TRASVALUTAZIONE DELL’OBLIO

“Il gregge pascola, ignaro di cosa sia ieri, oggi e salta, mangia, riposa e digerisce e così, sempre allo stesso modo dall’alba al tramonto, giorno dopo giorno, legato al piacere e al dolore di quell’istante, incatenato al presente, mai triste né annoiato. L’uomo si fregia della sua umanità, per sentirsi superiore ad esso, ma tuttavia osserva l’animale, né tediato né addolorato, e invidia la sua felicità spensierata. L’uomo una volta chiese all’animale: perché non mi parli della tua felicità e soltanto mi guardi? L’animale dal canto suo voleva rispondere e dire: ciò deriva dal fatto che dimentico subito quel che volevo dire – ma subito dimenticò anche questa risposta e tacque; sicché l’uomo se ne meravigliò”.

Ma l’uomo soprattutto ebbe stupore di se stesso, della sua incapacità a dimenticare alcuna cosa e della sua condizione di schiavo rispetto al momento passato. Gli attimi si susseguono, e quell’istante presente subito si dissolve, diventando così uno spettro passato, pronto a turbare la quiete del nuovo presente. L’animale, che vive in modo non storico poiché dispiega la sua esistenza interamente nel presente, è degno dell’invidia degli esseri umani, che schiacciati sotto il peso ingente del passato, sono costretti a resistere, fingendo di ignorare il grave che li opprime. La felicità quindi si configura come il poter dimenticare, ossia la capacità di sentire in modo non storico.

“Chi non sa mettersi a sedere sulla soglia dell’attimo dimenticando tutte le cose passate, chi non è capace di star ritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cosa sia la felicità, e ancora peggio, non farà mai alcunché che renda felici gli altri”

Per ogni agire è dunque necessario l’oblio, e per sedersi sulla soglia dell’attimo bisogna smettere di ruminare il passato, di vivere come in uno stato di insonnia dato dal senso storico. La forza plastica, che permette di crescere a modo proprio su se stessi, di trasformare e incorporare cose passate ed estranee, è presente in coloro che hanno radici forti nel presente e che non si fanno schiacciare dal passato. Il bersaglio polemico fondamentale in quest’opera è Eduard Von Hartmann, filosofo tedesco schopenhaueriano, il quale aveva tentato l’elaborazione di una fondazione eudemonologica del pessimismo. Nell’opera Filosofia dell’inconscio, l’inconscio è descritto come l’essenza di tutto il reale, ciò che spinge il mondo verso una finalità precisa, il compimento della perfezione. Essendo il non-essere preferibile all’essere, la perfezione sarà il non-essere, e quindi il mondo tenderà ad annullarsi. Nietzsche si scaglierà contro questa teleologia storica, accusata di annichilire la vita.

Ma la storia è utile o dannosa per la vita? Di fronte al quesito centrale di questa breve opera Nietzsche si pone in modo inattuale: certamente la storia può essere utile per la vita, quando è al servizio di essa e aiuta a vivificare il presente. Ma, in questo rapporto di subordinazione, non dovrà mai tentare di costituirsi come scienza. La storia occorre all’individuo in tre modi: in quanto è attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione; a ciò corrispondono rispettivamente la storia monumentale, antiquaria e critica, ognuna delle quali presenta dei limiti e dei rischi.

La storiografia monumentale corrisponde all’atteggiamento di chi è attivo e ha aspirazioni e, come tale, si proietta nel futuro. Essa occorre all’individuo potente che combatte grandi battaglie, che ha bisogno di modelli e di maestri che non può trovare nel presente. La meta di costui è una qualche felicità, se non la propria almeno quella dell’umanità intera, egli fugge dalla rassegnazione e usa la storia come mezzo per combatterla. La sola ricompensa cui aspira è la gloria per i postumi, è il divenire a propria volta maestro per i posteri. Dai grandi momenti della storia passata egli deduce che la grandezza fu comunque una volta possibile e perciò quando si accinge a compiere un’opera in modo coraggioso, l’insicurezza e la debolezza vengono spazzate via dalla certezza che già qualcuno percorse quella strada. In ciò consiste il giovamento di tale approccio. Tuttavia il rischio al quale soggiace è di appiattire le differenze con il passato, di falsarlo e mitizzarlo per renderlo degno di imitazione; è una storia che appare come una raccolta di avvenimenti che faranno effetto nel tempo. Essa inganna e seduce con le forzate analogie con il passato, eccitando il coraggioso alla temerarietà e l’entusiasta al fanatismo.

Colui che venera e ama perseverare nella tradizione coltiva il passato, quasi come volesse ripagare con la fedeltà il debito della propria esistenza, è uno storico antiquario. La storiografia antiquaria appartiene a una specie umana conservatrice e veneratrice, la quale ha cura delle proprie origini e assume la tutela della tradizione come compito. Il punto più alto di questa storia risiede nella capacità di diffondere un sentimento di piacere e contentezza semplice riguardo alle condizioni modeste, rozze e talvolta misere di un popolo. Ma il senso antiquario implica un campo visivo molto limitato, concentrato com’è sulle singole cose rischia di venerare tutto ciò che è antico in quanto tale. In questo modo la storia serve la vita passata al punto da minare e inaridire il presente, degenera fino a smettere di ravvivare l’anima e finisce col mummificare la vita. La pietà iniziale rinsecchisce e lascia spazio ad una erudizione compiaciuta che gira perpetuamente intorno al proprio centro. Anche quando non giunge alla conseguenza estrema, la storia antiquaria ha il limite nell’assenza di capacità creativa, è capace soltanto di conservare la vita e non di generarla,“ostacola la forte risoluzione per il nuovo, quindi paralizza chi agisce, il quale sempre, come agente, violerà e deve violare qualche pietà”.

Infine il terzo modo, quello della storiografia critica deve avere la forza di infrangere e dissolvere il passato per poter vivere. Per questo motivo istituisce un tribunale al passato, e, dopo averlo interrogato, lo condanna.

“È la vita che siede a giudizio, quella forza oscura, impellente, insaziabilmente avida di se stessa. Il suo verdetto è sempre inclemente, sempre ingiusto, poiché esso non è mai scaturito da una pura fonte di conoscenza: ma nella maggior parte dei casi il verdetto risulterebbe uguale, se fosse la giustizia a pronunciarlo. Ci vuole molta forza per poter vivere e per dimenticare, in quanto vivere ed essere ingiusti sono una cosa sola”.

Anche questo atteggiamento, aperto all’oblio e dunque alla vita, incappa in dei corto circuiti. Diventa infatti pericoloso affrancarsi dal proprio passato con una cesura netta, nel tentativo di darsi a posteriori un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto con quello da cui in realtà si deriva. Solo se la vita sa porsi grandi compiti ha ancora un senso guardare nel passato. Soltanto chi esprime una potente volontà di futuro sa scoprire il futuro che vive nel passato stesso. Se il progetto per il futuro viene a crollare, allora tutto il sapere storico diventa un peso morto, anzi un pericolo per la vita stessa, la quale, svuotata da impulsi creativi, si rifugerà nel passato, nell’illusoria pienezza di una vita già vissuta.

Esclusivamente una storia che conceda di essere trasformata in opera d’arte sarà in grado di mantenere e perfino suscitare nuovi istinti vitali e creativi. L’uomo moderno soffre di una “malattia storica”, di un eccesso di storia che intacca la forza plastica della vita, non più capace di trarre nutrimento dal passato. Tuttavia Nietzsche auspica una gioventù in grado di contrastare questo morbo con l’elemento antistorico, con il quale si designa la forza e l’arte di poter dimenticare e di rinchiudersi in un orizzonte limitato, e l’elemento sovrastorico, ossia le potenze che distolgono lo sguardo dal divenire, volgendolo a ciò che ha carattere di eterno e immutabile: l’arte e la religione. Come si arriverà a questa meta? Come i Greci, i quali si trovarono nella condizione di rischiare di morire, a causa del mescolarsi di cose straniere e passate, a causa della “storia” e riuscirono a organizzare il caos, concentrandosi, secondo l’insegnamento dell’oracolo delfico, solo loro stessi, cioè su bisogni veri, riuscendo a espungere quelli apparenti. Questo esempio si deve tradurre in un simbolo per ognuno: bisogna organizzare il caos in sé, così da disvelare il concetto greco di cultura, come nuova physis, unanimità fra vivere, pensare, apparire e volere. È molto forte, sebbene non chiaramente esplicitata, l’influenza dell’amico e maestro Jacob Burckhardt nella valorizzazione della società greca come caratterizzata dall’agone e dalla pluralità di individui superiori.

Nella Genealogia della morale. Uno scritto polemico, opera composta da tre dissertazioni scritte tra il 10 e il 30 luglio del 1887, viene ripreso il tema dell’oblio. Il termine “genealogia” presuppone la frattura operata dalla scienza darwiniana: la ricerca dell’origine della morale percorre il positivismo. Nietzsche, tuttavia, critica radicalmente le cattive «ipotesi genealogiche» del contemporaneo positivismo che ammette comunque una fondazione della morale ancora sotto il dominio dei valori dati. Si tratta invece, per Nietzsche, di indagare proprio ciò che, generalmente, viene utilizzato come spiegazione, come dato primitivo e naturale. La seconda dissertazione “Colpa, cattiva coscienza e simili” si apre con la descrizione del concetto di dimenticanza, che non corrisponde ad una vis inertiae, bensì ad una facoltà attiva che permette di non sovraccaricare la coscienza di ricordi, così da lasciare posto a ciò che è nuovo. Si tratta di una Einverleibung, incorporazione, assimilazione.

La volontà sana è quella che assimila il passato e lo trasforma nella linfa vitale del proprio corpo, perché è in grado di dimenticare e proseguire nel suo cammino. Ma la promessa impedisce questa incorporazione del passato, in quanto fissa il presente attuale nella memoria, invade con il suo peso lo spazio della volontà e inchioda l’azione al permanere del passato. In questo senso si spiega la costruzione della memoria da parte della cattiva coscienza, in contrasto con la tendenza attiva all’oblio.

“Quando l’uomo ritenne necessario farsi una memoria non andò mai senza sangue, martiri e sacrifici: i sacrifici e pegni più spaventosi (in cui si ricomprendono i sacrifici dei primogeniti), le più ripugnanti mutilazioni (per esempio le castrazioni), le più crudeli forme rituali di tutti i culti religiosi (e tutte le religioni sono nel loro ultimo fondo, sistemi di crudeltà) – tutto ciò ha avuto origine in quell’istinto che colse nel dolore il coadiuvante più potente della mnemonica”.

L’uomo moderno ha barattato una parte della felicità primordiale dello stato di natura con la sicurezza dello stato sociale. Il controllo avvenne attraverso l’imposizione di quella che Nietzsche definisce camicia sociale di forza. Attraverso regole, usi, costumi, leggi progettate per far diventare l’uomo calcolabile, regolare, necessario si rese mansueto l’animale umano. Con l’uso di mnemotecniche si forgiò una vera e propria memoria della volontà, giacché solo la memoria assicura la persistenza del comportamento docile.

“Si incide a fuoco qualcosa affinché resti nella memoria: soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria”

Responsabilità, promessa, senso di colpa sono esperienze che necessitano della capacità di ricordare e di mantenere nel futuro tale ricordo. Tali esperienze hanno potuto affermarsi solo attraverso pratiche di dolore e di crudeltà, perché sono le sole capaci di opporsi alla forza attiva dell’oblio e di costituire di contro un’altra forza, questa volta reattiva, poiché scaturita dal dolore, che è la memoria, centro focale della coscienza. Nello smascheramento dei presupposti psichici della costruzione della morale, attuato attraverso la pratica della genealogia, Nietzsche mostra l’origine artificiale della memoria, la quale, ben lungi dall’essere innata, è il frutto di un atto di violenza, che incatena l’umanità doppiamente al passato e al futuro.

L’INFERMITÀ DELL’IDEALISMO

Infermità, solitudine ed esilio, sono i compagni di Nietzsche e sono i bordi visibili di un corpo che affronta la malattia di quest’epoca, che verrà in poi superata, ma non da una risposta data a un’interpretazione. Il giudeo-cristiano ha lo stesso problema, è il problema del valore della vita. Morale, idealismo, pessimismo, decadenza dovrebbero essere le risposte all’infermità, ma non sono in grado di superare se stessi.

È la infermità dell’idealismo. Circe, narcotico, risentimento, sarebbero espressioni di una volontà che prima dell’infermità era molto di più (ma esposta come rimedio, come un farmaco). Essere decadenti significa scegliere esattamente ciò che danneggia, ciò che viene contro. La decadenza in questo senso diventa, nella lettura della modernità di Nietzsche, scegliere una quantità importante di rimedi, di narcotici, come la moralità, il progresso, la scienza. Questi narcotici sono rimedi che ti permettono di “raggiungere” una “buona vita”, una “vita migliore”. Ma Nietzsche capisce che, riconoscendo per se questi sintomi del tempo, è in grado di vedere in se stesso ciò che è appropriato in essi, poiché è stato vicino a Wagner e Schopenhauer, ha vissuto l’infermità romantica e il pessimismo. La malattia di quest’epoca, che Nietzsche vuole superare, anche se è la stessa, vuole e deve essere risolta in modo diverso.

Come funziona una volontà debole e risentita? Disegnando una morale, un farmaco, un narcotico. Tutto l’Occidente, la sua morale, la sua religione, la sua metafisica, è stato un modo per portare i malati verso un “miglioramento” ed è ciò che Nietzsche denuncia come crisi nel nichilismo e che si manifesta sintomaticamente.

