IL CARATTERE DELLA «DIMOSTRAZIONE» DELLA DOTTRINA DELL’ETERNO RITORNO

Con queste riflessioni, nulla è stato ancora deciso sul processo dimostrativo in quanto inferenza, né sul carattere del ragionamento come “dimostrazione”.
Ci chiediamo ora, con l’unico proposito di chiarire il pensiero: questo ragionamento è una dimostrazione nel senso ordinario di un’inferenza in un insieme di proposizioni? Le proposizioni sull’essenza del mondo sono formulate come premesse principali di un ragionamento per mezzo del quale la proposizione dell’eterno ritorno è dedotta da esse?

A prima vista sembra così. Abbiamo quindi presentato il processo dimostrativo: dalle proposizioni sulla costituzione dell’entità nel suo insieme sono state tratte conclusioni sul modo di essere di questa entità, e così si è inferito la necessità di un eterno ritorno per l’ente nel suo complesso. Ma cosa ci dà il diritto di estrarre senza ulteriore forma di presentazione, condizionata dall’altra parte da certe circostanze storiche, il contenuto e il tipo che corrispondono al ragionamento filosofico? Si potrebbe dire: se ci atteniamo all’aspetto offerto da ciò che è scritto e detto, le proposizioni e il significato di esse sono le stesse qua e là, nei testi scientifici e nei testi filosofici; forse il “contenuto” è diverso, ma la “logica”, che è ciò che conta qui, è la stessa.

O la “logica” della filosofia è completamente diversa? Non deve essere totalmente diverso, e non solo perché il pensiero della filosofia si riferisce a qualcosa che per il suo contenuto differisce in qualche modo rispetto all’oggetto delle scienze? Le scienze trattano, per esempio, con la divisione degli atomi, dell’ereditarietà, della formazione del costo, di Federico il Grande, del Codice Penale, delle equazioni differenziali, dell’Antigone di Sofocle; analogamente, la filosofia si occupa, ad esempio, dell’eterno ritorno; altre cose, un’altra logica! Se fosse proprio così, la filosofia sarebbe solo una scienza tra le altre. Ma tutta la scienza si occupa sempre solo di una certa area dell’ente, e di questa in una determinata considerazione. La filosofia, d’altra parte, pensa l’ente nella sua totalità rispetto in cui tutti gli altri sono in principio necessariamente inclusi. La “logica” della filosofia, quindi, non è solo “anche a sua volta diversa” ma è totalmente diversa.

Pensare alla filosofia richiede un atteggiamento di pensiero completamente diverso e, soprattutto, una diversa disposizione a pensare. Per quanto la nitidezza venga messa nella considerazione della logica formale quando esponiamo il processo dimostrativo, trovandolo identico alla corrente, penseremo sempre in modo estrinseco e formale.

Per ritornare alla nostra domanda sul carattere del ragionamento nietzscheano nelle “dimostrazioni” della dottrina dell’eterno ritorno e per formularlo di nuovo: ciò che viene fatto qui è dedurre la proposizione dell’eterno ritorno da altre proposizioni precedentemente formulate sull’essenza del mondo? Non è piuttosto che è solo grazie alla determinazione della totalità del mondo come una totalità che ritorna come la stessa, che l’essenza del mondo come l’eterno caos della necessità diventa visibile? Se è così, la presunta dimostrazione non è una dimostrazione che può avere la sua forza nella coerenza e nella conclusività dei passaggi dell’inferenza. Ciò che la forma espositiva di una dimostrazione adotta è solo la rivelazione delle tesi che sono co-poste, e necessariamente co-poste, nel progetto dell’entità nel suo insieme nella direzione dell’essere come ciò che eternamente ritorna come lo stesso. Questa dimostrazione è quindi solo un riferimento analitico all’insieme di ciò che viene messo insieme al progetto; in breve, una dispiegazione del progetto, ma mai un calcolo del risultato o una base di esso.

Se con questa interpretazione raggiungiamo il nucleo del pensiero nietzscheano come pensiero metafisico, tutto diventa ancora più discutibile. Porre l’essenza del mondo nel carattere fondamentale dell’eterno ritorno dello stesso, se questo carattere non è dedotto dall’intero mondo ma precedentemente attribuito e imposto su di esso, è puramente arbitrario e, allo stesso tempo, il più alto grado di ciò che Nietzsche voleva evitare, l’umanizzazione dell’ente. Non è stato dimostrato che l’origine del pensiero dell’eterno ritorno, è stata l’esperienza dell’istante, in quanto costituiva la postura più umana rispetto al tempo? In questo modo, Nietzsche trasporta non solo un’esperienza umana all’entità nella sua totalità, ma, se vuole evitare l’umanizzazione, agisce allo stesso tempo contro se stesso. Visto nel suo insieme, manca di chiarezza riguardo al proprio comportamento in una questione decisiva, una circostanza non molto decorosa per un filosofo, e ancor meno per un filosofo con tante pretese come Nietzsche.

