha avuto sempre il grande numero, l’istinto di ogni specie di mediocrità e, più ancora, l’astuzia, la raffinatezza, lo spirito dei deboli […] contro di sé … esso è stato fino a oggi la cosa da temere per eccellenza. (FP 15 [120], primavera 1888

Il tipo ascendente di vita è infatti quello in cui si persegue ciò che è utile alla conservazione della potenza. Questa vita comporta rischio, pericolo, imprevedibilità attraverso cui soltanto l’uomo si rafforza e si sviluppa.
Ecco che allora è possibile iniziare a comprendere in che senso bisognerebbe vedere da un diverso, nuovo punto di vista i concetti di utilità e di autoconservazione. Infatti, ciò che è utile alla conservazione dell’esistenza e, quindi, al fatto di vivere più a lungo, non è detto che sia anche utile per lo sviluppo della forza e della potenza. Così, all’istinto di autoconservazione, inteso come ciò attraverso cui l’uomo fa di tutto per prolungare il più possibile la propria esistenza, reprimendo ed eliminando ciò che la mette in pericolo, Nietzsche contrappone l’istinto di conservazione della potenza e di lotta per una vita, che è la realizzazione stessa di tale potenza.

Dunque, Nietzsche combatte, su un piano critico e propositivo allo stesso tempo, l’idea dell’istinto di autoconservazione che ha portato l’uomo a credere che il mondo sia una realtà fissa e stabile, conoscibile attraverso delle leggi e delle strutture altrettanto fisse e stabili, che soddisfano il suo bisogno di sicurezza, ma eliminano tutto ciò che c’è di imprevedibile e non razionalmente schematizzabile. Secondo Nietzsche, è da questo modo errato di vivere e di intendere l’istinto di autoconservazione che è nata una concezione altrettanto errata della conoscenza come processo di dominio e di controllo del soggetto-uomo sull’oggetto-natura. Da ciò ne consegue sia un’autocensura da parte dell’uomo rispetto al suo lato più istintivo, creativo e sentimentale, poiché questo lo allontanerebbe dall’attività di schematizzare, ordinare, unificare, sia una limitazione della natura stessa che è ridotta a qualcosa di finito e univoco.

Al contrario, attraverso un istinto di conservazione della vita,intesa non come mera quantità che deve essere prolungata, bensì come potenza che vuole solo realizzarsi e affermarsi, l’uomo si riapproprierebbe di se stesso in tutta la sua molteplicità e quindi anche di quei sentimenti, quelle passioni e quella fantasia che ne fanno parte. Inoltre, sarebbe recuperato un piano di imprevedibilità e non oggettività del processo conoscitivo, che scaturirebbe proprio da questa dimensione molteplice e non neutrale dell’uomo rispetto alla natura, la quale emerge anch’essa nella sua nuova dimensione enigmatica e complessa.

Solo un tale modo di concepire e di vivere l’istinto di autoconservazione condurrebbe al riconoscimento di una nuova visione del rapporto uomo-natura all’interno del quale la contrapposizione tra soggetto e oggetto sarebbe priva di significato ed in cui soltanto si potrebbe parlare di naturalizzazione. Se, infatti, la contrapposizione tra uomo e natura, l’eccessiva razionalizzazione del processo conoscitivo tramite l’assolutizzazione delle categorie dell’intelletto sono il risultato dell’istinto di autoconservazione più bieco attraverso il quale l’uomo negherebbe il divenire, la molteplicità e il diverso, al contrario, un istinto di autoconservazione, che vuole semplicemente realizzare la volontà di potenza presente in ogni essere vivente, permette di recuperare quella dimensione di molteplicità e di diversità che è nell’uomo così come in tutto ciò che lo circonda.

Secondo Nietzsche è un errore parlare di progresso in relazione a uno sviluppo dell’istinto di autoconservazione che, invece, significa indebolimento, riduzione e svilimento di una vita che, se quantitativamente si rafforza, perde in qualità ed intensità. In questo senso criticando ciò che Darwin si è limitato a descrivere, egli propone un diverso modo di vivere tale istinto di autoconservazione, all’interno di una nuova concezione del mondo secondo la quale l’uomo non cerca di dominare la natura come se fosse con questa in competizione, ma partecipa ad essa e in essa si sviluppa. Il parlare, tutto nietzscheano, dell’uomo come di una potenza che si realizza nell’affermazione e nello sviluppo di tutte le sue molteplici dimensioni (istinti, fantasie, sentimenti, passioni, ragione, ecc.), mette in evidenza il ruolo attivo che l’uomo ha rispetto al mondo circostante.

LA BESTIA CAOTICA-IMPURA-INCALCOLABILE

CAOS

 

 

 

 

 

 

 

Un altro tema dell’aforisma 223 è il tema consueto della vicinanza tra l’esperienza storica e il viaggiare. Nello spazio è possibile trovare i residui viventi delle trascorse epoche storiche, fare esperienza di costumi diversi relativizzando il pro­prio e moltiplicando le anime nel petto.

Nell’aforisma questo atteggiamento, legato ad un impulso alla libertà, contro “gli intelletti legati e radicati” viene definito un “nomadismo intellettuale” (das geistige Nomadenthum). L’espressione, co­me conferma un appunto di Nietzsche, è di Emerson ed è tratta dal saggio sulla Storia.

 “Il nomadismo intellettuale è il dono dell’oggettività, oppure il dono di trovare dappertutto uno spettacolo dilettevole. Ogni uomo, ogni cosa è una mia sco­per­ta, è mia proprietà: l’amore che lo anima per tutto gli ap­piana la fronte”.

In un altro frammento, Nietzsche de­­­­fi­nisce lo stato d’animo del viandante con le parole di Emerson:

“Emerson dice: “Il valore della vita risiede nelle sue insondabili capacità: nel fatto che io non so mai, se sto diventando un individuo nuovo, che cosa mi può capitare” Questo è lo stato d’animo del viandante.Importante in Emerson , la paura della cosiddetta scienza – il creatore penetra dalla porta in ogni individuo”.

Il viandante ar­ric­chi­sce la sua esperienza tramite un viaggiare senza meta fissa che comporta uno stato di precarietà e di incertezza, l’esperienza della storia del viandante si contrappone, oltre che alla linearità e sicurezza di un processo cumulativo, a quella “dell’ozioso raffinato nel giardino del sapere” che ha bisogno della storia per riempire il suo vuoto interiore e caratterizza il dilettantismo voluttuoso e ammiccante di Renan (“profumato e gaudente della storia”GM). (Del resto l’immagine del giardino ha in sé l’elemento rassicurante di qualcosa addomesticato a misura dell’uomo).

Su questo tema del vian­dante si può segnare, però, già la profon­da differenza e incon­ciliabilità tra il mistico e religioso-profeti­co Emerson (sia pure di un misticismo improntato a elementi di attività e di affermazione del mondo) e la posizione di Nietzsche. Questi mette in primo piano la necessità di un’espe­rienza reale empirica, molteplice, la permanenza di stadi ante­ri­ori, situati nello spazio, la compresenzadi più livelli storici. Questo atteggiamento  troverà il suo sbocco maturo nell’indagine della Genealogia.

Qui si mostrerà la costruzione, attraverso la pluralità, di un soggetto che mantiene in sé la ricchezza delle esperienze (il modello privilegiato è quello del corpo). Per Emerson al­l’espe­rienza nomadica si può contrapporre, con altrettanto o maggior profitto,una esplorazione “sedentaria” dell’io: “al mondo pri­mitivo o mondo anteriore io posso giungere immergendomi in me stesso”, sembra cioè trovare nelle esperienze della storia sempre l’eterno elemento umano (“la Superanima”,”l’eterno Uno” etc) e nulla è più lontano di questo da Nietzsche.

L’atteggiamento di Emerson è fortemente debitore del­l’idealismo romantico. Se Nietzsche ripete, per alcuni tratti , il modello goethiano del Wilhelm Meister, Emerson si avvicina di più all’interiorizzazione della storia dell’‘Heinrich von Ofterdingen di Novalis: “Mi pare di vedere due strade per giungere alla scienza della storia umana. L’una, faticosa e a perdita di vista, con innumerevoli giravolte, la strada dell’esperienza; l’altra, quasi soltanto un salto, la strada della meditazione “.

Risulta a mio parere una critica nei confronti di Emerson questa riflessione del ’78 intrecciata ad estratti da questo scrittore:

 “Poeti e filosofi fantasiosi sognano  che la natura (animali e piante ) possa essere intesa semplicemente per amore e intuizione, senza scienza e metodo. La stessa posizione verso l’uomo  hanno i metafisici”. Del resto Nietzsche sempre avrà una decisa posizione contro il misti­ci­smo le cui spiegazioni passano per ‘profonde’ e “non sono nemmeno superficiali”(FW).

Nietzsche non vuol tornare indietro: la sua diffidenza verso gli aspetti ‘romantici’ di Emer­son è sostenuta dalla definitiva critica agli stessi aspetti pre­senti in Schopenhauer e Wagner.

Nietzsche continuerà a valorizzare, fino all’ultimo, il tema del nomadismo : ad esempio nelle riflessioni del 1888 sul Co­di­ce di Manu, conosciuto nella dubitosa traduzione del Jacolliot. Contro l’irrigidimento, la stupidità che investono anche (soprattutto) i livelli alti (ogni azione è giusta solo se conforme alla legge), la prerogativa della libertà e del movimento, para­dossalmente, è negli esseri ibridi, i fuorilegge, nei Chandala: “devono aver avuto per sé l’intelligenza e anche una natura interessante. Essi erano gli unici che avessero accesso alla vera fonte del sapere, l’empiria  (…)”. Nietzsche riassume così le  sue critiche al codice di Manu: “manca la natura, la tecnica, la storia, l’arte, la scienza”.

Proprio “la bestia caotica, impura, incalcolabile” ha la pre­ro­gativa del nomadismo, dello sperimentare, e costituisce l’u­nico elemento di movimento di quella solare comunità. Se Nietzsche valorizza la perfezione automatica dell’istinto e il macchinismo del complesso, vuole però evitare  l’istupi­di­men­to che si accompagna come l’ombra alla forte organizzazione di potenza. Lo sperimentare è affidato ai “nuovi filosofi”, agli spiriti liberi che solo in epoche dominate dal costume son considerati “nemici di Dio” spregiatori della verità,’ossessi'”. “In quanto mentalità scientifiche, si era dei  Chandala… Abbiamo avuto contro di noi l’intero pathos  dell’umanità”(L’anticristo).

IL MOVIMENTO CAOTICO DEL MONDO

Se già nell’interpretazione del pensiero di Anassagora l’intento di Nietzsche sarebbe quello di affermare una visione del mondo atiteleologica e antiantropomorfica in cui, quindi, la natura riacquisti uno spazio che non è più dominato soltanto dall’uomo, è proprio l’immagine del mondo come caos eterno quella che Nietzsche propone in contrapposizione all’idea che esso sia un organismo teleologicamente determinato. La critica nietzscheana si riferisce in particolare a quella visione organicista dell’universo che trova espressione nella cosmologia di Otto Caspari; quest’ultimo descrive il mondo come un grande organismo composto da atomi biologici che obbediscono a una legge interna di autoconservazione grazie alla quale riescono ad avere, attraverso il proprio movimento, quel nutrimento che li mantiene continuamente in vita. In tal modo l’universo stesso viene descritto come un insieme organico di forze viventi che eternamente si rigenera creando vita sempre nuova da ciò che è morto ed evitando consapevolmente, coscientemente tanto uno stato iniziale quanto uno stato finale.

Nietzsche, da un lato, condivide con la cosmologia di Caspari il contrapporsi a una spiegazione meccanicistica dell’universo e alla conseguente idea di uno stato finale, dall’altro lato, però, non ne condivide la negazione dell’eterno ritorno dell’identico, derivante dall’idea che l’universo, in quanto organismo, vivrebbe grazie alla sua capacità di creare sempre qualcosa di nuovo. Proprio contro una tale concezione del mondo, che negherebbe la ripetizione in nome di un falso creazionismo, Nietzsche utilizza l’«Üten wir uns» dell’aforisma 109 de La gaia scienza in cui dice:

Il carattere complessivo del mondo è invece caos per tutta l’eternità, non nel senso di un difetto di necessità, ma di un difetto di ordine, articolazione, forma, bellezza, sapienza e di tutto quanto sia espressione delle nostre estetiche nature umane […] Guardiamoci dal dire che esistono leggi di natura. Non vi sono che necessità: e allora non c’è nessuno che comanda, nessuno che presta obbedienza, nessuno che trasgredisce. Se sapete che non esistono scopi, sapete anche che non esiste il caso: perché solo soltanto accanto a un mondo di scopi la parola caos ha senso […] Guardiamoci dal pensare che il mondo crei eternamente qualcosa di nuovo. Non esistono sostanze eternamente durature. (FW, 109)

Da un lato, Nietzsche nega la possibilità di attribuire al mondo caratteristiche tipicamente umane come ordine, bellezza, forma, dall’altro lato, egli rifiuta l’immagine del mondo come macchina. Così, attraverso il concetto di caos Nietzsche sviluppa una nuova visione del mondo, alternativa tanto al meccanicismo quanto alla teleologia; una visione che possiamo definire dinamica e nella quale trova pienamente espressione quel processo di naturalizzazione (Vernatürlichung) che abbiamo già visto essere molto importante per Nietzsche e che vedremo svilupparsi come Leitmotiv di tutta la sua cosmologia. Nietzsche,
infatti, si chiede «quando potremo iniziare a naturalizzare noi uomini, insieme alla pura natura ritrovata, nuovamente redenta ». Non soltanto la natura dovrebbe essere ricondotta a se stessa, ma anche l’uomo dovrebbe essere rinaturalizzato in quanto esso è semplicemente un elemento che accanto ad altri molteplici elementi partecipa internamente all’attività stessa della natura senza però poterla controllare e prevedere nei suoi movimenti. Infatti un mondo il cui carattere generale è per tutta l’eternità caos è un mondo che è sempre in movimento e in trasformazione, in cui ciò che dura è soltanto il continuo mutare
del suo modo di organizzarsi e in cui nulla è quindi prevedibile.

Il caos di cui parla Nietzsche sarebbe allora indeterminabile, sia nel senso che non ci sarebbe nessun fine ultimo verso cui esso tende, sia nel senso che non ci sarebbe nessun meccanismo in base al quale spiegare e prevedere tutti i movimenti. Nietzsche piuttosto lega il caos all’immagine del labirinto e di ciò che è irregolare. Infatti, se il bisogno pratico dell’uomo è quello di schematizzare il caos e di imporgli regolarità e forme, al contrario, la ragione che ordina e definisce è solo un’eccezione, mentre il caos, la necessità e il vortice delle stelle sono la regola.

In questo senso la regola, ossia ciò che caratterizza la natura, è proprio la mancanza di regole, poiché il movimento del mondo è un vortice caotico che sfugge a qualsiasi tentativo di fissarlo attraverso principi e definizioni. Il caos di cui parla Nietzsche non è, come abbiamo visto invece in Anassagora, semplicemente una fase cosmica iniziale alla quale deve seguire un processo di armonizzazione e determinazione di ciò che era disordinato e indefinito, bensì è il modo stesso di essere del mondo.

Ammettere l’esistenza di un movimento circolare non significa negare il caos, poiché ciò che ritorna continuamente è proprio il caos, ossia un movimento che è sì circolare, ma è comunque imprevedibile e indeterminabile da parte dell’uomo. Testimonianza del fatto che il caos nietzscheano non sarebbe semplicemente una fase iniziale da cui è nato il cosmo, è l’espressione «caos sive natura» in cui i due concetti, caos e natura, sono intercambiabili perché equivalenti. Questo significa che non esiste un intelletto ordinatore che agisce intenzionalmente su uno stato di disordine e di caos, poiché non c’è nessun progetto da realizzare né una meta da raggiungere dietro i molteplici movimenti naturali. Questi sono soltanto ciò che Nietzsche chiama «un caos di forze».

Il movimento di tale «caos sive natura», cioè di un mondo che è eternamente caos e che non ha un fine ultimo da raggiungere, sarebbe ciò che Nietzsche chiama «ciclo» [Kreislauf]. Esso è un movimento circolare non paragonabile a quei processi, come il movimento delle stelle o il susseguirsi delle stagioni, che nascono e periscono e fanno parte anch’essi del divenire della natura. Infatti, il movimento circolare sarebbe il movimento stesso della natura che non è direzionato verso un fine o un principio trascendente la natura stessa, ma è piuttosto ciò attraverso cui questa si sviluppa e vive. Attraverso il concetto di Kreislauf si inizia così a delineare la natura autorganizzatrice del mondo che non dipende da nulla di esterno verso cui dovrebbe tendere, ma, al contrario, vive del suo stesso movimento.

Dice Nietzsche:

Il caos del cosmo come esclusione di qualsiasi attività finalistica non è in contraddizione con il pensiero del corso circolare: quest’ultimo è appunto una necessità irrazionale senza riguardi formali, etici, estetici. Non c’è arbitrio né in piccolo né nella totalità. (FP 11 [271], primavera-autunno 1881)

Il movimento circolare esprime soltanto quella che Nietzsche chiama la «unvernüftige Notwendigkeit» del caos, cioè un movimento che è una necessità irrazionale perché è privo di qualsiasi scopo ultimo da raggiungere. Se non c’è nessun principio trascendente che organizza e determina il mondo dal di fuori, allora il mondo come caos si sviluppa internamente. Esso, però, si muove in un modo che non è né quello di un individuo che agisce intenzionalmente, né quello di una macchina programmata nel funzionamento dei suoi meccanismi. Si tratterebbe piuttosto di un mondo il cui movimento è fine a se stesso poiché semplicemente si muove sprigionando la proprio energia o meglio le proprie molteplici energie. Secondo Nietzsche invece è proprio dell’uomo voler vedere anche nell’assenza di scopi, uno scopo, un’intenzione, un progetto come se il fatto che il mondo non abbia un fine preciso possa essere esso stesso il risultato di un’intenzione, di un’azione consapevole.

