PDF: “MISANTROPIA ATTIVA ESTREMA VOL.3”

Ricevo e pubblico:

https://avyssos.altervista.org/pdf-misantropia-attiva-estrema-vol-3/

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Con il 3° volume della Misantropia Attiva Estrema, continuiamo a proporre attentati, “colpi di testa”, che sembrano possano avere a che fare, minimamente con le varie dottrine che si identificano con l’anarchia, l’autonomia, l’antagonismo, ma non è così, in maniera assoluta.

Noi li consideriamo atti misantropici e nichilistici, azioni prodotte dall’odio egoistico per l’altro, per l’oggetto, per la società, azioni che hanno solo un obiettivo: la distruzione e il godimento prodotta da essa.

Anche il progetto nichilista “avyssos” vuole, come i progetti affini, che si sprigioni il caos e il terrore, per approfittarne e colpire, quello che odiamo e quello che ci preclude un pieno godimento. L’amoralismo deve prevalere, è che Noi si possa “regolare i conti”, con infami e delatori, ma anche per il piacere, che non deve avere nessun nesso con la conquista di qualcosa di definitivo.

Alcuni lettori affezionati al sanguinare dei morti e dei feriti, alle esplosioni e agli incendi, della Misantropia Attiva Estrema, ci hanno chiesto foto e immagini più dirette…diciamo a essi, che in una realtà come quella morale dell’occidente, non è facile recuperare frammenti di pezzi di cervello per terra, o arti mutilati, come della pelle bruciata, crani perforati o altro…ma garantiamo di fare meglio la prossima volta…

E con questo affermiamo, che non è solo la ricerca dell’immagine che ci deve interessare- che pur sempre ci fa godere– ma anche dell’approfondire quello che si legge e ampliare l’ottica con cui si leggono notizie che possono sembrare cose normali, cose quotidiane…provate a immedesimarvi con chi ha colpito e godere di quello che entra e esce dentro di voi, provate a colpire e attentare, per sentire come le fibre esistenziali, esplodano al contatto con l’esistente, come se la persona morta davanti a voi, ancora respiri, e voi la vogliate assolutamente morta.

Per noi ogni attentato messo a segno, è crescita in potenza misantropica e nichilistica, godimento che solo l’attimo può dare, esperienza e sperimentazione che aggiunge un tassello di crescita, ma è anche propaganda anti-umanista, specificatamente egoistica, che vede nell’atto, nell’attentato, un unione di egoisti, che vogliono solo una cosa…la caduta della società in un inferno senza legge ne morale.

Uomo-Mostro

INDIVIDUO NARCISISTA E INDIVIDUALITÀ EMPATICA (MISANTROPIA ATTIVA ESTREMA)

http://orode.altervista.org/nechayevshchina-guerra-occulta/

https://web.archive.org/web/20170914205511/http://orode.altervista.org/nechayevshchina-guerra-occulta/

Spronati da Uomo-Mostro, della Casa Editrice Nichilistica “Avyssos”, riproponiamo un testo che separa nettamente, non in maniera dualistica, L’Individuo Egocentrico che persegue esclusivamente il proprio “obiettivo egoico” e Unico, non divide ne condivide, e l’empatico, che crede di essere un singolo, ma poi con-divide, si divide ponendo, e facendo intendere, che ogni individuo può essere un Unicista, con le proprie peculiarità, con le proprie specificità, cose che ci sembra un enorme cazzata…in un periodo fecondo per la caccia al Misantropo Terrorista e Egoista* questo testo, ci sembra di fondamentale importanza, per distinguere e separarci, per continuare una guerra occulta, che faccia emergere- ad ogni testo, attentato, nota musicale, il Kaos Distruttivo e incontrollabile, che passa e distrugge tutto quello che gli viene incontro, mangiando e cagando nel fosso dell’umanità, i valori e le categorie morali!

Ghen

* In un chiacchiericcio costante, che passa dallo xenofemminismo a come fermare i “fascisti” dello Stato Islamico, sembra ci siano innumerevoli “dibattiti” in corso per decidere che cosa fare, con i Misantropi Terroristi e Anti-politici, che rovinano il buon nome degli idealismi. Attendiamo smaniosi, delle risposte, in tal senso…

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“Io non sono un io accanto ad altri io, bensì l’io esclusivo: io sono unico”

La coscienza, nella realtà veridica, ingloba l’esterno “reale”, e interiorizza il modo di pensare o percepire l’oggetto nella contesa in soggetto.

Contesa che confronta esternamente il motivo per cui si deduce il fattore della questione che interroga la disputa dell’oggetto e che valuta la circo-stanza attraverso il porre l’oggetto nell’eventuale soluzione e finale del problema.

La coscienza è un senso interno che sviluppa il suo valore, attraverso la visuale che disciplina il nostro modo di pensare “esterno”?

Oh è un imposizione attraverso secoli di dominio morale?

Per me- è una”abitudine”-come scritto su un testo- una forzatura insita dentro il “me stesso”- è che si sviluppa e rende fecondo il nesso del senso dato alle cose.
Il senso che io annetto attraverso la relazione tra quello che “vedo” e quello che percepisco nel vedere l’oggetto della questione, mi rivolge il suo morboso artigliare di “colpa”, se e nel caso, agissi contro un valore universale, che è dentro a una catena di consequenziale “verità”.

Il concernere quello che è conseguente districa e svolge la sua domanda, volta al distinguere la rivelazione e l’esplorazione del modo di porre il “senso” dato al produrre di emozioni e sensazioni, ordinate in uno schema all’interno del contesto concettuale.

Annetto e unisco il relazionarmi in una ridda di supposizioni, che comporta e permette al “senso dato alle cose”, di subordinarmi al valore datomi dalla manifestazione di definita e inconfutabile verità, datami.

Voglio con questo affrontare- in maniera insoluta- la battaglia a morte tra l’Individuo narcisista e l’individualità empatica, non evirando di affermare, che la mia visione egoistica, da anche all’empatia il suo tornaconto egoistico.

Come nell’Individuo narcisista, esistono -ancorati – pezzi di “coscienza”, che a volte fermano, la distruzione e l’attacco a quello-che Egoisticamente- è visto come nemico da annientare.

Evitare di dire questo,sarebbe come dare una definitiva “dottrina” codificata in quello che sto affermando. Oltremodo, non è neanche una giustificazione, per sentirsi meglio e apposto-appunto-con la “coscienza”.

Ritornando a sopra, come esistono i Nichilismi, che diversi tra loro, combattono una lotta egemonica, per affermarsi, esiste anche l’Egoismo in mille e mille sfaccettature, che altresì- come sopra- si combatte in una guerra di affermazioni e negazioni, vittorie e sconfitte, verità che si impongono e verità che vengono soffocate dalla stessa imposizione, che regola- attraverso un predominio relativo- chi è stato “sconfitto”.

È una guerra diseguale, dove non esiste l’accettazione come riconoscimento di e della “verità”, ma come sconfitta dove il nemico- in quel momento, per quel momento- ha vinto, e ha reso un’altra “verità, qualcosa che non è vero, perché fallimento del contesto oggettuale, fattivo, dinamico, che rende inerte e schiaccia il resto dei concorrenti, a loro modo partecipanti.

Questo testo -come altri testi-tocca temi sensibili all’umanità intera, come il Terrorismo Nichilista Indiscriminato, l’Estremismo, la negazione del mondo materiale, la distruzione dell’etica umana e giuridica,ecc.

Il testo in questione- passa attraverso questi importanti “temi”- e non esula, o ci finisce vicino..no.

INDIVIDUO NARCISISTA

Nel definire l’Individuo narcisista, voglio specificare, che quello che descrivo, è la “Mia” idea di quello che voglio definire, e non l’idea- come esempio- che finisce direttamente nel concetto psicanalitico dello stesso.

Se poi, io ne sia influenzato (dall’idea psicoanalitica) poco importa, vedo e ingurgito pezzi di materia, di frasi o parole, di significati, segnali e visioni, solipstizzandoli, per renderli Miei. Il partire da un’idea, e apprenderla, per me non ha alcunsignificato – nel momento in cui non esiste più il momento concettuale, di induzione al riprodurre quel significato con il concetto interno a esso.

Esso- il concetto che si propaga e propugna questa verità- o la tal verità, rimane attaccato al “me stesso”, come una ventosa che risucchia alcuni istanti e momenti, nel produrre la logica deduzione, che la “tal cosa”, sia dovuta a immagine della catena di giudizio e idea, principio nel significato in un’ armonica corrispondenza e attinenza.

Il sistema di relazione tra “esso” e il principio, si dipana e trasforma l’ipotesi in un messaggio ottundente, che conduce al corrispondere in concentrici similari, del porre la diversità e l’equità in un contenitore assiomatico.

Perché l’Individuo Narcisista anela a distruggere il sistema di relazioni tra le parti?

