EGOISMO-ARCHISMO E LA CRITICA DELL’ANARCHISMO

Nonostante lo sforzo di Marsden nella critica della cultura e dei movimenti sociali, la teoria politica non è mai stata lontana dalla sua mente. I suoi tre diari sono pieni di articoli e commenti che sottopongono il pensiero politico a una prospettiva egoista. Assedi vari alla democrazia, al socialismo, al marxismo, all’utopismo, all’autocrazia, al militarismo e al libertarismo.

Il suo commento sull’anarchismo appariva generalmente negli scambi che aveva avuto con Tucker e Byington. Quando Marsden scrisse una lunga e sistematica affermazione sull’anarchismo, il suo confronto mediatico con gli anarchici individualisti era finito.

Dopo il marzo del 1914, Tucker e Byington smisero di contribuire a “The Egoist”, perché credevano, abbastanza correttamente, che Marsden avesse poca simpatia per il tipo di anarchismo che immaginavano. Riconoscendo in questo, che Marsden aveva un concetto completamente diverso di egoismo. Tucker livellando quello che pensava fosse l’ultimo insulto di Marsden, accusandola di essere sia un “egoista che un archista”.

La critica di Tucker alla Marsden di essere un “egoista” era piuttosta ironica, visto il suo sforzo di pubblicare “L’Unico e la sua Proprietà”, e la sua supposta approvazione della filosofia di Stirner. Da parte sua, la Marsden non era preoccupata per l’accusa di “egoista e archista” che Tucker gli aveva rivolto, dato che adottò queste caratteristiche come descrittive della sua filosofia politica. All’inizio dei suoi scambi con Tucker e Byington, Marsden aveva fatto presente, che era a favore dell’anarchismo se ciò avesse significato l’abolizione dello stato, ma non se volesse rappresentare che lo stato sarebbe stato sostituito con “l’agenzia della coscienza astuta e molto più repressiva” per governare i comportamenti degli individui.

La questione ovviamente si focalizza sul punto se nell’anarchismo, che è un termine negativo, l’attenzione si fissa sull’assenza di uno stato, cioè sull’assenza di una particolare visione dell’ordine supportato da una forza armata con acquiescenza riguardo alla supremazia continuata, che viene mantenuta, consentendo una favorevole posizione di difesa, nella comunità in cui viene stabilita; o l’assenza di ogni tipo di ordine supportato da una forza armata, fornito e mantenuto con il consenso della comunità, dove la presenza di quel tipo di ordine, si ottiene quando ogni membro di una comunità accetta di volere solo il tipo di ordine che non interferirà con il tipo di ordine che potrebbe essere ricercato dagli individui che compongono il resto della comunità.

Essa credeva che il primo approccio fosse compatibile con la meta dell’anarchismo egoistico che sosteneva ed esponeva nei suoi editoriali. Ma il secondo approccio, che proponeva un nuovo ordine sociale basato sulla conformità nel pensiero, era completamente antitetico alla traiettoria della sua filosofia.

Essa era preoccupata soprattutto dal fatto che le filosofie di Proudhon, Tucker e dei “clerico-libertari” stavano tentando di creare un nuovo regime sociale in cui i valori culturali e la moralità sarebbero diventati i nuovi agenti del controllo sociale. Sosteneva che “l’archismo” degli eserciti, dei tribunali, dei giuristi, dei carcerieri e dei carnefici era “leggero e superficiale” rispetto alle nuove forme di controllo di Proudhon, Tucker, e che i loro amici, avevano pianificato di imporre a gli altri.

Alla fine del 1913 era contenta della caratterizzazione della sua filosofia come “egoista” e “archista”. Era convinta di dover articolare le differenze tra l’anarchismo e una coerente filosofia egoista della politica e il ruolo del potere nella vita sociale .

Marsden ha delineato la sua filosofia politica egoista e archista, in diversi numeri di “The Egoist” nel 1914 e il 1915. Gran parte della discussione era chiaramente un attacco a ciò che considerava gli elementi contraddittori, repressivi e idealistici nell’anarchismo individualista di Tucker e Byington. Attaccò anche le filosofie “clerico-libertario” di Godwin, Proudhon e Kropotkin, ognuna delle quali postulava gli assoluti filosofici come fondamento per il loro anarchismo, allo stesso modo in cui gli assoluti costituiscono il fondamento dei sistemi religiosi.

Marsden ha chiaramente tratto ispirazione dalle idee da Stirner nel suo assalto allo stato e all’anarchismo poiché ci sono molti riferimenti alle fondamenta moralistiche e clericali dell’anarchismo, una critica che Stirner ha sviluppato contro Proudhon. Ci sono differenze tra Marsden e Stirner nella loro critica egoista alla politica. A prescindere dall’allusione di Stirner alla reciprocità nella sua descrizione dell’unione degli egoisti, Marsden manifesta scarso interesse per la reciprocità o per la stessa libertà, in particolare se implica una demarcazione di ciò che le persone possono e non possono pensare e fare, mentre perseguono i loro interessi nella vita quotidiana. Inoltre, mentre lei non usa la “propria identità” come categoria centrale, si riferisce continuamente al “proprio” dell’individuo e alla propensione ad acquisire e imporre la sua volontà sul mondo degli eventi.

In diversi saggi e nei suoi “Views and Comments” apparsi in “The Egoist” nel 1914, Marsden attacca l’anarchismo e il “credo libertario” che converte la “libertà” in un’idea fissa e interpreta moralisticamente l’esistenza del potere e della dominazione nel mondo come un affronto alla natura e ai diritti naturali degli esseri umani.

All’inizio, la Marsden attacca l’idea che la “libertà” debba essere il concetto di base di una filosofia politica poiché non ha “mordente” per essa, non ha affatto nessuna importanza nel mondo reale, e non è altro che un “angelo bello e inefficace, “ripetendo la critica di Matthew Arnold del poeta anarchico Percy Bysshe Shelley. Nella retorica politica quotidiana, la “libertà” è il simbolo che riceve insincera riverenza da parte di attori politici, inclusi anarchici e libertari, che “sfuggono” alla loro prima opportunità. Il fatto spiacevole della politica è che le vite individuali e le relazioni sociali sono modellate dall’imposizione del potere attraverso la legge, che è l’indice più chiaro della volontà politica. Vite e relazioni sono anche modellate dalle stesse vere e proprie dinamiche che sfidano, resistono e sfuggono alla legge per attenuare le conseguenze più dannose.

La “libertà” è la retorica usata dagli antagonisti nel dramma politico per giustificare l’affermazione sul diritto, o per sfidare, resistere ed evadere. Per l’egoista, la “libertà” è un velo politico che maschera una sotto-struttura di interessi individuali in competizione.

A differenza della libertà, la legge è materiale e permanente. La materialità e la permanenza della legge rivelano che le discussioni e le filosofie sulla libertà sono “diversivi frivoli” perché hanno poca o nessuna relazione con il modo in cui gli esseri umani vivono ogni giorno. L’egoismo e il perseguimento di interessi individuali e di gruppo permeano ogni tipo di regime politico e ogni tipo di relazione sociale. Tucker, Byington, Marsden e tutti gli altri individualisti Anglo-Americani, naturalmente, hanno scritto, vivendo sotto governi democratici. I regimi democratici, in particolare, chiariscono che la legge è un’espressione esteriore e oggettiva degli interessi degli individui e dei gruppi.

Dal lato negativo, la legge è anche la repressione di altri interessi che contraddicono, deviano e ostacolano gli interessi prevalenti o che sono troppo deboli per ottenere il sostegno dello stato. Sotto la democrazia, la legge garantisce che il potere e le risorse dello stato siano applicate per conto di un “interesse” che ovviamente ha il potere sufficiente per comandare. Ignorando il suo gergo allitterativo e retorico, la democrazia è fondamentalmente un regime che “accelera il ritmo” in cui le alleanze tra gli individui all’interno dello stato sono in grado di imporre i propri interessi sugli altri e sconfiggere gli interessi degli avversari.

Anche in un regime democratico, la rappresentazione delle persone è un’ammissibilità e la pretesa del contrario è semplicemente uno strumento ideologico per mantenere il controllo sociale. Ma la rappresentazione efficace di un interesse è una cosa molto reale che può essere valutata da coloro che la possiedono o che si oppongono. In politica, gli interessi devono essere soddisfatti o realizzati da attori politici, altrimenti gli interessi vengono modificati o scartati, o gli attori vengono sanzionati o scartati.

Spesso gli interessi si scontrano e gli attori che li promuovono devono combattere con i loro avversari sia all’interno che all’esterno dello stato. La Marsden sostiene che è negli interstizi in cui interessi e attori si scontrano, che i “retorici e i moralisti” come gli anarchici cercano di lavorare nel loro spettro di un “credo libertario”. L’elevazione della libertà in un’idea fissa diventa presto un appello ai diritti e alla moralità . La retorica della politica diventa stratificata con concetti moralistici, come “dovrebbe”, “non dovrebbe” e “rispetto”, che hanno poco significato nella vita politica. Prendendo spunto da Tucker e dagli anarchici individualisti, afferma che gli elementi di base del “credo libertario” sono

1. Le persone hanno il diritto alla protezione dalla conquista dei loro interessi;

2. Le persone dovrebbero rispettare gli interessi degli altri;

3. La libertà di ciascuno e di tutti deve essere rispettata; e

4. Gli individui dovrebbero reprimere i loro interessi quando questi possono interferire con quelli altrui.

CINESTESIA DEL TRASCENDENTALE COME TRASCENDENTALE FENOMENOLOGICO

Presto la fenomenologia sarà costretta a scontrarsi con i problemi del proprio radicalismo. Tutto questo riguarda i problemi che richiedono il pensiero di qualsiasi tipo di fenomenalità come l’opera di una costituzione trascendentale. Ma poiché, a differenza del kantismo, il trascendentale appare, ed è, in qualche modo, un fenomeno, l’area dello stesso trascendente deve avere una propria costituzione. Husserl incontrerà quindi i pressanti problemi della costituzione della carnalità e del tempo interno. In effetti, la carnalità e il tempo interiore sono due pietre di paragone fondamentali della coscienza trascendentale. La stessa coscienza trascendentale è una specie di pseudo-entità o proto-entità (Fink parlava di Vorsein del trascendentale). Non possiamo dire, tuttavia, che si tratta di un’area.

Husserl la chiama archi-zona. Ma se per sfuggire al trascendentalismo acritico di Kant, il trascendentale deve apparire, ma mentre appare, deve anche essere stato (se siamo coerenti con il trascendentalismo della fenomenologia) il risultato di un’opera di costituzione. L’intera difficoltà è nello spiegare come il costituente può essere, allo stesso tempo, costituito e come certe costituzioni, dopo essere state costituite, possono svolgere il ruolo di trascendentali in relazione ad altri.

Come suggerito in precedenza, sebbene in modo del tutto formale, se vogliamo tornare al radicalismo fenomenologico, la sua stessa essenza ci dice che la costituzione dell’ego è la chiave che contiene tutti gli altri in generale, perché in ogni altro tipo di costituzione deve essere contenuto. Se l’ego è quello che costituisce, la sua auto-costituzione dovrà essere coinvolta, in qualche modo, in qualsiasi altro tipo di prestazione costituente intenzionale, anche in quella che si riferisce alle cose più strane, in linea di principio, all’ego. Nell’ego due sembrano essere – abbiamo già indicato – le forme o i luoghi in cui si svolgono le costituzioni, luoghi che, pur trascendentali ma allo stesso tempo intuitivi, devono essere stati, a loro volta, costituiti o si sono auto-costituiti

Una prima sintesi di identificazione, forse la più profonda, si trova nella forma del tempo. Ma quella costituzione scolpita sulla scala del tempo interno della coscienza che segna il ritmo delle esperienze è in qualche modo trafitta dentro e fuori dall’assoluto qui della carnalità, sullo sfondo, dall’organo ricevente della materia sensibile (hylè) che la propria forma di tempo sintetizza nell’unità e, soprattutto, nella somiglianza.

Per il resto, abbiamo già visto come la parola Leib definisca misteriosamente l’atto di percezione. Nella percezione le cose sono date nella carnalità, alla mia carnalità e nella mia carnalità. La modalità di chiamata e il destinatario sono, in caso di percezione, assolutamente uniti. È nella dizione della carnalità, certamente, l’oggetto stesso che mi tocca. In altre parole: mi sta toccando allo stesso tempo dove sto mentendo. Non così, però, nel caso dell’immaginazione, dove il mentire la cosa stessa, ciò che mi colpisce non è la cosa in sé ma ciò che appare correttamente nel mio campo fenomenologico: l’immagine della cosa stessa come l’immagine del cosa in sé.

D’altra parte, la carnalità può adempiere alla sua funzione trascendentale perché, di per sé, non si presenta come uno scorcio. Quindi, non sappiamo esattamente a cosa attribuire l’unità della cosa trascendente: se è uno e lo stesso dal tempo lo è nella proto-unità della carnalità. Questa proto-unità ha unificato tutti gli scorci nel momento in cui mostra l’insufficienza di ciascuno di essi. Il gioco di apparire e scomparire che compone i diversi scorci tra di loro riceve, in fenomenologia, il nome di cinestetico.

Il movimento cinestetico si basa sulla correlazione tra un senso del movimento carnale e la sua correlazione, nella sua essenza indipendente, dall’apparizione dei fenomeni. Quindi, una fenomenologia della cosa richiede una fenomenologia della cinestesia. Ma una fenomenologia della cinestesia comporta allo stesso tempo un doppio riferimento estremamente complesso: quello del corpo interno e quello del corpo esterno, quello della carnalità e quello del corpo stesso come oggettivazione della carne. All’epoca, come è apparso chiaro nella penultima nota, la cinestesia e le sue prestazioni sono fortemente correlate con / dal tempo interno. Infatti, nella configurazione della cosa, la costituzione cinestetica rimane costante e punto per punto viene attraversata dalla coscienza del tempo immanente.

CRITICA ALL’IDEA DEL CONOSCIMENTO

Validità dei concetti:

In generale, la filosofia ha creduto che i concetti possano riflettere correttamente la realtà e che le relazioni tra concetti siano in grado di rappresentare le relazioni tra le cose.

Questo scopo aspirava alla definizione precisa di ogni termine, al rigore nell’uso delle parole e alla sua applicazione univoca e non metaforica. Considerava che comprendere una realtà significa sottometterla in un concetto, avere un concetto per comprenderlo. La tradizione filosofica potrebbe difendere questo punto di vista affermando l’esistenza di due forme di essere: l’essenza o proprietà fondamentali e le caratteristiche accidentali che danno luogo alle differenze tra gli individui. Ma cosa succederebbe se le essenze non esistessero o qualcosa di assolutamente identico tra due oggetti, e se nemmeno un oggetto fosse identico a se stesso poiché cambia, anche se forse impercettibilmente, nel tempo?

