L’OSTACOLO DEL SOLIPSISMO

Per chiarire il problema, è necessario definire il concetto di solipsismo in Sartre. Riguardo a questa nozione, ne distingue due tipi:

1) La solitudine ontologica (solitudine ontologica) si riferisce all’incertezza riflessiva o cognitiva dell’esistenza dell’Altro. Si basa sul principio che non è possibile porre una comunicazione reale ed extra empirica tra le coscienze. È equivalente a dire che “al di fuori di me, non esiste nulla”. Per Sartre, questa è un’ipotesi metafisica ingiustificata e gratuita, poiché “trascende il campo rigoroso della mia esperienza” (SN, 298). Tuttavia, spende infinite pagine per confermare l’esistenza dell’Altro, un fatto che di per sé denota che ci si trova di fronte a un soggetto che richiede molte spiegazioni.

2) il solipsismo ipotetico consiste nel “praticare una sorta di εποχη sull’esistenza dei sistemi di rappresentazioni ordinate da un soggetto al di fuori della mia esperienza” (SN, 298). È un tentativo positivista e critico (Cfr 298) non utilizzare il concetto dell’Altro. Per Sartre, è giustificato dalle soluzioni insoddisfacenti della prospettiva idealista al problema metafisico del solipsismo. È un tentativo più modesto rispetto al precedente ed è usato come ipotesi di lavoro, consistente nel fatto che l’Altro non esiste realmente, ma è solo “finzione”, perché in questo modo non si può lasciare il solido terreno dell’esperienza.

Sartre intende superare le rispettive soluzioni di realismo e idealismo. Riconosce che per il realista non esiste il solipsismo, dal momento che “prende tutto come dato” e non dubita che sia dato anche l’altro. Qui sorge una forte obiezione da parte di Sartre, poiché la percezione dell’Altro, in virtù della differenziazione esterna delle sostanze determinate dalla corporeità, ci riporterebbe all’idealismo. La sofistica realista si basa sul fatto che l’esistenza dell’Altro è certa, ma la conoscenza che ne abbiamo è solo probabile.

Il destino dell’idealismo non è molto migliore, poiché l’altro è concepito come reale, eppure non mi è permesso concepire la sua relazione reale con me. Non c’è via d’uscita, secondo Sartre, perché se costruisco l’Altro come oggetto, non mi è data dall’intuizione; ma se si posiziona come soggetto, è ancora un oggetto dei miei pensieri che considero. Proprio come il realismo portava necessariamente all’idealismo, il secondo, anche rifiutando l’ipotesi solipsista, cade, secondo le parole di Sartre, “in un realismo dogmatico e totalmente ingiustificato” (SN 300).
Per Sartre, quindi, sia i realisti che gli idealisti non possono superare questo ostacolo, perché presuppongono rispettivamente due affermazioni errate. Primo, considera che l’Altro è considerato una sostanza separata dalla mia persona, in virtù di una distinta (realista) corporalità. Ciò stabilisce una distanza assoluta tra le coscienze come se fossero monadi indipendenti, separate da uno spazio ideale (idealisti). Così si legge in “Essere e Nulla”: “L’altro è colui che non è quello che sono e che è ciò che non sono. Questo non-essere indica un nulla come elemento di separazione dato tra l’altro e io. Tra l’altro e io non c’è alcuna separazione. “(SN, pagina 300). Il presupposto comune all’idealismo e al realismo consiste, quindi, in una negazione dell’esteriorità.

Questo presupposto fondamentale porta inevitabilmente a un secondo errore, che Sartre chiama “gravi conseguenze”. Lo spiega così:

Se, infatti, devo essere in relazione con l’altro, nella maniera dell’esteriore dell’indifferenza, l’emergere o l’abolizione dell’altro non mi condizionerebbe più nel mio essere che un In-sé può essere influenzato dall’apparire o dalla scomparsa di un altro In- sé. Pertanto, dal momento in cui l’altro non può agire sul mio essere attraverso il suo essere, l’unico modo in cui può rivelarsi a me è di apparire come oggetto della mia coscienza. (SN, pagina 301)

La gravità di questa situazione è che ogni oggetto che appare alla mia coscienza è parte del mio mondo interiore. Poiché Sartre non rinuncia al punto dell’interiorità della coscienza, come punto di partenza, tutto ciò che percepisco come oggetto esiste in virtù della mia soggettività, essendo parte del mio “pensare” nel senso di Cogito. Come ha rivelato Cartesio, l’unica certezza fondamentale che abbiamo è quella dell’esistenza stessa. Dal momento in cui stiamo dubitando metodicamente o pensando, l’unica certezza ontologica che abbiamo è che io esisto.

