STIRNER E NIETZSCHE –SPIRITI AFFINI II

Apriamo ora una sezione nella quale, attraverso una serie di citazioni testuali, evidenzieremo l’affinita con cui i nostri due autori trattano alcune delle tematiche principali del loro filosofare. Nella suddivisione che segue si presentano: nella parte sinistra le citazioni estrapolate dall’opera L’unico e la sua proprietà; mentre a destra, vengono riportati alcuni aforismi ed estratti da varie opere nietzschiane.

L’UOMO; ci troviamo ancora una volta a parlare di questo spettro, un bersaglio sistematico dello Stirner, il quale attraverso lo svolgersi della sua opera trova modo di demolire ripetutamente con attacchi per lo piu rivolti a Feuerbach. A tal proposito, sfogliando le opere di Nietzsche, ci imbattiamo in un aforisma che – mi sia permessa l’espressione – sembra scritto dalla mano demolitrice dello Stirner. L’aforisma si trova in Aurora ed e lo studioso Ernest Seilliere a suggerircene il confronto con le tematiche stirneriane:

«In tutto ciò il singolo, il singolo uomo, viene considerato come un rifiuto e invece l’uomo universale, “l’uomo”, viene coperto di onori …di volta in volta cadano davanti a lui (questo fantasma) sia quelli che vorrebbero sostenere una concezione diversa dell’uomo, sia quelli che vogliono imporre se stessi»

«Tutti questi uomini sconosciuti a se stessi credono nell’esangue entità astratta “uomo”, vale a dire in una finzione…ogni singolo in questa maggioranza, non è in grado di contrapporre un reale ego alla pallida finzione universale, e non può, quindi annullarla».

Osservando i due brani sopracitati ci accorgiamo immediatamente che, entrambi gli autori, considerano l’uomo – l’uomo come entita astratta, generica – un fantasma, ovvero un ideale che formatosi nella testa dei singoli impedisce loro di perseguire una volonta propria, un reale ego. L’egoismo quindi, un termine che per entrambi gli autori stimola erroneamente un sentimento di ripugnanza nel senso comune, deve essere rivalutato, autore e studioso francese che trattando nel dettaglio il rapporto Nietzsche – Stirner, per primo– elenca una serie di corrispondenze testuali senz’altro convincenti, restituendo a questo termine il suo significato positivo, scevro da connotazioni negative di provenienza cristiana.

E giunto ora il momento di addentrarsi in un argomento le cui conseguenze verranno riprese nella parte conclusiva di questo lavoro. E il momento di introdurre il concetto – a mio avviso contraddittorio – di ALTRUISMO. Lo definisco un concetto contraddittorio in quanto, sono i nostri stessi autori a mostrarcelo tale, come si puo notare nelle citazioni seguenti:

«L’egoista che non vorrebbe essere tale e che si umilia, cioè combatte il proprio egoismo, tuttavia anche in questo caso si umilia soltanto per venire esaltato, ossia per esaltare il suo egoismo».

«Il culto dell’altruismo è una forma specifica di egoismo, che si presenta regolarmente, dati determinati presupposti fisiologici».

Ora, da quanto detto, sembra che il dualismo egoismo- altruismo sia destinato a risolversi, anche se non tanto con una sintesi, bensi con l’annullamento di uno dei due opposti: l’altruismo. Sia Stirner che Nietzsche concordano infatti nel ritenere l’altruismo una forma di egoismo mascherato.

Tra l’altro, l’analisi dell’altruismo, e una delle cause che portarono alla rottura dell’amicizia tra Paul Ree e Friedrich Nietzsche. Ree, reso celebre da L’origine dei sentimenti morali, criticava l’approccio sopra descritto, e insisteva sulla possibilita per l’essere umano, di esprimere con le sue azioni un comportamento non egoistico: «Dunque esiste una partecipazione non egoistica alla sorte altrui che si può chiamare o compassione o benevolenza o amore per il prossimo». La sua analisi aveva come riferimento critico il pensiero del filosofo francese Claude- Adrien Helvetius:

«Alcuni filosofi, in particolare Helvétius, affermano addirittura che i sentimenti e le azioni di carattere non egoistico non appartengono alla natura umana, ma che piuttosto ciò che sembra non egoistico è solamente una forma mascherata della pulsione egoistica».

La posizione di Helvetius riguardo la pulsione egoistica, riportata qui da Ree, e invece molto vicina alle posizioni di Stirner e di Nietzsche; come ci ricorda Maria Cristina Fornari nella sua analisi del rapporto Ree – Nietzsche:

≪Nietzsche concordando con Helvétius e prendendo le distanze dall’analisi piuttosto superficiale di Paul Rée, ritiene che la compassione, vada piuttosto ricondotta ad un esercizio di potenza, che trova la sua motivazione in un piacere del tutto egoistico»

Quindi, ribaltando l’opinione di Ree su Helvetius, possiamo concludere che, nella nostra prospettiva, Helvetius ha ragione quando dice in generale:

«Uno che soccorre un infelice lo fa: – per fare un atto di potenza, l’esercizio del quale per noi è sempre piacevole, perché richiama sempre al nostro spirito l’immagine dei piaceri legati a questa potenza».

Nell’ottica di Nietzsche, l’altruismo e considerato un’arma e una morale da schiavi con cui i deboli sopravvivono; nella visuale di Stirner, e definito una forma di potere che il debole esercita sul piu forte anche attraverso la divinizzazione dell’idea stessa di altruismo.

«Se essi hanno la facoltà di farvi desiderare la loro sopravvivenza, hanno un potere su di voi. A chi non esercitasse assolutamente alcun potere su di voi, non concedereste niente: lo lascereste deperire».

«Per vie traverse il debole si insinua nella roccaforte e nel cuore del potente – e vi ruba la potenza».

IO-L’ESSERE

Il nodo centrale della speculazione jaspersiana intorno all’essere (sulla scorta dell’esperienza dell’equivocità e della multivocità dell’essere stesso) è quindi il tentativo di comprendere, o almeno di chiarire a livello esistenziale e indagare l’essere che non si risolve nel semplice svanire (cfr. PH, I 2; 111). Del resto, tanto l’essere che si risolve nello svanire oltre le determinazioni quanto quello che si lascia dire tutto mediante le categorie dell’intelletto non dicono nulla dell’essere che qui si indaga. E l’intero movimento della scienza, dal canto suo, altro non è che questo rifiuto dell’essere nello svanire e la ricerca dell’essere in sé.

Ora, sebbene da nessuna parte l’io abbia a che fare con l’essere chiuso in sé (cfr. PH, I 18; 130), proprio quell’essere nello svanire che è scartato dai costruttori del sapere scientifico è l’unico modo d’essere dell’essere per il pensiero. Lo svanire, quindi, è l’oggetto della ricerca filosofica che non vuole fermarsi all’oggetto (che, per definizione, non può essere l’essere). Del resto, dice Jaspers, ciò « che c’è è l’apparire non l’essere e neppure il nulla » (PH, I 19; 131) – anche se questo essere che c’è è tanto poco l’essere di cui l’io andava in cerca che pare quasi svanire nel nulla (cfr. PH, I 13; 124). Ora, la nullità di questo essere che c’è è però l’unico modo dell’essere: l’essere si dà per me sotto il segno della quasi nullità. Altrimenti detto, nel “divenire”. La dialettica hegeliana sembrerebbe rispettata, in questo punto, ma con uno slittamento che ne rivela, nell’interpretazione jaspersiana, il fondo esistenziale. O, meglio, è Jaspers che legge la dialettica essere-nulla- divenire nella sua valenza esistenziale. Nel divenire infatti (che è divenire temporale) l’essere che appare (fenomenologia dell’essere) porta con sé i due precedenti (l’essere e il nulla), ma il prodotto, ossia il terzo, non è una nuova immediatezza come invece il terzo hegeliano. Esso infatti mantiene al suo interno quella forte lacerazione che l’ha generato, poiché in esso la duplicità rimane insuperabile: tanto l’essere-in-sé della trascendenza quanto l’essere nella coscienza per l’esistenza non sono l’essere, e in più non sono reciprocamente commensurabili (cfr. PH, I 20; 131).