Questa è precisamente la tesi di Nietzsche: nel mondo non ci sono essenze, non ci sono tratti (o molti tratti) che si trovano in ognuno degli individui; nemmeno gli oggetti esistono, perché l’identità che attribuiamo a loro, il loro essere identici, con il passare del tempo, è una conseguenza del nostro modo sostanzialista di rappresentare la realtà. Data questa convinzione, chiaramente eraclitea, l’affermazione che il pensiero concettuale non è una buona risorsa per esprimere la realtà non è una cosa strana. La stessa parola non può servire per riferirsi adeguatamente a due cose diverse, perché se dissimula bene la realtà di una di esse, non può ricoprire anche la seconda, poiché la prima è inevitabilmente diversa dalla seconda (poiché non ci sono essenze o realtà universali presenti nei vari oggetti).

L’idea nietzschiana della realtà ci induce a pensare che non possiamo usare le parole in modo univoco; Il massimo che esso concede è l’uso analogo o metaforico del linguaggio: la metafora è un modo migliore di catturare la realtà rispetto al concetto preciso perché la metafora implica l’ineguaglianza tra gli oggetti, non presenta significati, ma li suggerisce e ci consente la possibilità di completare il significato dalla nostra esperienza del mondo. In breve, per Nietzsche, l’arte è un mezzo più appropriato per esprimere il mondo della filosofia.

Obiettività della logica:

le leggi della ragione sono anche leggi del mondo. I principi di base a cui la ragione è soggetta quando correttamente utilizzata (logica), sono anche i principi di base della realtà. Questo principio è comune a tutta la filosofia tradizionale, sebbene interpretata in termini radicali da correnti razionaliste e più moderata da quelle di orientamento empirista. Contro questo punto di vista, Nietzsche afferma la natura irrazionale del mondo: la logica, la ragione sono invenzioni umane, le cose non si sottomettono a nessuna regolarità, il mondo è la totalità delle realtà mutevoli, essenzialmente diverse l’una dall’altra, è che accolgono nel suo interno la contraddizione.

La metafisica tradizionale era in grado di difendere il suo punto di vista perché credeva nell’esistenza di un mondo reale. Se neghiamo l’esistenza di un tale mondo, come propone Nietzsche, sembra inevitabile dichiarare l’irrazionalità dell’esistente.

Obiettività della conoscenza:

La filosofia tradizionale riteneva possibile utilizzare la ragione distaccata da qualsiasi elemento soggettivo che potesse influire sulla imparzialità, creduta nella conoscenza oggettiva del mondo, e valida per tutti. Nietzsche ritiene che questa fiducia nelle possibilità della ragione si basi su una credenza più basilare, sulla credenza in una sorta di realtà assoluta (il Mondo delle idee di Platone o il Dio cristiano); tuttavia, se questa realtà assoluta è una costruzione della fantasia umana, questa fede è privo di significato. Possiamo ancora parlare di conoscenza, conclude Nietzsche, ma accettandone la relativa natura soggettiva; tutta la conoscenza umana è mera interpretazione del mondo, dipende dalla prospettiva vitale in cui si incontra l’individuo che lo crea.

Di fronte a Platone, Aristotele, San Tommaso, Descartes e gran parte della migliore tradizione filosofica, esso difende una tesi radicalmente contraria all’oggettivismo e si unisce a un’altra linea filosofica storicamente più screditata: il relativismo, lo scetticismo e il soggettivismo. Nietzsche difende il prospettivismo, per il quale ogni conoscenza è raggiunta da un punto di vista dal quale è impossibile dispensare: le caratteristiche del soggetto che conosce (psicologico, sociale, fisico, peculiarità personale, biografia stessa) rendono impossibile superare la proprio prospettiva; non possiamo scindere la nostra soggettività quando cerchiamo di conoscere la realtà.

Il Prospettivismo, una nuova forma di interpretare il conoscimento

Diversi decenni prima di Ortega y Gasset, Nietzsche difende il prospettivismo: ogni rappresentazione del mondo è una rappresentazione che diventa un soggetto; l’idea di poter fare a meno della situazione vitale del soggetto, delle sue caratteristiche fisiche, psicologiche, storiche o biografiche, al fine di raggiungere una conoscenza del mondo come potrebbe essere (l’idea della possibilità di una conoscenza oggettiva) è un assurdo .

Nietzsche considera impossibile la conoscenza della realtà in sé, perché tutte le affermazioni e le convinzioni, tutte le teorie del mondo, dipendono dal punto di vista della persona che l’ha creata. Inoltre, ogni essere dotato di un certo grado di conoscenza, una certa capacità di rappresentare il mondo, è altrettanto valido testimone del mondo come noi, esseri umani.

Il nostro punto di vista non è migliore per una descrizione corretta della realtà di quella di altre specie animali. Non ci sono dati o esperienze, non contaminati dal punto di vista, da un’interpretazione; un “criterio di verità” non è possibile (né il famoso criterio cartesiano di chiarezza e distinzione), non ci sono dati puri dai quali possiamo costruire una conoscenza oggettiva. Non possiamo trovare dati o verità prima o nella nostra conoscenza del mondo esterno o fisico o nel mondo interiore. Nietzsche è così radicalmente contrario alla possibilità di trovare una verità assoluta che non crede nemmeno possibile ciò che potrebbe sembrare la verità più vera, il cogito cartesiano:

né il mondo della mente si mostra nella sua purezza, la nostra conoscenza della nostra mente è influenzata dai pregiudizi come la conoscenza del mondo esterno. Il prospettivismo nietzscheano sembra essere una forma di relativismo e soggettivismo.

Insieme a questo, Nietzsche critica le seguenti credenze di base relative alla pratica scientifica:

L’esistenza delle leggi naturali:

Le leggi che lo scienziato crede di scoprire sono invenzioni umane; non ci sono regolarità nel mondo, non ci sono leggi della natura. Se per leggi naturali comprendiamo presunti comportamenti regolari delle cose, Nietzsche rifiuta l’esistenza di tali comportamenti regolari e necessari, considerando che le relazioni tra le cose non sono necessarie, sono così ma potrebbero essere perfettamente altrimenti. Le cose si comporteranno seguendo le leggi o necessariamente se ci fosse un essere che li ha costretti a farlo (Dio) ma Dio non esiste; le leggi e la presunta necessità delle cose sono le invenzioni degli scienziati.

La validità dell’esercizio della ragione:

La ragione non può giustificarsi: perché crederci? La ragione è una dimensione della vita umana, appare in ritardo nel mondo e molto probabilmente, dice Nietzsche, scomparirà dall’Universo; e nulla sarà cambiato con quella sparizione. Insieme alla ragione, nell’uomo troviamo altre dimensioni di base (l’immaginazione, la capacità di apprezzamento estetico, sentimenti, istinto, …) e tutti loro possono spostare il nostro giudizio, sono tutti in grado di motivare le nostre convinzioni. La ragione non è migliore di altri mezzi per raggiungere una conoscenza della realtà (in ogni caso è peggio perché il mondo non è razionale). La scienza ha torto a sottolineare in modo esagerato l’importanza della ragione come strumento per capire la realtà.

Legittimità della matematica:

Per la scienza attuale, la matematica può esprimere con precisione il comportamento delle cose, per Nietzsche, tuttavia, questo modo di comprendere il mondo è ancora più erroneo di altre forme di scientificità: la pura matematica non descrive nulla di reale, è un invenzione umana; nel mondo non c’è nessuna delle figure perfette a cui si riferisce la geometria, né numeri, né unità. Quando diciamo che qualcosa è una cosa, ciò che facciamo è semplificare la realtà che viene offerta ai sensi, sottoporla a un concetto, nasconderne la pluralità e la variazione costante. La matematica trascura la dimensione qualitativa del mondo, la sua ricchezza e la sua pluralità.

Per Nietzsche l’origine della scienza è nella sua utilità, perché consente un dominio più ampio e la lungimiranza della realtà, (ma l’efficienza non è necessariamente un segno di verità), e questa è una conseguenza di un sentimento decadente, serve a nasconde un aspetto della natura che solo gli spiriti forti possono accettare: il caos originario del mondo, la dimensione dionisiaca dell’esistenza; la scienza ci installa confortevolmente in un mondo prevedibile, ordinato, razionale.

Idee e testi della critica della scienza:

La scienza non è la vera interpretazione del reale; nasce da un sentimento, cioè dal disgusto dell’intelletto per un supposto caos del mondo esterno e anche dall’interno.

“La scienza è stata finora un processo per eliminare l’assoluta confusione delle cose attraverso ipotesi che” spiegano “tutto; cioè, un processo nato nel disgusto dell’intelletto dal caos. Questo stesso disgusto ha fatto presa nell’uomo quando considera se stesso; vuole anche rendere tangibile il mondo interiore attraverso uno schema e superare la confusione intellettuale. “(La volontà di potenza.)

Nietzsche non attacca la scienza, ma piuttosto un tipo specifico di scienza (meccanicismo e positivismo). Nel mondo reale non c’è regolarità o costanza, nessuna legge che regola il comportamento delle cose, perché le cose non sono e di conseguenza il determinismo è falso.

“Le cose non si comportano regolarmente, secondo una regola; non ci sono cose (è una finzione); né si comportano in base alla necessità. In questo mondo non obbediamo: poiché essere qualcosa di simile, di tale forza, di tale debolezza, non è il risultato dell’obbedienza, della regola o della necessità. “(La volontà di potenza)

 

TRASCENDENZA NELL’IMMANENZA

La fenomenologia è proposta come metodo opposto alle scienze non autentiche, alle scienze in crisi – come ci dirà Husserl nei suoi ultimi anni. Le scienze non autentiche sono quelle che non sono in possesso delle proprie fondamenta. Sono quindi quelle che sono ineluttabilmente basate sul residuo di nessuna evidenza o dell’oscurità. La scienza autentica è quella che non lascia il campo dell’evidenza, è quella che in qualsiasi momento può prendere le sue fondamenta per mostrarsi in modo evidente e auto-data o che, almeno, è in procinto di farlo. La domanda obbligatoria non è altro che quella che si interroga sul luogo, o, se si vuole, è l’occasione in cui assistiamo all’evidenza, la dazione originale della cosa stessa. Secondo Husserl, si tratta di percezione, nel sistema che costella la “menzione intenzionale” e “l’immaginazione”: quest’ultima ricerca la percezione.

Quindi, il nostro scopo è determinato più concretamente: se vogliamo mostrare l’importanza della carnalità nel sistema della fenomenologia – quindi in quello dell’esperienza in generale – e la fenomenologia si lascia guidare dall’atto di prova che ha il suo posto privilegiato nella percezione, il compito che ci viene proposto mediamente non è altro che investigare l’importanza della carnalità nella percezione. Dobbiamo descrivere la percezione della superficie della carnalità. Tuttavia, prima siamo costretti a fare alcune precisioni sulla percezione in generale.

Già nella terminologia husserliana la relazione tra carnalità e percezione diventa chiara. La percezione è il luogo fenomenologico in cui le cose vengono date come sono in se stesse. È anche – ci dice Husserl – il luogo in cui l’oggetto è dato nel corpo, nella sua stessa carnalità, Leibhaftig. La percezione è, quindi, la portata del corpo stesso, la sfera dell’incarnato, di ciò che ci tocca direttamente nella nostra esperienza vissuta. L’oggetto della percezione non è, tuttavia, un oggetto che è confuso con l’esperienza. È un oggetto trascendente, il cui significato individuale e concreto è determinato dal senso generale dell’essere diverso dalla coscienza, e con tutto ciò che non può essere dato alla coscienza: pensare a questa misteriosa qualità del noëme è pensare profondamente alla profonda formula husserliana che lo definisce “trascendenza nell’immanenza”.

In effetti, le trascendenze immanenti non sono pienamente adeguate, cioè il loro significato non è assolutamente interiore all’atto che le si dà. Proprio per questo motivo l’oggetto della percezione è di scorcio. La natura nello scorcio dell’oggetto percettivo contrasta essenzialmente con l’imprevista dazione di ciò che trascende l’unità dello scorcio. Affermo che contrasta essenzialmente perché contrasta secondo l’ordine della costituzione trascendentale. Solo perché la carnalità è una sorta di proto unità passiva, può costituire una molteplicità di scorci che non esplodono in una molteplicità disparata e disuguale. Tale sarebbe, in ogni caso, una molteplicità che non sarebbe nemmeno notata come tale. Gli scorci attraverso i quali viene presentato l’oggetto della percezione sono dati su base regolare, secondo una sintesi di conformità. Quindi, una sorta di orizzonte di conformità è essenziale per ogni scorcio. Questo orizzonte di conformità supera i rigidi fenomeni dello scorcio.

Questo eccesso ha, infatti, il suo fondamento nel precedente eccesso di menzione di ciò che appare. Per dirla in altro modo: la menzione significativa che un oggetto di percezione intenzionalmente non può, in sostanza, essere adeguatamente realizzato in un singolo atto – o tempo – di coscienza, ma nel successivo dispiegarsi degli scorci. L’esperienza fenomenologica della percezione ci inviterà quasi a sostenere che ciò che soddisfa l’intenzione di significato non è tanto uno o più scorci, ma lo scopo intermedio del dispiegamento in quanto tale, che lo spiegamento è concreto, che ha uno spiegamento che soddisfa le nostre aspettative e con esse, è d’accordo. Qual è la radice di questa dimostrazione di scorci? In primo luogo, essi sono dati a un io che è un io possibile, e ad un io posso che è un io mi muovo.

Io muovo prestando all’oggetto uno spazio di incarnazione, proprio per la sua trascendenza. L’oggetto mi richiede. Mi richiede oltre un momento. Richiede che i miei sistemi cinestetici siano presenti. Questa presenza, perché è trascendente o diversa da me, compromette il mio Leib, alla mia carnalità, o corpo vissuto all’interno (una sorta di densità fenomenologica che non appare), la decentra da sé in modo che, viene ordinata al trascendente, per consentire la sua presenza, la sua in persona. Il sistema di – potremmo dire – incarnazione progressiva è governato dalle cinestesie che agiscono direttamente sul proprio corpo e che influenzano indirettamente il mio campo di presenza. Lo scopo di questo spiegamento è l’incarnazione della cosa stessa. Ma parallelamente al regno della corporeità governata cinesteticamente da un io, non posso essere confuso, con il cinestetico; corre il tempo immanente della corrente passiva che aiuta a sintetizzare le diverse apparenze, e che attraverso un sistema di conservazioni e protezioni assicura la sua individualità. Questo schema della fenomenologia dell’oggetto percepito annuncia già che il tempo immanente è in contrasto con la carnalità vivente nel punto di originalità costituente.

Cerchiamo di affrontarlo nel caso della costituzione dell’oggetto della percezione.
Noi pesiamo l’importanza del tempo e della carnalità per ciò che compie alla costituzione del senso “oggetto della percezione”. Come oggetto di percezione, l’esempio del cubo è classico. Sappiamo che il cubo si da come scorcio. Che sia di scorcio è precisamente ciò che lo manifesta come oggetto di percezione. Se diciamo, quindi, che l’oggetto della percezione si manifesta in una molteplicità di scorci, ma che il risultato della costituzione è, alla fine, un oggetto unitario, ne l’oggetto della percezione, dobbiamo intravedere cosa è ciò che in questo svolgersi dell’oggetto attraverso il suo scorcio funge da coordinatore per, infine, rendere l’unità necessaria. Renderlo in un senso fenomenologico e non logico. Cerchiamo quindi, se si vuole, il fondamento fenomenologico (cioè né il logico né il fisiologico) di ciò che Kant chiamerebbe l’unità trascendentale dell’appercezione. Di che proto-unità si tratta? Del tempo (come temporalità immanente una e stessa secondo le prestazioni trasversali e, soprattutto, longitudinali) o quella del corpo stesso o vissuto all’interno (che, per semplificare, a volte ci siamo riferiti con la parola “carnalità”).

