INTERVISTA AGLI HOMSELVAREG

Ricevo e pubblico:

Intervista agli Homselvareg (black metal, Italia)

Grazie a un affine anonimo che ci ha inviato per email questa intervista, e visto il nostro interesse egoistico, abbiamo deciso di pubblicarla…è una valida intervista a un gruppo che affronta temi presenti su Abisso Nichilista, come: l’uomo animale in conflitto con l’umano-razionale, e il rapporto con la natura selvaggia, l’estinzionismo, il conflitto amoralità-moralità, l’anti-umanesimo estremista, il Black metal e l’impoliticità, e altro…

Ghen/Abisso Nichilista

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Cosa significa Homselvareg? Che sentimenti dovrebbe provare un ascoltatore di black metal quando vi sente nominare? In più parti ho letto che il nome è scritto HomSelvareg, tra l’altro.

[Bazzy, chitarrista] Il nome Homselvareg è una distorsione della forma dialettale Homo Salvadego, che si riferisce ad una leggenda alpina che narra di una figura a metà fra l’umano e l’animale. Nella nostra interpretazione, l’Uomo Selvaggio è metafora della contrapposizione tra la modernità e le primordiali e primigenie forze naturali. Essendo il nome l’unione di due parole, Homo e Salvadego, la forma corretta è Homselvareg.

Che successe in quel lontano 2003, quando decideste di darvi al metal? Della prima demo non c’è traccia da nessuna parte o devo cercare meglio? Lend Your Heart To The Night è la seconda demo: è stata scritta e registrata come la prima oppure avevate cambiato già qualcosa?

[Plague, cantante] Nel 2003 ci siamo conosciuti io (Plague, cantante) e Selvan (primo chitarrista), e, condividendo la passione e l’interesse per il genere, decidemmo di creare il progetto. Della prima demo (quando il progetto si chiamava ancora Inferi) incidemmo pochissime copie in cassetta, ma non fu mai prodotto né distribuito, quindi non ce n’è traccia online. Della demo Lend your Heart to the Night, la prima sotto il nome Homselvareg, ne facemmo un estratto di tre pezzi che sono presenti anche nel primo full length, le altre sono reperibili online sul nostro link soundcloud ufficiale. Tra la prima demo e la seconda, il principale elemento di cambiamento fu l’inizio dello sviluppo del concetto dell’Uomo Selvaggio: se nella prima (Inferi), le sonorità e le tematiche si rifacevano ad un black metal ancora legato a canoni più tradizionali, nella seconda iniziammo a lavorare sulle tematiche nell’ottica dei concetti che vennero poi sviluppati nel primo full.

Perché a un certo punto avete deciso di cantare in italiano?

[Plague] La scelta dell’utilizzo dell’Italiano nei testi è motivata da una questione di efficacia espressiva: semplicemente, esprimere quei concetti in italiano ci sembrò da subito più facile ed efficace, più d’impatto. Inoltre, cantare in italiano manteneva una linea di coerenza con le zone di provenienza della leggenda dell’Homo Salvadego.

Ottusamente molti pensano che il cantato in italiano sia sintomo di black metal politicamente schierato a destra. Voi che ideali avete nella vostra vita musicale?

[Bazzy] La politica è qualcosa che esula completamente dal concetto e dalle tematiche degli Homselvareg, per questo non ne abbiamo mai trattato nei testi, né ci interessa troppo nella vita di ogni giorno. In ultimo, la politica così intesa non è che un prodotto dell’essere umano, che ripudiamo come tutto ciò che è “uomo” e che da esso deriva.

Homselvareg è uscito nel 2006. Dice bene Metal Archives quando quantifica una tiratura di 500 copie autoprodotte di questo album? Se è vero, col senno di poi, lo giudicate un numero adeguato? Se non è vero, perché Metal Archives dice queste baggianate?

[Bazzy] Le informazioni contenute su Metal Archives sono corrette, abbiamo prodotto 500 copie a cavallo fra dicembre 2005 e il 2006. Riteniamo che sia stato un numero adeguato.

Quali porte vi ha aperto il vostro debutto? Sicuramente qualcosa ha fatto, visto che siete arrivati alla ristampa del 2008 per De Tenebrarum Principio. A proposito, quale delle due versioni mi consigliate di comprare, se dovessi trovarla in giro?

[Plague]Il debutto ci ha portato a condividere il palco con realtà più grandi (Shining, Impaled Nazarene ecc) e con numerose band del panorama nazionale. Ti consigliamo di comprare la ristampa del 2008, che contiene anche tre tracce di Lend you Heart to the Night.

E invece dopo poco tempo decideste di farla finita. Cosa è successo? Problemi di relazione tra di voi o semplicemente la vita vi ha divisi?

[Bazzy] Divergenze personali fra i membri non ce ne furono mai. Semplicemente cambiarono gli obiettivi individuali di ognuno, così decidemmo di fermare il progetto.

Cosa avete fatto, singolarmente, dopo lo scioglimento?

[Plague] L’unico che portò avanti dei progetti esterni agli Homselvareg in quegli anni fu Selvan, che tutt’ora milita come batterista negli Unctoris e come chitarrista e cantante nei Necro.

Fino al 2015 il fuoco degli Homselvareg covava sotto la cenere oppure si è spento ed è stata riacceso grazie a eventi inattesi? Cosa vi ha fatti tornare insieme? Un faccia a faccia in solitaria sulle Alpi?

[Nioin, batterista] Il progetto si era definitivamente spento nel 2009. Nel 2015 Bazzy diede il via ad un nuovo progetto Black Metal con NioiN alla batteria e Gerion al basso. Quando chiese a Plague di prendere il posto dietro al microfono questi propose di riaccendere quelle braci, e così rinacquero gli Homselvareg.

Di cosa Catastrofe parla il vostro secondo album? Era pronto già da un po’? Cosa avete cambiato rispetto all’omonimo? Io sento il cantato molto più protagonista.

[Plague] Catastrofe non è dedicato ad un evento in particolare, è un inno alle forze della natura e alla distruzione dell’uomo per sua mano. L’album era pronto dal 2009, ma non era mai stato prodotto. Rispetto all’omonimo, il concept subì una variazione: il focus non era più propriamente sull’Uomo Selvaggio, ma incentrato sulla natura e sulla rivalsa dei quattro elementi sull’uomo. Inoltre, buona parte del lavoro di composizione venne eseguito da Bazzy.

Un gruppo come voi su Sliptrick Records non me lo sarei aspettato. Come è andata quell’esperienza? Lo rifareste?

[Bazzy] La scelta di Sliptrick Records fu necessaria: Catastrofe era già presente online dal 2009, e trovare un’etichetta che volesse produrlo non era cosa facile. Purtroppo non ci siamo affatto trovati bene, quindi non lo rifaremmo.

Tre anni dopo la catastrofe è arrivata la Rinascita. Perché questo titolo? Si può riferire anche a voi Homselvareg? E come si ricollega alla curiosa e maestosa copertina?

[Nioin, Plague] La scelta del titolo Rinascita ha un duplice significato: in primo luogo si riferisce alla rinascita del gruppo. Ma, prima di tutto, Rinascita, piuttosto che a Catastrofe, si ricollega in modo più diretto al primo album, volendo essere il capitolo conclusivo del ciclo dell’Uomo Selvaggio. Il protagonista torna ad essere, appunto, l’Homo Salvadego, ucciso dall’uomo nel primo disco, e rinato in quest’ultimo per portare l’essere umano all’estinzione.

Un gruppo alpino che va ad accasarsi presso una label messicana: allora il metal di oggi ancora ha senso di esistere! Cosa vi sta dando Throats Productions rispetto alle altre etichette con cui avete lavorato in passato?

[Bazzy] La collocazione geografica dell’etichetta è un fattore che ci interessa in modo relativo. Throats Productions sta dimostrando impegno, passione e professionalità nel seguire l’uscita di Rinascita e nel soddisfare le nostre richieste, fatto ormai non più scontato. Tutti questi fattori ci stanno facendo vivere l’esperienza con Throats Productions in modo positivo.

Rinascita è il vostro disco migliore? Dal punto di vista emotivo ed esecutivo siete arrivati davvero in alto!

[Bazzy] A livello compositivo, Rinascita è certamente il disco che riteniamo più “maturo”. Dalla nostra parte abbiamo la fortuna di una nuova formazione ben coesa, con cui riusciamo ad amalgamare le diverse influenze dei singoli in fase di composizione.

Un commento sotto lo streaming Youtube di Parassiti recita “like Tsjuder but worse”. Come rispondete?

[Plague] È un commento che non ci tange. Le band che ascoltiamo e a cui ci rifacciamo sono altre.

A voi fa bene che un tizio faccia queste cose]? Siete più orientati sul versante ottimista (“è tutta pubblicità” e “basta che si diffonda la musica”) oppure pensate che sia una condotta da non prendere ad esempio?

[Nioin] E’ un fenomeno che succede ed è sempre successo. Dalla nostra parte, ci fa piacere che, a suo modo, abbia ascoltato e apprezzato il disco. Per il resto, non crediamo che il fatto ci leda in alcun modo.

Perché certe fazioni di metallari ce l’hanno coi Behemoth?