Come riconoscere e superare questa infermità? Da una volontà che vuole essere forte, riconoscendo la malattia. Vediamo come nell’esercizio filosofico di Nietzsche, esso e il tempo siano in gioco, come la sua infermità sia legata alla infermità del suo tempo. Quindi, l’infermità è precisamente il punto dal quale tutto il filosofare è costituito, ma non da una mancanza, nel senso che potremmo comprendere il filosofo erotico platonico che tende all’ideale; non è necessariamente la povertà che vuole ricchezza nella ricerca dell’ideale, ma precisamente in un gesto inverso; l’infermità, il corpo malato, diventa un registro, nuovamente l’archivio, di un’epoca, e con essa noi riflettiamo.

Ma un corpo così malato, come quello di Nietzsche, vuole superare, intempestivamente, fuori dall’ombra, fuori dal tempo, nella misura in cui la malattia del tempo, il nichilismo, si considera come salute, come umanitarismo, come uguaglianza. Nietzsche assume quindi nei prologhi una sorta di genealogia della propria storia e di come diventa una causa del suo filosofare. L’infermità è costituita nella propria condizione di vita, dove i prologhi sono materia di una lotta senza quartiere con ciò che esiste della propria epoca in esso, vale a dire i testi che hanno come trasfondo la malattia. E Nietzsche presenta queste opere come risultato di quella lotta con la decadenza, ma camuffata da una distanza, da una freddezza.

Tutta un’arte per coprire la propria malattia, apparire ai suoi contemporanei inopportunamente, ma essere capace di un’arte dell’occultarsi. Un’arte che è sottile, un’arte che nasconde ciò che è un sintomo, un’arte dell’illusione, un’arte della finzione, necessaria per vivere.

Com’è possibile riconoscere e vivere con l’infermità? Com’è possibile che l’infermità non uccida o soccomba con una vita come quella di Nietzsche? Questo è possibile grazie a ciò che Nietzsche chiama il grande riflusso. Uno “spirito libero”, una nozione nietzscheana che presuppone una liberazione dai pregiudizi di un’epoca e una nuova valutazione dopo l’infermità, si libera, e rinasce quando ha operato in esso un distacco, una liberazione, un non-lasciarsi soggiogare o dominare da ciò che un’epoca giudica o valorizza come buona o bella.

Il riflusso opera negli spiriti più forti e superiori, come un terremoto, perché l’anima improvvisamente è scossa, perché vuole fuggire dal suo tempo, vuole superare questo tempo, sono infine coloro che vogliono superare la malattia che esiste in essa. Vivere ora è vivere in maniera stabile, e questo è ciò che appare strano, ciò che ha perso la nostra fiducia. Per Nietzsche un nuovo modo di pensare implica l’abbandono dell’abituale, della stabilità, per vivere nell’inconsueto, esteriormente, nell’ostile; il distacco come componente della vita che consente la liberazione come una rottura dai legami della propria vita, dai pregiudizi che portiamo, dall’infermità del corpo. La necessità del minimo nel mezzo dell’opulenza della polis moderna, diventa fondamentale.

È l’abbandono, il distacco, è la possibilità di Nietzsche per superare la malattia, per superare ciò che è in lui del suo tempo, ogni volta che si deve finire in una procedura di saggezza molto specifica: il minimo della vita nel senso cinico dell’espressione. Vale a dire, vivere nel minimo, come quella capacità di vivere con ciò che è strettamente necessario, con ciò che è necessario solo per vivere felici. La saggezza sarebbe quella vita che cerca la felicità nell’opulenza minima, nel dominio di sé, nella dominazione delle passioni, nell’atarassia, nell’autarchia, nell’ascetismo, come modi e modelli di vita.

Come superare la propria infermità? Come volgersi contro se stesso?

Proprio in questo non autentico che può essere in essa, in questo in-necessario Così, l’infermità si inverte, si muove, si trasforma di senso nell’atto nietzscheano. L’infermità non è più intesa come ciò che deve essere rimosso o espulso, ma si trasforma nella condizione della scrittura, opera come ciò che permette di scrivere, è una sollecitazione, una condizione di scrittura, di pensiero. Per essere un filosofo, bisogna essere in grado di superare se stessi, o auto-superarsi, ma supponendo che si sia stati capaci e forti per diagnosticare prima se stessi. Quindi, una volta riconosciuta la malattia e compiuto un esercizio di distacco, abbiamo l’esperimento, l’esperimento che costituisce lo stesso stile.

Abbiamo quindi in Nietzsche l’esperimento o quello che potremmo chiamare la “filosofia sperimentale” di Nietzsche, nella misura in cui la tensione dell’infermità consente la riflessione. Tutto il pensiero di Nietzsche è causato da questa necessità dell’infermità. Sebbene la storia della filosofia sia precisamente la storia dei filosofi infermi, essi non hanno mai superato la loro condizione, sono pensatori infermi e decadenti (Socrate, Platone, Kant).

Non creano sotto la pressione dell’infermità, ma piuttosto sono l’infermità stessa. Al contrario, scrivere sotto la tensione dell’infermità significa riconoscerla come sfondo del pensiero, ma allo stesso tempo con l’intenzione di superare ciò. Perciò, il filosofo in Nietzsche, si è rivoltato contro il decadente che era in esso ed è stato vinto, nel profondo di una rigida autodisciplina, un rigido esercizio di distacco. Per questo motivo, il pensiero di Nietzsche si trasforma in un esercizio sperimentale con la propria vita, in una configurazione stilistica di se stesso. L’infermità è lo strumento e il laboratorio del pensiero, perché la posta in gioco è la relazione tra la salute e la filosofia e quindi tra l’infermità e la filosofia. L’infermità diventa una necessità nella misura in cui ci si connette al dolore. L’infermità diventa il vero tafano che ci ricorda il dolore e la necessità di lasciarsi alle spalle tutto ciò che viene presentato come rimedio, narcotico, intorpidimento. Il sintomo è l’infermità, perché la malattia non è l’espressione di un interiore infermo, di un ristretto intimo di infermità, ma è proprio la manifestazione del corpo in lotta, o l’io come risultato della lotta permanente. Siamo quindi a un punto centrale: la retorica del corpo in Nietzsche è comprendere e comprendersi dal proprio corpo come un centro di riflessione.

Il corpo infermo che, nella sua lotta, si inventa, sperimenta se stesso. È la creazione retorica di se stessa che, come Diogene, affronta le urgenze della vita e la risoluzione, che pratica la filosofia, la esercita. Nell’abbandono, in esilio, nell’allontanamento, che Nietzsche propone, riecheggia la fuga e l’esilio di Sinope ad Atene, dalla ricchezza come banchiere o figlio di un banchiere nella vita in una botte.

ROVESCIARE IDOLI

Rovesciare idoli (parola che uso per dire «ideali») – questo sì è affar mio. La realtà è stata destituita del suo valore, del suo senso, della sua veracità, nella misura in cui si è dovuto fingere un mondo ideale…Il «mondo vero» e il «mondo apparente» – in altre parole: il mondo finto e la realtà… (EH,Prologo 2).

Con queste parole Nietzsche presenta, nella sua autobiografia filosofica, la propria attività. L’obiettivo che egli circoscrive come tema più rilevante e decisivo consiste in una messa in questione della contrapposizione puramente fittizia, ideale, tra un mondo «vero» e un mondo «apparente», la quale porta con sé la svalutazione del piano del reale di cui si è detto sopra. «Rovesciare idoli» viene dunque a essere l’elemento propulsore di quel «contro-movimento» rispetto al nichilismo europeo che prende il nome di trasvalutazione dei valori (NF 1887-’88, 11[411]) e che Nietzsche prospetta quale traguardo dell’umanità a venire.

Quest’ultima, proprio in virtù di un nuovo atteggiamento critico nei confronti del sapere, sarà in grado di vagliare i contenuti tramandati e mai messi in discussione, per poi rivelarne la vacuità e fragilità sul piano teoretico. In questo consiste in effetti l’obiettivo del Crepuscolo degli idoli, che, come spiega Nietzsche, offre uno strumento di guarigione rispetto alla malattia che affligge la sua contemporaneità – la décadence. Tale strumento consiste in una metodologia d’indagine che è, per l’appunto, una metodologia critica: «Porre una buona volta domande con il martello e, forse, udire come risposta quel noto suono cavo, che parla dalle viscere gonfiate» (GD, Prefazione).

Non si tratta di un agire distruttivo, come spesso ancora si legge; il percorso che Nietzsche delinea è piuttosto un paziente ma inesorabile lavoro di auscultazione, nel corso del quale gli «idoli eterni» vengono «toccati con il martello come con un diapason» (ibid.), Volontà del nulla e volontà di verità risuonando con fragore proprio perché al loro interno non vi è alcunché di consistente.

Questi idoli – Nietzsche lo rivela nella sezione di Ecce Homo dedicata al Crepuscolo – sono proprio le antiche verità, i principi sui quali l’umanità ha fino a oggi edificato il proprio sapere e il proprio agire, e delle quali secondo Nietzsche occorre sbarazzarsi, per poter dare avvio a una nuova stagione di pensiero.
Il Crepuscolo degli idoli sorge pertanto dall’incorporazione delle istanze critiche nei confronti della volontà di verità che Nietzsche espone al termine della sua Genealogia. Esso, inoltre, si pone in continuità con quest’ultima opera nel momento in cui viene a essere il momento preparatorio della progettata Trasvalutazione dei valori.

Nel Crepuscolo Nietzsche svolge una vera e propria diagnosi delle condizioni fisiologico-antropologiche dell’europeo cristiano, figlio della tradizione di pensiero che vede nella razionalità socratica il suo momento iniziale. Socrate, assieme a Platone, è per Nietzsche il primo décadent; in lui, cioè, si manifestano i sintomi di una malattia degenerativa destinata ad affliggere il mondo occidentale (GD, Socrate e EH, Nascita della tragedia 3). La principale conseguenza di questa malattia è di fatto quell’atteggiamento ostile alla vita che in altri luoghi Nietzsche descrive nei termini di una volontà del nulla. Come si legge in particolare nel già citato paragrafo 5 della sezione Morale come contro-natura, infatti, secondo Nietzsche «la morale, come è stata concepita finora […] è l’istinto della décadence stesso», ma soprattutto è «il sintomo di una certa specie di vita; […] della vita declinante, indebolita, esausta, condannata». L’atteggiamento di condanna della vita che appartiene a questa morale, il suo rivolgersi «contro gli istinti della vita» e l’«attaccare le passioni alla radice», è quindi il prodotto di una determinata fisiologia, che Nietzsche ritiene essersi realizzata per la prima volta all’epoca dei Greci. È proprio in quel mondo, recuperando una sua riflessione giovanile – se si vuole, anche in chiave di strategia editoriale –, che Nietzsche individua il motivo antitetico al tipo umano declinante e negatore della vita, quel principio del dionisiaco che nella Nascita della tragedia era stato messo a tema parallelamente all’elemento apollineo e che nel Crepuscolo torna a giocare un ruolo di particolare rilievo in quanto promotore di un realismo filosofico che deve essere recuperato.

Secondo quanto Nietzsche scrive nel capitolo conclusivo del Crepuscolo degli idoli, il dionisiaco incarna per lui il vero e proprio motivo antitetico alla volontà del nulla. In esso si esprime «il fatto fondamentale dell’istinto ellenico – la sua “volontà di vita”» che già Platone, anticipando in questo il Cristianesimo, aveva rinnegato (GD, Antichi 2 e 4).

Contrariamente a questa tendenza nichilista, la psicologia dello stato dionisiaco consiste in una completa affermazione della vita, in un «dire di sì» alla vita nei suoi aspetti più terribili, e quindi in un «coraggio di fronte alla realtà» che Nietzsche attribuisce ad esempio a Tucidide (GD, Antichi 2). Lo storico greco è in effetti qui direttamente contrapposto a Platone proprio in ragione del suo realismo. Egli, a detta di Nietzsche, era in grado di «vedere la ragione nella realtà»; in lui trova espressione «la cultura dei realisti: quell’inestimabile movimento in mezzo all’impostura morale e ideale delle scuole socratiche dilaganti ovunque» (ibid.). In contrasto con la tendenza declinante degli istinti greci, Tucidide risulta essere l’«ultima rivelazione di quella forte, severa, dura fattualità, che stava nell’istinto degli antichi Elleni» (ibid.). Egli si distingue in particolare da Platone, il quale è per Nietzsche «un codardo di fronte alla realtà» che «fugge nell’ideale; Tucidide ha se stesso in proprio potere, di conseguenza tiene anche le cose in proprio potere» (ibid.).

La spiritualità forte che Nietzsche individua in Tucidide è l’elemento fisiologico che ha permesso a quest’ultimo di contrastare la malattia della décadence e di mantenersi in uno stato di salute. Tale condizione era propria dei greci nell’epoca della massima espressione del «sentimento tragico», una sensibilità oramai persa proprio per la difficoltà di reggere il peso di terrore e compassione e di essere «noi stessi l’eterno piacere del divenire » (GD, Antichi 5).

L’invito di Nietzsche a recuperare un atteggiamento dionisiaco di fronte all’esistenza consiste pertanto in questa avversione per i motivi pessimisti che si possono ritrovare già in Aristotele, il quale parla di una catarsi delle passioni, del cui peso l’uomo dovrebbe volersi alleggerire (ibid.). Tutto questo è, ancora una volta, solo espressione di un’incapacità prima di tutto fisiologica di gestire tale carico, la cui espressione più sublimata viene a essere, in epoca moderna, la schopenhaueriana volontà del nulla. Al contrario, secondo Nietzsche «l’artista tragico non è un pessimista, – egli dice precisamente sì perfino a tutto ciò che è problematico e terribile, egli è dionisiaco…» (GD, “Ragione” 6).