Il “Mio” Individuo Narcisista si muove e respira la realtà, in cui vive, e la relativa situazione, in quel momento e nella data situazione “relativa”, agendo, attraverso il mondo a se creato, centro e appartenenza, al primato verso il prossimo, non sdoppiando il proprio Io, avvicendandosi al fatto-re “umano” che si muove attorno a esso.

La situazione relativa, pone davanti alla ricerca di frammenti di Possessione, il suo incedere, l’apparire si fonde nel mutare dell’agire, annientandosi contro il muro del momento vissuto.

Il momento vissuto è il relativo apporsi di distruzione iconoclastica dell’istante presente precedente, che è annullata e inglobato dall’immanente.

Parlando esclusivamente di un contesto di Terrorismo Nichilista e Indiscriminato, relazionato al Narcisismo Egoico, approfondendo la sperimentazione mossa e portata come flusso nel sangue, che cresce,e smuove il muro della compensazione- su questo- innumerevoli esempi possono portare a connettere, quello che una visione superficiale, non sembra possa “pensare”.

Quante volte questi idioti chiamati “umani”, ti hanno additato di “Narcisista”? o “Egoista, che non pensa agli altri”?

A prima vista- prospettiva offuscata da categorie predeterminate e valori artificiali- sembra che il lemma in questione non debba essere contestualizzato e collegato al Terrorismo Nichilista Indiscriminato.

E invece c’entra-eccome- e fondendosi Nientifica la catena di comando della società eguale e moralmente subordinata alla società industriale.

Il valore che si da alle cose che si vedono e pensa-no,vengono inserite nel processo di assimilazione dentro un ambiente artificiale e addentellato alla società tecno-morale.

Non è facile sfuggire a un ambiente dove “comanda” la generalizzazione dell’ambiente fattuale e i principi guida con cui si “vede” una cosa, non da un lato visualmente Individuale, ma da quello metodologicamente annesso e connesso con il valore dei “valori”, che diviene “valore per tutto/i”.

Il valore che penetra dentro il simil/contesto, che è omogeneo in una precisa memorizzazione dell’evento che si è visto -e o vissuto, all’interno di una lente ottica conforme al ruolo relativo e assoluto (assolutamente vero), datosi, in similitudine all’apparire di una prospettiva analoga standardizzata.

In questo ambito, emerge la predisposizione al valutare una cosa, attraverso la lente ottica con-formata all’espressione dualistica delle connessioni artificiali e morali della società eguale.

L’espressione “termine di paragone”, per fare un esempio, contiene -in esso e a se stante- un altra delle artificialità presenti nell’idea “assolutamente vera” della vita e della visione delle cose, perché porta al generalizzare l’esperienza vissuta, in un’ottica di ottimizzazione e su un piano orizzontale.

Paragonare una cosa a un’altra, è convergere l’esperienza di un certo tipo in un sistema generale dell’essere che vive e respira su questo mondo morto.
Anche dire, “non è paragonabile”, afferma il paragone.

Attenzione, rispetto a chi pensa di fare del relativo un assoluto di una verità, la mia esperienza è vita e morte- della contraddizione.

L’ho già affermato altrove, la contraddizione,vive di vita propria, solo se gli si da la catena per essere promossa a valore, che insinua un esperienza vissuta da un Individuo.

Non solo per me non esiste una “verità” come si intende,ma in/esiste la contraddizione, che torna a essere un convergere un idea in uno sfondo di asserzione che assicura al fattore agente- la “parola”-un assoluta “tranquillità” e una predisposizione a rendere ottimale, un rapporto di in-contro – e eventuale scontro- tra due Individui.

L’Individuo narcisista ammazza e sprona nello spezzare la catena di comando, insita nella pro-posizione esclamativa “siamo simili!”.

Il Narcisista e Nichilista, e specificatamente Terrorista, non valuta nulla che sia il valore dettagliato da un esclamazione, più che un enunciazione di similitudine.
Il simile in un Attentato, rimane appeso a un gerundio temporale, che in/esiste, nel momento che le fibre della Volontà Nichilistica, spezzano definitivamente le catene della consequenzialità del-la società eguale, all’attimo dell’esplosione dell’ordigno.

Pensate, come ha scritto l’Affine di Sangue Mictlantepetli che gli ordigni delle Terroristiche ITS (Individualisti Tendenti al Selvaggio) esplodano solo in base a una reazione esotermica?

L’Attentato prodotto che esplode, l’ordigno che e-spande il suo alito di morte, il “tutto” che si e-spande e si disintegra in mille pezzi di Volontà Nichilistica, ha il suo Potere, nelle fibre e il sangue di chi Attenta, e non per una reazione stu-diata scientificamente.

Perché l’Individuo Narcisista, attanaglia e soffoca, il principio derivativo della coscienza, sprona se stesso, a oltrepassarlo, suda e freme, perde attimi e bagliori di lucidità compromessa dalla società in maniera materiale, e colpisce con Potenza Demoniaca il proprio Obiettivo Egoico, comprimendo e volendolo fare implodere, il prisma di valori inoculati nella crescita e con il tempo.

INDIVIDUALITÀ EMPATICA

L’individualità empatica, questo [E]ssere “altruista”, e tanto fottutamente egoista, sorridente in maniera languida. Naturalmente, come sopra, qua parliamo e affermo, l’idea empatica dell’attacco, o comunque dell’idea dell’attentato, o della relazione del tanto vituperato “indiscriminato”, rispetto a questi “gioielli” di semplicità, di solidarietà spicciola, di promiscuità canonica, che fanno le cose, senza voler godere degli effetti del loro attacco, senza dire “IO!”

Nel relazionarsi, in un contesto, di supposizione, di chi sia o possa essere “l’altro”, emerge, ne viene ricondotto, il modulare, il pensiero, che si muove attorno alle cose, come un qualcosa, da sottopor-re a esami, ricondurre il pensiero, a chi è accanto, anche se o forse senza, sentirne il valore, che la società da a un tipo di soggetti in particolare.

Non conoscendo, non avendolo mai visto, prima, o vedendolo all’improvviso per la prima volta, e dandogli l’impresso valore, conduce – porta l’individualità empatica, a rinchiudersi in un re-cinto, fatto di “certe” certezze, di immobilizzazione della visione primaria del proprio Ego, che ca-de nell’oblio del dimenticatoio, quando c’è da fa-re i “conti con la coscienza”. È qua che emerge l’individualità empatica, che non sente ragioni, anzi, ragiona e razionalizza a favore di un dato valorizzato, di una certezza costruita su un utopica legge della compensazione di se stessi, rispetto al “prossimo”.

E qua centrando il termine in questione, nell’attacco, questo empatico, cade nell’illusione, primaria di non volere colpire nessuno..

“Le persone che non c’entrano”, queste moltitudine che l’individualità empatica, farà fatica a riconoscere per strada, ma che secondo un valore promosso, a certezza, deve essere in Assoluto mo-do attuato, pena la caduta e l’esclusione dal proprio “milieu”.

Un attacco, la forza che si da a esso, un muoversi, non può essere -un pensare o avere un attitudine affettiva, verso qualcosa che non si conosce, che non si sa manco che faccia abbia, o che voglia e promuova nella sua misera esistenza.

L’attacco dell’individualità empatica, è un attacco che disistima l’affinità di sangue, che mette dietro di se, la Volontà Iconoclastica, e anche se distrugge, ricostruisce, il rapporto dell’Ente materiale della storia, e della vita, con il presupposto, che “l’altro”, possa avere le sue stesse sensazioni,o idee, o addirittura che si possa fare a meno di tutto questo, e abbracciarsi nell’idea che tutto sia l’uguale degli eguali.

L’individualità empatica, non valuta attraverso le innumerevoli percezioni e sensazioni, esperienze, ma su quello che è l’altro, il prossimo, anche se quest’ultimo, dovesse essere totalmente in disaccordo con un attentato.

Perciò un attentato, diventa lo svuotare di empatia, all’atto dell’agire, e si incarta pecora, attraverso i meandri dell’utopia, basata sulla sensazione che chi non “c’entra”, non c’entri vera-mente, secondo verità giusta e conformante alla regole di base che si sono date, ma: senza aver capito, che queste regole, sono solo la continuazione e la prevaricazione di chi, l’individuo empatico, combatte.

IO NICEVSCINA!