[Bazzy] Quando una band ottiene il successo dei Behemoth è normale che ci sia chi apprezza e chi odia, soprattutto in un genere musicale come il Black Metal, piuttosto legato al concetto che “se è underground è vero e autentico” (fenomeno che in Italia accade forse troppo spesso). I gusti musicali sono qualcosa di soggettivo, quindi ci saranno sempre i detrattori.

Vi sentite parte di una qualche scena o di un filone di black metal alpino? Chi sono i gruppi che sentite più vicini al vostro modo di suonare e intendere la musica?

[Bazzy, Plague] Non ci sentiamo parte di alcuna “cerchia” o “scena”. Ci sentiamo vicini ai gruppi con cui abbiamo condiviso il palco, a quelli che provengono dalle nostre stesse zone e a quelli di cui conosciamo i membri anche al di fuori dell’ambito musicale (Tumulus Anmatus, Grendel, Kult ecc).

Siete troppo discreti e schivi in questi tempi turbolenti e social. Come intendete promuovere la vostra musica?

[Bazzy] Di certo tramite il lavoro di promozione che che sta facendo Throats Productions, che ci aiuta. Poi tramite recensioni e interviste e, si spera quanto prima, tramite l’attività live.

Andiamo in particolare su Facebook. Nella vostra biografia scrivere di essere un “gruppo storico” e che “gli Homselvareg con il loro stile rimarranno sempre una pietra miliare del Black Metal italico”. Non temete che alcuni possano fraintendere queste parole, reputandovi poco umili?

[Bazzy] Quell’estratto della bio sulla nostra pagina Facebook deriva da una recensione di molti anni fa, che semplicemente copiammo in modo molto disinteressato sulla nostra pagina, e mai modificammo (questo dovrebbe dare un’idea del nostro interesse nella nostra presenza sui social).

Un gruppo che, in giro dagli anni Novanta, ha solo una manciata di canzoni registrate, può dettare legge e prevaricare gruppi più giovani, con una discografia anche più nutrita, solo per una questione di anzianità?

[Nioin] In questi casi il discriminante non è l’anzianità o l’estensione della discografia, ma solo ed unicamente la qualità.

Cosa pensate guardando a questo live?

[Plague] Fu l’ultimo live con la vecchia formazione. E’ una delle tappe del nostro percorso.

Qual è il commento su di voi che vi fa più piacere sentire?

[Plague] Ci fa piacere che si apprezzi con sincerità la musica che proponiamo e il messaggio di cui ci facciamo portatori.

Quali invece sono le parole o situazioni che vi hanno ferito o potrebbero farlo?

[Nioin] Considerata la qualità delle critiche che vengono avanzate normalmente, ci viene difficile sentirci “toccati”.

In cosa gli Homselvareg di oggi sono cambiati, migliorati, evoluti rispetto a quelli pre-reunion?

[Nioin] La differenza sostanziale è la formazione, di cui gli unici membri originali sono Plague e Bazzy. Cambiano ovviamente le influenze che i nuovi membri portano in composizione.

Dove sarebbero gli Homselvareg se non ci fossero le Alpi?

[Plague] Probabilmente non esisterebbero, o si chiamerebbero in modo diverso.

L’uomo sta distruggendo la natura o è tutto nell’ordine delle cose poiché l’uomo stesso è natura?

[Plague, Nioin] L’uomo è natura poiché da essa è stato creato. Tuttavia, l’essere umano vacilla su un precario equilibrio fra completa natura e qualcos’altro. La linea di separazione è la coscienza. La coscienza di sé, la percezione del sé, è la più grande arma e la più grande tragedia dell’essere umano. Fra le altre cose, la coscienza (e la sua unicità sulla Terra) convince l’uomo di dover essere qualcosa di più d’un mero animale, pur mosso, troppo spesso, da istinti primigeni nell’agire, seppure spesso inconsapevolmente. Non è forse l’istinto ciò che porta alla infrazione di quelle regole morali che con tanto impegno ci imponiamo? La ricerca del soddisfacimento di questi istinti o bisogni porta spesso l’uomo ad agire in un modo che viene considerato “sbagliato” quando non “malvagio”. Quando ciò accade, poco si preoccupa di chi o che cosa calpesta per raggiungere l’appagamento di quel bisogno. Talvolta, ciò che viene calpestato è il prossimo, più debole. Talvolta l’ambiente circostante. Estendendo il discorso, in questo troviamo l’origine della distruzione della natura da parte dell’uomo, che, in questo suo agire, non si comporta in modo diverso da un parassita.

Chiudiamo con un esperimento sociale. Come fareste per cercate di convincere il metallino impazzito per l’ultimo album degli Immortal che forse è il caso di investire anche su Rinascita?

[Plague] Non è nostra prassi o interesse cercare di convincere altre persone ad ascoltarci o ad acquistare i nostri dischi.

IL FUOCO E L’IDENTITÀ

È noto che lo stile di Eraclito sia oscuro, ma ciò trova una propria motivazione nella consapevolezza che la natura ami nascondersi e l’umanità non è in grado di comprenderne il messaggio per la prima volta che l’ascolta, non avendo avuto prima che Eraclito stesso lo esplicitasse la possibilità concreta di ascoltarlo. Dunque, il carattere criptico della filosofia eraclitea ha un fondamento quasi naturale, logico, ovvio: un messaggio altisonante e innovativo, che dirompe le coscienze degli uomini non può essere veicolato alla luce del sole, mediante parole chiare, certe e incontrovertibili.

Questo è il contesto entro cui cogliere la più celeberrima delle sue affermazioni: Tutto scorre, ogni cosa è in stato di perenne flusso. Non si può attraversare due volte lo stesso fiume, perché le acque scorrono sempre dinnanzi a noi: il fiume è e non è lo stesso; le acque, scorrendo, modificano la natura del fiume, pur essendo il fiume lo stesso. Tutte le cose sono in perenne moto, nulla è fermamente, in modo stabile. Tutto è nel momento in cui al contempo fluisce e cambia: essere e non essere sembrano convivere, in un’Unità che è Differenza. L’Unità si realizza nella Differenza. Non si tratta di negare il Reale e di asserire che il Reale non sia reale: Eraclito non afferma l’Irrealtà del Reale. Il filosofo di Efeso non vuole dire che non esiste null’altro che il cambiamento.

In Anassimandro gli opposti sono considerati l’uno come invadente il campo dell’altro – l’acqua invade l’aria, l’aria invade il fuoco, il caldo invade il freddo e lo porta al suo estinguersi, la morte invade la vita, in ultima istanza – questa concezione filosofica, tuttavia, non pare reggersi, perché la motivazione di questo continuo flusso esistenziale sarebbe determinato da azioni ingiuste, da atti di ingiustizia per nulla giustificabili e spiegabili. Chi compie questi atti di ingiustizia? A questo interrogativo, nella filosofia anassimandrina, non è dato rispondere, sebbene – è il caso di rammentarlo – un forte desiderio esplicativo emerga all’interno della proposta di questo importante cosmologo ionico. Peraltro, l’idea che esistano infiniti mondi e che in ogni momento ci siano coesistenze di cosmi molteplici indica, in ultima istanza, che esiste un fluire dalla vita alla morte ma pure anche dalla morte alla vita, in una dialettica fra gli opposti in cui, nei fatti, non esiste realmente la morte: la morte sarebbe il definitivo tramonto e l’ultimo, inesorabile passaggio verso il non-essere, la non-esistenza, ma ciò è in contrasto con l’idea di un àpeiron illimitato e indefinito. Poiché tutto torna all’apeiron, a ciò che non ha alcun confine, tutto può ricominciare a vivere, per il richiamato atto di ingiustizia.

La riflessione di Eraclito trova la propria genesi entro l’orizzonte di Anassimandro, per poi, tuttavia, superarlo. Per quest’ultimo la guerra tra gli opposti è qualcosa di indesiderabile, che porta caos anziché ordine, essendo qualcosa che danneggia la purezza originaria dell’Uno. Per Eraclito, al contrario, l’Uno può esistere solo nella tensione polemica – nella guerra o nel pòlemos – con ciò che è opposto: la guerra è essenziale per l’Unità dell’Uno, ovvero per la sua medesima esistenza.

Dunque, il Reale è uno ma è anche molteplice nello stesso tempo: come suggerisce Copleston, studioso di filosofia statunitense, la coesistenza di Realtà-nell’-Unità e nella-Molteplicità non è un fatto o un evento accidentale, ma essenziale. È essenziale sia nel senso che costituisce l’essenza della stessa filosofia eraclitea, sia nel senso che l’Uno è essenzialmente Uno ed essenzialmente molteplice. L’Identità è nella Differenza. L’arché di Eraclito è tale Uno/Molti, che rende giustizia dell’impasse di Anassimandro, perché spiega in che senso l’ingiustizia anassimandrea genera gli opposti: anzi, a essere ancora più precisi, l’ingiustizia si tramuta in Eraclito nel proprio contrappunto, divenendo Giustizia. Non c’è atto ingiusto generativo degli opposti, ma atto giusto e razionalmente comprensibile, giacché ogni cosa è mentre non è. E qui il doppio riferimento al fatto che, per esempio, il nostro corpo sia sempre lo stesso nonostante i continui ricambi cellulari o che la nostra identità personologica non si modifichi nonostante il flusso di coscienza è già implicato: come dire, che nell’Antichità già si ravvisa tutto lo sviluppo della storia della filosofia successiva ma pure, anche, della psicologia e di forse tutte le altre scienze moderne e contemporanee.

