LA VOLONTÀ COME VOLONTÀ DI POTENZA

Per N. la volontà non è altro che volontà di potenza, e la potenza non è altro che
l’essenza della volontà. La volontà di potenza è allora volontà di volontà, cioè volere è volere se stesso.

Se vogliamo tentare di chiarire concetti che pretendono di cogliere l’essere dell’ente, non ci possiamo richiamare ad un ente determinato o ad un modo d’essere particolare. Così, ad esempio, non si può dire che la volontà è una facoltà psichica, perché se è la volontà a determinare l’essenza di ogni cosa, non è quest’ultima che avrà il carattere della psiche, ma sarà la psiche ad avere il carattere della volontà.

Se la volontà di potenza connota l’essere stesso, non ci sarà più nulla che possa
determinare ulteriormente la volontà. La volontà è volontà; ma questa definizione,
formalmente corretta, non dice più nulla, e può indurre in errore in quanto si crede
che alla semplice parola corrisponda una cosa altrettanto semplice.

Nietzsche nondimeno la denomina a volte come “affetto”, come “passione”, come
“sentimento”, o come “comando”. Anche se questo modo di procedere può suscitare perplessità, in quanto non si tratta di determinazioni chiarite a sufficienza, va considerato che, data la polisemia del concetto di volontà, non restava a N., per definirne l’essenza, che utilizzare termini noti.

La determinazione del volere che si impone per prima, è quella di un tendere a..,
mirare a qualcosa, essere diretti a qualcosa. (Anche se nell’essere diretti a
qualcosa, come per es. nella rappresentazione, non è insito ancora un volere).
Si dice anche volere nel senso di desiderare; ma il volere non è un desiderare,
poiché implica la risolutezza del comando. Nel volere inoltre è implicito il riferimento ad un oggetto: l’errore di Schopenhauer, al proposito, è quello di ritenere che esista.

LA VERTIGINE DELL’AMOR FATI

Questo saggio cercherà di esaminare e articolare alcuni degli aspetti fondamentali del pensiero di Nietzsche da cui, crediamo, l’obiettivo finale, è ciò che li anima e come e in cui vengono posti.

Questa vocazione o ispirazione ultima è dietro ognuna delle componenti essenziali della filosofia nietzscheana, che ciò da, un significato e consente in qualche modo, la chiarificazione del significato e della necessità, poiché non risolve alcune delle contraddizioni che attraversano dato pensiero (contraddizioni lungi dall’essere solo apparenti, un ostacolo per relativizzare o da superare al più presto, una mediazione necessaria sulla via della sintesi, fanno parte della linfa che nutre il più genuino, corroborante e acuto pensiero nietzscheano).

Bene, questo respiro diffuso e primordiale, questa vocazione ultima è una volontà illimitata di amare la vita, un desiderio tragico e permanente di rendere possibile da parte dell’uomo la sua fedeltà alla terra e la sovrana affermazione della vita.
“Prima dell’alba” simboleggia, all’interno dello Zarathustra, il canto di quella desiderata affermazione, l’invocazione di quella benedizione eterna e illimitata cui Nietzsche chiamerà, come è noto, “Amor Fati”.

Questo canto che afferma, è un canto che ha come correlazione, in questo testo, il cielo puro e libero, e in altri testi il mare come simbolo o metafora della vita
In entrambi i casi, viene evocato uno spazio di libertà e purezza all’interno del quale l’accesso all’esistenza cessa di essere letto come un dovere o fatalità per irrompere come un’avventura, come un esperimento o un viaggio senza un percorso o una meta predeterminati.

Il termine “Amor Fati” incarna per Nietzsche la formula suprema di affermazione alla quale la volontà può accedere, testimonia un atteggiamento dionisiaco verso l’esistenza e rappresenta lo stato più alto a cui il filosofo in particolare, e qualsiasi uomo in generale, può aspirare.

Qual è il significato e lo scopo di questa benedizione sconfinata, di questo si eterno a tutte le cose che costituiscono il criterio di misura ultimo della grandezza e del valore della vita umana?

Benedizione significa in questo modo, innanzitutto battezzare tutte le cose nella sorgente dell’eternità, cioè proclamarle necessarie ed eterne.

La benedizione dionisiaca non esclude né seleziona né sostiene semplicemente l’irrimediabile con lo stoicismo. È un atto d’amore per il necessario che emana da una visione del tempo come Eterno Ritorno e solo da esso diventa possibile.

Questa visione eternizza il tutto sanzionandolo come necessario, immortalandolo nel ciclo del divenire. Affermazione illimitata che racchiude la totalità di ciò che esiste: nessun evento, nessuna cosa, aspetto o essere può essere isolato, eluso, sminuito o condannato. La benedizione dionisiaca “vuole il ciclo eterno – le stesse cose, la stessa logica e non la logica dei nodi”, nella certezza che “nulla deve essere rimosso da ciò che esiste, nulla è superfluo”.

E non perché ogni evento è un “frammento di fatum” che sostiene la totalità dell’esistente, cosicché è stata necessaria un’eternità per resuscitarlo, ma in esso trova la matrice, anche della propria possibilità. Se questo è il caso (vogliamo che diventi-così), diremmo con Nietzsche:

(“Trasforma la credenza:” è così e non in un altro modo “nella volontà “, questo deve accadere in questo modo e non in un altro modo “), quindi non è solamente, il non esserci il minimo diritto di volere qualcosa in un altro modo, di volere qualcosa che è diverso, né che la condanna della cosa più piccola, equivale sempre a negare la totalità (“Solo una minoranza realizza ciò che il punto di vista del desiderabile implica; tutto questo dovrebbe essere così ma non lo è “) o anche “questo avrebbe dovuto essere così”: una condanna di tutto il corso delle cose, perché non c’è nulla di isolato in esso: il più piccolo dettaglio sopporta la totalità.

Non è solo questo: è proprio in virtù della radicale trascendenza del momento in cui ogni momento del divenire, ogni momento del passato e del futuro è già lì da sempre (in ogni momento del passato, in ogni momento del futuro), tutto scorre, adesso, ed è ogni inizio è consumazione del ciclo cosmico.

O lo amiamo in blocco o lo condanniamo in blocco, dal momento che “tutte le cose sono incatenate, chiuse, innamorate”.

Negare un singolo momento, disprezzarlo, maledire la sua esistenza, implicherebbe la condanna dell’intero corso delle cose. E viceversa: lo scopo di ciò che accade diventa illimitato …

Attento, sembra dire Nietzsche, con quello che vogliamo, con quello che facciamo, con ciò che omettiamo o lasciamo – poi torneremo su di esso – perché l’eterno ritorno comporta un tale grado di responsabilità …: la massima libertà è sempre allo stesso tempo, come vedremo un impegno non trasferibile e estremo dove la posta in gioco va ben oltre il nostro modesto destino individuale.

Ma la benedizione dionisiaca, l ‘”Amor Fati” tanto desiderato da Nietzsche, non solo afferma la necessità e l’eternità di tutte le cose; allo stesso tempo e in stretta relazione con quanto sopra, esso rivendica e ripristina la sua purezza: “Ma questa è la mia benedizione”, scrive Nietzsche, “tutte le cose sono battezzate nella fonte dell’eternità e al di là del bene e del male”.

Questa pretesa di innocenza per il mondo, che è il battesimo delle cose “al di là del bene e del male”, in breve, “restituisce l’innocenza al futuro”, risorge da una decisione che affonda in quella stessa volontà di amore e di fedeltà alla terra che costituisce il desiderio più intimo.

“Restituire la purezza al divenire” significa innanzitutto liberarlo dalla categoria della finalità. Si tratta di liberarsi della credenza nel diventare un processo che trova il suo significato e la giustificazione nel raggiungimento di un obiettivo o fine totalizzante. Nessuna forma di unità mette insieme e riconcilia la molteplicità di ciò che esiste, non c’è una totalità di significato che trascende ogni momento del divenire in relazione al quale può essere giustificato e pesato, “non c’è risposta al ” perché “.

Che l’autorità teologica o sovrumana che genera imperativi, capace di ordinare compiti e di collegare e armonizzare le diverse vicissitudini della storia è stata, secondo Nietzsche, storicamente secolarizzata nell’autorità della coscienza o della ragione, in “l’istinto sociale”, nella storia o nella felicità della maggioranza. Tuttavia, sia nella forma dogmatico-teologica, sia nella forma secolare, la volontà di salvezza dell’uomo, il suo bisogno di senso, è stato così temporaneamente colmato.

È noto che Nietzsche ha definito questo momento storico in cui, avendo perso la fede nel dio cristiano, rimane intatta la necessità di ricevere un senso di “nichilismo incompleto”. Questo è quindi solo il tentativo di sfuggire al nichilismo attraverso la sostituzione dell’ideale dogmatico-teologico con un altrettanta utile natura secolare, capace di continuare a rispondere ancora una volta alla domanda capitale di “wozu”, “perché in assoluto l’uomo? ”

Ancora una volta, un modo per evitare la propria responsabilità, sottolinea Nietzsche … e con ciò che esso, in verità, scopre un aspetto nuovo e cruciale che solleva, a mio avviso, un problema essenziale nel modo di pensare, il problema di chi è / può essere responsabile e che tipo di responsabilità è.

“Restituire l’innocenza al divenire” implica anche, in secondo luogo, una stretta relazione con il primo punto, nello sradicare dal divenire la possibilità di ogni debito e ogni colpa, in modo che affermando la necessità e l’eternità di ogni cosa, concependo ogni momento come la matrice del tutto, sia l’unico anello estatico che sostiene e proietta la totalità dell’esistente; la porta che è infine chiusa a tutte le possibili “fughe”, ma anche, allo stesso tempo, a tutti i sensi di colpa.
E il modo migliore per liberare in ogni istante e ogni cosa dalla sua indigenza congenita, dal suo “debitore”, dalla sua dipendenza e subordinazione rispetto a qualsiasi “totalità di senso” che dà ordine, valore e scopo. È che si risolvono nell’istante estatico del tempo pensato come ritorno passato e futuro, che integra e libera nell’ora la totalità del divenire, ogni momento del divenire?

L”Amor Fati ” nietzschiano non assomiglia all’ottimismo leibniziano che giustifica l’intero corso delle cose basato sulla credenza metafisica dell’armonia e della bontà universale. La benedizione dionisiaca non è affatto un “onni-accontentare che sa in che modo appagare tutti”; non è una passiva riconciliazione con il passato, la rassegnazione sterile, il fatalismo.

