CINESTESIA DEL TRASCENDENTALE COME TRASCENDENTALE FENOMENOLOGICO

Presto la fenomenologia sarà costretta a scontrarsi con i problemi del proprio radicalismo. Tutto questo riguarda i problemi che richiedono il pensiero di qualsiasi tipo di fenomenalità come l’opera di una costituzione trascendentale. Ma poiché, a differenza del kantismo, il trascendentale appare, ed è, in qualche modo, un fenomeno, l’area dello stesso trascendente deve avere una propria costituzione. Husserl incontrerà quindi i pressanti problemi della costituzione della carnalità e del tempo interno. In effetti, la carnalità e il tempo interiore sono due pietre di paragone fondamentali della coscienza trascendentale. La stessa coscienza trascendentale è una specie di pseudo-entità o proto-entità (Fink parlava di Vorsein del trascendentale). Non possiamo dire, tuttavia, che si tratta di un’area.

Husserl la chiama archi-zona. Ma se per sfuggire al trascendentalismo acritico di Kant, il trascendentale deve apparire, ma mentre appare, deve anche essere stato (se siamo coerenti con il trascendentalismo della fenomenologia) il risultato di un’opera di costituzione. L’intera difficoltà è nello spiegare come il costituente può essere, allo stesso tempo, costituito e come certe costituzioni, dopo essere state costituite, possono svolgere il ruolo di trascendentali in relazione ad altri.

Come suggerito in precedenza, sebbene in modo del tutto formale, se vogliamo tornare al radicalismo fenomenologico, la sua stessa essenza ci dice che la costituzione dell’ego è la chiave che contiene tutti gli altri in generale, perché in ogni altro tipo di costituzione deve essere contenuto. Se l’ego è quello che costituisce, la sua auto-costituzione dovrà essere coinvolta, in qualche modo, in qualsiasi altro tipo di prestazione costituente intenzionale, anche in quella che si riferisce alle cose più strane, in linea di principio, all’ego. Nell’ego due sembrano essere – abbiamo già indicato – le forme o i luoghi in cui si svolgono le costituzioni, luoghi che, pur trascendentali ma allo stesso tempo intuitivi, devono essere stati, a loro volta, costituiti o si sono auto-costituiti

Una prima sintesi di identificazione, forse la più profonda, si trova nella forma del tempo. Ma quella costituzione scolpita sulla scala del tempo interno della coscienza che segna il ritmo delle esperienze è in qualche modo trafitta dentro e fuori dall’assoluto qui della carnalità, sullo sfondo, dall’organo ricevente della materia sensibile (hylè) che la propria forma di tempo sintetizza nell’unità e, soprattutto, nella somiglianza.

Per il resto, abbiamo già visto come la parola Leib definisca misteriosamente l’atto di percezione. Nella percezione le cose sono date nella carnalità, alla mia carnalità e nella mia carnalità. La modalità di chiamata e il destinatario sono, in caso di percezione, assolutamente uniti. È nella dizione della carnalità, certamente, l’oggetto stesso che mi tocca. In altre parole: mi sta toccando allo stesso tempo dove sto mentendo. Non così, però, nel caso dell’immaginazione, dove il mentire la cosa stessa, ciò che mi colpisce non è la cosa in sé ma ciò che appare correttamente nel mio campo fenomenologico: l’immagine della cosa stessa come l’immagine del cosa in sé.

D’altra parte, la carnalità può adempiere alla sua funzione trascendentale perché, di per sé, non si presenta come uno scorcio. Quindi, non sappiamo esattamente a cosa attribuire l’unità della cosa trascendente: se è uno e lo stesso dal tempo lo è nella proto-unità della carnalità. Questa proto-unità ha unificato tutti gli scorci nel momento in cui mostra l’insufficienza di ciascuno di essi. Il gioco di apparire e scomparire che compone i diversi scorci tra di loro riceve, in fenomenologia, il nome di cinestetico.

Il movimento cinestetico si basa sulla correlazione tra un senso del movimento carnale e la sua correlazione, nella sua essenza indipendente, dall’apparizione dei fenomeni. Quindi, una fenomenologia della cosa richiede una fenomenologia della cinestesia. Ma una fenomenologia della cinestesia comporta allo stesso tempo un doppio riferimento estremamente complesso: quello del corpo interno e quello del corpo esterno, quello della carnalità e quello del corpo stesso come oggettivazione della carne. All’epoca, come è apparso chiaro nella penultima nota, la cinestesia e le sue prestazioni sono fortemente correlate con / dal tempo interno. Infatti, nella configurazione della cosa, la costituzione cinestetica rimane costante e punto per punto viene attraversata dalla coscienza del tempo immanente.

TRASCENDENZA NELL’IMMANENZA

La fenomenologia è proposta come metodo opposto alle scienze non autentiche, alle scienze in crisi – come ci dirà Husserl nei suoi ultimi anni. Le scienze non autentiche sono quelle che non sono in possesso delle proprie fondamenta. Sono quindi quelle che sono ineluttabilmente basate sul residuo di nessuna evidenza o dell’oscurità. La scienza autentica è quella che non lascia il campo dell’evidenza, è quella che in qualsiasi momento può prendere le sue fondamenta per mostrarsi in modo evidente e auto-data o che, almeno, è in procinto di farlo. La domanda obbligatoria non è altro che quella che si interroga sul luogo, o, se si vuole, è l’occasione in cui assistiamo all’evidenza, la dazione originale della cosa stessa. Secondo Husserl, si tratta di percezione, nel sistema che costella la “menzione intenzionale” e “l’immaginazione”: quest’ultima ricerca la percezione.

Quindi, il nostro scopo è determinato più concretamente: se vogliamo mostrare l’importanza della carnalità nel sistema della fenomenologia – quindi in quello dell’esperienza in generale – e la fenomenologia si lascia guidare dall’atto di prova che ha il suo posto privilegiato nella percezione, il compito che ci viene proposto mediamente non è altro che investigare l’importanza della carnalità nella percezione. Dobbiamo descrivere la percezione della superficie della carnalità. Tuttavia, prima siamo costretti a fare alcune precisioni sulla percezione in generale.

Già nella terminologia husserliana la relazione tra carnalità e percezione diventa chiara. La percezione è il luogo fenomenologico in cui le cose vengono date come sono in se stesse. È anche – ci dice Husserl – il luogo in cui l’oggetto è dato nel corpo, nella sua stessa carnalità, Leibhaftig. La percezione è, quindi, la portata del corpo stesso, la sfera dell’incarnato, di ciò che ci tocca direttamente nella nostra esperienza vissuta. L’oggetto della percezione non è, tuttavia, un oggetto che è confuso con l’esperienza. È un oggetto trascendente, il cui significato individuale e concreto è determinato dal senso generale dell’essere diverso dalla coscienza, e con tutto ciò che non può essere dato alla coscienza: pensare a questa misteriosa qualità del noëme è pensare profondamente alla profonda formula husserliana che lo definisce “trascendenza nell’immanenza”.