Il mondo-caos nietzscheano, però, sfugge alle strutture conoscitive dell’uomo perché ciò che prima era solo un’eccezione, ossia l’imprevedibile e il caotico, diventa invece la realtà e la normalità; una realtà il cui movimento circolare non è il movimento determinato e finito di un anello, bensì quello di un caos di forze che continuamente ritornano in movimenti sempre diversi.

Ecco che allora il Kreislauf è ciò in cui caos e necessità si trovano insieme, poiché esso esprime non la loro opposizione, quanto piuttosto la negazione di una necessità teleologicamente intesa. Nell’ottica nietzscheana il mondo è un insieme di forze che si muovono in circolo, ossia che ritornano continuamente combinandosi però tra loro in maniera sempre diversa e stabilendo ogni volta dei nuovi mai definitivi equilibri. La circolarità esprime sì la necessità di qualcosa che ritorna, ma una necessità che è comunque irrazionale, poiché ciò che ritorna è trasformazione, diversità, molteplicità ed è proprio in questo continuo mutare che consiste l’attività del mondo. In questo modo, la necessità di cui parla Nietzsche significa soltanto che qualcosa non può essere niente di diverso da ciò che effettivamente è. In una tale prospettiva tutti gli avvenimenti non possono essere spiegati come parti di un progetto prestabilito, ma come ciò che semplicemente e naturalmente accade. La necessità è irrazionale perché sfugge alla tendenza dell’intelletto umano a vedere dietro ogni movimento uno scopo che reggerebbe e dirigerebbe l’accadere stesso. A questo proposito Nietzsche afferma che:

[…] secondo un secolare errore si è abituati a vedere proprio nell’obiettivo (scopo, vocazione ecc.) la forza propulsiva – ma essa è soltanto l’energia direttiva, si è scambiato a questo riguardo il pilota della nave con il vapore. E nemmeno sempre il pilota, l’energia direttiva…L’obiettivo, lo scopo non sono molto spesso nient’altro che un sotterfugio per mascherare, un autoaccecamento a posteriori della vanità, riluttante ad ammettere che la nave segue la corrente in cui è incappata per caso? Che vuole andare verso quel punto perché è verso quel punto che deve andare? Che ha si una direzione, ma nient’affatto un pilota? Manca ancora una critica del concetto di scopo. (FW, 360)

Dunque, tutti gli eventi naturali si muovono seguendo una direzione, come una nave, senza però che ci sia uno scopo a fare da forza trainante di tale movimento. Ciò che, per Nietzsche, è veramente importante e senza di cui non si potrebbe in alcun modo parlare di movimento e di azione, è il quantum di energia che aspetta di sfogarsi e sprigionarsi in qualche modo; esso è l’unica causa significativa di ogni attività, la quale infatti è il risultato del suo bisogno naturale di realizzare e impegnare la sua forza. Nietzsche, per riferirsi al momento di esplosione dell’energia, utilizza il verbo auslösen, rifacendosi a un saggio del 1875 di R. Mayer, Über die Auslösung. Qui, Mayer porta lo stesso esempio che ritroviamo nell’aforisma nietzscheano. Egli distingue infatti tra la direzione che la volontà del pilota dà alla nave e il suo movimento effettivo, il quale può derivare soltanto
da una «forza fisica» [physische Kraft], in questo caso il carbon fossile, senza di cui la nave, malgrado la volontà del suo guidatore, non potrebbe muoversi. In questo modo emerge chiaramente come Nietzsche riprenda proprio da Mayer, del cui influsso parleremo nei paragrafi successivi, l’idea che la volontà dell’uomo abbia un ruolo assolutamente marginale, e in ogni caso successivo, all’interno di quel movimento naturale che invece si verifica grazie alla Auslösung, cioè allo sprigionarsi di forze che non possono fare a meno di essere tali e debbono necessariamente sprigionarsi.

Tali forze sono quel quanto di energia che Nietzsche definisce la causa dell’agire, ciò senza cui nessun movimento potrebbe verificarsi e che spinge per potere in qualche modo liberarsi e realizzare la propria natura attraverso quelle che Nietzsche chiama «diese kleine Zufälle»; si tratta, cioè, di quelle piccole circostanze, come il fiammifero rispetto alla polvere da sparo o il pilota rispetto al vapore della nave, che si limitano a dare la direzione a ciò che in ogni caso deve per propria natura sprigionarsi e che, liberandosi, determina il verificarsi o meno del movimento, come ad esempio il procedere della nave. Secondo Nietzsche, l’errore consiste nello scambiare il müssen con il wollen. Infatti, egli critica l’idea che dietro ogni avvenimento ci sia un «io voglio» a cui quello debba essere ricondotto. Al contrario, il muoversi e realizzarsi di ciò che accade sono soltanto una necessità naturale indipendente da qualsiasi volontà intesa antropomorficamente e teleologicamente.

Ciò significa che qualcosa accade semplicemente perché deve (muss) accadere, cioè non può non accadere. È in questo senso che un quanto di energia deve in qualche modo sprigionarsi e sfogarsi, cioè non può non farlo perché questa è la sua natura, il suo modo di essere. Ogni quanto ha quindi un movimento la cui natura non è né meccanica né teleologica, perché esso vuole soltanto sfogarsi ed in quest’attività trovare soddisfazione.

In questo modo Nietzsche nega che possano esistere realmente dei motivi dell’azione attraverso cui spiegare teleologicamente gli avvenimenti, per cui qualcosa accadrebbe soltanto perché una volontà agisce in vista di uno scopo raggiungibile proprio attraverso quell’azione. Esistono invece soltanto i motivi della direzione data dalla potenza e dall’intensità della forza che sta dietro ogni avvenimento e che, esplodendo e sprigionandosi, dà vita ad ogni accadere.

Possiamo quindi dire che il concetto di Kreislauf è espressione di quel movimento che segue una direzione senza un fine ultimo, un corso necessario ed irrazionale allo stesso tempo. Esso è ciò in cui il mondo caotico si realizza.

Il movimento circolare è perciò eterno, così come eterno è il mondo-caos, poiché questo movimento non ha nessuno scopo da raggiungere e non ha quindi motivo di cessare. In esso l’unico scopo è quello di un’incessante trasformazione dell’energia intesa come la totalità del divenire (Gesamt-Werden). A tale proposito Nietzsche dice:

[…] che il mondo non tenda a una situazione permanente, è la sola cosa che sia provata. Quindi bisogna pensare il suo stato culminante in modo che non sia uno stato di equilibrio… (ibidem)

Si è così giunti a ciò che, come intendevamo sottolineare, sta dietro il concetto di movimento circolare e fa sì che questo sia considerato il movimento proprio del mondo inteso come caos. Ovvero si è giunti all’idea che, secondo Nietzsche, non esiste nessuno stato finale del mondo poiché, nel momento stesso in cui venisse raggiunto uno stato ultimo permanente, verrebbe meno quel movimento che è invece l’attività stessa del mondo.

Il movimento non è più allora soltanto un mezzo per il raggiungimento di qualcosa di fisso e stabile, ma è al contrario ciò in cui il mondo vive perché solo in esso la sua energia si trasforma continuamente e in tal modo si conserva. Tale movimento è circolare perché non ha un fine ultimo esterno da realizzare, bensì è fine a se stesso, ossia a quell’attività naturale che è l’essenza stessa del mondo. Attraverso il movimento circolare Nietzsche riesce ad affermare quel principio di conservazione dell’energia a cui egli si rifà esplicitamente, e a negare l’esistenza di uno stato finale che il mondo dovrebbe raggiungere e che implicherebbe la fine di ogni movimento. È per questo che tale movimento del mondo non soltanto è circolare, ma è anche caotico, ossia non raggiunge mai un ordine fisso, un equilibrio stabile oltre il quale non avrebbe senso andare.

Incomincia, così, a delinearsi, all’interno del pensiero nietzscheano, la natura autoregolatrice del mondo che si concretizza proprio nel movimento circolare. Questo, infatti, è l’anello di congiunzione tra caos e autorganizzazione. La circolarità del movimento del mondo significa che esso non esce mai dalla propria stessa attività e che ogni movimento è interno al mondo stesso come elemento della sua organizzazione. Inoltre, se il mondo vive autorganizzandosi, allora sviluppa internamente il proprio movimento che, perciò, è caotico, cioè è la trasformazione continua del mondo stesso. Così ciò che ritorna non è altro che il movimento dei molteplici quanti di forza che compongono il mondo. In questo senso ciò che accade all’interno del Kreislauf è un’attività eterna che si svolge continuamente e che non potrebbe fare altrimenti. Infatti, la necessità irrazionale, a cui abbiamo già fatto riferimento e che è presente in tutto ciò che accade, significa soltanto che una determinata forza non può essere nient’altro che quella determinata forza.

In questo senso ciò che accade è necessario per la semplice ragione in che accade, cioè non può non accadere. Anche in questo caso vale dunque l’affermazione nietzscheana, già vista nel primo capitolo, «dire accadere e accadere necessariamente è una tautologia».

Se l’unica necessità che esiste all’interno del mondo è quella per cui ogni essere non può sfuggire alla propria natura, cioè a se stesso, essa non comporta nessuna prevedibilità e nessun determinismo nei confronti di un mondo il cui comportamento è assolutamente non pronosticabile così come non lo è il movimento della palla da biliardo o dei dadi. Tutto ciò che è all’interno del mondo muta continuamente ed è necessario semplicemente perché così è e non potrebbe essere diversamente. In questo senso l’«assoluta necessità» di cui parla Nietzsche è esattamente il contrario del determinismo. Infatti, Nietzsche
afferma:

L’assoluta necessità di uno stesso accadere in un corso cosmico come pure in tutti gli altri per l’eternità, non è un determinismo riguardo all’accadere, ma solo l’espressione del fatto che l’impossibile non è possibile… (ibidem)

Se determinismo significa che ogni avvenimento è determinato esternamente da uno precedente, per cui esisterebbero delle leggi di natura che spiegano l’accadere di ogni cosa in base ad un’interferenza esterna e che rendono tale natura perfettamente prevedibile, al contrario, la necessità di cui parla Nietzsche non è una forza causale esterna costringente, bensì la forza interna a ogni cosa, che è quello che è soltanto perché questa è la sua natura. Pertanto è proprio a partire dal concetto di Kreislauf così come lo abbiamo descritto, che si incomincia a comprendere in che senso, secondo Nietzsche, il mondo è eternamente un caos
che può giocare il suo gioco all’infinito, ossia quello di trasformarsi attraverso il movimento sempre diverso delle molteplici forze che sono in esso. Dunque, il movimento circolare è il caotico e l’indeterminato per eccellenza, cioè qualcosa che non viene causato dall’esterno, ma che si sviluppa da una originaria, profonda forza interna.

IL DIVENIRE ATELEOLOGICO

La prospettiva ermeneutica dalla quale in queste pagine si intende trattare il tema dell’inattualità in Nietzsche è quella contemporanea. Infatti, partendo dalla consapevolezza che Nietzsche si è posto fuori dagli schemi concettuali e di comportamento che hanno dominato la sua epoca, ci si è chiesto cosa del suo pensiero inattuale sia oggi attuale. La risposta che si dà a questa domanda, è: il metodo genealogico. Infatti, la genealogia nietzscheana è un modo di intendere la conoscenza e di descrivere il mondo. In particolare, vedremo che per Nietzsche questo mondo è qualcosa di molteplice, che diviene continuamente secondo un procedere ateleologico.

È proprio questa Weltanschauung intrinseca al metodo genealogico nietzscheano che cercherò di mostrare nella sua attualità. Infatti, l’elemento fondante del metodo genealogico nietzscheano è la distinzione tra origine e fenomeno attuale. Ciò significa che quello che oggi è un determinato fenomeno o il significato attuale di un termine è qualcosa di diverso e non legato teleologicamente a ciò da cui quel fenomeno o quel termine hanno avuto origine. Il lavoro dello storico genealogista è ciò che lo rende inattuale e soprattutto critico. Infatti, tale lavoro scardina l’idea della storia e della conoscenza in generale come ciò che procede progressivamente e teleologicamente per accumulazione.

È in questo senso che intendiamo mettere in evidenza come, grazie anche all’acquisizione da parte di Nietzsche del paradigma evoluzionista darwiniano, il metodo genealogico si mostra attuale sotto due aspetti, che a nostro avviso sono strettamente legati: 1) il rapporto tra conoscenza ed interesse vitale; 2) la negazione di un progresso nella conoscenza e nella storia e del raggiungimento di un fine ultimo. Riguardo al primo punto l’attualità di Nietzsche verrà messa in evidenza attraverso la chiave di lettura antistoricistica di Habermas che coglie lo stretto legame tra ‘teoria e prassi vitale’ nel pensiero di Nietzsche. Per il secondo punto si metterà in evidenza l’attualità del metodo genealogico in relazione alle teorie evoluzioniste contemporanee, in particolare in relazione al concetto di exaptation di Gould, rimodulando l’evoluzione in direzione chiaramente antiteleologica e antiadattazionista.

La prospettiva ermeneutica dalla quale in queste pagine si intende trattare il tema dell’inattualità in Nietzsche è quella contemporanea. Infatti, partendo dalla consapevolezza che Nietzsche si è posto fuori dagli schemi concettuali e di comportamento che hanno dominato la sua epoca, ci si è chiesto cosa del suo pensiero inattuale sia oggi attuale. La risposta che si dà a questa domanda, come si può evincere dal titolo di questo saggio, è: il metodo genealogico. Nelle pagine che seguono cercherò di motivare questa mia risposta mettendo in evidenza la particolarità e l’originalità del metodo genealogico nietzscheano.

A tale proposito, proprio perché metodo, vedremo come esso non riguarda soltanto uno scritto dell’opera nietzscheana, La genealogia della morale, o alcuni temi, come quelli legati alla moralità e alla critica al cristianesimo. Infatti, il metodo genealogico è un modo di intendere la conoscenza che porta con sé una particolare Weltanschauung. Quindi la mia analisi procederà su un duplice piano: gnoseologico/epistemologico ed ontologico, laddove ciò che avviene sul piano ontologico influenza ciò che avviene a livello epistemologico. Infatti, la descrizione di com’è la realtà determina anche il modo in cui l’uomo entra in relazione con questa realtà e quindi il piano gnoseologico/epistemologico. La genealogia nietzscheana è un modo di intendere la conoscenza, poiché è metodo conoscitivo, ma, proprio per questo, attraverso di essa Nietzsche ci fornisce una descrizione del mondo, ci dice come – secondo lui – il mondo è. In particolare, vedremo che per Nietzsche questo mondo è qualcosa di molteplice, che diviene continuamente secondo un procedere ateleologico. È proprio questa Weltanschauung intrinseca al metodo genealogico nietzscheano che è stata percepita come inattuale e che cercherò di mostrare, invece, come fortemente attuale.

1) Il metodo genealogico: origine e utilità attuale

L’elemento fondante del metodo genealogico nietzscheano è la distinzione tra origine e fenomeno attuale. Ciò significa che quello che oggi è un determinato fenomeno o il significato attuale di un termine è qualcosa di diverso e non legato teleologicamente a ciò da cui quel fenomeno o quel termine hanno avuto origine.

Proprio in La genealogia della morale Nietzsche intende smascherare, a proposito dell’origine e dello scopo della pena, quelli che lui chiama i «genealogisti della morale fino ad oggi» poiché essi hanno proceduto ingenuamente. In cosa consisterebbe questa abituale ingenuità? Nell’identificare proprio ciò che Nietzsche distingue: l’origine e lo scopo finale. Dice il filosofo inattuale riferendosi proprio ai genealogisti: «scoprono nella pena un qualsivoglia scopo, per esempio vendetta o intimidazione, e indi, ingenuamente, collocano questo scopo all’origine, come causa fiendi della pena». In tal modo questi ingenui genealogisti non avrebbero fatto la storia genetica del diritto perché non avrebbero rispettato l’unico principio che, invece, secondo Nietzsche, una storia degna di questo nome dovrebbe rispettare e cioè: «che la causa genetica di una cosa e la sua finale utilità, nonché la sua effettiva utilizzazione e inserimento in un sistema di fini, sono fatti toto caelo disgiunti l’uno dall’altro». Secondo Nietzsche tutto ciò che esiste viene continuamente e nuovamente interpretato in vista di nuovi propositi, di nuove utilità ed, in questo modo, lo ‘scopo’ ed il ‘senso’ attribuiti a qualcosa fino a quel momento, successivamente si offuscano, vengono abbandonati e sostituiti.

Vediamo, così, in che senso il metodo genealogico esprime una visione del mondo come qualcosa che evolve ateleologicamente. La genealogia nietzscheana, infatti, mostra come l’evoluzione di una cosa, di un uso, di un termine, di un organo, non è il suo progresso verso un fine da raggiungere, verso una meta, ma è il susseguirsi imprevedibile di interpretazioni e di scambi di volontà di potenza. In questo senso il modo in cui Nietzsche utilizza il termine evoluzione è tecnico e – a mio avviso – estremamente attuale, poiché egli si rifà consapevolmente al concetto darwiniano di evoluzione e, però, utilizza questo termine nella sua versione antiteleologica, per cui le cose evolvono nel senso che mutano continuamente la loro utilità, la loro funzione, senza alcun progresso lineare e senza un fine ultimo da raggiungere, ma soltanto in relazione alle singole diverse situazioni contingenti. Nietzsche, infatti, utilizza il concetto darwiniano di evoluzione in antitesi alla lettura che, invece, ne avrebbe dato Spencer; quest’ultimo, secondo Nietzsche, pose l’accento esclusivamente sul ruolo dell’adattamento finalistico a circostanze esterne riducendo il processo evolutivo soltanto a questo.