Certo, rispetto a quest’ultimo punto si può argomentare che si sta procedendo verso un’interpretazione anti-storica, ma ciò è più apparenza che sostanza, giacché i semi dello sviluppo di qualcosa sono sempre antecedenti allo sviluppo stesso. Eraclito non può giungere alla conclusione freudiana dello stato di coscienza e proporre un metodo delle libere associazioni per scavare all’interno di un inconscio che egli non può scoprire, ma, spesso, pur in contesto non sempre rigorosamente scientifico, ci sono delle premesse che devono essere poi inverate in un momento successivo, quando i tempi sono maturi.

Il simbolo del fluire nell’identico è il Fuoco, che rappresenta, dunque, la concretizzazione dell’arché eracliteo. Il fuoco vive nutrendosi di una sostanza, per tramutarla in qualcosa d’altro: vive mentre consuma e si consuma, vive mentre muore, dando luogo al differente del (e dall’) identico. La vera esistenza del fuoco dipende dal conflitto e dalla tensione. Secondo Eraclito, quando il fuoco è condensato e posto sotto pressione, diviene acqua, che congelata diviene terra: è il sentiero discendente delle trasformazioni naturali che avverrebbero nell’universo. Ma esiste anche un sentiero ascendente, che porta il fuoco a essere aria: anzi, l’acqua si scioglie nell’umido ed evapora, formando l’atmosfera, che si originerebbe dal mare, grazie al vapore acqueo.

Dunque esistono conflitti eterni nell’universo e un continuo salire e scendere della materia, che ora è maggiormente rarefatta e ora maggiormente condensata, a causa della spinta generatrice e rigeneratrice del fuoco. L’inseparabilità degli opposti si spiega come l’essere i diversi gradi e momenti dell’Uno: la morte dell’acqua è divenire terra, ma la morte della terra è divenire acqua. Vita e morte convivono e sono la stessa cosa – nessun dubbio che, allora, non si debba temere la morte in quanto tale: noi siamo vita e morte assieme, esistiamo in quanto parte di un divenire eterno, del Fuoco universale, in cui ogni ente è solo manifestazione dell’Uno.

Si nota il carattere panteistico della filosofia eraclitea: il mondo è Dio, è divino, è il luogo del fuoco, le cui manifestazioni parziali portano alla nascita delle diverse cose che noi sperimentiamo e, in ultima istanza, portano alla nascita di noi stessi. La Ragione umana è un momento della Ragione universale, o una sua contrazione e canalizzazione: l’uomo deve combattere per raggiungere il punto di vista della Ragione nella sua purezza, trascendendo così i punti di vista particolari in cui noi ci troviamo racchiusi. E, per inciso, ogni uomo è racchiuso e prigioniero di specifici punti di vista, del proprio punto di vista: non è questa la prospettiva di Eraclito, certo, ma quella di Socrate, che, nondimeno, con Eraclito e grazie all’immersione nella filosofia ionica prima e nella sofistica poi, afferma anch’egli che la Ragione umana è parte integrante della ragione universale. Ancora una volta, i germi dello sviluppo successivo, germi inconsapevoli, trovano una propria ragion d’essere.

Tutti i sistemi panteistici prevedono un punto di vista universale, quello della Ragione (Eraclito, Stoicismo, Spinoza ne sono esempi), o quello dello Spirito (L’Idealismo tedesco ed Hegel in particolare sono in questo caso i referenti): il problema è come trascendere gli specifici punti di vista per assurgere a qualcosa di più grande, di universale perché valido per tutti e a prescindere dalle situazioni concrete in cui ci immergiamo ogni giorno. Può essere la Storia ad abbracciare dialetticamente i diversi momenti, può essere la Fisica con i due richiamati sentieri, può essere l’Intelligenza umana e la capacità del saggio di astrarre da sé: le risposte sono molteplici, come molteplici sono i punti di vista che, evidentemente, sono annullati quando guardiamo il mondo dalla prospettiva di Dio – qualsiasi sia la definizione e il senso da attribuire a quest’ultima entità.

ISOLERT: “NO HOPE, NO LIGHT…ONLY DEATH”

1. Intro (Doomed)
2. Your Hypocrisy
3. Empty Memory (Hate for Mankind)
4. Blood Painted Sky
5. The Dance of Tormented Spirits
6. Frozen Mist
7. No Hope, No Light…Only Death

EVOCANDO QUEL FUOCO

Quella che Nietzsche fa della filosofia di Eraclito non è una descrizione secondo il classico modello alla base dei saggi e delle tante storie della filosofia, la sua è una interpretazione alla stregua di quella compiuta da un grande maestro d’orchestra nell’esecuzione di una sinfonia di Beethoven. Come questi non si limita a far scorrere le note secondo lo spartito lasciato dal compositore tedesco, ma tenta di coglierne l’intima essenza e problematicità attraverso accentuazioni particolari dei suoi accordi sublimi, così Nietzsche, del più «oscuro» e profondo dei filosofi, si propone di evocare quel «fuoco» da cui emerse la sua più intima intuizione per mezzo di una coloritura linguistica che si accordi con quel senso inaudito.

Per scendere nell’abisso della intuizione eraclitea, egli usa il linguaggio che è proprio delle grandi profondità: la poesia. Egli cerca di entrare in sintonia con quel pensiero musicale attraverso gli accordi di un parlare lirico e anticonvenzionale. Solo inabissandosi, si possono cogliere i segreti dell’abisso stesso.

E’ stupefacente come, da una esposizione saggistica della filosofia di Eraclito, possano estrapolarsi «momenti letterari» che assomigliano, in tutto e per tutto, ad autentici aforismi. Sembra quasi di leggere dei frammenti dello stesso Eraclito, proprio a rendere prova di quell’accordo cercato da Nietzsche con la musicalità del pensiero del grande greco.

Quelle di Nietzsche, sulla personalità di Eraclito, sono autentiche suggestioni. Con un senso intuitivo pari a quello del suo «maestro», egli ne evoca i tratti caratteriali e spirituali più profondi:

Il suo talento è tra i più rari, in un certo senso il più innaturale, e inoltre esclusivo e ostile persino verso i talenti affini.

Il muro del suo restar pago di sé deve essere di diamante, se non vuol essere distrutto e infranto, poiché tutto è in movimento contro di lui.

Costui possiede la verità: si volga pure dove vuole la ruota del tempo, non potrà mai sfuggire alla verità.

Di siffatti uomini è importante sapere che essi sono vissuti una volta. Non riusciremmo mai ad immaginarci, per esempio, la superbia di Eraclito come una oziosa possibilità.

Sempre a proposito della «superbia» di Eraclito, Nietzsche aggiunge:

Ogni aspirazione al conoscere sembra in se stessa, stando alla sua essenza, eternamente inappagata e inappagante. Perciò nessuno, se non è ammaestrato dalla storia, potrà credere ad un tanto sovrano apprezzamento di sé, nonché alla certezza di essere l’unico pretendente favorito della verità.

Uomini di questa stoffa vivono nel loro proprio sistema solare; lì dobbiamo cercarli.

Di quel senso della solitudine che permeò l’eremita efesio del tempio di Artemide, soltanto nei più aspri deserti montani è possibile avere in qualche modo un agghiacciante presagio.

Da costui non si espande alcun sentimento oltrepossente di compassionevoli turbamenti, alcuna bramosa volontà di aiutare, di guarire e salvare. E’ una costellazione senz’atmosfera.

Il suo occhio, che si rivolge fiammeggiante all’interno, guarda, come per semplice apparenza, spento e gelido all’esterno.

Ma anche gli uomini dal cuore sensibile si discostano da una siffatta maschera che sembra fusa nel bronzo; un tale essere può apparire più comprensibile in un remoto santuario tra simulacri divini accanto ad una architettura fredda, pacatamente sublime.

«Cercai e investigai me stesso» – disse di sé con le parole con cui si indica la consultazione di un oracolo: come se fosse lui e nessun altro a dare verace adempimento e compimento al precetto delfico: «conosci te stesso».

……possa essa (l’umanità) farsi interpretare come sentenze oracolari quel che costui (Eraclito), a somiglianza del dio delfico, «né asserisce, né nasconde».

Poiché il mondo ha eternamente bisogno di verità, così ha eternamente bisogno di Eraclito: pur non avendo costui bisogno di esso.

Della sua gloria importa in qualche modo agli uomini, non a lui, l’immortalità degli uomini ha bisogno di lui, non lui dell’immortalità dell’uomo Eraclito.

Quel che lui vide, la dottrina della legge nel divenire e del gioco nella necessità, deve d’ora innanzi starci eternamente di fronte agli occhi: egli ha levato il sipario su questo grandioso spettacolo.