Tuttavia, poiché la formula che esprime l’Amor Fati è “non voler che nulla sia diverso, né nel passato, né nel futuro, né per tutta l’eternità, non solo per sostenere ciò che è necessario, e ancor meno per nasconderlo – ma per amarlo “, deve necessariamente anche integrare il passato ascetico dell’uomo con il suo bagaglio di valori nichilisti in quella” sorgente dell’eternità “, in quella totalità indissociabile che Nietzsche cerca incondizionatamente essere in grado di trasformare in un oggetto d’amore.

Il “fiume del divenire” deve portare la barca della volontà della verità, scrive Nietzsche, una volontà che attraversa la storia ascetica dell’uomo. Dal momento in cui è stato configurato e messo in funzione, è integrato nell’Anello del Ritorno, sospeso ed eterno nel movimento del divenire.

Ora, questo “avere-da-portare” il fiume nel divenire, la “barca” dell’ideale ascetico, questa “formazione-parte” che è la volontà di nulla o volontà di verità della necessità inevitabile dell’anello, non implica in alcun modo che tutto questo è fissato, immobilizzato ed esaurito nell’aspetto ascetico, che è condannato a portare eternamente con se, una fisionomia o determinazione negativa. In tal caso, Nietzsche non ha potuto convertire la volontà negativa, dominante in tutta la storia dell’uomo, in un oggetto d’amore. Ma ha dovuto farlo poiché “non c’è rifugio contro il pensiero della necessità”.

IL ROVESCIAMENTO DEL PLATONISMO IN NIETZSCHE

Anche per N., bellezza e verità, per entrare in discrepanza, devono prima coappartenersi nel riferimento all’essere. Ma per N. l’essere è volontà di potenza;
quindi, dall’essenza della volontà di potenza deve risultare una originaria
coappartenenza di bellezza e verità che diventa una discrepanza.

Ora, N. non si limita a capovolgere il platonismo, nel senso di mantenere la
struttura di quest’ultimo invertendone gli spazi – il mondo sensibile al posto del
soprasensibile-, ma effettua uno svincolamento (Herausdrehung), che comporta una profonda trasformazione filosofica.

Termini quali “mondo vero” e “mondo apparente”, propri del platonismo, vengono
aboliti.

Si prenda il brano intitolato “Come il ‘mondo vero’ finì per diventare favola. Storia di un errore”, che si trova nel Crepuscolo degli idoli. In esso N. articola in sei capitoletti una storia del pensiero occidentale che arriva alle soglie della sua filosofia. Tale storia è scandita dal progressivo venire meno dell’idea centrale del platonismo, quella del mondo soprasensibile.

Nella prima fase, che corrisponde alla dottrina di Platone (N. distingue tra Platone e platonismo), fra mondo sensibile e mondo vero c’è una sostanziale continuità: il mondo vero è raggiungibile dal virtuoso, che è in grado di distogliersi dal mondo sensibile; l’ idea è esperita come visione, che conferisce a ogni ente il potere di essere se stesso. Ma già nella seconda fase – che si configura come un platonismo distinto dal pensiero di Platone – viene operata una rottura con il sensibile, e il mondo vero, non più presente nell’ambito dell’esistenza umana, diviene irraggiungibile per il tempo di quest’ultima.

Il terzo periodo designa quella forma di platonismo raggiunta dalla filosofia di Kant.
Il soprasensibile, assolutamente irraggiungibile per la conoscenza, è ora un
postulato della ragione pratica. Nel quarto, conseguente agli sviluppi del kantismo,
vi è un superamento del platonismo, che avviene però senza esiti creativi. Nel
quinto, il mondo vero viene abolito. Nondimeno rimane ancora il mondo sensibile e
il posto vuoto del mondo superiore. In tale fase, N. designa già il tratto del proprio
cammino filosofico che corrisponde alle opere aforistiche, da Umano, troppo umano alla Gaia scienza. Occorre un nuovo passaggio, che si compie nel sesto periodo, in cui anche il mondo apparente viene tolto. Questo è il compito che N. si propone nell’ultima fase della sua filosofia, quella dello Zarathustra.

Abolire il mondo apparente non significa abolire il sensibile, poiché il mondo
apparente è il mondo sensibile nello schema del platonismo. La sua abolizione, al
contrario, significa valorizzare il sensibile ed eliminare l’eccedenza del
soprasensibile. Compiendo questo passo, N. dunque trasforma lo schema gerarchico del platonismo, non si limita a capovolgerlo.

In tutti e sei i capitoli, la storia del platonismo è messa in relazione con un tipo
d’uomo che si rapporta al mondo vero. Di conseguenza, il rovesciamento del
platonismo diventa una metamorfosi dell’uomo: alla fine del platonismo c’è il
superuomo, l’uomo che va oltre (ueber) l’uomo che c’è stato finora.

LA PACE COME MEZZO PER ALTRE GUERRE

Il primo elemento che emerge confrontando il testo italiano con quello tedesco è un cambiamento nel titolo. In tedesco sta scritto: “Vom Krieg und Kriegsvolke”. “Kriegsvolke” vuol dire letteralmente “popoli di guerra”.

Secondo Jung questo capitolo segue al precedente in quanto sono legati dal tema della distruzione. La guerra porta distruzione e i predicatori di morte predicano la distruzione.

All’inizio del testo Zarathustra si rivolge ai “Brüder im Kriege”, ossia ai fratelli in guerra (Kameraden). Zarathustra afferma di essere stato come loro, uno di loro, pur essendo ora un nemico. Zarathustra li conosce, conosce il loro odio e la loro invidia. Egli dichiara che questi uomini, se non sono capaci di diventare santi della conoscenza, dovrebbero diventarne guerrieri. Il santo della conoscenza è l’ideale per Nietzsche. Strauss ricorda che in Al di là del bene e del male il superuomo è definito come il filosofo del futuro. Dunque i guerrieri stanno a metà tra i predicatori di morte e i santi nella conoscenza. Ma di che conoscenza si tratta? Jung sostiene che si tratta della conoscenza stessa del superuomo, ossia del messaggio di Zarathustra.

Con il riferimento all’invidia, nota Lampert, sembra esserci un rimando al tema del capitolo Dell’albero sul monte, dove il giovane manifestava la sua invidia provata per il maestro Zarathustra. In quel capitolo prima si parla dell’invidia del ragazzo per Zarathustra, poi si allude all’invidia degli altri per il ragazzo. L’invidia è distruttiva ed è ciò che impedisce al guerriero di essere santo nella conoscenza, ma, secondo Lampert, Zarathustra invita i guerrieri ad usare il loro odio e la loro invidia per essere guerrieri della conoscenza. Meglio essere invidiati, che essere amati. Questo è il messaggio di Zarathustra secondo Lampert in questo capoverso. Essere invidiati perché si è superiori e perché si è nobili. Il giovane appoggiato all’albero, tuttavia, cercava la libertà. I guerrieri, invece, seguono ancora la regola dell’obbedienza ferrea, come si vedrà nel testo.

Da questo capoverso incomincia il confronto tra la figura del guerriero e quella del soldato. Qui appare la famosa frase:

«Io vedo molti soldati: vedessi molti guerrieri! “Uniforme” si chiama ciò che essi indossano: possa non essere uni-forme ciò che essi in tal modo nascondono!»

(Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra)

“Ein-form”, uniforme. La parola suggerisce sia la piattezza, l’omologazione, ma anche “was nur eine Form hat”, ossia ciò che ha una sola forma. I soldati sono disciplinati per essere tutti uguali, per camminare allo stesso modo, marciare con passo cadenzato, mirare all’unisono, puntare e fare fuoco. Il soldato è solo una rotella della macchina statale che chiamiamo “esercito”. Dentro di sé il soldato è vuoto, è uniforme. Non è lo stesso per il guerriero. Il guerriero è indipendente e pienamente se stesso. Non esistono due guerrieri uguali. I guerrieri, suggerisce Zarathustra, devono cercare il loro nemico, non hanno un nemico comune. Secondo Jung molte delle affermazioni in questo capitolo, affermazioni come “trova il tuo nemico”, vanno lette in senso individuale. Qui il singolo deve trovare il suo nemico interno. Il nemico interno di ognuno è ciò che ci impedisce di progredire nella vita ed essere ciò che vorremmo essere.

«Dovete amare la pace come mezzo per nuove guerre. E la pace breve più della lunga. A voi io non consiglio il lavoro, bensì la battaglia. A voi non consiglio la pace, bensì la vittoria. Sia il vostro lavoro una battaglia, sia la vostra pace una vittoria! Solo chi ha la freccia e l’arco è capace di assiderarsi silenzioso: tutti gli altri sono chiacchieroni litigiosi. Sia la vostra pace una vittoria. Voi dite che la buona causa santifica persino la guerra? Io vi dico: è la buona guerra che santifica ogni causa.»

(Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra)

In questo passaggio vanno notati alcuni particolari. La pace viene intesa solo come mezzo per altre guerre. In filosofia si distingue la “pace perpetua”, come la definisce Kant, in quanto pace permanente, dal semplice trattato di pace fatto per spartirsi i territori al termine della guerra. Il guerriero vive della guerra e fa della guerra un fine nella vita. Il guerriero fa della guerra il suo mestiere e non lavora. Questa immagine del guerriero che fa il guerriero come mestiere rimanda chiaramente ai greci, in particolare agli spartiati. Un guerriero spartano aveva abbastanza terre e iloti che le coltivavano, per poter mantenere se stesso e fare il guerriero a tempo pieno. Si noti anche il riferimento alle frecce e all’arco. Zarathustra, non in questo capitolo, ad un certo punto nel testo dirà che i valori dei persiani sono due: “dire la verità e praticare il tiro con l’arco”. È nota la figura di Serse come imperatore persiano dall’esercito sconfinato, composto anche di molti arcieri, le cui frecce avrebbero coperto il sole.

Meglio la guerra e il coraggio, che l’amore del prossimo, sostiene Zarathustra.

Bene è l’essere valorosi, non la compassione o la capacità di commuoversi. Anche se vengono definiti senza cuore, perché freddi, secondo Zarathustra i guerrieri hanno un cuore autentico. Ma il guerriero nasconde malvagità e odio. Mentre è nobile per lo schiavo ribellarsi, per il guerriero lo è obbedire. Questo significa che il guerriero non si è liberato dal “tu devi”, continua a seguire quella regola, senza ancora aver ucciso il drago (vedi le tre metamorfosi). Anche a questi uomini Zarathustra comanda la stessa cosa: l’uomo deve essere superato. Nessun guerriero vero vuole vivere a lungo, tutti cercano la gloria nella morte in guerra. Il guerriero non vuole essere risparmiato e così non lo è da Zarathustra.