DALLE «BATTERIE» AI SICARI POLITICI: QUEL CANE SCIOLTO* DI ABBRUCIATI

La storia della Banda della Magliana, qualunque cosa se ne dica, affascina e ha affascinato centinaia di persone non solo a Roma, ma anche in altri luoghi. A Roma dopo l’uscita del libro-romanzo “Romanzo criminale”, (pensate scritto da un giudice che pero, nelle righe vergate, in quel momento, assomigliava più ai criminali della Banda che a uno che pensa in maniera giuridica), ci furono innumerevoli negozi che stamparono magliette con i volti dei componenti del gruppo criminale-mafioso. Questo per dire, che la società civile e le regole morali, non valgono una ceppa di cazzo di niente, dato che è molto più affascinante il crimine amorale. Noi, oltrepassiamo tutto questo, al di là del bene e del male, è come abbiamo già scritto, per Stirner, utilizziamo a nostro piacimento, pezzi dell’attività criminale di suddetta Banda. Noi siamo Criminali e Terroristi Amorali, e cosi sia; riteniamo che progetti malavitosi come quelli della Banda della Magliana, siano validissimi, anche se molto in grande (come numero di affiliati), rispetto ai gruppuscoli Terroristici Misantropici, di cui facciamo orgogliosamente parte. Lo spaccio di droga non ci interessa, ma perché se siamo amorali e estremisti, “dovremo fare le pulci” ad altri malavitosi e criminali, che come noi, si staccano dal mondo dei normaloidi e vogliono continuare a delinquere? Occhio, i componenti della Banda, non erano degli spacciatori “sine qua non”, ma anche assassini e terroristi, che hanno usato l’esplosivo plastico come l’incendio indiscriminato, come l’assassinio diretto ma anche trasversale (contro alcuni parenti dei pentiti). D’altra parte ci interessa anche il passato dei componenti della Banda, quello più informale, come le “batterie dei rapinatori”, ma questa non è una scusa, sappiatelo. Qua sotto riportiamo un frammento di uno dei componenti della Banda, uno dei Capi riconosciuti, vissuto e morto come criminale. Per chi dovesse riprovarsi di tutto questo, immaginiamo alcuni idealisti, siamo a conoscenza, che non è bello, che in certi cortei, si faccia esclamare a quelli che si considerano dei fratelli, “Allahu Akbar “, per poi dire di odiare lo “stato islamico”, o affermare di essere atei. È lo si faccia fare, perché senno “non tutte le ciambelle vengono con il buco”.

Dunque, ad ognuno il suo…

Ex Editori della Rivista Misantropica Attiva Estrema KH-A-OSS

* per cane sciolto, si intende, un individuo inserito in un giro criminale, anche organizzato, ma senza nessun vincolo organico preciso.

Nato nel 1944 a Roma, nel quartiere Trionfale, Danilo Abbruciati cresce a Primavalle, dove s’è trasferita l’intera famiglia. Sulle orme del padre Otello detto «er Moro» per la sua carnagione scura, campione italiano dei pesi piuma e leggeri, si cimenta nell’arte del pugilato. Ma, per mancanza vuoi di rigore vuoi di perfezione nella pratica, abbandona ben presto la disciplina, per intraprendere la carriera criminale. Appena maggiorenne, infatti, comincia a frequentare un gruppo di ragazzi della Roma bene coi quali dà vita ad una vera e propria «batteria», denominata dalla stampa «Gang dei Camaleonti», specializzatasi, a metà degli Anni ’60, in furti nelle abitazioni dei quartieri ricchi. È così che rimediò la prima condanna a quattro anni.

Denunciato, l’anno precedente, dalla moglie, Claudia De Cristofaris, per lesioni, maltrattamenti e sequestro di persona, nel 1972 è già un rapinatore di successo: alla fine di quell’anno, a riprova dell’avvenuto salto di qualità, ne viene segnalata la presenza a Pescara, in compagnia di Maurizio Massaria, Ernesto Diotallevi e Carlo Faiella. Disgrazia vuole, però, che quest’ultimo, alcuni giorni dopo, venga ucciso a Roma, proprio dopo un incontro con lui e con Ernesto Diotallevi, al bar «Catene» della Garbatella. Questo incidente, però, non ne interrompe l’ascesa: conosciuto in carcere il boss della malavita meneghina Francis Turatello, mette a frutto la solida amicizia con lui per entrare in contatto con la gang di Maffeo Bellicini, Albert Bergamelli e Jacques Berenguer. Abbandonate allora le rapine, è attivissimo, in particolare, ma non solo, nel settore dei sequestri di persona. Ma la sua vita non è tutta rose e fiori, a causa del suo diretto coinvolgimento in talune di quelle «guerre» che sovente squassano, senza apparente motivo, il corpaccione della mala capitolina. Banali le ragioni del dissidio che, nel ’76, lo contrappone a Roberto Belardinelli, detto «Bebo», ma cruenti gli esiti: come ha spiegato Fabiola Moretti, una fra le molte «pupe» di Abbruciati, «due (… ) le bombe, una al ristorante Sabatini e una al locale notturno La Prugna»: la prima viene disinnescata; la seconda, invece, esplode. «Bebo Belardinelli», ha raccontato ancora la donna, «sparò raffiche di mitra contro le auto parcheggiate in via dei Ponziani; sequestrò, quindi, Oscaretto Meschino, per farsi dire, a suon di botte, dove potesse trovare Danilo»; e finalmente, «una mattina che Danilo doveva incontrare Umbertino Cappellari sulla via del Mare, Belardinelli si trovò sul posto e lo uccise, sotto gli occhi del figlio Pino, tossicodipendente», ma, conclude il suo racconto la Moretti, «per sua fortuna Danilo era arrivato in ritardo all’appuntamento».

Contemporaneamente a questa «guerra», nella quale Fernando Garofalo detto «Ciambellone» e Nando il Pirata, due compari, ha spiegato sempre l’informatissima Moretti, che «steccavano con lui, ma non partecipavano alle rapine, accampando dei pretesti: ogni volta avevano la febbre o il raffreddore», Danilo Abbruciati ebbe uno «scontro» anche con Massimo Barbieri, il quale, mancandogli di «rispetto», ha organizzato un’orgia con la madre di sua figlia Danila e con la sorella: «er Baffo» lo convoca e, mentre sono in macchina, il Barbieri alla guida, tenta di ucciderlo sparandogli; l’arma, però, s’inceppa e deve ripiegare su un pestaggio selvaggio col calcio della pistola. A causa delle lesioni riportate, particolarmente gravi per essersi l’auto schiantata contro un albero, Massimo Barbieri, se ne resta rintanato in casa per un mese a leccarsi le ferite, mentre gli lievitano dentro rancore e frustrazione per l’affronto patito. Così, una sera che er Baffo si sta recando a Campo di Mare, dov’è in vacanza la figlia Danila, la sua auto viene affiancata da una moto, condotta proprio da Massimo Barbieri e con a bordo Gianfranco Casilino, il quale gli esplode contro alcuni colpi d’arma da fuoco; un proiettile, trattenuto dalle ossa craniche, all’altezza della tempia sinistra, lo attinge alla testa. Intenzionato a farlo soltanto dopo che avrà trovato Barbieri e regolato i conti con lui, Danilo Abbruciati ne rinvia la rimozione; a causa, tuttavia, prima dell’omicidio di Ettore Tabarrani e quindi del suo arresto, avvenuto nel 1978, a seguito delle dichiarazioni di Roberto Cavaniglia detto «Canarino», per i sequestri di persona, la pallottola resterà dov’è.

Tornato libero nel luglio del 1979, Danilo Abbruciati trova una situazione di gran fermento: la Banda della Magliana sta, mano a mano, acquisendo il controllo dei traffici illeciti della capitale e, per dirla con Maurizio Abbatino, il boss Abbruciati è ormai un «cane sciolto», senza legami con alcun gruppo in particolare e senza problemi economici di alcun genere; è soltanto per restare nel giro che conta che, insieme al suo «tirapiedi» Paolo Frau, gravita nell’orbita di Enrico «Renatino» De Pedis. All’inizio si dedica di tanto in tanto a qualche colpo, limitandosi magari a fornire delle «dritte»; ma, quando Renatino, Raffaele Pernasetti detto «er Palletta» ed Ettore Maragnoli entrano a far parte, grazie a Franco Giuseppucci, del sodalizio, anche lui viene cooptato nella Banda e vi inocula il seme della dissoluzione. A ragione dei suoi trascorsi malavitosi, avvalendosi anche delle numerose conoscenze fatte in carcere tra i comuni, i mafiosi e i politici, una volta entrato a far parte della Banda della Magliana, Abbruciati la strumentalizza ai suoi personali vantaggi: tiene sostanzialmente per sé le proprie «conoscenze», si interessa di edilizia, commercio di auto, finanza, rispetto ai quali i traffici criminali rappresentano la principale, se non unica, fonte di finanziamento, e di questi traffici fa partecipi soltanto i «testaccini», appartenenti alla cerchia di Renatino, i quali, ben presto, acquisiscono un consistente patrimonio mobiliare, societario e immobiliare, che si cumula ai proventi della precedente attività di «strozzinaggio». A causa di questa asimmetrica opulenza, i «testaccini» diventano insofferenti alle regole solidaristiche della Banda, e questo provoca una certa diffidenza nei loro confronti, destinata ad acuirsi e a sfociare in veri e propri propositi di vendetta, specie dopo l’uccisione di Franco Giuseppucci detto «er negro», ad opera dei Proietti.