La diversa risposta che Husserl e Heidegger danno a questa domanda è almeno sintomatica della sua difficoltà e della sua quasi indecidibilità. Per prima cosa stabiliamo alcune distinzioni di base. Il privilegio di ciò che è dato nel presente incarnato risiede nella coincidenza del fenomeno con la cosa stessa. Nella sfera del presente incarnato la cosa stessa è il fenomeno. È quindi necessario distinguere attentamente due determinazioni fenomenologiche che non si sovrappongono completamente. Riguarda la differenza che esiste tra vedere la cosa stessa e vedere il fenomeno come incarnato nel presente vivente. Un’immagine può essere un esempio del dare la cosa stessa: in un certo modo la presenta.

Questo non è semplicemente perché l’immagine è un’immagine della cosa stessa, ma perché ciò che diciamo quando il fenomeno è visto come un fenomeno non è l’immagine della cosa ma precisamente la cosa stessa. Quindi, l’intenzionalità che accoglie nella nostra direzione la cosa come non specifica in se stessa, per riferirsi a quel significato, della dazione incarnata, cioè della dazione, nella percezione o nel regime percettivo di quella cosa. Tuttavia, la dazione nella percezione di una cosa, il suo dare nella propria carnalità, è anche sempre il dare della cosa stessa.

Nella carnalità propria? Ha senso fare questa determinazione in risposta a un dove? Per quanto strano e innaturale possa sembrare, è necessario pensare a dove, non in modo mondano, ma in modo trascendentale. Pensarlo, in fondo, come l’area stessa del trascendentale.

La carnalità è lo compattezza del trascendentale, la sua consistenza. Ma anche la sua radicale non auto-trasparenza, con tutti i problemi epistemologici che questo può comportare. Individuare la portata dell’originale non significa alquanto illuminare tutti i meandri. La posizione della portata del proprio corpo, una volta che la riduzione è stata effettuata verso il basso, è un problema molto complesso. A rigor di termini, le determinazioni del luogo che rimangono dopo la riduzione si sentono costituite nella logica dell’atteggiamento naturale. Qualsiasi posizione precipitata di un componente dell’empirismo trascendentale sottrae radicalità dalla trama di fenomenalizzazione che la riduzione ha aperto. Piuttosto, è la stessa carnalità vissuta che stabilisce una divisione tra l’interno e l’esterno. Se interno ed esterno erano distinzioni metafisiche classiche che avevano una base ontologica – e non esclusivamente fenomenologica -la fenomenologia husserliana riporta la loro differenza ad una differenza noematica. La percezione interna e la percezione esterna corrispondono rispettivamente alla percezione adeguata e alla percezione inadeguata. Questa differenza passa attraverso il campo della sfera in cui si gioca la fenomenologia, che non è altro che quella della coscienza come auto-presenza incorporata. La carnalità vivente è il mezzo in cui viene tracciata la differenza tra trascendenza e immanenza. Ben pensato, tutto nel mondo potrebbe non accadere. Il mondo stesso come fenomeno totale non è apodittico. D’altra parte, un’esperienza incarnata nel mio presente vivente non può più essere inesistente. L’oggetto trascendente risponde a una dazione incarnata dallo scorcio.

L’oggetto immanente, al contrario, è fenomenologicamente autorizzato a riconoscere, in linea di principio, dato da una parte all’altra e una volta per tutte, senza scorcio che lo completa. La sfera della coscienza è una sfera di auto-presenza incarnata. Il suo carattere incarnato determina quell’auto-presenza in un punto al di là della pura apparizione spettrale di un fenomeno. Lo determina come assolutamente apodittico, come ciò che non può essere (nel momento in cui si verifica). In questo metodo di incarnazione, la cosa stessa penetra quando ci viene offerta nella percezione. Percezione e affettività della carnalità trovano in Husserl una chiara relazione. Heidegger, d’altra parte, sceglie di dare alla percezione un significato che non è quello della dazione incarnata.

Nel senso in cui abbiamo annunciato prima di un possibile confronto di concetti riguardanti l’originarietà nell’ordine trascendentale della costituzione, Heidegger privilegia, invece, la temporalità. La percezione è caratterizzata non dal portare la cosa stessa nella propria carnalità, ma dal saperla portare nella dimensione temporale del presente. Quindi, in generale, la dazione incarnata può essere reindirizzata alla dimensione temporale della presentificazione. La costituzione della carnalità si riduce alla temporalità, nello stesso modo in cui il senso dell’essere è la temporalità.

Nonostante tutto, Heidegger riconosce in Essere e Tempo che il suo analitico esistenziale lascia da parte il tema del proprio corpo e la spazialità della carnalità a cui riconosce un tema proprio, che, naturalmente, il lavoro menzionato non occupa; ma anche nessuno dei tanti scritti successivi, curiosamente. Nel § 70 di Essere e Tempo è concessa l’arbitrio di questa negligenza del proto-spazio della carnalità quando esegue la riduzione dello spazio alla temporalità. Da questo tentativo raccogliamo una testimonianza molto posteriore che troviamo nell’opera di Tempo ed Essere in cui Heidegger riconosce misteriosamente che la riduzione di tutta la spazialità alla temporalità – come era inteso in Essere e Tempo – era, in effetti, insostenibile.

ÖKOMISANTHROP:”I DENY”

01. Black Roots
02. May I Rot In The Woods
03. Poison The Heavens
04. Ökomisanthrop

IL RADICALISMO DELLA FENOMENOLOGIA TRASCENDENTALE

L’originalità di Husserl sta nel portare alle ultime conseguenze – e nella sua ultima consistenza – il modo di pensare moderno inaugurato da Descartes. Interpretato dalla fenomenologia, Descartes apre la sfera dell’essere senza precedenti, la sfera del sé, della soggettività. È una sfera che è de iure prima del mondo. Proprio la sfera in cui il mondo deve apparire.

Questo obbligatorietà costituisce la natura trascendentale della soggettività rispetto al mondo. Quindi, l’essere trascendente della coscienza sarà compreso dalla fenomenologia come un costituente. Tuttavia, mentre la fenomenologia è debitrice con l’azione cartesiana di scoperta della sfera dell’ego cogito, si separa decisamente dal suo predecessore non profanando la sfera trascendentale.

Infatti, Descartes, attraverso il metodo del dubbio, da un senso all’essere – quello della coscienza – che è origine pre-mondana. Ma, d’altra parte, vede perdere l’eventualità dello scoprimento, quando interpreta il regno trascendentale come la coscienza situata in un corpo che a sua volta si trova in un mondo come lo sono le altre cose. È curioso pensare che Husserl mantenne una posizione in qualcosa di simile a questo, prima di scoprire la riduzione fenomenologica, cioè nel momento in cui concepiva la fenomenologia come descrizione delle esperienze di una coscienza situate in un regno che oltrepassa la realtà. Ci riferiamo all’Husserl della prima edizione di “Ricerche logiche”.

Ci fermiamo su questa allusione per dimostrare che la mondanità dell’io trascendentale provoca, in fin dei conti, un ritorno al relativismo scettico. Esattamente questa è una delle conseguenze, se non la conseguenza fondamentale, dell’errore cartesiano.

Cartesio, quando interpreta la coscienza come il residuo apodittico del corpo e, in generale, del mondo, porta al conoscimento, precisamente perché accade in un posto del mondo, dato che non è altro che un evento del mondo come molti altri, in senso stretto, tra i fatti. Uno delle tanta contingenze.

La conoscenza è quindi ridotta allo stesso modo di essere come oggetto, soggetta a leggi che studiano la scienza (fisica, psicologia, chimica). E la “fenomenologia” – intesa allora come psicologia descrittiva – diventerebbe una scienza dei fatti (Tatsachen); scienza di e per il Tatsachenmenschen come Husserl ci dirà, più tardi, nella Krisis, facendo apparire l’orizzonte etico proprio della riduzione.

L’errore di Descartes è determinato dall’ambizione che dirige la sua indagine. Per Descartes si tratta dell’accesso a un’entità sussistente e, in definitiva, la sua ontologia “traccia”, per così dire, le cose del mondo esterno. La domanda di Husserl, tuttavia, è quella che chiede la possibilità, per la coscienza, di aprirsi a un oggetto trascendente dall’immanenza della coscienza. Ora, la trascendenza, come intesa da Husserl, non è identificata con l’esistenza. Il problema della fenomenologia è ora quello della delucidazione del modo in cui la coscienza può abilitare uno spazio di fenomenalità a un altro sé.

Il mondo torna a essere un problema per la fenomenologia, come prima era stato per la metafisica. Ora, il mondo, come lo intende la fenomenologia, non è, formalmente, più del correlato noematico della nóesis dell’ego.

Il mondo è, in linea di principio, puro senso, solo che è intricato. In ogni caso, il mondo nel suo nuovo essere correlativo può essere investigato oltre la sua efficacia empirica. Detto in altro modo: prima che il mondo ci sia apparso; e prima che apparisse, il mondo deve essere stato costituito. La fenomenologia si afferma come l’ineluttabile preliminare di ogni altra domanda sul mondo, sia essa metafisica o scientifica.

Di fronte allo scetticismo sembrerebbe che, in senso stretto, solo il presente vivente sia apodittico, quel presente vivente che è il reciproco muto e fenomenologico del senso grammaticale dell’ego cogito. Ma, mentre per Descartes l’ego è qualcosa come il primo anello di una catena di ragioni che viene vista dall’esterno, dal mondo, per Husserl, questa catena di ragioni deve essere vista dall’interno, come un’emanazione trascendente del mondo nelle costituzioni dell’ego.

Cartesio, per così dire, sonda l’apoditticità dell’ego del cogito, fino al punto di abbandonarne il suo interno, per guardarlo dall’esterno come la prima pietra per ricostruire il mondo. L’essenza del non radicalismo fenomenologico di Descartes (se adottiamo acriticamente la posizione di Husserl) è che la posizione di quella prima pietra, che è la co-posizione in una sorta di idea del mondo o pre-mondo. Per questo motivo, Descartes, al parere di Husserl, non termina nell’abbandonare l’atteggiamento naturale.

La riduzione fenomenologica viene solitamente intesa come riduzione delle esperienze di un io. Questo punto di vista, pur corretto nelle sue intenzioni, non manca di contenere un’imprecisione fondamentale. Inesattezza consistente nell’incorrere in una mancanza di radicalità. Questa mancanza di radicalismo convoca di nuovo lo spettro dello scetticismo. In effetti, se diciamo che la sfera fenomenologico-trascendentale si apre attraverso una ri (con) -duzione alle esperienze della coscienza, corriamo il rischio di ricadere nello psicologismo.

Ma che cos’è, in questo caso, una ricaduta nello psicologismo? Non è tanto, come è stato a volte detto, il denigrare senza rigore lo sforzo di Husserl, come un riferimento allo psichico come, piuttosto, il riferimento di quel psichico (che termina, come vedremo, non essendo tale), di quell’esperienza ( in un senso non psicologico), al mondo. Esplichiamo: se la riduzione al vissuto, all’esperienza della coscienza, è la remissione di tutti i fenomeni all’esperienza situata in un corpo e a sua volta (attraverso quel corpo) situato in un mondo che ci contiene, allora non avremmo lasciato lo psicologismo, non avremmo abbandonato l’ultima posizione ontologica dell’eminente maestro di Husserl: Franz Brentano. L’esperienza fenomenologicamente ridotta deve essere pensata in una certa misura come assoluta, deve essere pensata in un certo modo come indipendente dal mondo (del mondo capito, naturalmente, in un senso naturale) se vogliamo accedere ai livelli finali del percorso di riduzione e, appunto, al modo in cui il mondo appare nella sua massima concretezza.

Detto in un modo più schematico e leggermente tecnico: la sospensione di qualsiasi remissione ontologica immediata al mondo, la sospensione risultante dal re-indirizzamento di detta remissione naturale a un complesso tessuto di prestazioni intenzionali, è una condizione e una chiave per il passaggio dalla riduzione psicologica alla riduzione fenomenologica -transcendentale, dalla psicologia intenzionale alla fenomenologia trascendentale.

Sarà all’interno di questa sfera ridotta dove si trova un’area di esperienza che, mentre è intuitiva, ha, proprio grazie alla riduzione, un carattere a priori. All’interno di questa sfera è possibile descrivere non solo le mie esperienze, non trasferibili, modellate biograficamente in base al soggetto che le riceve, ma esperienze pure, pure possibilità di chiunque e di tutti, un’intera gamma di correlazioni necessarie e tuttavia apparenti di essenza. La possibilità di questa descrizione delle esperienze pure della coscienza è aperta grazie ad un doppio ampliamento di alcuni concetti sclerotizzati della teoria classica della conoscenza. Il primo di questi è l’ambito del a-priori. L’a-priori non è più confinato alle regole di una mathesis universalis puramente formale (ciò che è inteso a priori formale, l’intreccio di verità analitiche), ma include anche un materiale a priori: è una sinteticità apparente a priori, un raggio di cose, e che non ha per nulla una struttura accessibile dalla deduzione trascendentale.

Il materiale a priori viene imposto in un regime di riduzione fenomenologica, se necessario. Esiste un’intuizione – che non è deduzione (né logica né trascendentale) – di necessità. Questo è ciò che rende la cosiddetta variazione eidetica. Il secondo concetto della teoria della conoscenza che rimane, per così dire, aperto a nuove possibilità senza perdere il suo rigore è quello dell’intuizione. L’intuizione era stata classicamente relegata nel campo della percezione. Kant aveva reso questa identificazione (che è una limitazione) il segno del rigore anti-dogmatico. L’idealismo tedesco (che è ispirato da Kant tanto come lo corrompe) apre l’intuizione a zone oltre la percezione, ma il segno di Fichte e Schelling manca di rigore e divario in profondità , dove non si trova il limite di alcun oggetto chiaramente riconosciuto. Non c’è il limite di Sachlichkeit, della concrezione, per quanto possa essere percettiva. Husserl estende l’intuizione alla percezione. Ad esempio fino alla logica nell’ordine di eidetica. Si estende ad altri tipi di entità (ad esempio nella sua fenomenologia della fantasia) in ordini che non sono strettamente eidetici e, quindi, non sempre al di là della percezione (verso formazioni categoriali basate su atti percettivi) ma, a volte, in modo preciso più in questo.

Correlativamente, anche il concetto di “oggetto” è esteso. Le intuizioni categoriali hanno “oggetti” che non sono oggetti di percezione “classici”. Lo stesso accade con certe “percezioni di fantasia”, rispetto alle quali l’”oggetto” deve essere compreso nel modo completamente formale in cui il termine è usato nella fenomenologia. Un uso in qualcosa di simile all’uso kantiano. L’uso kantiano dell’oggetto è, infatti, l’uso che Heidegger contempla quando critica la “oggettività” fenomenologica come una certa chiusura; “Oggetto”, “oggettività (Gegenständlichkeit) hanno, in fenomenologia, un uso molto più ampio e lassista di Heidegger, nelle sue critiche (riprese dalla maggior parte della fenomenologia francese degli ultimi anni) a cui si presta.

