DALL’ANARCHISMO ALL’ARCHISMO

Anche se Marsden evitò di fare un’analisi di Stirner, adottò comunque eclettiche tesi concise; tuttavia, nessuno di questi era fondamentale o specifico. Il metodo della sua appropriazione selettiva in particolare è stata vissuta nella disputa che ha combattuto con Tucker nei suoi periodici (vedi Parker, 1986, entrambi gli articoli).

Benjamin R. Tucker (1854-1939) è stato editore della rivista individualista-anarchica “Liberty” dal 1881 al 1907, che è stato pubblicato nel New England (Boston, New York). Verso la fine del 1880, il giornalista poliglotta James L. Walker introdusse Stirner, che era allora relativamente sconosciuto anche in Germania, come argomento di discussione sulla rivista. Il risultato fu una polarizzazione inconciliabile delle opinioni, sia nei lettori sia nella redazione. Gli avversari moralmente indignati di Stirner cancellarono rispettivamente i loro abbonamenti e contributi. Pertanto, nonostante Tucker e gli altri contributori, “Liberty” non divenne in alcun modo stirneriano. Al contrario, una volta suddiviso il periodico, il tema di Stirner fu brevemente e in modo sommesso discusso e rapidamente “dimenticato”. Nel 1907, dopo un ritardo di vent’anni, Tucker finalmente pubblicò la prima traduzione inglese di “L’Unico e la sua Proprietà”. «Poco dopo, a seguito dell’incendio che distrusse la sua casa editrice, pose fine alla carriera giornalistica e si trasferì in Francia con l’intenzione di trascorrere il resto della vita in solitudine.
Tuttavia, Tucker per una volta interruppe il suo tacito silenzio dopo il 1907, perché la nuova creazione di Marsden, “The Freewoman”, gli diede una ragione per essere di nuovo un po ‘ottimista. Cominciò a scrivere dal giugno 1913 in poi in “The New Freewoman”. I suoi contributi erano per lo più corrispondenza da Parigi, ma anche articoli teorici in cui lui, come prima in “Liberty”, promuoveva il mutualismo di Proudhon. Un contratto sociale era praticamente indispensabile per una vita nella società, ha detto, e un tale contratto che non vincolava il cittadino a Dio e al sovrano, ma solo alla sua coscienza “sarebbe stato accettabile anche per Max Stirner come una carta per la sua “Unione dei liberi”. Marsden rispose che una tale società sarebbe, in effetti, più repressiva di tutti quelle che venivano prima, perché lo “Stato” che era stato trasferito alla coscienza sarebbe onnipresente. Non vedeva alcuna differenza fondamentale tra l’anarchismo “individualista” di Tucker e l’anarchismo collettivista, definendola una dottrina “clerico-libertaria” – una critica con la quale avrebbe potuto citare Stirner e proclamò: I nostri anarchici sono persone pie!

Tucker era arrabbiato e alla fine interrompe il dibattito. Confutò la pretesa di Marsden di essere un anarchico, definendo invece il suo “archista e egoista”, e nel marzo del 1914 si ritirò definitivamente dal dibattito pubblico. Marsden accettò positivamente questa designazione polemica e professò il suo “archismo” in una risposta diretta (2 marzo 1914), nonché in un successivo articolo su “L’Illusione dell’Anarchismo” (15 settembre 1914). Ogni essere vivente, disse, è archista fin dalla nascita, perché cerca in tutti i modi di promuovere i propri interessi piuttosto che quelli degli altri. L’anarchismo, d’altra parte, predica – “come ogni chiesa” – il negare questo innato archismo = egoismo. Una “polizia spirituale interiore”: la coscienza, dovrebbe impedire di soddisfare il naturale bisogno di dominio e la gratificazione senza ostacoli dei suoi desideri. Alcuni anarchici erano in effetti per l’idea dell’ego come sovrano regnante, ma solo quando si era mutato per la prima volta in modo definitivo, mentre Marsden, come archista, intendeva gli individui reali, esistenti, immutati e il loro ego, i loro desideri spontanei e desideri così come la loro “volgare semplice soddisfazione in base al gusto – una vasca per Diogene; un continente per Napoleone; il controllo di una fiducia per Rockefeller. ” Riferendosi all’osservazione di Tucker, che osservava che la storia fino al presente ha preso esattamente questo corso, Marsden rispose che questo mostrava esattamente – in linea con il pragmatismo filosofico – che il concetto era corretto. Prima gli infelici disgraziati diventavano archisti, vale a dire, badavano ai loro interessi, meglio era (2 marzo 1914).

La discussione tra Marsden e Tucker ha toccato quel problema teorico oltre che pratico che è di fondamentale importanza per qualsiasi anarchismo radicalmente considerato (non solo “socialista”): il fenomeno antropologico che si può provare a nominare e circoscrivere come quello di ” servitù volontaria “/ di” coscienza “come autorità governativa interiorizzata /” inculturazione “di ogni neonato in un sistema sociale radicato in millenni / di un” super-ego “inconscio e irrazionale, che è impiantato in ogni individuo, o come concetti correlati. Caratteristica di questa discussione tra due protagonisti che sono spesso raffigurati come Stirneriani è che essi, come molti altri pensatori (vedi Laska, 1996), non hanno mai percepito la qualità della forma data da Stirner, presumibilmente o apparentemente sviluppando le idee di Stirner, ma in realtà manca, a Tucker nell’anarchismo individualista e a Marsden inizialmente in un assertivo egoismo banale, chiamato “archismo”, più tardi in un “egoismo totale” cosmico-mistico.

ARMAGEDDA: “VISIONI DELL’ABISSO”

Devono essere maledetti

Le creazioni di luce, nella loro gamma

Il cosmo doma le persone

Devo sperimentare il pugnale nero degli urkao

Donna e uomo del cristianesimo

Ascolta la lingua dell’oracolo rivendicare il suo diritto

Ha parlato con il Diavolo in persona

Spazzato dal fiume fino alla fine..

Meglio morire nella tomba che morire per vivere

Anche nel mondo che cammina …

Non permettere mai che il santo sia calmo

Devi dare la colpa a te stesso.

La condizione per il potere del male!

E i suoi oscuri abissi.

Vedi la gloria del Mar Morto!

Sperimenta il verme spirituale.

Nell’ombra delle ali del cadavere

Incontra la morte del tuo sguardo

Quando la disgrazia è vicina

L’ultimo istante di vita

L’ORDINE CRIMINALE II

Invoco desiderosa l’arrivo benvenuto del Caos, della Morte, la perpetuità dell’ordine criminale è lo scettro maledetto dell’Egoista. Il peccato della causa Unica, è la non invocazione del Tango sulle tombe della perdizione gregaria.

L’ordine criminale, con la massa della perdizione, è l’abisso dell’Ego Unico, questi ha invaso quale insetto spregevole, ha inquinato, deteriorato, macchiato, eclissato la pienezza egoista degli individui unici. La catastrofe, il caos, è la necessità Egoista che ha creato l’ordine, è l’esecuzione dello schema della civilizzazione, dei produttori, dei consumatori, degli idealisti, religiosi, ideologi, democratici, degli Uomini. L’ordine, sotto la loro stessa legalità, è peccatore, è la delinquenza personificata.

La santità dell’ordine, è l’impeto della consacrazione dell’Ego di fronte al fuoco incendiario della catastrofe, quello che ci libererà delle mostruose opere della civilizzazione imposta sotto il manto del Cristianesimo. Mi Compiace dargli il benvenuto, è inevitabile!

Il ritorno dalla Morte non sarà per produrre, consumare, ubbidire, comandare, punire, o inginocchiarsi di fronte a qualunque ideologia superata. È il ritorno del rifiuto al destino siglato dalle ideologie, il rifiuto assoluto del paradiso terreno, il paradiso si è perso, l’ho distrutto, ridotto a cenere, salutando le tombe della massa, dove giacciono le mie ceneri gregarie.

Non ho mai avuto nessun padre nel cielo, neanche lo voglio all’inferno esistenziale della quale sono oggetto, sono un’orfana. La salvazione ideologica o religiosa non ha senso, mi vedo condannata, abbraccio la mia maledizione. Il peggiore nemico è chi parla di speranza, illusione, salvazione, chi presenta un futuro di allegria, di pace, dove la miseria della vita moderna non è abbordata, ma ancora così promettono che ognuno dei miei problemi saranno risolti. Non si sono rinnovati mai i religiosi e ideologi, il loro discorso, l’hanno solo truccato, mascherato, trasformato.