A causa della «guerra» contro costoro, a cui tutti i sodali si sentono parimenti obbligati, passa in secondo piano la resa dei conti interna, che è rimandata sino a che un altro evento traumatico non la innescherà di nuovo.

Milano, via Oldofredi 2, ore 8.05 del 27 aprile 1982. Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano esce di casa. «Stia attento ragioniere», l’avverte la portinaia, «ci sono due tipi strani, fermi qua davanti da mezz’ora». Una veloce occhiata scioglie ogni preoccupazione: i due «tipi» sembra siano spariti e, come tutte le mattine, l’Alfetta 2000 blu della banca con i vetri blindati è parcheggiata all’angolo con via Pola; l’autista Giovanni Fattorello, come al solito, mentre attende scambia qualche battuta con la guardia giurata di servizio alla porta dell’agenzia numero 18 del Banco, situata nella stessa palazzina dove egli abita con la famiglia.

Passano, però, pochi secondi e sbuca da via Pola una moto di grossa cilindrata, con in sella due uomini. Il passeggero, cappotto color cammello, completo di grisaglia inglese e camicia di seta azzurra, scende e si fa davanti a Rosone, con in pugno una Beretta calibro 7,65. Preme una prima volta il grilletto, ma l’arma s’inceppa e Rosone ne approfitta per scappare; al secondo tentativo ferisce la vittima ad una gamba e si dà alla fuga sulla moto condotta dal complice. La guardia giurata spara in rapida cinque colpi con la sua 357 Magnum.

Due proiettili centrano il sicario al collo e alla testa. Il ferito cerca di aggrapparsi al conducente della moto, gli mancano le forze e scivola esanime sull’asfalto. In apertura del telegiornale dell’ora di pranzo, mentre scorrono le immagini di un cadavere a terra coperto da un lenzuolo insanguinato, la voce del giornalista spiega che quella mattina è finita la corsa di Danilo Abbruciati. Agli investigatori non sfugge la singolarità del fatto che ad eseguire un «lavoro» solitamente affidato ad un gregario, sia stato chiamato un uomo come «er Baffo», ormai arricchito dal traffico di droga, «un giro calcolato, al lordo, da un miliardo al giorno» e che aveva raggiunto quei simboli di prestigio che ne facevano un boss del crimine organizzato. Non minori le perplessità dei sodali della Banda: ignorando tutto dell’operazione in cui è morto er Baffo, Maurizio Abbatino chiede «spiegazioni» a Enrico De Pedis e a Raffaele Pernasetti i quali gli riferiscono «di aver a loro volta appreso da Ernesto Diotallevi che, per suo tramite, l’Abbruciati aveva ricevuto 50 milioni per eseguire l’attentato». I due non gli forniscono «ulteriori particolari», dicendo che Abbruciati ha agito anche «a loro insaputa». La risposta al perché Danilo sia salito dietro quella moto, Abbatino la rinviene nell’inconfessata esigenza dei «testaccini» di «accontentare un committente di riguardo», tenendo gli altri all’oscuro della relativa operazione, che comunque li compromette tutti: ce n’è abbastanza, insomma, perché sia considerato ormai definitivamente dissolto il rapporto di fiducia che ha sin qui cementato l’organizzazione e si proceda, finalmente, al sanguinoso regolamento dei conti, per troppo tempo rimandato.

LA RAZZA UMANA CHE SANGUINA..(MISANTROPIA ATTIVA ESTREMA)

Ricevo e pubblico:

“Caos il vuoto primordiale
una specie di gorgo buio che risucchia
ogni cosa in un abisso senza fine
paragonabile a una nera gola spalancata”

Discendo nell’abisso dove le virtù e la lealtà non esistono

Discendo, sapendo di poter scalare solo su rocce acuminate

Lo voglio? Voglio sentire il dolore, voglio strisciare con il mio corpo e ferirmi

Voglio ferirmi, facendo sanguinare la razza umana

Nella caverna dei miei desideri, la razza umana deve perire

Perisci, dentro il vuoto, in fondo a un buco indistinguibile

Perisci, cadi dentro una fossa, riempi il buco, dove è nascosto un segreto

Io lo conosco, noi lo sappiamo, siamo a conoscenza di questo segreto nascosto

Il rifugio della coscienza, ora è rivelato, la tana in fondo all’esistenza, ora si vede chiaramente, il nascondiglio, che si pretende essere sicuro, è aperto come il vaso di pandora

Ho fatto breccia, sono dentro un varco, tutto è un vortice, implode ed esplodono stelle decadenti, si è formato un cratere, dove punte acuminate, vogliono ferirmi

Io voglio essere ferito? Si voglio essere ferito, penetrato da una lama misantropica, voglio sentire il pungolare della fine della magnificenza

Io voglio ferire? Si, voglio ferire, la coscienza, voglio conquistare e penetrare dentro una fenditura, che si riempie di vanagloria, di speranze ferme e artefatte, voglio colpire al cuore dell’umanità

La razza umana deve sanguinare, deve essere colpita al fondo della propria esistenza, voglio la caduta della società, il fragore delle esplosioni, la passività che penetra mostruosi e prominenti desideri di distruzione

Agognare, alla distruzione della razza umana, sentire, lo sentiamo, siamo pronti, deve cadere, deve emergere un distopico estendersi di fiamme e fumo

Incendi devastanti, corrono, e corroborano la caduta in vuoto vacuo, oscuro e inesplorato

Terrore sconvolgente che divide, e fende, artiglia l’aria che respira l’uomo

Nubi che incubano mostri, che vogliono voracemente, nutrirsi di una chimera

Cataclisma che spinge il catalettico e la condizione di afflizione, verso l’eccitarsi di azioni eversive, che non hanno nessuna sponda idealistica

Dove siete, vi nascondete, dove vi situate, lo sapete, in che modo, volete affrontare, una magnifica cacotopia?

Un futuro senza futuro, schizzi di lucidità, che esplodono al contatto con il rimbombo delle armi, lampi che si estinguono al contatto con l’esistenza, che ora è un rifugio mal riposto.

Una crepa, una esaltante crepa dell’esistente, si sta aprendo, lentamente, non c’è più un nascondiglio, l’orizzonte scruta una marea dalle vastità abissali, e questa crepa si apre, si estende, sta erodendo, sta rompendo, sta aprendo uno spiraglio, dove il male penetra il bene, e tutto è oltrepassato

L’incrinarsi, che nessuno crede essere qualcosa di così significativo, affonda dentro il rivestimento dell’uomo, e dell’umanità, un colpo e una fiamma, fanno esplodere un odio anti-umano, la misantopica avanzata della distruzione

La razza umana deve sanguinare, l’uroboro in un ciclo infinito da infiniti volti, si sta mangiando la coda, siamo pronti, il buco che si è aperto, ha un destino in fondo a esso: la fine, la caduta, un tonfo sordo e straziante

Il negativo penetra, e fonde speranze e attese, nessuno augurio per la pace, la guerra macina e muove, strascica i piedi, di chi ha accettato, di combattere e morire per il proprio progetto egotistico

Cacòs e topos tra l’esistere e l’inesistere, siamo pronti, volgiamo, e ci muoviamo, lo vogliamo, percorriamo una strada fatta di margini e distacco, rifiutiamo il limbo dell’idealismo, continuiamo a propagare il caos e il terrore

Cacòs e topos dentro il vivere e il sussistere, tutto è finito, per voi è finita, incubi che chiariscono un attesa, stiamo percorrendo il sentiero che non è più margine, ma potenza e intensità, la pazzia misantropica

Schizo

METODI CRIMINALI-MAFIOSI DELLA “BANDA DELLA MAGLIANA” (MISANTROPIA ATTIVA ESTREMA)

http://ferox.torpress2sarn7xw.onion/2017/01/30/nechayevshchina-guerra-occulta/

https://web.archive.org/web/20170914205511/http://orode.altervista.org/nechayevshchina-guerra-occulta/

Postiamo un “vecchio” testo del Capo della Nechayevshchinaed, che andava ad approfondire una serie di dinamiche in quella che è stata chiamata giornalisticamente “Banda della Magliana”. Gruppo specificatamente Mafioso-malavitoso, che negli anni 70 e in poi, conquista Roma e dintorni, con metodi, che in quegli anni, sorprendono molti della vecchia mala. Attaccando concentricamente con assalti armati, omicidi, gambizzazioni, ordigni esplosivi, incendi, spregiudicatezza, e con quello che i “campioni di eticità,” chiamano amoralità, fanno crollare il vecchio sistema di valori della mala romana, ribaltando l’assioma, che non si “uccide”, se non per difesa, si rispettano gli spazi degli altri, non si usano altri soggetti per fini personali, e non si usa quella che viene chiamata “vendetta trasversale”. La vendetta trasversale, è stata (è viene) usata contro quelli che primariamente si pentono, si redimono, i vari “Trentadenari” (la maggior parte delle volte in senso giuridico, con la legge penale sul pentimento), che tradiscono la fiducia del clan, del gruppo criminale, dei loro affini…e nonostante sia sfumata quella singolare esperienza che fu la “Banda della Magliana” ( quasi tutti i componenti riconosciuti sono stati uccisi in agguati tra rivali, o sono in carcere con decine di anni da scontare..), Noi la pubblichiamo, come riferimento per quei gruppi Terroristici e Anti-politici, che approfondiscono e sperimentano atti e attentati amorali, e oltrepassano la falsa dicotomia morale…

Ghen

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“Non vedo, non sento, non parlo”

Frammento dopo frammento, con i vecchi e passati opuscoli sulle Sette e i Clan Nichilisti e Terroristi, editati dalla defunta casa editrice “Nechayevshchina” si va a delineare un corpus Unico (termine dal significato di “origine”), del Terrorismo Nichilista Ego-Arca, e il suo modus operandi, la sua estraniazione da ogni altro tipo di “Nichilismo”, che possa essere o sembrare contiguo alla Tendenza di cui sopra.