Allora, la strada che percorre il genealogista nietzscheano non è una strada dritta, semplice, che conduce direttamente dall’inizio, cioè dall’origine, alla fine, ma è piuttosto una strada tortuosa e faticosa, fatta di molteplici deviazioni che non si sa fin dall’inizio dove porteranno. Ecco perché Nietzsche afferma che il colore più importante per il genealogista non è il bianco, bensì il grigio che esprime tutta la miriade di interpretazioni che si susseguono in modo disordinato e che bisogna decifrare senza pretendere di riordinarle teleologicamente e linearmente.

Questo lavoro dello storico genealogista è ciò che lo rende inattuale e soprattutto critico. Infatti, tale lavoro scardina l’idea della storia e della conoscenza in generale come ciò che procede progressivamente e teleologicamente per accumulazione. La genealogia nietzscheana ci mostra che la conoscenza, i significati, i concetti mutano perché muta ciò che è utile per l’uomo, per il soddisfacimento e la piena realizzazione della sua vita, che non è un mero adattarsi reattivamente a ciò che lo circonda. Dunque la genealogia è critica, ma non nel senso – o almeno non soltanto – che distrugge e decostruisce una determinata descrizione del mondo come qualcosa di ordinato, lineare e progressivo, ma anche nel senso che essa ci mostra un altro modo di funzionare del mondo come imprevedibile, frammentario e molteplice. In questo senso, vediamo come l’impianto genealogico e critico ha il merito di liberare la filosofia nietzscheana dall’ombra di quel nichilismo con cui, invece, è stata spesso identificata fino a negarne una pars costruens.

La genealogia, dunque, è l’unico modo di fare storia. Infatti, per Nietzsche la storia genealogica è l’unica storia possibile perché, come dice in La genealogia della morale, essa si fonda su quel principio di distinzione tra l’origine e l’utilità finale che deve stare alla base di ogni storia. Dunque, non c’è storia che non sia genealogia nel senso in cui l’abbiamo fin ad adesso descritta.

In questo modo Nietzsche sembra proseguire ed esplicitare il discorso che egli aveva già iniziato nella famosa Seconda Inattuale. Parafrasandone il titolo, Nietzsche distingueva tra una storia utile alla vita e una storia dannosa alla vita, che consisterebbe in un eccesso di senso storico inteso come forte senso del passato da cui tutto dipende. Dice Nietzsche: «perché con un certo eccesso di storia la vita si frantuma e degenera, e alla fine a sua volta, a causa di questa degenerazione va perduta la storia stessa».

Dunque, un recupero della vita come espressione dei propri affetti, dei propri bisogni, della propria corporeità consente anche un recupero delle storia appunto come storia genetica di questi affetti, di questi bisogni, di questi corpi. La storia, che – come abbiamo visto – è sempre anche genealogia, non deve mai perdere il legame con la vita perché quando si perde questo legame la storia cessa di essere tale. Infatti ne deriva «un’abitudine a non prendere sul serio le cose reali, ne nasce la personalità debole secondo la quale il reale, l’esistente, lascia soltanto una scarsa impressione; alla fine si diventa all’esterno sempre più indulgenti e comodi». Da questa cattiva abitudine deriva, dal punto di vista di Nietzsche, una storia ‘non storia’ che si accontenta di memorizzare, archiviando tutto nel passato; essa manca di senso critico, tanto che ne deriva soltanto una personalità debole, comoda ed indulgente. Le cose reali sono, invece, proprio quelle che appartengono al mondo della vita. In questo senso, potremmo dire che il colore di questa vita non è il bianco di un ideale astratto universalizzante, bensì il grigio – per tornare alla metafora della Genealogia – di una relazione tra l’individuo e queste cose reali. Questa relazione è un prendere liberamente posizione rispetto alle cose reali a partire dagli interessi e dai bisogni vitali di ciascuno.

A tale proposito, è interessante notare come già in uno scritto ancora anteriore alla Seconda Inattuale e cioè Su verità e menzogna in senso extramorale Nietzsche ponga le basi – a mio avviso – per ciò che dirà poi nella Seconda Inattuale e anche successivamente nella Genealogia riguardo alla necessità di confrontarsi con il mondo delle cose reali, che è un mondo frammentato, molteplice e caratterizzato da un movimento ateleologico. Nietzsche, infatti, sostiene che la formazione del concetto nasce dal trascurare ciò che c’è di individuale e di reale.

Dunque, il reale è individuale e l’intelletto, per una forma reattiva di autoconservazione dell’uomo, tende a negare questa natura individuale e particolare della realtà costruendo i concetti. Ma il concetto «sorge con l’equiparazione di ciò che non è uguale» e, quindi, invece che servire a ricordare e mantenere l’esperienza primitiva che è individuale, non ripetuta e non ripetibile, il concetto lascia cadere ciò che c’è di disuguale, di molteplice, di individuale e di particolare. In questo senso, secondo Nietzsche, l’intelletto che concettualizza perde il contatto con le cose reali che, appunto, sono individuali e irripetibili.

L’uomo che pensa e conosce solo per concetti è quello che Nietzsche definisce astratto e a cui contrappone l’uomo intuitivo. Quest’ultimo, al contrario del primo, entra in relazione con le cose reali senza astrarre, ordinare ed annullare le diversità che costituiscono questa realtà, di cui egli stesso fa parte con la sua individualità e corporeità. In questo senso, penso si possa dire che il Nietzsche di Verità e Menzogna fosse già fortemente inattuale e, dunque, dal nostro punto di vista, attuale. Infatti, l’uomo intuitivo è propri colui che in maniera creativa e plastica prende posizione rispetto a ciò che lo circonda con «metafore inaudite e accozzamenti di concetti», ossia egli sperimenta uscendo dai confini rigidi dell’astrazione e della concettualizzazione. La storia genealogica e critica è, allora, la storia di queste prese di posizione, di queste molteplici interpretazioni che non guardano solo al passato che fagocita il nuovo, ma anche e soprattutto al presente e al futuro fuori, però, da un’ottica finalistica. Tornando alla Seconda Inattuale, dice Nietzsche: «L’eccesso di storia ha intaccato la forza plastica della vita, essa non è più capace di servirsi del passato come un robusto nutrimento».

È proprio contro questo eccesso di storia che, invece, si pone la genealogia nietzscheana a difesa della forza plastica della vita; questa è la stessa – a mio avviso – che già l’uomo nietzscheano di Verità e Menzogna coltiva, invece, che intaccare, in quanto «soggetto artisticamente creativo» che non smette di usare le metafore, il linguaggio e anche i concetti, ma li utilizza in maniera diversa poiché è consapevole della loro relatività e non esaustività rispetto al mondo che lo circonda.

2) Habermas e la critica allo storicismo nietzscheana

A proposito della relazione tra la storia e la vita ritengo che sia particolarmente significativa l’analisi che Habermas compie della ‘critica allo storicismo’ nietzscheana. Per precisione metodologica e concettuale devo specificare che mi riferirò soltanto alla prima interpretazione che Habermas fornisce del pensiero di Nietzsche, appunto come pensiero critico della modernità e dello storicismo. Questo pensiero critico è quello che, secondo Habermas, ha intuito che le norme della conoscenza non possono essere indipendenti dalle norme dell’agire e ha affermato l’indissolubile legame tra conoscenza ed interesse.

Quindi, non prenderò in considerazione l’interpretazione habermasiana di Nietzsche come padre della postmodernità. Infatti ciò che è interessante della posizione di Habermas è che coglie subito il fulcro della critica nietzscheana e cioè la comprensione da parte di Nietzsche del nesso immanente tra teoria e prassi vitale, tra conoscenza ed interesse. Proprio per l’individuazione di questo nesso Habermas definisce la teoria della conoscenza di Nietzsche ‘anticonvenzionale’; in altre parole noi oggi, in questo contesto, potremmo dire inattuale. Habermas – nella sua postilla La teoria della conoscenza di Nietzsche – mette in evidenza, infatti, come ciò che Nietzsche rimprovera allo storicismo è la negazione proprio di questo nesso tra teoria e prassi vitale e l’affermazione di un’autonomia della prima dalla seconda.

È proprio in quest’ottica che ritorna, dunque, il discorso sulla storia poiché lo storicismo è quella visione del mondo che nega la soggettività dell’individuo conoscente e afferma, invece, l’autonomia della teoria dall’interesse pratico; tutto ciò – dal punto di vista nietzscheano – non consentirebbe allo storico di accedere alla storia stessa. Habermas comprende che per Nietzsche, invece, soltanto il soggetto che partecipa del tessuto vitale e cioè che prende posizione rispetto alle cose reali, può riappropriarsi della storia, ma non come vuota teoria, bensì come storia critica e genetica.

Di nuovo è la forza plastica quella che consente al soggetto in generale ed in particolare al soggetto della conoscenza storica, di delineare l’orizzonte del suo mondo poiché solo a partire da questo egli può conoscere, cioè può appropriarsi del sapere, che entra a far parte delle prospettive del suo agire allargandone e trasformandone i confini. In questo senso si comprende meglio il nesso indissolubile tra conoscenza e prassi, poiché la prima, cioè la conoscenza, può avvenire soltanto all’interno e a partire da una determinata prassi vitale, che, a sua volta, però si modifica e si modella grazie alle nuove conoscenze acquisite. Questa sarebbe la forza plastica di cui parla Nietzsche: «quella forza di crescere a modo proprio su se stessi, di trasformare, di incorporare cose passate ed estranee, di sanare le ferite, di sostituire forme perdute, di riplasmare in sé forme spezzate». L’eccessiva scientifizzazione della storia, intesa come sua oggettivizzazione, la allontana necessariamente dalla prassi vitale e inibisce la forza plastica riducendola sempre di più fino a farla scomparire.

Dunque, bene riesce a cogliere il punto Habermas quando sottolinea che per Nietzsche ciò che garantisce una conoscenza storica ampia ed anche limpida non è la separazione tra il piano gnoseologico dei rapporti cognitivi e la situazione ermeneutica di partenza, ma al contrario la forza plastica e trasformatrice dell’uomo, grazie alla quale conoscenza ed interesse sono indissolubili e proprio per questo l’uomo è in grado di creare, di plasmare e di conoscere. Dunque non soltanto la vita non può essere senza conoscenza, ma anche non c’è conoscenza senza prassi vitale, senza forza plastica.

Proprio a partire da tale forza plastica dell’individuo si sviluppa il pensiero critico-genealogico che distingue tra origine e utilità attuale, nel senso per cui tra di esse non c’è un legame necessario. In questo modo Nietzsche ridimensiona l’importanza di entrambi i momenti. Infatti, da un lato, l’utilità attuale di un fenomeno, di una cosa, non è lo scopo finale attorno a cui gravita tutto ciò che accade e che è accaduto nel passato; dall’altro lato anche l’origine è semplicemente un inizio che non segna e determina tutto ciò che viene dopo. L’origine, in quest’ottica, perde la sua metafisicità e la genealogia come ricerca dell’origine non è l’individuazione di unità e linearità, ma al contrario individuazione del frammentario, della mancanza di stabilità e continuità. In questo senso, gli scopi, le utilità attuali sono, per Nietzsche, soltanto “indizi”, “segni” di interpretazioni sempre nuove e di riassestamenti, che si susseguono in maniera del tutto casuale e le cui cause, spesso, non sono connesse tra loro. L’uso di termini come indizi, segni, casualità esprime proprio un modus operandi nel quale teoria e prassi vitale sono indissolubilmente legati.

La genealogia, dunque, rivela la lontananza tra ciò che c’è all’inizio e ciò che si sviluppa in seguito fino ad arrivare all’utilità attuale. Dunque, non c’è nessuna origine alta, solenne o addirittura divina. In questo senso la genealogia ridimensiona anche il ruolo dell’uomo all’interno della natura poiché né il punto in cui l’uomo è arrivato adesso è il risultato di un progetto prestabilito (intelligent design) né la definizione che l’uomo fornisce del mondo coincide con una verità assoluta, ma è un’interpretazione che nasce da un confronto reale e concreto con le cose del mondo a partire dai bisogni e dagli interessi degli individui.
Ritorniamo così a ciò da cui siamo partiti all’inizio del nostro percorso: l’idea che la storia, intesa come storia dell’uomo, ma anche del mondo in generale, non sia un progresso verso qualcosa. L’utilità o la funzione attuale di una cosa, di un organo, di un termine sono distinti da ciò che c’era prima all’origine. Come si giunge da quell’inizio a questa utilità attuale non è qualcosa di stabilito e necessario che rientra in un disegno onnicomprensivo. Allora ciò che l’uomo della conoscenza come storico e genealogista può fare è analizzare ciò che è già accaduto perché di questo possiamo parlare in quanto ‘documentato’, ‘effettivamente verificabile’ ed ‘effettivamente esistito’ attraverso un procedimento interpretativo che non pretende però di essere esaustivo. Dunque, c’è un movimento, un’evoluzione che però non ha uno scopo, non tende verso qualcosa. In questo senso Nietzsche nega una visione teleologica dell’evoluzione con tutto quello che, abbiamo visto, ne consegue.

3) Nietzsche e Gould: genealogia, storia ed exaptation

Il famoso storico della biologia e dell’evoluzione Stephen J. Gould ne La struttura della teoria dell’evoluzione dichiara di non potere avanzare nessuna pretesa di originalità riguardo a ciò che chiama ‘il principio chiave, strutturale e storico’ delle differenze, ossia il principio di distinzione – come dice Nietzsche – , tra le utilità attuali e le cause d’origine. Infatti Gould – come egli stesso confessa – scopre nel 1998 che Nietzsche aveva già ‘brillantemente’ delucidato tale principio di differenze con tutta la valanga di implicazioni generali che questo comportava.

In particolare, ciò che Gould riconosce positivamente dell’analisi di Nietzsche è il fatto che tale principio di distinzione tra origine ed utilità attuale non sminuisce il ruolo di quest’ultima, ma semplicemente lo ridimensiona soprattutto rispetto a ciò che deve ancora accadere, che rimane imprevedibile e non determinato teleologicamente. Inoltre Gould riconosce l’ampiezza del discorso nietzscheano. Infatti, Nietzsche è consapevole che questo principio di distinzione non riguarda soltanto il campo della morale e quindi della storia genealogica del diritto, della pena ecc., ma riguarda in generale qualunque studio storico. Tutto ciò ci permette di comprendere l’ampia portata della riflessione nietzscheana poiché in questo senso il metodo genealogico è ciò che sta alla base di qualunque indagine storica sia che riguardi la morale sia la biologia sia la scienza. Dimostrazione di ciò sarebbe il famoso esempio niezscheano – che anche Gould riprende – dell’occhio e della mano. Nietzsche, sempre contro i genealogisti ingenui della morale, afferma che confondere l’origine con l’utilità attuale della pena è lo stesso che credere che «l’occhio sarebbe stato fatto per vedere e la mano per afferrare».

L’esempio dell’occhio è presente già in un’opera di poco anteriore alla Genealogia e cioè Aurora, in cui troviamo un aforisma che, non a caso, è intitolato La finalità della natura. In questo aforisma, infatti Nietzsche, proprio per dimostrare che non esiste affatto una finalità nella natura, porta l’esempio dell’occhio e della vista sostenendo che «la vista non è stata lo scopo che ha accompagnato la nascita dell’occhio, ma si è invece venuta a determinare quando il caso ebbe combinato insieme l’apparato visivo». Dunque, bisogna seguire la storia (genealogica) dell’occhio per comprendere come si è evoluto l’uso degli occhi e che non esiste alcun finalismo in questo processo evolutivo. Chi è in grado di giungere a tali conclusioni è colui che Nietzsche definisce uno «spregiudicato investigatore» proprio perché egli era consapevole dell’inattualità di questo tipo di indagine e del coraggio che era necessario per portarla avanti. Il fatto che con gli occhi adesso noi vediamo e che con le mani afferiamo non significa che sia sempre stato così e quindi che l’utilità attuale di questi organi, gli occhi e le mani, coincida con la loro origine. Il metodo genealogico serve proprio a condurre quest’indagine che, come abbiamo visto, implica una certa spregiudicatezza. Bisogna vedere ripercorrendolo a ritroso, come si è giunti all’utilità attuale senza dare per scontato che questa fosse già presente all’origine. La storia è un susseguirsi di diverse utilità e di diverse interpretazioni di una stessa cosa, organo o termine, che non portano verso nulla di definito e definitivo.

La genealogia nietzscheana, quindi, rivela un concetto di evoluzione che certamente è darwiniano, ma che sembra essere incredibilmente in linea con la teoria evoluzionistica contemporanea di Gould. Fu, infatti, proprio Gould insieme ad Elisabeth Vrba a sviluppare la teoria degli equilibri punteggiati e soprattutto il concetto di exaptation rimodulando l’evoluzione in direzione chiaramente antiteleologica e antiadattazionista. Già Darwin aveva, effettivamente, riconosciuto il fatto che alcune caratteristiche degli esseri viventi possono avere effetti utili alla sopravvivenza, pur non essendo ciò per cui quelle caratteristiche sono nate. A tale proposito Darwin aveva portato l’esempio delle suture del cranio nei piccoli di mammiferi perché queste risultano utilissime al momento del parto, ma certamente non sono nate in funzione del parto poiché le stesse identiche suture sono presenti anche in rettili e uccelli che non ne hanno bisogno.