La dialettica jaspersiana dell’essere si presenta quindi come una dialettica aperta in cui la memoria (Erinnerung) non è il medio della conciliazione degli opposti ma, al contrario, la traccia che l’io porta con sé dell’irriducibilità e dell’incommensurabilità degli opposti stessi. « Non c’è alcuna concezione dell’essere in grado di abbracciare tutto l’essere in cui ci troviamo. Questa è la mia situazione che, filosofando, non dimentico » (PH, I 22; 133 – corsivo mio).

Che ne è quindi dell’essere? Si chiede Jaspers (cfr. W, 37). È forse questo “diluirsi” dell’essere stesso in tutto ciò che indeterminatamente si può dire che è? O è la “fissazione” (starrwerden) del molteplice sensibile nell’essere categorialmente determinato che è conosciuto? O infine è quell’essere di cui mi posso accertare nel trascendimento di ogni oggettività mediante il pensiero? (cfr. PH, I 23; 135). In ogni caso, l’essere si presenta come una magna questio che non pare trovare una soluzione univoca: « l’essere, diviso dalle domande che lo riguardano non può essere riconosciuto nella sua unità » (PH, III 36; 972).

L’impossibilità di una risposta universalmente valida impone, in conformità con quanto precedentemente rilevato riguardo alla teoria dell’interpretazione, un ritorno sul domandante. Il fallimento della domanda apre la possibilità di una riflessione sul soggetto stesso della domanda. Non per una sorta di relativismo soggettivo di chi s’impone come misura di tutte le cose – di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono – ma per la necessità che scaturisce dal fallimento stesso di ogni tentativo di determinazione univoca. L’essere non si dà quindi nella comprensione. Esso, in quanto abbracciante (Um-greifende) è di per sé in-comprensibile (Ungreifende). Ma l’in-comprensibilità dell’essere apre all’esistenza come unico ambito per una possibile risposta. Soggettiva forse, e quindi fallace o fallibile, ma una e non unica (cfr. PH, III, 416-417; 904- 906), e comunque sempre possibile risposta sull’essere.

« A questo punto l’esistenza diventa il segno per indicare la direzione dell’auto-accertamento di un essere che non si può pensare oggettivamente, né in termini di universale validità; è l’essere che nessuno conosce e che nessuno può affermare nella pienezza del suo senso, né riferendosi a se stesso, né riferendosi ad altro » (PH, I 19; 130-131).

L’uomo è l’unica via d’accesso all’essere, in quanto è anche l’unico essere che è cosciente del proprio, pur inadeguato, essere. Non si danno altre possibilità. Del resto «L’eterogeneità dell’apparire (del fondo oggettivo nei fenomeni, della trascendenza dell’essere-in-sé nelle cifre, dell’esistenza nella certezza della coscienza assoluta) annulla in ogni sua direzione la consistente stabilità di un essere, perché nel suo complesso questa eterogeneità mantiene l’essere, a cui si rivolge la domanda dell’esistenza possibile nella realtà temporale, in una lacerazione definitiva che investe alla radice anche la domanda » (PH, I 21; 133).

La lacerazione (Zerrissenheit) dell’essere investe tutto l’essere e rimbalza sulla domanda stessa che, come detto, non trova una risposta univoca, ma segna anche il domandante che, in quanto tale, è anche l’unico interpellato. Il filosofare è quindi questo movimento del pensiero che ritorna sul soggetto il quale è chiamato a leggere e interpretare personalmente l’essere così come esso si presenta, ossia nell’apparire che come tale è nulla per il pensiero, ma che, come apparire dell’essere, è un qualcosa carico di significato (pur non essendo la verità): « il filosofare, attraverso l’apparire, coglie l’essere nell’interpretazione delle cifre della trascendenza e nel pensiero che si appella all’esistenza » (PH, I 20; 132). L’essere quindi può essere scorto solo nel movimento riflessivo del pensiero che leggendo il fenomeno come cifra dell’essere (dalla fenomenologia dell’essere all’interpretazione delle cifre dell’essere stesso) non svela questo, riducendolo di volta in volta a un essere determinato e così perdendolo, come vorrebbe la conoscenza scientifica, ma si accerta di esso. L’interpretazione dell’essere è quindi sempre una, mai unica (ossia univoca e dogmatica). Ciò vuol dire che, trascendendone l’oggettività (che però in quanto tale è solo un prodotto o, kantianamente, una forma a priori del soggetto), il pensiero esperisce l’inadeguatezza dell’espressione categoriale, peraltro imprescindibile, e apre così all’accertamento dell’essere quale forma di conoscenza, ancora categoriale, ma non più oggettiva. Fare filosofia pare quindi voler dire, pascalianamente, beffarsi della filosofia. E tale inevitabile farsi beffe della filosofia, ironico e tragico allo stesso tempo, è il trascendere (cfr. PH, I 23; 134).

L’autentico essere, quindi, è da cercarsi solo nella trascendenza, o nel trascendimento. Non certo attraverso la coscienza in generale che indaga l’essere come un oggetto per un soggetto, ma tramite l’esistenza. Questo perché l’ontologia (ossia la dottrina dell’essere) può giungere solo a tradurre l’essere nei modi dell’essere stesso senza per questo poter mai comprendere l’essere come unico; al massimo essa può liberare il cammino per un ulteriore trascendimento. « Oggi l’ontologia non vale più come metafisica, ma come teoria delle categorie » (PH, I 24; 136). E ancora: « Qualunque cosa possa pensare il pensiero mi crea solo lo spazio dell’io come esistenza possibile che rimane sempre estranea al pensato » che, di per sé, ha solo « conoscibilità relativa », è « possibilità », « appello », nulla di più (PH, I 24; 136).

Ma come può una certezza chiarificatrice darsi in una oggettivazione inadeguata? Del resto « l’essere, come essere-oggetto, non sussiste da sé », ma è solo un ens rationis (PH, I 30; 143). Questo sarà possibile solo se il soggetto è più e meno che soggetto: nonostante il soggetto, l’io è altro. Nel fallimento della soggettività del soggetto , l’io nella sua intenzionalità si rapporta a un essere non-oggettivo, e tale rapporto (ma è un rapporto impossibile!) è l’esistenza (PH, I 28; 140-141).

La prospettiva di una certezza fondata su di un impossibile rapporto al non-oggettivo non può che abbattere il pensiero categoriale (dell’intelletto) al pari dell’uomo che si limita a esserci senza svelare la sua natura intimamente sbilanciata verso la trascendenza (cfr. PH, I38, 152). Ma lo sconforto dell’esserci è al tempo stesso stimolo al trascendimento: « Nello sconforto dell’esserci c’è in me lo slancio dell’essere » (PH, II 204; 679). Il pensiero non è in grado di conoscere l’essere, ma solo di chiarire l’esistenza, quando si fa pensiero attivo nella vita stessa che attraverso il medio del linguaggio filosofico si traduce in appello. Appello a trascendere. « Tutte le sue vie conducono alla metafisica » (PH, I 32; 145).

«L’essere è rimasto in sospensione per l’incomprensibilità dell’essere-in-sé. Esso è apparso come un limite nell’analisi dell’esserci. Ma mentre l’essere-in-sé mi resta del tutto inaccessibile perché, come assoluta alterità, è quasi nulla per il pensiero, io sono a mia volta quell’io che è posto come limite all’analisi dell’esserci. Nella ricerca dell’esserci è questo il passo ulteriore che bisogna compiere » (PH, I 13; 124).

