IL MONDO E LA SUA INTERPRETAZIONE II

All’interno di queste relazioni, il testo, in virtù della sua ambiguità, quasi non esiste: quindi, tende a perdersi nel criterio della verità dell’interpretazione. Da altri punti di vista, la domanda nietzscheana mira a liberare il testo autentico dall’interpretazione non reale, qualcosa che avviene quando Nietzsche vuole che l’uomo sia decifrato nella natura:

“Le numerose interpretazioni e significati accessori, per quanto frettolosi e fantastici, devono essere padroneggiati, con quello che è stato rivestito e dipinto come l’eterno messaggio fondamentale dell’homo natura”.

Quelli in disaccordo mostrano ciò che Nietzsche vuole cercare nel senso proprio. Un’interpretazione univoca potrebbe distorcere quella ricerca. L’esistenza data è un’esistenza che interpreta e viene interpretata: è pensata all’interno di un cerchio che sembra essere soppresso e ri-generato. L’esistenza è data non appena l’obiettività è soggettività: è sussistenza e, come tale, è costantemente superata; è indiscutibile e, incessantemente, interrogativo e problematica; è essere e non essere, essenza e apparenza. Il pensiero di Nietzsche non dovrebbe essere semplificato: il pensare non è il sé che si pone e crea il mondo; Né è il mondo, che è solo una rappresentazione di me.

Vale a dire: non è il mondo conosciuto, che ha una conoscenza di se stesso, come è successo con l’idealismo. Né il mondo è qualcosa di suscettibile di essere indagato, come pensa la spiegazione della critica della ragione. Di fronte a tutte le concezioni determinate di questa e di un’altra natura – che appaiono, nella loro totalità, nei modi di espressione di Nietzsche – il fondamento del loro pensiero è, piuttosto, nella pretesa di arrivare, attraverso tutto questi piani, al punto in cui io, insostituibilmente, devo leggere – interpretare – l’essere, perché io sono quello che sono.

In tutte le dichiarazioni, apparentemente solo generali, Nietzsche indica la storicità dell’Esistenza. L’incommensurabilità delle interpretazioni storicamente compiute costituisce il fondamento del proprio essere, che, come origine di se stesso, penetra tutte le interpretazioni, includendole attraverso uno sguardo e indirizzandole al messaggio stesso. Ora la verità non è più sperimentata come un metodo di interpretazione che posso provare anche come gioco, ma come la verità dell’Esistere stesso, che, nella pienezza della coscienza storica, legge il mondo come un numero.

Per essa, la verità assoluta, in cui la conoscenza generale delle interpretazioni – così come ogni interpretazione determinata che può essere conosciuta dall’esterno – viene superata, diventa il presente dell’essere stesso. In tal modo, la verità è la “mia” verità e, allo stesso tempo, non è solo mia. In effetti, è diventato, in primo luogo, storica, nella misura in cui è quello dove si incontra l’essere; in secondo luogo, è l’essere stesso, chiamato dalla volontà di potenza di Nietzsche, nella forma secondo cui, esistendo, diventa il sé.

Se, quindi, nella teoria dell’interpretazione, ogni esistenza data è interpretativa e interpretata; se il messaggio da leggere è fuori di me e in me; anche se io stesso sono il messaggio che posso leggere, con tutto questo Nietzsche indica un limite possibile. Non puoi avanzare indefinitamente.

Finché mi trasformo costantemente nell’atto dell’interpretazione, da qualche parte mi imbatterò in un fondamento. Ci sarà qualcosa di fermo lì, che non è svanito in alcuna interpretazione, ma non ne è neanche influenzato. “In fondo a noi, molto ‘in basso’, c’è, ovviamente, qualcosa che non può essere nascosto: una roccia granitica di fatalità spirituale. .. Accanto a ogni problema cardinale, parla un ineluttabile “Io sono questo”…

Occasionalmente, vengono trovate alcune soluzioni problematiche … forse sono chiamate “convinzioni”. Più tardi, si vede solo in loro … indicatori del problema che siamo noi stessi. Detto con maggiore precisione: sono indicatori del grande imbarazzo che è in noi, del nostro fatum spirituale, di ciò che non può essere nascosto: tutto ciò che è “molto in basso” “.

Il fenomeno dell’interpretazione. Il modo in cui appare l’interpretazione – come una costante trasmutazione di valori e divenire incessante – diventa un’auto-acquisizione, intesa come interpretazione.