Poteva non sapere che stava “proiettando la sua interpretazione”?

Lo sa e lo sa troppo bene, e maggiormente, cioè, con più dolore e più onestà di qualsiasi altro pensatore precedente. Allo stesso tempo in cui cerca di pensare l’essenza del mondo nel senso dell’eterno ritorno dello stesso, vede con crescente chiarezza che l’uomo pensa sempre da “un angolo del mondo”, da un angolo spazio-temporale :

“Non possiamo vedere oltre il nostro angolo” (Lagaya ciencia, 374; 1887). L’uomo è inteso come “quello che è in un angolo” [Ecken-steher]. In questo modo, l’umanizzazione di tutto, il fatto che tutto ciò che può essere accessibile è all’interno del cerchio visivo determinato da quell’angolo, è chiaramente espresso e riconosciuto come qualcosa di inevitabile per ogni pensiero.

Allora è impossibile interpretare l’essenza del mondo come il caos della necessità nel senso in cui è stato posto, cioè come l’eliminazione di ogni umanizzazione; o dobbiamo concedere che si tratta di una prospettiva e una visione che proviene anche da un angolo. Qualunque sia la decisione adottata in questo caso, lo scopo di rimuovere ogni umanizzazione pensando l’essenza del mondo e il riconoscimento che l’uomo è sempre in una posizione angolare, si escludono a vicenda. Se si ritiene che questo scopo sia realizzabile, l’uomo deve cogliere l’essenza del mondo da una posizione che è fuori da ogni angolazione e deve essere in grado di adottare, quindi, qualcosa di simile al punto di vista della mancanza di un punto di vista.

Infatti, anche oggi ci sono studiosi che si occupano di filosofia e che ritengono che la mancanza di punti di vista non sia un punto di vista, poiché solo in quanto tale può essere ciò che è. Possiamo ignorare questi curiosi tentativi di sfuggire alla nostra ombra, poiché la loro considerazione non contribuisce in alcun modo al porre la domanda. Solo una cosa deve essere presa in considerazione: questo punto di vista della mancanza di punti di vista ritiene che superi l’unilateralità e i pregiudizi che hanno finora influenzato la filosofia, è che sono sempre stati e dipendono da un punto di vista. Ma in realtà non è un superamento, ma la conseguenza e l’affermazione estrema, e quindi il passo finale, di quella opinione sulla filosofia che fissa esternamente tutta la filosofia a punti di vista che sarebbe qualcosa di definitivo e inconfutabile, cercando dopo di bilanciare la loro unilateralità.

Ma il carattere del punto di vista, come dote essenziale e inevitabile di tutta la filosofia, non perderà la sua presunta e temuta nocività e pericolosità negandola e smentendola, ma solo se pensata e concepita in riferimento alla sua essenza originaria e la sua necessità, cioè se dalla sua radice si rialza nuovamente e alla domanda viene data risposta dall’essenza della verità e dell’esistenza dell’uomo.
O l’esclusione di ogni umanizzazione è considerata possibile, e quindi deve esserci qualcosa come il punto di vista della mancanza di punti di vista; o l’uomo è riconosciuto nella sua essenza di essere nell’angolo, e quindi dobbiamo rinunciare a una captazione non umanizzante dell’intero mondo. Quale decisione prende Nietzsche prima di questo dilemma, che difficilmente avrebbe potuto sfuggirgli poiché sarebbe stato lui a contribuire in parte a svilupparlo? Viene deciso in favore di entrambe le opzioni, sia la volontà di disumanizzare l’ente nel suo insieme sia la volontà di prendere sul serio l’essenza dell’uomo come un “essere nell’angolo”.

Nietzsche decide in favore dell’unione di entrambe le volontà.

Richiede allo stesso tempo la suprema umanizzazione dell’entità e l’estrema naturalizzazione dell’uomo. Solo chi penetra anche in questa volontà di pensiero di Nietzsche ha qualche idea della sua filosofia.