LA GERARCHIA

Anche Nietzsche ha il suo Socrate. Sono i pensatori liberi. Dicono: “Di cosa ti lamenti? Come sarebbe il trionfo dei deboli, se loro stessi non formassero una forza superiore?”

“Ci inchiniamo al fatto compiuto”: questo è il positivismo moderno: è destinato a portare avanti la critica dei valori, è inteso a respingere qualsiasi chiamata a valori trascendenti, che sono dichiarati fuori moda, ma solo nel ritrovarli, come forze che guidano il mondo attuale. Chiesa, morale, Stato, ecc.: Solo il loro valore viene discusso per ammirarne la forza e il contenuto umano.

Il libero pensatore ha la singolare abitudine di voler recuperare tutti i contenuti, tutto il positivo, ma senza mai interrogarsi sulla natura di questi contenuti che sono considerati positivi, né sull’origine né sulla qualità delle corrispondenti forze umane. È ciò che Nietzsche chiama “fatalismo”.

Il libero pensatore vuole recuperare il contenuto della religione, ma non chiede mai se la religione non contenga proprio le forze inferiori dell’uomo, che piuttosto dovrebbero desiderare di rimanere esterne. Ecco perché non è possibile fidarsi dell’ateismo di un libero pensatore, anche se è un democratico e un socialista: “La Chiesa ci disgusta ma il suo veleno no…”.

Questo è ciò che caratterizza principalmente il positivismo e l’umanesimo del libero pensatore: il “fatalismo”, l’incapacità di interpretare, l’ignoranza delle qualità della forza. Dal momento in cui qualcosa appare come una forza umana o come un fattore umano, il libero pensatore applaude, senza chiedersi se quella forza non è di bassa estrazione, e questo fatto è l’opposto di un fatto nobile: “Umano, troppo umano” .

Poiché non tiene conto delle qualità delle forze, il libero pensiero, per vocazione, è al servizio delle forze reattive e traduce il suo trionfo. Perché l’atto è sempre quello dei deboli contro i forti; “l’atto è sempre stupido, e mi è sempre sembrato più un bue che un dio.”

Al libero pensatore Nietzsche oppone lo spirito libero, lo stesso spirito di interpretazione che giudica le forze dal punto di vista della loro origine e delle loro qualità: “Non ci sono fatti, solo interpretazioni”.

La critica del libero pensiero è un tema fondamentale nel lavoro di Nietzsche. Senza dubbio perché questa critica scopre un punto di vista secondo cui diverse ideologie possono essere attaccate allo stesso tempo: positivismo, umanesimo, dialettica. Il gusto per l’atto nel positivismo, l’esaltazione del fattore umano nell’umanesimo, la mania di recuperare i contenuti umani nella dialettica.

La parola gerarchia ha due significati in Nietzsche. Significa, in primo luogo, la differenza tra le forze attive e reattive, la superiorità delle forze attive rispetto a quelle reattive. Nietzsche può quindi parlare di “un grado immutabile e innato nella gerarchia”; e il problema della gerarchia è lo stesso di quello degli spiriti liberi.

Ma la gerarchia indica anche il trionfo delle forze reattive, il contagio delle forze reattive e la complessa organizzazione che viene da esse, dove hanno vinto i deboli, dove i forti sono contaminati, dove lo schiavo che non ha cessato di essere uno schiavo prevale su un Signore che ha cessato di essere: il regno della legge e della virtù. E in questo secondo senso, la moralità e la religione sono ancora teorie della gerarchia.

Se si confrontano i due sensi, vedi che il secondo è come l’altra faccia del primo. Facciamo della Chiesa, della morale e dello Stato i signori o i detentori di ogni gerarchia.

Noi, che siamo essenzialmente reattivi, che prendiamo i trionfi della reazione con una metamorfosi dell’azione, e gli schiavi dei nuovi padroni – noi, che non riconosciamo la gerarchia più del suo rovescio, abbiamo la gerarchia che meritiamo.

Nietzsche chiama schiavo il debole o non meno forte, ma a chi, a prescindere dalla sua forza, è separato da ciò che può. Il meno forte è forte quanto il forte se va fino alla fine, perché la beffa, la sottigliezza, la spiritualità e persino il fascino con cui completa la sua minima forza appartengono proprio a questa forza e non la rendono meno. La misurazione delle forze e la loro qualificazione non dipendono affatto dalla quantità assoluta ma dalla relativa realizzazione. Forza o debolezza non possono essere giudicate dal risultato della lotta e del successo.

Perché, ancora una volta, è un dato di fatto il trionfo del debole: è anche l’essenza del fatto. Si può solo giocarecon le forze tenendo conto, in primo luogo, della loro qualità, attiva o reattiva; secondo, l’affinità di questa qualità con il polo corrispondente della volontà di potenza, affermativa o negativa; in terzo luogo, la sfumatura della qualità che presenta la forza in questo o in un altro momento del suo sviluppo, in relazione alla sua affinità. Allora, la forza reattiva è:

la forza utilitaristica, adattamento e limitazione parziale;

2.º la forza che separa la forza attiva da ciò che può, che nega la forza attiva (trionfo dei deboli o degli schiavi);

3.º la forza separata da ciò che può, che nega se stessa o si rivolge contro se stessa (regno dei deboli o schiavi).

E, parallelamente, la forza attiva è:

l.º le forza plastiche dominano e soggiogano;

2.º la forza che va fino alla fine di ciò che può;

3.º la forza che afferma la sua differenza, che fa della differenza un oggetto di piacere e affermazione.

Le forze saranno determinate in modo concreto e completamente, solo se si tengono in conto, queste tre coppie di caratteri a loro volta.

TENEBRE CRUDELI

Sentimenti ineludibili mi circondano
Urla di ossessione
Guardo attraverso me
Una bestia è nata nel mio essere
Tenebre bestiali del profondo
Il male prende possesso
E libera lo spirito
Il lupo che vedo
È la bestia in me

Sono il Misantropo che calca il sentiero del cammino oscuro…

Il sangue è tutto attorno
Un bestia è nata nella mia anima …
Troppo breve è stato il momento
Sangue sulle mie mani
Questa è vendetta?
Un’ombra bestiale e profonda

Eclissi totale del cielo
La terra giace nelle ombre
Quando la luna splende in una luce fredda
Una battaglia contro i miei pensieri interiori

È come un taglio brutale nella mia anima
Soddisfa i miei sogni più profondi
Sensazione di liberazione totale
Posseduto da tutto ciò che è sconosciuto
Camminando attraverso la profondità interiore

Sono il Misantropo che calca il sentiero del cammino oscuro…

MISANTROPIA SENZA UMANITÀ

Ricevo e pubblico questa traduzione dell’affine “Annichilare”, di un interessante disamina, che parte da un videogioco. È anche se non è una delle forme da Noi preferite, il testo da uno spaccato della Misantropia in particolare, che ribalta in termine in sé, è pone antagonisticamente – senza pero un dualismo concordante-la Tendenza Misantropica Antipolitica e Attiva, rispetto a quella passiva/politica…naturalmente perseguiamo incessantemente anche la formula perfetta: il “Tutto è Permesso”, che ci permette di far espandere il Caos Misantropico abbattendo i ponti della morale umana…

In Inglese PDF da scaricare:

https://mega.nz/#!Tmo0gSJD!AslMyOoG3OChiMKYfD6s-NqW94t5HRTz-Sen9qub3Ww

https://web.archive.org/web/20190820134519/https://abissonichilista.altervista.org/misantropia-senza-umanita/

https://upload.disroot.org/r/eZ9RIUJb#BvRka7pfpVjPuTgSXW1+Y4LClN//Q8r6lsq1+aOVnTk=

_____

Le rappresentazioni sulla Misantropia sono spesso attribuite a una o entrambe le motivazioni. Il Misantropo è spesso rappresentato come dominato dalla passione o come guidato da un principio incessante. Il videogioco Plague Inc., che proietta i giocatori come un agente patogeno con l’obiettivo di annientare la specie umana, offre una Misantropia distinta. Ci invita e ci ingaggia nei valori di un virus, un batterio o un parassita, senza urti emotivi o fondamento logici, ci intrattiene nella possibilità di una Misantropia senza umanità.