ETERNAMENTE CAOS

L’uso frequente da parte di Nietzsche di concetti quali istinto, autoconservazione, lotta per la vita ed evoluzione, ci mostra come egli conosca e si confronti continuamente con la teoria darwiniana a cui, come vedremo nel corso di questo capitolo,da un lato, si rifà esplicitamente e, da un altro, invece, si oppone.

Nietzsche, infatti, riprende l’importanza riconosciuta da Darwin agli istinti di autoconservazione e di lotta per la vita per lo sviluppo degli esseri viventi. Le strutture attraverso cui l’uomo conosce, definisce e determina il mondo che lo circonda verrebbero costruite dall’uomo stesso in quanto funzionali alla sua autoconservazione. Allo stesso tempo, però, abbiamo anche un Nietzsche diagnostico fortemente critico nei confronti della teoria darwiniana. I concetti di autoconservazione e lotta per la vita assumono all’interno della filosofia nietzscheana, infatti, un significato completamente diverso. Sarà proprio contro un
istinto di autoconservazione finalizzato soltanto ad allungare il più possibile l’esistenza che Nietzsche porterà avanti l’affermazione di una vita all’interno della quale l’uomo, non potendo controllare il mondo naturale che diviene, vive in questo con tutti gli imprevisti e i pericoli che lo caratterizzano, acquisendo, per ciò stesso, la forza necessaria a conservarsi, senza però reprimere la propria natura.

In questo primo paragrafo analizzeremo non tanto la posizione del Nietzsche diagnostico, quanto quella del Nietzsche più darwiniano, sottolineando come egli attribuisca alle strutture della conoscenza un’origine fortemente evoluzionista e mostrando come quest’origine sia strettamente legata a quella nota gnoseologia prospettivista e costruttivista secondo la quale non esisterebbe una conoscenza oggettiva della realtà; conseguentemente, il rapporto uomo-natura non potrà più essere inteso come una semplice contrapposizione soggetto-oggetto, bensì come
un rapporto complesso di interazione.

Ciò che, secondo Nietzsche, spingerebbe l’uomo alla creazione di strutture stabili su cui fondare la realtà come, per esempio, la cosa in sé kantiana, sarebbe soltanto la loro funzionalità:

Tutte le nostre leggi meccaniche vengono da noi, non dalle cose! Noi costruiamo in base a esse le cose. La sintesi cosa deriva da noi: tutte le proprietà delle cose vengono da noi. […] Soltanto tutte quelle funzioni che comportano la conservazione dell’organismo hanno potuto conservarsi e riprodursi. (FP 25[427], primavera 1884)

È infatti in quest’ottica che si inserisce la critica nietzscheana a Kant. Nietzsche considera la cosa in sé come uno di quei soggetti che vengono supposti a spiegare il divenire quando non si vuole accettare che esso è l’unica realtà. Dunque, la critica alla cosa in sé si colloca all’interno della condanna nietzscheana del pensiero metafisico; quest’ultimo si annida proprio nell’idea dell’esistenza di qualcosa di trascendente e irraggiungibile che soggiacerebbe a ogni attività e che si distinguerebbe da questa. Secondo Nietzsche, tale errata distinzione tra un’attività e chi la compie, tra il condizionato e il condizionante trova la sua piena espressione nel giudizio, poiché in esso si può sempre distinguere il soggetto, cioè colui che agisce, dal verbo, che rappresenta invece l’azione, ossia l’attività compiuta dal soggetto. Allora, il giudizio non sarebbe fonte di conoscenza, ma semplicemente la falsa credenza che le cose siano in un certo modo quando, invece, non esiste nulla al di là del fare e dell’azione in quanto tali. Il giudizio è secondo Nietzsche un esempio di quelle strutture attraverso le quali l’uomo cerca di ordinare, controllare e ridurre un mondo che, invece, è un sistema complesso sempre attivo e che, non a caso, egli chiamerà «eternamente caos» [ewig Chaos]. Nietzsche nega la legittimità della distinzione tra cosa in sé e fenomeno perché questa presupporrebbe una conoscenza già abbastanza ampia e precisa.

Infatti, in qualunque modo venga inteso il rapporto tra questi due concetti, sia nel caso in cui la cosa in sé venga considerata come la ragione sufficiente del mondo fenomenico, sia che, invece, venga considerata come incondizionata e incondizionante, comunque si compie l’errore di considerare la vita come qualcosa di fisso, stabile e prevedibile, escludendo che essa possa essere invece divenuta o che stia ancora divenendo.

Ciò di cui, secondo Nietzsche, l’uomo non ha tenuto conto è che il mondo non è qualcosa di fisso e stabile, ossia qualcosa di concluso e pienamente definito di cui esistono contorni e confini precisi come quelli di un quadro appena finito, ma è, al contrario, un flusso in continuo divenire che, quindi, non può essere fissato e definito attraverso nessun giudizio. Allora, l’uomo che distingue tra cosa in sé e fenomeno sarebbe l’uomo che è riuscito a giudicare e, quindi, a definire e conoscere i confini del mondo; quest’uomo, però, non esiste, perché non esiste quel mondo che egli pensa di conoscere. In questo senso siamo d’accordo con l’analisi di Kirchhoff secondo la quale, da un lato Nietzsche, nella sua negazione di una conoscenza metafisica e assoluta, sarebbe kantiano, dall’altro lato si opporrebbe a Kant poiché riterrebbe che questi, volendo delineare i limiti della ragione, li superi e li trascenda cadendo in un atteggiamento metafisico.

Secondo Nietzsche esisterebbe infatti solamente un divenire che si realizza come tale proprio nell’attività, nel movimento. In questo senso anche il soggetto in quanto uomo non sarebbe qualcosa di distaccato dal movimento del divenire, ma, al contrario, sarebbe al suo interno e vivrebbe nel porsi in relazione con ciò che lo circonda, interpretando e cercando di imporre la propria volontà di potenza. Per Nietzsche siamo noi che imponiamo al mondo le nostre leggi, come la fissità e la stabilità, in base alle nostre prospettive, pensando e convincendoci erroneamente che, invece, sia il mondo ad imporle a noi.

La posizione assunta da Nietzsche sembra essere di derivazione darwiniana poiché egli ritiene che queste strutture e queste leggi che l’uomo attribuisce al mondo non sono effettivamente appartenenti a questo, ma sono soltanto utili all’uomo per continuare a vivere, ossia per conservarsi. Dunque, secondo Nietzsche, l’istinto di autoconservazione gioca un ruolo importante nella relazione dell’uomo con ciò che lo circonda poiché è proprio da quest’istinto che nascerebbe la convinzione dei filosofi di avere trovato nelle «categorie di ragione» il mezzo giusto per raggiungere la verità assoluta e, quindi, la conoscenza oggettiva del mondo. L’errore, il «traviamento», a cui la filosofia, ma più in generale gli uomini nel processo conoscitivo e nel rapporto con la natura soggiacerebbero, consisterebbe nell’irrefrenabile istinto di vivere il più a lungo possibile. L’errore che gli uomini compiono, a causa della sua «utilità biologica», consiste nel pensare di potere controllare, categorizzare e organizzare stabilmente il mondo, rispetto al quale l’uomo si crede qualcosa di esterno e, soprattutto, di superiore.

Il convincimento che la natura possa essere controllata, allontana la paura e lo sgomento derivanti dall’idea che questa stessa natura sia continuo divenire e movimento imprevedibile di molteplici elementi su cui l’uomo non avrebbe nessun potere.

Questo istinto di autoconservazione, che contribuisce allo sviluppo biologico di ogni essere vivente, per Nietzsche sarebbe allora ciò che c’è di più antico e di più profondo per il genere umano. Esso è l’«essenza» stessa dell’uomo.

Nietzsche usa termini come quello di «zurechtmachen» e cioè di «accomodare», per descrivere l’operazione che l’uomo compie quando, attraverso le categorie logiche della ragione, accomoda e, quindi, trasforma il mondo in ciò che è a lui più utile, pensando erroneamente di poter raggiungere la verità e cioè una conoscenza oggettiva della realtà. Secondo Nietzsche, tutte le strutture attraverso le quali l’uomo pensa di conoscere il mondo sarebbero, invece, soltanto ciò attraverso cui l’uomo costruisce un certo modo di vedere tale mondo; esse nascerebbero dal bisogno naturale e imprescindibile di ogni essere vivente di autoconservarsi. In questo senso l’analisi nietzscheana è caratterizzata dall’uso di una terminologia di chiara derivazione darwiniana. Nietzsche, infatti, sostiene che gli organi di conoscenza hanno un’evoluzione e che tale «Entwiklung der Erkenntnißorgane» avviene secondo la «utilità della conservazione » [Nützlichkeit der Erhaltung], cioè con il solo scopo di conservare l’individuo. Ciò che guiderebbe l’uomo nella scelta del senso e delle regole da dare a questo mondo è il bisogno di allontanare tutto quello che fa paura e che, conseguentemente, viene considerato pericoloso per la vita. Dice Nietzsche:

La forma vale come qualcosa di duraturo e perciò di più pregevole; ma la forma è solo inventata da noi […] Non si deve intendere questa costrizione a formare concetti, specie, forme, scopi, leggi – un mondo dei casi identici – come se noi fossimo così in grado di fissare il mondo vero, ma come costrizione a riordinarci un mondo in cui la nostra esigenza sia resa possibile – creiamo con ciò un mondo che sia calcolabile, semplificato, comprensibile, ecc. […] I nostri bisogni hanno reso i nostri sensi così precisi, che lo stesso mondo fenomenico torna sempre di nuovo e ha pertanto acquistato l’apparenza della realtà. (FP 9 [144], autunno 1887)

Dunque, all’origine del processo della conoscenza risiederebbe la paura nei confronti di ciò che non si sa, ossia di ciò che non si può conoscere. Perciò Nietzsche non ha dubbi ad affermare che è proprio «l’istinto della paura» [Instinkt der Furcht] a comandare il processo conoscitivo. La conoscenza sarebbe così solo un modo per ingabbiare la realtà nelle strutture e negli schemi della ragione, la quale ridurrebbe tutto a ciò che le è più familiare.