L’intuizione, a sua volta, non ha significato, se non è per la possibilità di evidenza. L’idea dell’evidenza consente, allo stesso tempo, la possibilità (a priori) della scienza vera, fondamentale e fondamento. Cercheremo di vedere quale ruolo gioca il corpo vivente – che d’ora in poi faremo riferimento come alla parola “carnalità” – nel sistema della fenomenologia, e in generale nella questione più urgente: quella della costituzione trascendentale dell’oggetto trascendente, in breve, la spinosa questione della creazione, dalla sfera del proprio, del significato “un altro che io”.

SULLA NECESSITÀ DELL’INDIVIDUALISMO

https://exnihilodistribuidora.blogspot.com/2015/02/sobre-la-necesidad-del-individualismo.html

In questa inarrestabile era moderna in cui il declino dell’umanità è una realtà sempre più tangibile, l’assunzione di una postura individualista di fronte al crescente supporto socialdemocratico moderno è un’esigenza essenziale per preservare l’unico pezzetto di libertà che resiste nella miseria della modernità.

Di fronte all’incessante scelta da parte dei sudditi del civismo borghese e dei carnefici che difendono la nuova tradizione divina che deve essere rispettata, la posizione o la legge della maggioranza: in questo modo, dobbiamo come misura di difesa individuale e anche sociale, prendere una postura radicalmente individualista che salvaguarda la libertà e gli interessi di ogni individuo contro la sovrapposizione della posizione collettiva.

Parliamo di una misura della difesa individuale e sociale, poiché la preservazione della libertà degli individui di fronte agli interessi vaghi e grigi della maggioranza che costituisce la moderna società civilizzata, genera o rende una società basata sulla libertà, dove i valori della società moderna verrebbe annullata e quindi questa legge della maggioranza-che si colloca nel dirigismo o nella rappresentatività della massa gregaria comune contro gli interessi degli individui consapevoli della schiavitù capitalista democratica di cui sono soggetti, sarebbe necessariamente annullata.

Una postura terrorista e un atteggiamento rivoluzionario che tenterà di sfidare il vecchio mondo conosciuto, portando con sé il pilastro di base necessario per qualsiasi società, che sia oggetto di costruzione dalle ceneri dell’antica moralità borghese, la vera libertà, che non è altro che quella individualista.

L’INDETERMINATA DETERMINAZIONE DEL MONDO

Nella tradizione filosofica della modernità, del resto, la soglia del pensiero, ossia quello spazio guadagnato il quale è possibile cogliere contemporaneamente il suo limite e le sue possibilità, ha assunto sempre più il ruolo di luogo privilegiato della ricerca, di modo che diviene più fecondo il limite che il “qualcosa” stesso. Un tale sporgersi sul limite (sulle situazioni-limite) non è però frutto di una scelta arbitraria, ma è dovuto alla natura stessa del “qualcosa” che non pare essere assolutamente al sicuro. Nella prospettiva jaspersiana, infatti, allo svanire dell’essere fa da contrappunto l’ambiguità dell’ente stesso che pare anch’esso sfuggire a ogni determinazione univoca e si viene a dire in molti modi.

Il mondo, per esempio, inteso come la totalità dell’essere nello spazio e nel tempo, si manifesta frammentato (cfr. PH, I 64; 180 o KS, 26; 25) e il suo sapere – la scienza, come sapere orientato agli oggetti, che legge l’essere nelle sue manifestazioni determinate come ciò che ha di fronte, come oggetto – è indefinito e indeterminato. La sua conoscenza si presenta infatti come quel sapere determinato di un oggetto che organizza i propri contenuti in un’unità sistematica allo scopo di dominare l’indefinito cui esso comunque è sempre inevitabilmente rimandato. Questo perché la scienza studia l’essere separato, ossia l’esser-ci determinato nello spazio e nel tempo. E tale esser-ci, non essendo l’essere in sé, viene compreso in un sapere costantemente vincolato al sistema di riferimento, la cui unità (l’unità infatti è il fine della scienza) è pur sempre l’unità di un mondo, mai l’unità assoluta. Dice Jaspers: « Noi infatti siamo certi di oggetti finiti nel mondo ma mai del mondo come di una totalità » (PH, I 95; 213) o, in modo ancora più forte: « Manca l’Uno a tener insieme il Tutto » (KS, 23; 22).

Questa sua natura parziale e indefinita fa sì che il cammino della scienza sia di per sé interminabile e che il progresso cui dà moto non abbia limiti (cfr. PH, I 87; 205). Ed è un rilievo importate questo, dal momento che la scienza per sua stessa definizione è un sapere finito che per dare ragione del suo senso necessita, a sua volta, di un sapere del limite (cfr. PH, I 88; 207). Ponendosi come indagine determinata riguardo all’oggetto, essa è infatti un sapere vincolato e limitato che alla lunga delude se non si risolve nel sapere della limitazione stessa e della determinazione; e sebbene il progresso sia esso stesso per natura indeterminato, nell’indeterminatezza assoluta non ci potrebbe essere alcuna forma di sapere scientifico.

Questa del resto, nota Jaspers, non è la sola ambiguità della ricerca scientifica (ambiguità che, peraltro, pone in essere, allo stesso tempo, quello sbilanciamento e quella tensione che rappresentano proprio il motore della scienza stessa). Essa in quanto sapere dell’oggetto è fine a se stessa, ossia tende autonomamente alla sua realizzazione in un orizzonte determinato, senza cioè la necessità di alcun ricorso alla metafisica (cfr. PH, I 135; 255: « la scienza autentica si realizza senza metafisica »). Ma allo stesso tempo, proprio in quanto sapere del limite, la scienza invoca la metafisica come suo naturale completamento (cfr. PH, I 135; 254: « la scienza provvista di senso si realizza attraverso la metafisica »): il limite invoca il superamento del limite stesso. E la metafisica infatti, in quanto pratica
dell’oltrepassamento del limite o del trascendimento, viene in soccorso
della scienza indagatrice dell’oggetto che – ferma alla determinazione
– non esce dal mondo (cfr. PH, I 135; 254-255)30.

Similmente l’uomo si dice in molti modi, al punto che per un filosofo del Novecento risulta arduo parlare di “umanesimo”. « Umanesimo si dice in molti sensi » (NH, 21; 13). È questo l’incipit della conferenza Über Bedingungen und Möglichkeiten eines neuen Humanismus del 1949, nella quale Jaspers tenta uno scandaglio delle possibilità di un nuovo umanesimo muovendo dalla constatazione, proprio di matrice pascaliana, che « l’uomo è più di quanto può conoscere di se stesso » e che, « per quanto si descrivano gli uomini di oggi, essi restano nell’ambiguità, né sono riconducibili a un unico tipo » di modo che « qualunque immagine dell’uomo rappresenterebbe già una limitazione » (NH, 22-23; 14-15)31. Per la fisiologia l’uomo è corpo, per la psicologia è anima, per la sociologia è essere sociale… etc., ma in generale esso sembra cadere nel nulla (cfr. NH, 23; 13). Tuttavia, proprio in questo naufragio nella « palude » (cfr. NH, 24; 14) della nozione di umanità, l’uomo può divenire cosciente di ciò che è e che non può mai essere annientato, ossia del suo stesso essere che, nel movimento metafisico, si spinge oltre se stesso e « trova pace solo in ciò che cerca, ma non è » (NH, 24; 14). Il limite si presenta quindi come condizione di dicibilità dell’essere: ciò « che esteriormente è determinazione e limite, rileva Jaspers, interiormente è manifestazione dell’essere autentico » (PH, I 16, 127)32.

In definitiva, l’incertezza derivante dal principio di Heisenberg, secondo il quale non è possibile determinare simultaneamente la posizione e il momento di una particella, può essere metafora dell’incertezza dell’uomo di fronte (angesichts all’indeterminazione dell’essere del quale non è possibile determinare simultaneamente la sua natura interna (l’essere-in sé), il suo apparire determinato in oggetti (l’esser -oggetto o il mondo), il suo manifestarsi nell’io stesso (l’esser-io o l’uomo) … etc. Molteplici registri sono, infatti, necessari per l’interpretazione dei modi in cui l’essere pare lacerato al punto che rischia quasi di cadere nel nulla. Ora, la lettura dei modi in cui l’essere si manifesta nell’indeterminata determinazione del mondo o dell’io rappresenta per la coscienza filosofica la soglia oltre la quale si dispiegano le possibili vie alla trascendenza. Ma lungo la via per la trascendenza, ossia oltre la soglia dell’essere determinato, s’incontra inevitabilmente il nulla come possibilità imprescindibile.

RES EXTENSA

Secondo Hans Jonas, l’antico gnosticismo – un universo di pensiero eclettico e di spiritualità eterodossa al quale Cioran guardava con grande ammirazione – possiede un’affinità elettiva esistenziale con il moderno nichilismo, il che non equivale a dire che sono la stessa cosa. Ne Lo gnosticismo, Jonas abbozza un parallelo ermeneutico tra queste due mentalità o attitudini esistenziali tanto distanti nel tempo e nello spazio. Innanzitutto, ciò che consente di stabilire un parallelo sincronico tra i due fenomeni è la comune nozione, nei loro rispettivi contesti storici, di una profonda crisi culturale e soprattutto spirituale, il clima di angustia e di ansietà che caratterizzò tanto l’epoca ellenistica quanto la tarda modernità. Tuttavia, se questo stato di cose fosse ridotto a nient’altro che il risultato di fattori storici contingenti, non sarebbe possibile identificare negli scritti di Pascal, come fa Jonas, le prime avvisaglie di quel sentimento di derelizione e di disorientamento che caratterizzerà il moderno spirito nichilista e che segnò anche l’età ellenistica nella quale la religione gnostica fiorì.

Secondo Jonas, l’originalità di Pascal, che anticipò l’odierno nichilismo, è stata quella di aver esposto «la solitudine dell’uomo nell’universo fisico della moderna cosmologia. “Gettato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che non mi conoscono, ne sono spaventato”». Ciò che è in gioco è il crollo della visione cosmologica cristiana dell’universo creato da un Dio benevolo e provvidenziale il cui disegno cosmico contemplava una finalità ultima alla quale anche gli esseri erano chiamati a partecipare (nonostante le loro tribolazioni e sofferenze, o proprio in virtù di esse) e l’avvento di un nuovo paradigma cosmologico, copernicano e meccanicista, nel quale il suddetto disegno e la suddetta finalità provvidenziale restano assenti. Ne consegue la percezione dell’insignificanza dell’uomo in mezzo allo spazio infinito, nella vastità di un universo indifferente, se non addirittura ostile alla sua presenza e alle sue aspirazioni, della finitezza umana inserita in un’esistenza temporale assurda e priva di scopo, della solitudine esistenziale in uno spazio e in un tempo che appaiono vuoti e carenti di significato.

Ciò che scompare da questa cosmovisione è l’evidenza di una necessità universale che manterrebbe uniti il tutto e le sue parti, il cosmo e l’essere umano in quanto microcosmo. Tutto risulta contingente, nulla è necessario, e lo è ancora di meno l’animale cosciente, angustiato dalla sua fragile e insignificante condizione cosmica.

«La totale contingenza della nostra esistenza nello schema priva quello schema di ogni senso umano, che possa farlo vedere come una struttura cui riferirsi per la comprensione di noi stessi».

L’uomo non si sente più naturalmente a casa sua in un mondo che è diventato estraneo e persino ostile alla sua fin troppo umana, fin troppo cosciente, fin troppo insignificante presenza. Questa è la prefigurazione pascaliana del nichilismo che Nietzsche avrebbe diagnosticato secoli dopo. Il nichilismo era già alle porte. Ora, la conseguenza più grave di questo cambiamento di paradigma ha a che fare con la sfera dei valori dai quali l’uomo, nella sua qualità di animale metafisico in cerca di senso, non sembra poter prescindere. La percezione di questo nuovo stato di cose implica che l’universo fisico, privo ormai di ogni riferimento ai limiti e ridotto quindi a mera geometria, res extensa, risulti sprovvisto anche di una gerarchia intrinseca e, di conseguenza, di un sistema naturale di valori oggettivamente dati sul quale l’uomo possa fare affidamento. L’uomo “scopre” allora che non ci sono verità oggettive, né valori naturalmente dati in sé: la verità ultima è una chimera, o una questione di flatus vocis, tutti i valori sono relativi e, in fondo, fittizi; inoltre, se necessario, tutto questo deve essere fabbricato artificialmente dall’uomo, consapevolmente inventati dal nulla, poiché non c’è nulla che abbia un fondamento ontologico al di là di quanto viene pensato, desiderato e prodotto dall’uomo stesso.

Per di più, l’analisi comparativa tra gnosticismo e nichilismo intrapresa da Jonas ci permette di comprendere la pertinenza della questione dell’ateismo nell’ambito della spiritualità gnostica, il cui atteggiamento esistenziale è interpretato dal filosofo tedesco come un atteggiamento “nichilista” avant la lettre. Come sottolineato dall’autore, l’universo di Pascal, nonostante tutto, era ancora un universo creato da Dio e se l’uomo si sentiva già «privo di ogni umano sostegno, poteva pur sempre sollevare il cuore verso il Dio transmondano». Ma quel Dio sarà sempre più transmondano, vale a dire, ancora più trascendente, fino a diventare completamente alieno e irraggiungibile, praticamente inesistente: the alien God, il Dio sconosciuto, secondo Jonas.

Dio si ritira dal cosmo, diventando un ágnostos theós la cui qualità divina non è per niente riconoscibile nell’evidenza visibile della sua creazione. Di tutti gli attributi solitamente assegnatigli – bontà, giustizia, provvidenza, onniscienza, onnipotenza – solo l’ultima sarà constatabile: una dimostrazione di forza oppressiva e assurda.

«Perché l’estensione, o la quantità, è l’unico attributo essenziale lasciato al mondo, e quindi se il mondo ha qualche cosa da dire del divino, lo fa per mezzo di questa proprietà; e ciò di cui la grandezza può parlare è il potere».

Questo Dio sarà allora visto come un tiranno, come un despota infinitamente remoto.

In che modo dunque si potrà affermare che lo gnosticismo è un ateismo? Nel senso in cui gli gnostici postulano, a grandi linee, un dualismo teologico più o meno radicale – un diteismo – che opera una distinzione tra un Dio creatore (il Dio di Pascal, il “funesto demiurgo” per Cioran), sotto divinità ignorante e prepotente, essa stessa generata e degenerata, e il vero Dio al di là o al di sopra del demiurgo: il “Padre”, il Dio ingenerato, buono ma inefficace, impotente, senza alcuna complicità con la Creazione. Così, se appare ragionevole parlare di un ateismo gnostico, si deve precisare che non si tratta dell’ateismo moderno (darwinista, scientista, materialista), né di un ateismo dell’immanenza, ma piuttosto di un ateismo spiritualistico, anarchicamente mistico, diteistico, postulante la trascendenza radicale di un Dio totalmente estraneo, distinto dal demiurgo decaduto. È solo in quest’accezione che ci sembra si possa parlare di ateismo in Cioran.

