CONTRAPPOSIZIONE TRA L’UOMO INTUITIVO E L’UOMO RAZIONALE

Ci sono momenti in cui l’uomo razionale e l’uomo intuitivo si uniscono, colui che teme l’intuizione è il primo, l’astrazione beffarda; il secondo, l’irrazionale quanto il primo anti-artista. Uno e l’altro pretendono di governare la vita: quello, sapendo come affrontare, attraverso la lungimiranza, la prudenza e la regolarità, i principali vincoli; questo, trascurando, come “eroe pieno e allegro”, quei vincoli e assumendo come reale solo la vita condizionata nella finzione e nella bellezza.

Quando, come nei tempi primitivi della Grecia, l’uomo intuitivo manipolava le sue armi in un modo più potente e vittorioso del suo avversario, se le circostanze erano favorevoli, una cultura poteva svilupparsi e la signoria dell’arte sulla vita poteva essere stabilita. Quindi, quella negazione dell’indigenza, quello splendore delle concezioni metaforiche e, in generale, quell’immediatezza dell’inganno accompagnano tutte le manifestazioni della vita. Quindi, né la casa né l’uscire, i vestiti o l’anfora rivelano che sono un prodotto della necessità; sembra che in tutto questo ci sia da esprimere una felicità sublime e una radiosa serenità olimpica e, per così dire, un gioco serio.

Mentre l’uomo guidato da concetti e astrazioni impedisce semplicemente la calamità attraverso di essi, senza estrarre la felicità dalle astrazioni, aspirando, nient’altro, a liberarsi il più possibile dal dolore; mentre l’uomo intuitivo, che si sviluppa nel mezzo di una cultura , deriva dalle proprie intuizioni, a parte la difesa dal dolore, un flusso costante di chiarezza, di cielo limpido e redenzione.

Chiaro, quando soffre, la sua sofferenza è più intensa; soffre anche più
frequentemente, perché non sa come imparare dalle lezioni dell’esperienza e rientra sempre in una brutta situazione in cui a volte viene coinvolto. e nella sofferenza egli adotta lo stesso atteggiamento irrazionale della felicità; emette acute grida e non trova consolazione.

Molto diverso nelle avversità è il comportamento dell’uomo stoico, educato dall’esperienza e fortemente sostenuto dai concetti! Esso, che di solito cerca solo la sincerità, la verità, uno sviluppo privo di inganno e di protezione contro l’assalto di seduzione, nelle avversità mostra pienamente la sua capacità di fingere, proprio come l’altro nella felicità; non presenta un volto umano mutevole e tremante, ma, in un certo modo, una maschera dignitosa e immutabile; non grida, nemmeno la sua voce è alterata; quando una cupa nube tempestosa cade su di esso, si avvolge nel suo mantello e si allontana con passo lento.

ROVESCIARE IDOLI

Rovesciare idoli (parola che uso per dire «ideali») – questo sì è affar mio. La realtà è stata destituita del suo valore, del suo senso, della sua veracità, nella misura in cui si è dovuto fingere un mondo ideale…Il «mondo vero» e il «mondo apparente» – in altre parole: il mondo finto e la realtà… (EH,Prologo 2).

Con queste parole Nietzsche presenta, nella sua autobiografia filosofica, la propria attività. L’obiettivo che egli circoscrive come tema più rilevante e decisivo consiste in una messa in questione della contrapposizione puramente fittizia, ideale, tra un mondo «vero» e un mondo «apparente», la quale porta con sé la svalutazione del piano del reale di cui si è detto sopra. «Rovesciare idoli» viene dunque a essere l’elemento propulsore di quel «contro-movimento» rispetto al nichilismo europeo che prende il nome di trasvalutazione dei valori (NF 1887-’88, 11[411]) e che Nietzsche prospetta quale traguardo dell’umanità a venire.

Quest’ultima, proprio in virtù di un nuovo atteggiamento critico nei confronti del sapere, sarà in grado di vagliare i contenuti tramandati e mai messi in discussione, per poi rivelarne la vacuità e fragilità sul piano teoretico. In questo consiste in effetti l’obiettivo del Crepuscolo degli idoli, che, come spiega Nietzsche, offre uno strumento di guarigione rispetto alla malattia che affligge la sua contemporaneità – la décadence. Tale strumento consiste in una metodologia d’indagine che è, per l’appunto, una metodologia critica: «Porre una buona volta domande con il martello e, forse, udire come risposta quel noto suono cavo, che parla dalle viscere gonfiate» (GD, Prefazione).