Pertanto, ogni altro oggetto che si presenta in maniera fenomenica non può avere più di una probabile esistenza. Volendo essere coerente con il presupposto cartesiano, Sartre riconosce che le visioni del realismo e dell’idealismo sono insufficienti per raggiungere la certezza ontologica dell’esistenza dell’Altro e del mondo esterno. Se accettiamo che l’altro differisce dalla nostra esistenza per mezzo di una negazione esterna, allora il solipsismo solleva un problema veramente insolubile, poiché ciò che mi viene mostrato come esterno si erge sempre come un oggetto. In questo senso, la prova ontologica dell’essere di altre cose o di altre coscienze può essere considerata solo probabile e, nel peggiore dei casi, una sorta di sogno o inganno malvagio, come temeva metodologicamente Descartes nelle sue Meditazioni.

L’uso della risorsa del dubbio metodico e dell’epoca husserliana non ha mai inteso condurre al solipsismo ontologico. Nel campo delle scienze empiriche, come la psicologia comportamentale, non ci sarebbe alcun problema a usarle (SN, 298), ma in un saggio fenomenologico e ontologico non c’è scampo dalla complessità solipsistica.

L’unica via d’uscita possibile, quindi, per Sartre, è dimostrare che un problema del genere non esiste come problema, perché la negazione non-sono-un-altro deve essere data internamente e prodotta dal soggetto esterno come un agente sulla mia coscienza che non lascia, in nessun modo, indifferente.

IO PURO, INTENZIONALITÀ, EPOCHÉ

Ammessa l’influenza husserliana che abbiamo rintracciato in pensatori diversi, a fare difficoltà nella prima citazione è quel nucleo dell’unità io, autocosciente e interna, che è l’io puro. Qui, infatti, sopravviene quella nozione dell’Ego trascendentale che costituisce il cardine della fenomenologia husserliana e che è stata messa da parte, perché sospettata di idealismo, perfino da alcuni dei suoi stessi discepoli come Martin Heidegger, Edith Stein, Max Scheler. Ritengo, invece, che il contributo che potrebbe venire alla filosofia del secolo ventunesimo dalla ripresa di questa teoria, segnerebbe la vera differenza rispetto al ventesimo secolo. Come giustificare questa possibilità, in tempi di «filosofia della mente» e di riduzionismo ai dati della neurobiologia?

È possibile proporre l’adozione da parte della filosofia della mente dell’intenzionalismo proprio del metodo fenomenologico. Secondo il quale il riferimento a qualsiasi oggetto di conoscenza o di azione è interamente determinato dalla struttura di un atto intenzionalmente rivolto a quell’oggetto, e tale struttura è la più varia, dando così luogo a tipi differenti di intenzioni e, conseguentemente, di oggetti intesi (2003).

La dottrina dell’intenzionalità si accompagna alla distinzione prioritaria tra atti rivolti a stati o cose qualitative e atti rivolti a cose fisiche quantitativamente considerate, e quindi tra immagini fenomeniche e immagini scientifiche: la fenomenologia non privilegia le une sulle altre ma fa risalire il senso della realtà al tipo di intenzione e alla concatenazione delle motivazioni che ne discende.

Quindi l’argomento dell’io, nella chiave fenomenologica, esige una duplice considerazione: come io psicofisico o empirico e come io trascendentale. Nel primo caso è intenzionato in senso oggettivo e perciò sottoposto alle teorie scientifiche come essere vivente nel mondo, nel secondo caso è intenzionato in senso soggettivo.

Ma con quale strumento si può operare la distinzione tra le diverse intenzionalità? In che modo la coscienza, che ha uno status così indefinito da svanire e ridursi, in sede psicologica, a semplice capacità riflessiva, può invece acquistare spessore di fenomeno e collocarsi come tale nelle esperienze della vita? E che cosa fa dell’individuo un qualcuno diverso da tutti gli altri: la sua corporeità, il suo aspetto esterno, oppure qualità interne più sfuggenti, o almeno non sempre afferrabili a prima vista?