Attraverso di essa, e all’interno della gamma di interpretazioni possibili, a ciascuno di essi viene assegnata la gerarchia e il valore corrispondente. Tutto questo è stato chiaramente determinato da Nietzsche, sia in linea di principio che in termini di realizzazione.

1. Ciò che Nietzsche chiama “interpretazione dell’esistenza”, coincide, per lui, con l’interpretazione del valore. Il valore del mondo sta nella nostra interpretazione. L’interpretazione non è indifferente, ma piuttosto è la chiarificazione del valore, soddisfatta da una stima. Pertanto, i due titoli del lavoro principale pianificato sulla volontà di potenza:

La trasmutazione della valutazione di tutti i valori e il Saggio di una nuova interpretazione del mondo, significano, fondamentalmente, la stessa cosa. Anche all’interno delle più astratte ramificazioni di categorie, l’interpretazione costituisce l’espressione di una volontà e la soddisfazione di un bisogno che apprezza tutto l’essere come valore per se stessi.

2. L’interpretazione non è mai definitiva, ma un di-venire. “L’essenza dell’essere organico è in una nuova interpretazione dell’evento: nella molteplicità interna e prospettica che è, essa stessa, che accade”. “Il mondo che ci riguarda è falso; vale a dire, non è uno stato efficace, ma un’invenzione … è in un flusso … come una falsità che si muove continuamente e che non si avvicina mai alla verità.

In effetti: non c’è “alcuna” Verità. Ma ciò che viene interpretato diventa, in cosiffatto tanto interpretato, l’oggetto di un’interpretazione è sempre progressiva. In tal modo, “ogni elevazione dell’uomo implica il superamento delle interpretazioni più ristrette”. Emergono nuove prospettive, il che significa credere in nuovi orizzonti.

3. Il movimento infinito degli atti di interpretazione sembra raggiungere un tipo di realizzazione nell’auto-appropriazione di tali atti, cioè nell’interpretazione delle interpretazioni. Il passo voluto da Nietzsche è concepire interpretazioni come tali; vale a dire, per rispettare, l’interpretazione, all’esistenza data.

Per raggiungere questo punto, era necessario, in modo assoluto, credere in certe interpretazioni. Interi millenni hanno costretto “a mordere con i denti un’interpretazione religiosa dell’esistenza”. Erano guidati “dalla paura di quell’istinto che sente che si potrebbe partecipare troppo presto alla verità; cioè, prima che l’uomo fosse abbastanza forte. “

Ma Nietzsche osa liberarsi. A proposito, “non possiamo vedere dietro il nostro angolo: voler sapere cosa potrebbe essere per altre classi di intelletti e prospettive, è una curiosità senza speranza”. Ma oggi siamo lontani, almeno, dalla risibile immodestia del decretare, dal nostro angolo, che solo da questo si possono avere prospettive.

Piuttosto, il mondo “è diventato infinito, nel senso che non possiamo rifiutare la possibilità che includa interpretazioni infinite. Ancora una volta il grande brivido ci attraversa. .. ” Solo l’alta gerarchia dell’uomo può resistere “all’interpretabilità infinita del mondo”. Da lui possiamo dire: “Molteplicità di interpretazioni, segno di forza. Non togliere al mondo il personaggio inquietante ed enigmatico che ha! “.

4. Le interpretazioni non sono arbitrarie o dello stesso valore. In primo luogo, rispetto all’invenzione meramente concettuale, c’è il più alto grado: l’interpretazione fatta attraverso l’azione. Inoltre, la modalità, il significato e il contenuto delle interpretazioni non sono soggetti alla critica della vecchia teoria della conoscenza – che supponeva il criterio immaginario di una singola verità valida, riferita all’essere esistente – ma alla critica fatta attraverso nel capire di vivere da solo “Ogni interpretazione è un sintomo di crescita o morte.”

Pertanto, Nietzsche esamina le interpretazioni che erano accessibili a lui, stimandole. “Le interpretazioni finora svolte avevano tutte un certo significato per la vita: la conservavano, la rendevano tollerabile o strana; lo affermarono: separarono la parte malata e la fecero morire “. D’altra parte, ci sono interpretazioni dominanti che Nietzsche combatte per considerarle ostili alla vita, come la maggior parte delle interpretazioni filosofiche e cristiane. Lui, da parte sua, voleva fornire un’interpretazione migliore.