Lampert nota qui ancora un parallelo tra questo capitolo e quello sull’albero sul monte. In quel capitolo si legge:

«Un tempo pensarono di diventare eroi: oggi sono dei dissoluti. Davanti all’eroe provano rimorso e orrore. Ma, in nome del mio amore e della mia speranza, ti scongiuro: non buttar via l’eroe che è nulla tua anima! Mantieni sacra la tua speranza più elevata!»

(Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra)

Adesso leggiamo:

«Il vostro amore per la vita sia amore per la vostra speranza più alta: e la vostra speranza più alta sia il pensiero più alto della vita!»

(Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra)

Nel primo passaggio si parla di “speranza più elevata”, nel secondo di “speranza più alta”. In tutto lo scritto dello Zarathustra troviamo molti movimenti opposti: l’andare verso il basso, il tramontare; l’andare verso l’alto, l’elevazione. Questi movimenti opposti in realtà avvengono allo stesso tempo: tramontare, superare l’uomo, vuol dire innalzarsi al superuomo. Amare la vita vuol dire mantenere la speranza più alta. Chi non ha speranza o chi ne ha poca, non ama la vita ed è preso in un processo di rassegnazione. È vero che non c’è un senso nell’esistenza, ma in questo libro si legge che questo accade semplicemente perché siamo noi a dover creare il senso. Noi dobbiamo mantenere la speranza più alta per amare la vita. Nel capitolo dell’albero sul monte la speranza più alta è collegata alla figura dell’eroe. Strano che questa figura non ritorni in questo capitolo. Il guerriero per gli antichi è un eroe, è il vecchio Achille che combatte nella guerra di Troia. Non è da escludere che Nietzsche avesse in mente anche questo. La classe guerriera nei popoli più antichi costituiva la classe nobile e aristocratica, soprattutto per quanto riguarda la classe dei cavalieri. Oggi la cultura del guerriero è completamente scomparsa. È probabile che questo processo si sia avviato con l’età moderna. L’età moderna che vede la comparsa del soldato, in quanto membro di un esercito statale o in quanto mercenario.

Anche Jung si sofferma sul passaggio della speranza e ne vede la spiegazione di una nuova morale. Prima si diceva che il bene è ciò che piace agli dei, ma è stato detto anche che il bene è ciò che Dio comanda. Ora il bene è ciò che è utile alla vita. Molta della morale ha solamente impoverito la vita, proprio quando pensava di comandare il bene.

IL MITO DELLA CAVERNA

Nel settimo libro di La Repubblica Socrate spiega a Glaucone, fratello minore di Platone, il mito della caverna, nel tentativo di chiarire che cosa sia la cultura (paidéian) e la sua mancanza (apaideusían).

Dobbiamo immaginarci, dice Socrate, una caverna dotata di un’apertura da cui entra la luce. In essa vivono fin dall’infanzia degli uomini, incatenati alle gambe e al collo, costretti a rimanere lì guardando soltanto in avanti, verso la parete, perché le catene non permettono loro di girare la testa. Dietro di essi c’è un muretto dietro al quale camminano delle persone che portano vasi e statue di ogni tipo e, alle spalle di questi, brilla un fuoco.

I prigionieri che vivono in quella caverna non vedono altra cosa che le ombre degli uomini dietro il muro, proiettate dalla fiamma sulla parete della caverna. Poiché non hanno mai visto altra cosa al di fuori di quelle, pensano che le ombre che vedono siano reali e che la loro voce sia l’eco che sentono su quella parete.

Immaginiamo ora, dice Socrate, cosa accadrebbe se quegli uomini fosse liberati dalle catene e dall’ignoranza. Chi venisse così liberato proverebbe dolore a muovere le proprie membra e a guardare direttamente la luce, da cui risulterebbe abbagliato. Non servirebbe a nulla dirgli che ciò che vedeva prima altro non era che apparenza mentre ora il suo sguardo è più vicino all’essere e rivolto ad oggetti reali. Non ci crederebbe affatto e gli sembrerebbe evidente che ciò che vede è molto più sfocato ed irreale di quanto vedeva prima, e perciò meno vero. Costretto a guardare verso la luce, a causa del dolore agli occhi l’antico prigioniero cercherebbe di fuggire verso ciò che vede meglio e che ritiene più vero. Anche se fosse trascinato verso la luce non riuscirebbe a scorgere neppure uno degli oggetti illuminati dal sole. Dovrebbe abituarsi lentamente e all’inizio scorgerebbe con facilità le ombre, poi le figure riflesse nell’acqua e solo alla fine vedrebbe tutto così come è in realtà. Dopo un bel po’sarebbe pronto a dare un’occhiata veloce al sole e ne capirebbe la funzione, ossia che esso è la causa di tutto ciò che i prigionieri vedevano. Sentirebbe poi pietà per i suoi compagni ma, anche se decidesse di svelare loro l’illusione in cui vivono, di liberarli e portarli al cospetto del sole, verrebbe deriso e probabilmente ucciso da chi non gli crede o non vuole credergli.

Si conclude così il racconto del mito, a cui segue la spiegazione.

Il mondo visibile è rappresentato dalla dimora in prigione, mentre il fuoco costituisce il sole. La salita dell’uomo in superficie corrisponde all’ascesa dell’anima verso il mondo intelligibile. Aggiunge Socrate: «Ti sembra dunque strano che chi passa dagli spettacoli divini alle umane miserie si comporti goffamente e appaia ridicolo, appunto perché ancora ottenebrato e costretto, prima di essersi ben abituato a questa oscurità, a difendersi nei tribunali e altrove dalle ombre della giustizia e dalle immagini che proiettano quelle ombre, o a rifiutare l’interpretazione di tali immagini da parte di chi non ha mai contemplato l’essenza della giustizia?».

Chi abbia scoperto la verità, che cosa sia effettivamente giusto, deve dunque fare i conti non soltanto con sé stesso, e con il dolore che provoca l’aver compreso di aver vissuto fino allora nell’errore ma deve anche confrontarsi con l’incomprensione esterna. Nessuno è disposto a credergli perché è da troppo tempo assuefatto a immagini e idee che reputa reali: la maggioranza degli esseri umani non mette neppure in discussione ciò in cui crede e considera folle chi si discosta dal sentire comune. Con la folla il sapiente cerca inizialmente di dialogare, di trasmettere ciò che sa, convinto dell’importanza e del valore della sua scoperta, ma riceve in cambio solo derisione, se non odio e disprezzo. Sembra chiedersi allora Socrate, come farà un paio di millenni dopo Nietzsche, «come trasmettere agli uomini la verità?». Platone usò il mito, Nietzsche l’aforisma, nella consapevolezza che qualsiasi verità svelata nella sua luce diretta è troppo accecante, e sta al singolo decidere se voler conoscerla. Per Platone, chi abbia raggiunto la verità non deve rimanersene isolato lassù, rifiutandosi di scendere di nuovo fra i prigionieri e di partecipare alle loro fatiche e ai loro premi. Ci sono nature, le migliori, che possono venire educate affinché comprendano e vogliano fare un giorno quell’ascesa.

Chi è assennato comprenderebbe però, aggiunge Socrate, che un essere turbato e incapace di vedere bene ha di certo subito un passaggio o dalla luce all’ombra, o dall’ombra alla luce, perché queste sono le cause dei disturbi agli occhi, e si chiederebbe da dove provenga. Con queste parole Platone ci suggerisce che ogni intimo turbamento va interpretato, e che v’è una ragione per la sensazione di smarrimento in cui sembrano trovarsi tante anime.

Se è vero dunque che scorgere la verità direttamente è doloroso e rischioso, è però possibile guardarla indirettamente, non tanto osservando le ombre ma scrutando con occhio più attento i propri simili e avvicinandosi a coloro che mostrano di averla già veduta. A tale scopo è necessario acuire la propria sensibilità e prestare attenzione nei confronti dell’altro. Non ascolta realmente, né realmente vede, colui che ricerca sempre una conferma a ciò che egli è negli occhi altrui perché pensa solo alle proprie parole e negli occhi di chi ha di fronte vede ancora sempre e solamente il riflesso narcisistico di sé stesso. La diversità non lo attrae e dell’altro accetta solo le somiglianze. Va da sé che un simile atteggiamento, preminentemente mentale, non permette di uscire dal circolo limitato delle proprie precostituite conoscenze.

La verità, ci insegnano i due miti, richiede fiducia: nei confronti dell’amore così come del sapere. In qualsiasi ambito si trovi, irrazionale o razionale, richiede apertura e un’ininterrotta capacità di mettere in questione le proprie certezze, specialmente laddove siano il risultato di un’indolente adeguarsi a convenzioni e valori comunemente ed acriticamente accettati. È su questo punto che Nietzsche ci farà riflettere, e il risultato sarà proprio ciò che Socrate aveva previsto: l’impietosa derisione della maggior parte dei suoi contemporanei, impreparati a vedere la verità e narcisisticamente convinti della propria superiorità, sopravvalutazione errata che mai li avrebbe condotti alla fama che invece raggiunse chi avevano tanto schernito. Per tal motivo nacquero e morirono incatenati, legati a pregiudizi che li rendevano tanto più sicuri quanto più mediocri. Dalla mediocrità si può però uscire e a tal fine è essenziale riflettere sulla verità.

IL CARATTERE DELLA «DIMOSTRAZIONE» DELLA DOTTRINA DELL’ETERNO RITORNO

Con queste riflessioni, nulla è stato ancora deciso sul processo dimostrativo in quanto inferenza, né sul carattere del ragionamento come “dimostrazione”.
Ci chiediamo ora, con l’unico proposito di chiarire il pensiero: questo ragionamento è una dimostrazione nel senso ordinario di un’inferenza in un insieme di proposizioni? Le proposizioni sull’essenza del mondo sono formulate come premesse principali di un ragionamento per mezzo del quale la proposizione dell’eterno ritorno è dedotta da esse?