In effetti, le trascendenze immanenti non sono pienamente adeguate, cioè il loro significato non è assolutamente interiore all’atto che le si dà. Proprio per questo motivo l’oggetto della percezione è di scorcio. La natura nello scorcio dell’oggetto percettivo contrasta essenzialmente con l’imprevista dazione di ciò che trascende l’unità dello scorcio. Affermo che contrasta essenzialmente perché contrasta secondo l’ordine della costituzione trascendentale. Solo perché la carnalità è una sorta di proto unità passiva, può costituire una molteplicità di scorci che non esplodono in una molteplicità disparata e disuguale. Tale sarebbe, in ogni caso, una molteplicità che non sarebbe nemmeno notata come tale. Gli scorci attraverso i quali viene presentato l’oggetto della percezione sono dati su base regolare, secondo una sintesi di conformità. Quindi, una sorta di orizzonte di conformità è essenziale per ogni scorcio. Questo orizzonte di conformità supera i rigidi fenomeni dello scorcio.

Questo eccesso ha, infatti, il suo fondamento nel precedente eccesso di menzione di ciò che appare. Per dirla in altro modo: la menzione significativa che un oggetto di percezione intenzionalmente non può, in sostanza, essere adeguatamente realizzato in un singolo atto – o tempo – di coscienza, ma nel successivo dispiegarsi degli scorci. L’esperienza fenomenologica della percezione ci inviterà quasi a sostenere che ciò che soddisfa l’intenzione di significato non è tanto uno o più scorci, ma lo scopo intermedio del dispiegamento in quanto tale, che lo spiegamento è concreto, che ha uno spiegamento che soddisfa le nostre aspettative e con esse, è d’accordo. Qual è la radice di questa dimostrazione di scorci? In primo luogo, essi sono dati a un io che è un io possibile, e ad un io posso che è un io mi muovo.

Io muovo prestando all’oggetto uno spazio di incarnazione, proprio per la sua trascendenza. L’oggetto mi richiede. Mi richiede oltre un momento. Richiede che i miei sistemi cinestetici siano presenti. Questa presenza, perché è trascendente o diversa da me, compromette il mio Leib, alla mia carnalità, o corpo vissuto all’interno (una sorta di densità fenomenologica che non appare), la decentra da sé in modo che, viene ordinata al trascendente, per consentire la sua presenza, la sua in persona. Il sistema di – potremmo dire – incarnazione progressiva è governato dalle cinestesie che agiscono direttamente sul proprio corpo e che influenzano indirettamente il mio campo di presenza. Lo scopo di questo spiegamento è l’incarnazione della cosa stessa. Ma parallelamente al regno della corporeità governata cinesteticamente da un io, non posso essere confuso, con il cinestetico; corre il tempo immanente della corrente passiva che aiuta a sintetizzare le diverse apparenze, e che attraverso un sistema di conservazioni e protezioni assicura la sua individualità. Questo schema della fenomenologia dell’oggetto percepito annuncia già che il tempo immanente è in contrasto con la carnalità vivente nel punto di originalità costituente.

Cerchiamo di affrontarlo nel caso della costituzione dell’oggetto della percezione.
Noi pesiamo l’importanza del tempo e della carnalità per ciò che compie alla costituzione del senso “oggetto della percezione”. Come oggetto di percezione, l’esempio del cubo è classico. Sappiamo che il cubo si da come scorcio. Che sia di scorcio è precisamente ciò che lo manifesta come oggetto di percezione. Se diciamo, quindi, che l’oggetto della percezione si manifesta in una molteplicità di scorci, ma che il risultato della costituzione è, alla fine, un oggetto unitario, ne l’oggetto della percezione, dobbiamo intravedere cosa è ciò che in questo svolgersi dell’oggetto attraverso il suo scorcio funge da coordinatore per, infine, rendere l’unità necessaria. Renderlo in un senso fenomenologico e non logico. Cerchiamo quindi, se si vuole, il fondamento fenomenologico (cioè né il logico né il fisiologico) di ciò che Kant chiamerebbe l’unità trascendentale dell’appercezione. Di che proto-unità si tratta? Del tempo (come temporalità immanente una e stessa secondo le prestazioni trasversali e, soprattutto, longitudinali) o quella del corpo stesso o vissuto all’interno (che, per semplificare, a volte ci siamo riferiti con la parola “carnalità”).

La diversa risposta che Husserl e Heidegger danno a questa domanda è almeno sintomatica della sua difficoltà e della sua quasi indecidibilità. Per prima cosa stabiliamo alcune distinzioni di base. Il privilegio di ciò che è dato nel presente incarnato risiede nella coincidenza del fenomeno con la cosa stessa. Nella sfera del presente incarnato la cosa stessa è il fenomeno. È quindi necessario distinguere attentamente due determinazioni fenomenologiche che non si sovrappongono completamente. Riguarda la differenza che esiste tra vedere la cosa stessa e vedere il fenomeno come incarnato nel presente vivente. Un’immagine può essere un esempio del dare la cosa stessa: in un certo modo la presenta.

Questo non è semplicemente perché l’immagine è un’immagine della cosa stessa, ma perché ciò che diciamo quando il fenomeno è visto come un fenomeno non è l’immagine della cosa ma precisamente la cosa stessa. Quindi, l’intenzionalità che accoglie nella nostra direzione la cosa come non specifica in se stessa, per riferirsi a quel significato, della dazione incarnata, cioè della dazione, nella percezione o nel regime percettivo di quella cosa. Tuttavia, la dazione nella percezione di una cosa, il suo dare nella propria carnalità, è anche sempre il dare della cosa stessa.

Nella carnalità propria? Ha senso fare questa determinazione in risposta a un dove? Per quanto strano e innaturale possa sembrare, è necessario pensare a dove, non in modo mondano, ma in modo trascendentale. Pensarlo, in fondo, come l’area stessa del trascendentale.