Gould e Vrba coniano il termine di ex-aptation per riferirsi a quei caratteri sorti per una ragione indipendente dalla loro utilità attuale, istituzionalizzando scientificamente ciò che Nietzsche aveva detto ne La Genealogia della Morale e cioè che l’origine storica di un organo, di un carattere, e la sua utilità attuale sono toto caelo distinti. Si incominciò a parlare di exaptation, quindi, in tutti i casi in cui vi fosse una cooptazione, in vista di nuove funzioni o effetti, di strutture e caratteri impiegati in passato per funzioni diverse o addirittura per nessuna funzione. Per esempio, l’airone nero africano utilizza le ali per creare in acqua un cono d’ombra nel quale attira i pesci da cacciare; in questo caso le ali svolgono una particolare funzione ed hanno un particolare effetto che è quello di attirare i pesci e facilitare la caccia, ma questa funzione e questo effetto non sono quello originario, ossia quello per cui una struttura come le ali si è evoluta originariamente. Quella dell’airone nero africano sarebbe un’exaptation, cioè un uso attuale di una struttura, diverso da quello originario. La conseguenza teorica più rilevante di questa distinzione è che l’uso attuale e quello originario non sono legati da alcun nesso causale e dunque l’uso attuale, per esempio delle ali per formare il cono d’ombra, non è assolutamente inscritto nella struttura in quanto tale, ma è qualcosa che, in modo del tutto imprevedibile e quindi, per noi casuale, si è sviluppato nel tempo sicuramente anche in relazione ad un cambiamento delle condizione ambientali esterne.

Dunque, il metodo genealogico serve a capire come da una determinata origine si è arrivati ad un’utilità attuale posto che non si tratta necessariamente della stessa cosa e che tra l’una, l’origine, e l’altra, l’utilità attuale, non c’è un rapporto causale, finalistico e necessario.
In quest’ottica, dunque, non c’è spazio per una spiegazione teleologica degli eventi. Ciò che accade nel presente può essere compreso soltanto in base a ciò che è già stato, ma non per rintracciare un cammino progressivo verso un fine ultimo migliorativo di ciò che stava all’origine, ma soltanto perché ciò che noi abbiamo per capire il presente è il passato e come da questo si è giunti all’oggi.

Sarebbe questa l’attualità dell’inattuale metodo nietzscheano, ossia andare a ritroso e compiere una storia critico-genealogica dei concetti e degli eventi, che giunga fino all’origine svelando l’inesistenza di un fine ultimo o di un legame necessario tra quell’origine e ciò che esiste oggi e svelando la dimensione pragmatica della conoscenza e della storia.

CAOS E DIVENIRE

NIETZSCHE INTERPRETE DI ANASSAGORA

L’interpretazione nietzscheana del pensiero di Anassagora si inserisce all’interno della più ampia analisi che Friedrich Nietzsche conduce intorno alla filosofia presocratica. Quindi, da un lato, l’interesse per Anassagora fa parte di un interesse più generale nei confronti di quella cultura greca che per prima si è posta ad analizzare il fenomeno del divenire e a questo, attraverso la filosofia, ha cercato di dare una risposta.Dall’altro lato, Nietzsche distingue il pensiero di Anassagora da quello degli altri filosofi presocratici in virtù della particolare risposta che egli avrebbe fornito al problema del divenire laddove, secondo Nietzsche, il mondo anassagoreo è una σύμμειξη a cui il νοῦς imprime movimento trasformando quello che Nietzsche chiama “il caos di Anassagora” senza, però, reprimerne la natura molteplice e imprevedibile. In quest’ottica, allora, intendiamo mettere in evidenza come, secondo Nietzsche, la cosmologia di Anassagora si contrapponga nettamente a quella parmenidea, nei confronti della quale non ha nessun debito, e che quella stessa cosmologia è, invece, in linea con il pensiero di Eraclito, colui che Nietzsche chiama il filosofo del divenire per eccellenza. Anassagora, infatti, così come Eraclito, riconosce l’innocenza e l’ateleologicità del divenire poiché il movimento che il nous imprime alla σύμμειξη è privo di qualsiasi fine ultimo esterno ed è, proprio per questo, imprevedibile. Se, però, si è abbastanza abituati a legare Nietzsche ad Eraclito attraverso il comune denominatore del divenire, meno usuale è l’immagine di Nietzsche interprete della filosofia di Anassagora. Il nostro intento, allora, è proprio quello di studiare tale immagine allo scopo di mettere in evidenza che ruolo giochi all’interno del pensiero nietzscheano l’interpretazione di Anassagora.

Si cercherà, infatti, di dimostrare come il filo conduttore dell’indagine nietzscheana intorno ad Anassagora è lo stesso che percorre tutta la sua filosofia, ossia l’affermazione di una visione dinamica del mondo che, basandosi su concetti come quello di caos, non soltanto si contrappone al meccanicismo ed al teleologismo, ma esprime tutta la complessità di una natura estremamente variegata e rispetto alla quale l’uomo non è qualcosa di estraneo che la definisce e la controlla, ma un suo elemento accanto ad altri molteplici elementi che la compongono. Infatti, il Nietzsche che interpreta Anassagora è lo stesso che dialoga con la scienza del suo tempo e che attraverso certe letture scientifiche sviluppa quella teoria che, rifiutando il teleologismo ed il meccanicismo, si fonda sull’eterno ritorno del divenire inteso come l’incessante movimento di molteplici Kraftzentren che si incontrano e si scontrano tra di loro dando vita a sempre diverse combinazioni.

Così, quell’antiteleologismo che Nietzsche sembra trovare in Anassagora egli lo ha già letto in Ruggiero Giuseppe Boscovich che, infatti, viene descritto in Jenseits von Gut und Böse come colui che insegnò a rinnegare la fede nell’esistenza di qualcosa di ultimo non ulteriormente divisibile da cui tutto deriva. Ma ancora prima di Boscovich Nietzsche legge Hermann von Helmholtz, Johan Karl Friedrich Zöllner, Gustav Fechner e tanti altri che, come confesserà egli stesso in una lettera dell’aprile del 1873 all’amico Carl von Gersdorff, sente la necessità di leggere durante la preparazione di Die Philosophie in tragischem Zeitalter der Griechen. Vedremo, dunque, come sono proprio tali letture che Nietzsche ha in mente quando afferma che Anassagora è colui che ha potuto evitare di derivare la pluralità dall’unità e il divenire dall’essere grazie alla sua concezione della materia originaria come σύμμειξη, ossia come composto in cui la molteplicità viene salvaguardata ed attraverso cui Anassagora è arrivato a pensare la legge di conservazione della forza e della indistruttibilità della materia.

È proprio in Die Philosophie in tragischem Zeitalter der Griechen che Nietzsche parla di caos in relazione al pensiero di Anassagora laddove afferma che:

in ogni caso è esistito un tempo, uno stato di quegli elementi – non importa se di breve o di lunga durata – in cui il nous non aveva ancora agito su di essi, e in cui essi erano ancora immobili. Questo è il periodo del caos di Anassagora […]. Il caos di Anassagora non è una concezione senz’altro evidente: per coglierla, si deve aver compreso l’idea che il nostro filosofo si è formato riguardo al cosiddetto divenire.

Quello che, infatti, qui Nietzsche chiama caos è ciò che Anassagora definisce nel frammento 4, σύμμειξη παντων, ossia “la mescolanza di tutte le cose” in cui non era distinguibile alcun colore. Così, Anassagora arriva ad affermare che «nel tutto si trova tutto» perché se, osservando i fenomeni riguardanti la nascita della natura, egli ha visto che «persino il contrario può sorgere dal contrario, per esempio il nero dal bianco», allora, tutto è possibile e, quindi, tutto contiene tutto. A tale proposito, dice Nietzsche:

Egli dimostrò la cosa a questo modo: se persino il contrario può sorgere dal contrario, per esempio il nero dal bianco, allora tutto sarà possibile; ma tale fenomeno si verifica appunto nel disciogliersi della bianca neve nella nera acqua […]. Se peraltro tutto può sorgere da tutto, il solido dal fluido, il duro dal molle, il nero dal bianco, la carne dal pane, allora tutto deve essere altresì contenuto in tutto. I nomi delle cose esprimono in tal caso soltanto la prevalenza di una sostanza sulle altre sostanze.

Dunque, il νοῦς ” rispetto a questa mescolanza indistinta è ciò che le dà movimento. Infatti, questo nous, che Anassagora definisce “λεπτότατόν τε πάντων ξρημάτων καὶ καθαρώτατον ”, è ciò da cui ha origine il processo di distinzione delle diverse cose, ossia quello che in termini nietzscheani è il processo del divenire. L’intento di Nietzsche è quello di far emergere come il movimento che il νοῦς ” imprime alla mescolanza non è un semplice separare ciò che originariamente era mescolato, bensì un mutare l’ordine e la disposizione di quella mescolanza che tale rimane, ma che, allo stesso tempo, si concretizza nelle cose. Queste sono, quindi, sempre una pluralità e una molteplicità di sostanze tra le quali, però, una prevale sulle altre e in questo prevalere dà il nome alla cosa stessa. Proprio Anassagora, infatti, alla fine del frammento afferma che, a differenza dell’intelligenza che «è tutta quanta simile», invece “dell’altro”, cioè di tutte le altre cose che intelligenza non sono, bensì mescolanza e divenire, «nulla è simile a nulla, ma ognuno è ed era costituito delle cose più appariscenti delle quali più partecipa». Ciò significa esattamente quello che Nietzsche chiama Übergewicht, ossia la prevalenza interna ad ogni cosa. Infatti, tutto ciò che è, può essere e ha una sua unità ed omogeneità soltanto a partire dal fatto che esso è una pluralità di sostanze, è un composto, un aggregato in cui, grazie al movimento e al divenire che lo caratterizzano, alcune di queste molteplici sostanze prevalgono sulle altre e fanno sì, in tal modo, che questo aggregato sia diverso da un altro e così via poiché ognuno avrà una certa prevalenza piuttosto che un’altra. Il termine tedesco Übergewicht, che Giorgio Colli traduce “prevalenza”, esprime proprio l’idea di qualcosa che è più pesante delle altre, che ha la meglio sulle altre perché in qualche modo più forte. Il fatto che, secondo Nietzsche, questo prevalere, questo avere la meglio di un elemento tra molteplici non sia altro che un processo dinamico che implica, dunque, il movimento e il confronto tra questi stessi molteplici elementi, ci spinge a ricondurre l’interpretazione nietzscheana del frammento 12 di Anassagora a quelle Kombinationen der Kraftzentren attraverso cui Nietzsche descrive il modo stesso di essere del mondo. E qui ritornano le letture scientifiche di Nietzsche ed in particolare quella di Boscovich la cui teoria viene definita come la miglior confutazione dell’“atomistica materialistica”.

Per Nietzsche, infatti, la teoria dinamica del Boscovich, oltre ad avere una rilevanza scientifica, risulta essere significativa anche su un piano più strettamente filosofico e gnoseologico poiché si oppone al “bisogno atomistico” insito nella filosofia classica (da Socrate in poi) di volere ridurre e semplificare un mondo che, al contrario, è estremamente complesso e molteplice e che esprime questa natura proprio nella dinamicità e attività delle forze che lo compongono. Nietzsche, riprendendo la terminologia di Boscovich, parlerà di una molteplicità di Kraftquanten, di quanti di forza che, attraverso il loro rapporto di tensione, si combinano continuamente tra di loro dando, così, vita alle diverse cose del mondo.

È, dunque, proprio in quest’ottica che Nietzsche spiega la mescolanza originaria di Anassagora e come da essa derivino le cose che chiama aggregati, composti, ciò che soltanto più tardi, maturate e approfondite le sue conoscenze scientifiche, egli chiamerà Kombinationen der Kraftzentren.

Nietzsche, allora, lega insieme caos, divenire e νοῦς perché è proprio dalla loro complessa relazione che nasce ogni cosa, ossia ciò che Nietzsche chiama Übergewicht, prevalenza:

L’esperienza mostra che questa prevalenza può essere prodotta gradualmente solo attraverso il movimento e che la prevalenza è il risultato di un processo da noi chiamato comunemente divenire; per contro il fatto che tutto sia in tutto non è il risultato di un processo, ma al contrario è il presupposto di ogni divenire e di ogni esser mosso, ed è quindi anteriore ad ogni divenire.

Il caos, ossia “il fatto che tutto sia in tutto”, è il presupposto del divenire che, a sua volta, scaturisce da quel caos attraverso il movimento che il νοῦς  gli imprime. In questo modo la natura molteplice delle cose del mondo viene garantita dal fatto che essa non dipende dal movimento di cui il νοῦς  è materialmente responsabile, ma da una mescolanza originaria che è tale, ossia è molteplicità, indipendentemente da qualsiasi movimento che, al contrario, la presuppone. È proprio tale mantenersi della mescolanza e, quindi, della molteplicità all’interno delle cose che fa dire ad Anassagora nel frammento 12:

«Completamente però nulla si forma, né si dividono le cose l’una dall’altra tranne che dall’intelligenza».

Secondo Nietzsche, è proprio questo non formarsi definitivamente delle cose che garantisce il movimento continuo, ossia il divenire, per cui non vi è effettivamente un nascere e un perire, ma soltanto un processo di composizione e scomposizione a partire dalle cose che sono. È a tale proposito che Nietzsche interpreta Anassagora come colui che non possiede nessun debito nei confronti di Parmenide, ma che, al contrario, sviluppa un pensiero opposto a quello parmenideo poiché se Parmenide negò il nascere ed il perire allo scopo di affermare l’immobilità e l’unicità dell’essere, Anassagora, al contrario, nega nascere e divenire soltanto laddove questi non vengano intesi semplicemente come il continuo comporsi e dividersi della materia. Allora, ciò su cui Nietzsche pone l’accento non è tanto la negazione di nascere e perire, quanto piuttosto l’affermazione di composizione e scomposizione attraverso cui il divenire non viene negato, ma soltanto spiegato a partire da quella mescolanza che viene messa in movimento dal νοῦς.

È in questo senso che si può affermare l’indistruttibilità della materia; essa, infatti, non è destinata a scomparire, ossia a perire, ma continua a vivere eternamente grazie ad un ininterrotto processo di composizione e scomposizione, aggregazione e disgregazione delle molteplici parti che la compongono. Dunque, è proprio la natura molteplice e plurale di tale materia che le fornisce il carattere dell’indistruttibilità.

Secondo l’ottica proposta da Nietzsche, quindi, la cosmologia di Anassagora si fonda sul primato di un’unità derivante dalla molteplicità rispetto a un’unità immobile e indivisibile. In questo modo Anassagora incarna una logica diametralmente opposta a quella parmenidea poiché ciò che è, secondo Anassagora, può essere proprio grazie a quello che, per Parmenide, invece, è il non-essere: il divenire, la molteplicità. Infatti, la materia è, secondo Anassagora, indistruttibile e, dunque, eterna poiché è un aggregato, ossia l’unione, nel rispetto della loro differenza, di diverse molteplici sostanze che si muovono continuamente e che vivono grazie a tale movimento; ciò che per Parmenide era non-essere, il divenire, la molteplicità, in Anassagora è divenuto il fondamento dell’essere. Quest’ultimo, però, non si distingue più nella contrapposizione al non-essere poiché tale contrapposizione nell’interpretazione nietzscheana di Anassagora non sussiste più. L’unità non si contrappone alla molteplicità, ma, al contrario, deriva da essa, ossia deriva dal continuo combinarsi e scombinarsi degli elementi da cui la σύμμειξη è composta. L’affermazione del divenire e della molteplicità non implica la negazione dell’unità, ma soltanto l’affermazione di un nuovo modo di intendere l’unità, ossia come organizzazione che nasce dalla mescolanza continua.

Nietzsche, allora, sente la necessità di sottolineare la differenza che intercorre tra questo caos di Anassagora e l’indeterminato di Anassimandro proprio perché egli dice: «la mescolanza di Anassagora è un composto, mentre l’indeterminato di Anassimandro è un’unità».

La conseguenza più importante di tale differenza, è, secondo Nietzsche, che Anassagora ha potuto evitare di «derivare la pluralità dall’unità, il divenire dall’essere». All’interno dell’ottica nietzscheana unità e molteplicità, divenire ed essere non sono più l’uno la negazione dell’altro, bensì due facce della stessa medaglia, due diversi punti di vista da cui vedere la medesima realtà che altro non è che movimento, attività. Infatti, questa realtà, che Nietzsche chiama caos, è, da un lato, unità ed essere se la consideriamo come combinazione, organizzazione, ordine, dall’altro lato, molteplicità e divenire se la consideriamo come combinazione di molteplici elementi che derivano dalla scombinazione di organizzazioni precedenti e che, a loro volta, produrranno altre diverse combinazioni.

Dunque, usando il termine caos per riferirsi alla σύμμειξη anassagorea, Nietzsche vuole evitare di identificarla con l’άπειρον anassimandreo, come, invece, Aristotele aveva fatto. Sarebbe, infatti, un errore pensare che il compenetrarsi, ossia il mescolarsi, di tutti quei punti, che sono σπερματα e che Nietzsche chiama “grani seminali di tutte le cose” o “i granelli degli elementi naturali”, sia equiparabile alla materia primordiale di Anassimandro. Per Nietzsche, infatti, Anassagora si è rappresentato l’esistenza originaria, cioè la σύμμειξη, come l’insieme di punti infinitamente piccoli, ma, allo stesso tempo, semplici e distinti. Infatti, da un lato, la divisibilità permette il mescolarsi, ossia il compenetrarsi di tali punti, dall’altro, il loro carattere specifico permette di parlare di aggregato piuttosto che di unità indistinta e, quindi, garantisce quella pluralità e diversità che sono la base stessa del divenire. In questo modo, Nietzsche lega strettamente tra di loro il divenire, la e σύμμειξη gli σπερματα poiché diviene soltanto ciò che si trasforma, ciò che si compone e si divide e può comporsi e dividersi, aggregarsi e disgregarsi e, quindi, divenire, soltanto ciò che è molteplice, ossia ciò che ha al suo interno elementi che possano comporsi e dividersi, aggregarsi e disgregarsi e, dunque, muoversi.