“La mia nuova interpretazione darà ai filosofi del futuro – chi sarà il signore della Terra – l’imparzialità di cui hanno bisogno”.

LA RIDUZIONE E IL SOLIPSISMO APPARENTE

Abbiamo visto che i due sensi di solipsismo fino ad ora criticati diminuiscono a uno, per il resto Inammissibile. Tuttavia. Husserl parla del solipsismo; di un “esperimento solipsista”; di un’apparenza di solipsismo; che come fenomenologo “sono necessariamente solipsista” e che abbiamo incominciato a “proiettare” una fenomenologia solipsista. È questa fenomenologia solipsista con un solipsismo apparente?

Nelle Meditazioni cartesiane Husserl dice: “Sembra (è scheinü che l’oggetto non solo è primo ma anche unico [della fenomenologia), è può essere solo il mio io trascendentale, l’io del quale filosofa.” La fenomenologia incomincia “come egologia pura” e così ci condanna “wie è scheinf (come sembra) a un solipsismo trascendentale.

Questa “egologia pura” è solipsista. È questo solipsismo il quale apparentemente condanna la fenomenologia, lo stesso che quello dell’egologia solipsista? La risposta, come cercheremo di provare, è che qui si sovrappongono altri due concetti di solipsismo, da un lato il solipsismo apparente, dall’altro quello fenomenologico – trascendentale il cui senso tratteremo di delimitare nella sezione seguente. Questo ultimo è autentico, e deve essere radicalmente differenziato dall’apparente.

C’è da dire che non ci spingiamo abbastanza oramai nel solipsismo naturale scettico che propriamente era anche apparente, perché si dissolveva in sé stesso, ma ci muoviamo già in un solipsismo trascendentale come conseguenza – per lo meno apparentemente – della riduzione trascendentale. Perché dice Husserl che la riduzione porta l’apparenza di un solipsismo? Che cosa è questo solipsismo apparente risultato della riduzione?

Prima di andare avanti conviene notare che la frase husserliana ‘è scheint, (sembra o appare) come annota molto bene Theunissen”, ha due sensi: quello di ‘anscheinend, nel senso di ‘rivelare la situazione reale’, da una parte, e per l’altra, quello di ‘scheinbar’, nel senso che quella rivelata si manifesta come ‘mera apparenza.”

Applicato al solipsismo apparente possiamo dire che l’inizio ‘apparente’ significa il primo, e.d. che con la riduzione fenomenologica si rivela come solipsista, perché la riduzione rivelerebbe la situazione reale di quella scienza apoditticamente motivata; ma dopo questo rivelarsi come solipsista si deve disperdere in un puro Schein, in mera apparenza.

Da qui la domanda chiave perché la riduzione porta “apparentemente” il solipsismo mentre il “suo sviluppo conseguente di accordo al suo proprio nel suo proprio senso porta a una fenomenologia dell’Intersoggettività trascendentale”, in modo che “la riduzione all’io trascendentale porta solo l’apparenza [den Schein) di una scienza che deve rimanere solipsista.”.

Non ci sarà magari nello stesso concetto della riduzione qualcosa che impedisca di vedere con ogni chiarezza quel senso che, sviluppato, porta alla fenomenologia intersoggettiva? Questo nucleo confusamente serio, d’altra parte, è quello che motiva il solipsismo apparente.

D’altra parte sappiamo che per lo stesso Husserl mantenere inizialmente il solipsismo apparente è “un fraintendere il vero senso della riduzione fenomenologica.” L’apparenza del solipsismo nella sfera trascendentale non si riferisce solamente al solipsismo della trascendentalità ma anche e fondamentalmente alla trascendentalità del solipsismo. In realtà entrambe le affermazioni sono equivalenti. Se la sfera trascendentale non è solipsista perché il suo solipsismo è apparente, del solipsismo non può affermarsi la trascendentalità. Questo c’indica che l’elemento che deve essere dato nella riduzione per motivarlo non è trascendentale. Il solipsismo esteriormente trascendentale che segue la messa in pratica della riduzione trascendentale, è solo apparentemente trascendentale perché in realtà è naturale. In conseguenza il nucleo della riduzione che lo motiva è anche naturale, e.d. un nucleo il cui la concettualità è naturale e che pertanto solo nell’atteggiamento naturale può reggersi.