La carnalità è lo compattezza del trascendentale, la sua consistenza. Ma anche la sua radicale non auto-trasparenza, con tutti i problemi epistemologici che questo può comportare. Individuare la portata dell’originale non significa alquanto illuminare tutti i meandri. La posizione della portata del proprio corpo, una volta che la riduzione è stata effettuata verso il basso, è un problema molto complesso. A rigor di termini, le determinazioni del luogo che rimangono dopo la riduzione si sentono costituite nella logica dell’atteggiamento naturale. Qualsiasi posizione precipitata di un componente dell’empirismo trascendentale sottrae radicalità dalla trama di fenomenalizzazione che la riduzione ha aperto. Piuttosto, è la stessa carnalità vissuta che stabilisce una divisione tra l’interno e l’esterno. Se interno ed esterno erano distinzioni metafisiche classiche che avevano una base ontologica – e non esclusivamente fenomenologica -la fenomenologia husserliana riporta la loro differenza ad una differenza noematica. La percezione interna e la percezione esterna corrispondono rispettivamente alla percezione adeguata e alla percezione inadeguata. Questa differenza passa attraverso il campo della sfera in cui si gioca la fenomenologia, che non è altro che quella della coscienza come auto-presenza incorporata. La carnalità vivente è il mezzo in cui viene tracciata la differenza tra trascendenza e immanenza. Ben pensato, tutto nel mondo potrebbe non accadere. Il mondo stesso come fenomeno totale non è apodittico. D’altra parte, un’esperienza incarnata nel mio presente vivente non può più essere inesistente. L’oggetto trascendente risponde a una dazione incarnata dallo scorcio.

L’oggetto immanente, al contrario, è fenomenologicamente autorizzato a riconoscere, in linea di principio, dato da una parte all’altra e una volta per tutte, senza scorcio che lo completa. La sfera della coscienza è una sfera di auto-presenza incarnata. Il suo carattere incarnato determina quell’auto-presenza in un punto al di là della pura apparizione spettrale di un fenomeno. Lo determina come assolutamente apodittico, come ciò che non può essere (nel momento in cui si verifica). In questo metodo di incarnazione, la cosa stessa penetra quando ci viene offerta nella percezione. Percezione e affettività della carnalità trovano in Husserl una chiara relazione. Heidegger, d’altra parte, sceglie di dare alla percezione un significato che non è quello della dazione incarnata.

Nel senso in cui abbiamo annunciato prima di un possibile confronto di concetti riguardanti l’originarietà nell’ordine trascendentale della costituzione, Heidegger privilegia, invece, la temporalità. La percezione è caratterizzata non dal portare la cosa stessa nella propria carnalità, ma dal saperla portare nella dimensione temporale del presente. Quindi, in generale, la dazione incarnata può essere reindirizzata alla dimensione temporale della presentificazione. La costituzione della carnalità si riduce alla temporalità, nello stesso modo in cui il senso dell’essere è la temporalità.

Nonostante tutto, Heidegger riconosce in Essere e Tempo che il suo analitico esistenziale lascia da parte il tema del proprio corpo e la spazialità della carnalità a cui riconosce un tema proprio, che, naturalmente, il lavoro menzionato non occupa; ma anche nessuno dei tanti scritti successivi, curiosamente. Nel § 70 di Essere e Tempo è concessa l’arbitrio di questa negligenza del proto-spazio della carnalità quando esegue la riduzione dello spazio alla temporalità. Da questo tentativo raccogliamo una testimonianza molto posteriore che troviamo nell’opera di Tempo ed Essere in cui Heidegger riconosce misteriosamente che la riduzione di tutta la spazialità alla temporalità – come era inteso in Essere e Tempo – era, in effetti, insostenibile.

IL RADICALISMO DELLA FENOMENOLOGIA TRASCENDENTALE

L’originalità di Husserl sta nel portare alle ultime conseguenze – e nella sua ultima consistenza – il modo di pensare moderno inaugurato da Descartes. Interpretato dalla fenomenologia, Descartes apre la sfera dell’essere senza precedenti, la sfera del sé, della soggettività. È una sfera che è de iure prima del mondo. Proprio la sfera in cui il mondo deve apparire.

Questo obbligatorietà costituisce la natura trascendentale della soggettività rispetto al mondo. Quindi, l’essere trascendente della coscienza sarà compreso dalla fenomenologia come un costituente. Tuttavia, mentre la fenomenologia è debitrice con l’azione cartesiana di scoperta della sfera dell’ego cogito, si separa decisamente dal suo predecessore non profanando la sfera trascendentale.

Infatti, Descartes, attraverso il metodo del dubbio, da un senso all’essere – quello della coscienza – che è origine pre-mondana. Ma, d’altra parte, vede perdere l’eventualità dello scoprimento, quando interpreta il regno trascendentale come la coscienza situata in un corpo che a sua volta si trova in un mondo come lo sono le altre cose. È curioso pensare che Husserl mantenne una posizione in qualcosa di simile a questo, prima di scoprire la riduzione fenomenologica, cioè nel momento in cui concepiva la fenomenologia come descrizione delle esperienze di una coscienza situate in un regno che oltrepassa la realtà. Ci riferiamo all’Husserl della prima edizione di “Ricerche logiche”.

Ci fermiamo su questa allusione per dimostrare che la mondanità dell’io trascendentale provoca, in fin dei conti, un ritorno al relativismo scettico. Esattamente questa è una delle conseguenze, se non la conseguenza fondamentale, dell’errore cartesiano.

Cartesio, quando interpreta la coscienza come il residuo apodittico del corpo e, in generale, del mondo, porta al conoscimento, precisamente perché accade in un posto del mondo, dato che non è altro che un evento del mondo come molti altri, in senso stretto, tra i fatti. Uno delle tanta contingenze.

La conoscenza è quindi ridotta allo stesso modo di essere come oggetto, soggetta a leggi che studiano la scienza (fisica, psicologia, chimica). E la “fenomenologia” – intesa allora come psicologia descrittiva – diventerebbe una scienza dei fatti (Tatsachen); scienza di e per il Tatsachenmenschen come Husserl ci dirà, più tardi, nella Krisis, facendo apparire l’orizzonte etico proprio della riduzione.

L’errore di Descartes è determinato dall’ambizione che dirige la sua indagine. Per Descartes si tratta dell’accesso a un’entità sussistente e, in definitiva, la sua ontologia “traccia”, per così dire, le cose del mondo esterno. La domanda di Husserl, tuttavia, è quella che chiede la possibilità, per la coscienza, di aprirsi a un oggetto trascendente dall’immanenza della coscienza. Ora, la trascendenza, come intesa da Husserl, non è identificata con l’esistenza. Il problema della fenomenologia è ora quello della delucidazione del modo in cui la coscienza può abilitare uno spazio di fenomenalità a un altro sé.

Il mondo torna a essere un problema per la fenomenologia, come prima era stato per la metafisica. Ora, il mondo, come lo intende la fenomenologia, non è, formalmente, più del correlato noematico della nóesis dell’ego.