Non si tratta di un agire distruttivo, come spesso ancora si legge; il percorso che Nietzsche delinea è piuttosto un paziente ma inesorabile lavoro di auscultazione, nel corso del quale gli «idoli eterni» vengono «toccati con il martello come con un diapason» (ibid.), Volontà del nulla e volontà di verità risuonando con fragore proprio perché al loro interno non vi è alcunché di consistente.

Questi idoli – Nietzsche lo rivela nella sezione di Ecce Homo dedicata al Crepuscolo – sono proprio le antiche verità, i principi sui quali l’umanità ha fino a oggi edificato il proprio sapere e il proprio agire, e delle quali secondo Nietzsche occorre sbarazzarsi, per poter dare avvio a una nuova stagione di pensiero.
Il Crepuscolo degli idoli sorge pertanto dall’incorporazione delle istanze critiche nei confronti della volontà di verità che Nietzsche espone al termine della sua Genealogia. Esso, inoltre, si pone in continuità con quest’ultima opera nel momento in cui viene a essere il momento preparatorio della progettata Trasvalutazione dei valori.

Nel Crepuscolo Nietzsche svolge una vera e propria diagnosi delle condizioni fisiologico-antropologiche dell’europeo cristiano, figlio della tradizione di pensiero che vede nella razionalità socratica il suo momento iniziale. Socrate, assieme a Platone, è per Nietzsche il primo décadent; in lui, cioè, si manifestano i sintomi di una malattia degenerativa destinata ad affliggere il mondo occidentale (GD, Socrate e EH, Nascita della tragedia 3). La principale conseguenza di questa malattia è di fatto quell’atteggiamento ostile alla vita che in altri luoghi Nietzsche descrive nei termini di una volontà del nulla. Come si legge in particolare nel già citato paragrafo 5 della sezione Morale come contro-natura, infatti, secondo Nietzsche «la morale, come è stata concepita finora […] è l’istinto della décadence stesso», ma soprattutto è «il sintomo di una certa specie di vita; […] della vita declinante, indebolita, esausta, condannata». L’atteggiamento di condanna della vita che appartiene a questa morale, il suo rivolgersi «contro gli istinti della vita» e l’«attaccare le passioni alla radice», è quindi il prodotto di una determinata fisiologia, che Nietzsche ritiene essersi realizzata per la prima volta all’epoca dei Greci. È proprio in quel mondo, recuperando una sua riflessione giovanile – se si vuole, anche in chiave di strategia editoriale –, che Nietzsche individua il motivo antitetico al tipo umano declinante e negatore della vita, quel principio del dionisiaco che nella Nascita della tragedia era stato messo a tema parallelamente all’elemento apollineo e che nel Crepuscolo torna a giocare un ruolo di particolare rilievo in quanto promotore di un realismo filosofico che deve essere recuperato.

Secondo quanto Nietzsche scrive nel capitolo conclusivo del Crepuscolo degli idoli, il dionisiaco incarna per lui il vero e proprio motivo antitetico alla volontà del nulla. In esso si esprime «il fatto fondamentale dell’istinto ellenico – la sua “volontà di vita”» che già Platone, anticipando in questo il Cristianesimo, aveva rinnegato (GD, Antichi 2 e 4).

Contrariamente a questa tendenza nichilista, la psicologia dello stato dionisiaco consiste in una completa affermazione della vita, in un «dire di sì» alla vita nei suoi aspetti più terribili, e quindi in un «coraggio di fronte alla realtà» che Nietzsche attribuisce ad esempio a Tucidide (GD, Antichi 2). Lo storico greco è in effetti qui direttamente contrapposto a Platone proprio in ragione del suo realismo. Egli, a detta di Nietzsche, era in grado di «vedere la ragione nella realtà»; in lui trova espressione «la cultura dei realisti: quell’inestimabile movimento in mezzo all’impostura morale e ideale delle scuole socratiche dilaganti ovunque» (ibid.). In contrasto con la tendenza declinante degli istinti greci, Tucidide risulta essere l’«ultima rivelazione di quella forte, severa, dura fattualità, che stava nell’istinto degli antichi Elleni» (ibid.). Egli si distingue in particolare da Platone, il quale è per Nietzsche «un codardo di fronte alla realtà» che «fugge nell’ideale; Tucidide ha se stesso in proprio potere, di conseguenza tiene anche le cose in proprio potere» (ibid.).