Da dove proviene questa intromissione nel seno dalla riduzione trascendentale di un nucleo naturale? Indubbiamente della necessità del principio. La fenomenologia trascendentale che deve iniziare con la riduzione trascendentale, incomincia necessaria-mente nell’atteggiamento naturale, deve incominciare mondanamente. La riduzione ha necessariamente il suo “welüichen Einsat’, per usare le appropriate parole E. Fink, cioè, il suo principio mondano. Mantenere nella riduzione questo “welüichen Einsatzl’, questa irruzione mondana, è quello che porta al solipsismo trascendentale apparente.

Tuttavia, non mancherà chi pensa che Husserl contraddice questa opinione che d’altra parte continua a determinarsi, è nella quale ci rimettiamo all’irruzione mondana della riduzione, alla sua “irruzione mondana.” In effetti, il solipsismo sarebbe la posizione esclusiva – ovviamente la sfera trascendentale del mio proprio io come esistente, dovendo prendere tutti gli altri come meri fenomeni: “certamente appartiene al senso della riduzione trascendentale che non pone nessuna altra cosa al principio come esistente bensì l’io è quello che è contenuto in lui’, perché egli si mostra solo come apodittico, mentre tutto il resto si manifesta come mero” Wircklichkeitsanspruch’, mera pretesa di essere quello che potrebbe essere un sonno coerente.’ L’apoditticità dell’io si regge di fronte alla presuntività di tutto il resto, che permane nello stesso senso che aveva cintes ma solo come “gemein” solo come menzione.

Non si può arginarlo in un’analisi seria del processo della prima “Meditazione cartesiana” di Husserl che tenta di porlo durante il tragitto dell’apodittico come unica possibilità di fondazione di una scienza stretta. È indubbio che le considerazioni lì esposte sull’evidenza, l’apoditticità, etc…Sono valide anche per la fenomenologia trascendentale, e.d. sono neutrali”, in terminologia tecnica; ma nel momento in cui queste considerazioni hanno nel motivare il passo alla trascendentalità, devono lasciare il loro carattere neutrale per modellarsi di nuovo secondo la concettualità naturale aderendo alla “strada cartesiana” della quale parla Husserl.

Il fatto stesso che Husserl consideri il vero sviluppo della riduzione come una “wesentliche Abweichung vom Cartesianischen Gang”, ratifica, in primo luogo, che fino ad ora il cammino seguito è il cartesiano; in secondo posto che il motivo cartesiano è quello che provoca l’apparenza di solipsismo, e finalmente che lo sviluppo stesso della riduzione portata a riduzione dell’intersoggettività, è incompatibile con la via cartesiana, via, come abbiamo detto, intrapresa anche nel cap. II della “meditazione fenomenologica fondamentale” di Ideen I.

La radice del solipsismo trascendentale apparente è di nuovo nella critica naturale-Cartesiana dell’esperienza, e il motivo affinché si dispone nella sfera trascendentale è che situata nella riduzione, queteóricam (davanti al fatto che ci sia da superare l’atteggiamento naturale, è capita a partire dalla sua inserzione mondana, della sua “irruzione mondana!’. Ma se, d’altra parte, è possibile quella “Abweichung”, è perché nella riduzione deve avere un elemento distinto dal cartesiano che faciliti il superamento o lo scoprimento del solipsismo apparente come mera apparenza. Finché la riduzione trascendentale porta il “Schein”, l’apparenza del solipsismo, è che non è un ente proprio trascendentale che è minato dall’atteggiamento naturale, per una concettualità naturale, e in definitiva, per il progetto dell’epojé con la sua conseguenza, il solipsismo scettico.

Il solipsismo apparente non è altra cosa che l’intromissione del solipsismo scettico nella sfera trascendentale che lascia di essere trascendentale per questa stessa intromissione. Se la riduzione deve essere il conseguimento della sfera trascendentale, deve superare l’atteggiamento naturale e con lei la sua propria irruzione mondana, il suo proprio “weltlichen Einsat’, nel quale si fonda il solipsismo, tanto quello scettico come l’apparente. La riduzione deve superare la concettualità basilare nativo dell’epojé e del solipsismo conseguente se deve essere riduzione trascendentale. Il solipsismo trascendentale apparente indica che la riduzione non scopre la sfera trascendentale perché è capita a partire dell’epojé. Può solo scoprirsi l’intesa Indipendente di quella concettualità naturale dell’epojé.