Idee false e irreali che conducono alla decadenza individualista. Piegarsi, vacillare, sotto un manto oscuro di illusioni o nozioni astratte, parlando sotto l’influenza della morale o la fede, sotto lo splendore della bugia più strisciante.

Non voglio nessuna morale o fede religiosa come ideologica che mi illumini. Nego la storia, la società, la religione, le ideologie, lo nego totalmente con l’unico obiettivo di preservare la mia Unicità. Il mio delirio egoista mi spinge alla catastrofe, alla delusione, alla negazione, alla morte assistita. Non è mai stata tanto deplorevole la valutazione della vita, del mondo, dove il peso, le dimensioni e le interpretazioni sono false.

Il punto di partenza per rompere con l’ordine, è che l’egoismo si innalzi, alzandosi sulle rovine di tutto il vigente, di tutto il supremo, di tutta la morale, di ogni legalità, di ogni etica superata, di ogni umanesimo moderno. La morte è la strada che bisogna seguire, il privilegio di vivere è una farsa. La vita è una bugia, il rispetto per la vita è un vile inganno, è la deformazione grottesca del Cristianesimo materializzato. La salvazione comincia dove termina la vita.

In un’esistenza che affonda nella miseria assoluta, il desiderio, è il rispetto per la vita che si consumerà con l’arrivo della soluzione dissolvente, il suicidio di massa assistito. Così si farà la volontà incendaria, così sià la rovina.

Tutto quello che mi circonda si sgretola, si disintegra con la negazione dei pilastri strutturali del presente. Le città sono l’immagine del paradiso promesso, il mondo è ora inabitabile. Una riorganizzazione è ora impossibile. La carità reorganizzativa è un inganno,è questo me l’ha insegnato il mio nemico. In un mondo pieno di insetti cristiani, non si possono affrontare, le malattie che li decimano, la Morte è desiderabile, così non si dovranno sterminare.

NICHILISMO E TRASMUTAZIONE: IL PUNTO FOCALE

La teoria dell’uomo superiore abbraccia il libro IV di Zarathustra; e questo libro IV è l’essenziale dello Zarathustra pubblicato. I personaggi che compongono l’uomo superiore sono: l’indovino, i due re, l’uomo della sanguisuga, il mago, l’ultimo Papa, l’uomo più abominevole, il mendicante volontario e l’ombra. E attraverso questa diversità di persone, si scopre immediatamente quello che costituisce l’ambivalenza dell’uomo superiore: l’essere reagente dell’uomo, ma anche l’attività generica dell’uomo. L’uomo superiore è l’immagine nella quale l’uomo reattivo si rappresenta come “superiore” e, ancora meglio, si divinizza. Allo stesso tempo l’uomo superiore è l’immagine nella quale appare il prodotto della cultura o dell’attività generica.

L’indovino è indovino della grande estenuazione, rappresentante del nichilismo passivo, profeta dell’ultimo uomo. Cerca un mare da bere, un mare dove annegare; ma qualunque morte gli sembra ancora troppo attiva, siamo troppo stanchi per morire. Desidera la morte, ma come un’estinzione passiva. Il mago è la brutta coscienza, “il portafoglio falso”, “l’espropriatore dello spirito”, “il demonio della malinconia” che fabbrica la sua sofferenza per eccitare la pietà, per estendere il contagio. “Tu dissimuleresti fino alla tua malattia se ti mostrassi nudo davanti al tuo medico”: il mago camuffa il dolore, inventa un nuovo senso, tradisce Dioniso, si impadronisce della canzone di Arianna, egli, il falso tragico.

L’uomo più orribile rappresenta il nichilismo reattivo: l’uomo reattivo ha diretto il suo risentimento contro Dio, si è collocato al posto del Dio che ha ammazzato, ma non smette di essere reattivo, pieno di brutta coscienza e di risentimento. I due re sono le abitudini, la moralità delle abitudini, e i due estremi di questa moralità, le due estremità della cultura. Rappresentano l’attività generica captata nel principio preistorico della determinazione delle abitudini, ma anche nel prodotto post storico dove le abitudini sono soppresse. Si disperano perché assistono al trionfo della “plebaglia”: vedono incorporarsi sulle abitudini alcune forze che deviano l’attività generica che la deformano simultaneamente nel suo principio e nel suo prodotto. L’uomo della sanguisuga rappresenta il prodotto della cultura come scienza. È “il coscienzioso dello spirito”. Desiderò la certezza, e impadronirsi della scienza, della cultura: “Meglio non sapere assolutamente niente che sapere a metà molte cose”: E in questo sforzo verso la certezza, sa che la scienza non è neanche una conoscenza obiettiva della sanguisuga e delle sue cause primarie, bensì solo una conoscenza del “cervello” della sanguisuga, una conoscenza che non è, perché deve identificarsi con la sanguisuga, pensare come essa e sottomettersi. La conoscenza è la vita contro la vita, la vita che fa un’incisione nella vita, ma unicamente la sanguisuga fa un’incisione nella vita, solo lei ne è a conoscenza.

L’ultimo Papa fece della sua esistenza un lungo servizio. Rappresentando il prodotto della cultura come religione. Servì Dio fino alla fine, e lasciò in ciò un occhio. L’occhio perso è senza dubbio l’occhio che vide dei Dei attivi, affermativi. L’occhio restante seguì il dio ebreo e battezzò tutta la sua storia: vide il niente, tutto il nichilismo negativo, e la sostituzione di Dio con l’uomo. Vecchio lacchè che si dispera per avere perso il suo signore: “Sono senza padrone e neanche sono libero; allo stesso modo non sono mai felice salvo nei miei ricordi.”

Il mendicante volontario ha percorso tutta la specie umana, dai ricchi fino ai poveri. Cercava “il regno dei cieli”, “la felicità nella terra” come ricompensa, ma anche il prodotto dell’attività umana, generica e culturale. Voleva sapere a chi toccava questo regno, e che cosa rappresentava questa attività. La scienza, la moralità, la religione? O più cose ancora, la povertà, il lavoro? Ma il regno dei cieli non si trova né tra i poveri né tra i ricchi: la plebaglia dappertutto, “plebaglia sopra, plebaglia sotto!”. Il mendicante volontario trovò il regno dei cieli come l’unica ricompensa e il vero prodotto di un’attività generica: ma solo nelle vacche, unicamente nell’attività generica delle vacche.

Perché le vacche sanno ruminare, e ruminare è il prodotto della cultura come cultura. L’ombra è il proprio viaggiatore, la propria attività generica, la cultura e il suo movimento. Il senso del viaggiatore e della sua ombra consiste che l’ombra viaggi unicamente. L’ombra viaggiante è l’attività generica, mentre perde il suo prodotto, mentre perde disperatamente il suo principio e la ricerca.

I due re sono i guardiani dell’attività generica, l’uomo della sanguisuga è il prodotto di questa attività come scienza, l’ultimo Papa è il prodotto di questa attività come religione, vuole sapere quale è il prodotto adeguato di questa attività; l’ombra è questa stessa attività mentre perde la sua fine e ricerca il suo principio.

Abbiamo fatto come se l’uomo superiore si dividesse in due classi. Ma in realtà è ogni personaggio dell’uomo superiore quello che possiede i due aspetti come una proporzione variabile; rappresentante delle forze reattive e del suo trionfo, contemporaneamente rappresentante dell’attività generica e il suo prodotto. Dobbiamo tenere in conto questo doppio aspetto per comprendere perché Zarathustra tratta l’uomo superiore con due forme: a volte come il nemico che non retrocede davanti a nessuna trappola, nessuna infamia che devia Zarathustra dalla sua strada; a volte come un invitato, quasi un compagno che si lancia in un’impresa molto simile a quella proprio di Zarathustra.

Il regno del nichilismo è potente. Si esprime nei valori superiori alla vita, ma anche nei valori reattivi che occupano il suo posto, e perfino nel mondo senza valori dell’ultimo uomo. Chi regna è sempre l’elemento dello svilimento, il negativo come volontà di potere, la volontà come volontà del niente. Perfino quando le forze reattive si alzano contro il principio del suo trionfo, perfino quando sfociano in un niente di volontà più che in una volontà del niente, è sempre lo stesso elemento quello che si manifesta nel principio, e quello che, ora, si sfuma e si maschera nella conseguenza o nell’effetto.