La ripresa della teoria darwiniana sembra collocarsi all’interno di quella operazione, compiuta da Nietzsche, di deassolutizzazione degli schemi logici del modello classico di conoscenza e, in particolare, del mito della verità come corrispondenza, su cui questo modello si fonda. Sono infatti numerosi i passi in cui Nietzsche parla di verità in termini di utilità, poiché vero sarebbe ciò che è utile all’uomo, alla vita, al suo sviluppo biologico e non ciò che corrisponde alla realtà:

Le «verità» si dimostrano attraverso gli effetti, non per prove logiche, prove di forza. Il vero e l’efficace si identificano…

Il fatto, però, che la verità venga definita da Nietzsche come ciò che è utile ed efficace per l’uomo, non dovrebbe essere interpretato in chiave pragmatista, poiché l’atteggiamento di Nietzsche nei confronti di questa utilità della verità è fortemente critico. Infatti, questa verità che è utile, secondo Nietzsche, sarebbe una semplice illusione, una costruzione umana che avrebbe come unico scopo quello di controllare e definire il mondo circostante. La stessa idea di verità come corrispondenza sarebbe utile poiché nascerebbe dal bisogno dell’uomo di poter conoscere oggettivamente la realtà intesa come cosa in sé.

Allora, in qualunque modo la si intenda, la verità secondo Nietzsche è un’illusione, un errore dell’uomo che non accetta il divenire del mondo e che, invece, vuole controllarlo. In questo senso tutte le leggi e le proprietà che l’uomo attribuisce alle cose del mondo provengono sempre e soltanto dal suo bisogno di pensare a questo mondo naturale come a qualcosa di esterno, controllabile e determinabile in maniera assoluta. Se Nietzsche nega l’esistenza della verità in quanto tale, poiché le strutture logiche e di pensiero dell’uomo sarebbero inadeguate a cogliere il divenire del mondo, non bisogna con ciò confinare Nietzsche in una posizione esclusivamente scettica. Infatti è proprio a partire dallo scetticismo verso l’idea di una conoscenza oggettiva della realtà che nascerebbe il prospettivismo nietzscheano.

Allora, il mondo che l’uomo si pone a conoscere sarebbe un mondo che egli stesso contribuisce a costruire prospetticamente poiché gli istinti di autoconservazione e di lotta per la vita sono parti integranti del suo essere e del suo agire e, quindi, influenzano il suo rapporto con ciò che lo circonda.

In quest’ottica, la distinzione tra soggetto, ossia l’uomo, ed oggetto, ossia il mondo, incomincia a farsi sempre più sfocata se quello che l’uomo si pone a conoscere non può essere a prescindere dai suoi bisogni e dai suoi istinti. Il processo conoscitivo non sarebbe nulla di oggettivo e di assolutamente vero, sia perché colui che conosce non è neutrale, ossia non può conoscere indipendentemente da se stesso e da quell’insieme molteplice di ragione, sentimenti, istinti, bisogni di cui egli è fatto, sia perché la natura non è qualcosa di fisso e stabile, bensì un divenire.

Riconoscere che l’uomo agisce a partire ed in relazione a ciò che è utile e funzionale alla propria sopravvivenza, significa riconoscere che concetti come quelli di verità, determinazione, definizione sono soltanto espressioni di tale funzionalità e utilità.

Dunque, il mondo non è per niente qualcosa di definibile e determinabile in maniera assoluta; esso è soltanto un fare, un’attività dietro cui non giace nulla di fisso e stabile e a cui l’uomo semplicemente prende parte. In questo modo il riconoscimento del ruolo che i darwiniani istinti di autoconservazione e di lotta per la vita giocherebbero nello sviluppo dell’uomo e nel suo rapporto con ciò che lo circonda, serve a Nietzsche per mostrare come non esista né una realtà oggettivamente definibile e determinabile, regolata da leggi fisse e stabili, né una verità ad essa corrispondente, poiché questa è soltanto un’errata costruzione dell’uomo stesso. Infatti, ciò che esiste sarebbe solo un complesso intreccio di attività in continuo movimento e trasformazione. In tal modo, risulterebbe evidente come non si possa definire la posizione nietzscheana semplicemente scettica poiché il mondo che l’uomo conosce, anche se non coincide con una realtà prevedibile e determinabile a lungo termine, non è, però, pura finzione, ossia non è la falsità in contrapposizione alla verità assoluta, la quale risiederebbe in tale realtà trascendente. Al contrario questa stessa realtà, così come la verità ad essa corrispondente, non esiste. Cadrebbe pertanto qualsiasi contrapposizione dualistica tra verità e falsità, tra realtà e finzione, ed emergerebbe invece l’immagine di un mondo che non è fatto di chiare e distinte opposizioni quanto piuttosto di una complessa rete di relazioni che sono l’organizzazione stessa del mondo. Dunque, la negazione della verità come corrispondenza non implica anche la negazione della realtà in assoluto o la negazione di un processo conoscitivo.

Semplicemente bisognerebbe intendere in un nuovo modo tanto l’una quanto l’altro. La conoscenza, infatti, non può essere più intesa nei termini del tradizionale rigido rapporto soggetto-oggetto, poiché l’uomo di cui parla Nietzsche è un uomo naturalizzato che agisce attivamente non sulla natura, bensì all’interno di essa e con essa. Egli è ciò che la moderna teoria della complessità definisce un «agente» che opera all’interno di una rete in parallelo con una molteplicità di altri agenti.

Emergerebbe così, già dall’idea di una conoscenza prospettica, l’immagine di un uomo che è attivo rispetto al mondo che lo circonda e che non può conoscere a prescindere da questa sua attività attraverso cui interpreta ed entra in relazione con l’ambiente circostante. L’uomo non potrebbe conoscere a prescindere da se stesso e da quell’insieme complesso di sentimenti, impulsi, esperienze, ricordi che ne fanno parte; ecco perché Nietzsche afferma che «il mondo è la nostra attività nervosa» intesa non soltanto come attività sensoriale, ma come qualcosa di più complesso. La maggior parte di quello che noi vediamo, sentiamo o percepiamo attraverso i sensi sarebbe anche frutto della nostra fantasia che spesso inventa e costruisce in base a ciò che è stato già conosciuto.

Il ruolo che, secondo Nietzsche, la fantasia e l’invenzione giocano nel processo conoscitivo esprime tutta la complessità e la prospetticità della conoscenza in contrapposizione a quell’idea di univocità e oggettività che per Nietzsche aveva, invece, trovato espressione nella scienza positivisticamente intesa. Così, negando alla fisica e ad ogni altra scienza la capacità di spiegare il mondo in maniera assoluta, Nietzsche sta negando proprio ciò che invece le scienze hanno pensato di aver fatto per tempo immemore.

Secondo l’ottica nietzscheana è impossibile spiegare qualcosa che ha origine da quello stesso che cerca di spiegarla. L’errore degli scienziati sarebbe infatti quello di credere di conoscere oggettivamente il mondo attraverso i metodi e le strutture della scienza, quando invece quel mondo è ciò che essi stessi, in quanto uomini, hanno costruito insieme alle strutture attraverso cui vorrebbero spiegarlo. Allora la scienza, secondo Nietzsche, ordina semplicemente ciò che si trova dinanzi attraverso le proprie strutture, perciò il mondo che essa si pone ad indagare non è altro che il frutto di quest’ordinamento.

Nietzsche denuncia la tendenza dell’uomo a non voler riconoscere se stesso come il creatore e il costruttore di quel mondo che egli pensa invece di poter definire e controllare oggettivamente. Sembra infatti che l’uomo preferisca credere che la struttura e il senso del mondo siano qualcosa d’indipendente. Al contrario, in Nietzsche emerge tutto il carattere costruttivistico e prospettivistico della conoscenza, che sarebbe proprio di ogni processo organico; esso sarebbe ciò che appartiene naturalmente e fisiologicamente all’essere vivente malgrado il tentativo fatto dall’uomo di dimenticarlo. Tutto ciò che l’uomo considera cose e fatti del mondo è lì perché egli stesso ha contribuito a costruirlo. La conoscenza, come conoscenza della cosa in sé, sembra non avere più senso perché quello con cui l’uomo viene a contatto è solo una serie di deduzioni, d’intrecci che egli, però, non si limita a riconoscere come tali, come semplici aspetti del mondo, bensì cerca di identificare assolutisticamente con il mondo.