IL SOLIPSISMO IN RELAZIONE ALL’INTERSOGGETTIVITÀ

SOL (2)

 

 

 

 

 

 

Husserl riferisce il problema del solipsismo con la teoria dell’intersoggettività quando segnala, nell’epilogo alle Idee che nelle esposizioni prime della fenomenologia trascendentale la mancanza: […] la presa di posizione esplicita sul problema della solipsismo trascendentale, cioè, sull’ intersoggettività trascendentale, sul riferimento essenziale del mondo.

Husserl stabilisce due modi di intendere il problema del solipsismo in relazione con l’esperienza dello sconosciuto. Questi due modi possono essere ricondotti nelle due forme di solipsismo presentato.

Da una parte, il solipsismo può significare esclusivamente il mondo costituito in me, cioè, il porsi la possibilità di immaginare che un individuo, che esiste solo in un mondo circostante, non rimette nel massimo minimo il suo senso di essere ad altri. D’altra parte, il solipsismo sembra essere inevitabile, mentre il mondo che è per me, esaurisce il suo senso di essere solo a partire dalla coscienza dell’individuo meditante. In altre parole, se il mondo estrae il suo senso a partire dalla mia coscienza, allora come evitare il solipsismo?

A partire, da questa considerazione, Husserl espone una possibile obiezione: Se il mondo è solo il sistema di poli di intenzionalità immanente di quello che è chiamata esperienza obiettiva, questo è, mi è immanente, anche se cade l’idea da un mondo identificabile verso l’infinito nella mia immanenza in verifica concordante, allora sono un solus ipse.

Attenendoci a questa doppia considerazione, può stabilirsi che il primo modo di capire il solipsismo è piuttosto gnoseologico, mentre il porsi dell’individuo che non rimette i suoi sensi costituiti ad altri individui, equivale a dire che tutti i sensi che possiede sono costituiti esclusivamente e solo a partire da lui, ma ciò non implica che non esistano altri individui costituenti.

D’altra parte, può stabilirsi che il secondo modo di considerare il solipsismo è piuttosto metafisico, dato che la questione è del porsi in termini se esiste un’altra coscienza che sia anche datrice di senso.

Possiamo anteporre, come lo fa lo stesso Husserl che la risposta a questa situazione si trova nel fatto che il mondo si rivelerà, una volta che la riduzione trascendentale sia eseguita completamente come “unità delle mie esperienze, ma non come mera unità delle mie esperienze (effettive e possibili naturalmente) bensì nel suo senso proprio secondo l’unità dell’esperienza intersoggettiva.

Si deve ricordare che la V. Meditazione incomincia con il problema del solipsismo, con quella “obiezione che potrebbe sembrare seria” e ciò si deve alla conseguenza della IV Meditazione, come segnala Ricoeur, è che il senso del mondo finisce essendo solo un esplicitazione dell’ego, l’esegesi della sua vita concreta.

Questa situazione monadologica implica che l’ego assorba in sé stesso tutte le differenze. Se il senso dell’altro si costituisce in e a partire da me, si pone il problema se l’altro ego conserva vicino a me , tuttavia, un’originalità, una specificità.

Cercando di fare di fronte a questa difficoltà, Husserl deve conciliare due esigenze apparentemente opposte. Da una parte, deve portare a termine la riduzione fino alla sua esecuzione finale e mantenersi nella costituzione del senso “un altro” e a partire da me, e, per l’altro, se vuole costituire l’altro in quanto tale, senza annullare la sua alterità, deve tenere in conto l’originalità, la specificità dell’esperienza dell’altro, precisamente come esperienza di un altro io distinto al mio.

Avendo esposto il problema in relazione con l’esperienza dell’altro, si analizzerà di seguito come la fenomenologia confuta tanto il solipsismo metafisico come al solipsismo gnoseologico.

A RESOLUÇÃO STIRNERIANA:O ÚNICO

NEGAÇÃO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Visando, pois, remeter à individualidade – fundamento último e intransponível – tudo o que dela foi expropriado e determinado de modo abstrato e transcendente, Stirner assume a tarefa de desmistificar todos os ideais, mostrando que nada são senão atributos do Eu. Ou seja, aqueles só podem ganhar existência se assentados sobre o indivíduo. Mas para tal o indivíduo tem de conquistar sua individualidade, recuperando sua corporeidade e sua força, para fazer valer sua unicidade.