Sotto l’impero del negativo chi è svilito è sempre l’insieme della vita, in cui trionfa la vita reattiva in questione. L’attività non può fare niente, nonostante la sua superiorità sulle forze reattive; sotto l’impero del negativo non c’è via d’uscita che andare contro sé stessa; separata da quello che può, diventa lei stessa reattiva, serve solo da alimento al divenire-reattivo delle forze. E, certamente, il divenire-reattivo delle forze è anche il negativo come qualità della volontà di potere. Sappiamo in che cosa consiste quello che Nietzsche chiama trasmutazione, svalorizzazione: non in un cambiamento di valori, bensì in un cambiamento nell’elemento da dove deriva il valore dai valori. L’apprezzamento invece dello svilimento, l’affermazione come volontà di potere, la volontà come volontà affermativa.

Mentre si rimane nell’elemento del negativo è facile cambiare i valori o perfino sopprimerli, è facile ammazzare Dio; si conserva il posto e l’attributo, si conserva il sacro e il divino, perfino se si lascia il posto vuoto e il predicato senza attribuzione. Ma quando si cambia l’elemento, allora, e solamente allora, si può dire che si sono invertiti tutti i valori conosciuti o conoscibili fino a questo momento. È stato vinto il nichilismo: l’attività recupera i suoi diritti, ma solo in relazione e in affinità con l’istanza più profonda da dove derivano.

Appare nell’universo il divenire-attivo, ma identico nell’affermazione come volontà di potere.

La domanda è: come vincere sul nichilismo? Come cambiare l’elemento proprio dei valori, come sostituire la negazione con l’affermazione?

Magari siamo più vicini alla soluzione di quello che sembra. Osservate: per Nietzsche, tutte le forme di nichilismo precedentemente analizzate, perfino la forma estrema o passiva, costituiscono un nichilismo incompiuto, incompleto. Non è la stessa cosa dire che la trasmutazione che vince sul nichilismo, è l’unica forma completa e finita del nichilismo? In effetti, il nichilismo è vinto, ma vinto per sé stesso. C’avvicineremo a una soluzione nella misura in cui riusciremo a comprendere perché la trasmutazione costituisce il nichilismo finito.

Può essere invocata una prima ragione: cambiando unicamente l’elemento dei valori si distruggono tutti quelli che dipendono dal vecchio elemento. La critica dei valori conosciuti fino a questo momento è solo una critica radicale e assoluta, che esclude qualunque compromesso, se è attuata a nome di una trasmutazione, a partire da una trasmutazione. La trasmutazione sarebbe, dunque, un nichilismo finito, perché faciliterebbe la critica dei valori, come una forma finita, “totalizzante.” Ma simile interpretazione non ci dice ancora perché la trasmutazione è nichilista, non solo per le sue conseguenze, bensì in sé stessa e per sé stessa.

I valori che dipendono da questo vecchio elemento del negativo, i valori che cadono sotto la critica radicale, sono tutti i valori conosciuti o conoscibili fino a questo momento. “Fino a questo momento” designa il momento della trasmutazione. Ma, che cosa significa: tutti i valori conoscibili? Il nichilismo della negazione come qualità della volontà di potere. Tuttavia questa definizione è insufficiente, se non si tiene in conto il ruolo e la funzione del nichilismo: la volontà di potere appare nell’uomo e si fa conoscere, in lui, come una volontà del niente. E, a dire il vero, poco possiamo sapere sulla volontà di potere se non captasse la sua manifestazione nel risentimento, nella brutta coscienza, nell’ideale ascetico, nel nichilismo che obbliga a conoscerla.

La volontà di potere è spirito, ma, che cosa sapremmo dello spirito senza lo spirito di vendetta che ci rivela strani poteri? La volontà di potere è corpo, ma, che cosa sapremmo del corpo senza la malattia che ce lo fa conoscere? Dello stesso modo, il nichilismo, la volontà del niente, non è solo una volontà di potere, una qualità di volontà di potere, bensì la ratio cognoscendi della volontà di potere in generale. Tutti i valori conosciuti e conoscibili sono, di natura, valori che derivano da questa ragione. Se il nichilismo ci fa conoscere la volontà di potere, inversamente, questa ci rivela che arriva alla nostra conoscenza sotto una sola forma, sotto la forma del negativo che costituisce solo un viso, una qualità. “Pensiamo” così la volontà di potere sotto una forma distinta da quella che conosciamo (il pensiero dell’eterno ritorno supera tutte le leggi della nostra conoscenza). Lontana sopravvivenza dai temi di Kant e di Schopenhauer: quello che conosciamo della volontà di potere è anche dolore e supplizio, ma la volontà di potere continua a essere l’allegria sconosciuta, la felicità sconosciuta, il dio sconosciuto.

Arianna canta nel suo lamento: “Mi curvo e mi ritorco, tormentata da tutti i martiri eterni, punita da te, il più crudele dei cacciatori, tu, il dio-sconosciuto… Parla finalmente, tu che ti nascondi dietro i raggi! Sconosciuto! Parla! Che cosa vuoi! Oh, girati, mio dio sconosciuto! Il mio dolore! La mia unica felicità!” . L’altro viso della volontà di potere, il viso sconosciuto, l’altra qualità della volontà di potere, la qualità sconosciuta: l’affermazione. E l’affermazione, a sua volta, non è solo una volontà di potere, una qualità della volontà di potere, è ratio essendi della volontà di potere in generale.

È ratio essendi di qualunque volontà di potere, quindi ragione che espelle il negativo di questa volontà, allo stesso modo che la negazione era ratio cognoscendi di tutta la volontà di potere (quindi ragione che non smetteva di eliminare l’affermativo della conoscenza di questa volontà). Dall’affermazione derivano i nuovi valori: valori sconosciuti fino a questo momento, cioè fino al momento in cui il legislatore occupa il posto del “saggio”, la creazione, della propria conoscenza, l’affermazione, quella di tutte le negazioni conosciute.

Osserviamo dunque, che, tra il nichilismo e la trasmutazione esiste una relazione più profonda di quella che indicavamo in precedenza. Il nichilismo esprime la qualità del negativo come ratio cognoscendi della volontà di potere; ma non termina senza tramutarsi nella qualità contraria, nell’affermazione come ratio essendi di questa stessa volontà. Trasmutazione dionisiaca del dolore in allegria che Dioniso, in risposta ad Arianna, annuncia con il calzante mistero:«Non bisogna odiarsi in primo luogo, se dobbiamo amarci?” . Cioè: non devi conoscermi come negativo se devi sperimentarmi come affermativo, ammanettarmi come affermativo, pensarmi come affermazione?.

Ma, perché la trasmutazione è il nichilismo finito, se è verità che si accontenta di sostituire un elemento per un altro? È il momento che intervenga una terza ragione che corre il rischio di passare inosservata, le distinzioni di Nietzsche si vanno facendo sottili e minuziose fino a tal punto. Ritorniamo alla storia del nichilismo e dei suoi stati successivi: negativo, reattivo, passivo. Le forze reattive devono il loro trionfo alla volontà del niente; una volta acquisito il trionfo, rompono la loro alleanza con questa volontà, vogliono fare valere i loro propri valori completamente da soli. Qua c’è il gran fatto incandescente: l’uomo reattivo invece di Dio. Conosciamo già la conclusione: l’ultimo uomo, quello che preferisce un niente di volontà, spegnersi passivamente, prima che una volontà del niente. Ma questa conclusione è una conclusione per l’uomo reattivo, e non ferma la volontà del niente. Questa prosegue con la sua azione, questa volta in silenzio, oltre l’uomo reattivo. Rompendo le forze reattive e la sua alleanza con la volontà del niente, a sua volta la volontà del niente rompe la sua alleanza con le forze reattive. Ispira all’uomo un nuovo piacere: rovinarsi, ma rovinarsi attivamente. Soprattutto non bisogna confondere quello che Nietzsche chiama la sua autodistruzione, distruzione attiva, con l’estinzione passiva dell’ultimo uomo. Non bisogna confondere nella terminologia di Nietzsche “l’ultimo uomo” con “l’uomo che vuole perire.” Uno è l’ultimo prodotto del divenire-reattivo, l’ultimo modo in cui si conserva l’uomo reattivo, essendo stanco di volere. L’altro è il prodotto di una selezione che senza dubbio passa attraverso gli ultimi uomini, ma che non rimane lì. Zarathustra canta all’uomo della distruzione attiva: vuole essere superato, va oltre l’umano, è già verso l’oltreuomo, “sgomberando il ponte”, padre e antenato del sovraumano. “Amo chi vive per conoscere e chi vuole conoscere, affinché un giorno viva l’oltreuomo. Per questo motivo lui vuole il proprio tramonto” . Zarathustra vuole dire: amo quello che si serve del nichilismo come della ratio cognoscendi della volontà di potere, ma che trova nella volontà di potere una ratio essendi nella quale l’uomo è superato, e quindi il nichilismo vinto.