A partire da ciò si nega la contrapposizione tra soggetto ed oggetto che era invece caratteristica di una filosofia che affermava la conoscenza della cosa in sé. Ciò che l’uomo conosce, secondo Nietzsche, non è un oggetto, ma piuttosto relazioni tra
cose che a loro volta sono esse stesse relazione con altro. A questo punto sembra possibile affermare che, nell’ottica nietzscheana, la conoscenza avverrebbe soltanto su un piano di condizionamento reciproco per cui il soggetto condiziona una cosa e, allo stesso tempo, si sente condizionato da questa. Sia l’uomo che il mondo che lo circonda, sarebbero attività, quel chiamerà autoregolazione nel caso dell’essere vivente e eterno ritorno nel caso del mondo fisico.

È proprio il carattere prospettivistico e costruttivistico della conoscenza, coerentemente ad una spiegazione evoluzionistica delle stesse strutture conoscitive, che permette a Nietzsche di vedere sotto una nuova luce il rapporto uomo-natura, poiché la prospetticità della conoscenza umana dipende dal fatto che tale conoscenza è naturalizzata in quanto l’uomo stesso lo è; egli, infatti, conoscerebbe non soltanto attraverso l’intelletto, ma, soprattutto, attraverso tutte quelle funzioni (istinti, bisogni, sentimenti, esperienze, ricordi, fantasia, creatività ecc.) che lo rendono parte integrante della natura, un elemento tra molteplici elementi. La conoscenza potrebbe essere assoluta, così come molti hanno creduto, soltanto nel caso in cui l’uomo fosse fisicamente esterno al mondo, poiché solo in questo modo egli ne potrebbe cogliere i confini e potrebbe averne una visione unica e globale. Ma, al contrario, l’uomo si trova all’interno del mondo, egli stesso è questo mondo in quanto ne fa parte, la sua conoscenza è parziale e, per questo, naturalizzata.

INSANITY CULT: “E TUTTO TORNERÀ AL CAOS …”

Conosci la mia fine
Qui sono esistito
Madre del dolore
Il Caos
L’Inferno del ritorno
L’assurdità di un viaggio senza fine
Qui sono esistito
Ti ricordi di me?
In un punto morto della non esistenza
Paranoia e altre ossessioni verso una bestia che non si calma mai
Vado avanti, ma tutto è come prima
Qualcuno ha domandato
Qua sono esistito
“Dentro il caos del ritorno”
Nel ritorno del Caos
Tutto finisce, tutto esiste
Molta acqua
Sto affogando per abitudine
La discordanza mi imputa la colpa

Non cancellarmi
Una volta qua sono esistito
Il caos mi ha sempre protetto dalla pioggia
Ricordi?
Così tanta acqua

___

Το ξέρεις το τέλος μου
Υπήρξα εδώ
Γενέτειρα της θλίψης
Το Χάος
Στην κόλαση της Επιστροφής
Στην γελοιότητα ενός ταξιδιού δίχως τέλος
Υπήρξα εδώ
Με θυμάσαι;
Στα τέλματα ανυπαρξίας
Η παράνοια κι άλλες οφειλές σε ένα κτήνος που δεν ησυχάζει ποτέ
Όσο αφέθηκα, πόσο περίσσεψα
Σε ρώτησε κανείς για εμένα;
Υπήρξα εδώ
“Στο χάος της επιστροφής”
Στην επιστροφή του Χάους
Όλα καταλήγουν, Όλα υπάρχουν
Τόσο νερό
Πνίγομαι από συνήθεια
Η παραφωνία απλά μου καταλογίζει ενοχές

Μην με σβήσεις
Κάποτε υπήρξα κι Εδώ
Το Χάος πάντα με έκρυβε απ’ τη βροχή
Θυμάσαι;
Τόσο Νερό

TERROR OATH: “GIURAMENTO DI TERRORE”

Sarò la falce del mietitore
Sarò l’ombra della morte
Sarò la piaga della pestilenza
la vendetta apocalittica sarà scatenata
Vedrò la distruzione dell’uomo
Vedrò bruciare le città
Vi affogherò parassiti del cazzo
nei fiumi di un sangue putrido

giuramento di terrore
riti di sterminio dell’annientatore
nemico giurato della vita
distruttore di tutte le cose divine

Brandirò la spada del conquistatore
Sarò la fiamma purificatrice
Brandirò il martello da guerra
che colpisce il fottuto debole dalla terra
Sarò il carnefice
Ucciderò con brama e odio
Sarò l’estinzione
trasformando questo fottuto mondo in una tomba

INHUMAN HATE: “PROPAGATION OF CHAOS”

1. Heerscharen aus der Unterwelt empor
2. Chaos
3. Bloodstorm
4. Eisiges Grab
5. Tief in meiner Gedankenwelt
6. Fog of Death

GROZA: “UROBORO”

Mente e dorme attraverso i secoli
non ferito dalle lance di Helios
flusso costante attraverso le vene delle montagne
il potenziale di distruzione dorme placidamente nel ferro
perciò fortifica le mani con armi contraffatte
i pugnali hanno squarciato gli eoni
per potere e ricchezza al miglior offerente

Indossa una corona di serenità celeste
chi siamo noi per decidere sulla vita o sulla morte
Il tradimento raggiunge molto meno di 30 monete d’argento
e le bare affonderanno per sempre

Torrente di voci che tormentano la mia mente
i pianeti bruciano, collassando sotto i miei occhi
devi brandire un martello sull’incudine della ruggine
il vaso di Pandora si spalanca
scatena gli orrori destinati alla rovina
un errore chiamato umano

Per chi ha mentito e dormito attraverso i secoli
ora finalmente scatenato dalle lance di Helios
i martelli colpiscono in maniera più incisiva
la punta va sempre più in profondità
e il serpente non smetterà di cercare
fino a quando finalmente si morderà la coda

KAMPF DER TEILE

Nietzsche non soltanto auspica che l’uomo possa liberarsi da un errato modo di intendere la vita, sviluppando in senso ascendente il proprio istinto di autoconservazione e puntando a realizzare prima di tutto la propria potenza, ma ritiene inoltre che l’uomo stesso nel suo funzionamento biologico sia già volontà di potenza, ossia una forza che ha bisogno prima di ogni altra cosa di sfogarsi e di realizzarsi nella lotta con le altre forze.

Secondo Nietzsche, infatti, l’essere vivente cresce attraverso la continua lotta delle sue cellule, la cui natura è quella di sprigionare la loro potenza allo scopo di dominare sulle altre. La sopravvivenza, ossia la conservazione, di tale essere vivente, ne sarebbe solo una conseguenza.

Nietzsche descrive lo sviluppo biologico dell’organismo come un processo non di passivo adattamento a delle condizioni esterne, bensì di autoregolazione. Egli sviluppa tale concetto di autoregolazione a partire dalla teoria del biologo anatomista Wilhem Roux la cui opera principale, Der Kampf der Teile im Organismus, uscita nel 1881, è presente nella biblioteca nietzscheana.

Secondo Roux è attraverso il processo di autoregolazione (Selbstregulation) che una forma di vita dura e muta nel proprio durare, poiché ha in se stessa la causa del proprio sviluppo e, dunque, della propria conservazione. Tale processo di autoregolazione è determinato dal fatto che ogni forma di vita, dalla più semplice alla più complessa, dall’uomo alla cellula, non è altro che una lotta continua tra le parti che la compongono.

Dunque, da un lato, all’interno della teoria rouxiana dell’organismo, inteso come «lotta delle parti» [Kampf der Teile], è forte l’eredità dell’evoluzionismo darwiniano, dall’altro lato però il concetto di autoregolazione esprime la natura endogena dello sviluppo dell’organismo, che non è più considerato soltanto come il risultato di un adattamento passivo alle condizioni dettate dall’ambiente esterno. Ogni organismo viene infatti visto come ciò che, attraverso una capacità di riorganizzazione e risistemazione interna, assimila ciò che gli conviene, ossia ciò che lo rende più forte rispetto agli altri organismi, ed elimina quanto invece gli è di ostacolo allo sviluppo.

Alla base della critica nietzscheana a Darwin, che avrebbe dato un’eccessiva importanza all’influsso delle circostanze esterne nello sviluppo biologico dell’essere vivente, risiede proprio la lettura e l’assimilazione della teoria di Roux.

La visione nietzscheana dell’individuo, come un insieme di centri di forza che lottano tra loro mutando continuamente le loro combinazioni in seguito all’assimilazione e alla selezione di ciò che viene dall’esterno, è ciò attraverso cui Nietzsche recupera la dimensione naturalizzata dell’uomo; egli, infatti, non domina e non è dominato dalla natura perché ne fa parte, essendo una pluralità di centri di energia che si muovono in mezzo a una molteplicità di altri centri.

È, dunque, proprio attraverso il concetto di Selbstregulierung che Nietzsche opera una disantropomorfizzazione e deteleologizzazione dell’uomo e del suo rapporto con il mondo che lo circonda. Se l’uomo è autoregolazione, diventa allora insensata non soltanto l’idea di un creatore, ma anche quella di una vita finalizzata a tornare a ciò da cui dovrebbe essere venuta.