Il mondo è, in linea di principio, puro senso, solo che è intricato. In ogni caso, il mondo nel suo nuovo essere correlativo può essere investigato oltre la sua efficacia empirica. Detto in altro modo: prima che il mondo ci sia apparso; e prima che apparisse, il mondo deve essere stato costituito. La fenomenologia si afferma come l’ineluttabile preliminare di ogni altra domanda sul mondo, sia essa metafisica o scientifica.

Di fronte allo scetticismo sembrerebbe che, in senso stretto, solo il presente vivente sia apodittico, quel presente vivente che è il reciproco muto e fenomenologico del senso grammaticale dell’ego cogito. Ma, mentre per Descartes l’ego è qualcosa come il primo anello di una catena di ragioni che viene vista dall’esterno, dal mondo, per Husserl, questa catena di ragioni deve essere vista dall’interno, come un’emanazione trascendente del mondo nelle costituzioni dell’ego.

Cartesio, per così dire, sonda l’apoditticità dell’ego del cogito, fino al punto di abbandonarne il suo interno, per guardarlo dall’esterno come la prima pietra per ricostruire il mondo. L’essenza del non radicalismo fenomenologico di Descartes (se adottiamo acriticamente la posizione di Husserl) è che la posizione di quella prima pietra, che è la co-posizione in una sorta di idea del mondo o pre-mondo. Per questo motivo, Descartes, al parere di Husserl, non termina nell’abbandonare l’atteggiamento naturale.

La riduzione fenomenologica viene solitamente intesa come riduzione delle esperienze di un io. Questo punto di vista, pur corretto nelle sue intenzioni, non manca di contenere un’imprecisione fondamentale. Inesattezza consistente nell’incorrere in una mancanza di radicalità. Questa mancanza di radicalismo convoca di nuovo lo spettro dello scetticismo. In effetti, se diciamo che la sfera fenomenologico-trascendentale si apre attraverso una ri (con) -duzione alle esperienze della coscienza, corriamo il rischio di ricadere nello psicologismo.

Ma che cos’è, in questo caso, una ricaduta nello psicologismo? Non è tanto, come è stato a volte detto, il denigrare senza rigore lo sforzo di Husserl, come un riferimento allo psichico come, piuttosto, il riferimento di quel psichico (che termina, come vedremo, non essendo tale), di quell’esperienza ( in un senso non psicologico), al mondo. Esplichiamo: se la riduzione al vissuto, all’esperienza della coscienza, è la remissione di tutti i fenomeni all’esperienza situata in un corpo e a sua volta (attraverso quel corpo) situato in un mondo che ci contiene, allora non avremmo lasciato lo psicologismo, non avremmo abbandonato l’ultima posizione ontologica dell’eminente maestro di Husserl: Franz Brentano. L’esperienza fenomenologicamente ridotta deve essere pensata in una certa misura come assoluta, deve essere pensata in un certo modo come indipendente dal mondo (del mondo capito, naturalmente, in un senso naturale) se vogliamo accedere ai livelli finali del percorso di riduzione e, appunto, al modo in cui il mondo appare nella sua massima concretezza.

Detto in un modo più schematico e leggermente tecnico: la sospensione di qualsiasi remissione ontologica immediata al mondo, la sospensione risultante dal re-indirizzamento di detta remissione naturale a un complesso tessuto di prestazioni intenzionali, è una condizione e una chiave per il passaggio dalla riduzione psicologica alla riduzione fenomenologica -transcendentale, dalla psicologia intenzionale alla fenomenologia trascendentale.

Sarà all’interno di questa sfera ridotta dove si trova un’area di esperienza che, mentre è intuitiva, ha, proprio grazie alla riduzione, un carattere a priori. All’interno di questa sfera è possibile descrivere non solo le mie esperienze, non trasferibili, modellate biograficamente in base al soggetto che le riceve, ma esperienze pure, pure possibilità di chiunque e di tutti, un’intera gamma di correlazioni necessarie e tuttavia apparenti di essenza. La possibilità di questa descrizione delle esperienze pure della coscienza è aperta grazie ad un doppio ampliamento di alcuni concetti sclerotizzati della teoria classica della conoscenza. Il primo di questi è l’ambito del a-priori. L’a-priori non è più confinato alle regole di una mathesis universalis puramente formale (ciò che è inteso a priori formale, l’intreccio di verità analitiche), ma include anche un materiale a priori: è una sinteticità apparente a priori, un raggio di cose, e che non ha per nulla una struttura accessibile dalla deduzione trascendentale.

Il materiale a priori viene imposto in un regime di riduzione fenomenologica, se necessario. Esiste un’intuizione – che non è deduzione (né logica né trascendentale) – di necessità. Questo è ciò che rende la cosiddetta variazione eidetica. Il secondo concetto della teoria della conoscenza che rimane, per così dire, aperto a nuove possibilità senza perdere il suo rigore è quello dell’intuizione. L’intuizione era stata classicamente relegata nel campo della percezione. Kant aveva reso questa identificazione (che è una limitazione) il segno del rigore anti-dogmatico. L’idealismo tedesco (che è ispirato da Kant tanto come lo corrompe) apre l’intuizione a zone oltre la percezione, ma il segno di Fichte e Schelling manca di rigore e divario in profondità , dove non si trova il limite di alcun oggetto chiaramente riconosciuto. Non c’è il limite di Sachlichkeit, della concrezione, per quanto possa essere percettiva. Husserl estende l’intuizione alla percezione. Ad esempio fino alla logica nell’ordine di eidetica. Si estende ad altri tipi di entità (ad esempio nella sua fenomenologia della fantasia) in ordini che non sono strettamente eidetici e, quindi, non sempre al di là della percezione (verso formazioni categoriali basate su atti percettivi) ma, a volte, in modo preciso più in questo.

Correlativamente, anche il concetto di “oggetto” è esteso. Le intuizioni categoriali hanno “oggetti” che non sono oggetti di percezione “classici”. Lo stesso accade con certe “percezioni di fantasia”, rispetto alle quali l’”oggetto” deve essere compreso nel modo completamente formale in cui il termine è usato nella fenomenologia. Un uso in qualcosa di simile all’uso kantiano. L’uso kantiano dell’oggetto è, infatti, l’uso che Heidegger contempla quando critica la “oggettività” fenomenologica come una certa chiusura; “Oggetto”, “oggettività (Gegenständlichkeit) hanno, in fenomenologia, un uso molto più ampio e lassista di Heidegger, nelle sue critiche (riprese dalla maggior parte della fenomenologia francese degli ultimi anni) a cui si presta.