La distruzione attiva significa: il punto, il momento di trasmutazione nella volontà del niente. La distruzione diventa attiva nel momento che, l’essere rompe l’alleanza con le forze reattive ,e la volontà del niente, si converte e passa a lato all’affermazione, si riferisce a un potere di affermazione che distrugge le forze reattive. La distruzione diventa attiva nella misura in cui il negativo è tramutato, convertito in potere affermativo: “eterna allegria del divenire” che si dichiara in un istante, “allegria” dell’annichilazione, “affermazione dell’annichilimento e della distruzione.” Questo è il “punto decisivo” della filosofia dionisiaca: il punto nel quale la negazione esprime un’affermazione della vita, distrugge le forze reattive e restaura l’attivo in tutti i suoi diritti.

Il negativo si trasforma nel tuono e il raggio di un potere affermativo. Punto supremo, focale o trascendente, Mezzanotte, che non si definisce con un equilibrio in Nietzsche o una riconciliazione dei contrari, bensì per la conversione. Conversione del negativo nel suo contrario, conversione della ratio cognoscendi nella ratio essendi della volontà di potere. Domandavamo: Perché la trasmutazione è il nichilismo finito? Perché, la trasmutazione, non è una semplice sostituzione, bensì una conversione. Passando attraverso l’ultimo uomo, ma andando più in là che il nichilismo trova la sua fine: nell’uomo che vuole perire.

Nell’uomo che vuole perire che vuole essere superato, la negazione ha rotto tutto quello che ancora la manteneva, si è vinto a sé stesso, si è trasformato in potere di affermare, ora è già potere del sovraumano, potere che annuncia e prepara il superuomo. Potreste trasformarvi in genitori e antenati dell’Oltreruomo: che sia questa la vostra opera migliore! .” La negazione, sacrificando tutte le forze reattive, trasformandosi in “spietata distruzione di tutto quello che presenta caratteri degenerati e parassitari”, passando al servizio di un’eccedenza della vita: può trovare solo così la sua fine.

IL “SOGNO” DI NIETZSCHE CONTRO LA CAVERNA DI PLATONE

Solo il prigioniero può mantenere questo sogno; è libero solo quello che è capace di riconoscersi come prigioniero. Concretamente la realtà è per quelli che non possono sopportare il peso dei sogni, il peso di un’esistenza insensata: l’uomo desidera la verità perché è incapace di confrontarsi col sogno, con il mistero.

Cosicché Nietzsche utilizza la metafora della prigione per definire l’uomo libero: non come quello che si rifugia in valori senza fondamento, considerati possessori di verità che non possono sopportare il peso al quale li pone il caos, bensì quello che è cosciente della sua condizione di prigioniero e che sa che non può conoscere la verità non essendo capace di decifrare il caos in costante trasformazione e, pertanto, avendo come unica maniera di conoscere la verità, con la prospettiva, il sogno, (la conoscenza della verità è possibile solo da una posizione parziale).

Nella caverna di Platone gli uomini sono legati e diretti verso una parete nella quale possono vedere solo ombre di quello che si vede fuori. Fuori da questa caverna c’è un altro muro oltre il quale altri uomini appaiono con forme di animali, piante e persone che sono proiettate da un fuoco nella parete degli uomini incatenati nella caverna. Se uno di questi uomini che indossano le forme parlasse, nella caverna si formerebbe un’eco che potrebbe portare i prigionieri a pensare che quella voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro. Mentre una persona esterna avrebbe un’idea completa della situazione, i prigionieri, non sapendo quello che realmente succede dietro e non avendo esperienza del mondo esterno, essendo incatenati dall’infanzia, sono portati a interpretare le ombre “parlanti” come oggetti, animali, piante e persone reali.

In questo mito della caverna Platone identifica questa con il mondo sensibile e “fuori” il mondo intelligibile, (il soprasensibile), con la verità. Platone afferma che normalmente gli uomini sono prigionieri, obbligati a guardare le ombre come forme semplici che non sono neanche oggetti reali; questi oggetti reali possono trovarsi solo “fuori” dalla caverna, cioè nel mondo intelligibile delle forme conosciute per la ragione e non per la percezione. Gli uomini non conoscono direttamente e immediatamente gli oggetti reali del mondo: piuttosto, noi conosciamo solo l’effetto dove la realtà esterna agisce nelle nostre menti. Quando guardiamo un oggetto, percepiamo solo una copia, una semplice rappresentazione mentale del vero oggetto della realtà esterna.

Platone, pertanto, attraverso la metafora della caverna, riconosce l’uomo libero nell’individuo che è cosciente che il mondo sensibile non rivela la vera essenza delle cose, è che può raggiungere la conoscenza pura del reale liberandosi dalle catene della sua esperienza e guardando la luce delle stelle e della luna, arrivando nel mondo della pura intellezione e comprendendo l’idea del Bene in sé.

Platone e Nietzsche utilizzano la metafora di un posto chiuso come la caverna e la prigione con il fine di arrivare alla definizione di uomo libero e per ambedue fuori da questo luogo chiuso sta la verità. La differenza tra Platone e Nietzsche è che, in primo luogo per Platone, la verità è direttamente visibile, benché non nel mondo dei sensi che è solo una copia del soprasensibile, bensì nel mondo intelligibile (fuori dalla caverna) mentre per Nietzsche, non possiamo conoscere la verità che si trova fuori dalla prigione, una verità che può essere concorde con il caos, con qualcosa che è in costante movimento, in costante trasformazione.

Per Platone il mondo ha un senso e la realtà, la verità, può essere raggiunta dall’uomo; per Nietzsche, invece, il mondo non ha senso è l’uomo che deve creare un senso, e la verità, il caos, non è conoscibile se non da una posizione parziale, attraverso la prospettiva, nel mantenimento del sogno.

Inoltre fondamentale per Nietzsche è l’abbandono del progetto metafisico platonico che vede una distinzione tra il mondo sensibile ed il mondo soprasensibile, per sostenere la mancanza di fondamento di un mondo trascendentale. L’unica cosa che rimane all’uomo è la sua vita terrena, l’apparenza, vista qui come una maniera di interpretare la verità.

CRITICA ALLA METAFISICA

La filosofia presenta un’idea del mondo completamente inadeguata: in primo luogo per considerare il mondo come un cosmo e non come il caos, per credere nella razionalità intrinseca della realtà. L’invenzione del Mondo Razionale porta con sé l’invenzione dei concetti basilari di tutta la metafisica tradizionale (essenza, sostanza, unità, anima, Dio, permanenza,…); queste entità sono pure finzioni, conseguenza del potere affascinante della ragione. Dato che il mondo che percepiamo presenta caratteristiche contrarie, corporeità, cambiamento, molteplicità, nascita e morte, i filosofi finiscono per postulare il “platonismo”, l’esistenza di due mondi, il mondo dei sensi, pura apparenza, irrealtà, ed il Mondo Vero, l’Essere, dato alla ragione, e l’orizzonte ultimo della nostra esistenza. Una conseguenza dell’invenzione del Mondo Vero è la valutazione positiva del mondo dello spirito e negativa della corporeità.

La filosofia tradizionale comincia con Platone che si inventa un mondo perfetto, ideale, assoluto, al quale contrappone lo svalutato mondo che si offre ai sensi. Platone identifica l’Essere con la realtà immutabile e assoluta e relega al mondo dell’apparenza quello che si offre ai sensi ( il mutevole, la molteplicità, quello che nasce e muore). La filosofia posteriore accetta questo schema mentale basilare, benché l’esprima con distinte parole.

Per Nietzsche, e di fronte all’interpretazione abituale, i greci non scoprirono ma inventarono la razionalità ed il supposto carattere ordinato del mondo.

Il nostro autore trova un’origine psicologica della metafisica: la metafisica è un segno determinato di tendenze anti-vitali, guidate da un istinto di vita decadente e contrario allo spirito greco del passato. La mancanza di istinto, il tono vitale rarefatto, permise l’amplificazione della carta della ragione, della vita cosciente, e l’apparizione delle fantasie metafisiche nello stile del Mondo Vero, Eterno, Immutabile proposto da Socrate e Platone. La radice morale (immorale, dirà Nietzsche) che motivò l’apparizione della filosofia platonica fu la paura del cambiamento, la morte e la vecchiaia.