Ancora una volta, quindi, Nietzsche pone Anassagora tra coloro che piuttosto che annullare le diversità, le differenze, il movimento all’interno di un sistema in cui domina un’unità che scaturisce dall’identità e dall’immobilità, al contrario fa nascere l’unità, cioè il comporsi, il formarsi di qualcosa, proprio dall’originaria mescolanza, dall’originaria pluralità che non viene mai annullata, ma soltanto trasformata e ordinata attraverso il divenire.

A salvaguardare tale divenire è, secondo Nietzsche, il carattere assolutamente arbitrario dell’attività del νοῦς. Esso è, infatti, privo di un carattere teleologico. Ecco perché Nietzsche afferma che:

Si fa davvero torto ad Anassagora, quando gli si rimprovera il suo saggio astenersi – come risulta in questa concezione – dalla teleologia, e quando si parla con disprezzo del suo nous, come di un deus ex machina.

Nietzsche, allora, interpreta il carattere indipendente e libero del νοῦς come segno della sua totale arbitrarietà e, quindi, della totale mancanza in esso di un ordine o di un fine intesi come ciò verso cui tutto il mondo e l’agire stesso dell’uomo devono tendere. Al contrario, Nietzsche reputa «di una mirabile arditezza e semplicità» la concezione anassagorea del mondo inteso come il distinguersi di diverse sostanze attraverso dei vorticosi movimenti circolari provenienti da un primo impulso prodotto dal νοῦς. Tale concezione é, secondo Nietzsche, priva di qualsiasi antropomorfismo e teleologia. Infatti, Anassagora stesso parla di un νοῦς ” che εκρατησεν quando nel frammento 12, a proposito della sua attività, dice:

E alla rotazione universale dette impulso l’intelligenza, sì che da principio si attuasse il moto rotatorio […] tutte dispose l’intelligenza, e la rotazione che è percorsa ora dagli astri, dal sole, dalla luna e da quella parte di aria e di etere che si va formando.

A partire da ciò, Nietzsche descrive il movimento cosmologico anassagoreo come un movimento circolare che ha inizio da qualche parte nella mescolanza e che ha lo scopo di raggiungere un punto in cui «tutto l’omogeneo sia raccolto e le esistenze primordiali, indivise risultino ormai disposte in bell’ordine l’una accanto all’altra». Se,quindi, da un lato, Nietzsche riconosce come propria di Anassagora l’idea di un movimento finalizzato a ordinare la mescolanza caotica iniziale (rapporto tra la mescolanza originaria, il caos e l’ordine da imporre al caos), dall’altro lato, però, egli sottolinea come tale scopo ancora realizzata perché mescolanza e disordine sono infiniti e perché si tratta di un processo sconfinato che non può verificarsi con un solo colpo di bacchetta magica. In ogni caso, secondo Nietzsche, l’ordine che il νοῦς anassagoreo dovrebbe realizzare all’interno della mescolanza originaria e da cui dovrebbe nascere il cosmo non annulla quelli che sono i caratteri specifici di questa mescolanza perché tale cosmo nasce e si sviluppa a partire dal caos originario soltanto grazie al movimento circolare impresso dal νοῦς, movimento che non è temporaneo e limitato, bensì infinito poiché è ciò attraverso cui il cosmo vive e si conserva. Attraverso questa interpretazione Nietzsche torna, così, a mettere in evidenza il distacco di Anassagora dai suoi predecessori ed in particolare da Parmenide perché se per quest’ultimo ordine e cosmo significano quiete e stasi, al contrario, per Anassagora il vero ordine del mondo è il movimento circolare che lo caratterizza incessantemente, ossia il divenire.

Allora, il parlare di un processo sconfinato del movimento, del carattere infinito della mescolanza, di moti circolari, esprime già l’esigenza nietzscheana di negare una fine del movimento, cioè di negare uno stato finale (Finalzustand). È proprio quest’esigenza che porterà Nietzsche a parlare di un eterno ritorno dell’identico in cui il movimento è circolare ed infinito. In questo modo, risulta qui evidente come dietro l’interpretazione nietzscheana del νοῦς e della σύμμειξη risieda il progetto di affermare il principio di conservazione dell’energia che, invece, il secondo principio della termodinamica, ossia l’affermazione della morte termica dell’universo (Rudolf Clausius e William Thomson), aveva messo in discussione. Se il movimento che il νοῦς imprime alla mescolanza originaria è circolare ed eterno, allora, da un lato, la circolarità significa limitatezza, significa che il mondo, dal punto di vista quantitativo, ha sempre un confine, dall’altro lato, l’eternità significa un’infinitezza temporale, significa, dunque, che il movimento è esso stesso infinito e continuo. In questo modo, se il mondo è sempre movimento, ossia il combinarsi e lo scombinarsi incessante degli elementi che lo compongono, il suo confine non sarà mai sempre lo stesso, ma varierà continuamente con il variare delle combinazioni. Questo intreccio di circolarità ed eternità, limitatezza quantitativa e infinità temporale porterà Nietzsche all’affermazione dell’eterno ritorno inteso proprio come il ripetersi della forza che, dunque, non raggiungerà mai uno stato finale, ma si conserverà eternamente. È in questo senso che Nietzsche sostiene che la conservazione dell’energia esige l’eterno ritorno. Inoltre, la negazione di un Finalzustand significa anche negare che il movimento dell’universo sia teleologicamente e meccanicisticamente determinato e che, quindi, possa essere, in un certo senso, prevedibile perché legato ad un processo, ad un cammino che non può non svolgersi, che è già stabilito.

Dunque, quando Nietzsche afferma che Anassagora «concepisce la legge di conservazione della forza e dell’indistruttibilità della materia» egli ha in mente qualcosa di molto preciso. Infatti, tale forza che si conserva non è altro che il movimento stesso che appunto è eterno, o meglio ciò da cui scaturisce il movimento, ossia il νοῦς che per Nietzsche, però, non è la conoscenza consapevole, bensì la vita, il principio del movimento. Allo stesso modo, la materia indistruttibile di cui Nietzsche parla non è altro che la mescolanza originaria, la quale è tale proprio perché non si esaurisce mai grazie al movimento che il νοῦς le imprime e che le permette di raggiungere un ordine che ogni volta non è mai assoluto. Ciò che, però, ci interessa mettere in evidenza è che in tale interpretazione la terminologia nietzscheana non è affatto casuale e ancora una volta può essere ricondotta al rapporto di Nietzsche con alcune teorie scientifiche del suo tempo. Il volere utilizzare il termine forza per riferirsi al νοῦς anassagoreo è un modo da parte di Nietzsche per liberare questo concetto da qualsiasi residuo antropomorfico e teleologico. È, infatti, proprio in questo senso che Nietzsche stesso utilizzerà il concetto di forza (Kraft) all’interno della sua cosmologia poiché rifacendosi, oltre che a Boscovich e a Helmholtz, anche a Julius Robert Mayer e a Johann Gustav Vogt egli parlerà di una Kraft, o meglio di una Gesamtlage aller Kräfte che altro non è che Tätigkeit, ossia attività. Così, definire la forza come attività e come ciò da cui l’attività scaturisce permette di vederla soltanto come un principio fisico-cosmologico che non ha nulla di antropomorfico. Inoltre, se la forza è attività e il mondo stesso è l’insieme di tutte le forze, allora, il mondo sarà esso stesso attività e dunque, sarà sempre in movimento e grazie a questo si conserverà in quanto insieme di molteplici forze. Allora, per Nietzsche, la forza si conserva nella cosmologia di Anassagora perché il movimento che il νοῦς imprime è infinito, eterno e ciò a cui l’imprime è molteplice e qualitativamente sempre diverso.

Ciò detto risulta chiaro perché Nietzsche, anche se riconosce in Anassagora ancora un certo modo di intendere il movimento come strumento del νοῦς per la realizzazione di un ordinamento del caos originario, allo stesso tempo, vede in questo νοῦς qualcosa di straordinario e lontano da qualsiasi “balorda e antropomorfica teleologia”. Infatti, il dare impulso a questo moto rotatorio, secondo Nietzsche, è qualcosa che non avviene mai per dovere e con un fine preciso. Esso non è il risultato di un “ich will”, ossia di “un dio miracolistico” che plasma il mondo come gli pare, ma soltanto “una specie di vibrazione”, una forza, nel senso sopraddetto, che è necessaria perché non può essere diversamente da ciò che effettivamente è.

È, allora, in quest’ottica, che Nietzsche accusa i filosofi posteriori ad Anassagora, in particolare Platone, di aver tentato di trasformare il νοῦς in quel principio tipicamente metafisico che è la ragione intesa come unità trascendente che tutto spiega e che, in quanto trascendente, è ciò verso cui tutto deve tendere finalisticamente. Se, infatti, per primi proprio Platone e Aristotele accusarono Anassagora di non essersi servito del νοῦς come principio ordinatore, ossia come motore immobile verso cui il movimento è orientato, Nietzsche, invece, ha interpretato l’ateleologicità del νοῦς non come una mancanza del pensiero di Anassagora, bensì come una grandezza consapevolmente voluta da parte di chi aveva solo l’interesse a indagare ciò mediante cui una cosa è, ossia la causa efficiens, e non ciò per cui una cosa è, ossia la causa finalis. Dice Nietzsche:

Il nous è stato introdotto da Anassagora solo per rispondere alla domanda specifica: onde sorge il movimento e onde sorgono movimenti regolari? Secondo quanto Platone gli rimprovera, tuttavia, egli avrebbe dovuto dimostrare, ma non avrebbe invece dimostrato, che ogni cosa – nel suo modo di esistere e nel suo luogo – esiste appunto con la massima bellezza, eccellenza e finalità. Ma Anassagora non avrebbe osato sostenere questo neppure in un sol caso: per lui il modo esistente non era neppure il più perfetto che si potesse pensare, poiché egli vedeva sorgere ogni cosa da ogni cosa e osservava che la separazione delle sostanze per opera del nous non risultava compiuta….

Allora, ciò che Platone rimprovera ad Anassagora è ciò per cui, invece, Nietzsche lo loda. Anassagora, infatti, secondo Nietzsche, non ha fatto altro che osservare e descrivere un mondo in cui nulla era compiuto, perfetto e concluso. In tale mondo non esiste nessun fine ultimo e, in ogni caso, anche se questo esistesse, l’uomo non potrebbe mai esserne certo perché il νοῦς da cui tutto dipende è απειρος e , cioè è libero nel suo essere attività e, quindi, è imprevedibile e indeterminabile da parte dell’uomo. In questo modo il carattere arbitrario del νοῦς è ciò attraverso cui Anassagora, non soltanto afferma la limitatezza dell’agire e del conoscere dell’uomo rispetto al mondo naturale che lo circonda, ma, inoltre, salva quell’idea di caos originario che in un’ipotesi finalistica non avrebbe senso. Dice Nietzsche:

Egli si guardò bene di porre la questione sul perché del movimento, sul fine razionale del movimento. Se, infatti, il nous avesse dovuto realizzare attraverso il movimento uno scopo necessario secondo la propria essenza, non sarebbe allora più dipeso dal suo arbitrio il dare inizio in una certa occasione al movimento.

Infatti, solo l’arbitrarietà, che significa anche imprevedibilità, casualità e irrazionalità, può permettere il passaggio dal caos originario al movimento del divenire. Il νοῦς, infatti, non agisce volontariamente, ma è soltanto l’avvio del movimento che è presente in tutto ciò che esiste e che, quindi, non è giusto o sbagliato, ma semplicemente accade, si verifica. Ecco perché per Nietzsche è «una stupidaggine parlare di una personificazione dello spirito». Piuttosto, Nietzsche parla di un “gioco artistico” che “lo spirito anassagoreo” compie perché si comporta in maniera del tutto incondizionata ed innocente. In questo modo Nietzsche descrive il νοῦς e la sua attività nei termini della filosofia eraclitea che, non a caso, egli considera come la contemplazione e la giustificazione del divenire. Infatti, secondo Nietzsche, Eraclito è colui che, “simile al dio contemplativo”, vede il movimento del mondo come il gioco dell’Eone con se stesso, che costruisce e distrugge in piena innocenza. Ciò, quindi, che accomuna la cosmologia di Eraclito e quella di Anassagora è il fatto che per entrambi il divenire non soltanto è ciò che caratterizza il mondo, ma è anche privo di qualsiasi imputabilità morale, ossia è innocente, è un gioco casuale, privo di qualsiasi fine ultimo. In questo modo, Nietzsche riconosce Eraclito e Anassagora come appartenenti a quella stessa linea di pensiero che interpreta il mondo come una pluralità di elementi che si intrecciano tra di loro e che si muovono incessantemente senza uno scopo ultimo da raggiungere. Secondo Nietzsche, infatti, la natura di cui parla Eraclito è infinita perché infinito è il suo movimento, cioè quel divenire che non termina mai poiché non esiste nulla di immutabile.

Non a caso, Nietzsche, quando nella sua interpretazione del pensiero eracliteo fa riferimento a questo carattere infinito della natura che muta incessantemente, cita espressamente l’opera di Helmholtz, Abhandlungüber die Wechselwirkung der Naturkräfte, allo scopo di mettere in evidenza come la relatività e la limitatezza della percezione umana possano portare a credere erroneamente nell’esistenza di qualcosa di immutabile e finito così come accade con il calore, la cui fonte viene ipotizzata essere finita con la conseguenza che la scorta di forza meccanica del sistema-mondo sarebbe destinata ad esaurirsi laddove, invece, Helmholtz parla di un principio di conservazione della forza che è eterna perché si trasforma continuamente riciclandosi. Vediamo, dunque, come le teorie che sottostanno all’analisi nietzscheana di Eraclito sono le stesse che sottostanno a quella del pensiero di Anassagora come all’analisi di tutto il pensiero presocratico, la cui lettura è, quindi, guidata dal rapporto con la scienza del suo tempo e dalle esigenze filosofiche che hanno condotto Nietzsche a confrontarsi sia con i presocratici che con quella scienza. Così, ancora una volta, notiamo come Nietzsche ritenga che affermare l’infinitezza temporale del divenire, ossia l’eternità del movimento (concetto che egli ritrova, con le dovute differenze, sia in Eraclito che in Anassagora) e, dunque, la conservazione della forza intesa proprio come movimento ed attività, significhi negare ogni visione teleologica del mondo e il Finalzustand che ne consegue. Quest’idea dell’infinitezza del divenire, che Nietzsche scorge in Eraclito e che attribuisce anche al movimento circolare che il νοῦς imprime alla mescolanza originaria è la stessa che egli afferma quando parla del mondo come ewig Chaos.

Ciò che ritorna nella concezione nietzscheana del caos e che egli già vede emergere nel pensiero di Anassagora sono il movimento eterno e la mescolanza, cioè la natura molteplice e plurale di questo caos in cui l’ordine e l’organizzazione non sono mai assoluti, ma sempre il risultato di precedenti organizzazioni che a loro volta sfoceranno in nuove organizzazioni e nuovi ordini. Secondo l’interpretazione nietzscheana, è proprio l’arbitrarietà del νοῦς che permette alla σύμμειξη di mantenere il suo carattere caotico, ossia di mescolanza che diviene, che si sviluppa e, quindi, in qualche modo si ordina, ma non teleologicamente, non in vista di un fine ultimo da raggiungere. Infatti, l’unico ordine che si può attribuire a tale mescolanza originaria è quello che deriva dal disordine, cioè dal nascere e dal perire, dal comporsi e dal dividersi continui. L’imprevedibilità e l’indefinibilità del νοῦς anassagoreo sono, secondo Nietzsche, espressione dell’indefinibilità e dell’imprevedibilità del divenire stesso, ossia di quel movimento che caratterizza la materia originaria di Anassagora e di cui è fatto il mondo intero.

Dunque, Nietzsche nella sua interpretazione di Anassagora lotta già contro quell’equivoco che sarà il bersaglio polemico della sua futura visione del mondo come caos e che egli considera la base di ogni teleologia. Tale equivoco è quello per cui l’uomo crede che «quanto l’intelletto costituisce solo sotto la guida del concetto di fine deve essere stato realizzato altresì dalla natura mediante la riflessione e i concetti finalistici». Nietzsche, infatti, sostiene che ciò che l’intelletto concepisce erroneamente come ordine e fine, invece, è solo un movimento incondizionato che non è guidato né da fini ultimi né da cause determinate e che, piuttosto, Nietzsche vede secondo quell’immagine del gioco che Eraclito gli suggerisce e che fornisce al νοῦς un carattere ludico. Esso, infatti, non ha nessun fine se non quello di soddisfare la propria libera volontà, il proprio arbitrio. Ciò che, secondo Nietzsche, interessava Anassagora era di avere trovato nel νοῦς l’origine di un movimento tale che da una mescolanza totale potesse venire fuori un ordine visibile. Dice Nietzsche: «Il nous è stato introdotto da Anassagora solo per rispondere alla domanda specifica: onde sorge il movimento e onde sorgono movimenti regolari?».

In questo modo, malgrado il caos di Anassagora non sia esattamente lo stesso che Nietzsche attribuirà al mondo perché quello anassagoreo, essendo soltanto uno stato iniziale, non ha il carattere dell’eternità, è, però, vero che, secondo l’interpretazione nietzscheana, tale caos, nel suo essere σύμμειξη, cioè una molteplicità di diversi elementi, si realizza proprio attraverso il movimento che il νοῦς gli imprime, in cui esso non è ridotto a unità, ma soltanto ordinato e trasformato nelle cose, intese come aggregati in cui la pluralità e la molteplicità si conservano. Nietzsche legge già il caos anassagoreo come espressione della consapevolezza dell’imprevedibilità del divenire e del rispetto della pluralità all’interno di una concezione antiteleologica del mondo libera dall’arroganza tipica dell’uomo che pensa di essere qualcosa di esterno alla natura e crede di poterla definire e comprendere.