La Misantropia è l’avversione o l’odio dell’umanità nel suo insieme. Il termine deriva dal greco μῖσος (odio) e ἄνθρωπος (umano). Le rappresentazioni della Misantropia, in letteratura e altrove, l’hanno spesso attribuita a una o entrambe i motivi. Da un lato, i Misantropi sono spesso raffigurati come governati dalla passione, dal loro intenso ed emotivo orrore per l’umanità, il risultato di affronti personali o avversità. Pertanto, il protagonista del Timon di Atene di Shakespeare (c.1605), sopraffatto dal risentimento e dal disprezzo per la società che ha aprofittato della sua generosità e buona volontà, si ritira nel deserto, desiderando solo di stare con gli affini; nelle righe finali dell’opera teatrale, l’epitaffio cataloga la speranza come “una piaga ti consumi, i malvagi codardi morti!” (V.4.71). D’altra parte, il Misantropo sarà guidato da un principio incessante, il cui disprezzo ragionato deriva da un codice morale di alta mentalità. In “Il Misantropo” di Molière (1666), l’insistenza intransigente di Alceste sull’onestà e sul parlare in parole, e il suo rifiuto di indulgere alle folle disoneste e agli sciocchi che lo circondano, porta allo stesso modo all’esilio auto-imposto: “Trovare su ogni ruolo di base, / L’ingiustizia, la frode, l’interesse personale, il tradimento. … / Ah, è troppo; l’umanità è finita così in basso, / intendo rompere con l’intera razza umana ”(I.1). Timon è un eroe tragico, il fumetto di Alceste, ma condividono il difetto del personaggio in eccesso: dove Timon è troppo generoso, Alceste è troppo onesto. Entrambi sono rappresentati come estremi, persino patologici, a modo loro, e la Misantropia viene posta come conseguenza fuorviante o sintomo di inclinazioni intemperanti.

Nel 2012 è stato prodotto un videogioco che offre ai giocatori l’opportunità di perseguire attivamente la maledizione di Timon sull’umanità. Plague Inc., sviluppata da Ndemic Creations per dispositivi mobili, ti proietta come agente patogeno: puoi scegliere tra batteri, virus, parassiti e una varietà di altri microrganismi. Giocato su una mappa del mondo, è necessario selezionare un paese in cui infettare il paziente zero e quindi vedere l’evolversi nel tempo manipolando tratti come la velocità e la modalità di trasmissione (in paesi aridi o umidi, ad esempio, o tramite corrieri come uccelli, insetti, roditori e bestiame), i sintomi che manifestano (tosse e starnuto. convulsioni, cisti e necrosi, tra molti altri) e la resistenza alle minacce ambientali e terapeutiche (climi estremi, antibiotici e così via).

L’obiettivo, che sembra difficile descrivere come qualcosa di diverso dalla Misantropia, è il diffondersi in tutto il mondo e cancellare la specie umana; i progressi vengono registrati per mezzo di continui racconti di coloro che si è riusciti a infettare e uccidere.

Col passare del tempo, si può approfittare delle opportunità per aumentare il contagio (migrazioni di massa di uccelli, raduni olimpici), ma, una volta che gli umani si sono resi conto di questo, si devono affrontare anche i tentativi di contenimento (confini chiusi, abbattimenti di animali) e la loro ricerca sempre più vigorosa per una cura. Il tempismo è cruciale: evolviti troppo velocemente e ucciderai i tuoi ospiti prima di poter infettare il mondo intero; oh troppo lento e si avrà tempo per sviluppare una cura. Il gioco è stato successivamente ampliato per includere scenari che consentono di giocare con malattie specifiche, come la Morte Nera, il vaiolo e l’influenza suina, o in mondi alternativi, assaliti da un aumento del riscaldamento globale, crisi finanziarie o xenofobia, nonché con tipi di peste immaginaria completi come il worm Neurax, che prende il controllo delle menti dei suoi ospiti, e il virus Necroa, che trasforma gli infetti in zombi.

Nel 2014, Plague Inc. è stato ulteriormente ampliato, con una nuova malattia da collegare alla serie del film il “Pianeta delle scimmie”in nuove versioni . “L’Alba del Pianeta delle scimmie” (Wyatt 2011) racconta la storia dello sviluppo di un farmaco sperimentale a base virale che protegge e aumenta l’abilità cognitiva ma, sebbene stabile negli scimpanzé e in altre scimmie, si rivela fatale per l’uomo. Gli eventi portano alla fuga di un gruppo di scimmie potenziate dal virus mortale, e le scene di chiusura del film mostrano le scimmie che si ritirano in un rifugio nella foresta e l’infezione che si diffonde rapidamente in tutto il mondo. Con Plague Inc. nell’espansione “Simian Flu”, che è stata prodotta in coincidenza con “L’Alba del Pianeta delle scimmie” (Reeves 2014), viene diffuso una volta in più un agente patogeno, ma questa volta ci sono due ceppi. È necessario sviluppare sia la variante umana, che è debilitante nei modi consueti, ma anche la forma della scimmia, che fa migliorare chi la ospita: il virus può aumentare la comunicazione, la coesione sociale, la comprensione del comportamento umano e altro ancora.

Si ottiene anche un certo controllo diretto sulle scimmie stesse e si è in grado di fondare colonie, spostare gruppi in tutto il mondo e salvare scimmie in cattività dai laboratori di ricerca. In effetti, si gioca allo stesso modo sia come scimmie, sia come virus, perseguendo obiettivi indipendenti ma complementari: fuga e distruzione dell’umanità.

Come viene rappresentata la Misantropia di Plague Inc. e l’espansione del Simian Flu? I giocatori sono incoraggiati a rifiutare l’umanità per passione o per principio o per qualcos’altro? In effetti, nel corso del gioco non viene posta alcuna motivazione certa, per annientare la specie umana e i giocatori sono impegnati a perseguire il loro obiettivo raccapricciante senza urti emotivi o fondamento della logica. La fine dell’umanità è semplicemente l’obiettivo strategico del gioco e la qualità è il freddo calcolo astratto che pervade il gioco.

La grafica del gioco consiste principalmente nell’immagine satellitare semplificata del mondo, che mostra solo la topografia naturale di base punteggiata da icone per porti e aeroporti e una serie di diagrammi stilizzati dei vari tratti dell’agente patogeno; del tutto assenti sono rappresentazioni esplicite dell’intensa miseria e sofferenza e del devastante collasso sociale che sarebbe la realtà delle pandemie nei modelli di gioco. Le indicazioni degli effetti di una pestilenza vengono fornite solo sotto forma di grafici e tabelle che registrano il tasso di infezione o il numero di paesi colpiti, mediante comunicazioni e annunci concisi, minimamente informativi. Inoltre, il gioco non condanna o notifica in alcun modo il metodo in atto necessario per perseguire.

A differenza delle caratterizzazioni dei Misantropi Timon e Alceste, non ha senso nel videogioco che i cattivi desideri verso l’umanità siano impropri o fuorvianti o sintomatici di qualche aberrazione malsana. In Plague Inc., la Misantropia è patologica solo nel senso più letterale.