Le categorie metafisiche come sostanza, essere, essenza, unità sono pure invenzioni e in esse trovare il riposo, la regolarità e la calma assenti dell’unico mondo esistente, quello che si offre ai sensi. La metafisica platonica- e tutta quella occidentale- è un sintomo di risentimento davanti all’unico mondo esistente, il caos della paura. Ma Nietzsche trova anche nell’influenza della grammatica un’altra origine della metafisica; il linguaggio dà luogo ad una visione erronea della realtà: la struttura soggetto-predicato, comune alle nostre lingue e il primato che hanno le frasi col verbo essere, favoriscono un’interpretazione sostanziale della realtà, la credenza in entità dotate di tratti permanenti e propri, di sostanze. Inoltre, grazie al linguaggio parliamo di distinte cose mediante le stesse parole, il quale sembra supporre che esistono somiglianze tra queste, quando non identità; mediante i concetti crediamo possibile riferirci all’universale, quello che favorisce la credenza nell’esistenza di essenze, di nature universali. Se la nostra grammatica fosse distinta, la nostra forma di capire il mondo sarebbe anche distinta; Il superamento della credenza nella grammatica può superare anche la concezione tipica della metafisica tradizionale.

I critici passati mostrano l’enorme distanza che separa Nietzsche da tutta la filosofia precedente: Nietzsche respinge le credenze cui il mondo è un cosmo e che la ragione può captare il reale; credenze che stanno alla base della filosofia, della scienza e della cultura occidentale nel suo insieme. La filosofia di Nietzsche ha un’orientazione chiaramente irrazionale, e rende impossibile il linguaggio, la conoscenza e la filosofia intesa nel modo in cui appare in Grecia nel secolo VI a.C..

1. CRITICA DELLA FILOSOFIA METAFISICA TRADIZIONALE

Possiamo studiare tre aspetti dentro la critica alla filosofia: aspetto metafisico, logico-epistemologico e scientifico-positivo. 1. Critica della metafisica. La filosofia tradizionale è quella che instaurò Platone affermando l’esistenza di un mondo perfetto, noematico, assoluto. La filosofia dogmatica considera l’Essere come qualcosa di statico e immutabile, essere che esiste nel suo proprio mondo, distinto dal sensibile in cui la realtà è puramente apparente, perché si scioglie nello scorrimento del divenire.

Per il metafisico la vera realtà non può essere soggetta al divenire, ella rimane identica con sé stessa, statica e immutabile, cioè, deve essere “causa sui.”

Tutti i concetti più elevati, l’essere, l’assoluto, il bene, il vero, il perfetto-tutto questo non può essere qualcosa che diviene, e in tal modo deve essere “causa sui”. Ma neanche tutto questo può essere disuguale tra sé, essere con sé in contraddizione stessa…Così arrivano al loro stupendo concetto di “Dio”…” (La caduta degli idoli).

Per Nietzsche “l’essere” del metafisico è l’aspetto più vuoto e astratto che l’’uomo ha potuto immaginare e ciò equivale al puro niente.

Le caratteristiche che si sono assegnate al vero Essere delle cose sono le caratteristiche del No-Essere, del nulla; -si è costruito il “mondo vero” in contrapposizione al mondo reale, e nella realtà del mondo apparente, come mera illusione ottica-morale” (Ibid.)

2. CRITICA ALLA METAFISICA NELLE SUE DIMENSIONI LOGICA-EPISTEMOLOGICA E ONTOLOGICA

Per il logico la verità si oppone all’errore. Verità ed errore sono due termini antitetici, dato che il vero è irrefutabile e il falso è contraddittorio. Ma Nietzsche respinge l’antagonismo verità-errore, poiché si danno errori irrefutabili e verità contraddittorie: “Una tesi irrefutabile perché dovrebbe essere, in conseguenza, “vera?” Questa proposta scandalizza chissà perché i logici che considerano le proprie limitazioni come limitazioni delle cose; ma è da molto tempo che ho dichiarato la guerra a questo ottimismo dei logici. (La volontà di potere)

La categoria ontologica “essere vero” non è una proprietà della realtà, bensì una mera valutazione soggettiva come condizione necessaria di sopravvivenza dell’uomo: “L’opposizione “il mondo vero-il mondo apparente” la riduco io a relazioni di valore. Abbiamo proiettato le nostre condizioni di sopravvivenza come attributi dell’Essere. Nella circostanza dove dobbiamo mantenerci fermamente afferrati alle nostre credenze per sussistere, abbiamo dedotto che il mondo “vero” non è mutazione e divenire, bensì Essere” (Ibid.) “ In conseguenza, non esiste in realtà il preteso “mondo vero” della filosofia dogmatica, tale mondo è una mera finzione e non è possibile conoscerlo né dimostrarlo: “ Il mondo vero- un’idea che già non serve a nulla, è che neanche obbliga;- un idea inutile e superflua, quindi confutata. Sopprimiamola!” (Il crepuscolo degli idoli).

 

L’AFFERMAZIONE RADICALE DELL’IO ASSOLUTO

Agli inizi del secolo XIX s’impose in filosofia l’idea dell’essere come Autocoscienza Assoluto. Da quel momento incomincia quella fase della storia del pensiero condizionata dall’opposizione all’idealismo assoluto, poiché il proprio Sistema portava implicito un atteggiamento critico che si manifestò in tutti i filosofi alieni all’ingenuità della conclusione storica di Hegel.

Una di queste reazioni fu quella che, fuggendo dalla totalità dello Spirito, volle trovare il fondamento finale dell’essere nell’uomo come individuo, non come l’individuo dell’idealismo soggettivo, bensì nella forma di un Unico che si autodetermina come quantità di forza appropriata di se stessa e del Mondo. Questa risposta ha seguito varie rotte, qui noi commenteremo due di esse che possono essere considerate congiuntamente,data la loro affinità interna e la filiazione genealogica secondo alcuni.

Sono le filosofie di Max Stirner (dell’Io assoluto nella sua unicità e singolarità irripetibile) e di Federico Nietzsche (della dissoluzione e resurrezione dell’individuo come affermazione della Volontà del Potere).

Tanto per uno come per un altro, la storia del pensiero è intesa come la storia dell’alienazione dell’uomo. L’uomo (in minuscolo) è stato tradito progressivamente, e le alternative sorte non hanno fatto altro che cambiare le strutture di dominazione.

La spiritualizzazione del mondo si trasforma in schiavizzazione dell’individuo. L’instaurazione nella realtà di un Spirito che si oppone implica la nostra riduzione all’irrealtà. Se la realtà in sé stessa non possiede la struttura che conosciamo, dobbiamo concludere che allora siamo noi quelli che non apparteniamo a questa realtà.

Questo processo, secondo Stirner, si è determinato varie volte, e i modelli non sono cambiati essenzialmente.

Primo Dio come Spirito, dopo noi come Spirito. Dio si presentava inizialmente come natura (divinità delle cose) divinità delle querce sacre per esempio, dopo Dio si fece uomo e lo Spirito passò nella forma di una spiritualizzazione dell’essenza comune alla nostra specie, cioè, al nostro genere non appena esistenti. Ma modificare un Spirito per un altro c’avvicina a un cambiamento di sistema. La borghesia depone la nobiltà perché questa ostacola il suo svolgimento. L’ideale è una nuova trasformazione dell’ideale cristiano, perché in fondo, gli ideali del 1789 sono gli stessi che quelli del cristianesimo e gli stessi che quelli del comunismo, perché questo pretende una nuova trasformazione dello Spirito, questa volta in una comunità di uguali. Ma sempre stabilendo qualcosa al di sopra dell’individuo, qualcosa che è presentato come più reale del proprio Unico. Idealizzando l’ altro, lo trasformiamo in un fantasma, e alla fine, traditi dal processo, scopriamo che il fantasma è in noi stessi. “Con le apparizioni entriamo nel regno degli Spiriti, nel regno delle Essenze”. Il cristianesimo ha cercato di trasformare il fantasma di Dio in una realtà, ma “Si sono torturati nell’impresa impossibile e atroce (…) di convertire il fantasma in un no-fantasma, il no-reale in reale, lo Spirito in una persona corporale. Dietro il mondo esistente hanno cercato la “cosa in se’: l’essere, l’essenza. Dietro le cose cercarono fantasmagorie”.

Dividere il mondo nell’essenziale e l’apparente è un tradimento al mondo, perché l’apparente soffre un processo di trasformazione che l’impoverisce. Il supporto in se del mondo fenomenico riduce l’apparenza a un altro fantasma. Contro questa scissione Stirner dirige i suoi colpi. Tutti gli Spiriti posizionati su di noi ci schiavizzano: il sole, la luna, le stelle, i gatti, Geova, Allah, Dio, la Chiesa, i popoli, l’umanità, lo Stato, la Comunità. Ma il processo è più sottile, perché l’inganno si basa nella falsa credenza che il nostro Io reale sta nell’essenza opposta. Il Nostro Io si realizza, si unifica nell’altro.