Il tema del realismo in senso anti-nichilistico, un realismo inteso come sguardo coraggioso rivolto al carattere terribile dell’esistenza, è presente nel Crepuscolo anche in relazione a un’altra personalità che per Nietzsche è esemplare: Johann W. Goethe. Questi è «l’ultimo Tedesco del quale [Nietzsche] abbia un profondo rispetto» (GD, Scorribande 51), in ragione di un’affinità spirituale che renderebbe Goethe «non un evento tedesco, ma europeo» (GD, Scorribande 49)14. Agli occhi di Nietzsche, Goethe si è saputo elevare al di sopra della propria contemporaneità e ha offerto uno sguardo diverso da quello che la tradizione imponeva. In altre parole, «Goethe era, in mezzo a un’epoca disposta verso l’irreale, un realista convinto: disse di sì a tutto quanto gli era in questo affine» (ibid.).

In lui, pertanto, Nietzsche ritrova quell’atteggiamento nei confronti del reale e del naturale che è proprio delle nature forti e che si pone agli antipodi del nichilismo pessimista schopenhaueriano. Goethe incarna la speranza che la cultura tedesca possa produrre un tipo umano differente, che l’umanità declinante non sia destinata a proseguire nel suo percorso degenerativo, ma che sia in grado di risollevare lo sguardo ed elevarsi a una nuova cultura affermativa. Come scrive ancora Nietzsche, «Goethe concepì un uomo forte, di elevata cultura», in grado di contrastare le forze disgreganti della décadence («che tiene a freno se stesso e ha rispetto di sé» e «sa usare a proprio vantaggio ciò di cui una natura media perirebbe») e di guardare al mondo entro cui è inserito «con un fatalismo gioioso e fiducioso» (ibid.). Questo tipo umano, che Nietzsche chiama uno «spirito divenuto libero », è promotore di un atteggiamento positivo rispetto alla vita, di una sua affermazione che nasce dalla «fede che solo ciò che è singolo sia riprovevole, che nell’intero tutto si redima e si affermi – egli non nega più… Ma questa fede è la più elevata di tutte le fedi possibili: io l’ho battezzata con il nome di Dioniso. – » (ibid.).

Come si può notare, il discorso di Nietzsche è estremamente coerente nel ribadire la medesima costellazione tematica nel momento in cui si trovi ad affrontare la questione del rapporto dell’uomo nei confronti dell’esistenza. La sua diagnosi del nichilismo europeo e della volontà del nulla che sta alla base della degenerazione antropologica prodotta da duemila anni di cultura metafisica, lo porta a concepire come unico strumento di guarigione un atteggiamento in cui non vi sia traccia di negazione alcuna. Nietzsche, evidentemente, ragiona per contrapposizione: avendo individuato il principio che ha prodotto il male che si vuole debellare, egli immagina che il principio opposto possa produrre un tipo umano differente e “sano”.

Pertanto, al nichilismo derivante dal rifiuto della realtà naturale, dal rifiuto della vita, Nietzsche contrappone un incondizionato dire di sì a quest’ultima e un puro realismo che di essa affronti apertamente la complessità e ricchezza. Nel Crepuscolo degli idoli questo atteggiamento viene esemplificato dalla figura di Dioniso, ma essa è strettamente quanto espressamente legata anche a Zarathustra, che in Ecce Homo viene descritto come «colui che ha la visione più dura, più tremenda della realtà […]. Ma ancora una volta, questo è il concetto di Dioniso» (EH, Zarathustra 6). I tratti del profeta persiano ci riportano però al punto di partenza di questa riflessione, ovvero al paragrafo conclusivo della seconda dissertazione della Genealogia della morale, in cui Nietzsche preconizzava l’avvento di un «uomo dell’avvenire» in grado di redimere l’umanità dalla volontà del nulla prodotta dagli ideali ascetici (GM II 24). Come si è detto, a quell’«uomo redentore» Nietzsche attribuisce tratti marcatamente zarathustriani – senza però chiamare in causa la figura del profeta –, tra i quali risalta la sua capacità di «sprofondare […] nella realtà» (ibid.).

Tutto questo dimostra quindi quanto il tema del realismo venga adottato da Nietzsche in chiave anti-nichilistica, e costituisca per lui un vero e proprio farmaco per contrastare il male della propria epoca. Immergersi nella realtà senza cercare rifugio in un mondo ideale significa infatti dover poi reggere il peso di tutto ciò che essa contiene; ma se si sarà in grado di sopportare tale fatica e di riemergere da quella palude, allora vorrà dire che si possiede una forza spirituale in grado di debellare la malattia e di superare una convalescenza che, per quanto lunga, lascerà spazio a una rinnovata «grande salute».

LE PERSONIFICAZIONI DELLA DIALETTICA

Nella storia della dialettica, Stirner occupa un posto a parte, l’ultimo, il luogo estremo. Stirner era quel audace dialettico che cercava di conciliare la dialettica con l’arte dei sofisti. Sapeva come trovare la strada per la domanda: chi? Sapeva come trasformarlo in una questione essenziale contemporaneamente contro Hegel, Bauer e Feuerbach.

«La domanda: che cos’è l’uomo? Si converte in: chi è l’uomo? Sei Tu quello che deve rispondere. Cos’è? Puntava verso il concetto da realizzare; a partire da chi è, la domanda scompare, poiché la risposta è personalmente presente nell’interrogante ».

In altre parole, è sufficiente porre la domanda: chi? Condurre la dialettica alla sua vera apertura: saltus mortalis.

Feuerbach ha annunciato l’Uomo al posto di Dio. Ma io non sono più l’uomo o l’essere generico, non sono più l’essenza dell’uomo che non era Dio e l’essenza di Dio. Il mutamento dell’Uomo e di Dio è completo; ma il lavoro del negativo, una volta innescato, è lì per dirci: Tuttavia non sei ancora Tu.

“Io non sono né Dio né Uomo, non sono né l’essenza suprema né la mia essenza, e fondamentalmente è la stessa cosa che concepisce l’essenza in me o fuori di me”. “Poiché l’uomo rappresenta solo un altro essere supremo, l’essere supremo, in breve, ha subito solo una semplice metamorfosi, e la paura dell’Uomo è solo un aspetto diverso del timore di Dio.”

Nietzsche dirà: l’uomo più abominevole, avendo ucciso Dio perché non sopportava la sua pietà, rimane il bersaglio della misericordia degli Uomini.
Il movente speculativo della dialettica è la contraddizione e la sua soluzione. Ma la sua causa pratica è l’alienazione e la soppressione dell’alienazione, dell’alienazione e della riappropriazione. La dialettica rivela qui la sua vera natura: l’arte sommaria tra tutti, l’arte di discutere della proprietà e del trasformare proprietari, l’arte del risentimento. Ancora una volta Stirner ha raggiunto la verità della dialettica nel titolo del suo libro: L’Unico e la sua Proprietà. Considera, che la libertà hegeliana appare come un concetto astratto; “non ho nulla contro la libertà, ma ti auguro qualcosa di più della libertà.”

Tu, non solo dovresti liberarti di ciò che non vuoi, dovresti anche avere ciò che vuoi, non dovresti essere solo un uomo libero, dovresti anche essere un proprietario. ” Ma chi si appropria o si riappropria? Qual è l’istanza di riappropriazione? Lo spirito oggettivo di Hegel, la conoscenza assoluta, non è ancora un’alienazione, una forma spirituale e raffinata di alienazione? L’autocoscienza di Bauer, la critica umana, pura o assoluta?

L’essere generico di Feuerbach, l’uomo come specie, essenza e sensibilità? Non sono nulla di tutto questo. Stirner dimostra senza difficoltà che l’idea, la coscienza o la specie sono altrettante alienazioni della teologia tradizionale. Le relative riappropriazioni rimangono alienazioni assolute. Rivivendo con la teologia, l’antropologia mi rende proprietà dell’Uomo.

Ma la dialettica non si fermerà finché non diventerò il proprietario … libero di lanciarmi nel nulla, se necessario. Nello stesso tempo in cui l’istanza di riappropriarsi diminuisce in altezza, larghezza e profondità, l’atto di riappropriarsi modifica il suo significato, esercitandosi su una base sempre più scarna. In Hegel era una riconciliazione: la dialettica era disposta a riconciliarsi con la religione, con lo Stato, con la Chiesa, con tutte le forze che l’alimentavano.

Sappiamo cosa significano le famose trasformazioni hegeliane: non dimenticano di essere devoti. La trascendenza rimane come trascendenza nel seno dell’immanente.

Con Feuerbach, il senso di “riappropriarsi” dei cambiamenti: meno riconciliazione rispetto al recupero, recupero umano delle proprietà trascendenti. Nulla è conservato, tranne l’umano “come un essere assoluto e divino”. Ma questa conservazione, quest’ultima alienazione, scompare con Stirner: lo Stato e la religione, ma anche l’essenza umana, rifiutano l’IO, che non è riconciliato con nulla perché annienta tutto, con il suo “potere”, con il possedere “commercio”, con il proprio “piacere”.

Superare l’alienazione significa quindi, puro e semplice annientamento, recupero che non lascia nulla di ciò che recupera: “l’io non è tutto, ma distrugge tutto”.
L ‘”io” che annienta tutto è anche l’ “io” che non è nulla: “Solo l’io che si decompone, è l’io che non è realmente io”. “Sono il proprietario del mio potere, e lo sono quando sono unico. Nell’unico, il possessore ritorna al creatore del niente di quello che è sorto. Qualsiasi essere superiore a me, che sia Dio o Uomo, si indebolisce davanti al sentimento della mia unità e impallidisce davanti al sole di questa coscienza.”

Se baso la mia causa in me, l’unico, riposa sul creatore effimero e deperibile che divora se stesso, e posso dire: ho basato la mia causa sul Nulla ». Il libro di Stirner aveva un triplice interesse: una profonda analisi dell’inadeguatezza delle riappropriazioni nei suoi predecessori; la scoperta della relazione essenziale tra la dialettica e una teoria dell’io, essendo solo il sé come istanza riappropriante; una visione profonda di quella che fu la conclusione della dialettica, con l’io, nell’io. La storia in generale e l’hegelismo in particolare hanno trovato la loro via d’uscita, ma anche la loro più grande dissoluzione, in un nichilismo trionfante. La dialettica ama e controlla la storia, ma ha una storia per cui soffre, che non controlla.

Il senso della storia e della dialettica raccolta, non è la realizzazione della ragione, della libertà o dell’uomo come specie, ma del nichilismo, nient’altro che il nichilismo. Stirner è il dialettico che rivela il nichilismo come la verità della dialettica. Basta che faccia la domanda: chi? L’Io unico restituisce a nulla tutto ciò che non è, e questo nulla è precisamente il proprio nulla, il nulla dell’io.
Stirner è troppo dialettico per pensare in termini che non sono proprietà, alienazione e riappropriazione. Ma anche troppo esigente nel non vedere dove porta questo pensiero: all’io che non è nulla, al nichilismo. Quindi il problema di Marx, nell’Ideologia tedesca, trova uno dei suoi significati più importanti: per Marx si tratta di fermare questo scivolone fatale.

Accetta la scoperta di Stirner, la dialettica come teoria dell’io. Ad un certo punto, dà la ragione a Stirner: la specie umana di Feuerbach rimane un’alienazione. Ma l’io di Stirner, a sua volta, è un’astrazione, una proiezione di egoismo borghese. Marx elabora la sua famosa dottrina del sé condizionato: la specie e l’individuo, l’essere generico e il particolare, il sociale e l’egoismo, sono riconciliati nell’io condizionato secondo le relazioni storiche e sociali. È abbastanza? Qual è la specie e chi è un individuo? La dialettica ha trovato un punto di equilibrio e di arrivo, o solo un ultimo avatar, l’avatar socialista prima della conclusione nichilista?

È davvero difficile fermare la dialettica e la storia sul pendio comune con cui si trascinano l’uno sull’altro: Marx fa qualcosa se non un’ultima tappa prima della fine, la tappa proletaria?

Merleau-Ponty ha scritto un bellissimo libro “Le avventure della dialettica”. Tra le altre cose, denuncia l’avventura oggettivista, che si appoggia “all’illusione di una negazione fatta nella storia e al suo soggetto” o che “concentra tutta la negatività in una formazione storica esistente: la classe proletaria”. Questa illusione implica necessariamente la formazione di un corpo qualificato: “i funzionari del negativo”. Ma se vogliamo mantenere la dialettica sul terreno della soggettività e dell’intersoggettività movibile, è molto dubbio che sfuggirà al nichilismo organizzato. Ci sono figure di coscienza che sono già funzionari del negativo.
La dialettica ha meno avventure che rappresentazioni; naturalista o ontologica, oggettiva o soggettiva, direbbe Nietzsche, nichilista per principio; e l’immagine che offre di positività è sempre un’immagine negativa o invertita.

UN’INTERPRETAZIONE DELLA MORALE GIUDAICO-CRISTIANA:IL RISENTIMENTO

“Buono e malvagio, buono e cattivo” – questo il titolo della prima dissertazione della Genealogia della morale. Come risulta evidente, obbiettivo di Nietzsche è ricercare genealogicamente la genesi di questi concetti e soprattutto la differenza che intercorre tra la determinazione di soggetti buoni o cattivi e la successiva e moralizzata differenza tra bene e male come concetti assoluti.