A prima vista sembra così. Abbiamo quindi presentato il processo dimostrativo: dalle proposizioni sulla costituzione dell’entità nel suo insieme sono state tratte conclusioni sul modo di essere di questa entità, e così si è inferito la necessità di un eterno ritorno per l’ente nel suo complesso. Ma cosa ci dà il diritto di estrarre senza ulteriore forma di presentazione, condizionata dall’altra parte da certe circostanze storiche, il contenuto e il tipo che corrispondono al ragionamento filosofico? Si potrebbe dire: se ci atteniamo all’aspetto offerto da ciò che è scritto e detto, le proposizioni e il significato di esse sono le stesse qua e là, nei testi scientifici e nei testi filosofici; forse il “contenuto” è diverso, ma la “logica”, che è ciò che conta qui, è la stessa.

O la “logica” della filosofia è completamente diversa? Non deve essere totalmente diverso, e non solo perché il pensiero della filosofia si riferisce a qualcosa che per il suo contenuto differisce in qualche modo rispetto all’oggetto delle scienze? Le scienze trattano, per esempio, con la divisione degli atomi, dell’ereditarietà, della formazione del costo, di Federico il Grande, del Codice Penale, delle equazioni differenziali, dell’Antigone di Sofocle; analogamente, la filosofia si occupa, ad esempio, dell’eterno ritorno; altre cose, un’altra logica! Se fosse proprio così, la filosofia sarebbe solo una scienza tra le altre. Ma tutta la scienza si occupa sempre solo di una certa area dell’ente, e di questa in una determinata considerazione. La filosofia, d’altra parte, pensa l’ente nella sua totalità rispetto in cui tutti gli altri sono in principio necessariamente inclusi. La “logica” della filosofia, quindi, non è solo “anche a sua volta diversa” ma è totalmente diversa.

Pensare alla filosofia richiede un atteggiamento di pensiero completamente diverso e, soprattutto, una diversa disposizione a pensare. Per quanto la nitidezza venga messa nella considerazione della logica formale quando esponiamo il processo dimostrativo, trovandolo identico alla corrente, penseremo sempre in modo estrinseco e formale.

Per ritornare alla nostra domanda sul carattere del ragionamento nietzscheano nelle “dimostrazioni” della dottrina dell’eterno ritorno e per formularlo di nuovo: ciò che viene fatto qui è dedurre la proposizione dell’eterno ritorno da altre proposizioni precedentemente formulate sull’essenza del mondo? Non è piuttosto che è solo grazie alla determinazione della totalità del mondo come una totalità che ritorna come la stessa, che l’essenza del mondo come l’eterno caos della necessità diventa visibile? Se è così, la presunta dimostrazione non è una dimostrazione che può avere la sua forza nella coerenza e nella conclusività dei passaggi dell’inferenza. Ciò che la forma espositiva di una dimostrazione adotta è solo la rivelazione delle tesi che sono co-poste, e necessariamente co-poste, nel progetto dell’entità nel suo insieme nella direzione dell’essere come ciò che eternamente ritorna come lo stesso. Questa dimostrazione è quindi solo un riferimento analitico all’insieme di ciò che viene messo insieme al progetto; in breve, una dispiegazione del progetto, ma mai un calcolo del risultato o una base di esso.

Se con questa interpretazione raggiungiamo il nucleo del pensiero nietzscheano come pensiero metafisico, tutto diventa ancora più discutibile. Porre l’essenza del mondo nel carattere fondamentale dell’eterno ritorno dello stesso, se questo carattere non è dedotto dall’intero mondo ma precedentemente attribuito e imposto su di esso, è puramente arbitrario e, allo stesso tempo, il più alto grado di ciò che Nietzsche voleva evitare, l’umanizzazione dell’ente. Non è stato dimostrato che l’origine del pensiero dell’eterno ritorno, è stata l’esperienza dell’istante, in quanto costituiva la postura più umana rispetto al tempo? In questo modo, Nietzsche trasporta non solo un’esperienza umana all’entità nella sua totalità, ma, se vuole evitare l’umanizzazione, agisce allo stesso tempo contro se stesso. Visto nel suo insieme, manca di chiarezza riguardo al proprio comportamento in una questione decisiva, una circostanza non molto decorosa per un filosofo, e ancor meno per un filosofo con tante pretese come Nietzsche.

Poteva non sapere che stava “proiettando la sua interpretazione”?

Lo sa e lo sa troppo bene, e maggiormente, cioè, con più dolore e più onestà di qualsiasi altro pensatore precedente. Allo stesso tempo in cui cerca di pensare l’essenza del mondo nel senso dell’eterno ritorno dello stesso, vede con crescente chiarezza che l’uomo pensa sempre da “un angolo del mondo”, da un angolo spazio-temporale :

“Non possiamo vedere oltre il nostro angolo” (Lagaya ciencia, 374; 1887). L’uomo è inteso come “quello che è in un angolo” [Ecken-steher]. In questo modo, l’umanizzazione di tutto, il fatto che tutto ciò che può essere accessibile è all’interno del cerchio visivo determinato da quell’angolo, è chiaramente espresso e riconosciuto come qualcosa di inevitabile per ogni pensiero.

Allora è impossibile interpretare l’essenza del mondo come il caos della necessità nel senso in cui è stato posto, cioè come l’eliminazione di ogni umanizzazione; o dobbiamo concedere che si tratta di una prospettiva e una visione che proviene anche da un angolo. Qualunque sia la decisione adottata in questo caso, lo scopo di rimuovere ogni umanizzazione pensando l’essenza del mondo e il riconoscimento che l’uomo è sempre in una posizione angolare, si escludono a vicenda. Se si ritiene che questo scopo sia realizzabile, l’uomo deve cogliere l’essenza del mondo da una posizione che è fuori da ogni angolazione e deve essere in grado di adottare, quindi, qualcosa di simile al punto di vista della mancanza di un punto di vista.

Infatti, anche oggi ci sono studiosi che si occupano di filosofia e che ritengono che la mancanza di punti di vista non sia un punto di vista, poiché solo in quanto tale può essere ciò che è. Possiamo ignorare questi curiosi tentativi di sfuggire alla nostra ombra, poiché la loro considerazione non contribuisce in alcun modo al porre la domanda. Solo una cosa deve essere presa in considerazione: questo punto di vista della mancanza di punti di vista ritiene che superi l’unilateralità e i pregiudizi che hanno finora influenzato la filosofia, è che sono sempre stati e dipendono da un punto di vista. Ma in realtà non è un superamento, ma la conseguenza e l’affermazione estrema, e quindi il passo finale, di quella opinione sulla filosofia che fissa esternamente tutta la filosofia a punti di vista che sarebbe qualcosa di definitivo e inconfutabile, cercando dopo di bilanciare la loro unilateralità.

Ma il carattere del punto di vista, come dote essenziale e inevitabile di tutta la filosofia, non perderà la sua presunta e temuta nocività e pericolosità negandola e smentendola, ma solo se pensata e concepita in riferimento alla sua essenza originaria e la sua necessità, cioè se dalla sua radice si rialza nuovamente e alla domanda viene data risposta dall’essenza della verità e dell’esistenza dell’uomo.
O l’esclusione di ogni umanizzazione è considerata possibile, e quindi deve esserci qualcosa come il punto di vista della mancanza di punti di vista; o l’uomo è riconosciuto nella sua essenza di essere nell’angolo, e quindi dobbiamo rinunciare a una captazione non umanizzante dell’intero mondo. Quale decisione prende Nietzsche prima di questo dilemma, che difficilmente avrebbe potuto sfuggirgli poiché sarebbe stato lui a contribuire in parte a svilupparlo? Viene deciso in favore di entrambe le opzioni, sia la volontà di disumanizzare l’ente nel suo insieme sia la volontà di prendere sul serio l’essenza dell’uomo come un “essere nell’angolo”.

Nietzsche decide in favore dell’unione di entrambe le volontà.

Richiede allo stesso tempo la suprema umanizzazione dell’entità e l’estrema naturalizzazione dell’uomo. Solo chi penetra anche in questa volontà di pensiero di Nietzsche ha qualche idea della sua filosofia.

Ma se la domanda sorge in questo modo, l’angolo da cui l’uomo vede e da dove viene determinato il luogo di tale angolo diventa ancora più decisivo. Diventa anche decisivo fino a dove l’orizzonte è lontano, della possibile disumanizzazione dell’ente nel suo complesso; e diventa totalmente decisivo se e come, la visione diretta all’intero ente afferma qualcosa di fondamentale nella determinazione topologica dell’angolo in cui, necessariamente, l’uomo è situato.

Sebbene Nietzsche non abbia elevato queste connessioni alla gamma della conoscenza in modo così esplicito e con questa concettualizzazione, il suo pensiero più intimo, come possiamo verificare in retrospettiva, si è spostato su di esse durante un tratto del suo percorso. Sin dall’inizio, nell’esporre il suo pensiero fondamentale, abbiamo visto che non è possibile separare i due elementi che devono essere pensati: la totalità del mondo e il pensiero del pensatore. Ora capiamo più chiaramente a cosa si riferisce e cosa significa questa inseparabilità: è il riferimento necessario dell’uomo, in quanto è un luogo di permanenza in mezzo all’ente nella sua totalità, a se stesso.

Pensiamo a questa relazione fondamentale nell’approccio decisivo dell’essere-uomo in generale, in modo tale che diciamo: l’essere dell’uomo – e per quanto ne sappiamo, solo dell’uomo – si basa sull’esser-ci [Dasein]; esser-ci è il posto possibile per il luogo di permanenza del vostro essere in ogni caso. Allo stesso tempo, da questa connessione essenziale estraiamo quanto segue: l’umanizzazione diventa più inesorabile come minaccia alla verità, più originariamente l’uomo occupa il luogo di soggiorno di un angolo essenziale, cioè, nella misura in cui riconosce come tale e rende l’esser-ci. Ma il carattere essenziale dell’angolazione è determinato dall’originalità e dall’ampiezza con cui l’entità è sperimentata e compresa nella sua interezza secondo l’unico rispetto decisivo, cioè secondo l’essere.

Questa riflessione mostra che, quando si pensa al pensiero più grande, ciò che è pensato non può essere separato da come è pensato, ciò che è determinato dal come, e anche, inversamente, come è determinato da cosa. Da ciò possiamo dedurre già quanto sia fuorviante rappresentare le dimostrazioni dell’eterno ritorno come prova di natura fisica o matematica. Ciò che questo significa e può significare, è che la dimostrazione deve essere determinata esclusivamente dall’essenza di questo pensiero dei pensieri.