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IL NULLA VERISSIMO E CERTISSIMO DELLE COSE

DIVENENDO

«Il corpo non si può comporre di non corpi»

Scrive Giacomo Leopardi nel 1921: «Il corpo non si può comporre di non corpi, come ciò che è di ciò che non è; né da questo si può progredire a quello o viceversa… non v’è scala, gradazione, né progressione che dal materiale porti all’immateriale, come non v’è dall’esistenza al nulla. Fra questo e quello v’è uno spazio immenso, ed a varcarlo v’abbisogna il salto che da’ leibniziani giustamente si nega in natura. Queste due nature sono affatto separate e dissimili come il nulla da ciò che è».

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Ο θάνατος του πιο φρικτού τέρατος (Μέρος τρίτο)

vivann

«Τώρα θα έπρεπε για λίγο να σου μιλήσω για το  πειθαρχημένο, προοδευτικό και συνειδητοποιημένο προλεταριάτο, αλλά θα ήταν ανούσιο αφού ξέρεις πάρα πολύ καλά για την άπειρη αξία του ως υποζύγιο για τα βάρη και το μαστίγιο. Αντί για αυτό θα αναφερθώ στα διάφορα κόμματα, δημοκρατικά, σοσιαλιστικά και κομμουνιστικά.

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EL MUNDO ES SU INTERPRETACIÓN II

EL HOMBRE QUE SE PRODUCE A SI MISMO (LA MORAL)

 

 

 

 

 

 

 

Dentro de estas relaciones, el texto, en virtud de su ambigüedad, casi no existe: por tanto, tiende a perderse en el criterio de la verdad de la interpretación. Desde otros puntos de vista, la exigencia nietzscheana se dirige a liberar el texto auténtico de la interpretación no verdadera, cosa que ocurre cuando Nietzsche pretende que el hombre se vuelva a traducir a naturaleza:

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PRIMA DEL LEVAR DEL SOLE

suund

“O cielo sopra di me, cielo puro e Profondo! Abisso di luce! Guardandoti io rabbrividisco di divina brama. Slanciarmi nella tue altezze, ecco la mia profondità! Rifugiarmi nella tua purezza, questa è la mia innocenza!

Il dio è avvolto e nascosto dalla sua bellezza: così tu occulti le tue stelle. Non parli: così mi annunci la tua saggezza.

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IO SONO UN DESTINO III

VERSO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5

Zarathustra, il primo psicologo dei buoni, è – di conseguenza – un amico dei malvagi. Se una specie di uomini della décadence si è innalzata al rango di specie suprema, ciò è potuto avvenire solo a spese della specie a loro opposta, la specie degli uomini forti e sicuri della vita. Se l’animale d’armento brilla nello splendore delle più pure virtù, l’uomo eccezionale deve per forza essere degradato a malvagio.

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ZÁPISKY PSYCHOPATOVY

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DA “SUROVÉ NEGACE”-SITO NICHILISTA EGOARCA– UN TESTO SULLA PAZZIA DISTRUTTRICE DELLA NORMALITÀ E DELL’UMANESIMO..COME POTREBBE NON ESSERE “PAZZO E DISSOLUTO” UN NICHILISTA CRIMINALE -TERRORISTA-EGOCENTRICO? SE IO DECIDO CHE ATTRAVERSO IL MIO SOLIPSISTA EGO ESISTE IL MALE ATTRAVERSO CERBERO -CHI MI PUÒ IMPEDIRE CHE SIA COSÌ? SONO IO CHE CREO E DISTRUGGO CREANDO! FANCULO LA VOSTRA FOTTUTA “COSCIENZA”! DETTATA DAL CREDERE CHE CI SIA UN TRATTO DISTINTIVO NELLA CONTRADDIZIONE.LA CONTRADDIZIONE NON ESISTE -E NON ESISTE UNA REALTÀ CHE LA CONTRADDISTINGUA COME “FATTO PROVATO”

Útržek z povídky Valerije Brjusova.
Oslava zlovůle a zločinu,poprava humanismu.

Zajisté,od dětství mne všichni pokládali za zvrhlíka. A tvrdili,že mé pocity nesdílí nikdo. Tak jsem si zvykl lidem lhát. Zvykl jsem si pronášet otřepané fráze o utrpení,o lásce,o štěstí milovat bližního. Ale vskrytu duše jsem byl přesvědčen-a to přesvědčení sdílím i dnes-že svou podstatou je každý člověk zločinec.

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