NIETZSCHE CONTRO DARWIN: DIVENIRE CONTRO ESSERE (PARTE II)

L’esposizione chiede che la visione di Nietzsche del ‘”evoluzione” sia “relativistica” e ci invita a scavare più a fondo nella filosofia della scienza lungo quel margine in cui i corpi materiali e i loro comportamenti abbandonano la loro identità fissa per diventare “caratteristiche di flusso” del genere- cellula-temporale nel flusso dell’atmosfera.

“Quindi [poiché il problema della certezza nell’identità come A = A è gestito, nella geometria euclidea, invocando la nozione di solidi invariabili] gli” oggetti “sono implicitamente presupposti come corpi invariabili. Quindi gli assiomi della geometria contengono già un’assunzione irriducibile che non segue gli assiomi stessi. I sistemi assiomatici ci forniscono “definizioni difettose” di oggetti, definizioni fondate non nella logica formale ma in un’ipotesi – un “pregiudizio” come potrebbe dire Hans-Georg Gadamer – che è antecedente alla logica. Come corollario, la nostra logica di identità non può dirsi necessaria e universalmente valida. “Tali assiomi”, dice Poincaré, “non sarebbero assolutamente privi di significato per un essere che vive in un mondo in cui ci sono solo fluidi”. – Vladimir Tasic, “Post-strutturalismo e decostruzione: una storia matematica” (2001)

Ciò non significa che tutto è dissipato quando l’identità limitata della “forma fissa” viene persa laddove la nostra osservazione “andiamo” della forma statica del punto di vista della cataratta, vede la forma di flusso “apparentemente limitata” come la configurazione che appartiene al flusso non circoscritto inclusa. L’uragano è una caratteristica di flusso non limitato, dove possiamo affermare ‘… rileva il flusso dell’atmosfera in cui è incluso. È, infatti, quell’insieme di sensazioni Machiane che cambia continuamente nella forma senza perdere la’ coerenza ‘ associata al suo “divenire continuo”. Ma dal punto di vista di Mach e Nietzsche, questo “divenire continuo” non è “origine circoscritta, comportamento interno guidato dal processo”, ma è invece una relazione dinamica intrinseca estrinseca coniugata.

Inoltre, secondo Nietzsche, è la continua degenerazione / atrofia del “vecchio ordine” che viene trascesa dal nuovo ordine, nel modo in cui i bambini si avvicinano al piatto per affrontare il campo in una continua evoluzione, come i figli dei loro genitori. ‘(rilassati come ritirati Gyres).

Ora, perché non dovremmo accettare questa visione del flusso (flusso di energia-campo) dell’evoluzione e restare fedeli alla visione divisa di Darwin in cui il comportamento dei “battitori” e il comportamento degli “esterni” sono visti come “due comportamenti separati”? E inoltre, perché valutare le modificazioni nel “colpire” le prestazioni come dovute ESCLUSIVAMENTE alle capacità del battitore, come se l”esterno” fosse semplicemente uno spazio passivo abitato da caratteristiche che potevano essere sfruttate se davano più corsa (amplificando la produttività del battitore ), o venivano evitate come ostacoli se disperdevano l’energia del battitore?

Una risposta a questa domanda è fornita da Henri Poincaré (1854-1912) in termini di “convenienze” e “convenzioni” incorporate nella nostra scienza come parte del ‘”economia del pensiero”.

Nel seguente estratto da “La scienza e l’ipotesi” (1902), Poincaré spiega come evitiamo il grosso problema di “prendere in considerazione lo sviluppo progressivo di un fenomeno nel suo insieme”, assumendo che “il presente dipende solo dal passato immediato”. Quest’ultima convenzione di “economia del pensiero” ci fornisce il modello dell’organismo come un “sistema circoscritto con il proprio comportamento originato limitatamente, guidato dai processi interni” che è fondamentale nella nostra scienza biologica tradizionale e nel darwinismo;

“Origine della Fisica Matematica. Andiamo oltre e studiamo più da vicino le condizioni che hanno aiutato lo sviluppo della fisica matematica. Riconosciamo sin dall’inizio che gli sforzi degli scienziati hanno sempre cercato di risolvere il complesso fenomeno dato direttamente dalla nostra esperienza in un gran numero di fenomeni elementari. E per farlo in tre modi diversi: in primo luogo, rispetto al tempo. Invece di prendere in considerazione lo sviluppo progressivo di un fenomeno nel suo insieme, cerchiamo semplicemente di collegare ogni momento con quello immediatamente precedente. Asseriamo che lo stato attuale del mondo dipende solo dal passato immediato, senza essere direttamente influenzato, per così dire, dal ricordo di un passato più lontano. Grazie a questo postulato, invece di studiare direttamente l’intera successione di fenomeni, possiamo limitarci a scrivere “la sua equazione differenziale”; per le leggi di Keplero, sostituiamo le leggi di Newton. “- Henri Poincaré,”La scienza e l’ipotesi” cap. “Ipotesi in fisica”, sottosezione- “Origine della fisica matematica”

Ora, se vi è una divisione nella filosofia della scienza, tra Germania, Francia e Inghilterra, per capire in che cosa Nietzsche era turbato dalla sua critica sia di Darwin che della cultura inglese, questo potrebbe riferirsi all’abitudine di confondere il semplice causale modello per “la realtà” (tutte le dinamiche della natura) anziché – nel modo che Nietzsche pensava alla scienza: come “una finzione necessaria / utile”.

Come sappiamo, ci sono grosse divisioni nella visione del mondo sul fatto che il comportamento di un essere umano abbia origine all’interno del singolo essere umano. Se l’essere umano commette un atto criminale, ciò implica che ciò provenga da “scopi criminali” poiché la scienza lo vede come un “sistema circoscritto con il proprio comportamento originario, basato sull’intelligenza e lo scopo”? Il caso è chiuso una volta stabilito che Jean Valjean in realtà ha rubato la pagnotta? Questo sarebbe come accodarsi alla scienza in cui “il presente dipende solo dal passato immediato” (il “modello causale”). Per svolgere un lavoro più approfondito, dovremmo “tener conto del progressivo sviluppo del fenomeno nel suo insieme”, il che significherebbe ascoltare la testimonianza di Jean Valjean che “non poteva più sopportare di sentire i bambini piangere mentre venivano messi a letto affamati , e le condizioni peggiorative nell’ultimo anno in cui, sebbene la Francia fosse uno dei paesi più ricchi e potenti d’Europa, c’era un enorme divario tra ricchi e poveri e i poveri erano appesantiti dall’imposizione di tasse onerose.

Il modello causale è una “economia del pensiero” costruita nei fondamenti della scienza generale pratica che è stata usata anche nelle basi del sistema giudiziario (si potrebbe risalire a questa economia anche a Cartesio (1596 – 1650), e il suo ” Discours ‘(1637): salva molte ricerche sulla fonte degli eventi che si stanno svolgendo: il modello causale è una “finzione utile” che non dovrebbe essere confusa con la “realtà”.

Gli avvertimenti su questa sistema furono dati da Newton (1643 – 1727) sia nella prefazione dell’autore che di nuovo nello Scholium in Principia (1687), secondo cui le leggi del movimento formulate in termini di “quali oggetti materiali fanno”, sono intrinsecamente inadeguate per sostenere e capire di come le dinamiche “evolvono”; cioè come i sistemi sono riuniti in nuovi sistemi;

“… e i pianeti e le comete perseguiranno costantemente le loro rivoluzioni in orbite date in natura e nelle circostanze, secondo le leggi sopra spiegate; ma sebbene questi corpi possano, anzi, perseverare nelle loro orbite con le mere leggi della gravità, tuttavia non potrebbero in alcun modo aver derivato la posizione regolare delle orbite stesse da quelle leggi. . . Questo bellissimo sistema di sole, pianeti e comete, non poteva che derivare dall’insegnamento e dal dominio di un Essere intelligente e potente. “- Newton, “Scholium in Principia”

“Vorrei poter far derivare il resto dei fenomeni della natura con lo stesso tipo di ragionamento dei principi fisici; poiché sono indotto da molte ragioni a sospettare che tutti possano dipendere da certe forze con le quali le particelle di corpi, per alcune cause finora sconosciute, sono reciprocamente spinte l’una verso l’altra, e si uniscono in figure regolari, o vengono respinte e allontanate da l’un l’altro; queste forze sono sconosciute, i filosofi hanno finora tentato invano la ricerca della loro natura; ma spero che i principi stabiliti offrano qualche luce a questo o qualche altro metodo di filosofia più vero. “Newton, Prefazione dell’Autore nei” Principia “.

Se Nietzsche è giustificato nel puntare il dito contro la “dannata anglo-mania” o no, la confusione del ‘”idealizzazione” nel modello causale, per la “realtà” sembra essersi insinuato nelle scienze inglesi più rapidamente che nelle scienze in Francia e Germania, o così sembra. Per esempio, Poincaré ha sottolineato questo, nel riassumere le convenzioni sull’economia del pensiero che abbiamo incorporato nella fisica classica;

“È quindi, grazie alla approssimata omogeneità della materia studiata dai fisici, che la fisica matematica è nata. Nelle scienze naturali le seguenti condizioni non si trovano più: omogeneità, relativa indipendenza delle parti remote, semplicità del fatto elementare; ed è per questo che il naturalista è costretto a ricorrere ad altri metodi di generalizzazione. “- Henri Poincaré, La Scienza e l’Ipotesi

Poincaré ha anche discusso pubblicamente con Bertrand Russell su come dobbiamo conoscere la “percezione”. Poincaré non ha mai usato la parola “percezione” poiché l’osservazione visiva e l’esperienza sensuale potevano essere intese e non sono lo stesso genere di cose, secondo Poincaré (allo stesso modo di Mach e Nietzsche). Nonostante l’avvertimento di Poincaré, i “naturalisti” di tutto il mondo hanno applicato lo stesso semplice modello causale con le carenze di economia del pensiero (come notato da Newton) alla biologia e all’evoluzione che la fisica stava applicando ai motori a vapore e alla costruzione di ponti.

Nietzsche, in effetti, non vincolava il suo pensiero sull’evoluzione a “il modello causale” in cui sia il giovane organismo imminente che il vecchio organismo uscente sono visti come “sistemi parziali con i loro comportamenti interni guidati dai processi” ( macchine con capacità auto-riproducenti). I suoi “organismi” erano coniugati -relazioni dinamiche endosmotiche-esosmotiche, dando lo stesso scenario di Mach in cui “la dinamica dell’habitat condiziona la dinamica degli abitanti nello stesso momento in cui la dinamica degli abitanti sta condizionando le dinamiche dell’habitat. ” Il lavoro del padre uscente non era misurabile in termini di idoneità del padre, nella sua “media battuta” (usando la critica di Stephen Jay Gould della “sopravvivenza del più adatto” del darwinismo) ma era la sua capacità di mantenere l’ordine nello spazio di vita familiare nell’aspetto dell’innovazione incessantemente dispiegata nelle dinamiche dello spazio vitale generale in cui erano incluse. In altre parole, le dinamiche di esterno e le dinamiche del battitore si condizionano reciprocamente a vicenda; … ‘l’apertura di possibilità spaziali (resistenti qui, ricettive là) e lo sviluppo di potenzialità creative / produttive sono una ‘coppia coniugata’.

Il modello del “sistema parziale” in cui il presente dipende solo dal passato immediato non regge poiché lo “spazio” è un partecipante al fenomeno fisico; cioè è necessario “tener conto dello sviluppo progressivo di un fenomeno nel suo insieme”. Non c’è dubbio che l’impiego del “modello di sistema contenuto” dell’organismo presuppone un’inquadratura di riferimento spaziale assoluto. Questo è l’unico modo in cui le ‘forme di flusso’ possono essere scomposte e presentate come sistemi circoscritti. L’uragano non si muove EFFETTIVAMENTE rispetto ad un fotogramma fisso (latitudine longitudine ecc.),ma si muove rispetto al flusso dell’atmosfera e le molteplici cellule temporalesche nell’atmosfera cambiano forma e si muovono SOTTO UN’ALTRA INFLUENZA RECIPROCA SIMULTANEA DI UN ALTRO. Ciò significa che non “realmente” hanno il loro comportamento parziale (cioè una finzione che proviene dall’inquadratura di riferimento spaziale assoluto). Newton si imbatté in questo “problema di tre corpi” quando raggiunse i principi 65 e 66 in Principia e fu costretto a fermarsi a formulazioni di moto gravitazionale a due corpi. Era qui che le “armonie” nella dinamica celeste (la “connessione senza cose” che si manifesta nella relatività e nella fisica quantistica) dovevano essere escluse dalle formulazioni del diritto scientifico basato sull’economia del pensiero. In altre parole, è qui che la modellizzazione basata sul “flusso” deve cedere il passo alla modellizzazione basata sulla “dinamica dei materiali” che ha accesso nel darwinismo.

Le carenze nel modello evolutivo Darwiniano, o nei modelli di cambiamento basati sul nozionale “sistema parziale” in cui il presente dipende solo dal passato immediato non sono solo raccolti in biologia (ad esempio nel”epigenetica” che sovrasta la “genetica” ed è visto da molti come una riabilitazione della teoria di Lamarck in cui il flusso era il motore fondamentale dell’evoluzione rispetto agli “esseri” apparentemente assoluti che si raccoglievano nel flusso).

Nel dibattito sui cambiamenti climatici moderni, ci sono quelli che modellano la terra come sistema limitato e cercano cambiamenti nel clima usando la convenzione secondo cui il presente dipende solo dal passato immediato. Cercano quindi correlazioni che suggeriscono questo tipo di relazione causa-effetto tra passato e presente immediati. La concentrazione di CO2 nell’atmosfera e la temperatura superficiale media globale hanno una correlazione tale, anche se alcuni dicono che la CO2 fa salire la temperatura e altri dicono che l’aumento delle temperature causa il rilascio di CO2 dagli oceani. Entrambi questi gruppi impiegano il modello causale.

Esiste un altro gruppo, compresi i geologi che studiano la criosfera terrestre secondo cui i cambiamenti climatici devono essere compresi “tenendo conto dello sviluppo progressivo del fenomeno nel suo complesso”, dato che il cambiamento nel presente non dipende solo dal passato immediato. Sottolineano che lo scioglimento dei ghiacci cambia la temperatura e che i diversi impulsi di produzione del ghiaccio che derivano dalle variazioni della dinamica celeste (oscillazioni orbitali, varianze dell’irraggiamento solare, tempeste di particelle di bagliore solare che inducono la formazione di nubi ad alto livello ecc.) costituiscono una varietà di bombardamenti temporali a modifica di temperatura a lungo periodo ed è la somma delle moderazioni di questi accumuli di ghiaccio in fusione che danno alla curva della temperatura terrestre i suoi alti e bassi, non il contrario; cioè la dislocazione spaziale del ghiaccio che si scioglie dà al convesso della temperatura la sua forma. La distribuzione spaziale di calotte glaciali, ghiacciai e permafrost è un fenomeno “reale” mentre “temperatura” è una riduzione del campo di energia termica nello “stato del punto circoscritto”; cioè la temperatura è definita come l’energia cinetica media degli atomi. Ciò riduce la forma del campo termico, che è la fonte delle correnti oceaniche, dei venti, ecc., verso un punto unidimensionale astratto che punta in senso teorico alla condizione della “terra” vista come un “sistema parziale” con un “presente” che cioè dipende solo dal suo “passato immediato”. Come per l’aperta espressione di Nietzsche di avversione per il darwinismo, gli scienziati del “cambiamento climatico” possono essere ugualmente univoci, sebbene la politicizzazione delle scienze del clima “nell’ovest” abbia quasi messo a tacere i dissidenti, anche se non è così, per esempio, per la Russia;

“Non c’è riscaldamento globale causato dall’attività umana, in primo luogo perché i gas serra non influenzano il clima. Non influenzano il clima. Questa è una teoria fisica, è un orrore inventato – non esiste. “…” Mentre i politici e il pubblico … confrontano “oggi” con “ieri”, i geologi (comunità scientifica a cui appartengo) pensano sempre in termini di tempo geologico , eventi che durano migliaia e milioni di anni. Un tale punto di vista richiede molta immaginazione oltre alla conoscenza. Non così efficace come qualcosa di Globale e Pericoloso, in russo lo chiamiamo “Strashilka” (uno spauracchio). “(2010)

Accademia russa delle scienze

Marina Leibman
Capo scienziato
Istituto della criosfera della terra
Diramazione Siberiana .

Conclusione;
Il dibattito sull’opportunità di far conoscere la propria indagine sulle dinamiche del mondo e del sé dal trampolino del “divenire” (“flusso” o “forma del flusso”) o dal trampolino di lancio dell’essere (comportamento del corpo materiale) è stato portato avanti da lungo tempo.

Non c’è, naturalmente, nessuna ragione per non fare entrambe le cose, tuttavia la visione di Nietzsche è che partendo dal ‘”essere” si dà un “utile finzione” che non dovrebbe essere confusa con la “realtà”. Nietzsche ha criticato la cultura di Darwin che, nel suo punto di vista, faceva proprio questo, confondendo ‘utile finzione’ per ‘realtà’.

La “finzione utile” nel caso dell’evoluzione, si riferiva all’imposizione di un “organismo” come “sistema limitato con il proprio comportamento originato limitatamente, guidato dai processi interni” che interagiva con altri sistemi parziali in un assoluto fisso e vuoto spazio euclideo. Secondo Nietzsche, ciò equivaleva a infondere “l’ego” nel sistema organismo-come-parziale, e quindi a rendere l’antropomorfismo della scienza (il modello causale della varietà della scienza).