Sulla base dell’inseparabilità essenziale di come pensare e di cosa pensare, è stata presa anche una decisione importante sotto un altro aspetto. La distinzione tra un contenuto dottrinale “teorico” del pensiero e il suo effetto “pratico” è impossibile in anticipo.

Questo pensiero non ammette neanche che sia “teoricamente” pensato o applicato “praticamente”. Il primo, perché il pensiero del pensare richiede che l’uomo, non appena agisce praticamente ma in generale come entità, penetri nell’esercizio del pensiero stesso, si determini e determini il suo angolo dal pensiero, simultaneamente e non solo più tardi.

Fino a quando questa determinazione non ha luogo, il pensiero continua a essere impensabile e impensato, e non vi è alcuna nitidezza, il che aiuta a fare un minimo passo in avanti. Ma anche un’applicazione “pratica” è impossibile, perché diventata superflua nel momento in cui il pensiero è pensato.

TRASVALUTAZIONE DELL’OBLIO

“Il gregge pascola, ignaro di cosa sia ieri, oggi e salta, mangia, riposa e digerisce e così, sempre allo stesso modo dall’alba al tramonto, giorno dopo giorno, legato al piacere e al dolore di quell’istante, incatenato al presente, mai triste né annoiato. L’uomo si fregia della sua umanità, per sentirsi superiore ad esso, ma tuttavia osserva l’animale, né tediato né addolorato, e invidia la sua felicità spensierata. L’uomo una volta chiese all’animale: perché non mi parli della tua felicità e soltanto mi guardi? L’animale dal canto suo voleva rispondere e dire: ciò deriva dal fatto che dimentico subito quel che volevo dire – ma subito dimenticò anche questa risposta e tacque; sicché l’uomo se ne meravigliò”.

Ma l’uomo soprattutto ebbe stupore di se stesso, della sua incapacità a dimenticare alcuna cosa e della sua condizione di schiavo rispetto al momento passato. Gli attimi si susseguono, e quell’istante presente subito si dissolve, diventando così uno spettro passato, pronto a turbare la quiete del nuovo presente. L’animale, che vive in modo non storico poiché dispiega la sua esistenza interamente nel presente, è degno dell’invidia degli esseri umani, che schiacciati sotto il peso ingente del passato, sono costretti a resistere, fingendo di ignorare il grave che li opprime. La felicità quindi si configura come il poter dimenticare, ossia la capacità di sentire in modo non storico.

“Chi non sa mettersi a sedere sulla soglia dell’attimo dimenticando tutte le cose passate, chi non è capace di star ritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cosa sia la felicità, e ancora peggio, non farà mai alcunché che renda felici gli altri”

Per ogni agire è dunque necessario l’oblio, e per sedersi sulla soglia dell’attimo bisogna smettere di ruminare il passato, di vivere come in uno stato di insonnia dato dal senso storico. La forza plastica, che permette di crescere a modo proprio su se stessi, di trasformare e incorporare cose passate ed estranee, è presente in coloro che hanno radici forti nel presente e che non si fanno schiacciare dal passato. Il bersaglio polemico fondamentale in quest’opera è Eduard Von Hartmann, filosofo tedesco schopenhaueriano, il quale aveva tentato l’elaborazione di una fondazione eudemonologica del pessimismo. Nell’opera Filosofia dell’inconscio, l’inconscio è descritto come l’essenza di tutto il reale, ciò che spinge il mondo verso una finalità precisa, il compimento della perfezione. Essendo il non-essere preferibile all’essere, la perfezione sarà il non-essere, e quindi il mondo tenderà ad annullarsi. Nietzsche si scaglierà contro questa teleologia storica, accusata di annichilire la vita.

Ma la storia è utile o dannosa per la vita? Di fronte al quesito centrale di questa breve opera Nietzsche si pone in modo inattuale: certamente la storia può essere utile per la vita, quando è al servizio di essa e aiuta a vivificare il presente. Ma, in questo rapporto di subordinazione, non dovrà mai tentare di costituirsi come scienza. La storia occorre all’individuo in tre modi: in quanto è attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione; a ciò corrispondono rispettivamente la storia monumentale, antiquaria e critica, ognuna delle quali presenta dei limiti e dei rischi.

La storiografia monumentale corrisponde all’atteggiamento di chi è attivo e ha aspirazioni e, come tale, si proietta nel futuro. Essa occorre all’individuo potente che combatte grandi battaglie, che ha bisogno di modelli e di maestri che non può trovare nel presente. La meta di costui è una qualche felicità, se non la propria almeno quella dell’umanità intera, egli fugge dalla rassegnazione e usa la storia come mezzo per combatterla. La sola ricompensa cui aspira è la gloria per i postumi, è il divenire a propria volta maestro per i posteri. Dai grandi momenti della storia passata egli deduce che la grandezza fu comunque una volta possibile e perciò quando si accinge a compiere un’opera in modo coraggioso, l’insicurezza e la debolezza vengono spazzate via dalla certezza che già qualcuno percorse quella strada. In ciò consiste il giovamento di tale approccio. Tuttavia il rischio al quale soggiace è di appiattire le differenze con il passato, di falsarlo e mitizzarlo per renderlo degno di imitazione; è una storia che appare come una raccolta di avvenimenti che faranno effetto nel tempo. Essa inganna e seduce con le forzate analogie con il passato, eccitando il coraggioso alla temerarietà e l’entusiasta al fanatismo.

Colui che venera e ama perseverare nella tradizione coltiva il passato, quasi come volesse ripagare con la fedeltà il debito della propria esistenza, è uno storico antiquario. La storiografia antiquaria appartiene a una specie umana conservatrice e veneratrice, la quale ha cura delle proprie origini e assume la tutela della tradizione come compito. Il punto più alto di questa storia risiede nella capacità di diffondere un sentimento di piacere e contentezza semplice riguardo alle condizioni modeste, rozze e talvolta misere di un popolo. Ma il senso antiquario implica un campo visivo molto limitato, concentrato com’è sulle singole cose rischia di venerare tutto ciò che è antico in quanto tale. In questo modo la storia serve la vita passata al punto da minare e inaridire il presente, degenera fino a smettere di ravvivare l’anima e finisce col mummificare la vita. La pietà iniziale rinsecchisce e lascia spazio ad una erudizione compiaciuta che gira perpetuamente intorno al proprio centro. Anche quando non giunge alla conseguenza estrema, la storia antiquaria ha il limite nell’assenza di capacità creativa, è capace soltanto di conservare la vita e non di generarla,“ostacola la forte risoluzione per il nuovo, quindi paralizza chi agisce, il quale sempre, come agente, violerà e deve violare qualche pietà”.

Infine il terzo modo, quello della storiografia critica deve avere la forza di infrangere e dissolvere il passato per poter vivere. Per questo motivo istituisce un tribunale al passato, e, dopo averlo interrogato, lo condanna.

“È la vita che siede a giudizio, quella forza oscura, impellente, insaziabilmente avida di se stessa. Il suo verdetto è sempre inclemente, sempre ingiusto, poiché esso non è mai scaturito da una pura fonte di conoscenza: ma nella maggior parte dei casi il verdetto risulterebbe uguale, se fosse la giustizia a pronunciarlo. Ci vuole molta forza per poter vivere e per dimenticare, in quanto vivere ed essere ingiusti sono una cosa sola”.

Anche questo atteggiamento, aperto all’oblio e dunque alla vita, incappa in dei corto circuiti. Diventa infatti pericoloso affrancarsi dal proprio passato con una cesura netta, nel tentativo di darsi a posteriori un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto con quello da cui in realtà si deriva. Solo se la vita sa porsi grandi compiti ha ancora un senso guardare nel passato. Soltanto chi esprime una potente volontà di futuro sa scoprire il futuro che vive nel passato stesso. Se il progetto per il futuro viene a crollare, allora tutto il sapere storico diventa un peso morto, anzi un pericolo per la vita stessa, la quale, svuotata da impulsi creativi, si rifugerà nel passato, nell’illusoria pienezza di una vita già vissuta.

Esclusivamente una storia che conceda di essere trasformata in opera d’arte sarà in grado di mantenere e perfino suscitare nuovi istinti vitali e creativi. L’uomo moderno soffre di una “malattia storica”, di un eccesso di storia che intacca la forza plastica della vita, non più capace di trarre nutrimento dal passato. Tuttavia Nietzsche auspica una gioventù in grado di contrastare questo morbo con l’elemento antistorico, con il quale si designa la forza e l’arte di poter dimenticare e di rinchiudersi in un orizzonte limitato, e l’elemento sovrastorico, ossia le potenze che distolgono lo sguardo dal divenire, volgendolo a ciò che ha carattere di eterno e immutabile: l’arte e la religione. Come si arriverà a questa meta? Come i Greci, i quali si trovarono nella condizione di rischiare di morire, a causa del mescolarsi di cose straniere e passate, a causa della “storia” e riuscirono a organizzare il caos, concentrandosi, secondo l’insegnamento dell’oracolo delfico, solo loro stessi, cioè su bisogni veri, riuscendo a espungere quelli apparenti. Questo esempio si deve tradurre in un simbolo per ognuno: bisogna organizzare il caos in sé, così da disvelare il concetto greco di cultura, come nuova physis, unanimità fra vivere, pensare, apparire e volere. È molto forte, sebbene non chiaramente esplicitata, l’influenza dell’amico e maestro Jacob Burckhardt nella valorizzazione della società greca come caratterizzata dall’agone e dalla pluralità di individui superiori.

Nella Genealogia della morale. Uno scritto polemico, opera composta da tre dissertazioni scritte tra il 10 e il 30 luglio del 1887, viene ripreso il tema dell’oblio. Il termine “genealogia” presuppone la frattura operata dalla scienza darwiniana: la ricerca dell’origine della morale percorre il positivismo. Nietzsche, tuttavia, critica radicalmente le cattive «ipotesi genealogiche» del contemporaneo positivismo che ammette comunque una fondazione della morale ancora sotto il dominio dei valori dati. Si tratta invece, per Nietzsche, di indagare proprio ciò che, generalmente, viene utilizzato come spiegazione, come dato primitivo e naturale. La seconda dissertazione “Colpa, cattiva coscienza e simili” si apre con la descrizione del concetto di dimenticanza, che non corrisponde ad una vis inertiae, bensì ad una facoltà attiva che permette di non sovraccaricare la coscienza di ricordi, così da lasciare posto a ciò che è nuovo. Si tratta di una Einverleibung, incorporazione, assimilazione.