La critica di Nietzsche, rispetto a questo, è identica, benché i risultati, come vedremo immediatamente, sono distinti. In “Crepuscolo degli idoli “richiama l’attenzione su questa divisione tra una realtà che sta più in là e questo mondo particolareggiato che trova la sua ragione di essere nell’altro. Questa divisione l’aveva trovata molto accentuata in Schopenhauer: La cosa in sé o noumeno di Kant si era trasformata nella Volontà come un io che vuole reggersi come sopravvivenza, e il mondo fenomenico era la particolarizzazione concreta degli oggetti incorniciati nello spazio e il tempo situati a priori. La Volontà non fenomenica era la vera essenza dell’apparente. Inoltre si presentava con quella caratteristica etica che tanto ripugnava Nietzsche: la negazione del mondo, la dissoluzione dell’io concreto nell’assoluto ritornando alla Volontà che aveva generato il mondo atomizzato.

Orbene, risulta che “i segni distintivi che sono stati assegnati “all’essere vero” delle cose sono i segni distintivi del no-essere, del niente.” L’essenza è una falsa realtà, ed il mondo reale (apparenza) si trasforma nell’apparenza da un punto illusorio: la morale. La morale della decadenza distrugge la realtà del fenomenico come un attentato all’affermazione della vita. Il processo storico è illustrato da Nietzsche mediante questo titolo: “Come il “mondo vero” finì per trasformarsi in una favola.”Dell’Idea platonica all’Idea come Spirito e come Dio nel cristianesimo, la cosa in sé di Kant…Da qui si passa già al positivismo. Il risultato: eliminando il mondo vero abbiamo eliminato anche quello l’apparente!”. Si distrugge l’opposizione, allo stesso modo dell’alienazione dell’uomo che si dava come distruzione della sua unicità in corpo e anima ( corpo come fenomeno, anima come spirito) sparendo. Se eliminiamo un termine dell’opposizione, quello che rimane possiede un senso in suo altro, perde la sua ragione di essere.

In che modo si ripercuote questa critica anti-metafisica di Stirner e Nietzsche?. Stirner trova l’Io come individuo unico, cioè, trova, non l’Io assolutizzato (dovuto alla sua idealità soggettivizzata) bensì al Noi particolareggiato in tutti i singolari possibili che si danno. E questo Io, cioè, Io stesso, non devo cercare una libertà astratta e vuota, (dire che sono un Uomo e che sono libero è tanto vacuo come dire che la terra è un astro che si muove). Devo cercare la mia proprietà. Distrutti tutti gli idoli che mi erano imposti come più reali di me, scoperta la fantasmagoria di quegli idoli oppressori, mi reggo come individuo concreto assoluto. Non esiste neanche il diritto, il diritto è sempre concesso dagli Spiriti, (la Nazione, lo Stato, la Chiesa). E questa realtà contraddice il suo nome, perché quello a cui ho diritto non viene garantito.

“Quello che io possiedo indipendentemente della sanzione dello Spirito, lo possiedo senza diritto, lo possiedo unicamente per il mio potere. Non rivendico nessun diritto, né devo dunque riconoscerne. Quello che posso procurarmi, lo prendo e me ne approprio”.

Pertanto Io mi identifico col mio potere, perché la mia realtà va data per quello che possiedo, e la mia proprietà, l’espressione del mio potere, incomincia da me stesso. “Il potere sono Io, che sono potente, possessore del potere (…). Il potere e la forza esistono solo in Me che sono Potente e Forte”. Ma Io sono “effimero e perituro”, e quindi, se sono la Mia causa, se mi ha creato il Niente, Io sono in questo senso il Niente creatore. Io sono il Mio potere che auto divora che auto dissolve, in conseguenza conclude Stirner la sua opera, “Io ho basato la mia causa sul Niente” ‘.

Nietzsche va per altre strade: per incominciare scopre l’idea del “io” come causa dell’idea di “essere.” Questo io è tuttavia l’io come compendio, l’io come Volontà che è la causa della realtà fenomenica. Sembra che questo io si identifica con la Volontà di Schopenhauer. Nietzsche nega questa volontà di vivere. Questa Volontà si correla con l’istinto di autoconservazione della fisiologia, e nacque non in Schopenhauer bensì in Spinoza che l’espresse per la prima volta. L’autoconservazione è secondaria rispetto alla Volontà di potere che è la vita, la vita che quello che realmente vuole è dare libero corso alla sua “forza.” Gli individui prima che la loro sussistenza, vogliono sviluppare il proprio potere, vogliono esercitare le loro capacità immanenti. E questa è l’inalienabile dell’Individuo Assoluto.

Nietzsche non nega in proprietà niente di quell’affermato da Stirner, ma il ritorno al niente creatore non gli risulta niente consolatore. La distruzione dell’individuo non deve rimanere lì. Dioniso non rimane distrutto. La resurrezione si presenta come una nuova visione dell’essere, radicalmente distinta a quella della tradizione occidentale platonica e giudeo-cristiana. L’individuo ritornerà eternamente, perché l’essere la concretizzazione o individuazione di una Volontà plurale, contrariamente all’io sostanza di Schopenhauer, è un Io separato e indipendente ma a sua volta partecipante della Volontà di Potere che è il suo eterno ritorno identico. E tra l’annichilazione della coscienza ed il suo ritorno, l’Io, non dandosi, non percepirà il Tempo. Pertanto Io sono eterno, come il tempo; tra la mia morte e la mia resurrezione sta il niente. Potrò affermare le mie potenzialità come Io eternamente e dello stesso modo. Io sono la mia Volontà di Potere reggendomi o attaccandomi. ma precisamente questo dipende da quello che sono e come lo sono. Io mi approprio del mondo e di me stesso, e la mia realizzazione è il massimo potenziamento che può garantire, e inoltre l’unica libertà possibile.

VORTEX OF END: “STIGMATE DEL SUBCONSCIO”

I simboli del culto Solare sono scolpiti
Come immagine volgare o come rivelazione
Alcuni in movimenti vettoriali
Manifestazione di espressione non sensata
Così in profondità nella mente, toccando tutte le forme di vita
La divinazione di massa

Scolpito, inciso, impregnato
Nella tua carne e nel tuo sangue
Bagnato, disegnato, inculcato
Il tuo idolo, il tuo dio, il tuo dogma
I simboli del culto Solare sono scolpiti
Come immagine volgare o come rivelazione
Alcuni in movimenti vettoriali
Manifestazione di espressione non sensata

L’OLTREUOMO: UN TIPO DI UOMO E NON DI “UMANITÀ”

“Contro-movimento”,questo cosa vuole dire? Nietzsche, osserva Heidegger, non aspetta una “evoluzione” dell’umanità né la venuta di una classe universale.
L’umanesimo che creò non “ha la sua struttura essenziale né nell’individuo né nella massa, bensì nel tipo.. Nel pensiero nietzscheano dell’Oltreuomo, non tratta di un tipo di uomo in questione, bensì per la prima volta dell’essere umano che si vede pre-nascituro sotto la figura essenziale del tipo.”

Non ci sarebbe allora una differenza di natura tra questa sovranità del tipo (di un certo “tipo di uomo”), e gli ideali di dominazione umanista, eredi dell’Aufklärung che Heidegger ha appena evocato nella pagina precedente? Heidegger, certamente, nega questa eventualità: per lui, la “sovranità sul pianeta intero” della quale parla Nietzsche non può essere più che una variante della mitologia del progresso. Nietzsche sembra tuttavia evitare questa interpretazione quando chiede che non si intenda per Superuomo “il tipo idealistico di una specie di uomo superiore.”

Il Superuomo si oppone espressamente a ogni ideale di Menschheit, e in questo all’ideale post-hegeliano “dell’uomo generico.” “Nicht Menschheit, sondern Uebermensch ist dai Ziel.” E, dalle Intempestive, nell’omaggio di addio che dedica a Wagner, Nietzsche sottolinea fino a che punto “la razza futura”, della quale l’artista è profeta, non deve essere capita come un’essenza normativa dell’umano, come si è intesa fino a questo momento: che la sana ragione ci preservi di credere che l’umanità non debba scoprire mai le regole ideali e definitive, e che la felicità debba brillare sempre ugualmente in un splendore, come il sole dei tropici, sugli uomini sommessi a queste regole. Wagner non ha niente in comune con una credenza tale, non ha niente di utopista.