Lo devo ripetere, e mi fa piacere “farlo”, il Terrorismo Nichilista Ego-Arca, non ha nulla a che fare con l’idealismo-politico nichilista, il nichilismo filosofico, o quello populista russo.

Con questo, e specifico di nuovo, non significa, che non ci possa esserne l’influenza o il godimento di un preciso significato (vedere il mio A.k.a.), o comunque si sia preso un pezzo di questi “nichilismi”, per appropriarsene. E qua rimando all’amoralità di quello che si vuole possedere.

Io Nechayevshchina, prendo a mio piacimento, un I-dea, pur non rappresentando la Mia tendenza, estrapolandone il significato totale che non appartiene a me, e facendolo mio. Esempio è stato la traduzione dell’Affine di sangue “Ghoul”, sul metodo o l’uso del “Perossido di acetone”, per i propri progetti Terroristi di gruppi o Individualisti, testo preso dalla rivista di Al Qaeda “Inspire”.

Potrei dire, che l’azione Nichilistica in russia, per la sua veemenza, per la sua guerra a morte, contro lo Zar, può avermi dato un pezzo d’idea, che è associato all’idea di agire senza “fare ricorso”, fino alla fine.

Posso dire che “Volontà di potenza” di F.Nietzsche, mi ha dato la possibilità di approfondire, e sperimentare, la distruzione dei codici del valore comune, valori come l’umanesimo, la democrazia, il socialismo e l’anarchismo, il soggetto e l’oggetto, le valutazioni morali,la logica e la ragione, la coscienza, gli studi scientifici,l’anti-darwinismo,ecc..

Posso affermare che la Tendenza Anarco-Nichili-sta, può avermi fatto da “strada” per carpire la differenza e l’enorme divario, avvenuto tra la Tendenza Terrorista Nichilista e la “loro”,facendomi approfondire, pur specificando, che alcuni gruppi o cellule hanno la mia affinità Egoica, quando hanno colpito in maniera indiscriminata (poniamo l’esempio di alcune cellule della prima FAI in italia, prima di espandersi in maniera internazionale).

Pongo tutto questo, per specificare, che Io Nechayevshchina, non mi sento soggetto a nessuno, e a nessuno e niente devo chiedere, cosa posso prendere,e me fotto altamente il cazzo, se un idea che espongo, può o no assomigliare, a qualcosa che già c’è stato.

E allora con questo? Dovrei rinascere prima di tutto questo per “dirmi” qualcosa di originale?

Da questo posso affermare fieramente che il Nichilismo che ho originato è Terrorista ed Ego-Arca, perché Io ho voluto che fosse cosi, e non perché i vari rivoli di Nichilismo di cui sopra, mi possano ad aver portato a formarlo. In breve: come se fosse solo una scopiazzatura!

La mia affinità più feconda e di sangue, e vero sangue, di brividi di morte, di battito del cuore accelerato, di sorriso demoniaco, per gli attentati,prodotti, è con il Terrorismo Eco-estremista, in questo mondo morto! Il resto, può essere solo cibo per i vermi.

Con questa premessa, voglio andare, sull’esempio del “Perossido di acetone”, ad approfondire le tecniche e le tattiche di un gruppo criminale mafioso, sorto nei primi anni 70, denominato “Banda della Magliana”.

La Banda della Magliana- prende il nome dal quartiere situato nella parte sud-ovest di Roma, anche se c’è da specificare, che il nome in se, è stato dato dai giornali. Poiché il gruppo si forma attraverso malavitosi che appartenevano a varie “batterie”dell’epoca ( le batterie erano quei gruppi informali -in primis di rapinatori, che non avevano una struttura fissa, come quella della malavita organizzata. Erano più, degli Individui affini, ma sempre indipendenti, che si formavano per una rapina e poi potevano anche sciogliersi senza vincolo gerarchico). Questi gruppi possono essere -in maniera semplificata- ricondotti ai “Testaccini” (dal nome del quartiere “Testaccio”), da quelli della “Magliana”, dal gruppo di Acilia/Ostia ( area metropolitana di Roma).

Nel condensarsi tra loro, e con l’approccio con cellule della Mafia Corleonese, ivi in loco, e con il gruppo “Nuova Camorra Organizzata”, questo gruppo assume un “atteggiamento” mafioso, nella sua strutturazione.

Perché in questo frammento parlo di questo gruppo malavitoso mafioso?
I motivi di approfondimento possono essere innumerevoli:

1– L’idea di vincolo associativo, che rimanda a l’idea Ego-arca, contestualizzando il tutto, dentro una metropoli come Roma, dove per dinamiche specifiche, non era mai assurto un gruppo cosi, che nel volgere di poco tempo conquista le piazze di spaccio e il controllo del territorio, e che rimanda alla conquista o il modus vivendi, della Mafia Corleonese a Palermo, che pero – per ragioni storiche e di humus culturale, aveva appunto una più ampia “facilità”, nel poter fare questo.

2– Per la continua guerra di aggressione a chi in quel momento controllava uno o più quartieri, per imporre il proprio predominio egemonico, sugli altri.

Guerra, che a differenza della vecchia malavita romana, si distinse, per l’efferatezza dei mezzi usati, come l’omicidio sistematico dei nemici, le bombe piazzate, la violenza selvaggia e Nichilistica, come premessa per il totale dominio della Roma per Male.

3– L’idea di affinità di sangue, contraria a un blando mito della solidarietà promiscua, dell’amicizia, dello stare semplicemente “bene insieme”. Aspetti, che non hanno nulla a che fare, con il sangue, con il vivere criminalmente in simbiosi, rimanendo brutali, e sentendo il fremere della vita e della morte, della Possessione, come qualcosa per cui attaccare.

4– L’azione indiscriminata per arrivare al proprio obiettivo, per far sì, che la propria organizzazione possa continuare, a vivere e dominare, sul resto, fino a che una fine Nichilistica, non spazzi tutto via, com’è nata.

Tutto questo darà brividi di orrore, antipatia cristiana, odio risentito, accuse “umane troppo umane”, di fascismo, intolleranza, idea borghese della vita, ecc..e cosi sia, me ne fotto!

Portiamo l’esempio dell’omicidio di un malavitoso,che in quel momento, controllava l’ippodromo di Tor di Valle, luogo che faceva gola al gruppo, oltreché, era un soggetto nemico di alcuni promotori dell’associazione mafiosa “Banda della Magliana”, da poco costituitasi.

Al soggetto in questione denominato “Franchino er criminale”, viene fatto l’agguato e eseguito come banco di prova, per i componenti della “Banda”, e anche per stabilire il proprio iniziale “tacco” su Roma, portando a tutti l’idea che “l’aria era cambiata”.

La sera del 25 luglio 1978, nel momento in cui la gente esce dall’ippodromo, due macchine della “Banda”, situate nel parcheggio antistante, attendono il “già morto”, e due di essi al suo giungere presso la sua macchina, lo eliminano con 9 colpi di pistola.

Con questo esempio cosa voglio dire?

Questo esempio di azione criminale anti politica, va a situarsi in un percorso, che specifica a chi legge, cosa significa un patto di sangue, cosa può essere la presa di possesso di un omicidio, il ribaltare il quotidiano vivere che da idea diventa prova. Prova che cementifica i rapporti, in un gruppo, che si uniscono in un Abisso, senza luce, che amplifica il proprio Potere di Dominio, sia sui nemici, che come influenza verso chi è affine a tali pratiche.

Inoltre rende un idea di valutazione morale, come qualcosa che in quel momento cade in un vortice di dubbi e incertezze, in un pensiero troppo abituato al normale svolgersi delle cose che si leggono o sentono.

Ribalta il bene con il male, diventando il nulla nichilistico, dove non c’è un appiglio certo, perché un azione destabilizzante disintegra completamente – oh almeno in quel momento- la struttura della società.