La spiritualità forte che Nietzsche individua in Tucidide è l’elemento fisiologico che ha permesso a quest’ultimo di contrastare la malattia della décadence e di mantenersi in uno stato di salute. Tale condizione era propria dei greci nell’epoca della massima espressione del «sentimento tragico», una sensibilità oramai persa proprio per la difficoltà di reggere il peso di terrore e compassione e di essere «noi stessi l’eterno piacere del divenire » (GD, Antichi 5).

L’invito di Nietzsche a recuperare un atteggiamento dionisiaco di fronte all’esistenza consiste pertanto in questa avversione per i motivi pessimisti che si possono ritrovare già in Aristotele, il quale parla di una catarsi delle passioni, del cui peso l’uomo dovrebbe volersi alleggerire (ibid.). Tutto questo è, ancora una volta, solo espressione di un’incapacità prima di tutto fisiologica di gestire tale carico, la cui espressione più sublimata viene a essere, in epoca moderna, la schopenhaueriana volontà del nulla. Al contrario, secondo Nietzsche «l’artista tragico non è un pessimista, – egli dice precisamente sì perfino a tutto ciò che è problematico e terribile, egli è dionisiaco…» (GD, “Ragione” 6).

Il tema del realismo in senso anti-nichilistico, un realismo inteso come sguardo coraggioso rivolto al carattere terribile dell’esistenza, è presente nel Crepuscolo anche in relazione a un’altra personalità che per Nietzsche è esemplare: Johann W. Goethe. Questi è «l’ultimo Tedesco del quale [Nietzsche] abbia un profondo rispetto» (GD, Scorribande 51), in ragione di un’affinità spirituale che renderebbe Goethe «non un evento tedesco, ma europeo» (GD, Scorribande 49)14. Agli occhi di Nietzsche, Goethe si è saputo elevare al di sopra della propria contemporaneità e ha offerto uno sguardo diverso da quello che la tradizione imponeva. In altre parole, «Goethe era, in mezzo a un’epoca disposta verso l’irreale, un realista convinto: disse di sì a tutto quanto gli era in questo affine» (ibid.).

In lui, pertanto, Nietzsche ritrova quell’atteggiamento nei confronti del reale e del naturale che è proprio delle nature forti e che si pone agli antipodi del nichilismo pessimista schopenhaueriano. Goethe incarna la speranza che la cultura tedesca possa produrre un tipo umano differente, che l’umanità declinante non sia destinata a proseguire nel suo percorso degenerativo, ma che sia in grado di risollevare lo sguardo ed elevarsi a una nuova cultura affermativa. Come scrive ancora Nietzsche, «Goethe concepì un uomo forte, di elevata cultura», in grado di contrastare le forze disgreganti della décadence («che tiene a freno se stesso e ha rispetto di sé» e «sa usare a proprio vantaggio ciò di cui una natura media perirebbe») e di guardare al mondo entro cui è inserito «con un fatalismo gioioso e fiducioso» (ibid.). Questo tipo umano, che Nietzsche chiama uno «spirito divenuto libero », è promotore di un atteggiamento positivo rispetto alla vita, di una sua affermazione che nasce dalla «fede che solo ciò che è singolo sia riprovevole, che nell’intero tutto si redima e si affermi – egli non nega più… Ma questa fede è la più elevata di tutte le fedi possibili: io l’ho battezzata con il nome di Dioniso. – » (ibid.).

Come si può notare, il discorso di Nietzsche è estremamente coerente nel ribadire la medesima costellazione tematica nel momento in cui si trovi ad affrontare la questione del rapporto dell’uomo nei confronti dell’esistenza. La sua diagnosi del nichilismo europeo e della volontà del nulla che sta alla base della degenerazione antropologica prodotta da duemila anni di cultura metafisica, lo porta a concepire come unico strumento di guarigione un atteggiamento in cui non vi sia traccia di negazione alcuna. Nietzsche, evidentemente, ragiona per contrapposizione: avendo individuato il principio che ha prodotto il male che si vuole debellare, egli immagina che il principio opposto possa produrre un tipo umano differente e “sano”.