Non pensiamo a questa “razza futura” in relazione con noi, né in senso comparativo né in senso superlativo. Può essere anche che questa razza futura sia peggiore che la presente, poiché sarà più genuino tanto nel bene come nel male.” L’Oltreuomo non potrebbe fare pertanto il “fine ultimo” del nostro processo storico.

Non potrà essere il tema di una predicazione: “Le aspirazioni verso l’alto non sono le nostre.” Il mero fatto di designarlo come il termine di un sforzo per il quale gli uomini di oggi sarebbero collettivamente capaci, prova che non abbiamo distrutto ancora la forma degli antichi “ideali”, e che non abbiamo rinunciato a imporre un senso alla Storia. È qui perché lo Zaratustra comincia con un fallimento pedagogico: era un errore volere mobilitare il popolo, fare del popolo un agitatore, come se l’arrivo del superuomo fosse un obiettivo che può perseguirsi-come se la massa non sapesse capire il Superuomo come un altro “tipo ideale di umanità.”

Per immaginare che il Superuomo sia alla portata dell’umanità attuale, bisogna continuare desiderando allo stesso modo il futuro in cui i cristiani desiderano il regno di Dio, poiché non si tratta di un individuo chiunque quello che ha bisogno di un’idea del “futuro umano” per potere vivere, si tratta al contrario già di un individuo indebolito, già “mediocrizzato.” Importa molto poco, pertanto, che “l’ideale” sospenda nell’essere una chimera nella nostra testa sia presentato come il movimento di fondo che incoraggia effettivamente la storia…Dove questo è la differenza con l’utopia, dato che, anche qui, “crediamo sapere in ultima istanza relativamente quello che è desiderabile dell’uomo ideale.” Laici o religiosi, idealistici o “scientifici”, le lunghe marce verso l’universale concreto si somigliano troppo per non rispondere allo stimolo della stessa debolezza.

Pertanto, bisogna rinunciare ad ogni pedagogia nel senso tradizionale: “Io non parlerei già neanche al popolo; è l’ultima volta che pronuncio una parola…È ai solitari ai quali dirigerò il mio canto.” Non si può tentare oramai di designare agli uomini il futuro del quale sono portatori. Dobbiamo osare dire loro, al contrario, che non ci fu mai umanità, bensì, sotto questo nome, sprofondamento crescente delle forze che compensò la formazione di un mito: “la specie umana” come essere collettivo investito di una missione. E le idee ricevute di maturazione della storia, di evoluzione, di processo non sono più che le figure di questa fabulazione morbida. Un’altra delle tante variazioni che toccano [jouent] “i dottori della finalità dell’esistenza” sul tema della realizzazione dell’umanità.

Un’altra dei tanti inganni all’unica questione pedagogica seria: che tipo di uomo dobbiamo volere? Questione radicalmente nuova questa, dato che non tenta oramai di apportare agli uomini l’universale di quello sarebbe stato loro occultato o ingiustamente nascosto; non prolunga il Discorso sulla disuguaglianza; non sbocca in una nuova “finalità” dell’esistenza, bensì in una nuova maniera di fare la domanda Wozu? Per che motivo?

La novità di questa problematica, si percepisce particolarmente bene nel primo aforisma della Gaia scienza. Fino ad ora, dice Nietzsche, nessuno ha osato svelare la commedia della “esistenza.” Nessuno ha osato rappresentarti “nella tua miseria di mosca e di rana.” è che “i dottori della finalità dell’esistenza” non vogliono in nessun modo che ridiamo “dell’esistenza e di noi stessi.”

Propongono anche all’individuo un fine che, effettivamente, lo cinge “per un tempo interessante ai suoi propri “occhi”- è sebbene gli uomini hanno d’ora in poi bisogno di questa “fiducia periodica nella vita” che è loro infusa, “ogni tanto, l’uomo deve credere che sa perché esiste…” Ma in realtà, da le spalle a tutti – tanto i dottori come i discepoli – e l’unica cosa che si protegge è l’interesse della specie, la garanzia che la sopravvivenza della specie prosegua. Risulta sorprendente che quello che capiamo, da Kant e Fichte, per “destino” o “vocazione” dell’umanità (Bestimmung, Beruf) debba portarsi come termine abietto nella forma di un gregarismo, di un’inserzione tanto perfetta dell’individuo nella specie che preverrebbe sempre attraverso crisi e tensioni.

Se le escatologie dell’idealismo tedesco convergono in questo punto, se vanno dirette verso la situazione insuperabile di una socializzazione consumata che proibirebbe per sempre tutti i Pólemos, è perché sono al servizio di una “forma di vita” determinata, quella dei “nostri socialisti”, e dato che prendono il testimone della filosofia, si fanno difensori. Lasciando da parte le differenze dottrinali, brandiscono la stessa opzione interpretativa sulla civilizzazione; ambiscono a dirigere la stessa decadenza. I “socialisti” possono promettere una mutazione dell’uomo senza precedenti, ma non fanno altro che inventare un’altra “finalità” dell’esistenza, l’ultima forse che sommerà la nostra “civilizzazione” disperata. È pertanto prevedibile che questi “fautori” della filosofia, lontani da evadere dal modello tradizionale di razza dell’uomo, non faranno che aggravarlo. Sotto il lavoro di spia oggi, e domani attraverso lo Stato tirannico che edificheranno, sta l’Erziehung escatologico che continua la sua rotta e ottiene la sua ultima proroga. “L’arrivo della plebe significa un’altra volta l’arrivo dei valori antichi.”

È certo che Nietzsche non menziona mai il nome di Marx, ma questo silenzio non deve fare predire che Marx non entrerebbe dentro la sua tipologia di “socialismo.” Tutto indica, al contrario, che il marxismo è giudicabile dalla contro-escatologia nietzscheana, nella misura in cui si mantiene in risonanza con la mitologia spontanea del secolo XIX e si trasmettono in lei le filosofie del futuro che Nietzsche include tra i prodotti della “decadenza.” Ancora oggi, non si conformano perfettamente i temi che trasporta nelle composizioni interpretative che ci sono familiari? Prendete i temi di “umanità riconciliata”, di “abolizione delle classi” di “storia educatrice”, etc.: siamo allo stesso livello, si accordano tremendamente bene con le associazioni che, dalla scuola, portano avanti in noi la parola “storia.” Non ci sconcertano. Quando Marx enumera i titoli civilizzatori del capitalismo, può lasciarci perplessi, ma non disorientati. O meglio, riprendente la pagina truculenta di Engels sullo schiavitù antica; meditate con lui circa questo progresso che fu la schiavitù “incluso per gli schiavi” ( che cosa sapete di questo?) e percorrete di nuovo la sorprendente connessione che ci propone: senza lo schiavitù antica, non ci sarebbe né arte, né scienza greca, né Impero romano; pertanto, “neanche Europa moderna”; pertanto, “neanche socialismo moderno.”

In questo caso rimarremo sconcertati, e penseremo con sollievo che ci liberiamo bene il giorno che Spartaco fu catturato; ma conosco poche persone che riderebbero a per di fiato. Che la storia è una rude educazione, lo sappia-mo (“ crediamo di saperlo”) almeno da Hegel che aveva aperto la via con la sua serena apologia della repressione cristiana nel Medioevo. Dietro lui, le scoperte scientifiche si succedono (“a passi da gigante” ovviamente).

1810: scoperta della liberazione dell’umanità “per la servitù.”

1848: scoperta della liberazione dell’umanità per lo sviluppo del mercato mondiale.

1878: scoperta della carta della schiavitù antica…Schiavitù, servitù, tratta di Negri, senza dubbio il conto fu civetta e i venerdì sacri non furono solamente speculativi, ma non si tratta in fin dei conti della gran liberazione finale?

Pazienza: “L’enorme crescita delle forze produttive” sarà superflua a “tutta la classe dominante e sfruttatrice.” Possiamo eluderci di questa decifrazione escatologica di caffè di commercio quando appare troppo chiaramente e non è sufficientemente mascherato dal suo gergo, ma saremo d’accordo raramente e ci irrita; saremo d’accordo in quello che non ci da mai nausea.

È chissà perché i virus cristiani della “sofferenza redentrice” e della felix ci incolpano e sono stati trasmessi attraverso il sangue molto bene… Ma che importa. Ricevute queste idee, in ogni caso, il nostro “buonsenso” li inghiotte come se fossero ostie. Sono indispensabili, come sembra, per ogni progetto rivoluzionario; sono integrate “nell’umanesimo.” Non pretendiamo di dire che il marxismo si riduce a queste stronzate. Ma come non accusarlo oggigiorno di essere il principale responsabile della sua sopravvivenza e diffusione? Si vede ora quello che avevamo in mente parlando di Nietzsche come di un “analizzatore?”