Il termine patologia si riferisce sia allo studio di “malattie e condizioni anatomiche e fisiologiche anormali”, sia alle caratteristiche e al comportamento collettivi di tale condizione (“Patologia, N.”). Per estensione colloquiale, qualcuno che è
patologico esibirà “una qualità o un tratto in una misura considerata estrema o psicologicamente malsana” (“Patologico, Adj. e N.”), come Timon e Alceste. Il filosofo della scienza Georges Canguilhem sottolinea, tuttavia, che stabilire ciò che conta come normale o patologico e la relazione tra questi due stati, non è affatto una questione semplice. Ciò che è normale non può semplicemente essere ciò che è più comune, come spesso si suppone: un individuo anomalo può essere perfettamente in salute e, in effetti, costituirà la propria norma, anche se non ha una media statistica (Canguilhem 144; Lechte 15 ). Inoltre, ogni particolare stato di un organismo, anche in uno stato patologico, sarà caratterizzato da modelli tipici di comportamento che sono appropriati per un organismo in quello stato, cioè sarà governato da norme (Gutting 47).

In effetti, Canguilhem sostiene: “Non esiste una patologia obiettiva. Strutture o comportamenti possono essere oggettivamente descritti ma non possono essere definiti “patologici” sulla base di alcuni criteri puramente oggettivi “(226). Accertare ciò che è normale o patologico non è una questione di applicazione di una regola assoluta, universale. Piuttosto, l’intera questione di ciò che è normale o patologico è altamente situata e dipende dalla natura dell’organismo specifico e dal suo ambiente. In particolare, dipende dall’esperienza vissuta di quell’organismo.

Una creatura vivente valuterà determinati stati rispetto ad altri: valorizzerà quelli che lo potenziano e gli consentiranno di prosperare su quelli che gielo impediscono o si adoperano per eliminarlo (Canguilhem 126–7; Gutting 47). “Gli esseri viventi preferiscono la salute alle malattie” (Canguilhem 222), e risolvere ciò che deve essere considerato normale o patologico sarà sempre una questione di tale preferenza e valutazione. Canguilhem ci ricorda, infatti, che è dal latino “valere”, che significa essere in buona salute, che deriva il termine valore (201). Uno stato sano, sostiene in ultima analisi, non deve essere equiparato a una nozione astratta e generalizzata di ciò che è normale, ma è uno in cui un organismo, sia esso uccello, volpe o ameba, è in grado di tollerare le incostanze, gli incidenti di un ambiente e le infrazioni. È uno in cui una creatura è in grado di adattarsi e uniformarsi a nuove situazioni e circostanze, vale a dire una in cui è in grado di funzionare secondo nuove norme, anzi di istituire nuove norme (Canguilhem 196–9; Gutting 47– 8).

Sembra esatto dire che Timon e Alceste manifestano qualità estreme che non sono salutari per loro e costituiscono, anche secondo l’attenta analisi di Canguilhem, una forma di patologia. Nessuno dei due è in grado di tollerare le incostanze, gli incidenti e le infrazioni con cui sono assediati, ed entrambi sono costretti a ritirarsi dalla società umana in maniera definitiva. Timon, infatti, non riesce completamente ad adattarsi alle nuove circostanze, questo con conseguenze fatali. Ciò che fa ammalare Timon e Alceste è l’incapacità dell’umanità di essere all’altezza delle proprie ampliate aspettative, di rispettare le norme che credono debbano valere per tutta la società civile.

In quanto tale, la loro frustrazione e furia è diretta verso coloro che riconoscono e apprendono come il loro stesso tipo: “quanto lontani / da razionali ci dispiace che queste creature siano così” dice Alceste (Molière V.7), e “La parvenza, sì te stesso, Timon disprezza questo “(Shakespeare IV.3.22). Il loro odio è, in verità, una forma di odio verso se stessi. Ed è in questo modo che queste rappresentazioni convenzionali della Misantropia ci hanno concesso che l’odio per l’umanità fosse patologico: cosa potrebbe essere più malsano che odiare se stesso?

È questo impulso autolesionista che alla fine è la deviazione o l’anomalia che determina la caduta dell’archetipo del Misantropo. Ma questa caratterizzazione della Misantropia come stato patologico è essa stessa, ovviamente, una valutazione, una rappresentazione particolare e pregiudizievole del Misantropo e l’oggetto della sua disaffezione. Nel considerare l’amore di sé di un individuo e il suo amore per l’umanità come equivalenti e necessari, esso definisce l’umanità stessa come la norma. In breve, è un ritratto antropocentrico di Misantropia o, meglio, quello che potremmo definire un ritratto antroponormativo. Possiamo vederlo più chiaramente se osserviamo le circostanze in cui il termine Misantropia è effettivamente impiegato e quelle in cui non lo è.

Sebbene le definizioni di “Misantropia”nei dizionari, concentrandosi forse troppo da vicino sull’etimologia, ci dica semplicemente che è l’odio dell’umanità (“Misantropia, N.”), la parola è stata infatti usata solo dagli umani che esprimono questo odio . La dannosa diatriba dell’agente Smith (Hugo Weaving) in “The Matrix” (Wachowski e Wachowski 1999), è alimentata da una repulsione viscerale dalla forma umana che gli è stato richiesto di adottare, è che spiega le ragioni della guerra delle macchine contro l’umanità: a differenza di tutte gli altri mammiferi, gli umani non regolano le loro interazioni con l’ambiente, ma si moltiplicano indefinitamente fino a quando non hanno consumato tutto ciò che li circonda, per poi diffondersi in un’altra area.

Gli esseri umani, afferma Smith, sono un virus o una malattia: “Sei una piaga e noi siamo la cura”. Ma nonostante l’evidente passione e principio, sarebbe inappropriato descrivere l’agente Smith come un Misantropo. È una macchina e non c’è alcun elemento di auto-disgusto da deprecare. Allo stesso modo, in Plague Inc. né le varie malattie che lavorano per spazzare via l’umanità, né le scimmie potenziate che la evitano, possono essere giustamente definite Misantropiche, dato che si tratta di agenti disumani che non odiano se stessi.

Seguendo Canguilhem, ciò che rende patologici virus, parassiti, funghi, batteri e altri microrganismi è il fatto che hanno un impatto sull’esperienza vissuta di un particolare individuo umano. Tosse e starnuti, convulsioni e lesioni cutanee, ascessi e insufficienze degli organi, causate da una pestilenza impediranno, inabiliteranno e alla fine elimineranno questi individui. Una piaga è patologica perché viene valutata come tale da una prospettiva particolare, una prospettiva umana.

Ma l’agente Smith, la macchina, ha una valutazione completamente diversa di ciò che costituisce una piaga, e la cosiddetta Simian Flu in realtà migliora le scimmie che infetta. Plague Inc., con il suo gioco elaborato e calcolato, non è motivato né dalla passione né dai principi, pone soluzioni radicali alla prospettiva umana e istituisce norme disumane. Non si gioca come “umanità”, lottando per rimanere in salute di fronte a un ambiente mutevole e ostile, ma come la peste stessa, o come le scimmie, in costante evoluzione, trasformando se stessi per sconfiggere e superare il proprio avversario umano. Per la sua durata, il gioco richiede, in breve, di impegnarsi nei valori, nelle valutazioni e nelle preferenze di un virus, un parassita o una scimmia.

Di conseguenza, nonostante le prime apparizioni, Plague Inc. non è, a dir poco, Misantropico, almeno come viene tradizionalmente usato il termine. Piuttosto, prevede modalità non antropocentriche di opposizione all’umanità, respingendo la patologizzazione del Misantropo e la normalizzazione dell’essere umano. Intuisce, infatti, che l’identificazione del sé antroponormativo è essa stessa una forma di scontro e di valutazione piuttosto che un’identità di specie necessaria e inevitabile, e ospita la possibilità di una Misantropia senza umanità.