Per rispondere a questi quesiti si dovrà fare un altro passo verso l’accoglimento della dottrina fenomenologica, e precisamente introdurre nella filosofia della mente la nozione di «purezza»: è pura la conoscenza teorica non ancora portata all’evidenza da una esperienza intuitiva o erlebnis. Ma per raggiungerla occorre prima sospendere non solo la visione scientifica ma la stessa visione naturale della realtà delle cose, e porci nella condizione della visione originalmente offerente, quella che è propria dell’Io puro, nucleo dell’io conoscente o intuente.

Ogni visione originalmente offerente è una sorgente legittima di conoscenza, che tutto ciò che si dà originalmente nell’intuizione (per così dire, in carne e ossa), è da assumere come esso si dà, ma anche soltanto nei limiti in cui esso si dà. (1981, v. I, cap. II, § 24)

Questa sospensione consiste nella riduzione, cui Husserl si è riferito usando anche il termine greco di epoché, e che è un principio irrinunciabile della fenomenologia (anch’esso però trascurato nelle filosofie che ne sono derivate): il principio dice che il filosofo conquista la conoscenza soltanto se astrae dall’intera conoscenza empirica e scientifica del mondo, mettendo fuori gioco le sue certezze legate alla credenza nell’esistenza delle cose, credenza che come tutti egli ha nell’atteggiamento naturale.

Dall’epoché sorge allora un altro atteggiamento: quello trascendentale attraverso il quale l’io puro intuisce l’essenza delle cose, ossia comprende che il loro senso viene costituito negli atti soggettivi e intersoggettivi. Rimane neutralizzato l’io empirico con la sua vita naturale, quindi anche l’autoconoscenza del soggetto, ed emerge l’io puro come esperienza in prima persona dei modi di trascendenza diversi di cui è costituita la realtà. Tra questi modi di trascendenza vi è il soggetto empirico con tutti suoi vissuti, e per ogni vissuto una regione diversa dove si manifestano le potenzialità infinite di cui dobbiamo capire il senso, in modo essenziale anche se sempre insufficiente, poiché è da riprendere ogni volta da capo.

GRUMO DI SANGUE NEL COAGULO DELLA STORIA

d381a2c990fe80cae889041467328d5f

DALL’AFFINE DI SANGUE “ORKELESH” -UN ALTRO TESTO CHE FA MARCIRE LA PACE SOCIALE!

Putrida società.

Affondo le mie mani lorde di sangue nel coagulo della storia.

Voglio colpire e spezzare l’ordine sociale.

Progenie dell’umana società.

Continue reading

L’INESSENZIALITÀ DELL’IO INDIVIDUALE ALL’APPARIRE DELLA VERITÀ

INESSENZIALITÀ DELL’IO INDIVIDUALE

 

 

 

 

 

 

 

 

Se però ci rivolgiamo alla parola veritativa, quella non inquinata dalla fede e resistente a ogni confutazione, se, insomma, ascoltiamo quella che Severino chiama la parola del destino, la verità che sentiremo sarà un’altra.Ponendo rimedio ad alcune ambiguità lessicali presenti nella stesura originaria dello scritto Studi di filosofia della prassi – quale l’uso di verbi coniugati alla primapersona singolare: «Io sono nella verità» –, Severino avverte della possibilità di cadere in pericolosi fraintendimenti:

 Può sembrare che, in queste pagine, l’‘io’ sia la forma della verità, il punto di vista al cui interno la verità si colloca. Ma si intenda che io, che ‘posseggo’ la verità, ‘sono originariamente incluso nella struttura originaria dell’assoluto vero’, e cioè, daccapo, che il soggetto autentico del pensiero che pensa la verità non sono ‘io’ (come ‘individuo’, ‘ente particolare’, ‘io empirico’ – o anche ‘gruppo sociale’, ‘classe’, ‘popolo’, ‘chiesa’), ma la verità stessa

  Continue reading

KAˈTABAZI

musta_aurinko1

RI-PUBBLICO IN AFFINITÀ EGOISTA-DAL MIO AFFINE DI SANGUE E-NICHILISTA EGOARCA-“ORKELESH”

Instabile e temporaneo.