Dopo aver polemizzato, come abbiamo visto nel primo capitolo, con i moralisti inglesi che ricercano l’origine dei valori morali nella sfera dell’utilità e pongono azioni altruistiche come buone in sé che diventano valori stabili grazie a meccanismi psicologici quali l’abitudine e l’oblio, Nietzsche ricerca quale sia il vero terreno di origine dei valori: buono e malvagio, buono e cattivo. Ciò che muove il suo interesse è la ricerca delle cause per cui questi concetti si sono determinati e le ragioni per le quali nei secoli il loro significato sia mutato fino a diventare l’opposto. Nietzsche pensa che sia importante capire Chi pone questi valori, da Dove ne provenga l’imposizione. Ritrova, al contrario di ciò che si è fatto nelle interpretazioni morali precedenti a lui (inglesi soprattutto), questi valori antitetici come originariamente affermativi, prodotti da una considerazione di se stessi da parte di soggetti forti potenti e vigorosi: i signori. Questi, come corrispettivo della loro forza affermativa, si definiscono buoni e impongono valori, come forse precedentemente hanno imposto un certo linguaggio.

“Sono stati gli stessi «buoni», vale a dire i nobili, i potenti, gli uomini di condizione superiore e di elevato sentire ad aver avvertito e determinato se stessi come buoni, cioè di prim’ordine, e in contrasto con tutto quanto è ignobile e d’ignobile sentire, volgare e plebeo. Prendendo le mosse da questo pathos della distanza si sono per primi arrogati il diritto di forgiare valori, di coniare le designazioni dei valori: che cosa importava loro l’utilità”.

E ancora “il pathos della nobiltà e della distanza, come ho già detto, il perdurante e dominante sentimento fondamentale e totale di una superiore schiatta egemonica in rapporto a una schiatta inferiore, a un «sotto»- è questa l’origine dell’opposizione tra «buono» e «cattivo»”. Secondo Nietzsche, successivamente, con il declinare della forza aristocratica di porre (e soprattutto mantenere) valori e l’avvento dell’ebraismo prima e del cristianesimo dopo, questi valori hanno subito uno spostamento semantico: il non egoistico è stato opposto all’egoistico ed è stato pian piano integrato e identificato con il concetto di «buono», arrivando infine a confondersi con il proprio opposto. Un’accurata ricerca filologica ha permesso a Nietzsche di rintracciare l’origine etimologica dei due concetti, buono e cattivo, in varie lingue anche molto distanti tra loro. Le designazioni del concetto di «buono» nelle diverse lingue hanno avuto una genesi simile:

“Trovai allora che esse (designazioni di buono) si riconducono tutte a una identica metamorfosi concettuale -che ovunque «nobile», «aristocratico», nel senso di ceto sociale, costituiscono il concetto fondamentale da cui ha tratto necessariamente origine e sviluppo l’idea di «buono» nel senso di «spiritualmente nobile», e «aristocratico», nel senso di «spiritualmente bennato», «spiritualmente privilegiato»: uno sviluppo che corre sempre parallelo a quell’altro, il quale finisce per far trapassare il concetto di «volgare», «plebeo», «ignobile» in quello di «cattivo»”.

L’esempio più importante di trasformazione a livello semantico: “è dato dalla stessa parola tedesca «schlecht» [cattivo] che è identica a «schlicht» [semplice]- si confronti «schlechtweg» [semplicemente], «schlechterdings» [assolutamente]- e designava originariamente l’uomo semplice, comune, ancora senza uno sguardo obliquo, gravido di sospetto, unicamente in antitesi all’uomo nobile. Pressappoco intorno all’epoca della Guerra dei trent’anni, abbastanza tardi, dunque, questo significato si modifica in quello oggi corrente.- Questo mi parve, in ordine alla genealogia della morale, una cognizione sostanziale; se essa è stata raggiunta soltanto tardivamente lo si deve all’influenza rallentatrice che ha esercitato il pregiudizio democratico, all’interno del mondo moderno, relativamente a tutti i problemi delle origini”. Ciò che si evince da questo importante esempio è come sia un “potere” o, per meglio dire, una forza che, dominando su altre, riesce a imporsi in ogni ambito partendo da quello del linguaggio, considerato anch’esso da sempre in maniera idealistica come già dato e designante direttamente il significato della cosa che rappresenta con il proprio suono.

I valori di buono e cattivo sono imposizioni che si trasformano e cambiano significato in base a chi in un determinato momento storico li domina e indirizza. Vediamo velocemente altri esempi in cui la trasformazione semantica dei concetti di buono e cattivo deriva non direttamente dal loro significato, ma dai caratteri che li costituiscono: l’aristocrazia greca descritta da Teognide definiva i suoi componenti come “i veridici”: “la parola coniata in tal senso, “έστλος”, significa, secondo la radice, qualcuno che è, che ha realtà, che è reale, che è vero; in seguito, con una trasposizione soggettiva, il vero in quanto veridico: in questa fase della metamorfosi concettuale essa diventa l’espressione caratteristica e il termine di riferimento dell’aristocrazia e travalica in tutto e per tutto nel significato di «aristocratico», per distinguerlo dall’uomo volgare, mentitore, come lo chiama e lo descrive Teognide…” .

In altri termini greci come «κακóς» e «δειλóς» che designano «il plebeo» contrapposto all’«αγαϑóς» “è sottolineata la codardia”. Infine, “credo mi sia consentito interpretare il latino bonus «il guerriero»: posto che a buon diritto riconduco bonus a un più antico duonus (confronta bellum=duellum=duen-lum, in cui mi sembra conservato quel duonus). Bonus quindi come uomo della disputa, della disunione (duo), come guerriero: si vede quello che nell’antica Roma costituiva in un uomo la sua «bontà»”.

Nietzsche considera una regola il fatto che lo spostamento semantico avvenga da una principio politico ad uno spirituale e non trova un’eccezione nel fatto che sia la casta sacerdotale che successivamente assurge al potere e di conseguenza connoti il significato dei concetti di valori in senso sacerdotale: “ed ecco che si fa avanti per la prima volta il termine di «puro» e «impuro», come segno distintivo delle classi: e anche in questo caso vengono a svilupparsi più tardi termini come «buono» e «cattivo» in un significato non più attinente al ceto”.

Toccando il problema del potere sacerdotale arriviamo al vero centro della prima dissertazione: il sacerdote è il fautore, secondo Nietzsche, del rovesciamento di significato subito dai valori un tempo eticamente intesi di «buono» e «cattivo» che assumono un significato prettamente moralizzato. Il potere sacerdotale ha la necessità di rovesciare i valori stabiliti dalla società cavalleresco-aristocratica poiché non ha altre possibilità di conservarsi. Storicamente la prima aristocrazia sacerdotale che è riuscita ad assumere su di sé il potere, capovolgendo le tavole dei valori stabiliti affermativamente dai “signori”, è stata quella ebraica, “Gli ebrei, quel popolo sacerdotale che ha saputo infine prendersi soddisfazione dei propri nemici e dominatori unicamente attraverso una radicale trasvalutazione dei loro valori, dunque attraverso un atto improntato alla più spirituale vendetta”. In questa impotenza, in questo “unico” modo che avevano gli ebrei per conquistare il potere si coglie la potenza del ressentiment, l’unica possibilità che avevano gli Ebrei di ribaltare la situazione storica a proprio favore era rappresentata dal ribaltamento delle tavole di valori imposti dall’aristocrazia guerriera:

“Sono stati gli ebrei ad aver osato con una terrificante consequenzialità, stringendolo ben saldo con i denti dell’odio più abissale (l’odio dell’impotenza), il rovesciamento dell’aristocratica equazione di valore (buono=nobile=potente=bello=felice=caro agli dei), ovverosia «i miserabili soltanto sono i buoni; solo i poveri, gli impotenti, gli umili sono i buoni, i sofferenti, gli indigenti, gli infermi, i deformi sono anche gli unici devoti, gli unici
uomini pii, per i quali soli esiste una beatitudine- mentre invece voi, voi nobili e potenti, siete per l’eternità i malvagi, i crudeli, i lascivi, gl’ insaziati, gli empi e sarete anche eternamente gli sciagurati, i maledetti e i dannati!»…” .

Siamo così giunti al punto focale del paragrafo: il concetto di risentimento, introdotto da Nietzsche in queste pagine della Genealogia della morale come carattere principale di quel movimento da lui inteso come trasvalutante i valori. Movimento che, partendo dall’impotenza (dovuta alla mancanza di forza necessaria all’azione), utilizza gli unici mezzi attraverso i quali può conquistare “potenza” per liberarsi dal giogo al quale dovrebbe naturalmente sottostare. Per comprendere il più precisamente possibile il concetto e il significato di ciò che Nietzsche designa come ressentiment, è necessario appoggiarsi alla geniale interpretazione che ne dà Gilles Deleuze traducendolo in un linguaggio “energetico”. Deleuze intende il risentimento come l’impossibilità di una reazione che non riuscendo ad essere agita diventa qualcosa di sentito. È necessario prima di procedere, comprendere l’utilizzo del concetto di forza e la distinzione tra Azione e Reazione.

Deleuze introduce il discorso sulle forze descrivendo ciò che rappresentano per Nietzsche i concetti di coscienza e di corpo. La coscienza è da intendere per Nietzsche, come per Freud: “una regione dell’io sulla quale si esercita l’influenza del mondo esterno. Essa peraltro, più che in rapporto all’esteriorità, ossia in termini di realtà, viene definita in rapporto alla superiorità, ossia in termini di valori”. Questa nuova concezione della coscienza pone anche in un nuovo rapporto il conscio e l’inconscio. Per Nietzsche la coscienza è sempre coscienza di un inferiore rispetto ad un superiore che non è cosciente; la coscienza si pone in un rapporto di sottomissione verso un inconscio che l’asserve e di cui la stessa coscienza è funzione. Nietzsche pensa che la coscienza emerga solo nei casi in cui deve riconoscere un corpo superiore rispetto a sé. Il corpo è dunque il prodotto di un costante rapporto di forze di cui la coscienza è parte, anzi, la parte “inferiore”. Un qualsiasi corpo si forma nel momento, prodotto dal caso, di un incontro tra forze che si ordinano e subordinano. Il caso è il rapporto stesso tra le forze ed “essenza” della forza.

“Essendo composto da una pluralità di forze irriducibili il corpo è un fenomeno molteplice la cui unità si determina in base a “un dominio”; in esso le forze superiori o dominanti si definiscono come attive, mentre quelle inferiori o dominate come reattive. Attivo e reattivo sono qualità originarie che esprimono il rapporto tra forza e forza; le forze che entrano in rapporto tra loro non possiedono infatti una quantità a prescindere da una qualità, ma a una differenza di quantità corrisponde sempre anche una qualità”.

Dunque, si deve ad una differenza di quantità la differenza di qualità tra le forze. “La qualità non è dunque di per se stessa separabile dalla differenza di quantità”; ed è proprio questa differenza di quantità che costituisce la qualità della forza, in un continuo rapporto tra forze. È necessario introdurre un ultimo elemento, per concludere il discorso strettamente indirizzato alla descrizione delle forze: la volontà di potenza. Questo nuovo concetto di volontà (che affronteremo direttamente nel quarto capitolo) è il vero elemento che pone la differenza tra le forze: “il vittorioso concetto di «forza», con cui i nostri fisici hanno creato il Dio e il mondo, abbisogna ancora di un completamento: gli si deve assegnare un mondo interno, che io chiamo «volontà di potenza»”. È la volontà di potenza, dunque, l’elemento differenziale della forza che conferisce una certa qualità e che permette alle forze di comandare o obbedire: “la volontà di potenza è l’elemento dal quale derivano sia la differenza di quantità di forze che stanno in rapporto tra loro, sia la qualità che, in questo rapporto, è proprio a ciascuna forza”. La volontà di potenza permette che si produca una differenza nel rapporto tra le forze:

“Essa è il principio della sintesi delle forze, la quale, essendo in relazione con il tempo, fa sì che queste ripercorrano le medesime differenze e che le differenze si riproducano. La sintesi delle forze, della loro differenza e del loro riprodursi è l’eterno ritorno, di cui la volontà di potenza costituisce il principio”.

Non ci si può spingere oltre in questo discorso che rischia di allontanare dal punto focale del paragrafo: il risentimento come non-reazione. Descritte le forze attive e reattive, il loro principio costituente e il prodursi della differenza nel loro rapportarsi vicendevolmente, si può procedere con lo studio delle forze finalizzato alla comprensione del trionfo (storicamente inteso da Nietzsche) delle forze reattive sotto forma di ressentiment e successivamente di cattiva coscienza. È fondamentale per il nostro discorso sul risentimento comprendere una caratteristica delle forze reattive che, forze inferiori che obbediscono, sono
comunque delle forze e come tali si estrinsecano. L’obbedire è una delle due caratteristiche delle forze di cui l’altra, opposta, è il comandare.

“Le forze inferiori vengono definite reattive; esse non perdono affatto la loro forza, la loro quantità di forza, anzi, la esercitano e ne garantiscono i meccanismi e le finalità, le condizioni di vita e le funzioni, i fini di conservazione, di adattamento e di utilità”.