L’intuizione, a sua volta, non ha significato, se non è per la possibilità di evidenza. L’idea dell’evidenza consente, allo stesso tempo, la possibilità (a priori) della scienza vera, fondamentale e fondamento. Cercheremo di vedere quale ruolo gioca il corpo vivente – che d’ora in poi faremo riferimento come alla parola “carnalità” – nel sistema della fenomenologia, e in generale nella questione più urgente: quella della costituzione trascendentale dell’oggetto trascendente, in breve, la spinosa questione della creazione, dalla sfera del proprio, del significato “un altro che io”.

FONDAMENTO DEL MOTIVO DELLA DIPARTITA DALLA FINZIONE SOLIPSISTA

Abbiamo detto che la sfera solipsista è caratterizzata dall’esclusione dell’empatia. Tuttavia, Husserl sostiene che “ci sono modi di rappresentazione necessari, che sono già legati all’empatia”. Esaminiamo da dove queste rappresentazioni provengono nell’esempio seguente.

Se appoggiamo un pezzo di ferro su un corpo elastico o morbido questo si ammaccherà. Ciò dimostra che il soggetto sperimenta la causalità fisica nella sfera solipsista degli oggetti materiali. Ma se egli stesso entra in quel rapporto, la causalità non è solo fisica, ma psicofisica.

Se la mia mano colpisce un tavolo, ottengo di conseguenza una conseguenza non-fisica, che è, in questo caso, il “senso di pressione” (Druckempfindung).

Questa sensazione non appartiene ad uno strato fisico, come il mero scontro tra corpi materiali, ma è psico-fisico. Husserl dice: “Abbiamo poi una proto-esistenza di condizionalità psico-fisica, e in verità è già nel campo dell’esperienza solipsista.”

In virtù di questa causalità psico-fisica tra gli oggetti del mondo esterno e il mio corpo e perché il sé ha un “sistema delle possibilità ideali di essere-un altro mio Io”, posso immaginare che, se una finzione del mio corpo proprio era lì, e percepisce lo stesso tavolo, che sto percependo qui e si scontra contro di esso, si ha la presentazione di quello che solo io posso rappresentare con la corrispondente sensazione di pressione.

In questo modo, sorgono in me rispetto a questo corpo, delle rappresentazioni che non si limitano agli stati fisici del corpo, ma includono rappresentazioni psicofisiche che provengono dal fatto di prendere in considerazione un altro corpo, anche se il mio è posto fuori di sé in un altro luogo. L’origine di queste rappresentazioni, che superano il meramente fisico e instaurano l’ambito della causalità psico-fisica, è possibile solo perché la natura del corpo stesso non è solo fisico, ma implica uno strato somatologico.

Husserl afferma che a me come solus ipse, non viene data la realtà della psiche del mio stesso corpo “fintanto che non si percepiscono altri uomini in quanto tali o finché io non” “traspongo fuori” dal mio corpo e ho immaginato una libera mobilità nello spazio “. Due percorsi sono così indicati, è che conducono alla costituzione della psiche insieme al proprio corpo. Uno è dato dalla mediazione della corporalità sconosciuta e l’altro dalla considerazione del possedere il corpo finto in un altro luogo. In quest’ultimo, catturo, “nel modo dell’empatia” il mio corpo come un secondo corpo proprio estraneo. Questa considerazione ci porta ad analizzare la finzione come presentificazione.

Nel caso della finzione, l’Io dell’altro, ha di per sé come Io finto l’esperienza del suo sé e del suo corpo, i suoi campi di coscienza, i suoi movimenti, le sue apparenze e un qui e ora, tutto nel modo della finzione.

Mentre il corpo stesso non può allontanarsi da o avvicinarsi come si può fare rispetto ad altri oggetti, vale a dire, che se anche “non posso ‘ allontanarlo con la volontà’ da me come ad altri corpi (in modo originario come ad altri corpi)”, tuttavia, questo è ciò che permette all’ immaginazione, di “poterlo rappresentare fuori da me, analogamente ad altri corpi: come se fosse un semplice corpo.”

Uso una finzione di come vorrei apparire nel mio secondo corpo finto è che si trova in un altro luogo. Io fingo nell’osservare me, mi muovo in quel luogo nell’immaginazione, appartenendo alle apparenze esterne riguardanti il mio corpo finto. In quell’altro luogo, mi identifico con il mio corpo e con il corpo che appare esternamente.

Collegato come identico, in un’unità di coscienza, il mio corpo dato con quel proprio corpo fisico (Leibkörper), “che, perché è lo stesso corpo, diventa cosciente anche eo ipso come corpo di quel soggetto empirico che appare a se stesso, e quindi ‘a se stesso ´ . Conseguentemente nella considerazione esterna il corpo fisico in se è esattamente come proprio corpo, cioè,’ appare ´ con esso ‘ esternamente come ´ l’oggetto empirico ‘.

Questa apparizione è influenzata da un’intenzionalità che coinvolge l'”aspetto esteriore di un corpo, che è identico al corpo che è comprensibile da un fluire fuori, portando un soggetto che appare a se stesso con questo corpo fisico, cosìcché , che appare in un aspetto ‘ interno ‘. Così, c’è “un movimento fuori” (Hinausversetzung), ” fuori movente” (Hinausbewegen) o “fluendo fuori” (Herausrückung) che possiede il corpo in se in un altro corpo fisico finto.

Approssimarsi in questo modo permette di fare il passo successivo: “il corpo fisico che appare esternamente viene coniato come lo stesso che in un aspetto interno è il corpo proprio del sé”.

Il punto focale di questo argomento è dato dalla finzione di “come se fossi in quel luogo”, grazie alla quale avrei un aspetto diverso del mondo, e questo implica che è possibile una “duplicazione” del sé come duplicazione che dà luogo ad un altro sé , cioè, due individui con due corpi. Con la finzione, l’io ha la possibilità di dar luogo a un mondo finto. Così si distingue il mondo efficace del mondo fantasticato: il primo implica un atto posizionale e il secondo un atto simil-posizionale “. Tutto nella fantasia si svolge nel modo di “come se”, il percepire e il percepito nella fantasia hanno la modificazione del ‘ come se ‘. Nel rigore, l’esperienza dell’altro non ha bisogno della promulgazione efficace di esso, perché “per realizzare la possibilità dell’esperienza dell’apparenza esterna di un io sconosciuto, non ho manifestamente bisogno dell’esperienza reale di esso.”

Husserl sottolinea che c’è un “agire all’interno” (hineinwirken) di fantasia intenzionale in contenuti fantasticati. Per chiarire questo, guardiamo l’esempio che Husserl stesso presenta: io fantastico un paesaggio con un gruppo di alberi, uomini, centauri, animali favolosi in lotta. Io appartengo a questo mondo fantasticato, come io sono coinvolto come un co-lottatore.