La natura autoregolatrice dell’essere vivente implica dunque l’immagine di un uomo che non ha nessuno scopo trascendente il mondo naturale, perché egli è dentro questo mondo e non può determinarlo e spiegarlo come se fosse qualcosa di diverso e di esterno rispetto ad esso.

Così, l’analisi dello sviluppo biologico degli esseri viventi è la base su cui Nietzsche intende dimostrare che cosa sia effettivamente utile al progresso e allo sviluppo dell’uomo. Tale sviluppo non coinciderebbe con un mero istinto di autoconservazione, bensì con una piena realizzazione della volontà di potenza, di affermazione e di dominio che caratterizza ogni forma di vita.

Nietzsche vuole dimostrare che la durevolezza dell’individuo dipende dalla lotta continua tra le diverse parti che lo costituiscono e dal prevalere delle parti più forti su quelle più deboli che non lottano abbastanza. È proprio il costante scontrarsi e sopraffarsi l’un l’altra delle sue parti che permette all’individuo di vivere e svilupparsi. Lo sviluppo biologico non sarebbe infatti altro che il risultato di questa lotta in cui non sono le componenti più deboli ad avere la meglio, ma soltanto quelle che sono veramente forti, perché agiscono e lottano correndo il rischio di perdere.

Secondo Nietzsche è soltanto la forza che l’individuo acquisisce dall’imparare ad agire autonomamente a rischiare e a non fuggire davanti all’incerto e al nuovo, che gli permette di sopravvivere e, soprattutto, di svilupparsi e diventare più forte. Invece l’uomo che si reputa forte perché è protetto all’interno del sistema di leggi del gruppo non potrà mai essere libero poiché dipenderà sempre dagli altri e dalla comunità, al di fuori della quale è incapace di sopravvivere:

L’uomo libero ha di sé il massimo sentimento di potenza, conosce massimamente se stesso, ordina massimamente le lotte necessarie delle sue energie; in lui le singole energie si trovano nell’indipendenza relativamente maggiore, in lui è la lotta relativamente più grande; egli è l’essere più discorde, più ricco di mutamenti e più a lungo vivente, l’essere che desidera e nutre se stesso in sovrabbondanza, che espelle da sé il maggior numero di cose e più di tutti gli altri si rinnova. (FP 11 [201], primavera-autunno 1881)

La spiegazione del funzionamento biologico dell’individuo attraverso il concetto di Selbstregulierung consente a Nietzsche di vedere come questo tipo di sviluppo, in cui ciò che si conserva è ciò che vuole affermare la propria potenza, se sul piano etico-sociale è un progetto, che egli auspica si possa realizzare, è a livello biologico qualcosa invece di già esistente all’interno dell’uomo nel rapporto tra le sue parti, ossia le cellule. È proprio a questo proposito che la posizione di Nietzsche sembra tornare ad essere in contrasto con la teoria darwiniana:

Darwin sopravvaluta fino all’inverosimile l’influsso delle circostanze esterne; l’essenziale del processo vitale è proprio l’enorme potere creatore di forme dall’interno, che usa, sfrutta le circostanze esterne. (FP 7 [25], autunno 1886-primavera 1887)

Più in generale, Nietzsche ritiene che le tesi sostenute dai biologi siano caratterizzate da alcuni errori fondamentali. Il primo di questi sarebbe quello di concentrarsi su un unico oggetto di studio, cioè la specie, pensando che lo sviluppo, il progresso, il cambiamento riguardino quella e non semplicemente l’individuo.

Egli accusa la biologia di sacrificare l’individuo a vantaggio della specie, alla quale quello finisce per essere subordinato. E la biologia non soltanto ridurrebbe l’individuo alla specie, ma farebbe erroneamente dipendere la vita stessa dell’individuo quasi esclusivamente dalle circostanze esterne e dal modo in cui queste lo influenzano e lo determinano. Al contrario egli ritiene che lo sviluppo di ogni singola vita sia un processo di natura endogena. Infatti, è l’individuo che assimila a sé ciò che è esterno e lo plasma al fine di rafforzare la propria potenza. In questo modo la tesi che sostiene Nietzsche è esattamente l’opposto dell’adattazionismo.

Già Roux aveva ritenuto quanto meno insufficiente la teoria darwiniana nel tentativo di spiegare il funzionamento interno di un organismo e le sue «utilità» [Zweckmässigkeiten]. Secondo Roux, infatti, il processo di sviluppo dell’organismo non è un semplice adeguarsi alle condizioni dettate dall’esterno, bensì un processo interno di autoregolazione nel quale le parti che compongono ogni essere vivente, ossia gli organi, lottano tra loro condizionandosi e determinandosi l’un l’altro. In questo modo essi danno vita a differenti gradi di organizzazione a seconda della situazione e degli stimoli provenienti dall’esterno e in base alla capacità di ciascun organo ad essere più o meno forte e, dunque, ad agire sugli altri organi.

Per Nietzsche l’adattamento che ogni forma di vita compie per sopravvivere è il risultato di un processo interno in cui essa si riorganizza in modo tale da poter assimilare, e quindi adattare a sé nella propria nuova organizzazione, ciò che viene dall’esterno. L’esigenza nietzscheana di affermare un’origine endogena dello sviluppo dell’organismo si pone così sulla stessa linea di quella scienza che a partire da Roux arriva sino alle moderne teorie biologiche post-neo-darwiniane e, in particolare, all’evoluzionismo mutazionista di Goldschmidt. Quest’ultimo, infatti, in contrapposizione ad una posizione adattazionista che deenfatizza il contributo interno dell’organismo al suo cambiamento futuro, vede lo sviluppo biologico come frutto di una «mutazione sistemica», ossia di un rimescolamento dell’interna e intima architettura cromosomica dell’organismo che produce una serie di processi di sviluppo fino alla formazione di una nuova struttura completamente diversa dalla prima. In questo senso l’organismo è considerato allora una rete di relazioni dotata di una capacità di regolazione interna in cui l’aspetto selettivo esterno non gioca un ruolo determinante. Mutazionismo significa dunque che i cambiamenti evolutivi sono riorganizzazioni di elementi basilari e non semplicemente prodotti di forze selettive esterne. In tale modo l’evoluzionismo mutazionistico si colloca all’interno di una prospettiva scientifica che non vuole contrapporsi alla teoria darwiniana negandone la validità, ma piuttosto vuole completarla aggiungendo al ruolo svolto dalle forze selettive esterne quello attivo dell’organismo che si riorganizza internamente. L’idea della mutazione sistemica, mettendo in evidenza il carattere attivo dell’organismo, contribuisce infatti all’affermarsi di un nuovo paradigma evolutivo in cui lo sviluppo biologico non è più spiegato soltanto in termini di selezione naturale, ma anche di autorganizzazione.

Allo stesso modo, anche Nietzsche, proprio in contrapposizione a un adattazionismo puro, considera i mutamenti naturali di ogni essere vivente come il risultato di un movimento e di uno sviluppo voluti e realizzati dalla forma di vita stessa al suo interno e non derivanti da un passivo adattamento all’ambiente esterno. Così, Nietzsche, attraverso la ripresa della biologia di Roux e l’affermazione del concetto di Selbstregulierung, sviluppa una visione complessa dell’organismo inteso come il continuo movimento di combinazione e scomposizione delle sue molteplici parti; egli si pone sulla stessa linea di quella scienza della complessità contemporanea che descrive l’organismo come un sistema autorganizzatore, mettendo così in evidenza il
ruolo attivo rispetto all’ambiente.

È proprio in relazione a tale modo di considerare lo sviluppo biologico dell’organismo come un processo attivo di autoregolazione, che sembra possibile interpretare la volontà di potenza nietzscheana, poiché è attraverso questa che l’organismo si autorganizza. Sarebbe esattamente la volontà di affermarsi e sprigionare la propria energia che spingerebbe ogni organismo ad essere attivo trasformandosi e trasformando ciò con cui entra in relazione. Infatti, quando Nietzsche parla di sviluppo endogeno dell’organismo, non fa mai riferimento all’istinto di autoconservazione come ciò che ne sta alla base e che motiva questa
capacità di riorganizzare e accomodare. Egli parla piuttosto di una volontà di rafforzamento che è volontà di potenza indipendentemente dal fatto che questa possa significare o meno anche autoconservazione. Dice Nietzsche:

La volontà di accumulare forza come specifico per il fenomeno della vita, della nutrizione, della generazione, dell’eredità. […] Non solo costanza dell’energia, ma anche economia massimale del consumo, in modo che il voler diventare più forte sia l’unica realtà a partire da ogni centro di energia – non la conservazione di sé, bensì l’assimilazione, il voler diventare padrone, il voler diventare di più, il voler diventare più forte. (FP 14 [81], primavera 1888)

Il movimento che avverrebbe all’interno dell’organismo, attraverso cui i suoi molteplici elementi si organizzano e si danno forma, è determinato soltanto dalla sua potenza e dalla sua volontà di affermarsi. Nell’ottica nietzscheana, dunque, il processo evolutivo consiste nella forza, interna ad ogni essere vivente, di mutare le proprie strutture in ciò che è utile alla realizzazione della potenza.