La critica di Nietzsche contro il pensiero moderno e contro ogni forma di meccanicismo e finalismo che contrassegnavano tra le altre istituzioni del pensiero anche la scienza del suo tempo, si basa sul fatto che esse considerano le forze solo in maniera reattiva, appunto in termini di adattamento, conservazione utilità. È ovviamente molto più difficile caratterizzare le forze attive che sono plastiche e non appartengono alla coscienza. Tutte le funzioni “coscienti” quali, la memoria, la nutrizione, la conservazione e l’abitudine, sono essenzialmente reattive ed è naturalmente da queste che parte la coscienza per farsi un’idea del mondo. L’attività pura è difficile da cogliere. Per Nietzsche è una forza plastica, creatrice ed affermatrice; è possibile forse intuirla come ciò che conferisce al corpo la vera forza che gli permette di trasformarsi e ricrearsi al di là della mera sopravvivenza. Un buon esempio può essere riferito alla memoria, sempre considerata in maniera reattiva. Nietzsche introduce già in Sull’utilità e il danno della storia per la vita per poi riprenderlo nella Genealogia della morale, il concetto di dimenticanza attiva, meglio noto come oblio. Questa forza sconosciuta e inconoscibile è segno dell’attività pura. Non il ricordare ogni cosa, ma proprio il saper assorbire e “digerire” il superfluo che ormai è passato.

“Il risentimento denota un tipo le cui forze reattive prevalgono su quelle attive nell’unico modo che è loro possibile, cessando cioè di essere agite. Dobbiamo stare attenti a non definire il risentimento come forza di una reazione e non dobbiamo dimenticare il principio per cui l’uomo del risentimento è colui che non re-agisce. Il termine risentimento contiene un’indicazione rigorosa: la reazione cessa di essere agita per diventare qualcosa di sentito”.

È importante non considerare le forze reattive come non-forze: “allo stato normale
o di salute, il compito delle forze reattive consiste sempre nel limitare l’azione scomponendola, ritardandola ed ostacolandola- in funzione di un’altra forza che agisce su di noi; inversamente, le forze attive fanno esplodere la reazione in un dato istante, in un momento favorevole, in una direzione determinata e al fine di un adattamento rapido e preciso, dando origine così ad un’immediata risposta”.

Il tipo attivo-in salute non è un tipo in cui agiscono solo forze attive, ma è un tipo in cui le forze reattive vengono agite. Perché ci sia salute è necessario che ci sia un giusto rapporto tra forze attive e reattive in modo che le prime comandino e le seconde obbediscano lasciandosi agire.

Il problema del tipo-del-risentimento è che in esso il normale rapporto tra le forze viene capovolto, le forze reattive riescono a dominare su quelle attive nell’unico modo possibile: “La reazione cessa di essere agita per diventare qualcosa di sentito, le forze reattive prevalgono su quelle attive sottraendosi alla loro azione”. A questo punto, il problema che si pone Deleuze è capire come possano queste forze reattive, costituzionalmente meno “potenti” delle forze attive, prendere il sopravvento sottraendosi. Data la difficoltà della spiegazione e trattandosi di un discorso che si appoggia su un linguaggio per così dire “energetico” che cerca di descrivere una dinamica delle forze, Deleuze si serve del discorso ugualmente “energetico” di Freud e pone un paragone con la così detta ipotesi topica.

(PROPAGANDA): ”KH-A-OSS-Misantropia Nichilistica” VI

Ricevo e pubblico

KH-A-OSS VI

INDICE:

– Rovina (Schizo)

– Come fabbricare un tubo bomba fatto in casa…(Misantropia Attiva Estrema)

-Terrorismo Criminale/Tecniche Esplosive: “Fanno esplodere un bancomat in via Romeo e lo “ripuliscono”” (Milano)

– “Una grotta di sangue” (sull’assassino seriale Richard Kuklinski )

– (Cile) “Spero che esplodano infinite bombe sulla cittadinanza” (Maldición Eco-extremista)

– “Il PCC Pianificava un Mega Attacco Terrorista Indiscriminato Con Auto-Bomba Sulle Cinque Più Grandi Capitali del Paese” (Maldição Ancestral)

– “Nell’orizzonte dell’infinito” (su Nietzsche)

– “Trasmutando l’oscurità”- Intervista con i Theurgia (Black Metal Daily Webzine)

ETERNITÀ DEL MOVIMENTO DEL MONDO

A partire dalla svolta scientifica compiuta da Boscovich, che sembra avere avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della concezione nietzscheana del mondo, Nietzsche fa propri alcuni nuovi concetti derivanti da teorie scientifiche successive a Boscovich, ma figlie anch’esse di quella rivoluzione che la teoria dinamica ha comportato riguardo al modo di intendere la materia e il suo movimento. Intendiamo fare riferimento in particolare alle teorie di Robert Mayer e Gustav Vogt di cui Nietzsche lesse e conobbe rispettivamente Mechanik der Wärme nella seconda edizione del 1874 e Die Kraft. Eine real-monistische
Weltanschauung del 1878. Sia in Mayer che in Vogt Nietzsche individua l’affermazione di una ciclicità del movimento del mondo coerentemente legata all’idea di una conservazione della forza che non si dissipa, ma, piuttosto, attraverso un processo di trasformazione, si ricicla infinitamente in un movimento che è appunto circolare.

Tale principio di conservazione della forza e la conseguente idea del movimento del mondo come movimento ciclico esprimono, tanto in Nietzsche quanto in una particolare scienza del suo tempo, come quella di Mayer e Vogt, la comune esigenza di scongiurare una morte termica dell’universo e, dunque, il rifiuto del secondo principio della termodinamica.

Non a caso uno dei sostenitori del principio di conservazione della forza è stato proprio Mayer che a partire anche dalle prime teorizzazioni di Helmholtz, in Mechanik der Wärme giunge a definire le forze come oggetti indistruttibili, mutevoli e imponderabili, che agiscono in maniera proteiforme. Mayer parla infatti di un principio di costanza della forza a partire dalla considerazione del processo naturale come processo circolare (Kreisprozess) in cui ciò che ritorna costantemente sarebbe un tutto-forza (All-Kraft) e cioè una forza che è quantitativamente determinata e organizzata in un numero altrettanto determinato e finito di combinazioni. Ciò che però pur nella costanza quantitativa della forza è eterno e, dunque, infinito è il movimento di tale tutto-forza, cioè la sua attività o meglio la sua energia. Mayer parla di questo tutto-forza come di un «quanto di forza energetico » che è indistruttibile e si muove infinitamente dando vita a determinate, anche se innumerevoli, «qualità di forza» [Kraftqualitäten].

Nietzsche, quindi, a differenza che in Boscovich, sembra trovare in Mayer l’affermazione sia della finitezza delle combinazioni delle forze sia, ancora più importante, l’infinitezza del movimento di queste forze, della loro attività. Allo stesso modo anche Vogt, attraverso il suo monismo meccanicistico, sembra farsi sostenitore del principio di conservazione della forza che egli definisce «sostrato del mondo» [Weltsubstrat]; essa, infatti, è ciò che sta sempre alla base di ogni attività e di ogni movimento poiché è l’essenza unica del mondo, la quale si conserva attraverso l’azione meccanica della contrazione e, quindi, attraverso un movimento di tensione in cui non si raggiunge mai un equilibrio definitivo, uno stato finale inteso come causa della morte stessa del mondo e del cessare della sua attività.

In questo senso, l’idea di una conservazione dell’energia, intesa come un tutto-forza indistruttibile e continuamente trasformabile o come un sostrato unico ed infinito del mondo, consentirebbe di collocare sia Mayer che Vogt tra quei fisici che lottano contro la teoria di una morte termica dell’universo e del raggiungimento di uno stato finale. È proprio a quest’ultimo che Nietzsche contrappone l’idea di un mondo che «può essere pensato come una determinata quantità di energia e come un determinato numero di centri di forza». La necessità di affermare un confine del mondo, che consenta una riconversione dell’energia, contro una concezione direzionista e progressista dell’universo, diventa in Nietzsche la necessità di affermare un mondo inteso come una quantità finita e limitata di forza che torna continuamente e ciclicamente in contrapposizione a quello stato finale, che, invece, conseguirebbe inevitabilmente dal teleologismo e dal meccanicismo; «conseguenza tratta – come dice Nietzsche – da William Thomson», cioè da chi, come lui, crede che il mondo prima o poi si esaurirà poiché la sua energia si dissiperà. È proprio contro la realizzazione di una tale conseguenza che Nietzsche, ancora una volta, così come aveva già fatto con la teoria dinamica di Boscovich, riprende il concetto mayeriano di tutto-forza e quello vogtiano di attività, inserendoli, però, all’interno della sua nuova immagine del
mondo che, grazie al suo movimento circolare (Kreislauf), sarebbe eternamente caos.

In quest’ottica, Nietzsche, allo scopo di mettere in evidenza la dimensione plurale e molteplice della forza, che è anche ciò che le consente di conservarsi, usa l’espressione «Gesamtlage aller Kräfte», ossia insieme globale di tutte le forze, per riferirsi a ciò che Mayer aveva chiamato, invece, «All-Kraft»; secondo Nietzsche questo tutto è uno soltanto perché è l’insieme di molteplici centri di forza che si incontrano e si scontrano tra loro dando vita a un numero finito di combinazioni, in cui la forza stessa ritorna continuamente. Infatti, tali combinazioni, grazie alle quali la forza si conserva, non potrebbero mai formarsi se tale forza non fosse plurale e molteplice, ossia se non esistessero molteplici centri di forza, i quali, però, non sono infinitamente diversi.

Proprio a partire dall’affermazione mayeriana di una forza quantitativamente finita, le cui qualità (Kraftqualitäten) sarebbero altrettanto finite, Nietzsche distingue tra l’ammettere che ci sono state e ci saranno infinite situazioni di forze e il dire che ci sono situazioni di forze infinitamente diverse. Nel primo caso, infatti, si affermerebbe soltanto che la forza è sempre in una situazione, cioè in una combinazione con altre forze all’interno della quale si muove ed è attiva. Viene così affermata l’infinitezza del movimento e dell’attività senza cui la forza non potrebbe essere tale. Nel secondo caso, si affermerebbe invece l’infinita diversità delle situazioni all’interno delle quali la forza si troverebbe, cioè l’esistenza di combinazioni infinitamente diverse. Ciò comporterebbe l’infinitezza della forza stessa. Così, mentre dire che esistono infinite situazioni di forza significa semplicemente affermare che ci sono e ci saranno sempre delle combinazioni nelle quali la forza in quanto attività (Tätigkeit) ritorna e, in questo modo, si conserva, dire invece che esistono situazioni infinitamente diverse implica un’infinitezza della forza stessa che tenderebbe a dissiparsi piuttosto che a conservarsi.

Dunque, ciò che si conserva eternamente è la forza come attività. Secondo Nietzsche infatti non si può parlare separatamente di forza e di attività perché quest’ultima è il modo stesso di essere della forza. È proprio in questo senso che egli riprende il concetto vogtiano di attività (Tätigkeit). Vogt aveva già affermato il legame indissolubile e necessario tra forza (Kraftbegriff) e attività (Tätigkeit) descrivendo la forza come ciò che può essere considerata solo in quanto attiva. Tale attività, che Nietzsche invece di Tätigkeit chiama «Tätigsein», proprio per mettere in evidenza che essa non è solo un attributo della forza bensì la
sua essenza, è infinita, cioè non cessa mai di essere perché, se così non fosse, verrebbe meno quel movimento senza il quale la forza stessa non potrebbe avere luogo. Affermare l’identità di forza e attività significa affermare che non esiste la forza senza l’attività, ossia quest’ultima non è semplicemente qualcosa che entra a far parte della forza a un certo momento, ma è il suo modo stesso di essere. Se allora la forza è sempre attività, essa è sempre in movimento, ossia non raggiunge mai uno stato di equilibrio fisso e duraturo. Ciò che permette alla forza di essere sempre attiva è l’infinitezza temporale che la caratterizza.

Però, se da un lato l’identità di forza ed attività affermata da Nietzsche ha la sua base nel monismo vogtiano, secondo il quale il mondo non è altro che una forza sempre attiva che esclude da sé qualsiasi comportamento passivo, dall’altro lato il modo in cui Nietzsche intende tale attività si allontana dalla posizione di Vogt per due motivi ben precisi. In primo luogo Nietzsche, così come abbiamo già avuto modo di vedere rispetto a Mayer, pensa la forza, piuttosto che come un tutto-uno che monisticamente pervade il mondo, nella sua natura inevitabilmente molteplice, ossia come l’insieme di molteplici centri di forza. In secondo luogo Vogt, a differenza di Nietzsche, descrive meccanicisticamente questa attività definendola come una forma di azione meccanica della forza spazialmente infinita.

Nietzsche prende quindi le distanze da Vogt non soltanto perché questo rimane legato ad una posizione meccanicistica – abbiamo prima presentato la teoria di Vogt come monismo meccanicistico – ma anche perché al fine di legittimare la ciclicità del movimento cosmico in contrapposizione all’idea di uno stato finale egli afferma accanto all’infinità del tempo anche quella dello spazio. Infatti, secondo Vogt, il mondo è un’unica grande forza che si muove in uno spazio assolutamente infinito e che, conseguentemente, non giungerà mai ad una fine. Nietzsche invece ritiene che la ciclicità del movimento cosmico e la conseguente negazione di una morte termica dell’universo possono verificarsi soltanto in un mondo la cui energia si conserva proprio in quelle molteplici, ma finite combinazioni di forza attraverso le quali essa si manifesta e si sprigiona. Pertanto, secondo Nietzsche, affinché tutto ciò possa accadere lo spazio non può essere infinito, come Vogt aveva sostenuto; affinché la forza possa conservarsi essa deve essere quantitativamente determinata e finita. Ciò che garantisce l’eternità del movimento del mondo è soltanto l’infinitezza temporale grazie alla quale la lotta e la combinazione tra i molteplici centri di forza è sempre possibile. Tali combinazioni, però, secondo Nietzsche, sono assolutamente determinate e finite di numero come determinati e finiti di numero sono gli stessi centri di forza. Ogni altra rappresentazione, come ad esempio quella vogtiana di un’infinitezza anche spaziale della forza e, quindi, delle sue combinazioni, è inutilizzabile.