La nozione di Mach era che il principio del ‘”economia del pensiero” è il motore della scienza, il perseguimento di formulazioni che sono sempre più generali, che possono affrontare più fenomeni con meno formulazioni meno semplici. Le formulazioni che presumevano che “il presente dipende solo dal passato immediato” (il modello causale incorporato nella fisica matematica classica da Newton) forniscono una grande “economia del pensiero” e se questa tendenza sia iniziata nella cultura inglese, di cui Nietzsche si è fatto carico o no, da allora è diventato un pilastro della cultura mondiale dominante (anglo-americana). O, piuttosto, il pensiero scientifico in questa modalità semplificata di “economia di pensiero” ha preso il sopravvento sulla dinamica sociale globale, e il darwinismo è stato in grado di “navigare” nel suo “lancio”.

La versione di evoluzione nietzscheana, che parte dal “divenire” piuttosto che dall’essere, ha il requisito che dobbiamo “tener conto dello sviluppo progressivo di un fenomeno nel suo complesso”. Secondo Nietzsche, per comprendere la “forza evolutiva” (“volontà-potenza”) dobbiamo capire come la degenerazione, come le vecchie forme (ordine, organizzazione) vengono superate dall’incessante svolgimento dell’innovazione spaziale nella nostra vita in uno spazio dinamico, è che ispira l’incessante divenire trascendente delle nuove forme. L’essere umano è, in quest’ottica, la membrana puramente spaziale-relazionale della dinamica in cui l’ordine incontra il caos, … il figlio la cui volontà naturale è quella di diventare l’intermediazione tra la dinamica dello spazio vitale imprevedibilmente dispiegata e l’organizzazione familiare che è inclusa nella situazione in esso. Portarlo dentro e addomesticarlo come si potrebbe immaginare era l’evoluzione della forma eucariota dalle forme procariote.

La nozione di autoconservazione attraverso la creazione di una discendenza dinastica dello stesso tipo delle forme dinamiche, arrivando con varianti nella loro “capacità di battere” per caso, fuori dal contesto del “campo” imprevedibilmente dispiegato, sono incluse in , non ha molto senso se non come una sorta di “narrativa secondaria” di qualche utilità (ego-soddisfacente). L’ego dell’uomo tenderà ad attribuire la sua “media di battuta” al miglioramento con la sua abilità, piuttosto che ammettere di aver incontrato una ricettività che amplifica il suo punteggio senza essere in grado di attribuirlo alla “sua prestazione” nel “sistema parziale” (processo interno, senso comportamentale guidato). Se muore di fame come agricoltore in Europa e prospera come agricoltore in America, la ‘finzione utile’ è ‘riflettere sulla sua performance ”.

In altre parole, il modello dei “sistemi circoscritti” è basato sull’ego. Il “sistema limitato” è un’emulazione dell’ego umano. Così la scienza semplice che permea il moderno pensiero scientifico globale, è ancorata all’ego.

Poiché il modello dei “sistemi limitati” è in termini di dinamica materiale rispetto a uno spazio assoluto fisso e vuoto, il “colpire” il “sistema organismo-come-circoscritto”, questo è fuori dal contesto del “battitore” e quindi cambia nel fenomeno globale, è può venire solo dai cambiamenti nelle prestazioni degli “organismi come sistemi circoscritti”. Cambiamenti non facilmente spiegati possono essere “spazzati via” dall’invocare la probabilità matematica, evitando i pensieri generali (mantenendo l’economia di pensiero del semplice modello causale) che accompagna il passaggio nel campo di colpire il coniugato modello di relazione dinamica. Erwin Schroedinger si è lamentato dell’uso della probabilità nel preservare lo stato fondamentale per il corpo materiale nell’accordo (senza di lui) su un modo comune di presentare un’interpretazione della fisica quantistica;

“Ciò che osserviamo come corpi materiali e forze non sono altro che forme e variazioni nella struttura dello spazio. Le particelle sono solo schaumkommen (apparenze). … Lasciatemi dire all’inizio … che … Non mi oppongo che a poche dichiarazioni speciali di fisica quantistica tenute oggi (anni ’50), ma mi oppongo come se fosse il tutto, mi oppongo alle sue visioni fondamentali che sono state modellate 25 anni fa, quando Max Born ha proposto la sua interpretazione probabilistica , che è stata accettato da quasi tutti. “- Erwin Schroedinger

Una volta che assumiamo la ‘causa ed effetto’, ci separiamo ‘colpendo’ e ‘mettendo in campo’; cioè rompiamo la “cima” e l”attraverso”, la fluidità che è inerente alla dinamica del mondo. Superare il modello causale eccessivamente semplicistico e la visione aristotelica, limitata e mirata del sistema del sé… riportare lo spazio (campo) come partecipante completo (colpire) nei fenomeni fisici, come richiede il punto di vista del “flusso” e come Nietzsche e Schroedinger e altri hanno argomentato, quindi anche l’ego che l’economia del pensiero che si trovano esattamente su questo cammino.

“Ciò che conferisce la straordinaria fermezza alla nostra convinzione nella causalità non è la grande abitudine di vedere un evento successivo a un altro, ma la nostra incapacità di interpretare gli eventi se non come eventi causati da intenzioni. È credere nel vivere e nel pensare come l’unica forza efficace – nella volontà, nell’intenzione – è la convinzione che ogni evento è un atto, che ogni azione presuppone un esecutore, è la credenza nel “soggetto”. Questa credenza nel concetto di soggetto e predicato non è una grande stupidità? “…” Causa ed effetto – un concetto pericoloso fintanto che si pensa a qualcosa che causa e qualcosa su cui si produce un effetto “—Friedrich Nietzsche, “Volontà di potenza”

Comprendere la dinamica del mondo che si sta svolgendo in termini di esso essendo è il prodotto di “chi fa i fatti” guidati dall’intenzione, che è una “incoerenza”, una ricetta per la disfunzione auto-inflitta. Tuttavia, continuiamo a coltivare questa comprensione orientata all’ego, “orientata al successo” nei nostri figli attraverso i nostri sistemi educativi e nei leader attraverso i nostri sistemi politici.

Il paradosso è che, senza fermare questa ‘incoerenza’ nella nostra comprensione di sé e del mondo, continueremo ad architettare i nostri sforzi per riprenderci dalla nostra crescente disfunzione, usando il paradigma di progettazione di chi-fa-i fatti basato sull’intenzione, mettendoci in una discesa a spirale alimentata dall’ego in disfunzione di approfondimento.

Rompere il circolo di questa disfunzione ci impone di sospendere la concessione di “prima priorità” a “richiami all’azione” associati a iniziative orientate all’intenzione, orientate all’obiettivo, e di lasciare dinamico lo spazio vivente che si sta svolgendo nello spazio attuale. Ogni situazione inclusa in essa, orchestra i nostri comportamenti individuali e collettivi su una base di priorità assoluta.

NIETZSCHE CONTRO DARWIN: DIVENIRE CONTRO ESSERE (PARTE I)

Dall’epoca di Eraclito e Parmenide (circa 500 aC) si è discusso se cercare di capire il mondo a partire dall ‘”Uno” del “flusso” o dalle “molte” “forme materiali” e i “loro” comportamenti, visualizzando “loro” come “entità limitate in se stesse” che si muovono, interagiscono e cambiano la “loro” forma in un teatro operativo assoluto fisso e vuoto (spazio Euclideo).

Nel caso del “flusso” in cui l’universo è visto come un’Unità dinamica che si dispiega e si sviluppa continuamente da e verso se stesso, le “entità limitate” sono inevitabilmente “coniugate relazioni dinamiche estrinseche e intrinseche che subiscono un” divenire “continuo come nella relazione tra un flusso o una cellula di convezione nel flusso (ad esempio l’uragano nel flusso dell’atmosfera). La nozione di “essere circoscritto” in questo caso è ciò che Nietzsche chiamerebbe una “finzione utile”, ma la “fisica” naturale della condizione è che queste “caratteristiche di flusso” visibili prendono forma dalla loro reciproca influenza simultanea. Questa situazione, che si manifesta nelle dinamiche celesti (gravitazione), è matematicamente insolubile in modo tale da risolvere il comportamento generale osservato in singoli comportamenti circoscritti appartenenti a ciascuno dei partecipanti.

La parola “comportamento” viene qui esaminata in maniera più approfondita poiché la comune comprensione del “comportamento” che appartiene a una persona, una sostanza, una macchina, un organismo o a “se stesso”, piuttosto che appartenere all’universo, come nel caso dove capiamo che il mondo / universo è “flusso”, nel tal caso il “comportamento” può appartenere solo all’universo (il dispiegarsi / il dispiegarsi spazio-relazionale che caratterizza il flusso). Nel frattempo, mentre il nostro “occhio” vaga qua e là e si concentra su questo e quello aiutato a volte dal telescopio e / o dal microscopio, il tutto parte del “comportamento dell’universo” (nella vista del flusso, l’osservatore è incluso nell’osservato ) ma dà l’impressione psicologica che la natura si sta dividendo in tanti comportamenti parziali diversi piuttosto che sia l’azione dell’osservatore.

L’unicità della natura come suggerito dalla relatività (coniugato habitat-relazione-abitante) e la teoria quantistica (connessione senza-cosa) entra così in conflitto con il nostro pregiudizio visivo che sostiene che le forme nel flusso sono esseri limitati con il proprio comportamento di origine nell’ambiente. Quando guardiamo le spirali visibili degli uragani attraverso l”occhio’ del satellite orbitante, la nostra tendenza a comprenderle per avere l’’essere circoscritto’ è una ‘finzione utile’ che può essere facilmente ‘confusa con la realtà’. In tale visualizzazione, “trascuriamo” la realtà più grande dove il flusso è il mezzo genitoriale (il campo energetico fluente) in cui le spirali (concentrazioni di energia) si raccolgono e ri-raccolgono continuamente, sempre alla ricerca dell’essere parziale (permanenza ) ma non è mai promosso in quello stato ideale che si trova al di là del “divenire” continuo. La nostra esperienza sensoriale complessiva, come osserva Ernst Mach (1838 – 1916), è continua- senza i blocchi idealizzati di permanenza afferrati dalla nostra visione e concretizzati da definizioni e etichette basate sul linguaggio.

“L’abitudine utile di designare tali composti relativamente permanenti [‘oggetti circoscritti’] con nomi singoli, e di apprenderli con pensieri singoli, senza andare incontro al problema ogni volta che si analizzano le loro parti componenti, è suscettibile nell’entrare in strani conflitti con la tendenza a isolare le parti componenti. L’immagine vaga che abbiamo di un dato complesso permanente, essendo un’immagine che non cambia percettibilmente quando l’una o l’altra delle parti componenti viene tolta, sembra essere qualcosa che esiste in se stessa. Poiché è possibile togliere singolarmente ogni parte costituente senza distruggere la capacità dell’immagine di rappresentare la totalità e di essere nuovamente riconosciuta, si immagina che sia possibile sottrarre tutte le parti e avere qualcosa che rimane ancora. Quindi sorge spontanea la nozione filosofica, inizialmente impressionante, ma successivamente riconosciuta come mostruosa, di una “cosa-in-sé”, diversa dalla sua “apparenza” e inconoscibile.

L’uomo è preminentemente dotato del potere di determinare volontariamente e consapevolmente il proprio punto di vista. A un certo punto può ignorare le caratteristiche più salienti di un oggetto, e subito dopo prestare attenzione ai suoi dettagli più piccoli; Considerare ora una corrente stazionaria, senza pensare al suo contenuto (calore, elettricità o fluidità), e quindi misurare la larghezza di una linea di Fraunhofer nello spettro; può assurgere a volontà nelle astrazioni più generali o seppellirsi nei minimi particolari. Gli animali possiedono questa capacità in misura molto minore. Non assumono un punto di vista, ma di solito sono costretti ad esso dalle loro impressioni sensoriali. Il bambino che non conosce suo padre con il cappello in testa, il cane che è perplesso per il nuovo cappotto del suo padrone, hanno entrambi ceduto in questo conflitto di punti di vista. Chi non è preoccupato in simili problemi? Persino l’uomo di filosofia a volte soccombe, come dimostra il problema grottesco, sopra riferito a [Ding-an-sich] non riconoscibile. “- Ernst Mach,” L’analisi delle sensazioni “(1886 rivisto 1905)

Mentre gli elementi sensoriali ci permettono di comprendere il mondo come un continuum di flusso, i poteri stoccato localizzanti (de-situazionalizzanti) del nostro punto di vista visivo possono rapidamente invertire il primato del ‘comportamento’ dall’UNO del flusso, spostandolo verso le “molte” concentrazioni quasi-permanenti di energia all’interno del flusso.

Non c’è dubbio che le opinioni di Friedrich Nietzsche e William Rolph favorissero il “flusso” della loro ricerca sulle dinamiche del mondo e del sé; cioè vedevano l’evoluzione come “un processo di diffusione, in cui l’endosmosi predomina sull’esosmosi, una visione in cui “l’essere circoscritto” è sussunto da una relazione coniugata tra ordine interno e disordine esteriore, coerente con la spirale nel flusso della relatività dove la materia è una concentrazione relativa di energia che dà l’aspetto (‘schaumkommen’ – Schroedinger) di ‘essere limitato’, un’apparenza che è un artefatto dello ‘strumento di indagine’ piuttosto che il risultato di un’indagine. Come dice Wittgenstein, la purezza cristallina della logica [ad es. di “essere” contro il “non essere”] non è il risultato della nostra indagine, ma un requisito che imponiamo.

Quindi, questo conflitto lungo due millenni su “dove iniziare la nostra inchiesta” sul comportamento del mondo / sé continua nella diatriba tra le opinioni di Nietzsche sull’evoluzione rispetto a quelle di Darwin. Le linee di battaglia sono tracciate negli scritti di “anti-Darwinismo” di Nietzsche (per esempio in “Volontà di Potenza” ). Il punto di vista di Nietzsche era che Darwin stava semplicemente imprigionando la “cultura inglese” com’era in quell’epoca e la vestiva come qualcosa di molto di più, come un processo naturale che potesse spiegare l’origine della specie. Ciò che intendeva era che è il nostro “ego”, che ci vede come fonte limitata di “intenzione” e quindi come “conduttore circoscritto del comportamento”, così da attribuire questa intellettualità umana autocosciente agli organismi biologici, dove in generale rende le scienze biologiche e il darwinismo- “antropomorfismo”.

Nel frattempo, la visione di Nietzsche sembra essersi “persa nella traduzione” o almeno “oscurata” dalle molte interpretazioni materialistiche popolari date alla “Volontà di Potere”, che sono contraddette dalla sua chiara e spesso “impaziente” (perché le persone non vedono questo nella loro stupidità?) proposizione.

Essenzialmente, la visione di Nietzsche è quella in cui la degenerazione (disdicevole) delle parti (organi / organismi) nel presente sta continuamente inducendo l’emergere (divenire) di nuove parti, per esempio, nel modo in cui, quando i genitori della famiglia patiscono la degenerazione o la morte, i figli devono “salire sul piatto” e “calzare le scarpe” della generazione uscente, muovendosi copiosamente nella “fase genitoriale” del ciclo.

La visione darwinista di questo “avvicendare” ci invita a focalizzarci sull ‘”essere materiale parziale” e sul suo “sostituto”, e a ignorare il ruolo della situazione spazio-relazionale in cui le nuove forme si stanno muovendo. Qui, ancora una volta, c’è il disaccordo tra Platone (427 – 367 aEV) e Aristotele (384 – 322 aEV) sul fatto che la causa sia estrinseca (Platone) o intrinseca (Aristotele) o entrambi allo stesso tempo (Eraclito). Il darwinismo inizia con la “causa finale intrinseca” di Aristotele come nella dinamica del sistema intenzionale “ghianda-quercia”. L’enorme divario tra “L’arrivo di nuove forme”, e questa intrinseca “riproduzione guidata dal sistema mirato alla ghianda-quercia”, è sinteticamente “colmato” nel darwinismo da un’arbitraria invocazione del dispositivo matematico di “casualità”.

Nella visione nietzschiana, la spinta evolutiva costituita nel darwinismo dall ‘”intenzione dell’essere circoscritto” deve intraprendersi perché questo non è altro che l” ego” che parla, dove su questo viene dato un ruolo fondamentale nella “scienza dell’evoluzione” . Come Stephen Jay Gould ha sottolineato in “Full House: La diffusione dell’eccellenza da Platone a Darwin” (1996) usando la metafora del baseball, l’ego del battitore gli attribuisce i miglioramenti nella battuta media di se stesso, nei suoi processi interni che guidano il comportamento (come l’ego vuole vedere). Darebbe anche la colpa a se stesso, ai suoi processi interni, per “battere precipitando”. Ma la realtà è che “colpire” e “mettere in campo” sono aspetti coniugati di una singola dinamica ed è impossibile, a causa della loro relazione coniugata, risolverli in due dinamiche misurabili.

Il darwinista, nel frattempo, come l’egotista, fa l’impossibile e scinde la forma fisica del battitore dal suo rapporto del colpire sul campo, e lo ritrae come il pieno ed unico determinante delle prestazioni di battuta, a parte la casuale ‘sfortuna’ e ‘casuale’ buona fortuna ‘(la’ probabilità ‘ora’ copre ‘le variazioni delle prestazioni di battuta che sono difficili da attribuire ai driver di processo interni del battitore).