BLAZE OF SORROW: “EREMITA DEL FUOCO”

Tracklist: 1. La conquista del Cielo 00:00 2. La Madre 07:15 3. Eremita del Fuoco 13:18 4. I Quattro Volti 19:17 5. Il Passo del Titano 26:32 6. L’Ascesa 32:07 7. Epitaffio di Luna 37:41

Tu che conosci del tempo il verbo
marci nel buio con flebile torcia
saggio conosci del Sole l’età
tu che piantasti il seme di quercia
In pugno tieni di Abisso i segreti
al collo trasporti l’eternità
con forza muovi scintille e pianeti
plasmi la vita con superiorità
o saggio padre brucia l’essenza
e dona a noi la parola
Eremita del fuoco,
mostra al mondo l’essere
forgia i segni del passato
porta l’aura ad ardere
polvere ed ossa porterò a fatica
ma col tuo Fuoco avrò un’altra vita.

MORTUI MUNDI: INTERVISTA CON GLI ASCENSION (GER)

https://vdhordes.org/2015/02/23/mortui-mundi-interview-with-ascension-ger/

Saluti! Gli Ascension giungono con alcune proposte empie, che includono la nuova versione integrale di “The Dead of the World” (dopo Deathless Light EP) e “Under Four Wings of Death”. Quindi, ci si può aspettare che il gruppo sia al lavoro su queste nuove uscite.

Ascension: Ave! La realizzazione di “The Dead of the World” è stata un’esperienza davvero coinvolgente per tutti noi. In questo momento ci stiamo preparando per il prossimo tour, per incanalare quello che sono gli Ascension nei concerti da club. Non abbiamo mai pensato che fosse sufficiente, suonare le canzoni senza eseguirle dal vivo; vogliamo creare un’esperienza esaltante per noi e il pubblico.

La nuova uscita è anch’essa, un lavoro concettuale come l’album di debutto? Puoi darci brevi info sul tema lirico generale dell’album? Presumo che il tema lirico abbia probabilmente uno stretto legame con la morte o la fine della vita umana.

—Il nuovo album non è concettuale. Si occupa della morte, sì, ma non solo della morte fisica. Esistono molti livelli e significati diversi. Il disco è un’invocazione degli dei della morte, degli dei uccisi da uomini e degli dei che hanno lasciato il mondo per morire. Una canzone per coloro che vivono negli angoli bui e che sono letteralmente morti in questo mondo e una ninna nanna per i morti.

La canzone di apertura dell’album si chiama “The Silence of Abel”. È legato all’episodio della morte di Abele? Quindi, considerate Abele come il primo essere umano a esplorare l’imperturbabilità della morte e Caino come il primo assassino?

—Non lo considero in tal senso, perché ciò implicherebbe che credo che la storia di Caino e Abele sia vera nel senso letterale. “The Silence of Abel” tratta questo argomento, sebbene sia più concentrato sull’omicidio che sull’omicida, nonché sul suo impatto spirituale universale. È anche a riguardo da dove veniamo e cosa siamo. Riguarda la nostra predisposizione a commettere il peccato e la sua necessità. Il calice è rotto e non riusciremo a completarlo rimettendo insieme i pezzi.

Raccontaci delle opere d’arte dell’album che sono state progettate da David Glomba (Teitan Arts). Cosa trasmette rispetto alla musica?

—L’arte di David in questo album è incredibile. Gli abbiamo fornito anche troppi suggerimenti, dato che in realtà, l’interpretazione della nostra musica è stata la sua. I suoi dipinti ci parlano sicuramente e al suo interno troviamo l’essenza della nostra musica. Ha aggiunto ai nostri occhi, un’altra dimensione, rispetto a ciò che è “The Dead of the World”.

Gli Ascension stanno usando un nuovo logo. Chi è l’artista del logo? C’è qualche motivo specifico per cambiare il logo? Il sigillo che è stato inserito nel logo ha ovviamente un significato definito.

—Il sigillo è fatto da una delle poche persone che è affine agli Ascension. Non intende sostituire il nostro logo attuale. Il suo scopo è quello di amplificare l’aspetto spirituale del gruppo. Consideriamo gli Ascension come un’entità che ha un enorme impatto sulla nostra vita personale. In cambio, il percorso di ogni membro del gruppo influenza gli Ascension stessi. Questo sigillo è qualcosa che abbiamo nei nostri cuori. Pertanto sarebbe inappropriato rivelarne il significato.

Sei un accolito di Lucifero! Alcuni considerano Lucifero come il Diavolo, altri come l’Anticristo, altri come il Portatore di Luce o semplicemente come altri tipi di simboli. La parola Lucifero è coniata diversamente in diverse fonti. Quindi cosa percepisci con “Lucifero”?

—Il black metal è la musica del diavolo. Quindi solo percorrendo questa strada possiamo portarlo nei nostri cuori. Ci sono molte forme e volti che la gente dipinge di Lucifero. E nessuno di loro è vero, semplicemente perché il principio del diavolo non riguarda la verità, o più precisamente, una verità, riguarda qualcosa di molto al di là di tutto questo.

Consideri la tua musica come “Black Metal Ortodosso”? Come valuteresti il termine in questione, e in che modo è diverso da altri rami del black metal?

—A dire il vero non mi interessa troppo questo termine, la parola “ortodosso” implica per me qualcosa che è “semplice” o “retto”, e spero che gli Ascension possano incarnare praticamente il contrario. Ma va bene; la scena black metal ha bisogno di categorie, definizioni e sottogeneri. Se si suppone che il black metal ortodosso si riferisca a gruppi musicali, che sono seriamente interessati a portare un impatto spirituale o religioso nella loro musica, allora si adatta alle intenzioni degli Ascension.

Tutti i membri della confraternita degli Ascension credono e percorrono lo stesso percorso quando si parla di ideologia spirituale? È essenziale che tutti i membri di un gruppo si impegnino corpo e anima nello stesso percorso di spiritualità che viene trasmesso attraverso la musica?

—Non è importante che ogni membro del gruppo percorra lo stesso percorso spirituale, ma è importante che tutti i membri della band seguano un percorso spirituale. Come ho detto sopra, è una sorta di interazione. Il percorso di ogni membro del gruppo influenza ciò che sono gli Ascension e gli Ascension influenzano contemporaneamente il nostro percorso.

Per quanto riguarda i membri del gruppo, sappiamo che sono tutti anonimi. C’è stato un periodo in cui gli Ascension non usavano suonare dal vivo e anche se lo facevano era su base occasionale. Ma ora il gruppo ha annunciato un tour e anche quello di prendere parte ad altri concerti tra cui alcuni festival di spicco. Pensi che partecipare a molti concerti dal vivo possa rivelare l’identità dei membri? E se lo pensi, lo consideri negativo o pericoloso?

—Non so se affermare se potrebbe essere negativo, ma sicuramente non è pericoloso. Oggigiorno non è troppo difficile scoprire le nostre identità. Credo che il motivo per cui non è successo finora è che la gente brama qualcosa di oscuro in questo mondo completamente demistificato. Puoi facilmente cercare tutti i gruppi online; puoi conoscerli in pochi clic meglio di quanto conosci il tuo vicino di casa. Quindi penso che qualcosa di misterioso sia un bene prezioso in questi giorni. Uno dei motivi principali per cui abbiamo deciso di restare anonimi negli Ascension è che tutti i membri del gruppo, devono rappresentare l’entità stessa. Vogliamo umilmente fare un passo indietro rispetto al disegno e lasciarlo parlare attraverso di noi.

Per quanto riguarda il tour “Under Four Wings of Death” con tra gli altri, Bölzer, Dysangelium e Vassafor, la vostra formazione sembra davvero letale. Quindi cosa ti ha portato a prendere una decisione per andare finalmente a fare un tour? Ti piace veramente la musica di questi gruppi, o è solo perché hanno un affinità ideologica con voi?