Degli alberi fantasticati, alcuni sono in primo piano, altri rimangono sullo sfondo, alcuni sulla destra, altri a sinistra. Tutte queste parole: destra, sinistra, anteriore, posteriore, dall’alto, ecc., “sono evidentemente espressioni occasionali e hanno un riferimento essenziale per l’io che esamina e percepisce, che porta in sé il punto zero dello spazio orientato e tutte le sue dimensioni di orientamento “.

Tuttavia, l’io fantasticatore può in qualsiasi momento eseguire un cambiamento di atteggiamento e ritornare dalla fantasia della lotta del centauro ai suoi modi di dazione orientati, al suo sé riflettente e a tutti i suoi atti corrispondenti.

Questo è il caso quando l’auto-riflettente è esplicito nell’io fantasticante e l’io fantasticato.

Tre Io sono così mostrati. Prima di tutto, abbiamo un soggetto fantasticante che percepisce nel modo del come-se. In un secondo momento mi scopro come implicito nella scena, cioè, scopro come io ho fantasticato. Abbiamo due Io per il momento. Da un lato, l’io fantasticante che esegue la fantasia e, dall’altro, presenta un’estraneo Io in forma di se-di-un-altro modo dell’Io, che è il finto Io che agisce nella fantasia.

Questo è l’Io fantasticato che sta in una scena di fantasia. Ma è possibile riflettere su questa fantasia. Così emerge un terzo Io, l’auto-riflettente, che è quello che mette in evidenza il contenuto della fantasia, e si distingue dall’Io fantasticante perché potrebbe fantasticare senza pensare, senza rendere conto ciò che riflette. La funzione del sé riflettente sarà, appunto, essere in grado di realizzare la doppia riflessione “sulla” e “nella” fantasia. Di questo problema avremo a che fare in conseguenza.

Come presentificazione, possiamo fare una doppia riduzione sulla finzione e nella finzione. Secondo la prima riduzione, ciò che è stato appreso nella finzione del mio corpo proprio all’esterno può essere ridotto ai miei atti, cioè agli atti del soggetto che realizza la finzione. Proprio questa prima riduzione ci rivela che in questa esperienza c’è una coscienza estranea finta, le cui esperienze non sono proprie ma quelle di un altro soggetto finto, quelle del sé fantasticato. Dalla seconda riduzione si realizza un secondo Io e una seconda coscienza che non sono mie, ma di un altro Io finto o del mio essere-in-un-altro modo finto.

Ora, posso rappresentare questo corso di esperienze finte, cioè, di avere immagini di esperienze che corrispondono al mio estraneo finto Io. Prendiamo l’esempio precedente di percepire un tavolo. Quando percepisco un tavolo, gli scorci non visti o presentati sono coniati da me, e io avverto che l’estraneo corpo finto potrebbe anche percepire l’Io rappresentato. Questa rappresentazione che supera la portata del fisico dà la base per stabilire che ci sono esperienze dell’Io finto, che sono simili al mio.

Nel compiere la riflessione “in” la mia esperienza fittizia del proprio corpo come il proprio corpo fisico posto fuori, espone che questo corpo, che percepisce lo scorcio dove io mento, avrebbe anche, come il mio corpo efficace, una soggettività trascendentale. Mediante una riduzione “in” la finzione del mio corpo dimostra che nel corpo fisico posto c’è il substrato di un soggetto come anche una persona, che ha come correlare il suo mondo solipsista e esperimenta la causalità psicofisica.

La rappresentazione contraddittoria di essere qua e là allo stesso tempo, diventa concordante-e apre un percorso di grande importanza-consentendo di prendere la duplicazione come duplicazione: “Io a priori non posso essere qua e là allo stesso tempo, ma qui e là può esserci un uguale , Io -qua e là- è un sé uguale e anche un più o meno io come me. Ho, prima di tutto, l’appercezione del mio corpo nel mio corpo, e posso, in secondo luogo, per mezzo della proiezione finta in un altro luogo, percependomi come corpo finto, essere il mio corpo fisico in un altro luogo, che proprio per essere mio richiede il legittimo giudizio del carattere del proprio corpo, il punto zero di orientamento, e questo permette di intuire che sia la sede di una soggettività trascendentale.

Tuttavia, la soggettività trascendentale estranea è solo possibile. Husserl dice che “con essa si duplica l’Io come Io empirico e un Io estraneo può essere costituito coscientemente, soltanto come possibilità”. Ma nella fantasia “non ho l’altro, in un presentificazione diretta. Non ho memoria, ma un analogo, senza dubbio un termine poco chiaro. Sensazioni, intuizioni, giudizi, ecc, che non sono miei, che io solo ‘ immagino ‘, li ho posti comunque come co-presentazioni, ecc di un corpo estraneo, e non li pongo in conformità con la mia vita, e l’altro con il mio corpo che mi appare. Nell’empatia, ho esperienza della coscienza dell’Io estraneo, non perché io vivo e percepisco nella percezione interna, ma perché è un tipo di presentificazione. Husserl avverte che non si deve confondere l’empatia con l’immagine della fantasia, interpretando così l’empatia significherebbe che è possibile intuire “nell’altro la sua esperienza in modo del tutto immediata.” Queste analisi intorno alla fantasia, si possono considerare come “punti di partenza per la teoria dell’empatia”.

Per il momento è stato solo dimostrato, che per darsi un altro corpo proprio, si possono manifestare le stesse caratteristiche somatologiche del mio. In questo senso, la riduzione solipsista è una forma preliminare e propedeutica della riduzione primordiale, in cui abbiamo effettivamente esperienze empatiche che coinvolgono le esperienze di un altro. Usiamo il termine “propedeutica” perché la riduzione solipsista mostra un possibile percorso per la teoria dell’empatia, in quanto funge da motivazione per eseguire una duplicato del sé e suggerisce la possibilità di andare oltre mostrando ciò che accadrebbe se si considerasse l’aspetto di un altro corpo, anche se è finto. Anche quando un’astrazione di empatia è prodotta, come è il caso della riduzione solipsista, ci sono modi di rappresentazione che sono collegati ad esso.

L’empatia propriamente detta è l’esperienza di altri soggetti e emerge quando si considera l’entrata di altri Io fenomenici nel mio campo della percezione. Ma sappiamo che nell’esperienza solipsista, gli altri sono solo presupposti e questo implica che il rapporto non è stabilito con un altro-Io effettivo, ma con un essere-di altri-modi dell’Io. Al rapporto che si stabilisce tra l’Io e l’altro Io finto o estraneo corpo finto o proprio corpo stesso messo posto al di fuori, non può, in linea di principio, chiamarsi empatia. Quindi, Husserl parla in termini di “introiezione posta fuori”, “fluire fuori”, “porsi fuori”

La riduzione solipsista deve essere radicalizzata e quando l’altro è completamente escluso e non meramente presupposto, essa darà luogo alla riduzione primordiale statica o riduzione nella propria sfera , il cui scopo è il fondamento dell’empatia. Così, una volta fondata l’empatia, la condizione trascendentale dell’altro può essere legittimata.