Pertanto, al nichilismo derivante dal rifiuto della realtà naturale, dal rifiuto della vita, Nietzsche contrappone un incondizionato dire di sì a quest’ultima e un puro realismo che di essa affronti apertamente la complessità e ricchezza. Nel Crepuscolo degli idoli questo atteggiamento viene esemplificato dalla figura di Dioniso, ma essa è strettamente quanto espressamente legata anche a Zarathustra, che in Ecce Homo viene descritto come «colui che ha la visione più dura, più tremenda della realtà […]. Ma ancora una volta, questo è il concetto di Dioniso» (EH, Zarathustra 6). I tratti del profeta persiano ci riportano però al punto di partenza di questa riflessione, ovvero al paragrafo conclusivo della seconda dissertazione della Genealogia della morale, in cui Nietzsche preconizzava l’avvento di un «uomo dell’avvenire» in grado di redimere l’umanità dalla volontà del nulla prodotta dagli ideali ascetici (GM II 24). Come si è detto, a quell’«uomo redentore» Nietzsche attribuisce tratti marcatamente zarathustriani – senza però chiamare in causa la figura del profeta –, tra i quali risalta la sua capacità di «sprofondare […] nella realtà» (ibid.).

Tutto questo dimostra quindi quanto il tema del realismo venga adottato da Nietzsche in chiave anti-nichilistica, e costituisca per lui un vero e proprio farmaco per contrastare il male della propria epoca. Immergersi nella realtà senza cercare rifugio in un mondo ideale significa infatti dover poi reggere il peso di tutto ciò che essa contiene; ma se si sarà in grado di sopportare tale fatica e di riemergere da quella palude, allora vorrà dire che si possiede una forza spirituale in grado di debellare la malattia e di superare una convalescenza che, per quanto lunga, lascerà spazio a una rinnovata «grande salute».

LE PERSONIFICAZIONI DELLA DIALETTICA

Nella storia della dialettica, Stirner occupa un posto a parte, l’ultimo, il luogo estremo. Stirner era quel audace dialettico che cercava di conciliare la dialettica con l’arte dei sofisti. Sapeva come trovare la strada per la domanda: chi? Sapeva come trasformarlo in una questione essenziale contemporaneamente contro Hegel, Bauer e Feuerbach.

«La domanda: che cos’è l’uomo? Si converte in: chi è l’uomo? Sei Tu quello che deve rispondere. Cos’è? Puntava verso il concetto da realizzare; a partire da chi è, la domanda scompare, poiché la risposta è personalmente presente nell’interrogante ».

In altre parole, è sufficiente porre la domanda: chi? Condurre la dialettica alla sua vera apertura: saltus mortalis.

Feuerbach ha annunciato l’Uomo al posto di Dio. Ma io non sono più l’uomo o l’essere generico, non sono più l’essenza dell’uomo che non era Dio e l’essenza di Dio. Il mutamento dell’Uomo e di Dio è completo; ma il lavoro del negativo, una volta innescato, è lì per dirci: Tuttavia non sei ancora Tu.

“Io non sono né Dio né Uomo, non sono né l’essenza suprema né la mia essenza, e fondamentalmente è la stessa cosa che concepisce l’essenza in me o fuori di me”. “Poiché l’uomo rappresenta solo un altro essere supremo, l’essere supremo, in breve, ha subito solo una semplice metamorfosi, e la paura dell’Uomo è solo un aspetto diverso del timore di Dio.”

Nietzsche dirà: l’uomo più abominevole, avendo ucciso Dio perché non sopportava la sua pietà, rimane il bersaglio della misericordia degli Uomini.
Il movente speculativo della dialettica è la contraddizione e la sua soluzione. Ma la sua causa pratica è l’alienazione e la soppressione dell’alienazione, dell’alienazione e della riappropriazione. La dialettica rivela qui la sua vera natura: l’arte sommaria tra tutti, l’arte di discutere della proprietà e del trasformare proprietari, l’arte del risentimento. Ancora una volta Stirner ha raggiunto la verità della dialettica nel titolo del suo libro: L’Unico e la sua Proprietà. Considera, che la libertà hegeliana appare come un concetto astratto; “non ho nulla contro la libertà, ma ti auguro qualcosa di più della libertà.”