In che modo si può affermare che lo gnosticismo è un nichilismo avant la lettre? Nel senso che, in assenza di un qualsiasi riferimento evidente e oggettivo a un bene supremo e a una finalità ultima del divenire, l’universo concepito come una creazione demiurgica di scarsa qualità porta all’impraticabilità di ogni valutazione ontologica.

Per Nietzsche, il nichilismo europeo sta a significare che tutti i valori supremi sono devalorizzati; d’altra parte, per gli gnostici, il nichilismo consiste nel fatto che l’intero cosmo è privo di valore nella misura in cui è la creazione accidentale e funesta di un dio frettoloso e incompetente. Nietzsche afferma il nichilismo per superarlo attraverso uno sforzo della volontà di potenza e dunque, per riportare tutti i valori superiori dall’altro mondo a questo mondo terreno e all’esistenza nella sua immanenza; gli gnostici – così come Schopenhauer, Mainländer, Cioran incluso, anche se quest’ultimo dichiara una sorta di passione contrariata per il mondo e un’ingiustificabile «tentazione d’esistere» ─ considerano il mondo intaccato dal male alla radice e privo di ogni valore di per sé positivo, la vita stessa essendo un dono avvelenato.

Così com’è stato “fatto” ed essendo così com’è, il mondo nel quale viviamo – e alla cui struttura demoniaca siamo assoggettati fisicamente e psicologicamente – è affogato nel male, e persino i reami celesti – il sistema planetario, governato dagli Arconti – hanno come scopo (secondo gli antichi gnostici ma non secondo Cioran, che si presenta come un agnostico in merito a questo tipo di speculazione) quello di assicurare l’incarceramento dell’uomo, anima e corpo, in questa misera esistenza mondana e di impedire il ritorno del suo spirito (la “scintilla divina” che dimora profondamente dentro di sé) al regno divino della luce conosciuto come il Pleroma.

Gli antichi gnostici dimostrano non solo un feroce atteggiamento anti-cosmico, ma anche un’attitudine ostile nei confronti del divenire e dell’esistenza del tempo, concepito come la stessa durata del male.

Di conseguenza, lo gnosticismo antico può essere considerato “acosmico” e “acronico”, visto che gli gnostici rifiutano sia l’adeguatezza di questo mondo sia la realtà del divenire, quest’ultima essendo effettiva (wirklich in Tedesco, un altro modo per dire “reale”) solo in relazione all’ordine fisico (che gli Gnostici non riconoscono come la loro vera natura), ma non rispetto all’ordine spirituale o pneumatico (che non appartiene assolutamente al mondo). Secondo Henri-Charles Puech (i cui corsi al Collège de France furono seguiti da Cioran), laddove i pagani hanno una concezione ciclica del tempo e i cristiani ne hanno una lineare, gli gnostici si allontanano da entrambe queste visioni del mondo e sostengono una concezione temporale come durata “spezzata” o “guastata”.

La somiglianza tra questa concezione e la visione personale di Cioran sul tempo è davvero rimarchevole. Il problema del tempo è così cruciale nell’autore de La caduta nel tempo che difficilmente si potrebbe separare dal suo pensiero sull’esistenza stessa. Basti ricordare qui il sentimento di estraniamento dal mondo che egli ribadisce con insistenza, l’auto-caratterizzazione di «esiliato metafisico» e, ancora più importante, il racconto (alla fine de La caduta nel tempo) della sua personale esperienza di caduta dal tempo in una sorta di eternità negativa, corrotta.

SCORRETTI: INTERVISTA A REAZIONE SELVAGGIA

https://archive.org/details/INCORRECTOSEntrevistaAReaccinSalvaje

Michoacán, Messico
Autunno 2015

Nota della Rivista Regresión: l’intervista al gruppo Reazione Selvaggia, è stata ultimata poco dopo il suo comunicato finale (14 agosto 2015) e fino ad ora (ottobre 2015) era prevista nella pubblicazione del nuovo numero (4) della rivista Regresión. Apprezziamo la collaborazione di tutti coloro che hanno reso possibile questo lavoro. I redattori di questa rivista rispettano le opinioni espresse sia da chi ha posto le domande sia da chi ha risposto. Anche così, non possiamo non dire che come Regresión ci consideriamo affini alle pratiche e agli atti di ciò che una volta era RS e dei gruppi che si sono separati da essa.

R.

Nota esplicativa di Xapiri Thëpë (XT): questa intervista è stata condotta attraverso internet, senza contatto con nessuno dei membri del gruppo estinto Reazione Selvaggia (RS); questo attraverso la intermediazione della rivista Regresión e il progetto concluso El Tlatol. Un contatto elettronico con questi ultimi, che si sono offerti di girare le domande. Pertanto, il portale Xapiri Thëpë non è responsabile né affine alla posizione del gruppo disciolto; il portale ha una natura storico-documentarista, per conoscere un po’ di più sulle posizioni del gruppo, cercando di non generare, né precedenti, né sostenere la violenza, né le azioni, che non supportiamo. Tutto quanto sopra porta alla conclusione che non esiste alcuna connessione organica o di ascendenza o di affinità tra Xapiri Thëpë e RS.

Xapiri Thëpë (XT): Questa conversazione è stata effettuata in maniera elettronica attraverso la Rivista Regresión e il portale El Tlatol. Attraverso una richiesta via e-mail, abbiamo avuto l’opportunità di una conversazione, senza che ciò rappresentasse un’adesione, vicinanza, simpatia o sintonia con ciò che è stato esposto da questo gruppo oramai estinto. Sulla base di ciò vorremmo chiedere: A febbraio, la rivista “Distruggi le prigioni” ha criticato fortemente la vostra proposta di ecologia radicale; che cosa avete da dire rispetto alle valutazioni elaborate da questa rivista anti-carceraria? Quali critiche potete fare all’abolizionismo, come proposta alternativa alla privazione della libertà?

RS: Prima di tutto, ringraziamo i redattori della rivista Regresión e i ragazzi del blog El Tlatol per aver organizzato questa conversazione, e per lo spazio che ci forniscono per la “contro-risposta” di cui parlano le persone che hanno posto le domande e per chi ha espresso i propri approfondimenti in questo lavoro. Molte delle cose che abbiamo incontrato in maniera rilevante, le abbiamo affrontate nel nostro comunicato dal titolo: “Abbiamo tardato: Reazione Selvaggia in risposta a “Distruggi le prigioni”; le critiche fatte da queste persone rimangono in questo testo, in quella risposta, non vogliamo allargare ed estendere di più gli stessi punti di dibattito, che già sono stati pubblicati, quindi ci concentreremo sull’ultima parte della tua domanda. Si fa riferimento all’abolizione delle prigioni?

XT: Si l’abolizionismo delle prigioni.

RS: Beh, per rispondere a questa domanda, in primo luogo ci sarebbero altri problemi da tenere a mente dato che: è possibile abolire tutte le carceri? Se la risposta è Sì, in che modo si verificherà questa abolizione? L’abolizione sarebbe regionale, internazionale, universale o in che modo? Quest’ultimo aspetto, ovviamente, ha un senso sarcastico, come ogni persona seria e realista saprà in anticipo, l’abolizionismo è pura fantasia infantile e utopismo idealizzato, le prigioni non saranno abolite se la civilizzazione, rimarrà ancora in piedi, è ovvio; occhio, con questo non intendiamo che la cosa migliore sia che queste persone combattano per la distruzione della civilizzazione, perché cadremmo nella stessa criterio irreale.

Le prigioni umane sono state create per contenere gli impulsi, le reazioni e gli istinti di coloro che rifiutano di convivere in modo pacifico nella società, il sistema tecnologico svolge un ruolo importante SUL sistema carcerario. Ci sarebbero molte più evasioni, se non fosse per le telecamere di sicurezza, i sensori di movimento, i droni, le reti elettrificate, e altro. Brevemente concludiamo, affermando che l’obiettivo delle critiche, quindi, non è totalmente la galera, ma le grandi società di sviluppo tecnologico, che fanno si che una prigione sia davvero un luogo di contesa per quelle persone così pericolose per il sistema.

La vita civilizzata, lo stile di vita sedentario, la convivenza anormale con tante persone sconosciute accalcate nelle città, le frustrazioni, i bisogni artificiali, la ricerca di uno status sociale più elevato, il cosiddetto “stress”, il cibo spazzatura che intossica il sangue, e molte altre cose, sono azioni che portano a una reazione, alcune persone manifestano questa reazione saltando le leggi, muovendosi nell’illegalità. Ma, ripetiamo, tutto è dovuto al principio di causalità, azione-reazione, se vivi nella civilizzazione, naturalmente, sarai influenzato da questo modus vivendi.

Anche se qui vale la pena ricordare che, sì, detestiamo le carceri umane, sia il luogo che le persone arroganti che lavorano in esse, che per i detenuti recidivi, sono luoghi ripugnanti.

Inoltre, quando menzioniamo la parola prigione, non ci limitiamo alle galere e le prigioni degli umani, ma a tutti i tipi di prigioni e gabbie. Un’altra domanda che può essere inserita in dato contesto è, che tipo di prigioni sono referenti per essere abolite? Molte volte gli anarchici tipo anti-carcerario, sono situati nel respingere e attaccare – in alcuni casi – le prigioni dove ci sono i loro compagni di detenzione, provano ostilità per i cosiddetti centri di riabilitazione sociale perché i loro principi indicano che in tali luoghi si limita la “libertà” per cui essi combattono.
Molti vegani, freegani, liberazionisti, ecologisti e altre varianti di tutti questi, saranno d’accordo con noi sul fatto che le prigioni non sono solo questo tipo di luoghi, ma sono anche le gabbie dove si situano molti animali racchiusi nei circhi, nei laboratori , nelle università, allevamenti, ecc.

Le persone che si posizionano contro l’istruzione scolastica, saranno d’accordo con noi sul fatto che quando si parla di carceri non solo si deve parlare di prigioni, o di gabbie con animali dentro, ma di classi e delle scuole.

Coloro che si posizionano contro il lavoro salariato saranno anch’essi d’accordo che non ci sono solo le prigioni, i carceri, le gabbie, le scuole, ma anche le fabbriche sono prigioni. E quindi potremmo menzionare quelli che si oppongono alla psichiatria, ai manicomi, alle droghe, forse alle loro stesse menti, ma nel complesso, la grande gabbia, la più grande, è la civilizzazione.

Un giorno ho letto un fumetto di un vignettista ben noto in Messico, dove presentava un personaggio che andava e veniva al lavoro tutti i giorni, che sopportava tutta la routine soffocante, improvvisamente vide che aveva le ali, le dispiegò e cominciò a volare, volò sull’inquietante traffico veicolare, sulle conglomerazioni di persone che erano schiave per mostrare loro che poteva andare dove voleva con le sue ali, con la faccia gonfia di felicità volava sempre più in alto, si sentiva veramente libero, tanto che butta via la sua valigetta e i suoi vestiti, finché improvvisamente, colpisce violentemente una grata, e cade; voleva volare più in alto degli altri supponendo che non ci fossero più barriere per fermarlo, ma ha scoperto che c’era, la Grande Gabbia chiamata civilizzazione; la lezione qui è: Chi dice di essere totalmente libero, è perché non ha volato abbastanza in alto per colpire le sbarre della Grande Gabbia. Molti – anche se non tutti – degli anarchici tipo “anti-carcerario” suppongono, come il personaggio, che facendo uscire, o liberando i loro compas dalla prigione saranno liberi e che la loro lotta possa finire, forse alcuni pensano che l’obiettivo basilare siano le carceri: spero che un giorno tengano in considerazione la presenza della Grande Gabbia.

XT: In alcuni dei vostri testi criticate gli orientamenti di Kaczynski, negando la sua importanza ma la riconoscete come un precedente della vostra proposta. Non pensate che sia ingiusto non dargli il riconoscimento nell’essere una delle figure significative del movimento anti-tecnologia? Sebbene i contesti siano diversi, cosa differenzia la vostra proposta da quella del matematico?

RS: Il riconoscimento in alcune delle sue proposizioni, l’abbiamo dato al suo momento; alcuni gruppi che hanno creato RS, antecedentemente hanno ripreso molto del discorso del signor Kaczynski e lo hanno dichiarato pubblicamente, cosa che non accadeva nemmeno quando arrivarono le critiche del gruppo editoriale Último Reducto; nel 2012, è arrivato il momento di iniziare ad elaborare cosa che non avremmo condiviso in quella rivoluzione contro il sistema tecno-industriale e altre cose simili, è così abbiamo iniziato a creare i nostri postulati. Come già detto, abbiamo sempre riconosciuto il lavoro del Freedom Club e l’analisi di Don Ted, in seguito abbiamo respinto molto di esso, e questo è stato il momento in cui abbiamo smesso di menzionarlo; ma se ci chiedete in questo momento se riconosciamo il suo lavoro, senza problemi, affermiamo di sì. E poi la differenza tra ciò che Kaczynski propone e i suoi allievi, in primo luogo è la strategia; noi non aspettiamo che la cosiddetta Grande Crisi Mondiale inizi ad attaccare e attentare alle strutture fisiche e morali del sistema tecnologico, attacchiamo il presente, perché il futuro è incerto, non si può tracciare una strategia basata su semplici ipotesi, credendo che tutto andrà secondo i piani e sicuramente si vincerà. Abbiamo posto tutto questo da parte, quando abbiamo visto l’enormità del sistema, i suoi componenti e il livello mostruoso che ha condensato sia su questo pianeta che al di fuori di esso. Se la civilizzazione cadrà domani, o entro 30 o 50 anni, da parte nostra, da parte della nostra individualità, sapremo che abbiamo dato battaglia. È divertente, ci hanno catalogato come “anarchici” all’interno del movimento “anticiv” del 21 ° secolo, proprio come fecero per gli anarchici originari del diciannovesimo secolo, che non aspettavano che le condizioni fossero mature per iniziare ad attentare e giustiziare, Gli anarchici legalisti che sognavano la “rivoluzione” con coloro che morivano di fame, spesso li respingevano e li etichettavano come criminali apolitici. Facendo una comparazione tra i teorici che si aspettano la “rivoluzione anti-tech” e noi- dato che è verità delle cose, che sia un contesto simile- è ciò che abbiamo e stiamo marcando con gli atti che abbiamo fatto e le parole che abbiamo pubblicato. La seconda differenza, è che abbiamo costituito una tendenza basata e ispirata dalle lotte selvagge di resistenza dei gruppi originali dei nomadi cacciatori-raccoglitori; quelli che costituiscono RS, hanno ancora nel sangue l’essenza guerriera dei nostri antenati sebbene siamo molto consapevoli di essere degli individui civilizzati; con questo percepiamo il richiamo della natura e diamo libero sfogo agli attacchi contro ciò che è per noi, alieno. Rispetto alle teorie di Don Ted che rimangono solo all’interno di un un’analisi della società tecnoindustriale e un confronto tra la vita attuale e quella dei più antichi gruppi etnici. Fondamentalmente la nostra proposta è qualcosa di molto simile, solo che ci siamo concentrati su ciò che abbiamo avuto nell’antica Mesoamérica Settentrionale.