LA RIDUZIONE CHE RIGUARDA L’ESSERE E LA PRODUZIONE DI ENTI

La Volontà di Potenza è l’essenza del Nichilismo

Nel suo saggio ‘Oltre la linea’, Ernst Jünger propone una ‘descrizione del locus del nichilismo’, alla quale si riferisce ‘una valutazione del luogo e delle opportunità disponibili all’essere umano nel luogo descritto mediante l’immagine della linea’.

Questa ‘Topografia del Nichilismo’ si presta a una discussione con questa considerazione ponderata la cui più urgente possibilità è la determinazione dell’essenza e dell’origine del nichilismo. Come considerazione ponderata dell’essenza, ciò che potrebbe essere definito una “topologia” può essere caratterizzato in contrasto con la precedente topografia letteraria. In effetti, una considerazione dell’essenza del nichilismo appartiene a qualsiasi esame dell’attraversamento dell’essere, nella misura in cui il nulla nichilista appartiene in generale all’essenza dell’essere come forma storicamente determinata del nulla.

Proprio tale disamina dell’essenza dell’essere (in connessione con quel nulla che appartiene ad esso) è già stato proposto nel modo sopra indicato. In questo metodo, la considerazione dell’essenza del nichilismo è stata portata al punto in cui diventa chiaro che d’ora in avanti questa essenza e questa origine possono essere determinate topologicamente. Perché ora diventa evidente che questo nulla nichilista, proprio come il nulla in generale, appartiene all’essenza dell’essere. Tuttavia non è stato ancora mostrato chiaramente e in modo inequivocabile in che modo l’annullamento nullificante del nichilismo diversamente annunciato nella riduzione del mondo e dell’essere vivente descritto nel mondo, prevale e regni.

Tenere conto di questa relazione tra la topografia e la topologia del nichilismo significa che una topologia filosofica deve “precedere” una topografia letteraria.

Soprattutto, ciò significa che ciò che la topologia mette in luce in quanto l’essenza del nichilismo precede ciò che può essere rappresentato topograficamente in termini di riduzione. La topologia riflessiva è caratterizzata come “l’esibizione di quel luogo dove l’essere e il nulla sono riuniti e che determina l’essenza del nichilismo in modo tale che un possibile superamento del nichilismo si manifesti in questo modo”.

Questo locus, che approva la topologia del nichilismo, è un luogo essenziale, il luogo in cui l’essere e il nulla sono così essenzialmente esposti nella loro appartenenza totale, che questa appartenenza rappresenta il modo in cui il nulla nichilista prevale nella manifestazione dell’essere. Questo luogo essenziale, storicamente determinato, è tuttavia una collocazione in proprio, perché determina il modo di apparire del proprio essere sia storicamente che nichilisticamente.

La domanda fondamentale per la topologia del nichilismo recita: dove l’essere e il nulla si uniscono e in che modo l’essenza del nichilismo si sviluppa dall’inter-gioco tra essi? Questo intreccio tra l’essere e il nulla, tra il voltarsi e voltarsi avanti, chiama il modo d’essere [Wesungsweise] del nichilismo. Nel verso della frase “essere e nulla”, “e” esprime l’appartenenza essenziale di ciascuno all’altro. Il modo di essenziare del nichilismo è un modo particolare in cui prevale l’annullamento dell’eliminazione nel cambiamento verso l’essere.

Ciò che si cerca è il “dove”, il luogo essenziale del predominio nichilista dell’abbandono nella cambiamento illuminante verso l’essere. La risposta a questa domanda si collega alla riduzione topografica designata. Perché dovrebbe essere possibile cogliere l’esperienza riduttiva e l’espressione del mondo della vita e della vita nel mondo dall’essenza del nichilismo. All’esperienza di una riduzione totale si aggiunge anche l’intuizione che la riduzione “è un processo continuo di potere e distruttività sempre crescente”.

La riduzione nichilista in connessione con un potenziamento sempre crescente implica quanto segue per la topologia riflessiva: “un processo la cui profondità e originalità sono sempre diminuite nella sfera dell’essere in generale, non semplicemente accompagnato da una crescita nella volontà di potere ma in realtà determinata da esso’.

“Nell’essere in generale”, cioè nell’apertura e nel disvelamento degli esseri, riduzione, contrazione e ritiro avvengono con profondità e originalità sempre minori. Questo “sempre in diminuzione” non è nulla di ontico ma reca un marchio ontologico-storico. Perché l’apertura o il disvelamento degli esseri non è esso stesso nulla di ontico. Gli esseri possono essere affrontati solo dal loro disvelamento. Nel loro stesso disvelamento, gli esseri ci affrontano come determinati riguardo a cosa e come sono. La riduzione nichilista è introdotta in questo modo molto sfrontato.

Il crescente potenziamento, collegato a un processo di profondità sempre minore e originalità all’interno della sfera degli esseri, è considerato topologicamente come un aumento della volontà di potenza, un processo attraverso il quale la riduzione e la contrazione e con essa lo sviluppo del potere all’interno la sfera degli esseri è determinata.

Viene quindi fatta una distinzione tra la crescente legittimazione all’interno della sfera degli esseri e l’aumento della volontà di potenza. Quella volontà di potenza che viene identificata sotto gli auspici della topologia non è prontamente contenuta entro i limiti di ciò che intendeva Nietzsche con questa frase; piuttosto la volontà di potenza qui assume la forma di una esemplificazione storica dell’appartenenza dell’essere e del nulla, un’appartenenza insieme dalla quale procede sia la riduzione sia, la connessione con essa, quella progressiva emancipazione all’interno del disvelamento degli esseri. “Essere e nulla”, nell’interazione tra cui si sviluppa l’essenza del nichilismo, appartengono insieme alla volontà di potenza, in quella volontà “che vuole se stessa”.

La volontà di potenza come volontà di volere si manifesta così come l’essenza del nichilismo. La volontà di potenza è la modalità di occultamento dell’essenza di quel nulla che appartiene all’essere e che in quanto tale costituisce l’essenza del nichilismo. In che modo invalidante domina questa volontà auto-affermativa?

Se la riduzione e il potenziamento progressivo che prevale nella sfera degli esseri appartengono all’essenza della volontà di potenza e alla sua crescita senza fine, si potrebbe dire: “quella riduzione che si manifesta nella sfera degli esseri è radicata in una produzione di essere, cioè nello sviluppo della volontà di potenza come volontà incondizionata di volere ‘.