La volontà sana è quella che assimila il passato e lo trasforma nella linfa vitale del proprio corpo, perché è in grado di dimenticare e proseguire nel suo cammino. Ma la promessa impedisce questa incorporazione del passato, in quanto fissa il presente attuale nella memoria, invade con il suo peso lo spazio della volontà e inchioda l’azione al permanere del passato. In questo senso si spiega la costruzione della memoria da parte della cattiva coscienza, in contrasto con la tendenza attiva all’oblio.

“Quando l’uomo ritenne necessario farsi una memoria non andò mai senza sangue, martiri e sacrifici: i sacrifici e pegni più spaventosi (in cui si ricomprendono i sacrifici dei primogeniti), le più ripugnanti mutilazioni (per esempio le castrazioni), le più crudeli forme rituali di tutti i culti religiosi (e tutte le religioni sono nel loro ultimo fondo, sistemi di crudeltà) – tutto ciò ha avuto origine in quell’istinto che colse nel dolore il coadiuvante più potente della mnemonica”.

L’uomo moderno ha barattato una parte della felicità primordiale dello stato di natura con la sicurezza dello stato sociale. Il controllo avvenne attraverso l’imposizione di quella che Nietzsche definisce camicia sociale di forza. Attraverso regole, usi, costumi, leggi progettate per far diventare l’uomo calcolabile, regolare, necessario si rese mansueto l’animale umano. Con l’uso di mnemotecniche si forgiò una vera e propria memoria della volontà, giacché solo la memoria assicura la persistenza del comportamento docile.

“Si incide a fuoco qualcosa affinché resti nella memoria: soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria”

Responsabilità, promessa, senso di colpa sono esperienze che necessitano della capacità di ricordare e di mantenere nel futuro tale ricordo. Tali esperienze hanno potuto affermarsi solo attraverso pratiche di dolore e di crudeltà, perché sono le sole capaci di opporsi alla forza attiva dell’oblio e di costituire di contro un’altra forza, questa volta reattiva, poiché scaturita dal dolore, che è la memoria, centro focale della coscienza. Nello smascheramento dei presupposti psichici della costruzione della morale, attuato attraverso la pratica della genealogia, Nietzsche mostra l’origine artificiale della memoria, la quale, ben lungi dall’essere innata, è il frutto di un atto di violenza, che incatena l’umanità doppiamente al passato e al futuro.

TRASVALUTAZIONE

Il nichilismo è un pensiero essenziale di Nietzsche, che insieme alla volontà di potenza, l’eterno ritorno dello stesso e l’oltreuomo, costituiscono tutti nella loro unità la posizione filosofica fondamentale di Nietzsche.

La parola di Nietzsche è “volontà di potenza”, come pensatore che ci dice nella sua riflessione che cos’è la realtà, la realtà come un tutto o l’entità in totale; il che significa che l’entità nella sua essenza e in tutto l’essere è la volontà di potenza. Come è l’ente in totale, cioè, la sua esistenza è detta dall’eterno ritorno dello stesso. L’uomo che è invocato dalla volontà di potere è l’oltreuomo. La storia della verità dell’entità presentata all’uomo moderno è il nichilismo.

Quando Nietzsche appronta il discorso sul nichilismo, ci dice che sta per raccontare una storia molto lunga, “la storia dei prossimi due secoli”. Questa storia è la nostra storia. Tuttavia, la storia che Nietzsche promette di divulgare non è la descrizione e la spiegazione dei vari eventi che stanno per accadere in quello spazio di tempo; Descriverà un singolo evento, quale? La risposta di Nietzsche: “Descrivo ciò che sta arrivando, ciò che non può arrivare in altro modo: l’avvento del nichilismo”.

Nietzsche parla qui del nichilismo come un evento futuro; Tuttavia, il nichilismo non è solo il futuro, ma anche il passato, come vedremo in seguito. Inoltre, Nietzsche considera l’avvento del nichilismo come una necessità e un destino. E se in quel momento vedesse che il nichilismo era davanti alla porta della casa dell’uomo occidentale; dobbiamo riconoscere che “questo, è il più inquietante di tutti gli ospiti (Ibidem)”, “è inutile indicargli la porta, poiché già dappertutto, da molto tempo viaggia, invisibilmente, la casa”.

La cultura europea (intesa non solo come l’insieme della creazione spirituale dell’uomo europeo, ma come i pensieri che determinano la storia dell’Occidente, nel senso della frase dello Zarathustra: “le parole più silenziose sono quelle che portano la tempesta. I pensieri che camminano con i piedi di colomba dirigono il mondo “(Z, l’ora più silenziosa”)) sono paragonati a un torrente nel suo movimento inarrestabile diretto al nichilismo che si avvicina nell’immediato futuro.

Di fronte e da questa dottrina il pensatore che annuncia questo futuro, Nietzsche stesso, ritirandosi nella sua abissale solitudine, lasciato fuori e in ritardo rispetto alla vita quotidiana del suo presente storico, può attraverso il suo pensiero vivere e sperimentare il futuro e precorrere il futuro e, quindi, “come uno spirito di uccello spettrale che guarda indietro quando dice ciò che verrà; come il primo nichilista perfetto dell’Europa, che, tuttavia, ha già vissuto dentro di sé il nichilismo stesso fino alla sua fine, che lo ha nascosto dietro se stesso, al di fuori di se stesso “.

Riferendosi al titolo del suo lavoro fondamentale preannunciato come “La volontà di potenza. Tentativo di una trasvalutazione di tutti i valori “, ci dice Nietzsche” con questa formula si esprime un contro-movimento rispetto al principio e al lavoro; un movimento, che in qualche futuro cambierà questo nichilismo perfetto “.

Qui abbiamo due movimenti opposti: un movimento che è ancora futuro, anche se il suo arrivo è imminente, che è stato chiamato “l’avvento del nichilismo”, che ora è concepito come “nichilismo perfetto”. D’altra parte, il contro-movimento concepito come “la trasvalutazione di tutti i valori”, che proviene da un futuro più distante e incerto, perché può arrivare solo quando il nichilismo è tra noi e ha raggiunto la sua perfezione e il cui compito sarà quello di sostituire il primo.

A questo punto dobbiamo porci alcune domande:

1) Che cosa intende Nietzsche per nichilismo quando parla di “avvento del nichilismo” e “nichilismo perfetto”?

2) “Perché è necessario l’avvento del nichilismo?” (La domanda è di Nietzsche);

3) Come viene inteso il contro-movimento, cioè “la trasvalutazione di tutti i valori”?

La risposta alla prima domanda si trova quando Nietzsche chiede semplicemente: “Che cosa significa nichilismo?” E risponde: “Che i valori supremi sono svalorizzati”. Di conseguenza, il nichilismo è il processo di svalorizzazione dei valori supremi. Il nichilismo così inteso è lo stato terminale dei valori supremi, il momento della crisi, l’espirazione e la caduta di quei valori.

Tuttavia, se questo è lo stato finale di quei valori, possiamo chiedere qual è il loro stato precedente o i loro stati precedenti; in che modo si raggiunge questo fine o, in altre parole, si pone la seconda domanda: perché l’arrivo del nichilismo è necessario come svalorizzazione dei valori supremi? Risposta: “Perché, gli stessi valori che sono stati finora i nostri valori ne tolgono l’ultima conseguenza; perché il nichilismo è la logica pensata all’estremo dei nostri grandi valori e ideali. “

L’ultima conseguenza in cui i nostri valori derivano dal nichilismo è una conseguenza nichilista; riguarda la svalorizzazione di questi valori supremi, è ciò che teologicamente esso esprime nella formula “Dio è morto”. Il nichilismo è la logica dei valori e degli ideali supremi e della storia. La conseguenza nichilista deriva da premesse ugualmente nichiliste. Queste premesse sono ciò che Nietzsche concepisce come “platonismo”.

Il nichilismo non è solo la svalorizzazione dei valori supremi, ma anche la sua costituzione, è il nichilismo. La svalorizzazione è la conseguenza di una valutazione che stabilisce i valori supremi come incondizionati. Il nichilismo è la logica della storia del pensiero occidentale nella sua totalità nella misura in cui questa valutazione fonda questo pensiero e lo determina fino al proprio momento finale. Ora, il carattere nichilista di tutta questa storia rimane in evidenza solo alla fine quando diventa consapevole della svalorizzazione stessa con il nichilismo perfetto. Pertanto “dobbiamo prima vivere il nichilismo per scoprire il segreto di ciò che era nello sfondo, il valore di questi” valori “”.

Per Nietzsche tutta la filosofia occidentale può essere concepita come platonismo. “Platonismo” qui significa la struttura di due mondi inaugurata da Platone e che, attraverso il cristianesimo, sarebbe stata decisiva per l’intera storia del pensiero occidentale. Quindi, quest’ultimo, potrebbe essere definito collettivamente come “concezione platonico-cristiana”.

Il platonismo, così inteso, consiste nella dottrina che produce una breccia tra un vero mondo del reale, che è sopra l’uomo e che contiene gli scopi e i fini che dovrebbero guidare l’esistenza umana; e il mondo del divenire che è svalutato come il mondo dell’apparenza e dell’errore. In altre parole, il mondo che è oltre il mondo del divenire è il “mondo sovrasensibile”; il mondo di questo lato, il mondo sensibile, caratterizzato dal cristianesimo come “questa valle di lacrime”, contrapposto a “oltre” dove è possibile “l’eterna buona fortuna”.

L’interpretazione nietzscheana del pensiero occidentale è un’interpretazione morale, perché l’ambito del sovrasensibile in cui gli scopi e i fini dell’esistenza umana costituiscono il significato per essa e dovrebbero guidarla e dirigerla. Inoltre, l’uomo che è governato da questi obiettivi e fini, che valgono per lui come doveri, è il virtuoso, l ‘”uomo buono”, l’uomo morale.

D’altra parte, Nietzsche interpreta il significato, le mete e i fini stabiliti e disposti dalla filosofia occidentale come valori. Sarebbero i valori supremi sospesi sull’esistenza umana.