XT: Negli Stati Uniti ci sono ecologisti radicali che portano avanti la proposta “post-apocalisse”, la loro analisi si basa sul fatto che la società altamente tecnologizzata ha raggiunto il suo apice, che la caduta è inevitabile. Richard Duncan ha parlato della “teoria di Olduvai”, in cui stabilisce che l’attuale civilizzazione industriale avrebbe una durata massima di cento anni, a partire dal 1930 fino al 2030. La transizione sarebbe iniziata nel 2007 quando la produzione globale di energia pro capite ha cominciato a diminuire a causa di una diminuzione dei tassi di estrazione dei combustibili fossili per fine dell’esaurimento, contemporaneamente alla domanda di aumento al crescere della popolazione. Ciò potrebbe causare un catastrofico collasso sociale ed economico negli anni seguenti, e poco alla volta, l’umanità arriverebbe a livelli di civilizzazione paragonabili ad altri precedentemente vissuti. Se questa opinione difesa da Duncan è vera: perché agire invece di aspettare? Nel momento in cui agisci non sei un avanguardia?

RS: Non sappiamo per quanto tempo dureranno le strutture che mantengono in piedi questa civilizzazione nella decadenza, possiamo leggere molto e tanto sulle varie teorie che esistono ma vogliamo aspettare sempre l’anno profetico in cui tutto questo potrebbe finire in una sola volta. In ogni caso, tutto ciò che gli studiosi possono prevedere sono solo teorie.

Il qui e ora afferma che tutto va a male, le persone marciscono perché vogliono la loro conformità, la loro schiavitù e il loro bisogno di seguire il gregge, i progressi tecnologici stanno diventando sempre più invasivi, gli ecosistemi sono stati alterati, l’economia ogni giorno va peggio, ci sono esplosioni sociali qua e là, la realtà artificiale ci consuma e sembra che tutto esploderà prima o poi, prima di questo, come individualisti abbiamo deciso di prendere nelle nostre mani ciò che rimane delle nostre vite, e non aspettare che la crisi arrivi, perché? Perché viviamo in essa. Non vogliamo aspettare gli altri, anche se la natura li incoraggia a restituire i colpi che hanno subito.

Possiamo raccontare un aneddoto: una notte dell’agosto 2011, una parte del gruppo Its, penetra nel Cinvestav di Irapuato, Guanajuato. Saltiamo sopra le sbarre e scaliamo il tetto del Laboratorio Nazionale di Genoma e Biotecnologia; dall’alto vediamo che la guardia si sta facendo i cazzi suoi, parla al telefono, mentre incappucciati e con l’oscurità la osserviamo. Ci spostiamo nel luogo dove fanno i test, è sorprendentemente ci rendiamo conto che in una delle stanze, c’è un grande impianto supportato da cavi e diversi computer che da vicino monitorano le informazioni di osservazione. L’unica cosa che abbiamo sentito in quel momento era aberrazione e l’immenso desiderio di distruggere l’intero luogo.

Ciò che abbiamo visto è il vero metodo per cui la tecnologia cerca di sottomettere la natura selvaggia, cerca di ottenere maggiori informazioni su di essa, sotto il giogo scientifico, sottomettendo e artificializzando. Pensi che potremo sederci o aspettare che tutto appaia “giusto” perché il sistema cada, mentre sappiamo che questo tipo di prove esecrabili si avverte ancora nel presente? NO. E se questo presunto crollo non arrivasse nel 2030? Ci potremo fidare di un altro teorico letto in maniera “convincente” ed aspettare fino all’anno 2100? NEMMENO.

Riguardo a ciò che affermi sull’avanguardismo, sappiamo di non esserlo ora, o quando arriveremo a esserlo; siamo stati una proposta differente e realistica per tutti coloro che si sentono identificati con noi, la nostra intenzione non è quella di prendere la “buona strada” per tutti quelli che sono classificati come critici del sistema tecnologico, abbiamo spiegato la nostra tendenza sin dall’inizio perché ci sembrava importante che gli atti avessero una ragione d’essere, solo questo. Non vogliamo creare un movimento o qualcosa del genere. L’unico aspetto che dovrebbe essere in prima linea-in questa guerra, sono gli atti sinceri di persone che apprezzano realmente quello che fanno, e decidono di portarsi avanti fino alle ultime conseguenze nella difesa estremista della natura selvaggia. Solo questo. Nessun gruppo è davanti, né dietro.

XT: Ci sono gruppi nel Cono Sud, che stanno riproducendo alcuni dei vostri metodi, non considerate questo come un “franchising” della vostra proposta?

RS: No, niente di tutto questo, se queste persone hanno riprodotto le nostre idee, avranno i loro buoni motivi. E come dici tu, ciò che difendiamo è una PROPOSTA aperta per coloro che vogliono possederla; le persone intelligenti che vogliono brandire alcune delle nostre idee e agire, finché sono sincere, saranno sempre viste con buoni occhi da tutti i gruppi di RS.

XT: Lo storico Eric Hobsbawm ha considerato il movimento Luddista come una forma di “contrattazione collettiva per il disturbo”, dato che sarebbe, questo enunciato, una tattica usata in Gran Bretagna dalla Restaurazione, poiché la diffusione delle fabbriche in tutto il paese che hanno causato le manifestazioni su larga scala, erano poco pratiche. Non credi che tutta questa virulenza anti-tecnologia serva come preludio alle riforme decrescenti che lo Stato dovrebbe usare se vuole sopravvivere ? Non si starà “servendo il tavolo” al potere senza volerlo?

RS: Oggi vediamo che c’è una critica crescente alla tecnologia in vari settori, ci sono molte persone che hanno iniziato a mettere in discussione e capire che l’attuale sistema è putrido, il che porta a una domanda positiva per la guerra contro il sistema tecnologico?

Beh, se le critiche non sono negoziabili questo può essere positivo, ma vedendo la realtà capiamo che la maggior parte delle critiche che vengono fatte alla tecnologia hanno uno sfondo riformista, dicono “la tecnologia ci sta portando all’interazione non personale, più che limitarla “,” la vita nello stile sedentario in questa civilizzazione causa problemi di salute, dobbiamo allenarci più spesso “,” l’artificiale ci consuma, non posso sopportare la vita in città, andiamo in campagna “,” la spazzatura inonda i mari, devi comprare prodotti che siano amici per l’ambiente “,” la tecnologia non è il problema, il problema è l’uso che ne viene fatto “, ecc. Queste presunte critiche sono quelle che sono negoziabili e sono persino delle proposte per il sistema nel continuare a crescere, riformarsi e rafforzarsi.
Ma che ne dici se affermiamo: “La tecnologia è il problema, bruciamo questa o quella società di innovazione tecnologica con tutti dentro”, “la civilizzazione si espande pericolosamente distruggendo la natura che rimane, assassiniamo l’ingegnere di un mega progetto”, “la stupida società segue solo le regole, e fa avanzare il meccanismo, fanno parte del problema, facciamo detonare un esplosivo in un luogo pubblico con un’importante carica simbolica “, ecc. Questo tipo di critica estremista è quella che non è negoziabile e che difendiamo, quindi rispondendo alla tua domanda, RS difficilmente vede che lo stesso sistema può essere riformato con questo tipo di idee e prassi, o che queste sono delle proposte in modo che il sistema continui a crescere.

XT: Affrontare il vasto tessuto della società di oggi, è un compito titanico, in cui le possibilità di perdere la vita o di languire in una cella sono alte … Perché assumere un disfattismo come proposta finale ? Non lo considerate come una sorte di martirio?

RS: Il pessimismo ci ha invaso quando abbiamo tolto la benda dagli occhi, visto che è impossibile distruggere l’intero sistema dalle nostre prospettive individualistiche. Non aspiriamo alla distruzione totale di esso, questo comporterebbe a un certo punto la gestione e la formazione delle masse stupide. Piuttosto puntiamo alla destabilizzazione, è anche se ci piacerebbe distruggere tutto l’intero sistema tecnologico, è qualcosa che non è nelle nostre possibilità. Ultimo Reducto ci ha definito dei disfattisti, ma questa parola può anche essere molto relativa, siamo disfattisti in termini di distruzione del sistema attraverso atti di un gruppo ristretto di persone che riescono ad “aiutare” a fare aumentare la crisi, proposta dal tipo di cui sopra. Per cui non siamo disfattisti, perché non abbiamo abbandonato la nostra guerra, stiamo continuando e continueremo ad agire finché le nostre forze o condizioni lo consentiranno.

E non c’è nulla di reale a cui aspirare, potremo ingannarci, se dicessimo che elimineremo tutta la mega-macchina; questo è ciò che non vogliamo fare. Né siamo martiri, brandiamo semplicemente la nostra posizione come persone che fanno tutto il possibile per difendere se stessi e la natura di ciò che è alieno, senza essere interessati a quello che si realizzerà in futuro; non siamo interessati a nulla di quello che potrebbe giungere. Nella guerra estremista contro il sistema tecnologico bisogna essere disinteressati, senza aspettarsi qualcosa di positivo. Ci nutriamo dagli atti realmente sinceri, che apprezziamo, e alla difesa della natura selvaggia. Questo è ciò che ci guida, non abbiamo bisogno di obiettivi concreti per il futuro, rispondere alle minacce è una delle necessità biologiche dei guerrieri, e come tale ci comportiamo.

XT: Non è meglio prendere una posizione pubblica e discutere con i diversi “attori” e lasciare che le persone decidano quale dovrebbe essere il loro destino?

RS: La gente può prendere la strada che vuole, quella che è fatta apposta per loro, mentre le proposte che criticano la civilizzazione, sono sul tavolo, in modo che essa, decida cosa scegliere. La nostra, la nostra proposta, è come una moneta lanciata in aria su quello stesso tavolo: chi si sente capace e con la sufficiente astuzia per prenderla, lo farà. Non vogliamo che la nostra tendenza sia la più “coerente” con gli altri, dato che siamo noi quelli che la difendono ed è qua presente.

XT: C’è un numero della rivista “Green Anarchy”, in cui viene fatto uno studio comparativo tra le proposte primitiviste del gruppo dell’Oregon e l’esperienza del comunismo agrario di Pol Pot in Cambogia, con il titolo: “I Khmer Rossi praticavano il primitivismo?” ; non consideri che vi sia una continuità in alcune delle vostre proposte con questa esperienza, facendo delle ovvie eccezioni riferite alla costruzione di uno Stato? Quale sarebbe la differenza tra voi e le politiche di agraria forzata e il primitivismo promosse dal Partito Comunista della Cambogia di quel tempo?

RS: Ciò che il leader dei Khmer rossi in Cambogia ha promosso nei suoi anni di dittatura maoista, è stato un comunismo ispirato agli antichi modelli agrari dei Khmers, il popolo originario di quel paese. Ciò che attirato la nostra attenzione da questa esperienza storica è che ha completamente bloccato l’infrastruttura della civilizzazione, la valuta ha cessato di esistere, le scuole e i mercati sono stati chiusi, dato che volevano trasformare il paese in uno stato autosufficiente, agrario ed estremo. Ma perché l’intera nazione cooperasse, il dittatore ha costretto ampi settori della popolazione affinché insieme, come insegna il comunismo, potessero concretizzare il modello imposto.

Non vediamo come possa essere supportata una presunta continuità tra ciò che pensiamo e ciò che è accaduto in quel paese. Sebbene non fosse un primitivismo, se per primitivismo intendiamo il ritorno a uno stile di vita più simile a quello del cacciatore-raccoglitore-nomade di quello dei contadini prima della rivoluzione industriale. Le differenze tra ciò che Pol Pot ha portato avanti e ciò che RS difende, è che noi non vogliamo spingere o costringere le persone a tornare ai vecchi modi di vita; le persone sono stolte e gli piace vivere tra la merda moderna, i pochi che rifiutano la civilizzazione e decidono di isolarsi in montagna, sono quelli che meritano di essere riconosciuti. NON puntiamo su una vita comunitaria prima o dopo il crollo del sistema.

XT: Kevin Tucker è un’altra delle figure rilevanti nel cenacolo dei primitivisti anglosassoni. Stabilisce che il principio della guerra primitiva, è come una traccia e copia della guerra sociale, esposta da Johan Most, è che è stata resa virale tra i gruppi informali. La vostra difesa della natura turbolenta dei Teochichimecas e dei Chichimecas, così come la Guerra del Mixtón, cerca di stabilire precedenti storici per le vostre azioni? C’è una connessione tra quello che ha delineato Tucker e voi?

RS: Non abbiamo davvero letto molto sulle proposte di Tucker, sappiamo solo che è vicino a Zerzan e che è stato convocato dall’FBI, perché accusato di conoscere alcune cose delle azioni dell’ALF / ELF. Tuttavia, prima ancora della risposta alla domanda, vogliamo sottolineare qualcosa, che crediamo sia stato male interpretato o che non abbiamo affrontato con la dovuta attenzione.

Noi in RS riconosciamo e ricordiamo le guerre del Mixtón e Chichimeca come riferimenti storici SOLO per l’evidenza nella difesa di gruppo dei guerrieri selvaggi, dei loro stili di vita, delle loro convinzioni e dei loro luoghi. È che alcuni potrebbero pensare che quando si parla di queste guerre, vogliamo che questo evento storico si ripeta, ma in questo secolo. Forse qualcuno ha erroneamente pensato che vogliamo che i gruppi etnici indigeni si uniscano in qualche modo, ribellandosi e si ergano in maniera simile ai riferimenti di cui sopra, ma non è così.
Studiando specificamente queste rivolte selvagge, abbiamo assunto forti basi storiche che ci hanno uniti alla difesa realmente estrema della natura selvaggia in queste aree, in questi eventi possiamo vedere che gli aborigeni teochichimecas non si arresero mai né ai mesoamericani civilizzati né agli europei, mantenendo sempre la loro essenza guerriera, la difesa delle loro origini più primitive e di conseguenza le loro credenze legate alla natura, che erano considerate pagane e punite dalla chiesa cattolica; la loro “crudeltà” li caratterizzava, i loro attacchi indiscriminati contro il nemico erano contro i soldati, gli indigeni alleati , i neri, i mulatti, le donne, i bambini, ecc .; il loro stile di vita cacciatore-raccoglitore e nomade o semi-nomade li rendeva difficili da individuare, i loro migliori nascondigli erano le aspre montagne, la natura li proteggeva durante e dopo la battaglia, il loro rapporto uomo-natura era pienamente sviluppato in luoghi come i deserti, le foreste o i semi-deserti, dove gli spagnoli dissero che là, in quei luoghi, nessuno poteva sopravvivere; tutte queste prove storiche che abbiamo appreso sia dalla ricerca antropologica e / o archeologica, sia dagli anziani di alcuni gruppi etnici che vivono sulle colline, ci riempiono di orgoglio, e li rivendichiamo. Gli incoraggiamenti dei nostri degni antenati hanno posseduto le nostre menti e i nostri corpi, è tempo, oggi, di continuare con il conflitto contro la civilizzazione e tutto ciò che vuole sottometterci completamente.