Se quindi seguiamo l’ottica nietzscheana, il mondo, nel quale non esiste nessuno stato finale da raggiungere né in senso teleologico né in senso meccanicistico, è quello in cui l’energia, piuttosto che dissiparsi, si conserva. Per Nietzsche però tale conservazione non si potrebbe mai realizzare in un mondo che è una forza infinita quantitativamente, ma soltanto in uno la cui forza, al contrario, è finita e torna continuamente sempre la stessa. Ecco che possiamo comprendere in che senso allora Nietzsche afferma che la conservazione dell’energia esige l’eterno ritorno. Infatti, è proprio ritornando sempre la stessa che la forza si conserva e questo può verificarsi soltanto in un tempo infinito e in uno spazio finito.

Il concetto di eterno ritorno sembra allora acquistare una nuova luce, così come abbiamo già visto per il concetto di volontà di potenza. Infatti, sarebbe proprio attraverso l’eterno ritorno che Nietzsche afferma il principio di conservazione della forza contro l’idea della morte termica dell’universo, e, allo stesso tempo, supera il meccanicismo vogtiano in nome di una forza che è sempre attività e all’interno della quale domina la molteplicità. È nel suo essere eternamente attiva, nel suo ritornare continuamente, che questa forza determina un processo
circolare (Kreislauf ), quello stesso che Nietzsche definisce caotico, cioè imprevedibile e improvviso. Così, posto all’interno di un tale contesto, il concetto di eterno ritorno si riscatterebbe dalle accuse di fatalismo e determinismo, come, per esempio, quelle formulate da Dühring; esso acquisterebbe significato soltanto all’interno di una visione del mondo come sistema complesso che si organizza caoticamente e cioè attraverso il comporsi e lo scomporsi continuo dei suoi molteplici elementi, attraverso l’ordine e il disordine, l’organizzazione e la deorganizzazione, l’equilibrio e lo squilibrio.

Se la forza stessa è attività che ritorna eternamente, allora non ha senso parlare di uno stato finale e di un equilibrio verso cui l’attività stessa dovrebbe tendere. Dice Nietzsche:

Il fatto che non venga mai raggiunta una situazione di equilibrio ne dimostra l’impossibilità. Ma in uno spazio indeterminato dovrebbe essere raggiunta. E così pure in uno spazio sferico. La forma dello spazio deve essere la causa dell’eternità del movimento e, in ultima analisi, di ogni imperfezione. L’energia, il riposo, il restare uguale a se stesso sono cose in contrasto tra di loro. La misura dell’energia (come grandezza) è fissa, ma la sua essenza è fluida. (FP 35 [54], estate 1885)

Così, il mondo, inteso come una determinata quantità di energia eternamente in movimento, esclude il raggiungimento di un equilibrio definitivo. Il concetto di equilibrio all’interno della concezione nietzscheana del mondo è infatti inteso soltanto come uno stato momentaneo di passaggio da una combinazione di forze ad un’altra. In questo senso anche l’equilibrio rientrerebbe in quel gioco di cooperazione e competizione a cui abbiamo già fatto riferimento. Esso coincide con il momento in cui forze diverse, dopo avere lottato per affermarsi, stabiliscono i loro rapporti di dominio e sottomissione organizzandosi in una combinazione che, però, non è stabile e definitiva bensì si disgregherà in seguito al nascere di una nuova lotta; da questa si svilupperanno a loro volta dei nuovi rapporti e, dunque, un nuovo equilibrio. Ciò che Nietzsche allora rifiuta è il concetto di equilibrio come sinonimo di stasi poiché, così inteso, esso implicherebbe la cessazione del movimento e dunque del divenire stesso del mondo. Secondo Nietzsche l’antitesi quiete/movimento è inesistente poiché si tratta soltanto di «Gradverschiedenheiten», ossia di differenze di grado, ciò che Nietzsche definisce una «diversità nel ritmo dell’accadere».

In questo senso, l’equilibrio o la quiete non sono qualcosa di esterno ed estraneo al movimento delle forze, ma soltanto un momento, quello della cooperazione e del coordinamento, all’interno della loro incessante attività. Non esiste nessuno stato di equilibrio inteso come stasi, cioè come contrario dell’attività e del movimento perché, invece, anche nel momento di equilibrio all’interno di una combinazione, le forze sono caratterizzate da un’«azione combinata», cosicché tutte, quelle più forti come quelle più deboli, sono perennemente attive e si influenzano a vicenda. L’equilibrio è soltanto un momento all’interno del complesso sistema di autorganizzazione del mondo. Esso è uno dei risultati di quel gioco di ordine e disordine, organizzazione e disgregazione su cui si basa il movimento caotico del mondo; quest’ultimo, paradossalmente, si autorganizza proprio all’interno di situazioni-limite, colme di criticità in cui, quindi, ogni stato di equilibrio è interrotto da un successivo stato di confusione, ossia di disgregazione, a cui a sua volta seguirà un nuovo equilibrio e così via.

LA DISSOLUZIONE DELLA RAGIONE II

In riguardo ai suoi attacchi in una retrospettiva, ovvero storica, Nietzsche, si separa dalla filosofia tradizionale. Mentre i filosofi vedevano nella ragione – intesa come l’insieme delle forme logiche condensate – la verità e l’essere se stessi, Nietzsche viene “costretto” a respingerla.

In tal modo, quasi tutta la filosofia tradizionale si dissolve davanti ai suoi occhi. Attaccando l’avversario, incarnato nella prima delle sue grandi forme. “Parmenide affermava ‘non si può pensare ciò che non è’; siamo all’estremo opposto e diciamo: ciò che può essere pensato, sicuramente, dovrà essere una finzione. ‘” Se i logici stabiliscono “i propri limiti come limiti delle cose”, Nietzsche, d’altro canto, dirà: “ho dichiarato guerra all’ottimismo di quei logici”.

Quando Nietzsche respinge la filosofia che afferma l’assoluta validità della ragione, cioè, sulla fiducia, si separa, nella realtà dall’era moderna, prima di tutto da Cartesio e dalla “fede” che ha posto ” nella certezza immediata del pensare”. Proponendo di dubitare più di Descartes. Per quest’ultimo, che dubitava di tutto, meno che della ragione stessa, la chiarezza e la distinzione della conoscenza rimanevano l’inevitabile base della verità. Nietzsche scopre che “dove ci sono uomini profondi, accade il contrario: il movimento, si oppone all’autorità assoluta della dea della ragione”.

Nietzsche rifiuta il “tentativo” di Hegel di “portare l’evoluzione a una sorta di ragione”, considerandolo “un sogno sognato nei cieli gotici”. “Sono al punto più opposto: nella logica stessa vedo una sorta di non razionale e casuale”. Il verdetto è universale: “Tutti i filosofi sono riusciti per millenni a essere concetti-mummie … la morte, il cambiamento, l’età, così come la nascita e la crescita, costituiscono obiezioni per loro; anche confutazioni. Ciò che è non diventa; ciò che arriva, non è … Ora, noi tutti crediamo nella disperazione dell’entità. “

L’atteggiamento di Nietzsche nei confronti della ragione, intesa come portatrice della coscienza dell’essere, e nell’apparenza totale di un superamento di tutto ciò che ha validità (che attraversa la totalità dei capitoli in cui esponiamo i pensieri fondamentali) ha avuto un’immensa efficienza storica. Tuttavia, non è riuscita a chiarire con purezza ciò che, in detto superamento, è stato pensato e tutto ciò, attraverso di esso, è stato in grado di filosofare.

In primo luogo, la battaglia di Nietzsche contro la ragione non è, in alcun modo, totale. Bisogna tener conto del significato con cui, con la parola “ragione”, si affermava qualcosa. Nella vita umana, la ragione è necessaria: l’uomo deve “forzare la sua piccola ragione; se voleva, ad esempio, abbandonarsi alla “Provvidenza”, andava verso la sua rovina “.

Pertanto, Nietzsche esige impugnare le cose con ragione, e nel modo più forte possibile, invece di sottomettersi, comodamente, nel nome della “Provvidenza”, nella marcia degli eventi. Naturalmente, l’uomo, per mezzo della ragione, non raggiunge il tutto o la totalità delle cose – se lo pensasse e agisse di conseguenza, la ragione diventerebbe deleteria; ma deve essere attivo nell’attuazione di criteri, la cui chiara attuazione, Nietzsche non ha intrapreso in modo critico.

Inoltre, Nietzsche diventa un avvocato della ragione, contro i nemici di essa, i cui motivi respinge. “Tra alcune persone pie, ho trovato odio contro la ragione. .. che, almeno, ha tradito una cattiva coscienza intellettuale “. Né vuole identificarsi con filosofi che rispettano poco la ragione, quando in loro “è decretato il disprezzo ascetico di sé e la beffa del sé: c’è un regno di verità e di essere; ma, appunto, la ragione è stata esclusa da essi. “

Innanzitutto, Nietzsche stesso si dichiara un sostenitore della ragione, perché non è un modo di intendere, che isola sempre, né una coscienza cosciente, ma “la grande ragione” del “corpo”: racchiude tutto. La “piccola ragione”, che si chiama spirito, è solo uno strumento del corpo (6, 46). Nietzsche parla della “ragione più alta del nostro compito futuro”, al riguardo di ciò che è ancora inconcepibile e apparente contingenza del nostro operato.

Con questa “grande ragione”, Nietzsche abbraccia un significato che trascende e fonde in sé tutta l’ostilità alla ragione, sebbene questo significato rimanga, per lui, qualcosa di molto indeterminato, racchiuso nel simbolo del corpo. Solo per questa grande ragione si può applicare la seguente proposizione: “L’unica felicità sta nella ragione: tutto il resto del mondo è triste. Ma la ragione suprema, la vedo nell’opera dell’artista “.

La proprietà contraddittoria delle formulazioni, positiva e negativa, della ragione, costituisce il fondamento affinché il significato della dissoluzione della ragione, realizzato da Nietzsche, sembri avere due caratteristiche che sono escluse tra loro.

Le affermazioni ostili alla ragione, prese in se stesse, hanno potuto produrre una certa indifferenza rispetto ad essa. Nei casi in cui lo stesso Nietzsche è indifferente alla ragione – sembrerebbe così – anche le sue richieste logiche diminuiscono. Pertanto, nelle loro proposizioni, le contraddizioni possono rimanere immobili, come se in nessun momento sentissero il pungiglione del contraddittorio. Le contraddizioni non diventano dialettiche e, a loro modo, sono come sussistono, non entrando in un movimento efficace.

Quindi, il fatto che Nietzsche possa affermare qualcosa e, dopo, qualcos’altro, può sembrare al lettore una mancanza di decisione, per la quale tutto è possibile. È necessario aggiungere, infine, che la volontà sistematica e organizzativa di Nietzsche sembra poter essere sostituita da una volontà di pianificazione intellettuale. Ma le affermazioni nietzscheane, secondo il loro senso, non sono sempre ugualmente prossime a Nietzsche. Ci sono deviazioni quasi inevitabili ogni volta che si usano le parole ragionamento, comprensione o intelletto, o il significato di questi termini non è stato sviluppato metodicamente. Le affermazioni si oppongono alle prove ingenue di una ragione preventivata dagli altri; ma, spesso, presuppongono anche, come qualcosa di ovvio, quello che si pensa con la parola “ragione”. In alcuni casi, essa accetta di pensare, opinare, di conoscere identità, ordine, legge e questi concetti coincidono con le funzioni dell’interpretazione dell’essere, necessarie alla vita: con l’intelletto e con la comprensione pratica.

Ciò che Nietzsche propone nel suo filosofare, dissolvendo la ragione, finisce sempre per fermarsi in quell’istante. In effetti, l’impulso appassionato di raggiungere qualcosa di più della ragione costituisce, di per sé, una grande ragione. Il suo attacco alla “ragione” è l’attacco della grande ragione alla piccola ragione, propria della presunta comprensione che già conosce tutto. Ma un tale attacco è, in senso kantiano, non critico, perché non vede con chiarezza tutta la propria “grande ragione”. Pertanto, nei momenti in cui essa non è presente, e lo guida con sicurezza positiva, Nietzsche diventa scettico e rinuncia a tutte le affermazioni negative e positive.

Questo inesorabile abbandono, tuttavia, è uno dei possibili fenomeni che mostrano come Nietzsche pensi dall’origine di ciò che racchiude e circonda (cioè, da ciò che è racchiuso = Umgreifenden), che non costituisce la mera vita interpretativa di una specie, ma la “vita” della verità. Nonostante tutto, da esso, domina l’autoaffermazione della verità. Nelle formulazioni di Nietzsche, quella vita di verità non appare con la calma chiarezza e la seducente tranquillità propria di Kant.