Tu, non solo dovresti liberarti di ciò che non vuoi, dovresti anche avere ciò che vuoi, non dovresti essere solo un uomo libero, dovresti anche essere un proprietario. ” Ma chi si appropria o si riappropria? Qual è l’istanza di riappropriazione? Lo spirito oggettivo di Hegel, la conoscenza assoluta, non è ancora un’alienazione, una forma spirituale e raffinata di alienazione? L’autocoscienza di Bauer, la critica umana, pura o assoluta?

L’essere generico di Feuerbach, l’uomo come specie, essenza e sensibilità? Non sono nulla di tutto questo. Stirner dimostra senza difficoltà che l’idea, la coscienza o la specie sono altrettante alienazioni della teologia tradizionale. Le relative riappropriazioni rimangono alienazioni assolute. Rivivendo con la teologia, l’antropologia mi rende proprietà dell’Uomo.

Ma la dialettica non si fermerà finché non diventerò il proprietario … libero di lanciarmi nel nulla, se necessario. Nello stesso tempo in cui l’istanza di riappropriarsi diminuisce in altezza, larghezza e profondità, l’atto di riappropriarsi modifica il suo significato, esercitandosi su una base sempre più scarna. In Hegel era una riconciliazione: la dialettica era disposta a riconciliarsi con la religione, con lo Stato, con la Chiesa, con tutte le forze che l’alimentavano.

Sappiamo cosa significano le famose trasformazioni hegeliane: non dimenticano di essere devoti. La trascendenza rimane come trascendenza nel seno dell’immanente.

Con Feuerbach, il senso di “riappropriarsi” dei cambiamenti: meno riconciliazione rispetto al recupero, recupero umano delle proprietà trascendenti. Nulla è conservato, tranne l’umano “come un essere assoluto e divino”. Ma questa conservazione, quest’ultima alienazione, scompare con Stirner: lo Stato e la religione, ma anche l’essenza umana, rifiutano l’IO, che non è riconciliato con nulla perché annienta tutto, con il suo “potere”, con il possedere “commercio”, con il proprio “piacere”.

Superare l’alienazione significa quindi, puro e semplice annientamento, recupero che non lascia nulla di ciò che recupera: “l’io non è tutto, ma distrugge tutto”.
L ‘”io” che annienta tutto è anche l’ “io” che non è nulla: “Solo l’io che si decompone, è l’io che non è realmente io”. “Sono il proprietario del mio potere, e lo sono quando sono unico. Nell’unico, il possessore ritorna al creatore del niente di quello che è sorto. Qualsiasi essere superiore a me, che sia Dio o Uomo, si indebolisce davanti al sentimento della mia unità e impallidisce davanti al sole di questa coscienza.”

Se baso la mia causa in me, l’unico, riposa sul creatore effimero e deperibile che divora se stesso, e posso dire: ho basato la mia causa sul Nulla ». Il libro di Stirner aveva un triplice interesse: una profonda analisi dell’inadeguatezza delle riappropriazioni nei suoi predecessori; la scoperta della relazione essenziale tra la dialettica e una teoria dell’io, essendo solo il sé come istanza riappropriante; una visione profonda di quella che fu la conclusione della dialettica, con l’io, nell’io. La storia in generale e l’hegelismo in particolare hanno trovato la loro via d’uscita, ma anche la loro più grande dissoluzione, in un nichilismo trionfante. La dialettica ama e controlla la storia, ma ha una storia per cui soffre, che non controlla.

Il senso della storia e della dialettica raccolta, non è la realizzazione della ragione, della libertà o dell’uomo come specie, ma del nichilismo, nient’altro che il nichilismo. Stirner è il dialettico che rivela il nichilismo come la verità della dialettica. Basta che faccia la domanda: chi? L’Io unico restituisce a nulla tutto ciò che non è, e questo nulla è precisamente il proprio nulla, il nulla dell’io.
Stirner è troppo dialettico per pensare in termini che non sono proprietà, alienazione e riappropriazione. Ma anche troppo esigente nel non vedere dove porta questo pensiero: all’io che non è nulla, al nichilismo. Quindi il problema di Marx, nell’Ideologia tedesca, trova uno dei suoi significati più importanti: per Marx si tratta di fermare questo scivolone fatale.