Ma se la domanda sorge in questo modo, l’angolo da cui l’uomo vede e da dove viene determinato il luogo di tale angolo diventa ancora più decisivo. Diventa anche decisivo fino a dove l’orizzonte è lontano, della possibile disumanizzazione dell’ente nel suo complesso; e diventa totalmente decisivo se e come, la visione diretta all’intero ente afferma qualcosa di fondamentale nella determinazione topologica dell’angolo in cui, necessariamente, l’uomo è situato.

Sebbene Nietzsche non abbia elevato queste connessioni alla gamma della conoscenza in modo così esplicito e con questa concettualizzazione, il suo pensiero più intimo, come possiamo verificare in retrospettiva, si è spostato su di esse durante un tratto del suo percorso. Sin dall’inizio, nell’esporre il suo pensiero fondamentale, abbiamo visto che non è possibile separare i due elementi che devono essere pensati: la totalità del mondo e il pensiero del pensatore. Ora capiamo più chiaramente a cosa si riferisce e cosa significa questa inseparabilità: è il riferimento necessario dell’uomo, in quanto è un luogo di permanenza in mezzo all’ente nella sua totalità, a se stesso.

Pensiamo a questa relazione fondamentale nell’approccio decisivo dell’essere-uomo in generale, in modo tale che diciamo: l’essere dell’uomo – e per quanto ne sappiamo, solo dell’uomo – si basa sull’esser-ci [Dasein]; esser-ci è il posto possibile per il luogo di permanenza del vostro essere in ogni caso. Allo stesso tempo, da questa connessione essenziale estraiamo quanto segue: l’umanizzazione diventa più inesorabile come minaccia alla verità, più originariamente l’uomo occupa il luogo di soggiorno di un angolo essenziale, cioè, nella misura in cui riconosce come tale e rende l’esser-ci. Ma il carattere essenziale dell’angolazione è determinato dall’originalità e dall’ampiezza con cui l’entità è sperimentata e compresa nella sua interezza secondo l’unico rispetto decisivo, cioè secondo l’essere.

Questa riflessione mostra che, quando si pensa al pensiero più grande, ciò che è pensato non può essere separato da come è pensato, ciò che è determinato dal come, e anche, inversamente, come è determinato da cosa. Da ciò possiamo dedurre già quanto sia fuorviante rappresentare le dimostrazioni dell’eterno ritorno come prova di natura fisica o matematica. Ciò che questo significa e può significare, è che la dimostrazione deve essere determinata esclusivamente dall’essenza di questo pensiero dei pensieri.

Sulla base dell’inseparabilità essenziale di come pensare e di cosa pensare, è stata presa anche una decisione importante sotto un altro aspetto. La distinzione tra un contenuto dottrinale “teorico” del pensiero e il suo effetto “pratico” è impossibile in anticipo.

Questo pensiero non ammette neanche che sia “teoricamente” pensato o applicato “praticamente”. Il primo, perché il pensiero del pensare richiede che l’uomo, non appena agisce praticamente ma in generale come entità, penetri nell’esercizio del pensiero stesso, si determini e determini il suo angolo dal pensiero, simultaneamente e non solo più tardi.

Fino a quando questa determinazione non ha luogo, il pensiero continua a essere impensabile e impensato, e non vi è alcuna nitidezza, il che aiuta a fare un minimo passo in avanti. Ma anche un’applicazione “pratica” è impossibile, perché diventata superflua nel momento in cui il pensiero è pensato.

PROSPETTIVE E INTERPRETAZIONI

Il prospettivismo

Che dire del completo prospettivismo, che può essere assimilato a un relativismo integrale nella misura in cui abolirebbe l’esistenza di una linea distinta dalla sua interpretazione? Nietzsche afferma che tutto è interpretazione, e che ogni interpretazione è unita con una prospettiva. Ma cosa significa per Nietzsche “prospettiva”?

Non si riferisce a un limite dovuto a una situazione spaziale e temporale, non è definita dal suo carattere finito e parziale. Non è un “punto di vista” su qualcosa, qualcosa che potrebbe essere preso da una varietà di possibili punti di vista ma indipendente da esso. Il prospettivismo è ciò che ci spinge a rifiutare il dogma dell’oggettività: ci viene sempre chiesto di pensare ad un punto di vista che non può essere pensato affatto, un punto di vista il cui sguardo non ha assolutamente direzione, in cui le energie attive e interpretative devono essere fermate, così fallendo, consentendo a esse solo una visione-di-qualcosa (ein Etwas-Sehen); quindi è sempre un’assurdità inconcepibile che viene posta in esso. C’è solo una visione prospettiva, non c’è “conoscenza” ma prospettivismo.