Ma il significato ultimo delle proposizioni nietzschiane non è, forse, che questo: la vita della verità è ciò che racchiude e delimita (Um-greifenden); è quello in cui la ragione e l’Esistenza hanno la loro origine, senza che essa sia conoscibile come tale. Solo nello sviluppo della conoscenza oggettiva e del realizzare, la vita diventa chiara – all’interno di un costante processo di chiarificazione che non raggiunge mai un obiettivo definito. Non si tratta della vita, di una data esistenza, sia biologica, psicologica o sociologica – in quanto tale è un oggetto nel mondo e, quindi, empiricamente ricercabile – ma la vita come origine, che comprende anche il ricercabile e all’atto di interrogare. È quello a cui Nietzsche sembra sempre alludere, senza mai decidere di ghermirlo filosoficamente; è ciò che lo muove e dà al suo filosofare l’impulso che lo porta a superare tutto ciò che è conosciuto.

Il fatto che è onnicomprensivo (Umgreifende), che non è un oggetto, è il marchio di Nietzsche in tutto il suo modo di pensare alla verità, costituente l’origine.

Pertanto, il suo pensiero non si perde in oggetti psicologici o analoghi, né crolla, in modo definitivo, in vicoli logici senza uscite, né si muove e si posiziona, ma rimane filosofico.

Il filosofo è possibile solo nel mezzo di una ragione che si concepisce originariamente (anche se la filosofia riceve tutto il suo contenuto da qualcosa di diverso dalla ragione). Solo quando è presentato metodicamente, nel suo bisogno onnicomprensivo (umgreifenden), esplicativo e mobile; solo quando non è confuso con la semplice comprensione o con l’intelletto che fissa il conoscere, cioè con la finitezza teleologica, ma quando la ragione diventa consapevole, attraverso la logica filosofica, dell’insieme organico delle sue funzioni, solo allora il filosofare può rimanere fedele a se stesso nel grande movimento della propria storia, solo nella misura in cui la penetrazione filosofica di se stessa ha successo, cioè dal punto di vista logico: in questo la ragione acquisisce potere.

In questo senso del termine “ragione”, il filosofare di Nietzsche costituisce, per noi, una singola e grande realizzazione della ragione, sebbene non sia stata chiarita, logicamente, e a se stessa, in un limite.

Ma dove decisivo, sembra il compito che deriva dal pensiero di Nietzsche, non è meno vero che la ragione potrebbe essere apparsa a Nietzsche nello stesso modo. La verità non è, per lui, soprattutto ragione (anche se si trova sempre per via della ragione e sebbene appartenga a quest’ultima ed è comunicabile) ma, a quanto pare, la “verità”, senza ragione e contro la ragione, è per lui un’oscurità inaudita, che incanta e spaventa. Nel prossimo capitolo vedremo come afferma e dibatte su questo punto, attraverso un atto di irruzione trascendente, con parole che, necessariamente, sono più celate che rivelatrici.

Con la “dissoluzione della ragione”, Nietzsche ha creato un nuovo inizio. È il modo per trovare una ragione più profonda; e, per questo motivo, nel filosofare doveva nascere una nuova gigantomachia. In ogni anima che si risveglia in quest’epoca, questa lotta dovrà essere combattuta. Ma ha un duplice aspetto: la ragione che diventa consapevole di se stessa combatte contro l’essenza della notte, che le appartiene, senza perdere il proprio contenuto e, allo stesso tempo, combattendo contro il suo nemico, mentre questo è il non- razionale, in senso radicale, cioè, ciò che si oppone alla ragione.

La vita e il pensiero, a partire da una ragione comprensiva che, tuttavia, cerca sempre se stessa è già, come tale, presente e che determina in modo critico ciò che va oltre i limiti, incorporandoli al movimento stesso; il pensiero e la vita, quindi, sono dinanzi all’essere, dal quale sono se stessi e non sono se stessi. Ma, in questa battaglia, sono incastrati con l’avversario, che cresce in loro e che li accresce.

Ma la stessa ragione vede prima di sé la contro-volontà radicale, che non può essere definita da alcun movimento; usa l’intelletto come mezzo e integra, spogliato delle sue fondamenta vitali, tutte le affermazioni della ragione che svolge nel criterio di ogni discorso. Questa contro-volontà appartiene alla notte, intesa come caos: davanti a essi dà ordini apparenti che gli permettono di parlare con l’inganno alla ragione, di trascinarla con sé.

In una tale lotta, si tenta l’estremo. Apparentemente, le affermazioni estreme di Nietzsche seguono tre percorsi (la grande ragione, l’oscurità della notte, la contro-volontà dell’opposto della ragione). Ecco perché, in questa lotta, la ragione deve diventare come potrebbe essere già stata, sebbene senza essere compresa; deve attraversare tutti i limiti noti e, in questa azione, alla fine, deve apparire per incontrare essa stessa. Ecco – se Nietzsche è stato l’evento decisivo – questo è il punto in cui fluirà il futuro filosofare.

Le affermazioni nietzschiane, in apparenza, potrebbero significare tutto; per noi, conducono, facilmente, nel movimento della “grande ragione”. Ciò che accade è come una grande oscurità; anche nei casi in cui Nietzsche sembra abbandonare la verità, per mezzo di un atto di analisi che trascende ciò, tale risultato deve essere dimostrato possibile.

ISTINTO DELLA DÉCADENCE

L’espressione di matrice schopenhaueriana «volontà del nulla» (Wille zum Nichts) viene utilizzata da Nietzsche a partire dal 1887 e compare in un numero estremamente limitato di passi, tra opere a stampa e carte private. Malgrado la scarsità di occorrenze, essa è dotata di una particolare rilevanza per il pensiero maturo di Nietzsche, in quanto si inserisce in una problematica decisiva prima di tutto per il progetto filosofico ed editoriale della Trasvalutazione dei valori. La sua presenza è infatti attestabile tra il 1887 e il 1888, vero e proprio crocevia della nietzscheana “filosofia dell’avvenire”, dal momento che agli estremi di quel biennio si trovano la pubblicazione del quinto libro della Gaia scienza
(redatto nel 1886) e la stesura del manoscritto definitivo dell’Anticristo – che a detta di Nietzsche costituiva, di fatto, la Trasvalutazione nella sua forma conclusiva.

In quel periodo, come noto, Nietzsche tira le fila della propria riflessione sulla morale europea, tracciando i contorni di quella che diviene per lui una questione non solo culturale, ma anche antropologica nel senso più strettamente fisiologico del termine. Nel fare questo, egli non si preoccupa solo di individuare gli elementi critici della forma di pensiero occidentale storicamente determinatasi a partire da Platone, ma, sulla base di questa sua diagnosi, predispone un percorso alternativo che permetta all’uomo di indirizzarsi verso una modalità superiore e più sana (prima di tutto intellettualmente) di esistenza. Il tema della volontà del nulla appartiene evidentemente al momento diagnostico di questo processo, in quanto a esso Nietzsche si riferisce in un senso profondamente negativo. Tuttavia, proprio per la radicalità con la quale questo tema viene trattato, esso risulta essere un efficace mezzo di contrasto per individuare il male che ammorba il tipo umano declinante cui Nietzsche dedica particolare attenzione dopo l’esperienza dello Zarathustra.

L’ultima occorrenza dell’espressione «volontà del nulla» si trova proprio nell’Anticristo. Al §18 di quell’opera, Nietzsche definisce – criticamente – «il concetto cristiano di Dio», da lui considerato «uno dei più corrotti concetti di Dio che siano mai stati raggiunti sulla terra». Quella cristiana, in particolare, sarebbe una divinità degenerata

fino a contraddire la vita, invece di esserne la trasfigurazione e l’eterno sì! In Dio è dichiarata inimicizia alla vita, alla natura, alla volontà di vivere! Dio, la formula di ogni calunnia del’«al di qua», di ogni menzogna del’«al di là»! In Dio è divinizzato il nulla, è consacrata la volontà del nulla!… [In Gotta das Nichts vergöttlicht, der Wille zum Nichts heilig gesprochen!].

Secondo Nietzsche, nel suo concetto di Dio il cristianesimo ha ipostatizzato l’atteggiamento spirituale di un’umanità oppressa e malata, l’esatto opposto del modello che lo Zarathustra vorrebbe insegnare, quello dell’individuo che si erge sovrano del proprio corpo e dei propri istinti, e che naviga con gioiosa serenità nell’incontrastabile marea del fato. Al contrario, come si legge per esempio nel Crepuscolo degli idoli, il cristianesimo ha sostenuto un atteggiamento ostile ai sentimenti più propri della vita e per il quale Nietzsche adotta l’espressione «contronatura» (GD, Morale come contronatura 4 e 5). Esso consiste, più precisamente, in una morale che si rivolge contro gli istinti della vita, contro le passioni e le brame che costituiscono l’elemento vitale più basilare. Una morale
che, come Nietzsche sottolinea più volte nel Crepuscolo, è manifestazione di un tipo di «vita declinante, indebolita, esausta, condannata»; in altre parole, essa è «l’istinto della décadence stesso» (GD, Morale 5) assunto a criterio di giudizio della vita. La posizione a partire dalla quale questo giudizio viene espresso è in effetti decisiva, secondo Nietzsche: per lui, infatti, «una condanna del vivente resta in ultima analisi solo il sintomo di una certa specie di vita», e la morale che segue dall’umanità mediocre e malata cui egli si riferisce è di fatto quella conforme alla «negazione della volontà di vivere» di cui parla Schopenhauer (ibidem).

Nel cristianesimo trova quindi espressione la volontà del nulla di cui Nietzsche parla nell’Anticristo e alla quale aveva dedicato maggiore spazio nell’unica altra opera pubblicata in cui tale tema compare: La genealogia della morale. Nell’ultimo paragrafo della terza dissertazione di questo testo – di fatto, il paragrafo che conclude l’intera opera – Nietzsche tira le fila delle considerazioni svolte relativamente agli ideali ascetici, la cui funzione principale è stata quella di offrire un senso alla sofferenza dell’uomo (GM III 28). Questo è stato possibile, secondo Nietzsche, salvaguardando il principio metafisico della volontà, elemento portante dell’edificio antropologico occidentale e al quale sembra non essere possibile rinunciare. Poco importa a cosa fosse indirizzata questa volontà, osserva Nietzsche, l’importante era preservarla, non rinunciare a essa a qualsiasi costo.
In questo modo, però, si è dato spazio a una tendenza antivitale e per questo nichilista, dal momento che

questo odio contro l’umano, più ancora contro il ferino, più ancora contro il corporeo, questa ripugnanza ai sensi, alla ragione stessa, il timore della felicità e della bellezza, questo desiderio di evadere da tutto ciò che è apparenza, trasmutamento, divenire, morte, desiderio, dal desiderare stesso – tutto ciò significa, si osi renderne conto, una volontà del nulla, un’avversione alla vita, una rivolta contro i presupposti fondamentalismi della vita, e tuttavia è e resta una volontà! (GM III 28).

La ‘volontà del nulla’ viene quindi definita da Nietzsche in un senso squisitamente
antropologico. Essa è il principio antitetico alla vita per eccellenza, l’elemento che determina quella avversione a istinti e pulsioni che caratterizza la modalità declinante di esistenza realizzatasi nell’Europa della morale cristiana – il décadent. Al tempo stesso, essa possiede un valore esistenziale se si vuole positivo, in quanto è grazie a lei che l’ideale ascetico ha potuto offrire un senso all’interrogativo – ancora una volta schopenhaueriano – relativo al senso dell’esistenza (cfr. FW 357). Nella volontà del nulla si trovano quindi connesse due tendenze apparentemente antitetiche: il bisogno di dare un senso alla propria vita, a costo di ricercare quest’ultimo al di fuori della vita stessa, porta infatti l’uomo a denigrare la vita, manifestando quella forma di avversione di cui Nietzsche parla.
In questa tendenza a cercare un senso a tutti i costi si esprime un più generale bisogno metafisico che in altri luoghi Nietzsche individua come caratteristica dell’umanità occidentale.

Il principio fondamentale, nel caso in questione, è che «un qualsiasi senso [sia]
meglio che nessun senso», da cui è possibile concludere che «l’uomo preferisce volere il nulla, piuttosto che non volere» (GM III 28).

Quest’ultima osservazione posta in chiusura della Genealogia era stata anticipata da Nietzsche nel paragrafo di apertura della terza dissertazione di quell’opera. In quella sede, Nietzsche la presenta come «il fondamentale dato di fatto dell’umano volere, il suo horror vacui: quel volere ha bisogno di una meta» (GM III 1). La paura che la vita non abbia un senso, che non sia possibile offrire principi di orientamento assoluti per trovare la propria strada nella selva dell’umana esistenza, è ciò che l’uomo teme più di ogni altra cosa. Questo, secondo Nietzsche, ha da sempre segnato la sua crescita spirituale, crescita che è stata poi volontariamente impedita da coloro che su questa paura hanno costruito il proprio potere, offrendo ai disorientati modelli ideali da idolatrare. Questi potenti (siano essi sacerdoti e preti o cattivi filosofi ed educatori) hanno ben compreso quale fosse la necessità fondamentale dell’uomo, il suo bisogno di indirizzare la propria
esistenza verso qualcosa, fosse anche la cosa più estrema, illogica e innaturale. In
ragione di questo, essi hanno operato una «millenaria vivisezione della coscienza» e un «pervertimento del gusto» che ha portato l’uomo a considerare negativamente le proprie tendenze naturali (GM II 24). Al contrario, sono state stimolate «tutte quelle aspirazioni al trascendente, all’anti-senso, all’anti-istinto, all’anti-natura, all’anti-animale, insomma gli ideali esistiti sino a oggi, che sono tutti quanti ideali ostili alla vita, ideali calunniatori del mondo» (ibid.).