È proprio all’interno della teoria mutazionista che si parlerà di «cellular potency» al fine di spiegare l’attività interna di regolazione dell’organismo che, non dipendendo da qualcosa di esterno, è caratterizzato nel suo sviluppo da una forza interna. La potenza di regolazione dell’organismo non sarebbe altro che la sua capacità di porre rimedio a ciò che disturba il suo formarsi come tutto organizzato. E se certamente la potenza di cui parla Goldschmidt non si riferisce in alcun modo alla volontà di potenza nietzscheana, al contrario, è proprio tale volontà di potenza che potrebbe essere vista non in senso metafisico o volontaristico, ma solo come l’espressione dell’attività interna di sviluppo di ogni essere vivente come è la potenza cellulare di cui parla Goldschmidt. Non a caso quest’ultimo rintraccia proprio in Roux, e precisamente nel suo esperimento del «mezzo embrione», uno dei primi esempi di tale potenza cellulare attraverso cui l’organismo si autoregolerebbe. Infatti, Roux aveva notato che, dopo l’uccisione delle «Furchungzellen » di un uovo di rana, le cellule rimaste vive si sviluppano e si organizzano fino a formare un mezzo embrione. Tale esperimento secondo Roux dimostrava come lo sviluppo dell’organismo fosse un processo di Selbstregulation per cui l’essere vivente, di fronte al mutare delle circostanze esterne, ha la potenza interna di regolarsi e risistemarsi mantenendo il proprio sviluppo senza distruggersi. Questa capacità interna dell’organismo di non distruggersi riorganizzandosi è ciò che Goldschmidt chiama «cellular potency», cioè la potenza che permette ad ogni cellula di svilupparsi autoregolandosi.

Se, allora, è proprio da Roux che Nietzsche deriva il suo concetto di autoregolazione attraverso cui spiega lo sviluppo biologico degli organismi, è sempre all’interno di tale Selbstregulierung che potrebbe essere intesa quella volontà di potenza che Nietzsche considera propria di ogni essere vivente. In questo senso la volontà di potenza è ciò attraverso cui l’organismo si autoregola poiché il movimento di composizione e scomposizione delle sue molteplici parti, in virtù del quale esso stesso si organizza, scaturisce dalla volontà di affermazione e realizzazione di ogni singola parte che vuole sfogare la propria energia entrando, così, in contatto con ciò che la circonda. Dunque, la volontà di potenza nietzscheana giocherebbe un ruolo determinante all’interno di quel movimento che consiste nell’affermarsi di sempre nuovi rapporti di forza a partire dalla lotta tra i molteplici elementi da cui l’organismo è composto.

Questo è, secondo Nietzsche, il processo che caratterizza biologicamente l’uomo in quanto essere vivente. L’individuo non è dunque altro che «lotta della parti» e il suo sviluppo dipende dal «prevalere » di alcune di esse e dallo «Organwerden» di altre, ossia da un loro «strumentalizzarsi». È attraverso questa lotta che vengono costruite dall’interno le strutture sempre nuove che costituiscono di volta in volta l’individuo; tali strutture non sono altro che il frutto della realizzazione della volontà di potenza, la quale in tal modo si è concretamente sprigionata. Allora, così come l’istinto di autoconservazione è una conseguenza quasi casuale di un’attività che mira ad altro, anche la volontà di lottare, secondo Nietzsche, non precede ma segue la volontà di accrescimento e di potenziamento dell’organismo; infatti, in base alla teoria dell’autoregolazione, la lotta che avviene all’interno dell’organismo non ha una sua specifica utilità, come potrebbe essere, per esempio, quella dell’autoconservazione, ma deriva da una volontà più originaria e basilare dell’essere vivente che è quella di sprigionare la propria energia, la propria attività espandendosi. La volontà di potenza è assolutamente fine a se stessa e proprio per questo non si esaurisce mai, poiché essa
vuole semplicemente la propria incessante attività.

Per Nietzsche, dunque, alla base della formazione di qualsiasi struttura organica e dello sviluppo di ogni attività si trova la volontà di potenza che, a seconda del contesto in cui si sprigiona, comporta conseguenze diverse. Anche le strutture della conoscenza e le categorie della ragione possono infatti operare come strumenti della potenza di una determinata specie che, proprio grazie a questi strumenti, vede nella realtà quei contenuti di uguaglianza e calcolabilità necessari a soddisfare il suo istinto di conservazione. Al contrario, il protoplasma è secondo Nietzsche l’esempio di un essere vivente la cui elementare attività è una volontà di potenza che non coincide affatto con l’autoconservazione perché esso assimila molto di più di quello che basterebbe alla conservazione e, in questo modo, spesso più che conservarsi va in rovina. È prima di tutto all’interno dell’essere vivente, cioè nel suo tessuto cellulare, che ha luogo la lotta per l’affermazione della potenza:

È cosa virtuosa il trasformarsi di una cellula in funzione di una cellula più forte? Essa lo deve. Ed è cosa cattiva se la più forte si assimila quella? Essa pure lo deve; le è necessario, poiché tende a una compensazione sovrabbondante e si vuole rigenerare. (FW, 118)

Le cellule essendo ciò da cui l’essere vivente è composto, sono anch’esse esseri viventi e, in quanto tali, si muovono ciascuna in base alla propria Wille zur Macht che si realizza soltanto nella lotta con le altre cellule e la loro volontà di potenza. È proprio in tale lotta che si stabilisce la relazione tra le cellule, le quali si dividono in quelle che dominano e quelle che invece obbediscono. Così, in questa trasformazione di una cellula in funzione di una più forte, la quale a sua volta dominerà o sarà dominata da un’altra ancora, consisterebbe l’attività dell’essere vivente che si trasforma internamente e si riorganizza al fine di rafforzarsi. Allora, l’esempio delle cellule sembra mostrare concretamente che ciò che caratterizza ogni forma di vita e, in particolare, l’uomo non è un mero adattamento alle condizioni che si verificano esternamente, quanto piuttosto una Selbstregulierung.

Ciò che secondo Nietzsche caratterizza infatti il processo di autoregolazione è l’incessante lotta delle molteplici forze interne all’organismo, senza le quali non si avrebbe nessuno sviluppo. Il riscatto e l’importanza del molteplice, ossia delle parti rispetto al tutto, è una delle implicazioni filosofiche fondamentali che Nietzsche trae dalla teoria rouxiana. Infatti, egli, rifacendosi esplicitamente a Roux, parla di una «relativa indipendenza» [relative Selbständigkeit] delle particelle che compongono l’organismo. Tale relativa indipendenza esprime la diversità e la singolarità propria di ogni parte rispetto a quel tutto che è l’organismo, il quale, a sua volta, si organizza e si sviluppa proprio nella lotta di tali molteplici forze. Il carattere di indipendenza sembra essere così inscindibile da quello di diversità, ossia da quella «Ungleichheit» che caratterizza le cellule e da cui ha origine la lotta interna dell’organismo per lo sviluppo. Le cellule, infatti, sono realtà indipendenti nel senso che ciascuna di esse è un’individualità distinta e diversa dalle altre e dal tutto di cui fa parte senza esserne soltanto una funzione. Così, come per il concetto di «relative Selbständigkeit», anche per quello di «Ungleichheit»

Nietzsche si rifà esplicitamente alla teoria rouxiana, secondo cui è proprio nella diversità delle parti che trova fondamento la lotta da cui hanno origine lo sviluppo biologico e il processo metabolico di ogni essere vivente.

L’organismo è allora un tutto organizzato in cui le parti sono determinanti per lo sviluppo e la trasformazione del tutto stesso. È su tale natura molteplice dell’organismo che si basa il processo di autoregolazione, poiché è proprio attraverso la lotta delle sue molteplici parti che l’organismo si organizza attivamente rispetto all’ambiente esterno. E se Nietzsche nell’affermare la natura molteplice dell’organismo si rifà alla Kampf der Teile di cui parla Roux, proprio in questa lotta tra le parti Goldschmidt vede anticipata l’idea che la direzione nella quale i cambiamenti genetici spingono l’organismo non è imposta a questo dall’ambiente, ma è controllata invece da una capacità ontogenetica interna di cambiamento, attraverso cui lo sviluppo dell’organismo nel suo insieme non viene distrutto. Tale capacità ontogenetica di cambiamento non è altro che la moderna riaffermazione di ciò che già Roux aveva individuato nella capacità di autoregolarsi dell’organismo attraverso la lotta delle sue molteplici parti. Così, solo in un organismo che è molteplice, ossia che è l’insieme di molteplici parti in lotta tra loro, si può parlare di «mutazione sistemica», cioè di una capacità interna di sviluppo dell’organismo, il quale non è un mero adattamento all’ambiente esterno. In questo senso la tesi antiadattazionista di uno sviluppo endogeno dell’organismo è inscindibile dal riconoscimento della complessità e della molteplicità dell’organismo stesso. Sono, dunque, questi due elementi insieme, complessità e molteplicità, il filo conduttore di quella linea di pensiero che va da Roux fino a Goldschmidt e di cui fa parte anche Nietzsche, laddove egli vede l’essere vivente come un insieme di molteplici forze che trova sviluppo proprio a partire dalla sua natura molteplice.

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