L’omicidio, un omicidio per predominare, ma anche per cementare un vincolo associativo, è una prova, una prova che deve sperimentare, arrivare al nucleo della vita, per dare morte, per avanzare, sapendo di avere dentro se stessi, preso una vita, posseduto il suo spirito morente, omicidio che serve, come afflusso di brutale amoralità, e che spezza e infrange il dissidio con il presunto dominio della coscienza cristiana.

Con tutto questo, Io Nechayevshchina, parlo esclusivamente di metodo e fine, e non per forza di grandezza di un gruppo, specifico che l’uso brutale di un sistema, può imprimere molto a chi vi-ve queste cose, ed è anche pratica malavitosa per avanzare dentro se stessi, senza per questo essere in “mille”.

Continuiamo con l’uso strategico amorale che serve per continuare a vivere e prosperare con la propria tendenza Terrorista:

Nel momento dell’aumento delle armi nella “Banda della Magliana”, perché in guerra -o da affrontare- con altri gruppi criminali, c’era il proposito di doverle nascondere in un luogo sicuro. Uno dei componenti della “Banda”, tramite un suo conoscente, riesce ad avere un contatto con il custode del Ministero della Sanità, presso cui – tramite compenso mensile- vengono depositate le armi, in uno o più scantinati.

Custodire delle armi, in un luogo dello “Stato”, è come avere una certezza in più di colpire i nemici, nel momento di brandire le armi.

Chi andrà a pensare, che un gruppo malavitoso in espansione, ma con i membri ben conosciuti per i loro trascorsi criminali, possa tenere le armi in un luogo dello “Stato”?

Questo, quest’avvenimento, lo pongo attraverso, e ancora, sotto l’ottica dell’Egoarchia.

Non è solo “l’aggancio”, a permettere, di depositare le armi in un Ministero, ma è l’attitudine del fine con il mezzo, che porta la “Banda” ad avere questa grandiosa possibilità (nessuno di voi lettori ha un sogno come questo?).

Attitudine di amoralità verso gli altri, il prossimo, del rapporto Egoista tramite la “cagnotta” al custode, ma Ego-Arca, come utilizzo gerarchico di un Individuo rispetto a uno della moltitudine.

Nel momento in cui, a un gruppo che si definisce organizzato, e che ha precise regole al suo interno, si viene a delineare, il proposito di agire per la conquista e il dominio di un mondo o proprio mondo, a quel punto si “affaccia”, la coscienza, che se preme troppo, porta alla morte oh dei componenti, o della stessa struttura organizzativa. Con questo, specifico, che parlo come esempio,ma porto alla luce, la condotta della “Banda” , che amoralmente, sfrutta a suo vantaggio – una conoscenza, per depositare le proprie armi, e non lo fa esclusivamente come movimento tattico, ma in un più ampio disegno criminale, di strategia e sopravvivenza, agendo, di nuovo, attraverso un metodo amorale, per arrivare a un fine.

E questo il segreto che custodisce il Criminale Amorale, che ha un gruppo Terrorista: il fine, da raggiungere, modo e metodo, che sa bene, deve essere raggiunto, con tutti i mezzi, senza doversi chiedere cosa è che la moltitudine ritiene “rispettoso”.

Naturalmente sempre sotto un’ottica primariamente Egoista, per cui specificatamente accettata come il più valido metodo per arrivare a un fine. E non quindi un mezzo generico per un fine promiscuo.

Nell’avanzare nel loro dominio sulla metropoli di Roma, nell’acutizzare il proprio distacco e superamento da una logica di assuefazione alla “comoda” vita criminale, e con l’incrinarsi di rapporti, per l’avanzamento di una parte della “Magliana” rispetto a un’altra, avvengono vari omicidi, e uno tra questo, quello di un importante leader della frazione di “Acilia/Ostia”, considerato uno dei leader della Banda, ma non per questo non è affrontato e ucciso per motivi di predominio interno al “gruppo“.

A Me interessa, come questo intero capitolo, andare ad approfondire, quello che è la sperimentazione in un contesto criminale amorale, per prenderne il “Possesso” in un contesto di Setta/Gruppo Terrorista.

Nella realtà il Selis (leader della fazione “Acilia/Ostia), è ucciso in maniera strategica dato che all’incontro porta il cognato: i due si incontrano con il resto della Banda, per il contenzioso, inizialmente alla Fiera di Roma, e poi visto che il cognato si separa, una moto segue quest’ultimo, e il primo viene portato in una villa di uno dei componenti della Magliana, e la ucciso. Nel frattempo anche il cognato è ucciso (strategicamente “aveva visto troppo”), ma il corpo di Selis, è fatto sparire, e interrato, azione strategica, che permette al resto del gruppo, di non essere sottoposto a mandati di cattura, o a arresti preventivi.

Terminando questo capitolo, sui metodi e le strategie della “Banda della Magliana”, devo dire che è sola una minima parte, ma il mio, era esclusivamente, il portare un certo tipo di tecniche, per approfondire e sperimentare.

Nel frattempo, tra omicidi, alcuni pentiti,e altro, il sodalizio criminale mafioso, scompare, o occultamente, diventa più diversificato, annettendosi, ad altri emergenti criminali.

L’UNICO E IVAN KARAMÁZOV: I DUE VOLTI OPPOSTI DEL NICHILISMO

Presumibilmente, nella lettura di Camus, l’individuo stirneriano soffrirebbe in particolare della paura della solitudine esistenziale e dell’incapacità di andare oltre, per superare il cadavere di Dio, di quella codardia che hanno, anche sofferto i discepoli di Zarathustra, gli adoratori dell’asino, con la sola differenza che l’individuo stirneriano, uccidendo Dio, non ha bisogno di un altro padre simbolico, ma si traveste da divinità.

In altre parole, l’Unico sarebbe la vittima che prende il posto del boia, il rivoluzionario che indossa la corona del re ghigliottinato e che, quindi, si sente legittimato a commettere un crimine.

Si capisce allora perché Camus consideri la volontà di affermarsi, come caratteristica distintiva dell’Unico, delimitando sia Stirner che i nichilisti russi, esaminati nelle pagine precedenti in un quadro comune: anche Ivan Karamazov, il personaggio descritto da Dostoevskij in “I fratelli Karamazov”, compie una speciale esplorazione verso il nichilismo estremo che porta alla giustificazione morale dell’assassinio del padre. Ivan rifiuta la salvezza nella misura in cui tutta la salvezza implica la conformità alla sofferenza cosmica perché: Anche se Dio esistesse, sebbene il mistero nasconde una verità, […] Ivan non accetterebbe che questa verità fosse pagata con il male, la sofferenza e la morte inflitte agli innocenti. Ivan incarna il rifiuto della salvezza. La fede conduce alla vita immortale. Ma la fede presuppone l’accettazione del mistero del male, la rassegnazione davanti alla giustizia. Colui a cui la sofferenza dei bambini impedisce l’accesso alla fede non riceverà, quindi, la vita immortale. In queste condizioni, sebbene esista la vita immortale, Ivan la respinge.

Ivan nega la grazia per amore della giustizia, ma la negazione di Dio e il rifiuto di accettare la sofferenza inevitabilmente lo trascinano in una sordida disperazione e nell’accettazione del male che prima lo disgustava. Il paragone con Ivan non è, per il nostro scopo, una inutile digressione, ma esprime più a fondo l’idea camusiana del nichilismo contemporaneo: il “tutto è permesso” che i russi hanno dato per primo e che Stirner ha portato alle sue ultime conseguenze, la conseguenza dell’uomo che è diventato Dio.

Il nichilista, nell’opporsi al male e la morte, abbraccia l’idea della fine non solo dell’immortalità, ma anche della virtù: se non c’è virtù, neanche la legge esiste. Uccidere quindi è permesso : quando Dio, fonte della moralità, muore, l’uomo può diventare Dio e riconoscere che tutto è permesso.

Camus cerca di metterci in guardia, attraverso il percorso storico dell’idea di ribellione, contro la pericolosa deriva di una ribellione contro Dio, altrimenti legittima: infatti, secondo Camus, lo scopo dell’omicidio di Dio va oltre un semplice requisito esistenziale e penetra davvero nelle viscere della ribellione, e ciò fa sì che la morte di Dio sia prima di tutto una questione “politica”, perché l’audacia dell’uomo evoluto che uccide la divinità rappresenta un’autentica e genuina esplosione di insubordinazione: quando si solleva contro Dio, sorge in questo modo, contro ogni moralità imposta, esprimendo il rifiuto, assolutamente umano, di una salvezza pagata con sofferenza, come ha fatto Ivan Karamazov.

Ma, allo stesso tempo, Camus dimostra che la morte di Dio può anche diventare un’arma a doppio taglio, così che i suoi propositi di liberazione conducono a fini criminali: il conseguente vuoto morale, l’assenza di una moralità definita potrebbe giustificare qualsiasi atto , anche il più riprovevole (precisamente, quello che Camus rimprovera a Stirner).