Per vedere qualcosa, così che qualcosa come una cosa prende forma, è necessario che questa visione attui una pluralità di energie attive e interpretative. Una visione passiva non è solo visione di qualcosa, ma non è affatto una visione (vedere niente non è vedere). Un’energia attiva è un’energia che dà forma e significato interpretando: non interpreta la cosa, è la cosa che prende forma attraverso l’interpretazione.

Inoltre, non c’è solo un’energia che agisce, c’è una molteplicità di energie che si oppongono, si associano e gerarchizzano, e il metodo gerarchico è quello che impone la sua direzione. La prospettiva quindi presuppone energie in azione, non “paralizzate”, che interpretano secondo una certa organizzazione gerarchica, che orienta lo sguardo verso qualche “cosa”.

Il prospettivismo induce il relativismo all’inverso. Possiamo percepire questo ultimo termine in senso protagoreano, di “uomo” o “tutti”, ed è per Protagora una misura di tutte le cose solo nella misura in cui queste cose gli appaiono mentre soffre; e anche nella sua versione limite, la tesi del raffinato Teeteto per il quale le sensazioni come i sensi sono costituite in modo correlato durante ogni sensazione, cui questo relativismo non può essere offerto a Nietzsche, perché nessuna energia attiva è presente e danza in questi incontri. Né si può offrigli un relativismo spinozista: Per quanto riguarda il bene e il male, non è la manifestazione di nulla di positivo nelle cose, almeno considerate in se stesse, ed è solo un modo di pensare, cioè nozioni che noi formiamo perché confrontiamo le cose, le une con le altre. In effetti una stessa cosa può essere, allo stesso tempo, buona, cattiva e anche non differente.

La prospettiva non proietta sulle cose un valore che è esterno a esse e questo valore non è dato loro da un modo di pensare che paragona, vale a dire mette in relazione le cose uguali, rese uguali. Per Spinoza come per Nietzsche il bene e il male non sono supportati da un Bene e da un Male assolutizzati, ma non è per gli elementi fondamento di Nietzsche che questi dovrebbero essere preservati nonostante la relatività essenziale e la mancanza di fondamento nelle cose stesse.

Ogni volontà di potenza valuta e analizza necessariamente in base alla quantità e alla qualità del proprio potere. Sia il bene che il male sono relativi ai tipi di forza di volontà, ma le prospettive non sono relative: una prospettiva non è un “tipo” che può adottare una certa forza di volontà, perché ciascuna forza di volontà è una prospettiva.

Qualsiasi prospettiva è una valutazione, che solleva il problema della gerarchia delle diverse valutazioni. Nietzsche dice di questo problema che è “il nostro problema per noi, spiriti liberi”: tutte le volontà di potere non sono uguali: si deve guardare con i propri occhi il problema della gerarchia, vedere il potere, il diritto e la prospettiva estesa per crescere insieme contemporaneamente in altitudine.

Poiché questi spiriti liberi sono “osservatori di tutti i livelli e gradi”, essi concepiscono “ciò che è sempre ingiustizia necessaria nei pro e contro, questa ingiustizia inseparabile dalla vita, a sua volta condizionata dalla prospettiva e la sua ingiustizia “. Ogni prospettiva è ingiusta, ma se apprendiamo l’arte di moltiplicarla, apriamo “la via a molteplici e opposti modi di pensare” e ripristiniamo la giustizia.

Ma poiché è la giustizia che viene ristabilita e non la verità che è stabilita, non vi è alcun rischio di relativismo perché la giustizia implica gerarchia. Tutto il relativismo è limitato alla semplice osservazione dato che ci sono contraddizioni e si trae la conseguenza che tutto il valore non ha fondamento.

Adottare nei confronti delle virtù una prospettiva gerarchica significa, al contrario, vedere in esse le espressioni dei gradi e delle qualità della forza, quindi scoprire su cosa sono basate, che non è un fondamento ma un’origine che non ha nulla di arbitrario. Ma le contraddizioni restano tra le diverse valutazioni specifiche di queste forze, ognuna delle quali è necessariamente parziale e ingiusta: i valori di una morale dei maestri, per esempio, sono in contraddizione con quelli di una moralità degli schiavi, sebbene esprimano due gradi di forza della stessa volontà; possono essere giudicati buoni o cattivi, o buoni e cattivi, a seconda del tipo di volontà che li valuta (valuta il valore di ciò che affermano essere valori).