Si dischiude nella percezione del mio sguardo.
Scalo “passi” che occlude Ora- la discesa.
È una prova, la vita estrema è una “prova”.
Che pensate, voi ottenitori della pace della mente?
Pensate poter usare un “lemma” radicale, per poi..che “poi”?

Continue reading

INCUBO IN UN SOFFIO DI APATIA

apa

COMPLICE NICHILISTICAMENTE -PUBBLICO UN TESTO PROFONDO E ABISSALE -DA PARTE DEL MIO AFFILIATO DI SANGUE “ORKELESH”

Piove a dirotto. Lo specchio si riflette e diviene “davanti” a me.
Piove, e il ticchettio assomiglia al pedante rumore del passo che calpesto mentre guardo lo specchio.
L’incubo che stanotte ha compresso e forzato il margine dei miei istanti, mi rimane addosso, come l’odore del fallimento.

Continue reading

SCALARE LE VETTE DELLA DEVIAZIONE

DEVIZ

PUBBLICO NICHILISTICAMENTE COMPLICE UN TESTO CRIMINALE DELL’AFFINE NICHILISTA “ORKELESH”

Vomito.

Mi alzo.

Vomito.

Mi rialzo.

Spazzo via e attorno la puzza di espiazione.

Continue reading

NUOVO PROGETTO NICHILISTA: “ABYSSUS ABYSSUM INVOCAT”

Nuovo progetto Nichilista Individuale da parte dell’Affine Orkelesh.

“Abyssus abyssum invocat” prende ispirazione dai fautori del blog Terrorista Nichilista e criminale “Pyrodex” ma in primis dai fondatori della casa editrice Nechayevschinaed. -Nechayevshchina e Via Negationis- che ha dato al Nichilismo -spacciato per roba per studenti- un connotato Terrorista e criminale, sorto attraverso l’egoismo individuale, per pisciare e sputare sulle ceneri di questa società infame.

Continue reading

FIAMME ALTE CHE SBRICIOLANO CREPUSCOLI

NICHI121

DAL NUOVO SITO NICHILISTA PUBBLICO EGOISTICAMENTE ABYSSUS ABYSSUM INVOCAT

Fiamme alte che sbriciolano crepuscoli.

L’eclisse del tempo “chiama” me, per rendergli onore.

Il velo della mia idea è nascosto da un arcano quesito:

L’ordine delle cose esiste?

Continue reading

NUOVO PROGETTO NICHILISTA: “IL CERCHIO SELETTIVO”

SELETTIVO

RICEVO E PUBBLICO IN MANIERA COMPLICE E AFFINE:

IL CERCHIO SELETTIVO

“Il cerchio selettivo” prende ispirazione affine dal defunto “Abisso Nichilista”, non per proseguire in maniera “metastorica” il proprio proposito (senza -in sintesi -continuare immutabile nel tempo qualcosa che è morto e non può rinascere), ma per appropriarsi dell’unico progetto nichilista, che ha espresso la radicalizzazione dell’idea nichilistica, l’approfondimento dell’oscuro e insondabile io interno, nella caverna del pensiero, la visione estrema e amorale a confronto della “pace sociale” della società-massa, negando nel frattempo la visione esclusivamente permeata dai libri di storia, da una certa lettura didattica, dalla noiosa riproposizione delle solite introduzioni su come e perché è nato il c.d.“nichilismo”…


Il progetto Nichilista egoarchico “Il Cerchio Selettivo”, nasce esclusivamente, per attaccare la modulazione letterale della parola, e distruggerla, apportando testi propri e presi da altri autori.
Parola che rientra nell’idea della metafisica dell’uomo, secondo una serie di regole morali e una visione dei valori che ripercorrono l’immutabile pensiero universale.
Il nostro progetto vuole distruggere la piena espressione di un vuoto significato della “parola”, appoggiando nel frattempo indirettamente (cioè senza pubblicare comunicati o altro) l’estremismo nichilista -settario, con un brivido nella schiena, e l’affinità nel cuore per questi feroci e sfrontati individui che sfidando le leggi della società-massa.

Gli editori del progetto Nichilista egoarchico “Il cerchio selettivo”.

 

 

 

Page 1 of 4
1 2 3 4