Un altro tema ottimista e “umanista” che riprende, senza sconcertarci, la letteratura marxista: quello dell’appartenenza essenziale dell’individuo umano alla specie. “L’evidenza” è che la vita individuale è un modo di vita generico, che l’individuo non è più che un “essere generico determinato”, è questo è suggellato nello zoccolo del marxismo. È perfino indispensabile per la definizione della coscienza come espressione teorica di “quello del quale la comunità reale, l’organizzazione sociale, è la forma vivente.” E, anche lì, attraverso la nozione hegeliana di genere (Gattung) ci si rimette a una concezione ben determinata di quello che deve essere la “formazione” dell’uomo: nella linea di Hegel, questa “formazione” non potrà essere più che un “appianamento” (Glättung), un obliterazione delle differenze che separano gli individui, quegli atomi turbolenti sempre ribelli alla totalizzazione etica.

Questa “interpretazione” universalista è presente dall’inizio in Marx: il crimine per eccellenza dello sfruttamento è, come sappiamo, quello che ha strappato all’uomo la sua vita generica. Ma sarà fatto per caso vedere che risulta disonesto servirsi solo di questi testi del 1844? Ma io non conosco testi ulteriori nei quali la liberazione dell’individuo si sentisse separata della sua realizzazione generica: è sempre l’integrazione della specie, l’assimilazione, quello che sarà preso come positivo, e il tema della differenza sarà relegato al negativo (atomizzazione) divisione, squilibrio, diseguaglianza.

Che raro è questo materialismo post-hegeliano, diciamolo di passaggio: in effetti, si tratta di un curioso materialismo che sospetta dell’individuale, di quello che altri materialisti, epicurei, stoici, avevano saputo dargli un status positivo contro Platone ed Aristotele, contro i filosofi dei Logos. Ma così è: pensiero post-hegeliano, il marxismo ci ha abituati all’idea che, nello sfruttamento, è il suo Menschheit quello che ha rubato allo sfruttato. Orbene, è sufficiente restituire la parola al lessicale neohegeliano per realizzare tutto quello che implica questa asserzione socio-ontologica: che ogni lotta efficace deve essere presa nel nome di una norma universale. E il lettore sa il resto: che una classe non meno universale, o l’avanguardia che si avvantaggerà di questa universalità per delega, si vedranno necessariamente forzate a mettere in gioco questa norma e a farle rispettare. È, pertanto, di forma completamente naturale che il funzionario hegeliano riprende il servizio e, fino all’abolizione delle classi, ha alcuni dei migliori giorni di fronte a sé.

È data molta importanza che l’oppressione, la miseria e la fame siano interpretate con l’aiuto di valutazioni uscite da Hegel, – che si parli dello sfruttato come “particolareggiato”, intrepido alla “immediatezza.” Non si tratta di una rivendicazione rivoluzionaria qualunque cosa che nasce dall’elezione di questo pathos. Sono “ideali” molto marcati quelli che influiranno. E sarebbe utile prendere coscienza di essi.

Ma è certo che questo non preoccupava minimamente Marx. Quando uno ha letto L’Unico e la sua proprietà di Stirner, non c’è niente che faccia meno grazioso che le parolacce sparate a “Sancho” nella Ideologia tedesca. Marx si prendeva gioco di Stirner per essere rimasto nella demistificazione– molto comoda – del “sacro” e nella critica agli “ideali”. Certamente, Stirner non aveva nulla del pensatore politico. Ma quando denuncia le entità post-hegeliane di uomo e di umanità, ha per lo meno il merito di diffidare delle valutazioni che il marxismo eredita candidamente (“L’uomo è il capitale più prezioso”); ha per lo meno il merito di formulare – goffamente, collericamente, la necessità di terminare con la Menschheit, di fare morire “L’Uomo”.

E, come diceva qualcuno che fu immischiato contro la sua volontà in questo comico tema criminale, non è il vostro “Uomo totale” del futuro quello che c’interessa, il vostro “eroe positivo”, il vostro “vecchio-arredamento” della desalienización, bensì sapere, per esempio, che le categorie medico-legali saranno soggetti, se gli sarà permesso di essere “perversi” e che sistema penitenziario e psichiatrico si prenoterà al “capitale più prezioso.” Sì, nient’altro che questi piccoli dettagli, ma che sono sufficienti per tradurre la nostra sfiducia verso “l’uomo totale” pericolosamente astratto, da che l’Oltreuomo- ancora meglio che l’Unico- fu giustamente l’espressa e sistematica trasgressione.

LA MORTE DELL’ASSOLUTO

Uno dei principali motivi che scandalizzarono la società prussiana del 1843, pubblicando Der Einzige, fu la morte, (o l’assassinio perpetrato da Stirner), di ogni principio trascendente superiore. Cioè, si tenta di esprimere, in maniera inequivocabile, la negazione di Dio. Tuttavia, il filosofo non nega l’esistenza di questo in sé stesso, ma denuncia il suo arbitrio, perché secondo lui l’esistenza di un essere superiore è basata nel niente, nel vuoto.

Per Stirner l’evoluzione del mondo delle idee, sul piano filosofico, presieduta dalla razionalità, rappresenta una semplice riformulazione religiosa nella quale ogni idea sacralizzata- come la patria, lo Stato, o incluso la cultura, sostituisce il sistema di dominazione dell’antico regime. Se, per fare un esempio, nel mondo anteriore alla Rivoluzione Francese, l’assolutismo, come sistema politico, era l’incarnazione simbolica di un’idea di gerarchia religiosa basata nella disuguaglianza del binomio umanità/divinità, una conseguenza naturale del dominio dell’assoluto al di sopra degli individui, sono le nuove istituzioni sorte durante il secolo XIX, come il proprio concetto di Stato o il sentimento nazionale, rappresentano l’evoluzione o, per meglio dire, l’adattamento naturale di questo principio di dominazione permanente alle nuove circostanze. Questa eterodossa affermazione rappresenta il culmine del processo di secolarizzazione europea che avviene durante il secolo XIX, portata fino alle ultime conseguenze. E queste, considerate in loro stesse nel contesto del prodursi, non risultano in assoluto insignificanti.

La prima delle conseguenze è che non c’è niente al di sopra dell’individuo.

Stirner nega ogni trascendenza, ogni principio superiore a quello della volontà dell’Unico. In realtà, il filosofo bavarese non pretende di sostituire la fede religiosa con la fede nell’umanità o in un’idea determinata o concetto astratto, come lo stato, l’uguaglianza, la libertà, l’educazione o la giustizia, come proponevano, tra gli altri, Kant, Rousseau o, nel seno del patrimonio teorico anarchico, Godwin. Pretende, puramente e semplicemente, la distruzione dell’assoluto. Potremmo considerare, dunque, che questo implica, in realtà, la morte, e potremmo parlare anche di esecuzione, di Dio. E non si tratta della morte di Dio nel senso dell’ateismo, antiteismo o avversione antireligiosa. Semplicemente, secondo Stirner, questa morte può servire, mentre rappresenta la cessazione definitiva di un simbolo dell’assoluto, per la distruzione di qualunque ostacolo affinché l’individuo possa vivere senza limiti di nessun tipo. Questa morte divina, seconda conseguenza della negazione della trascendenza, sarà un’idea recuperata da Nietzsche e, contemporaneamente, accolta con entusiasmo dagli anarchici che l’incorporeranno successivamente al loro corpo dottrinale, mezzo secolo dopo. Questa idea provocatoria rappresenta una delle chiavi del pensiero individualista.

Se Dio non esiste, ciò implica la dissoluzione teorica di ogni gerarchia presunta mente naturale-data l’assenza di qualcosa di superiore. Se Dio non esiste, niente-in contrapposizione ai concetti di Proudhon o Godwin- nessuna idea ne norma ne leggi morali si trova sopra l’individuo. Ogni verità suprema, ideale sacralizzato o dogma sarà, dunque, concepito come un’alienazione, dato che gli ideali politici, umanisti o sociali, come la religione, finiscono per dominare la volontà e condizionano il comportamento degli individui. Gli individualisti devono distruggerli perché si oppongono alla sua libertà. In questo senso, la derivazione di questa idea spiegherà l’atteggiamento eclettico, o il relativismo etico, e l’avversione degli anarchici individualisti per tutto il dogma, pregiudizio o la verità fondamentale prestabilita.

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