Valutare il valore di questi valori comporta l’adozione di una prospettiva libera per credere nell’uno o nell’altro sistema, innalzando ed estendendo la prospettiva. Ciò porta alla moltiplicazione di modi di pensare opposti e li rende insensibili “rispetto ai valori opposti”. Tutti gli esseri viventi apprezzano e non scelgono di valutare piuttosto in questo modo, perché tutto ciò che vive è una valutazione: lungi dall’essere relativo, qualsiasi valutazione è assolutamente necessaria e fatale. L’altezza e l’ampiezza della prospettiva consente di dare priorità alle valutazioni e di rendere giustizia a ciò che viene valutato, ma nessuna valutazione ne mette in prospettiva un altra: tutte sono strettamente necessarie. La molteplicità delle valutazioni non implica alcun relativismo ma richiede una gerarchia. Quest’ultima dipende da una forza di volontà diversa da quella che rimane bloccata in un singolo sistema di valutazione.

Ciò che affascina di questa volontà diversa è ciò che manifestano le opposizioni dei valori: la natura degli istinti e le forze da cui essi procedono, in breve la loro genealogia, condizione dell’istituzione di una giusta gerarchia. Chi ha recuperato la libertà da tutti i “vecchi tavoli”, e quindi dalla salute, è padrone del suo “per” e “contro”: ha capito, in primo luogo, che “per” e “contro” non sono da escludersi a vicenda poiché dipendono da una prospettiva e possiamo, o meglio dobbiamo, moltiplicare le prospettive; quindi, e conseguentemente, ciò che è buono e cattivo, vero e falso, ecc., non si escludono a vicenda: questi cosiddetti opposti sono legati indissolubilmente e ugualmente necessari alla vita. Non sono questi valori da prendere come principio gerarchico ma le loro origini, la volontà di potere determinato qualitativamente e quantitativamente.

Se dice sì o no, non è perché si prende posizione per un tale valore ma perché si vede come viene espresso il tipo di forza. È questa forza che dà una prospettiva al proprio potere e al diritto. Ma questa, a sua volta, è l’istinto che comanda tale prospettiva, è che spinge a guardare “in alto” alle profondità delle origini, a moltiplicare le esperienze e gli esperimenti che danno origine a modi di pensare opposti? Può essere chiamata “passione della conoscenza” – passione che significa che anche in questa materia, non scegliamo, ma siamo scelti.

L’interpretazione

Ogni espressione è rigorosamente determinata, nessuno è libero di vedere come si esprime per se stesso, vede come può e vuole vedere e vede solo ciò che può e vuole vedere. Ma questo modo di parlare è pericoloso in quanto sembra porre un soggetto che interpreta (l’organizzazione temporanea di energie, per esempio).

Non domanda: “chi interpreta?”, al contrario, interpreta da sé, nella misura in cui è una forma di volontà di potere, ha esistenza (Dasein) (ma non come un “essere”, Sein, al contrario, come un processo, un divenire ) come affetto.

Non c’è interprete dietro l’interpretazione, c’è solo da interpretare (das Interpretieren). L’uso di un verbo all’infinito (quindi esclusivo di ogni soggetto) consente di superare la dualità dell’agente e dell’azione, antica mitologia veicolata dalla grammatica che pone un’entità stabile e duratura come causa di tutti gli agire e del soffrire . Interpretarlo è quel processo che esiste come affettivo e significa che qualsiasi volontà di potenza non è solo un atto ma un affetto. Qualsiasi interpretazione è prospettivista nel senso che la prospettiva non è definita come l’interpretazione di una data situazione (fittizia in senso sartriano), e dove non è un punto di vista arbitrario sulla cosa ma un affetto rigorosamente determinato nella sua direzione e nel suo valore. Di conseguenza non ci sono testi o fatti esterni da interpretare: “Conoscere (…) se un’esistenza senza interpretazione, senza” significato “non diventa” assurdità “, in se, d’altra parte tutta l’esistenza non è essenzialmente un’esistenza interpretativa “, è una domanda assurda, perché il nostro intelletto suppone che, posizionandosi, possa emergere dalla sua prospettiva. Non possiamo guardare oltre la nostra prospettiva. Il carattere prospettivista e interpretativo di tutta l’esistenza non è un problema ma l’affermazione di una necessità.

Eppure, di fronte a certe interpretazioni, Nietzsche sembra affermare i diritti del passaggio: una certa fisica “è interpretazione, non un passaggio”; inoltre predica “il senso della realtà”, “lo sguardo libero davanti alla realtà”. Quindi, su questa questione, lungi dall’essere situata al di là di tutto, su questo Nietzsche avrebbe persino generato un’antinomia.