È facile quindi che il nichilismo contempli il crimine quando l’uomo, privato di Dio, si ritrova in quel vuoto di valori (purché tutto il valore fosse possibile solo grazie a Dio), una sorta di horror vacui che lo spinge verso la convinzione che senza la grazia, l’immortalità o la salvezza, anche il bene perde il suo significato.

Questa è l’immagine del ribelle metafisico che Camus attribuisce a Ivan Karamazov, da cui, in qualche modo, aderisce anche l’Unico di Stirner: la leggera differenza (che Camus intravede acutamente) è che il primo cade in una disperata solitudine dopo l’omicidio metafisico, mentre l’Unico è soddisfatto e convinto del suo atto. Consapevole, tuttavia, di distinguere le diverse fasi del nichilismo, Camus attribuisce un tratto comune all’Unico e ad Ivan Karamazov: essi stessi diventano dei e in tale situazione abbracciano l’immoralità del crimine. Il “tutto è permesso” significa nient’altro che l’accettazione di tutto (anche l’omicidio) perché io, nuovo Dio, lo permetto.

È vero che questa attitudine riflette il comportamento del protagonista di “I fratelli Karamazov” quando afferma:

“Poiché Dio e l’immortalità non esistono, l’uomo nuovo può diventare Dio.” Ma cosa significa essere Dio? Riconoscere con precisione che tutto è permesso: respingere ogni altra legge che non sia la propria […] vedendo e diventando Dio, significa accettare il crimine.”

Siamo d’accordo sull’interpretazione del nichilismo che Camus attribuisce a Ivan, mentre ci distanziamo dalla lettura dell’Unico. Diverse sono le motivazioni che spingono i due personaggi verso il nichilismo (Ivan uccide Dio come una ribellione contro la sofferenza universale, l’Unico, come il tentativo di disalienazione), così come le conseguenze della morte di Dio: Ivan e l’Unico, secondo l’opinione di colui che scrive, non possono essere ricondotti su un terreno comune (che per Camus è diventare dei).

Infatti, se per Ivan tutto è permesso perché Dio è morto, per Stirner Dio si è solo nascosto: il perenne problema dell’individuo stirneriano non è tanto da affermarsi dopo la morte di Dio, dopo che la moralità è scomparsa, così da assicurare che la morte di Dio sia definitiva: che Dio è veramente morto e che i dettami morali di cui era prima fonte non sono stati sostituiti da altri: che “nessuno si siede”, che non ci sono asini per sostituirlo, nemmeno l’Uomo-asino.

I nostri atei sono persone pie: la polemica con Feuerbach o la critica dell’umanesimo teologico.

Secondo Stirner, l’ateismo sarebbe insufficiente e inadeguato, persino miserabile, se solo negasse Dio, cioè uccidendo un oggetto preciso, puntuale, definibile, e non si prefiggesse di strappare quell’insieme di attributi che conferiscono a Dio le caratteristiche reputate alla divinità. La ribellione contro Dio si rivelerebbe quindi un atto dimezzato, bloccato in un nichilismo reattivo, timoroso di annientare davvero ogni moralità.

L’Unico stirneriano, in un modo diverso rispetto a Ivan, affronta questa perdita come un fatto definitivo e soddisfacente (sottolinea Camus) e non come un trauma o, peggio, un compromesso, cioè l’uomo Stirneriano, quando uccide Dio (una volta di più lo indichiamo, come il detentore di ogni valore morale), uccide molto più di una morale, perché ciò che uccide è l’idea stessa di “oltre”, di trascendenza. Pertanto, va sottolineato che il nichilismo di Stirner non conclude mai nella giustificazione criminale tipica del detto “Se Dio non esiste, tutto è permesso”, ma in un modo più sottile “Se Dio non esiste, qualcun altro vuole prendere il suo posto”.

L’assassinato, la possibilità logica (o meglio, conseguenza) che Camus attribuisce all’uomo nichilista, disegna in concreto un paesaggio in cui l’uomo è solo nominalmente libero, cioè nel caso in cui il nichilismo è incompleto, poiché la morte di Dio non comporta la fine di una dimensione divina. D’altra parte, Stirner contempla la morte di Dio come un atto di liberazione individuale, e un atto che non è mai letargico, consapevole che, secondo un popolare detto italiano, “Morto un papa se ne fa un altro”, perché i sostituti di Dio sono potenzialmente infiniti e persino più pericolosi del culto di un dio-asino che è quello del Dio-Uomo.
È proprio per questo che Stirner non considera la morte di Dio come l’ultimo stadio della liberazione individuale (e collettiva), ma come una di molte altre: la morte dell’oggetto Dio non implica necessariamente la morte del divino, o quel luogo vuoto che non appartiene necessariamente e esclusivamente a Dio, essendo questa solo una parziale incarnazione, circoscritta e limitata nel tempo del divino.

Heidegger, commentando Nietzsche in “Sentieri interrotti” nota che:

“Se Dio ha lasciato il suo posto nel mondo sovrasensibile, questo luogo, rimane sebbene sia vuoto. La regione vacante del mondo sovrasensibile e il mondo ideale possono essere mantenuti. Il luogo vuoto, in un certo modo, chiede addirittura di essere occupato di nuovo, e ha sostituito il Dio scomparso per qualcos’altro. “

Il divino è quindi un attributo che è fatto per guidare qualsiasi soggetto, in un insieme di qualità che danno significato all’entità Dio o, in altre parole, ciò che dà vita all’ontologia che, quindi, non risiede in un Soggetto, ma in caratteristiche che possono fuggire da esso e aderire ad un altro Soggetto. L’ateo rischia di essere ancora più fanatico di un credente se non coglie, insieme a Dio, la divinità come una reversibilità residua dell’entità. Se nella storia nietzscheana l’asino assume le qualità che un tempo adornavano Dio, quando nel 1844 uscì la prima edizione de L’Unico e la sua Proprietà, Stirner ha potuto già vedere chiaramente il nuovo Dio-asino dei sedicenti atei: l’Uomo. In questo senso, la polemica contro Feuerbach dimostra una impressionante attualità e illumina con nuova luce l’idea della ribellione.

Antitetica rispetto a Feuerbach è l’idea di alienazione in Stirner (pietra angolare di tutta la lite tra i due filosofi), secondo la quale la disalienazione , significa accumulare il nulla, basare la giusta causa “nel nulla” (espressione stirneriana), indipendentemente dalle forme classiche della disalienazione (come la feuerbachiana) con cui liberarsi significa recuperare la propria essenza umana, dove rimane l’idea di un Dio che ci avrebbe espropriati; per Stirner, disealinearsi è piuttosto liberarsi delle essenze. La disalienazione come una negazione delle essenze allora e non come la guarigione: disealienarsi è tendere verso il nulla, verso il vuoto della propria identità, facendo sì che qualsiasi essenza crolli, ogni verità stabile considerata tale, cioè demolendo il carattere sacro dell’oggetto. Quale oggetto? Qualunque.

Qualsiasi “idea fissa” o “fantasma” che configura una dimensione trascendente all’uomo, considerata al di fuori di un sé oggettivo, come una realtà staccata dall’unica realtà autentica che è l’individuo stesso. Un oggetto considerato ontologicamente autosufficiente avrebbe infatti una trascendenza sul soggetto, che sarebbe sottomesso e dipendente e, quindi, non libero. Questo approccio diventa evidente, come abbiamo delineato prima, quando l’autore si occupa dell’idea dell’uomo: “sebbene l’individuo non sia l’uomo, egli, d’altra parte, è presente nell’individuo e ha, come tutti gli spettri e tutto il divino, in esso la propria esistenza ».

Al che non è l’Uomo che si manifesta nell’individuo, ma l’individuo che dà il fondamento all’uomo, quindi il soggetto stirneriano è irriducibile a un principio universale, e nemmeno a quello dell’Uomo. La polemica con Feuerbach non è altro che l’altro lato del nichilismo di Stirner: qualificare il presunto ateismo di Feuerbach come una forma di teismo ancora più pericoloso della metafisica; l’autore sostiene che questa nuova religione si limita a sostituire un Dio trascendente in un dio immanente, l’Uomo, e come tale è ancora più difficile da sradicare.

Se il soggetto viene rifiutato, in questo caso Dio, Feuerbach lascia intatto il predicato, cioè la dimensione divina ed è per questo che la “liberazione” della teologia proclamata da Feuerbach è, a sua volta, una liberazione teologica. È chiaro quindi che, secondo Stirner, la liberazione di Feuerbach non solo non modifica il rapporto di dipendenza del soggetto rispetto all’oggetto, ma continua ad alienare il soggetto creativo dall’oggetto creato, che continua a rimanere in un “oltre” per essere conseguito, e l’unico cambiamento che Feuerbach pone, è quello di trasmetterlo all’interno del soggetto, che ora non sarà più chiamato Dio, ma Uomo, mentre l’oggetto, l’idea del sacro (lo spazio vuoto di cui parlava Heidegger) continua tranquillamente ad esercitare la propria dittatura.