Questa “produzione dell’essere” è una manifestazione storica della deviazione verso l’essere ma il tale tipo che vi appartiene, è anche una svolta schiacciante dominante nel senso del ritiro annullante. In primo luogo, questo ritiro nella sfera degli esseri è caratterizzato da profondità e originalità sempre minori. Ma quel ritiro che si radica in un modo invalidante di essere della volontà di potenza non deve essere limitato a quanto sopra.

Poiché la riduzione nella sfera dell’essere si basa su una produzione peculiare da parte dell’essere, si potrebbe dire: “La contrazione, l’assenza è determinata da e attraverso una pre-presenza”. È il pre-senso del modo di essere nullificante di essere della volontà di potenza che ‘precede ogni declino’.

Lì dove la sfera degli esseri declina non è quindi questa sfera stessa a prevalere, ma precisamente qualcos’altro. Questo declino all’interno della sfera degli esseri non significa la sua scomparsa e diminuzione. Al contrario, la sfera ontica può essere aumentata ed esaltata mai come prima, e anche in questo caso declina dal punto di vista della impertinenza.

In che modo, tuttavia, questa sempre crescente volontà di potenza si auto-annulla? Come può questa nullificazione nichilista del pervi-cace e del pot-ente essere definita come una caratteristica essenziale dell’essere? La volontà di potenza come storica, anzi come il più moderno e nuovo modo di essenziare dell’essere appartiene alla storicità concettualmente inventata dell’essere. In quanto concetto ontologico storicamente determinato, questa parola non dà un nome a ciò che nel linguaggio corrente è conosciuto come una macchinazione umana, ma “un’essenza dell’essere”, quell’essenza dell’essere che è decisiva per la fabbricazione di tutti gli esseri.

La modalità dell’essenza dell’essere come fabbricazione significa che qui, nel processo di disvelatezza, viene alla luce. La capacità di essere come volontà di potenza è esibita nella praticità di base di tutti gli esseri e, correlativamente, nell’artificialità del soggetto moderno, un soggetto il cui intero essere è centrato in questa concezione meccanicistica del tutto. La fattibilità degli esseri significa: tutto ciò che è, incluso l’essere umano stesso, può essere rivelato come costruibile. Correlativamente, l’artificialità del soggetto è mostrata in questo, che tutte le sue modalità di rivelazione sono caratterizzate dall’artificio del fare.

La fattibilità e l’artificiosità esibite nella fabbricazione “rafforzano il potere che sta alla radice”. Il modo più moderno in cui viene mostrata l’artificialità dell’essere è esposto nella misura in cui consente al potere di emergere nella sua essenza come “gravoso”. L’essenza del potere deriva dalla volontà di potenza come gravoso. Qui ciò che è veramente negativo si mostra come ciò in cui risiede l’essenza del nichilismo. La forza è di per sé un ‘abbattere e distruggere’.

Questo di-struggere (Ver-nichten) è, come tutto il resto che deve essere pensato, non inteso in un metodo ontico. Non è un’impostazione a parte e la rimozione di ciò che è presente a portata di mano, nemmeno una “demolizione e frammentazione nel senso di una disintegrazione radicale di ciò che si presenta”.

L’abbattimento e la distruzione in questione è un avvenimento molto più ontologico, che avviene nel processo stesso di scoperta come la “trascrizione in nullità”. La distruzione del potere gravoso porta sul cosa e sul come del regno portato alla luce e di conseguenza sul modo di disfacimento che gli corrisponde. Come distruzione totale, il gravoso ha un carattere più “essenziale che cumulativo”.

La negazione nichilistica come distruzione non si lega in primo luogo a qualsiasi essere possa esserci, e precisamente perché non è una distruzione ontica, ma piuttosto ‘prima si fissa sull’essere stesso’ e questo perché la distruzione procede dall’essere se stesso.

La distruzione che procede fuori dal potere gravoso “è la” desertificazione “[Verwüstung]”. Ma anche questo non è una dispersione ontica, o un consumo di ciò che è, ma un ontologico logorare” ogni possibilità di decidere. Ciò significa che gli esseri non possono più essere determinati nei loro precedenti modi di essere, cosa e come sono, in quanto questi ultimi sono stati evocati nella distruzione rescissa. La desertificazione “non è più in grado di tornare indietro”, perché può solo andare avanti verso l’estinzione di ogni possibilità di portare gli esseri in quanto tali in contatto con il loro essere.

La volontà di potenza annulla ogni possibilità ontologica di quell’essere che è stato oggettivato dalla scienza e dalle tecnologie moderne di essere mai in grado di entrare nella comprensione determinata storicamente dell’essere come quadruplo, e questo perché è esso stesso rivelato attraverso una copertura del suo precedente modo di essere ciò che è come è.

FUNDAMENTO DE MOTIVACIÓN PARA LA SALIDA DE LA FICCIÓN SOLIPSISTA

SOLIP

 

 

 

 

 

Hemos dicho que la esfera solipsista se caracteriza por hacer exclusión de la empatía. No obstante, Husserl sostiene que “hay modos de representación necesarios, que ya tienen relación con la empatía”. Examinemos cómo se originan estas representaciones a través del siguiente ejemplo.

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THE OVERCOMING OF NIHILISM AS THE RECOVERING [VERWINDUNG] OF THE SET-UP [GE-STELL]

NIHIL REDUCTION

 

 

 

 

 

 

The topology of nihilism is an enquiry into its essence. The will to power has proved to be the essence of nihilism in its destructive prevalence. The place and the placement of this essence of nihilism have been shown to be the place of the prevailing will to power.

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REDUKTION WITH REGARD TO BEINGS AND PRODUKTION OF BEING

NIHIL REDUCTION

 

 

 

 

 

 

THE WILL TO POWER AS THE ESSENCE OF NIHILISM

In his essay ‘On the Line’, Ernst Jünger proposes a ‘description of the locus of nihilism’, to which there pertains ‘an assessment of the place and the opportunities available to human being in the place described by means of the image of the line’.

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THE CROSSING THROUGH OF BEING AND NOTHINGNESS

NIHIL REDUCTION

 

 

 

 

 

 

If the essence of being is nothing in itself but resides in the previously examined turning toward, then ‘”being” is resolved into this turning toward’.

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THE NIHILISTIC REDUCTION

NIHIL REDUCTION

 

 

 

 

 

 

Prognosis, Diagnosis and Therapy are the titles of the three sections into which Ernst Jünger divides up his Essay. How and as what does Jünger experience nihilism? What are the salient features of nihilism? With a view to answering these questions we will turn to the section entitled: ‘Diagnosis’.

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