Segue….

PRIMA DEL LEVAR DEL SOLE

suund

“O cielo sopra di me, cielo puro e Profondo! Abisso di luce! Guardandoti io rabbrividisco di divina brama. Slanciarmi nella tue altezze, ecco la mia profondità! Rifugiarmi nella tua purezza, questa è la mia innocenza!

Il dio è avvolto e nascosto dalla sua bellezza: così tu occulti le tue stelle. Non parli: così mi annunci la tua saggezza.

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PERSPECTIVES ET INTERPRÉTATIONS II

NIETZSCHE ZAR

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comment départager les interprétations ?

 Les difficultés proviennent de l’extension du paradigme (opérée dès la Deuxième Inactuelle où il était question de bien lire le texte de l’histoire), c’est-à-dire de la conversion en « texte » de tout fait ou de tout ensemble de phénomènes, naturels, historiques ou humains.

 

Ce remarquable élargissement de la notion de texte rend beaucoup plus difficile le partage des interprétations, car ces textes sont des faits, des phénomènes qui n’ont pas de sens en eux-mêmes (sauf à présupposer qu’un auteur divin leur en a donné un).

Mais cela pose surtout le problème du type d’existence à leur accorder : Nietzsche est-il un post-kantien au sens où le monde et tout ce qu’il renferme serait et ne serait que ma représentation, et n’aurait-il fait avec son perspectivisme qu’en multiplier à l’infini les représentations (baptisées interprétations) possibles ? Croit-il au contraire à l’existence d’un texte « fondamental » sur lequel viendraient se projeter les interprétations, et il faudrait alors parler de l’ontologie, peut-être même de la métaphysique de Nietzsche ? Un des textes les plus fréquemment allégués pour attribuer à Nietzsche une telle antinomie est le § 22 de Par-delà Bien et Mal.

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CANTO DE ZARATUSTRA

INDIF

Hombre, ¿no escuchas con atento oído 
Lo que te dice la profunda noche? 
Yo dormía, dormía, mas de pronto 
Me desperté de mí profundo sueño …

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THE DEMON’S INTONATION

INTDEM

For Nietzsche in Thus Spoke Zarathustra, our focus on the past explains the reference to our concern with ourselves, with the stone fact, the ‘it was,’ the musing, brooding preoccupation on the past that is also the poison of ressentiment. Let’s spell this out a bit further by again recalling what Nietzsche’s aggressive demon says in The Gay Science:

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OS MIL OBJETOS E O ÚNICO OBJETO

ZARATHUSTRA E

“Muitos países e muitos povos viu Zaratustra; assim descobriu o bem e o mal de muitos povos. Zaratustra não encontrou maior poder na terra do que o bem e o mal.

Nenhum poderia viver sem avaliar; mas, para se conservar não deve avaliar como o seu vizinho.

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NICHILISMO SADICO-SADISMO NICHILISTA

IMAGO6

«Domani ti si accompagnerà al sepolcro e presto ti seguiranno le tue sorelle, i popoli. Ma quando tutti ti avranno seguito – sarà sepolta l’umanità intera e io sarò mio soltanto, io, l’erede che ride!»
M.Stirner

Come la morte della teologia era sopraggiunta con la morte di Dio, ora con la scomparsa dell’uomo ci sim accorge che, anche la filosofia, e costretta a perire.
A questo punto della nostra argomentazione ci si pone di fronte un nodo cruciale per il pensiero dell’individuo divenuto consapevole- unico. Si parano dinanzi a lui due schiaccianti affermazioni strettamente connesse:

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EL CARÁCTER DE LA «DEMOSTRACIÓN» DE LA DOCTRINA DEL ETERNO RETORNO

LA PASIÓN POR LA ILIMITADA VOLUNTAD DE VERDAD

 

 

 

 

 

 

Con estas reflexiones no se ha decidido aún nada respecto del proceso demostrativo en cuanto inferencia, ni respecto del carácter del razonamiento en cuanto «demostración».

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LE CHAOS

LE CHAOS

 

 

 

 

 

 

 

 

[…] n’existe-t-il donc rien dont l’interprétation s’empare ? Il n’y a de choses, de faits, d’objets, de sujets, d’événements, que pour et par une interprétation. Mais si, en leur donnant sens, elle les fait exister « ainsi et pas autrement », les fait-elle exister tout court ?

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