La religione umana inaugurata da Feuerbach con la rivoluzione antropologica è per Stirner un aspetto ancora più pericoloso della vecchia religione divina, in quanto ora non ci inginocchiamo più davanti a Dio, ma davanti all’Uomo e alle sue leggi razionali:

Feuerbach […] pensa che se umanizza il divino, ha trovato la verità. No, se Dio ci ha tormentato, l ‘”Uomo” è in grado di opprimerci in un modo ancora più crudele. Affermando schematicamente che siamo uomini, nominiamo il più insignificante in noi stessi e conta solo in quanto è uno dei nostri attributi, cioè, la nostra proprietà.

Il sacro, secondo Stirner, non è quindi un oggetto (sacro), ma la natura della relazione di dipendenza tra soggetto e oggetto che il mutamento antropologico di Feuerbach lascia invariato: il soggetto (I) rimane soggetto all’oggetto (Uomo) ciò conferisce una certezza ontologica, cioè, riempie il vuoto e l’assurdità in cui il soggetto sarebbe senza l’universale (davanti a Dio, ora, l’uomo) per sostenerlo. Al contrario, la dimensione dell’autenticità corrisponde a quella della proprietà, per cui “la verità è ciò che è mio, falso ciò a cui appartengo”.

Qui emerge la conseguenza che si stabilisce tra la morte di Dio e quella dell’Uomo, essendo i due prodotti della dimensione non autentica del sé, cioè dello spirito: l’Uomo non deve diventare il sostituto di Dio e conquistare il suo regno, “Prendi posto”, nella misura in cui questo cambiamento lascerebbe intatto il predicato, cioè la sfera divina e sacra:

Che cosa otteniamo quando, per un cambiamento, spostiamo il divino al di fuori di noi stessi al nostro interno? Siamo ciò che è in noi? No, proprio come noi non siamo ciò che è fuori di noi […] proprio perché non siamo lo spirito che vive in noi, proprio per questo abbiamo dovuto spostarlo fuori da noi stessi: non era “noi”, non coincideva con noi ed è per questo che non potevamo pensarlo come esistente se non era fuori di noi, al di là di noi, nell’aldilà […] Io non sono né Dio, né Uomo, né l’essere supremo, né la Mia essenza, e quindi non importa se principalmente penso all’essenza in me o fuori di me.

È proprio questa banalizzazione dell’oggetto che fonda la ribellione: il requisito esistenziale dell’autenticità implica la soppressione del carattere sacro dell’oggetto da parte del soggetto: l’Unico stirneriano, essendo se stesso, cioè soggetto non alienato da essenze trascendenti in esso, si estende da un principio dinamico “interiore” a esso, questo significa la ribellione perpetua intesa come superamento dell’oggetto, quindi restituisce la misura dell’autenticità del soggetto per essere la parte più propria e intima.

Lo scopo dell’uomo ribelle è, secondo Stirner, rompere non solo l’idea stessa di Dio, ma ogni dimensione trascendente che è configurata come una realtà ontologicamente indipendente del soggetto: non è raro, quindi, che anche lo stesso soggetto possa diventare la stessa idea fissa, il nucleo duro dell’ontologia, il «fantasma». Questo è inteso, antitetico alla proposta camusiana, dove il nichilismo dell’Unico, non lo porta a voler diventare Dio stesso: la sua perenne ribellione, concentrata nel rovesciamento di qualsiasi oggetto, di qualsiasi “fantasma”, di Dio e dei suoi sostituti. impedisce ad esso (il soggetto scoraggiato) di riconoscere qualsiasi autonomia ontologica nella sfera del sacro. L’Unico non è per niente soddisfatto nel vuoto lasciato da questi morti.

Camus vide chiaramente le implicazioni di cosa comportava la rottura tra soggetto e oggetto nella filosofia di Stirner, cioè la mancanza di qualsiasi ordine stabile o valore morale, ma si sbagliava riguardo alle conseguenze che questo implicava: non il crimine, il “massacro” del mondo (metaforicamente e pragmaticamente) per mano dell’Unico, ma il continuo “massacro” dei succedanei. L’errore di Camus, come abbiamo sottolineato, nasce proprio dall’ignoranza della dimensione di questa “realtà interiore” che l’individuo crede indipendente dalla sua volontà e quindi dotata di autosufficienza.

Ma se la ribellione di Stirner consiste nel superare questa dimensione sacra, subordinando il “Dio interiore” piuttosto che uccidere il “Dio esteriore”, questo atto implica, naturalmente, una diversa concezione della morale dell’individuo che uccide Dio, configurandolo come novità assoluta.

COSPIRARE

Ricevo e pubblico uno scritto da parte di “K” un individualista egoista (ex anarco-nichilista), dimorante ad Atene. Lo scritto in questione parla della “vendetta”, come modo di porsi rispetto a chi tradisce. (ma non come tradimento etico) Vendetta che non segue il codice penale, e vuole “andare ai resti”. “Andare ai resti”, è un modo di dire nel giro delle batterie dei rapinatori e della malavita, che significa “agire senza pensare alle conseguenze penali”…

Ghen

[Tradotto da Mortui Mundi]

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“Lassù, sulla collina, dove la città appare in una distesa bianca…”

Avevamo cospirato.

Avevamo attesto l’attimo, per agire, ma poi tutto è stato perso.

Ricorda, tutto è stato perso, per colpa di un infame.

Quel giorno, lui era sceso dalla propria dimora esistenziale, e sapevo, che cosa voleva dirci: scappate, è troppo tardi. Lui, infame, era già scappato, era andato per la sua strada, e se non combaciava con la nostra, allora doveva per questo sabotarci.

Ricordi, quando ci definivano “nechayevisti”? Solo in un luogo come Atene, può esistere una definizione simile, per quelli come noi, quelli che avevano il nichilismo anarchico nel sangue.

Giusto qualche mese prima le “Forze rivoluzionarie popolari combattenti” avevano ucciso due scarti di “Alba Dorata”, i loro muscoli che un attimo prima, erano attaccati ai loro corpi, ora stavano diventando viola.. *

All’epoca avevo goduto di un azione, contro due scorie fasciste, ora posso dire che sono solo due umani in meno sulla faccia della terra.

Ricordi Kirillova, che ne parlavamo?

Ecco che fine deve fare un infame, morire, senza che ci sia di mezzo l’uso della giustizia, la pratica della vendetta, va servita come un piatto freddo.

Lo cercavo, dopo che ci aveva fatto uno “sgarro”, dov’è che si nascondeva come un ratto?, mi chiedevo dove potesse essere, tra le decine di vie di Atene.

Intuiva che lo stavo cercando, ero passato da Piazza Amerikis, di sfuggita, avevo solo notato due tipi che si scambiavano delle “palline di eroina”, dandosi la mano, ho percorso in lungo e largo le vie intricate, che si dipanano in quella zona ma nulla, non era da quelle parti; i giorni successivi, ho attraversato il grosso parco Pedion Areos, che costeggia Exarcheia, anche questo, in lungo e largo, scandagliando ogni singola panchina, e dopo ho percorso la strada in salita verso Zografou, verso l’università e il dormitorio, sapevo che poteva trattenersi da quelle parti…dissolto come il vento…

Ad Atene, la criminalità è forte , con un codice, che dice, che gli infami, devono essere uccisi..ma non mi è mai balenata, l’idea, di fare domande, in giro, perché ero completamente contrario, ma in qualche modo lo dovevo trovare..

Ora, rispetto a prima, penso che si possa usare una forma di amoralità individuale, che non accetta tutto, ma che comunque, non giudica tutto in maniera eticamente comprensibile. Io personalmente sono contrario a usare la polizia, o altri tramite, personaggi che gravitano nel mondo della malavita, che poi sono le cosiddette spie, per me deve essere cosi…

Ricordi Kirillova, quando avevamo pianificato l’assassinio di questo ratto? Ricordi quando avevamo acquisito una pistola negli antri oscuri di Omonoia?

Si deve leggere attentamente questa metafora: “Le fiamme che hanno estinto i nostri pensieri hanno alzato barricate nel vento, le fiamme che hanno eroso i nostri propositi, si sono smorzate un poco alla volta, le fiamme che ardevano nella nostra coscienza, ora appartengono al regno dei morti…”

Non c’è nulla, che possa trattenere la forza, che vuole affondare un lama dentro il corpo di un infame, e non c’è nulla che può fermare una pallottola diretta alla testa di chi è un traditore. Non c’è giustizia che tenga, non c’è onore che non possa portare a una vendetta personale. Questa è la vita, queste sono le regole del mondo criminale nella città di Atene…

K