XT: Quindi, la guerra sociale è uguale alla guerra primitiva?

RS: La guerra sociale è un termine coniato e preso alquanto dagli anarchici del tipo insurrezionalista, aspetto molto di moda in questi tempi. Noi in RS ci posizioniamo in una guerra individualistica, pianificata, scatenata e eseguita da noi stessi contro una variabilità di obiettivi che sono in tempo reale e / o rappresentano la modernità, la tecnologia, la civilizzazione, l’artificialità, il liberalismo e l’umanesimo.

I termini sono simili, se della cosiddetta guerra primitiva avete letto e affermate che è una deviazione e un bastone della guerra sociale; se è cosi suppongo che abbiate ragione, non potremmo dare una risposta concreta a qualcosa che non abbiamo proposto e di cui non conosco nemmeno i dettagli.

XT: Collegandoci con quanto sopra, in alcuni dei vostri scritti, leggiamo che criticate gli anarchici per la speranza in una futura società libertaria, pero voi date un carattere millenario alla natura selvaggia. Ciò è dimostrato dalla vostra difesa degli studi archeologici del “luogo delle sette grotte” (Chicomoztok). Non state esattamente cadendo nello stesso paradigma? Cosa vi differenzia? Alla fine non perseguite, entrambi, un mondo idilliaco che nemmeno avete vissuto? Non è una specie di “cristianesimo” che cerca la redenzione in un mondo ideale?

RS: Non crediamo o non abbiamo fiducia in nessuna società futura, non ci aspettiamo di vedere l”Armageddon” dove la natura distrugge il male della civilizzazione; non crediamo in nessuna di queste cose, se così fosse, se avessimo in mente la stessa cosa, anche con differenze marcate, non potremmo criticare gli anarchici che sognano un futuro “migliore”,

Non sappiamo se un giorno il sistema collasserà totalmente e mondialmente, gli studiosi dicono di sì, ma noi non possiamo saperlo con certezza. Ma forse si, se la natura risorgesse dalle macerie, dato che il sistema potrebbe essere un passo avanti e diventare autosufficiente e auto-riparante in maniera semplice. Come diciamo, non conosciamo il futuro, anche se vorremmo conoscerlo, ma la realtà è diversa.

Il Chicomoztok è solo uno sguardo al passato, nel manoscritto puoi vedere e interpretare graficamente la vita che i nostri antenati hanno portato avanti, puoi vedere come hanno creato il fuoco, per attrito; si vede come molte tribù si incontrarono nelle loro rispettive caverne; si vede il frutto del raccolto; la fauna degli ambienti in cui vagavano, la caccia; i loro vestiti, le pelli, gli ornamenti, le piume, ecc., ci sono persino simboli che rappresentano la guerra, ci sono molte rappresentazioni che erano incorporate in questo manoscritto, e che ci sembrava importante riprendere, perché è una finestra sulla vita dei nostri antenati in condivisione con la natura.

È un posto mitologico e sconosciuto, cosa credono, dato che i gruppuscoli si firmano dal presunto Chicomoztok ? Questo tipo di “firma”, è come una presa per il culo alle autorità, per non far sapere dove trovarci o per localizzarci automaticamente in un luogo che non ha una posizione esatta, giusto? Per non errare poniamo le parole dell’introduzione del lavoro editoriale “Il luogo delle sette grotte”, che raccomandiamo ampiamente nella sua lettura: 

” Reazione Selvaggia (RS), interpreta il Chicomoztok come quel luogo isolato dalla civilizzazione, luogo che è stato l’arrivo di diverse tribù selvagge nomadi, che rappresenta la vita selvaggia, pienamente goduta dai nostri antenati prima di essere attratti nell’adottare una vita sedentaria.

È uno sguardo al passato che tende al regresso e al ricordo di ciò che stiamo perdendo poco a poco.

Simboleggia l’attaccamento al nostro passato primitivo e quindi alla difesa estrema della natura selvaggia, è il fuoco iniziatore che incita il conflitto individuale e di gruppo contro ciò che rappresenta l’artificialità e il progresso.

Molti ricercatori hanno cercato di trovare questo posto chiamato “sette grotte”, ma fino ad ora è ritenuto un luogo sperduto nell’area che includeva la “Grande Chichimeca” secoli fa. Questo luogo buio e lugubre, dove si nasconde l’essenza selvaggia, dove la storia non viene mai raccontata, memore di innumerevoli esperienze, avventure e conflitti che l’inverno prese con le ceneri degli aborigeni teochichimecas, posto che noi, gruppuscoli di RS, lo ricordiamo paganamente, mentre semplicemente ci nascondiamo, nella clandestinità e l’anonimato terroristico “.

XT: Su questo e tornando alla redazione di Green Anarchy, lo storico John Zerzan è una delle figure chiave del primitivismo, le sue proposte di dialettica negativa anche se audaci non cessano di essere impeccabili nella loro costruzione. Qual è la vostra opinione su questo storico, concentrandoci sulle sue proposte e non sulla sua vita? Qual è la vostra opinione sull’uso del linguaggio e dell’aritmetica come uno degli elementi di dominio tra le specie? Ritenete che uno di questi argomenti sia attuabile?

RS: Zerzan è diventato uno dei teorici più “radicali” nei circoli primitivisti degli Stati Uniti per diversi anni, anche se per noi è un romantico, un ottimista e un politicamente corretto al peggio, le sue proposte sono state causa di commozione e disapprovo, soprattutto in quello che riguarda il tema del linguaggio, recentemente in un’intervista con Vice magazine, in una domanda sul linguaggio e sul dominio ha detto:

“Devo dire che questo è l’argomento più speculativo su cui ho scritto. Non scarto questa linea e sto cercando di raccogliere argomenti per mettere in discussione l’attività simbolica, incluso il linguaggio, sebbene sono più chiaro sul tempo, i numeri e l’arte. È speculativo perché nessuno sa con certezza quando l’essere umano ha iniziato a parlare. Non c’è modo di dimostrarlo. “

Come si legge, Zerzan non è nemmeno sicuro di quello che ha postulato diversi anni fa.

Non siamo antropologi specializzati in linguistica e non abbiamo molta familiarità con questo dibattito, perché è molto effimero in una certa misura, anche se qualche tempo fa abbiamo scritto qualcosa in un saggio intitolato “Nietzsche e la sua critica allo scientismo nell’attualità “, che detta:

“L’essere umano moderno è obbligato a vivere nella società, ad essere spalla a spalla, avendo a che fare con le persone della stessa specie, è così che per mezzo del linguaggio sono dettate le leggi della validità delle cose, così che l’uomo vive in pace all’interno della società senza entrare in conflitto costante con gli altri, deve adattarsi a quel bisogno di coesistenza con certi concetti, come “verità” e “menzogna”. Ha inventato queste parole così preziose per l’umano razionale e le ha dotate di certezza convalidante, dando luogo a valide designazioni, una delle tante fantasmagorie antropomorfiche. “

La lingua ha generato la ragione in questa era moderna o piuttosto, postmoderna, la ragione antropomorfica ha dato luogo allo scientismo che a sua volta tende al progresso artificiale umano, quando attenta contro la natura selvaggia, questo è un dato di fatto . Altre varianti di questo postmodernismo come l’arte, la lingua, l’aritmetica, ecc., sono solo conseguenze della complessità civilizzata, sono strumenti utilizzati dal sistema per dare un significato a tutto ciò per cui non hanno una risposta esatta o ragionevole, questi strumenti sono solo fantasmi perché nel piano della realtà, nel piano della natura non esistono, il pensiero antropomorfico non è nulla per l’universo, e anche allora l’umano è posizionato erroneamente al centro di esso.

XT: In Messico esistono gruppi in isolamento volontario, come accade nell’Amazzonia e la cui esistenza, a parte le dinamiche occidentali, è abbastanza vicina ad alcune proposte dell’anarchismo?

RS: Gli unici gruppi etnici che conosciamo e vivono isolati sono alcuni raramuris e wixárika, anche se sono pochi, vagano per le montagne e (semi) deserti del nord-sud, nord e ovest del Messico, anche se non dubitiamo che ci siano più gruppi che lo fanno, vivendo in modo molto semplice, sono semi-nomadi, raccolgono il loro cibo dalle terre aride della antica Mesoamerica settentrionale come facevano i loro antenati teochichimecas, cacciano alcuni animali e hanno ancora le loro credenze molto, ma molto marcate, nonostante si può dire, riferendosi alle loro convinzioni, che sebbene siano per lo più mescolati con il cattolicesimo, è comunque interessante conoscere la loro percezione delle cose che hanno mantenuto dai loro antenati più remoti e primitivi.

E così, facendo una rapida comparazione della loro vita con l’anarchismo di cui chiedi, vedo pochi comparazioni, in primo luogo all’interno di questi gruppi etnici c’è una figura di autorità, in cui il resto crede, anche se non è semplicemente un’autorità iniqua, può essere l’uomo più forte o coraggioso fino allo sciamano, ma in essi c’è sempre una figura autoritaria, che è uno dei primi punti di disapprovazione di molti anarchici, che non vogliono che qualcuno li guidi in nessun modo; nella loro idea questa cosa può imporre “qualcosa” su di essi.

Secondo. Le persone che compongono questo tipo di gruppi hanno un compito specifico da portare avanti, hanno gerarchie, gli uomini possono lavorare di più nella caccia, o le donne possono lavorare di più nei periodi di raccolto, essendo nomadi; o entrambi possono lavorare alla pari se hanno un raccolto, essendo semi-nomadi, cioè non c’è eguaglianza, la divisione del lavoro è accettabile e il ruolo che ogni individuo svolge, è ciò che mantiene il gruppo stabile e senza problemi, poiché quelli sono i loro costumi, è così che sono sopravvissuti fin dai tempi antichi, quindi non si può dire che in questo, essi assomiglino all’anarchismo perché uno dei loro valori, di quest’ultimi, che è l’equità, non è compatibile in questi gruppi originari.

Terzo. L’anarchismo promuove l’ateismo, non creando dei o divinità che stanno al di sopra dell’individuo, in controparte, questi gruppi di seminomadi (come abbiamo detto), hanno una credenza molto forte nelle divinità e negli spiriti molto “più grandi” di essi , e sono strettamente legati alla natura. In realtà, divenire dei o avere una credenza in un’autorità spirituale dalla quale tutto emana, è qualcosa di completamente contrario all’anarchismo o mi sbaglio?

Quarto. Sebbene queste piccole società non abbiano uno stato o una polizia, sono troppo piccole perché qualcuno possa controllarle o assumerne tale responsabilità. Non ci sono nemmeno giudici, anche se è necessario dare alcune punizioni, gli anziani sono quelli che li eseguono o indicano quale sarà il miglior correttivo per chi ha lavorato “male” nelle loro tradizioni e costumi. E anche se non imprigionano nessuno, ci sono punizioni.

Quinto. Uno dei postulati dell’anarchismo è che tutti gli esseri umani sono uguali, che tutti dovrebbero avere le stesse opportunità e la libera associazione è uno dei pilastri per la costruzione di un “nuovo domani”, qualcosa che nei termini dell’eco-estremismo è assurdo, non c’è eguaglianza, siamo tutti diversi e non abbiamo tutti le stesse opportunità, accettiamo un’associazione libera ma NON lavoriamo per un “nuovo mondo”, ma per svilupparci come individui nella nostra cerchia di affini e non con persone estranee o aliene.

Questa proposta dell’anarchismo è abbastanza umanista e rientra in quei parametri sciocchi dell’occidente, perché questo valore segna una chiara tendenza al progresso dell’essere umano e quindi al progresso della civilizzazione, sebbene in maniera più “libera”, “giusta” , “compassionevole”, ecc., e non smette di essere spazzatura. Rimarchiamo in questo modo, che questa è la nostra opinione sull’anarchismo, dato che l’anarchia è un’altra cosa. E così si espresso, uno dei teorici più rappresentativi della tendenza anarchica, Gustavo Rodríguez, quando in un’intervista ha affermato quanto segue:

“Non crediamo nei miracoli, tanto meno nelle” società utopiche “, quindi, non ci logoriamo nel” migliorare “l’immagine per il consumo pubblico di questo prodotto intangibile che chiamano” Utopia “. Siamo convinti che la “società anarchica” non si materializzerà domani mattina. Inoltre, abbiamo quasi la certezza che molto probabilmente non si materializzerà mai. È questo ci tiene tranquilli.”

“Per noi, l’Anarchia non solo è possibile, ma si materializza in modo effimero ogni volta che viene eseguita un’espropriazione di successo; può essere notato, nei brevi momenti in cui la notte risplende di fuoco refrattario; è confermato in ogni fuga di prigione; è verificato con l’eliminazione fisica dei nostri nemici … “

Anche se abbiamo già affrontato l’argomento affermando la nostra opinione su questo punto, continuiamo. La questione centrale, è che le società isolate non hanno un codice morale del tipo proposto dall’anarchismo, quindi nel secondo punto non ci sono le stesse opportunità, che è un’altra delle incompatibilità con l’anarchismo che vediamo.

Pensiamo che se vuoi un confronto più attaccato alle linee guida, ai valori e alla pratica dell’anarchismo, dovresti chiedere sulle comunità di libertari, hippy, campiranos e altri, che sono andati a vivere in un modo più “autonomo” o sostenibile, poiché in riferimento alle piccole società in isolamento volontario c’è ben poco da confrontare. Anche se, dopo tutto questo, la mia domanda obbligatoria dovrebbe essere: cosa intendi per anarchismo? Dal momento che ci sono un’infinità di significati e interpretazioni che escono dallo stesso “controllo” anche degli stessi anarchici.

XT: Interessante quello che avete detto sui gruppi di isolamento volontario in Messico, ma cosa ne pensate delle teorie anti-sviluppo di Miquel Amorós?

RS: Le proposte anti-sviluppo di Amorós sono interessanti sul modo in cui spiega la funzionalità della mega-macchina, non solo nell’aspetto economico ma anche nell’aspetto civilizzatore, in un modo molto specifico in cui il progresso moderno, ha finito per pervertire gli ecosistemi e come che la crescita della popolazione ha invaso gli ambienti naturali.

Anche se dobbiamo dire che ciò che non ci convince pienamente di queste proposte, è quello che Amorós ha scritto nel suo libro “Prospettive anti-sviluppo” in cui esprime: “(l’anti-sviluppo) È una forma particolare di coscienza la cui generalizzazione dipende dalla salvezza dell’epoca. ”

La salvezza dell’epoca? Forse con le sue teorie, lo storico dice, pensa che un giorno molto lontano, quando le sue idee saranno “generalizzate”, le persone ancora viventi “salveranno” l’epoca dello sviluppo dannoso, qualcosa che ricade di nuovo nei termini della vaga espressione di “rivoluzione”. E non lo diciamo ad occhi nudi, l’amico degli “Amici di Ludd”, propone una “nuova rivoluzione di questo tipo”.

La sua critica è buona (potrebbe essere ripetuta), e al suo interno attira l’attenzione sulla proposta che fa quando scrive contro il lavoro e contro il consumo, il rifiuto costante delle idee anti-sviluppo, ma ciò con cui non siamo d’accordo è che propone questo, per aprire allo scenario immaginario di sempre, come una possibile “rivoluzione”.