—Non abbiamo mai escluso la possibilità di andare in tour. Abbiamo solo aspettato il momento giusto per questo. Proprio come non abbiamo mai escluso di suonare dal vivo fin dall’inizio, ma solo fino a quando non è stato rilasciato “Consolamentum”. Quando abbiamo ricevuto l’offerta del tour in questione, era il chiaro e giusto momento. Considero soprattutto la musica dei Bölzer, estremamente unica.

Magus (Necromantia, Thou Art Lord, Principality of Hell) e Mors Dalos Ra (Necros Christos) sono entrambi ospiti come cantanti/voci in questo album. C’è qualche probabilità che siano presenti nel tour “Under Four Wings of Death” o in uno dei prossimi concerti / tour?

—Ci sono piani vaghi e desideri chiari.

“Garden of Stone”, è senza dubbio una canzone meravigliosa inclusa nell’EP “Deathless Light”. Puoi chiarirci il concetto di questa traccia? Ha qualche relazione con il concetto di “The Dead of the World”?

—Per molti motivi è una traccia alquanto speciale per me ed è fortemente legata al resto dell’album. Si occupa di rovina e isolamento, abbandono e rabbia. In più di un modo, attraverso gli occhi di una patrona spirituale che dimora in noi.

Il monumentale debutto full length, “Consolamentum”, trasmette cinque parti in una trasformazione dell’anima umana: imparare a respirare, imparare a mentire, imparare a vivere, imparare a uccidere e imparare a morire. Quindi, ogni essere umano attraversa la quarta parte: il processo di apprendimento dell’uccisione? Potresti per favore approfondire queste fasi di trasformazione?

—Ogni essere umano ha il potenziale per uccidere. E la maggior parte userà prima o poi questo potenziale, in un modo o nell’altro. C’è un motivo per cui i ragazzini iniziano a un certo punto a uccidere insetti o piccoli animali. C’è un’estasi in sé. Man mano che invecchiamo, la maggior parte di noi esprime la gioia di uccidere in modi sottili, socialmente più appropriati. È tutto un rituale nel ricordo dell’intossicazione primordiale. L’unica cosa che ci impedisce di assassinarci a vicenda sono le linee guida sociali, che ci costringono a uccidere in modi oramai non più fisici. Se leggi il testo della canzone “Amok” saprai esattamente di cosa sto parlando.

Non voglio elaborare troppo il concetto. Toglierebbe la possibilità ai lettori di riflettere i testi e nel lasciarli parlare. Il concetto non riguarda una cosa particolare, è la cosa reale.

Siamo arrivati alla fine della nostra conversazione. Grazie per aver risposto alle domande. Che tipo di messaggio conclusivo vorresti dare al pubblico che ascolta gli Ascension?

– Grazie per il tuo tempo. I morti camminano in mezzo a noi con odio. Ave Lucifero!

Intervista condotta da ———Zoheb Mahmud——–

https://www.facebook.com/Ascension.Germany

https://vdhordes.org/2014/12/21/ascension-the-dead-of-the-world/

https://wtcproductions.bandcamp.com/album/the-dead-of-the-world?from=embed

ZOON POLEMIKON

Senza dubbio, la caratteristica teorica più popolare del pensiero hobbesiano è il cosiddetto pessimismo antropologico, spesso frainteso come onnipresente nel suo lavoro. Tale pessimismo è sostanzialmente correlato a una visione della natura umana descritta in termini di conflitto costitutivo per la coesistenza tra simili. O, più precisamente, dotato di una capacità naturale di far nascere un tale conflitto, una capacità che nei processi del fluire umano necessariamente, verrà combattuto, se nulla viene contenuto; per ogni uomo, così disposto dalla natura, in lotte secondo il particolare interesse immediato.

E nella nuda natura, nulla deve contenere una cosa del genere: beh, al contrario, il naturale è proprio quell’esibizione di passioni umane che genera la contesa. L’accurata rilevazione di questo aspetto originale, di questo potere innato, di questa possibilità di far esplodere il dissidio e la struttura cruda in cui vive, finisce per risultare, per così dire- e per usare un’espressione che Hobbes stesso avrebbe senza dubbio ipotizzato- una sorta di fortuna. Da questo assioma dal quale verranno dedotti, senza andare oltre, teoremi che impongono di cercare la pace “per un mezzo di conservazione degli uomini in moltitudini” ( “ for a means of the conservation of men in multitudes ”.

L’argomento teorico di Hobbes, basato sull’autoconservazione come causa principale naturale delle azioni umane, salva abilmente lo hiato tra la sfera descrittiva e normativa di questi due elementi: la tensione essenziale tra l’inevitabile guerra primaria di tutti contro tutti e una disposizione naturale per preservare la propria vita, allo stesso tempo spiega e giustifica l’innalzamento della persona artificiale (persona immaginaria), lo Stato, che, dotato artificialmente di potere sovrano (superaneus), è in grado di salvaguardare questa pace dalla guerra. Anche la vecchia nozione aristotelica dell’animale politico (zoon politikon) fallisce.

L’idea del bruto (contenuta in due delle frasi più popolari della letteratura hobbesiana: l’uomo è un lupo per un altro uomo (Homo homini lupus), e lo stato della natura come una guerra di ogni uomo contro ogni uomo (bellum omnium contro omnes), che ha già notevolmente alleviato l’apparizione di De Cive, sostiene gran parte di ciò che viene rivendicato nel Leviatano, in cui è precisamente un grande artefatto (artefatto), lo Stato, nella forma di un dio mortale e creato da mortali, colui che proteggerà gli uomini dagli uomini, rendendoli dei per gli altri uomini – come segnala la sentenza ignorata e ripetuta di quello che accade: l’uomo è un dio per l’uomo (Homo homini deus).

Un altro degli aspetti rivoluzionari del pensiero hobbesiano (a causa della condizione di rottura radicale con un elemento radicale di Legge e politica) è la concezione della legge naturale, apertamente contraria alla legge tradizionale. L’equalizzazione della legge e del potere nell’ambiente naturale comporta, come conseguenza naturale, la legittimità di qualsiasi atto di predazione nelle condizioni della natura. E finirà per defluire (insieme all’intero edificio politico), quasi per necessità logica, quasi come una concezione positivista del Diritto la cui forza e influenza continuano ad operare ancora oggi. Quindi, e in questo stesso quadro, che il Diritto rimane come ius, se si vuole, anche se non in così tanti accomodamenti (o in comune: non finché ci si rimane accanto) rispetto ai canoni predatori trascendenti (teologici o metafisici), ma, data l’origine naturale limitata come solo dal potere animale, e dopo il corrispondente (perché da quell’origine solo un tale diritto può rimanere) salto umano, civile, politico (con l’accordo come chiave e la figura del sovrano come esecutore), il Diritto rimarrà come adattamento alle volontà convergente degli uomini, un desiderio dopo una deliberazione che è volontariamente concordata.

Questo nuovo adeguamento, questa fissazione del diritto politico consisterà nel determinare il complesso trasferimento, da parte degli accordatori, da parte del diritto naturale originale: un incarico che dipenderà, alla radice, dalla volontà di quegli accordatori, e che dipenderà, a sua volta, dai desideri consigliati dalla ragione, che, legata al desiderio e al servitore di questo (mai sovrano, perché la ragione non governa, non decide l’azione, consiglia solo, che non è poco) progetterà quella volontà.