Abbiamo visto che Nietzsche concepisce l’avvento del nichilismo come il processo della svalorizzazione dei valori supremi e di questo nichilismo che chiama “nichilismo perfetto”. Tuttavia, nell’aforisma 12 della Volontà di Potenza, che è inevitabile per comprendere il nichilismo nel senso indicato, parla anche di “nichilismo come stato psicologico”. In un caso il termine “nichilismo” si applica a qualcosa che accade o a ciò che accade con i valori supremi e nel secondo caso si applica lo stesso termine per designare qualcosa che succede o avviene a noi uomini. Come comprendere questa contraddizione? In realtà la contraddizione è solo apparente, perché il nichilismo è una storia di ciò che ci accade con i valori supremi, così come ciò che accade a loro con noi. I valori supremi sono svalorizzati come risultato dell’esperienza che abbiamo con essi.

Così, nell’ultimo paragrafo della prima parte di questo aforisma, in cui le conclusioni sono tratte da ciò che è accaduto con le tre forme di nichilismo qui descritte, si afferma che “la sensazione di mancanza di valore (Wertlosigkeit) è stata ottenuta quando ( … ..) “, l’espressione” mancanza o assenza di valore “, insieme ai termini equivalenti” mancanza o assenza di scopo e significato “(die Zweck / und Sinnlosigkeit) caratterizzano il nichilismo; ma quello che vogliamo fare notare in questo momento è che “nichilismo come stato psicologico” dobbiamo comprenderlo come questo “sentimento di mancanza di valore”.

Tuttavia, lo “stato psicologico” e il “sentimento” non sono questioni di psicologia, di scienza psicologica, siano essi la psicologia del tempo di Nietzsche o della psicologia nel suo attuale sviluppo. Di fronte a quanto sopra descritto, Nietzsche comprende, piuttosto, la psicologia come questione filosofica. Così concepisce la psicologia come “morfologia e come teoria dell’evoluzione della volontà di potenza”, e come la volontà di potenza sia la determinazione essenziale di tutta la realtà; La psicologia è, quindi, la scienza fondamentale; non è, quindi, una scienza particolare tra le altre, ma la stessa filosofia come intesa da Nietzsche e come pensa che dovrebbe essere costituita nel futuro. Per questo motivo, afferma che “da ora in poi, la psicologia è la strada che porta a problemi fondamentali”.

Nietzsche distingue tre forme di avvento del nichilismo, quando viene realizzato come uno “stato psicologico”.

Le condizioni per cui la prima forma si realizza è: che si assuma un significato, che questo significato sia cercato e che infine non venga trovato. Dove si cerca questo significato? “In tutto ciò che accade”, ci dice Nietzsche, ma parla anche di “diventare” e “elaborare”; anche inteso come l’evento storico dell’uomo nel mezzo della totalità dell’entità o dei suoi rapporti con la natura e la storia.

Questa ricerca deve essere stata ed è ancora, in un certo senso, una ricerca ripetuta, come ugualmente ribadito deve essere il suo conseguente fallimento, così che alla fine chi cerca ne rimane scoraggiato. L’abbattimento è già il nichilismo come stato psicologico. Tuttavia, questo abbattimento non è qualcosa di temporaneo, ma qualcosa di definitivo. Vediamo perché.

L’avvilimento è un sentimento che deriva da una coscienza che viene raggiunta dopo aver compreso che la ricerca di un significato è “invano”, perché è sempre seguita dal fallimento. ; la lunga ricerca frustrata si risolve solo in “un lungo spreco di forza”. Mentre lo scoraggiamento conduce all’insicurezza permanente e all’inquietudine, il peggio è ancora “la vergogna davanti a se stessi come se fossimo stati ingannati per troppo tempo …”.

L’inganno è consistito in qualcuno o abbiamo creduto che le nostre forze fossero sufficienti per trovare o collaborare nell’ottenere un significato nel futuro, ma questo era un inganno dal momento che il significato o i sensi cercati erano incondizionati e in quanto comprendiamo che sono irrealizzabili e che sono sempre stati al di fuori della portata delle nostre forze.

Nietzsche ci informa che il significato cercato potrebbe essere stato: a / – il trionfo del bene sul male e la ricompensa che incarna il primo e la punizione che rappresenta il secondo (“l’adempimento” di un alto canone morale in tutto l’accadere “, o in altre parole:” l’ordine morale del mondo “); b / – il primato dell’amore e della solidarietà tra gli uomini, o la pace perpetua tra le nazioni (“L’aumento dell’amore e dell’armonia tra gli esseri”); c / – “l’approccio a uno stato universale di felicità”, che l’utilitarismo ha espresso come “la più grande felicità per il maggior numero possibile di esseri” e infine, d / – “porsi verso uno stato di niente universale “, Nietzsche aggiunge che” un obiettivo è sempre un significato “.

Che il nulla possa rappresentare un obiettivo per la volontà può essere sconcertante. Tuttavia, ricordiamo che Nietzsche inizia e finisce il Terzo Trattato della Genealogia della morale riferendosi all’horror vacui della volontà umana, che “preferisce non desiderare nulla da non volere”. La volontà ha orrore del vuoto e il vuoto per esso è l’assenza di un obiettivo, poiché l’obiettivo è ciò che dà una direzione e un obiettivo alla sua volontà. Il nulla è un obiettivo che conserva la possibilità essenziale della volontà nella sua volontà.

Abbiamo visto che Nietzsche ritiene che l’obiettivo sia uguale al senso e ora dobbiamo tenere a mente che il significato viene percepito anche come un fine. Per questo motivo Nietzsche può concludere rispetto a questa prima forma di nichilismo che la sua causa è “la delusione per una presunta fine del divenire”. Il nostro inganno consisteva nella convinzione che “qualcosa deve essere raggiunto attraverso il processo stesso” e che ciò che è stato raggiunto, l’obiettivo, il significato o la fine sarebbe stato raggiunto perché noi, gli uomini situati al centro del futuro, collaboriamo al successo del processo. La delusione ci fa capire che “con il futuro non si ottiene nulla, non si raggiunge nulla” e che l’uomo non può continuare ad essere considerato l’aiutante o il punto centrale del divenire come è stato fino ad ora.

L’ETERNO RITORNO DELLO STESSO: GLI ANIMALI DI ZARATHUSTRA

Interrompiamo in questo momento, l’interpretazione del capitolo “Dalla visione e dall’enigma” per tornare a riprenderlo più tardi, in un contesto di interpretazioni in cui, preparati meglio, e dopo aver esposto l’essenza del nichilismo come area del pensiero dell’eterno ritorno, proveremo a capire il proseguo di tutto questo. Lasceremo da parte i seguenti capitoli della terza parte e evidenziamo solo alcuni elementi di quello che occupa il quarto posto a partire dalla fine: «Il convalescente».

Nel frattempo Zarathustra è tornato dal suo viaggio via mare ed è tornato alla solitudine della montagna, della sua grotta e dei suoi animali. Queste sono l’aquila e il serpente. Sono i suoi animali, gli appartengono nella solitudine, e quando la solitudine conversa, lo fa nel dialogo con essi. In un’occasione Nietzsche dice (Sils-Maria, alla fine di una prefazione perduta per “Il crepuscolo degli idoli”, in cui abbiamo parlato retrospettivamente di “Così parlò Zarathustra” e “Al di là del bene e del male”): « L’amore degli animali: in tutti i tempi agli eremiti è stato riconosciuto questo… »(XIV, 417). Ma gli animali di Zarathustra non sono animali, la loro essenza è l’immagine dell’essenza dello stesso Zarathustra, cioè del suo compito: essere il padrone dell’eterno ritorno.

Proprio per questo motivo, questi animali, l’aquila e il serpente, non appaiono arbitrariamente.

Zarathustra li valuta per la prima volta nel chiaro di mezzogiorno, cosa che mostra anche una forza simbolica e essenziale in tutto il lavoro.

Mentre parla al suo cuore nel chiaro di mezzogiorno, Zarathustra sente il richiamo energetico di un uccello e dirige il suo sguardo interrogativo verso le colline:

«Ed eccolo! Un’aquila ha tracciato ampi cerchi nell’aria e
da esso pende un serpente, ma non come una preda, ma
come un amico, perché esso si è avvolto intorno al suo collo. “(Prologo,
n. 10)

Questa maestosa immagine è esplicativa per chiunque sia in grado di vedere.

Quanto più comprendiamo l’opera di “Così parlò Zarathustra”, tanto più semplicemente e inesauribilmente la volontà diventerà visione.

L’aquila descrive i suoi ampi cerchi sulle alture. Girare in circolo è il simbolo dell’eterno ritorno, ma è un girare in circoli che allo stesso tempo sale verso l’alto e rimane in alto. Il serpente pende dall’aquila, avvolto attorno al suo collo; di nuovo, l’avvolgimento e l’avvilupparsi del serpente sono un simbolo dell’anello dell’eterno ritorno. Inoltre: rimane avvolto attorno al collo dell’aquila che descrive cerchi sulle alture; intreccio peculiare ed essenziale, è anche se per noi è ancora un aspetto oscuro, c’è da riconoscere che questa immagine mostra la propria ricchezza e una forza plastica.

Il serpente, non è soggiogato come una preda tra gli artigli, ma è avvolto liberamente attorno al collo, come un amico, mentre si avviluppa in cerchi verso l’alto. In questa immagine sensibile dell’eterno ritorno dello stesso – la trasformazione in un anello e l’avviluppamento in circoli – dobbiamo aggiungere ciò che sono gli animali stessi.

L’aquila è l’animale più orgoglioso. L’orgoglio è la decisione matura di rimanere nella gamma essenziale che deriva da questo compito, è la sicurezza del non-più-confondersi. L’orgoglio è mantenersi in piedi, definito dalle alture, dall’essere in alto, ed è essenzialmente diverso dalla presunzione e dall’arroganza.

Questi ultimi esempi, hanno bisogno del rapporto con l’inferiore come da quello di ciò che vogliono separare e di ciò su cui continuano a dipendere, necessariamente, per la ragione che non hanno nulla dentro di loro per il quale potrebbero fingere di essere al di sopra. Possono solo salire pur rimanendo determinati dal basso, possono solo salire verso qualcosa che non è elevato, ma solo come presunto tale. Totalmente diverso è il caso dell’orgoglio.

L’aquila è l’animale più orgoglioso, vive totalmente in alto e dell’altezza, anche quando scende in profondità, rimane l’altezza dell’alta montagna e dei suoi precipizi, mai della pianura in cui tutto è eguagliato e appiattito.

Il serpente è l’animale più intelligente. L’intelligenza significa dominio su una conoscenza efficace, sul modo in cui la conoscenza in ogni caso viene annunciata, si ritrae, pretende e cede e non cade nelle proprie trappole. Di questa intelligenza fa parte la forza della dissimulazione e della trasformazione, non la menzogna semplice e strisciante, che fa parte del dominio sulla maschera, il non abbandonarsi, stare sullo sfondo quando si gioca con ciò che è in primo piano, il potere sul gioco di essere e apparenza.