Non puoi facilmente mantenere la critica in movimento, la negazione dell’esistente e l’incoraggiamento ad incitare l’individualista a prendere le redini della sua stessa vita, rubandole e riappropriandole, senza voler “trascendere” in ” qualcosa “di più come una” rivoluzione “?

XT: Significa che per te la proposta di Almoros è valida, ma non siete d’accordo con l’approccio futuro, che nasconde senza dubbio una “Rivoluzione di nuovo stile” … A proposito di qualcosa che non abbiamo mai letto su di voi, qual’è la vostra opinione su alcuni settori della società che vengono colpiti: non abbiamo letto nessuna opinione sulla diversità sessuale, le persone con disabilità, le popolazioni indigene in lotta, i prigionieri sociali, ecc. Non pensate che quando focalizzate le vostre critiche sullo sviluppo tecnologico, state lasciando da parte un’infinità di conflitti e che allo stesso tempo vi state tecnicizzando, cosa che vi porta a essere specializzati, che è uno dei valori della società di oggi?

RS: un’ottima domanda, ma preparati perché sono sicuro che non ti piacerà.

Sul “popolo indigeno in lotta” come scrivi, ne abbiamo parlato nella risposta al “Distruggi le prigioni”:

“Riconosciamo la resistenza che hanno i Purépechas nel difendere e morire per i boschi di Michoacán, ammiriamo i ribelli Huicholes che si oppongono con tutti i mezzi, allo sviluppo delle miniere in San Luis Potosí, appoggiamo i Chichimecas che negano la cristianizzazione delle loro native credenze in Guanajuato, appoggiamo ai Mixtecos che respingono ad ogni costo le medicine delle città e preferiscono continuarsi a curare con le piante che raccolgono nella catena montuosa di Oaxaca davanti al rischio di essere segnalati come stregoni, rispettiamo la decisione dei Kiliwa di preferire l’estinzione prima che la loro cultura sia assorbita dalla vita occidentale, esaltiamo la resistenza che distingue alcuni Raramuris nell’essere lontani dalla civilizzazione e mantenere una vita semi nomade nei deserti di Chihuahua. Alla fine, di tutto questo, la lotta contro il progresso e in difesa della terra comprende tanto le etnie originarie che resistono a tutto questo, nei loro ambienti, come a quelli civilizzati che abitano nelle città, è che intraprendono azioni di sabotaggio e terrorismo contro lo stesso progresso. Perché la lotta per la natura non è una sola, variano le strategie, i contesti, le situazioni, i rischi,”

Per quanto riguarda i “prigionieri sociali” ci sarebbe molto da dire: se non condividiamo le loro posizioni politiche e il loro attivismo non vediamo perché dovremo rivendicarli. Quelli che sono in prigione per tali attività hanno i loro gruppi di supporto, che assicurano la loro integrità all’interno dalla prigione. Si potrebbe dire che RS non ha prigionieri direttamente collegati all’organizzazione, ed è un orgoglio dirlo, è la verità. Per questi anarchici invidiosi, e sappiamo molto bene che ci criticano, chiediamo, quanti sono i prigionieri di RS? Nessuno. Quanti anarchici in carcere ci sono? Diversi. Questo dice molto della considerazione che abbiamo preso nella nostra sicurezza, oltreché dove in cui abbiamo recentemente perseguito, con una serie di atti e rapine (Nota: questo si riferisce alla controffensiva di Aprile 2015). Ne siamo sempre usciti illesi, dato il nostro coraggio e la nostra oculatezza, questa non è arroganza, è realtà, per chi vuole accettarla, per chi non è cosi, che continui con le sue chiacchiere e sterili critiche.

Qualche tempo fa il “Gruppuscolo Cacciatore Notturno” di RS, fece detonare un esplosivo nella Fondazione Teletón México, nel municipio di Tlalnepantla, Stato del Messico. L’esplosivo a base di gas butano e tubi galvanizzati, esplose nell’ingresso principale distruggendo il vetro che proteggeva molte sedie a rotelle per i bambini disabili, che bruciarono. Nel comunicato il gruppo ha spiegato quanto segue:

“La” Fondazione Telethon “è anche un’organizzazione che, insieme alle due università più prestigiose del Messico (UNAM e ITESM), è responsabile per l’aumento dell’innovazione tecnologica e scientifica a fini terapeutici, cioè, sono insieme, completamente legati all’idea di progresso civilizzato, per far sì che questo sistema prosegua con il suo corso. Certo, molti si chiederanno: e cosa c’è di sbagliato in questo tipo di beneficenza per le persone indifese? Forse gli interroganti non si sono resi conto che il sistema si veste sempre da “suora ben intenzionata” per continuare a perpetuarsi. La tecnologia complessa avrà sempre lo stesso fine in qualsiasi sua forma, sia essa terapeutica o armata, educativa o di distruzione massiccia, medicinale o velenosa. E questo obiettivo è continuare a esistere al di sopra della natura selvaggia, ecco perché il nostro attacco. ” Senza ulteriori spiegazioni” : Noi non siamo cristiani, né siamo caratterizzati dalla nobiltà, siamo selvaggi, non cerchiamo o difendiamo la carità di nessuno con nessuno! “

Desunto da questo attacco, alcuni Zerzaniani ci hanno definito crudeli, disumani, al punto di fare il confronto con il gruppo terrorista “Stato Islamico”, qualcosa che invece di causarci fastidio ci ha fatto ridere molto. È che molti dei cosiddetti “primitivisti” al di là del “gringo”, anche se non tutti, sono molto corretti, molto romantici su questa immagine del “nobile selvaggio” che ha radici profonde, e si scandalizzano quando i critici del sistema tecnologico “messicano”, espongono e fanno questo genere di cose. Le persone con disabilità non si preoccupano, poiché le persone senza disabilità fanno parte di questo complesso sistema e attaccano le loro istituzioni indipendentemente dal fatto che abbiano bisogno di arti, che siano malate o meno, è quello che abbiamo fatto e continueremo a fare, succeda quello che succeda..

La diversità sessuale è molto di moda, i difensori dei diritti omosessuali e di altre persone hanno vinto la loro lotta che hanno portato avanti per anni, ora possono legalmente sposarsi, avere un lavoro formale o di alto livello, medicarsi se sono infetti, dopo un po ‘di feste, possono adottare bambini, ecc. La loro lotta li ha portati ad integrarsi nella società (con tutti i pregiudizi), e ad essere uno strumento in più che rende questo sistema continuante nel funzionare: è lo stesso problema con diversi settori della società che sono vulnerabili, le femministe hanno chiesto l’uguaglianza di genere, ora possono essere sfruttate proprio come fanno i loro datori di lavoro con i loro mariti, padri e figli.

I neri possono ora occupare posizioni elevate anche nel governo, guarda il succhia sangue di Obama! Non sono così esclusi come lo erano 50 anni fa, ora fanno parte di questo sporco sistema. È la stessa cosa che succede con i disabili, se mettiamo un uomo comune, un uomo di colore, una donna, un disabile, un gay e un difensore dei diritti degli animali in una stanza, vedrai che ognuno è diverso per quanto riguarda il carattere, i pensieri, le regole morali, le attitudini, ecc., ma qualcosa li unisce, ognuno di loro ha un ruolo da svolgere nella società, e quel ruolo è che la stabilità del sistema rimanga in piedi.

Per noi c’è differenza, e allo stesso tempo no, perché vediamo una regola generale, e cioè, l’UOMO (come tale), contribuisce espressamente alla distruzione della natura selvaggia, la sua civilizzazione devasta tutto sul suo cammino, la tecnologia trasforma tutto sempre più in meccanico e la scienza soggioga il naturale e lo rende artificiale. Non ci concentriamo sui problemi delle persone o sui problemi di un settore specifico.

Penso che le persone che vedono, curano e “combattono” per le cause minori, come ottenere “diritti”, nuove leggi, riforme, sostegno a gruppi vulnerabili, ecc., si stiano specializzando in questi problemi, e non noi, che ci siamo concentrati sul sistema tecnologico e sulla civilizzazione perché sono le radici di tutti i mali che ci affliggono come specie, il resto è solo un effetto del problema reale.

XT: La verità è che siamo totalmente in disaccordo con questi ultimi propositi, cioè il metodo con cui abbordate sulle opinioni dei gruppi vulnerabili. Ma tocchiamo un tema di congiuntura; attualmente esiste una guerra a bassa intensità in Messico in relazione al narcotraffico , infatti la fuga di Chapo Guzmán dimostra una complicità di alcuni elementi delle autorità con questo mondo. Qual è la tua opinione sul narcotraffico?

RS: Sai? Il Messico è una merda vile, è un paese conflittuale, corrotto, prostituito al miglior offerente, arrendevole, in rovina, e anche se alcune persone dicono che ha delle “cose buone”, la verità è che vediamo più “cose cattive” che “cose buone”. In effetti, non si può essere sicuri che la persona che hanno imprigionato in quel carcere di massima sicurezza fosse davvero il famoso Chapo Guzmán, o qualcuno, che gli assomiglia in maniera molto convincente, innanzitutto. Le bugie coperte da più bugie sono il pane di tutti i giorni, personalmente non mi fido di nulla di quello che i media balbettano, ognuno di essi sputa pura spazzatura. Che ci sia una guerra di bassa intensità, questo sì, c’è, ma non si può parlare solo della questione del traffico di droga, ci sono altri sopranomi per questo, come quelli politici, gli interessi privati, ecc.

Il traffico di droga esiste, perché le persone consumano molte droghe, perché la vita nelle città ha completamente corrotto la nostra specie, la felicità è ricercata in certe sostanze che causano solo danni alla salute, è un affare molto redditizio, più ci sono soggetti dipendenti, più la domanda sale. Che credi?

Dirai che sono la cosa più vicina a un disco rotto ma, il problema alla radice non è né la gente che consuma, né i spacciatori che vendono, né gli assassini che uccidono per “difendere” la piazza, né i chimici che la fanno, né i governi che permettono il trasporto, né i narcotrafficanti che diventano ricchi a spese di tutto ciò, il problema è la civilizzazione, non quella occidentale, smettiamo di separare tutto, dato che è la civilizzazione in sé. E mentre la Grande Gabbia continua ad esistere, persisteranno tutti questi problemi, sia il traffico di droga, la corruzione, la prostituzione, il traffico di organi e bianche, la pedofilia, lo stupro e tutte le cose aberranti che sappiamo nell’essere immersi in questa realtà artificiale.

Sì, è triste che intere famiglie debbano lasciare le loro case a causa della violenza, si è scandaloso che alcuni dei tuoi familiari finiscano per essere uccisi nel fuoco incrociato di sicari e soldati della marina, si è inquietante la situazione in cui viviamo in Messico, alcune volte è peggio altre più impudente, ma il traffico di droga e tutte le sue conseguenze sono derivazioni di un’unica radice, la civilizzazione.

XT: Questo è un punto interessante. Infine, il Messico sta vivendo una situazione convulsa, con un’importante mobilitazione sociale, come vedi il futuro di questa regione, si sta avvicinando una grande esplosione sociale?

RS: Ultimamente abbiamo sentito dire che ci sarà una grande esplosione sociale, c’era già stato questo, in zone come Oaxaca nel 2006. L’anno prima a Michoacán, sembrava fosse uno dei luoghi in cui c’erano tutte le condizioni che gli scienziati politici si erano aspettati per questa esplosione, e sebbene era diverso da Oaxaca, il fuoco dello scontro alla fine si è gradualmente estinto dopo che i gruppi di autodifesa si sono messi d’accordo con il governo.

Hanno detto che il 2010 era il momento giusto, poi nel 2012, dopo la scomparsa degli studenti di Ayotzinapa, c’era un’atmosfera di tensione a Guerrero e nella parte centrale e meridionale del paese, ma cosa è successo, fino ad ora? Lo stesso di sempre, “ingiustizie” e massacri come quarant’anni fa, la repressione delle manifestazioni e la risposta degli indignati: è come un circolo vizioso, dove quello che vince sempre è lo stato, esplosione sociale su larga scala? Pff!

Abbordando il tema in questione, due gruppuscoli di RS hanno visto l’opportunità di scatenare un’ondata di violenza, per poter passare alla distruzione immediata nel cuore della grande Città del Messico. Il 20 novembre dello scorso anno, a causa della data della “rivoluzione” messicana, è stata organizzata una grande manifestazione che chiedeva giustizia per i 43 studenti scomparsi a Guerrero, l’umore era infuocato e lo scontro era sicuro, alla marcia hanno partecipato i gruppuscoli “Sangue e Fuoco” e “Danza di Guerra” di RS, con tutte le intenzioni di provocare uno scontro tra manifestanti e polizia.

Questi gruppuscoli, affermano di aver identificato diversi agenti provocatori della polizia, infiltrati nel blocco nero anarchico, ma all’interno degli infiltrati, i membri di RS si sono infiltrati e gli scontri sono iniziati. Era il momento giusto, dato che se gli scontri fossero continuati, la gente avrebbe preso parte l’assalto al Palazzo Nazionale, dove la polizia militare avrebbe caricato le persone, è questo sarebbe stato il momento preciso per sparare e iniziare a inasprire un conflitto, da cui noi avremo approfittato per portare la guerra , in questo modo, alla civilizzazione. Abbiamo chiarito come sempre che non tutto il merito è di RS, ma anche quello di molti incappucciati e comuni dei vari gruppi, che erano in loco, questa è la verità. Anche se purtroppo ciò non si è concretizzato, i gruppuscoli hanno visto in quel momento, che la rivolta ha assunto connotazioni molto inquietanti per il governo.

Nel loro comunicato, i gruppuscoli hanno dichiarato:

“Provocare violente tensioni così che i celerini, caricassero la cittadinanza e che, a sua volta, decidesse di difendersi nel momento in cui il conflitto diventava più grande. Questo è uno dei nostri obiettivi, in un percorso di destabilizzazione.” “Perché quando la crisi peggiora, è meglio spingerla al peggio … ”

“Come avevamo scritto in precedenza, RS non è un gruppo che” capisce “o” rispetta “le masse, non partecipiamo alle dimostrazioni per” solidarizzare “o per rivendicare” pace “e” giustizia “, i gruppuscoli di RS vogliono impulsare e vedere questo sistema e questa civilizzazione bruciare e cadere per le problematiche dei suoi elementi “.

In RS non crediamo alle future esplosioni sociali, se riusciamo a infiltrarci e portarci all’estremo dello scontro a morte con coloro che sentono di possedere il mondo, agiamo, per questo, nel presente.

XT: Da quello che vediamo, questo sarà l’ultimo comunicato di RS dopo la sua auto-dissoluzione, come affermato nel comunicato pubblicato ad agosto; l’ultimo canto del cigno o le ultime parole del cadavere insepolto. Anche se non condividiamo i loro metodi di lotta e misconosciamo le loro azioni, ringraziamo i compas della pubblicazione Regresión e il progetto (anche) finalizzato del portale Tlatol, per aver facilitato la conversazione in forma elettronica.

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