Questa legge del desiderio effettivo consigliato dalla ragione, la legge della volontà che governerà gli accordi che sanzionano una legge così speciale, una legge molto indipendente (dal momento che non vi è domino trascendente, che precede chi la detta), una legge dipendente (perché ha confini chiaramente delimitati, gli stessi di quelli della libertà umana già civilizzata: il potere naturale e l’accordo convergente che lo vincolerà) è la fonte del diritto civile, che scaturisce da quella peculiare fonte di diritto naturale descritta da Hobbes. Dove non esiste un canone trascendente, rimarrà solo l’immanente, volontà che fluisce dallo stesso mondo in cui è posto. Hobbes aggiunge al complesso una transizione molto abile tra la fase descrittiva e la fase normativa, che cattura l’essenza di entrambe: ciò che è e ciò che dovrebbe essere, a seconda di questo (una volontà inquadrata nei bisogni corrispondenti che, attraverso l’accordo-promessa , determina cosa dovrebbe essere). In realtà, assumerà in De corpore, l’intera causa dei fenomeni come equivalente al pieno potere, che li differenzia, solo, nell’occhio umano che guarda al passato o al futuro.

Per quanto riguarda le leggi della natura (laws of nature) la rivoluzione non è da meno: si potrebbe dire che per Hobbes le leggi della natura sono poco più (o niente di più) che dei consigli per la sopravvivenza del – questo sì – migliore dei consiglieri nella migliore disposizione retorica: la ragione, e sotto forma di conclusioni o teoremi. Un consiglio appreso, veritiero, molto accurato e molto efficace, se si segue l’idea di Hobbes: ma senza alcun mandato di qualità, senza agenti legittimati dalla volontà comune che agisce di conseguenza, in caso che tali leggi non siano rispettate. Queste leggi non possono essere interpretate, nella loro dottrina, come precetti assolutamente imposti, come di solito accadeva e continua ad accadere in larga misura. Cioè, non sono fissazioni di matrice aliene alle condizioni precedenti, assolutamente emancipate in virtù della loro assoluta pre-incorporazione, indipendenti da condizionali o coniugate, liberate dall’estremità molto concreta e banale che le rende ragionevoli: sono più teoremi che assiomi, per tradurlo in termini logici-matematici, come afferma Hobbes, a differenza della tradizione: sono dedotti. Che la pace debba essere cercata come un bene autonomo non è scritto da nessuna parte: ne consegue che, dato il desiderio di autoconservazione che determina la condizione umana, il modo migliore per viverla, è perseguire la pace. Lo status di consigli di lega (ob-lega, se preferiamo) a questi teoremi è l’elemento chiave: il condizionale, quello per il quale dipenderà, in buona logica (la ragione giusta (ragione hobbesiana [right reason]), e solo nella validità. Nel caso in esame, tale condizione di base è la conservazione.

La natura controversa di questo punto, per quanto riguarda ciò che stiamo cercando di dire ora, è arginata. L’assioma può fallire, se si vuole, ma ciò non influisce sulla struttura dell’argomento, l’idea che difendiamo: la condizione dei teoremi, quindi dipendente dai loro assiomi corrispondenti, dalle leggi della natura. La condizione, in breve, di consigli ad hoc per fare la nostra volontà terrena. Il legame, perfettamente de-teologizzato e costitutivamente insostituibile, con l’ultima volontà (last will): ecco perché sarà inalienabile (inarrestabile) diritto della natura, anche già nella sfera civile: la conservazione, che è la propria, vita non trasferibile di ciascuno.

Non vi è alcun diritto perché la legge è caduta – la libertà del soggetto è quella che viene data nonostante gli ordini sovrani e non in loro assenza – ma questo perché la legge non può fermare o arrestare il movimento dell’impulso vitale e, tanto meno, i modi vitali che sono in essi-correlazione. Come mostra il dettaglio dell’illustrazione di copertina che accompagna notoriamente il Leviatano: si celebra una battaglia mentre tutto sembra ancora dinnanzi all’imponente immagine del dio mortale. Hobbes sembra voler ricordarci che quando tutto sembra immobile, le cose si muovono ancora.

In breve, la svolta hobbesiana non consiste solo o esattamente nel fornire visioni radicalmente diverse (con una radicalità che non ha eguali nella storia del pensiero, ci sembra) ai problemi classici (e, da ciò che si vede, eterno: tocca l’osso, diremmo), anche se: possiamo trovare ovvi antecedenti nella tradizione materialista-atomista-epicureo in particolare, in Ockam, Marsilio, Bodin e Machiavelli. Il grande contributo di Hobbes, quindi, consiste piuttosto nell’acuta motivazione che dà di ciò, piuttosto che nella dipartita, come avveniva una volta, è la conclusione, nel più puro stile geometrico; e, soprattutto, come, da banali fissi assiomatici, sviluppa e conclude posture radicali. Nel caso di Menchaca questo sembra particolarmente valido: diritto e potere naturale, partenza, equivalente, e Hobbes, seguiranno questa linea intrapresa. Fondazione e conclusione, radicalmente diverse: Menchaca fonda in Dio; Hobbes, in questo mondo, fuori dal quale non c’è nulla.

Per gli spagnoli, la Legge, è sanzionata e ordinata da Dio; secondo l’inglese, la Legge, è nient’altro che una cosa di uomini, dove non entra più Dio (per così dire) nelle leggi della natura (in senso fisico) e nelle condizioni dell’uomo desiderante, che recita la sua volontà solo vincolata da quelle leggi e da quelle che egli costruirà da lì in poi. La natura costruttiva di queste ultime, tuttavia, sarà molto diversa da quelle di quegli: poiché non è perduta, come Skinner (2008) sembra assumere, la libertà naturale: piuttosto è condizionatamente data, il che è una cosa molto diversa, perché può essere recuperata quando si vuole (uccidere è facile, come disobbedire, infrangere, cospirare …), anche (aumenteranno la volontà e il potere, e con loro il problema politico) indipendentemente dal fatto che la condizione sia soddisfatta o meno. La natura civile di quella costrizione, per scopi perfettamente pertinenti, non ha nulla a che fare con il carattere naturale di quella: che usare la legge in modo intercambiabile per entrambi i fenomeni può essere fonte di confusione (in effetti lo è); che non rileviamo quella chiave confusa, pertinente, a questo livello, fatale.

NATVRE’S: “NARCISO”

Nel roteare della terra.
Nel soffio del vento.
Io sono il movente.
Sono il colpevole.
Per i peccatori caduti.
Per i malvagi sognatori.
Sono l’illusione.
Sono il consolatore.

Che i consacrati scelgano il sentiero accidentato. Per la predilezione della conoscenza. Al fantasma del materiale.

Sono il creatore.
Sono il punitore.
Per il cambio del tempo.
Per i secoli congelati.
Sono l’inizio e sono la fine.

Che gli gnostici ritengono sbagliato. Niente cambia la saggezza della creazione. Niente cambia il puro e il cattivo.

_______

In the earth’s twirl.
In the wind’s blow.
I am the mover.
I am the culpable.
For the fallen sinners.
For the evil dreamers.
I am the illusion.
I am the comforter.

May the blessed choose the rough path. To the preference of knowledge. To the ghost of material.

I am the feeder.
I am the punisher.
For the change of time.
For the frozen centuries.
I am the beginning and I am the end.

May gnostics reckon wrong. Nothing changes the creation’s wisdom. Nothing changes pure and evil.

ABSKE FIDES: “TERRA VUOTA”

Vedo il cielo crollare nell’ampio orizzonte, gli animali morenti si contorcono sul terreno roccioso.

Gli uccelli neri astuti languono nella vastità dietro le montagne e gli uomini minacciosi nei loro sentieri sabbiosi cantano la prefigurazione di un fallimento inesorabile.

Consumato ad ogni passo nelle viscere vergini sterili, frammenti sulla terra di uomini seppelliti nello spazio.

______

Eu vejo o céu desabar na amplidão do horizonte, contorcendo no solo de pedras os animais agonizantes.

Negras aves ardis desfalecem na vastidão, por trás dos montes, e agouram os homens em suas sendas areais entoando o prenúncio do fracasso inexorável.

Consumidos a cada passo nas virgens entranhas do estéril, estilhaços sobre a terra do espaço enterram os homens.

Page 1 of 107
1 2 3 107