L’animale più orgoglioso e l’animale più intelligente, sono i due animali di Zarathustra. Entrambi appartengono l’uno all’altro e ascendono su un piano di riconoscimento. Ciò significa: stanno cercando qualcuno del loro tipo e dimensione, qualcuno che supporti la solitudine con loro. Non sanno se Zarathustra vive ancora, se vive disposto per il suo declino.

Con questo si determina che l’aquila e il serpente non sono animali domestici, animali che vengono portati a casa e abituati a tutto questo. Sono ignari di tutto ciò che è usuale e abituale e di tutto ciò che è familiare in senso stretto. Questi due animali sono quelli che determinano la solitudine più solitaria, che è qualcosa di diverso da ciò che l’opinione comune comprende; In effetti, l’opinione comune pensa che la solitudine ci liberi e ci separi da tutto; il punto di vista comune pensa che nella solitudine a un individuo “nulla lo infastidisce più”.

Al contrario, proprio nella solitudine più solitaria il cattivo e il più pericoloso resta libero per il nostro compito, a noi stessi, e questo non può essere gettato in altre cose o in altri uomini; deve passare attraverso di noi, non per essere eliminato, ma per essere divulgato, dalla nostra conoscenza alla più alta intelligenza, come qualcosa che ci appartiene. Questa conoscenza è proprio la più difficile; troppo facilmente fugge e si nasconde nella deviazione e nelle scappatoie, nelle assurdità.

Dobbiamo pensare a questo grande concetto di solitudine per comprendere correttamente il ruolo simbolico dei due animali dell’eremita Zarathustra e non per falsificarlo in qualcosa di romantico. Sopportare la solitudine solitaria non significa avere due animali per trascorrere il tempo e per avere compagnia; significa avere la forza di rimanere fedeli a se stessi in prossimità di questi animali e non lasciarli andare via. Pertanto, alla fine della prefazione di “Così parlò Zarathustra” si afferma:

«Così chiedo al mio orgoglio di andare sempre d’accordo con la mia
intelligenza e se la mia intelligenza mi abbandona
Oh, si vede che gli piace scappare,è che il mio orgoglio volerà con me
Stoltezza! Così cominciò il declino di Zarathustra. “

Un declino elevato, che inizia con l’esporsi alle più alte possibilità del divenire e dell’essere, possibilità che sono unite nell’essenza della volontà di potenza, cioè che sono una sola cosa.

Si tratta di indicare brevemente quali sono le figure dei due animali, l’aquila e il serpente, che simboleggiano gli animali di Zarathustra:

1) il circolo e l’avvilupparsi: circolo e anello dell’eterno ritorno;

2) la sua essenza, orgoglio e intelligenza: l’atteggiamento fondamentale e il tipo di conoscenza del maestro dell’eterno ritorno;

3) gli animali nella loro solitudine: le esigenze supreme per lo stesso Zarathustra, esigenze tanto più inesorabili quando espresse sotto forma di proposizioni, regole e ammonizioni, tanto più allusivamente è affermato l’essenziale dalla propria essenza nella presenza immediata dei simboli. I simboli parlano solo per chi possiede la forza formativa necessaria per configurare il senso.

Non appena la forza poetica, vale a dire la forza formativa superiore, si estingue, i simboli sono ridotti al silenzio: si degradano alla categoria di «facciata» e «ornamento».

IL NICHILISMO COME DESUMANIZZAZIONE II

La prima fase, che incarna chiaramente il pensiero platonico, presenta l’esistenza di un mondo vero, sovrasensibile, ma che, tuttavia, non si è ancora cristallizzato in un’entità che è interamente “ideale”, ma solo realizzabile, comprensibile ad alcuni saggi.

Nella seconda fase del platonismo nichilista, si apre la breccia, la frattura nel mondo nella sua divisione sensibile-sovrasensibile, immanenza-trascendenza, un mondo che come promessa diventa irraggiungibile anche per i saggi e per il popolo: ora è Il cristianesimo come platonismo popolare come promessa del “oltre”.

Una terza fase rappresenta il pensiero kantiano, nel senso che il mondo reale è escluso dall’esperienza ed è stato dichiarato irremovibile dalla ragione teorica, ma rimane una consolazione: il concetto rattrappito attaccato all’imperativo morale universale. La quarta fase rappresenta lo scetticismo e l’incredulità riguardo alla metafisica che segue il kantianesimo e l’idealismo, identificati con il positivismo. Dopo la dichiarazione kantiana che il mondo reale è inconoscibile, non ne consegue che è stato oltrepassato, ma che è irrilevante dal punto di vista morale-religioso. Nelle fasi che seguono, Nietzsche si riserva di presentare la sua prospettiva filosofica: l’abolizione del “mondo reale”, che include nella sua caduta il mondo apparente, ma non con l’intenzione di una caduta nel nulla, ma di superare la dicotomia ontologica introdotta dal platonismo, aprendo un via diversa per una nuova concezione del sensibile e la relazione con il non sensibile, che ci fa abbandonare l’orizzonte platonico e le categorie metafisiche di “verità”, “unità”, “universalità”, ecc. e allarga l’orizzonte verso la Vita.

La decadenza ostacola quegli istinti che tendono alla conservazione e all’elevazione del valore della vita, moltiplicando entrambi la miseria dei sentimenti, come conservatrice di tutto ciò che è miserabile; compassione, risentimento, ascetismo, persuasione ad arrendersi al “niente”, a “oltre”, un luogo in cui, per Nietzsche non c’è “niente”. Al di là del reale ci sono “niente” e “nessun mondo”, o almeno il “mondo ideale”.

Il nichilismo, come lo percepisce Nietzsche, è l’edificazione del modo d’essere del mondo, di come è stato scritto e reso leggibile (interpretabile). In questo senso, come prodotto di eventi storici, il nichilismo è un transito caratteristico della nostra cultura, è la manifestazione della stanchezza dello spirito dell’occidente che, sfinito nel sostenere il “mondo reale”, diventa nichilista quando scopre la menzogna metafisica e l’assurdità dei valori morali su cui si basava: Dio come maschera del nulla e il soggetto come maschera della ragione moderna.

Il soggetto perde fiducia nei criteri con cui ha guidato l’esistenza: la verità è stata mostrata come l’errore più profondo e i valori hanno perso la sua stima, confondendo l’orizzonte del “significato”. Un terribile vuoto paralizzante è installato nella coscienza perché c’è solo la terra, questo mondo terreno, screditato, persino disprezzato da venticinque secoli di platonico-cristiano-razionalista.

Ha annientato “la forma più estrema del nichilismo: il nulla (l’assenza di significato”) eternamente! ».

Il soggetto moderno, intossicato dall’autonomia prodotta dalla liberazione della morale cristiana e dai suoi prolungamenti disciplinari nella cultura dopo la “morte di Dio”, deve prolungare questa rottura fino a quando non viene liberato da ogni narrazione che lo determina esternamente, dovendo acquisire mille forme diverse, come Proteo. La cultura moderna, la promessa di possedere / potere cumulativo e controllo sul naturale, gioca il valore-significato della loro esperienza di vita, inquadrata in una sorta di astio, noia, sbadiglio e tedio come “il male del XIX secolo” che si muove verso il 20 ° secolo, estendendo l’indebolimento dell’esistenza moderna. Il nichilismo co-implica la “morte di Dio”, di ogni supervalutazione e il suo conseguente superamento, così come il sotterramento di entrambi senza immolarsi in questo tentativo o disidentificarsi. In questo modo, la caduta dell’interpretazione cristiana apre, a sua volta, la possibilità di superare tutta la struttura simbolica e le logiche del potere che si conformano e determinano la soggettività. Pertanto, questa rottura richiede anche al suo creatore di sopportare il dolore e la fatica, la responsabilità e la soddisfazione, l’abbandono, il panico e l’orgoglio: l’abisso, ma con gli occhi di un’aquila, “colui che afferra l’abisso con gli artigli di Aquila: che ha valore ».

Questo processo di perdita del valore sensoriale è stato definito “nichilismo” come un’esperienza tipicamente moderna dell’assenza di significato per l’esistenza umana, il cui asse è l’evento metastorico della “morte di Dio”, quello “spazio impossibile […]. la portata del tragico moderno, con piena consapevolezza del rischio di abitare l’abisso del tragico in assenza di qualsiasi referente reale o immaginario (…) dissipa e annienta; soppraviene il nichilismo »:

Per Nietzsche, è chiaro che la figura di Dio ha mantenuto l’omogeneità dell’edificio metafisico-teologico in vigore nel più lungo periodo della filosofia occidentale, in quanto appare come la sintesi ipostatica delle idee di unità, identità e totalità. Il sistema simbolico offre legittimità, giustificazione e significato a ciascuna delle aree dell’azione umana: culturale, economica, politica, morale … al punto che la vita dell’uomo, considerata sia individualmente che socialmente, richiede in ciascuno dei suoi momenti dell’efficacia simbolica del paradigma metafisico: i criteri della vita privata, i limiti della creazione artistica, i campi della ricerca teorica, i modelli di azione politica …, sono legati orizzontalmente l’uno all’altro e riferiti verticalmente a Dio come istanza suprema di decisione, legittimità, significato e valore.

Il racconto giudaico-cristiano del XIX secolo e la promessa dell’azione di Dio nel mondo – sia la sua elevazione a un paradigma cosmo-visionale e simbolico che il suo conseguente collasso – è uno dei dilemmi filosofici fondamentali, poiché la sua drammatica avventura e lo schema dogmatico si traducono in un avvertimento esplosivo della caduta delle metanarrative fondative della cultura occidentale e non il colpo che comunica l’arrivo dell’ateismo, ma ciò che scompare è “l’idea monoteistica” di Dio con tutto ciò che suppone e garantisce:

Dio muore nella misura in cui la conoscenza non ha più bisogno di raggiungere le cause ultime, in cui l’uomo non ha più bisogno di credere con un’anima immortale. Dio muore perché deve essere negato nel nome della stessa verità imperativa che si è sempre presentata come sua legge, e con ciò anche il senso della verità perde significato e, in definitiva, ciò accade perché le condizioni di esistenza sono ora meno violente e, quindi e soprattutto, meno patetiche.

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