Con l’aiuto dell ‘”ego”, ora sembra che l’evoluzione sia nelle mani dei “battitori”, ignorando il ruolo dominante del genitore dello “schieramento” spaziale che “colpire è incluso”; cioè “buona fortuna” e “sfortuna” (casualità). Invece la visione nietzscheana in cui; “L’endosmosi predomina sull’esosmosi”, abbiamo solo l’esosmosi in una dinamica evolutiva in cui forme esosmotiche univoche “competono” tra loro in un teatro operativo assoluto fisso e vuoto (spazio euclideo). Ma dal momento che il figlio o la figlia “si fanno avanti nel piatto” nella vita reale, sono consapevoli di diventare intermediari tra i loro bambini appena nati e la dinamica dello spazio vitale imprevedibilmente dispiegato in cui sono inclusi in modo univoco e particolarmente situazionale. Così, mentre si sviluppano da neonati ad adulti, si spostano dal nucleo del “nido” in cui l’ordine è sicuro, alle “prime linee” dove devono vivere nello spazio tra ordine e caos; cioè in una condizione di continuo ‘divenire’ nel divario tra l’apertura delle possibilità spaziali e il manifestarsi delle potenzialità creative / produttive.

Questa “esistenza relativa” nella visione nietzschiana, rimuove la dipendenza darwinista dell’intenzione, il motore interiore limitato nozionale che abita “l’essere circoscritto”. Rimuove anche la dipendenza darwinista dallo spazio assoluto fisso e vuoto (euclideo) che è un “appoggio” necessario senza il quale “l’essere circoscritto” e “il comportamento di origine limitato” potrebbero esistere. Mentre la scienza tradizionale prosegue con la sua dipendenza dallo spazio assoluto e la nozione “basata sull’io” del “sistema parziale con il proprio comportamento interno guidato dai processi”, la porta è stata spalancata (il muro di blocco non è mai esistito eccetto attraverso le nostre convenzioni “economia-di-pensiero” autoimposte), per andare oltre i concetti vincolati di “essere parziale”, che sono nati, allevati e supportati dalla struttura dello spazio assoluto che abitualmente imponiamo nel “portare alla mente la nostra esperienza” ; vale a dire;

“Lo spazio non è euclideo” … “Lo spazio è un partecipante ai fenomeni fisici” … “Lo spazio non solo condiziona il comportamento delle masse inerti, ma è anche condizionato nel suo stato da loro.” … “il riconoscimento del fatto che ‘vuoto lo spazio ‘nella sua relazione fisica non è né omogeneo né isotropico, costringendoci a descrivere il suo stato con dieci funzioni (i potenziali gravitazionali g (μ, ν), ha, penso, finalmente disposto la visione che lo spazio è fisicamente vuoto. “…” La relatività ci costringe ad analizzare il ruolo giocato dalla geometria nella descrizione del mondo fisico. “… Una pietra gettata è, da questo punto di vista, un campo mutevole, dove gli stati di maggiore intensità di campo viaggiano attraverso lo spazio con la velocità della pietra “-Einstein.

“Lo spazio è un’altra struttura che imponiamo al mondo”. . . “. . . qui la mente può affermare perché stabilisce le sue stesse leggi; ma capiamo chiaramente che mentre queste leggi sono imposte alla nostra scienza, che altrimenti non potrebbe esistere, non sono imposte alla Natura “. . . “La geometria euclidea è. . . il più semplice, . . . così come il polinomio di primo grado è più semplice di un polinomio di secondo grado “. . . “Lo spazio rivelato dai nostri sensi è assolutamente diverso dallo spazio della geometria”. . . Henri Poincaré, “Scienza e ipotesi”. “

Passando dal bambino all’adulto, mentre ci spostiamo dal centro sicuro del nido ordinato verso il bordo in cui l’ordine della famiglia incontra il caos della situazione spaziale che si sta svolgendo, siamo inclusi in modo univoco e particolare… potremmo sperimentare questa sensazione di voler inghiottire il mondo, inalarlo e renderlo parte di noi, aprirci all’esperienza di esso affinché continui a vivere dentro di noi. L’insaziabile desiderio di aprirci all’esperienza del mondo può portarci al limite al quale il dispendio di noi stessi è così dissoluto da lasciare solo quel tanto che basta per essere a malapena in grado di tenerci insieme sull’orlo della dilapidazione. La “forza evolutiva” che questo “insaziabile bisogno” ci presenta è la “Volontà di Potenza” di Nietzsche.

Nell’apprezzare che “siamo” nel campo (il mezzo genitoriale o “spazio partecipante”) che stiamo colpendo, evitiamo di ridurre noi stessi alla “visione dell’ego” in cui il nostro potere e la nostra direzione derivano, su una prima causa e base di creazione, dall ‘”interno del nostro essere”. Nella visione Nietzscheana dell’evoluzione, manteniamo la comprensione di noi stessi come marinai in un mare turbolento la cui potenza e direzione derivano dalla sua inclusione situazionale nello sviluppo incessantemente spaziale-relazionale che è la dinamica della natura (dove equilibrio e armonia che sostengono il nostro continuo viaggio è la cosa). Resistiamo al diverbio soggetto-predicato, che spinge il marinaio al motoscafo il cui ego lo ha convinto che il suo potere e la sua guida sono entrobordo e questo comportamento è guidato dall’intelletto e dallo scopo interno circoscritto (dove il raggiungimento orientato alla destinazione della sua missione, visione, strategia, obiettivi è la cosa).

L’organismo darwiniano è il “motoscafo” che comprende l’evoluzione come qualcosa che è guidato internamente e assistito o impedito dalla “buona fortuna” o “sfortuna” (probabilità casuale / probabilità) mentre l’organismo nietzscheano è la “barca a vela” che comprende l’evoluzione come “equilibrio e sostegno dell’armonia” nel divario tra il dispiegarsi incessantemente innovativo (caotico) esterno-interiore della dinamica dello spazio vitale e il rigoglio interiore / esteriore di potenzialità creative / stimolanti / produttive (ordinate).

Nelle seguenti parole (tradotte) di Nietzsche, una simile immagine ci viene presentata come nella metafora del baseball di Stephen Jay Gould per l’evoluzione; cioè non possiamo parlare della forma del battitore perché “colpire” e “schierare” sono una dinamica inseparabile, non divisa. In una fluidodinamica, queste due cose possono essere intese come una dinamica, la spinta della cresta dell’onda e l’accomodamento dell’ondulazione dell’onda che appare visivamente come un conflitto furibondo, ma che costituisce l’essenza della trasformazione; cioè la degenerazione (herunterschraubung) della grande cima torreggiante è sempre coniugata con la genesi della grande cima torreggiante. Il colpire deve il suo vero significato dello schieramento e non potrebbe vivere senza il suo partner coniugato;

” L’utilità di un organo non spiega la sua origine; anzi! Per la maggior parte del tempo durante il quale una proprietà si sta formando non conserva l’individuo e non gli è di alcuna utilità, soprattutto nella lotta con circostanze esterne e nemici. Che cosa, dopo tutto, è “utile”? Uno deve chiedere “utile in relazione a cosa?”, Ad esempio, ciò che è utile per la lunga vita dell’individuo potrebbe essere sfavorevole alla sua forza e splendore; ciò che preserva l’individuo potrebbe allo stesso tempo arrestare e fermare la sua evoluzione. D’altra parte, una deficienza, una degenerazione, possono essere della massima utilità in quanto agisce come stimolante per altri organi. Allo stesso modo, uno stato di bisogno può essere una condizione di esistenza, nella misura in cui riduce un individuo a quella misura di dispendio che lo tiene insieme, ma gli impedisce di sperperare se stesso. L’individuo stesso come una lotta tra parti ( per cibo, spazio, ecc.): la sua evoluzione legata alla vittoria o alla predominanza delle singole parti, a un’atrofia, a un “divenire un organo” di altre parti”.

L’influenza delle “circostanze esterne” è sovrastimata da Darwin in modo ridicolo: la cosa essenziale nel processo vitale è proprio la tremenda forza di costituzione della forma che crea dall’interno, che utilizza e sfrutta “circostanze esterne” – Le nuove forme modellate da dentro non sono formati con un fine nell’ aspetto; ma nella lotta delle parti una nuova forma non viene lasciata a lungo al suo uso, si sviluppa sempre più completamente “.

Il principale disaccordo che Nietzsche ha con Darwin qui è che le “nuove forme” non sono determinate da processi interni circoscritti / elementi comportamentali (ad es. “Intenzione” intellettuale, “scopo”, “istinto”), come nella semplice ghianda aristotelica percepita dal sistema mirato alla quercia (lo sforzo di Aristotele sulla “causa intrinseca” era nonostante la convinzione di Platone, sulla priorità della causa estrinseca); cioè, nella visione di Nietzsche, vi è un’influenza di modellamento verso l’esterno che si svolge nello stesso momento in cui (in relazione coniugata con) l’influenza di modellatura verso l’interno è verso l’esterno. Nietzsche respinge la pulsione darwinista di autoconservazione verso l’esterno per l’evoluzione e convalida le visioni contemporanee “orientate al flusso” di Lamarck e Rolph.

“I fisiologi dovrebbero ripensarci prima di postulare la spinta all’auto-conservazione come la spinta cardinale in un essere organico. Una cosa vivente desidera soprattutto manifestare la sua forza – la vita in quanto tale è la volontà di potenza -: l’autoconservazione è solo una delle conseguenze indirette e più frequenti di essa. – In breve, qui come dappertutto, fai attenzione ai superflui principi teleologici! “- Nietzsche,” Al di là del bene e del male
“.

Nel seguente estratto “Nietzsche, Biology and Metaphor “ di Gregory Moore, Moore racconta come Nietzsche stesse attingendo alle idee degli anti-darwinisti della sua era (che non erano anti-evoluzione ma che sostenevano i “meccanismi” diversi dalla “preservazione della vita ‘), dove c’è un ulteriore “rimpasto” di questa dinamica coniugata intrinseca-formale che plasma la forma nelle idee di William Rolph (Biologische Probleme [1884])’.

“ Rolph nega l’esistenza di un istinto di autoconservazione – o per lo meno respinge la nozione che una tale spinta rappresenta la motivazione principale del comportamento animale. Piuttosto, la vita cerca principalmente di espandersi. Questa proposizione elementare è espressa come una legge di assimilazione, una legge operativa sia nel mondo organico che inorganico. La crescita, sostiene Rolph, è determinata da un processo di diffusione, in cui l’endosmosi predomina sull’esosmosi. – Gregory Moore, “Nietzsche, Biology and Metaphor”

La “volontà-di-potenza”, come intendeva allora Nietzsche, non era semplicemente agire con qualche desiderio o “scopo” nella testa dell’uomo, ma era l’essenza stessa della “vita”, era inerente a tutta la natura, dall’organico all’organismo unicellulare all’uomo “.

“Il lavoro successivo pubblicato da Nietzsche [dopo aver letto Rolph a metà del 1884] è Al di là del bene e del male (1886), dove l’influenza di Rolph sembra evidente. Scrive Nietzsche: “Anche il corpo in cui gli individui si trattano da pari a pari … dovrà essere una volontà incarnata al potere, cercherà di crescere, diffondere, afferrare, diventare predominante – non da qualsiasi moralità o immoralità, ma perché è vivente e perché la vita semplicemente è volontà di potenza. ” L’influenza di Rolph e la sua connessione alla “volontà di potenza”, continua anche nel libro 5 della Gaia Scienza (1887) in cui Nietzsche descrive la volontà di potenza come istinto di “espansione del potere”, fondamentale per tutta la vita. “

Finora, la discussione sulle opinioni di Nietzsche relative a quelle di Darwin è stata quella di far emergere la geometria generale della vista rispetto alla geometria del “flusso” riguardo alla geometria delle “dinamiche materiali”. L’intenzione di Nietzsche che la volontà-di-potenza sia una relazione coniugata tra “disordine esterno” [caos] e “organizzazione interna” [ordine] non rende la spaccatura difficile tra il regno inorganico e il regno organico che il darwinismo fa della medesima evoluzione, dove la forza è vista come applicabile ad entrambi. Come nella visione dell’evoluzione di Lamarck dove “les fluides incontenables” [“flusso di energia-campo”, i fluidi che possono contenere ma che non possono essere contenuti], … così, anche, nella forza evolutiva di Nietzsche (la volontà di potenza), non è una distinzione fondamentale da fare, per quanto riguarda la dinamica evolutiva, tra i regni dell’organico e dell’inorganico. Secondo Nietzsche, la coscienza permea il mondo intero mentre la “coscienza di sé” distingue il regno organico.

Questa differenza nei fondamenti più profondi del modo in cui comprendiamo il mondo (flusso rispetto alla dinamica materiale) è implicita nella critica di Nietzsche al darwinismo che è allo stesso tempo una critica della cultura inglese (o la sua visione di esso), è che questa interregionale “culturale” differenziale sorge, nella stessa epoca, nella scienza.

Questo saggio sposterà l’attenzione su questa differenza nella scienza (filosofia della scienza) che sembra far luce sulla differenza di Nietzsche – Darwin sull’evoluzione.

Il modello del “sistema mirato” dell’organismo, che Darwin impiega, è essenzialmente l’imposizione del modello di macchina (essere materiale) sugli organismi della natura; cioè ritrae gli organismi come “sistemi circoscritti” con i propri comportamenti guidati dai processi interni originari, che interagiscono in uno spazio assoluto e vuoto (euclideo)”. Nel caso dell’uomo, “l’intelletto e lo scopo” sono visti come i “processi di guida interni” mentre la biochimica è vista come il combustibile energizzante grezzo.

Per Nietzsche, questa visione dell’organismo “dell’essere materiale” (sistemi limitati), piuttosto che la relazione coniugata estrinseca-intrinseca, è ciò che rende “antropomorfismo” la scienza tradizionale dal momento che questo modello di macchina dell’uomo è l’essenza dell ‘”ego dell’uomo” . Ma la nuova scienza della relatività era “sulla sua strada” nell’era di Nietzsche, e Gregory Moore in “Nietzsche and Science” esamina il rapporto tra Ernst Mach e Nietzsche, suggerendo un incontro delle menti su una serie di principi come la non primaria natura del “sé”;

“Il fatto principale non è l’io, l’ego, ma gli elementi (sensazioni). Gli elementi costituiscono l’io … quando morirò … solo un’ideale unità mentale-economica, non una vera unità, ha cessato di esistere “- Ernst Mach

Mach era un mentore sia di Einstein che di Poincaré sulla “relatività” e la scienza era “un’economia del pensiero”, e il principio di Mach della relatività dello spazio e della materia è un adiacente avvicinamento alla dinamica relazionale endosmotica-esosmotica coniugata da Nietzsche (Rolph); cioè, il principio di Mach può essere espresso: “La dinamica dell’habitat (spazio) condiziona la dinamica degli abitanti (materia) nello stesso momento in cui la dinamica degli abitanti sta condizionando la dinamica dell’habitat”.

Questa visione del comportamento dinamico NON è in termini di “comportamento delle cose-che-sono” ma in termini di “forme dinamiche fluide” che sono “continuamente in divenire” (flusso-campo energetico in cui la materia è secondaria, come nella teoria della relatività in cui la materia è una concentrazione locale di energia nel flusso del campo energetico). Il proprio divenire continuo è quindi dato da una forma statica nel modo dell’inclinazione della cataratta.

Il “Metodo della natura” di Emerson (1841) cattura lo stesso concetto di evoluzione di Lamarck e Nietzsche;

“Il metodo della natura: chi potrebbe mai analizzarlo? Questo flusso impetuoso non si fermerà per essere osservato. Non possiamo mai sorprendere la natura in un angolo; mai trovare la fine di un filo; mai dire dove posizionare la prima pietra. L’uccello si affretta a deporre il suo uovo: l’uovo si affretta ad essere un uccello. La totalità che ammiriamo nell’ordine del mondo, è il risultato di una distribuzione infinita. La sua levigatezza è la levigatezza dell’inclinazione della cataratta. La sua permanenza è una perpetua reazione. Ogni fatto naturale è un’emanazione, e ciò da cui emana è anche un’emanazione, e da ogni emanazione c’è una nuova emanazione. Se qualcosa potesse rimanere immobile, sarebbe schiacciato e dissipato dal torrente che resiste e, se fosse una mente, sarebbe impazzito; come le persone folli sono coloro che si aggrappano a un pensiero, e non al fluire del corso della natura. Non la causa, ma un effetto sempre nuovo, la natura discende sempre dall’alto. È ininterrotta obbedienza. La bellezza di questi oggetti giusti è importata dentro loro da una sorgente metafisica ed eterna. In tutte le forme animali e vegetali, il fisiologo ammette che nessuna chimica, nessuna meccanica, può spiegare i fatti, ma deve essere assunto un misterioso principio di vita, che non solo abita l’organo, ma fa l’organo. “

REVISTA REGRESIÓN N° 6

REGREZ

RI-PUBBLICO IN MANIERA EGOISTICAMENTE AFFINE!

Revista Regresión N° 6

Contenido:

-Editorial, por el Grupo Editorial

-La Mujer-Luna en la sociedad Selk’nam, tomado de Karukinka: cuaderno Fueguino de 1973

-Suspiros, por Lunas de abril

-Tatuaje primitivo: Rescatándolo de la amnesia, por Xale

-Cronología Maldita, por el Grupo Archivíscico Öme

-Anarquistas Indiscriminados: Sacando del olvido a los anarquistas terroristas del siglo XIX, por Seminatore

-Trizas: Sobre Terrorismo Indiscriminado, por Nechayevshchina Ed., y traducido pr Místico y Maldito

-Trizas II: Sobre Terrorismo Indiscriminado, por Nechayevshchina Ed., y traducido por Místico y Maldito

-Las lecciones dejadas por el Estado Islámico antes de su colapso, por Ghoul

-Individualista, ¡Ármate!, por delincuenciales eco-extremistas

-Poemas: Cuchillos en la sombra, Sin temor y A los montes, por Lunas de abril

 

 

Page 1 of 5
1 2 3 5