La volontà del nulla non è che un prodotto di questi ideali ascetici, assieme al «grande disgusto» e al «nichilismo» (ibid.); come si è detto, in essa si manifesta precisamente il tipo di avversione alla vita che tali ideali esprimono, e occorre guardare a essa come al prodotto estremo del disorientamento dell’uomo occidentale. Al termine della seconda dissertazione della Genealogia, nel momento in cui vengono tracciati i contorni di questo esercizio spirituale degenerativo, Nietzsche manifesta però anche la propria speranza in una futura «redenzione dalla maledizione che l’ideale esistito sino a oggi ha posto» sulla realtà (GM II 24). A suo avviso, è infatti possibile attendersi l’avvento di un «uomo dell’avvenire» in grado di contrastare le derive nichilistiche degli ideali ascetici;
uno «spirito creatore» dagli evidenti tratti zarathustriani, in quanto, si legge, la sua
«solitudine è fraintesa dal popolo come se fosse una fuga dalla realtà – mentre è soltanto il suo sprofondare, il suo seppellirsi, il suo inabissarsi nella realtà» (ibid.). All’umanità educata a denigrare vita e mondo, a rifiutare i principi della terra per guardare a vuoti simulacri di conoscenza, Nietzsche contrappone quindi una figura in grado di affrontare compiutamente la realtà che ha di fronte, senza timore di perdersi al suo interno o di rimanere disgustato dagli orrori che in essa potrà incontrare. Lo spirito forte e in salute che «ci redimerà tanto dall’ideale perdurato sinora, quanto da ciò che dovette germogliare da esso, […] questo anticristo e antinichilista, questo vincitore di Dio e del nulla» (GM II 24) sembra quindi dover essere un realista. Ma in che senso ci si deve dire realisti, nella prospettiva di Nietzsche? E quali conseguenza ha questa posizione nell’economia del suo
pensiero maturo?

A questi interrogativi si cercherà di dare risposta in quanto segue, con una premessa fondamentale: il realismo di cui si parla in queste pagine non è certo una posizione ontologica o metafisica, ma è piuttosto atteggiamento e pratica esistenziale. In questo senso, quindi, esso si lega strettamente al discorso in qui svolto relativamente alla volontà del nulla e all’interrogativo sul senso dell’esistenza cui quel tema rimanda. Per quanto riguarda, poi, le questioni sollevate, per poterle affrontare compiutamente è necessario aggiungere un ulteriore elemento a quanto detto sopra, completando una triade ideale
costituita dalle nozioni di ‘volontà del nulla’, ‘ideale ascetico’ e ‘volontà di verità’. Se, infatti, la volontà del nulla è conseguenza e prodotto di quell’ideale, Nietzsche è anche particolarmente chiaro nell’individuare nella volontà di verità «il nocciolo» dell’ideale ascetico (GM III 27). Come infatti egli scrive al termine della terza sezione della Genealogia, in un discorso volto a circoscrivere la problematica cui Nietzsche intende dedicare le proprie successive riflessioni filosofiche, l’ideale ascetico riposa su una «sopravvalutazione della verità» e, più precisamente, su una «fede nella insuscettibilità di valutazione e di critica da parte della verità» (GM III 25). In altre parole, in esso si manifesta quella «volontà di verità» che è per Nietzsche un arrendersi di fronte alla cultura platonico-cristiana e alla «fede in un valore metafisico, in un valore in sé della verità» (GM III 24) che essa ha insegnato. Una volta individuato quale «lacuna di ogni filosofia» il fatto che «l’ideale ascetico è stato fino a oggi padrone di ogni filosofia, […] che la verità è stata posta come essere, come Dio» e che «non era in alcun modo lecito alla verità essere problema» (ibid.), Nietzsche si propone invece di farsi carico di tale critica e di mettere in questione proprio il valore della verità. Questa operazione può in effetti essere considerata per lo meno uno strumento di quell’opera di redenzione dagli ideali ascetici di cui Nietzsche parla in GM II. Essa sarebbe infatti destinata a chiamare in causa la radice stessa della cultura e morale europee, l’asse portante di un sistema di pensiero che Nietzsche vede collassare su se stesso e del cui crollo si fa promotore e spettatore privilegiato: quel «grande spettacolo in cento atti, che viene riservato ai due prossimi secoli europei, il più tremendo, il più problematico e forse anche il più ricco di speranza tra tutti gli spettacoli… » (GM III 27).

Attraverso l’ideale ascetico, quindi, volontà del nulla e volontà di verità si trovano
in relazione. Riflettere sul modo in cui questa relazione si svolga – principalmente, sul motivo per cui entrambe siano per Nietzsche espressione di una forma nichilistica di pensiero – permette di entrare nel merito del summenzionato “realismo” apprezzato da  Nietzsche e di intervenire quindi, conclusivamente, sulla funzione di queste tematiche nel contesto del suo pensiero maturo.

ANTITESI DELL’AMOR FATI

Nietzsche è più esplicito sulla rassegnazione, che viene presentata come l’antitesi dell’amor fati: “una tale filosofia sperimentale, come la vita, anticipa anche le possibilità del nichilismo più fondamentale: ma questo non significa che debba fermarsi a una negazione, un No , una volontà di negazione. Essa vuole attraversare l’opposto di questo (…) ⎯ la mia formula per questo è amor fati.

Per mancanza di spazio non svilupperò gli argomenti di Nietzsche contro il Cristianesimo o Schopenhauer; di maggiore interesse qui è il pensiero che la negazione non deve essere “arrestata”. Questo può essere inteso come un’allusione all’interpretazione della posizione su Schopenhauer nella storia della filosofia Occidentale (si suppone che abbia migliorato la visione del mondo cristiano sostituendo l’idea di un Dio benevolo con la volontà condannata dalla propria stessa struttura a soffrire infinitamente).

Ma può anche riferirsi a una caratteristica specifica della propria esperienza di sofferenza di Nietzsche, vale a dire il “fatalismo russo” descritto in “Ecce Homo”. Il fatalismo russo è una risposta a certe situazioni in cui il coraggio e la forza del sofferente si trovano sopraffatti dal dolore e dalla malattia: “non ci si può liberare di nulla, non si può superare nulla (…), tutto fa male”.

Gli uomini e le cose si intromettono troppo accuratamente; le esperienze colpiscono troppo profondamente; la memoria diventa una ferita putrescente “. (EH: 230) Tali situazioni sono destinate a sorgere nel corso di una lunga malattia: la sofferenza e l’impotenza favoriscono una maggiore sensibilità e vulnerabilità sia agli eventi che alle persone; l’individuo è ferito da dettagli che i sani non notano nemmeno.

I ricordi di una vita più felice, lontani dall’essere confortanti, diventano ossessivi ricordi di ciò che è stato perso. Arriva il momento in cui anche il più grande coraggio e forza mentale devono fallire. In questi momenti, la risposta appropriata è quella del “soldato russo che, trovando una campagna troppo faticosa, finalmente si sdraia sulla neve. (…) Per non prendere più nulla, non assorbire più nulla ⎯ cessare di reagire del tutto “.

Tuttavia, mentre questo può sembrare una forma di rassegnazione Schopenhaueriana (simile alla morte per attrito cercata dall’asceta), la funzione di tale fatalismo è l’esatto contrario: “preservare la vita nelle condizioni più pericolose riducendo il metabolismo”. Piuttosto che essere invasi e consumati da reazioni negative (“risentimento, rabbia, vulnerabilità patologica, lussuria impotente per la vendetta”), è meglio non “reagire più” finché non si trova il coraggio e la forza per misurarsi con il proprio dolore in un modo che trasfigura sia la sofferenza che il sofferente. Anche se questo è destinato a essere respinto (forse per essere assunto più tardi ancora ) non appena la nostra vitalità è di nuovo “ricca e orgogliosa”. Il fatalismo russo è quindi un riconoscimento commovente (e forse inaspettato) della finitezza umana da parte di Nietzsche. Mentre per definizione previene il tipo di impegno positivo dell’amor fati, promuove comunque il giusto tipo di atteggiamento e può forse essere visto come il suo precursore: “Ho mostrato il” fatalismo russo “di cui ho accennato, tenacemente aggrappato per anni a tutti, ma con intollerabili situazioni (…). Era meglio cambiarli, piuttosto che sentire che potevano essere cambiati ⎯ che ribellarsi contro di loro “.

La terza caratteristica che può favorire la nascita dell’amor fati è la chiarezza della visione a volte alimentata in noi dalla necessità di non arrendersi di fronte a sofferenze prolungate. Questo è piuttosto paradossale in quanto si dice spesso che il dolore oscuri il giudizio. Tuttavia, se dovessimo mostrare il coraggio e la forza menzionati sopra, allora la sofferenza potrebbe rivelarsi l’ultimo liberatore dello spirito (…) [che] ci costringe (…) a scendere nelle nostre immensità più profonde “.

In un altro passaggio, Nietzsche menziona il “supremo ridimensionamento attraverso il dolore” che è il mezzo per “districare [noi] dal pericoloso mondo della fantasia” in cui vive il sano. Come notato dai moralisti, la sofferenza spesso spoglia le relazioni umane e gli eventi dalle loro trappole sociali e ci rivela ciò che conta di più per noi.

‘Colui che soffre intensamente guarda le cose con una terribile freddezza: tutti queste bugie che si trovano in piccoli incantesimi, dove le cose sono solitamente accerchiate, ma quando l’occhio del sano li guarda, non esistono; anzi, egli stesso mente prima di sé spogliato di ogni colore e piumaggio’ . (Ibid)

‘Tale chiarezza mentale è una difesa contro la menzogna dell’idealismo o autocommiserazione e quindi può rafforzare il nostro coraggio di fronte alla sofferenza (eliminando la tentazione di soffermarsi sulle alternative). È anche di per sé un modo per sopportare il dolore. Per coloro che sono abbastanza forti, il dolore ha un effetto “spiritualizzante”: tali individui sono in grado di superare la loro avversione nativa ad esso concentrandosi sulla maggiore lucidità che può portare. Cosi ‘la tremenda tensione impartita all’intelletto dal suo desiderio di opporsi e contrastare il dolore gli fa vedere tutto ciò che ora vede in una nuova luce; e lo stimolo inesprimibile (…) è spesso sufficientemente potente da sfidare ogni tentazione all’autodistruzione’ .

Nietzsche sottolinea lucidamente che tale consapevolezza porta con sé il pericolo dell’arroganza Faustiana: “Il nostro orgoglio torreggia come non mai: scopre uno stimolo incomparabile nell’opporsi a un tiranno come il dolore, e in risposta a tutte le insinuazioni che ci fa, che dovremmo testimoniare contro la vita, diventa appunto l’avvocato della vita di fronte a questo tiranno “.

Eppure per esso un tale orgoglio è preferibile alla rassegnazione o all’autocommiserazione, in quanto favorisce un atteggiamento positivo nei confronti di questa vita: anche in questo può essere visto come un precursore dell’amor fati, non perché trasmetta il giusto tipo di comprensione del destino , come il fatalismo russo, ma a causa dell’impegno per la vita che esprime. Quindi, come si vive la propria vita se si è arrivati ad amare il destino, attraverso un impegno istantaneo e performativo verso l’eterno ritorno o la lunga e difficile esperienza della sofferenza? Per cercare di descrivere l’esperienza dell’amor fati, è necessario concentrarsi sulla sua caratteristica principale, il conferimento agapico del valore.

Per Nietzsche, tale conferimento è il correlato di una trasfigurazione del sé: “l’uomo diventa il trasfiguratore dell’esistenza quando impara a trasfigurarsi”. (WP § 821) Come abbiamo visto, la sofferenza è strumentale a tale “apprendimento” perché (nel migliore dei casi) ci aiuta a sviluppare le qualità (coraggio, forza, lucidità) che ci consentiranno di superare gli effetti negativi.

L’estensione della trasfigurazione agapica dell’esistenza è direttamente proporzionale alla trasformazione del sé: “l’uomo tragico afferma anche la sofferenza più dura: è sufficientemente forte, ricco e capace di deificarsi per farlo. Il cristiano nega anche la parte più felice della terra: è sufficientemente debole, povero, diseredato, per soffrire di vita in qualsiasi forma lo si incontri “. (WP, §1052) Molto importante, tale affermazione non è l’asserzione di un contenuto proposizionale – è forse meglio descritta come un impegno a vivere le nostre vite alla luce del nostro amore “divinizzato”. Né agisce tenendo di fronte a noi la prospettiva di una vita senza disordine, irrazionalità o dolore: ciò replicherebbe solo la struttura dicotomica degli ideali ascetici, contrapponendo implicitamente la nostra attuale condizione miserabile con un felice eterno sotto l’influenza dell’amor fati.

Qualunque cosa faccia, la trasfigurazione agapica non funziona ignorando i lati più oscuri, caotici e irrazionali dell’esistenza umana (che è forse il motivo per cui il coraggio è così importante nel fomentare l’amor fati). Non diminuisce la nostra avversione al dolore, né dissipa il carattere doloroso delle nostre esperienze più difficili; eppure attraverso una trasformazione esistenziale che ci rende più forti e “più profondi”, in qualche modo ci permette di amare queste esperienze come fatali, e questo nonostante la sofferenza che ci causano. Questo non equivale a ricatturarli all’interno di una sorta di narrativa provvidenziale erotizzante, criticata. Nessuna giustificazione o ragione è affatto coinvolta: sentiamo il dolore che si attacca a tali esperienze, ma ci troviamo in grado di amarle comunque, senza trattenerle come obiezioni alla vita. Come dice Zarathustra, “amiamo la vita, non perché siamo abituati a vivere, ma perché siamo abituati ad amare” (Z: 68). Amor fati, come la rosa di Angelus Silesius, non ha un perché.

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