Accetta la scoperta di Stirner, la dialettica come teoria dell’io. Ad un certo punto, dà la ragione a Stirner: la specie umana di Feuerbach rimane un’alienazione. Ma l’io di Stirner, a sua volta, è un’astrazione, una proiezione di egoismo borghese. Marx elabora la sua famosa dottrina del sé condizionato: la specie e l’individuo, l’essere generico e il particolare, il sociale e l’egoismo, sono riconciliati nell’io condizionato secondo le relazioni storiche e sociali. È abbastanza? Qual è la specie e chi è un individuo? La dialettica ha trovato un punto di equilibrio e di arrivo, o solo un ultimo avatar, l’avatar socialista prima della conclusione nichilista?

È davvero difficile fermare la dialettica e la storia sul pendio comune con cui si trascinano l’uno sull’altro: Marx fa qualcosa se non un’ultima tappa prima della fine, la tappa proletaria?

Merleau-Ponty ha scritto un bellissimo libro “Le avventure della dialettica”. Tra le altre cose, denuncia l’avventura oggettivista, che si appoggia “all’illusione di una negazione fatta nella storia e al suo soggetto” o che “concentra tutta la negatività in una formazione storica esistente: la classe proletaria”. Questa illusione implica necessariamente la formazione di un corpo qualificato: “i funzionari del negativo”. Ma se vogliamo mantenere la dialettica sul terreno della soggettività e dell’intersoggettività movibile, è molto dubbio che sfuggirà al nichilismo organizzato. Ci sono figure di coscienza che sono già funzionari del negativo.
La dialettica ha meno avventure che rappresentazioni; naturalista o ontologica, oggettiva o soggettiva, direbbe Nietzsche, nichilista per principio; e l’immagine che offre di positività è sempre un’immagine negativa o invertita.

ISTINTO DELLA DÉCADENCE

L’espressione di matrice schopenhaueriana «volontà del nulla» (Wille zum Nichts) viene utilizzata da Nietzsche a partire dal 1887 e compare in un numero estremamente limitato di passi, tra opere a stampa e carte private. Malgrado la scarsità di occorrenze, essa è dotata di una particolare rilevanza per il pensiero maturo di Nietzsche, in quanto si inserisce in una problematica decisiva prima di tutto per il progetto filosofico ed editoriale della Trasvalutazione dei valori. La sua presenza è infatti attestabile tra il 1887 e il 1888, vero e proprio crocevia della nietzscheana “filosofia dell’avvenire”, dal momento che agli estremi di quel biennio si trovano la pubblicazione del quinto libro della Gaia scienza
(redatto nel 1886) e la stesura del manoscritto definitivo dell’Anticristo – che a detta di Nietzsche costituiva, di fatto, la Trasvalutazione nella sua forma conclusiva.

In quel periodo, come noto, Nietzsche tira le fila della propria riflessione sulla morale europea, tracciando i contorni di quella che diviene per lui una questione non solo culturale, ma anche antropologica nel senso più strettamente fisiologico del termine. Nel fare questo, egli non si preoccupa solo di individuare gli elementi critici della forma di pensiero occidentale storicamente determinatasi a partire da Platone, ma, sulla base di questa sua diagnosi, predispone un percorso alternativo che permetta all’uomo di indirizzarsi verso una modalità superiore e più sana (prima di tutto intellettualmente) di esistenza. Il tema della volontà del nulla appartiene evidentemente al momento diagnostico di questo processo, in quanto a esso Nietzsche si riferisce in un senso profondamente negativo. Tuttavia, proprio per la radicalità con la quale questo tema viene trattato, esso risulta essere un efficace mezzo di contrasto per individuare il male che ammorba il tipo umano declinante cui Nietzsche dedica particolare attenzione dopo l’esperienza dello Zarathustra.

L’ultima occorrenza dell’espressione «volontà del nulla» si trova proprio nell’Anticristo. Al §18 di quell’opera, Nietzsche definisce – criticamente – «il concetto cristiano di Dio», da lui considerato «uno dei più corrotti concetti di Dio che siano mai stati raggiunti sulla terra». Quella cristiana, in particolare, sarebbe una divinità degenerata

fino a contraddire la vita, invece di esserne la trasfigurazione e l’eterno sì! In Dio è dichiarata inimicizia alla vita, alla natura, alla volontà di vivere! Dio, la formula di ogni calunnia del’«al di qua», di ogni menzogna del’«al di là»! In Dio è divinizzato il nulla, è consacrata la volontà del nulla!… [In Gotta das Nichts vergöttlicht, der Wille zum Nichts heilig gesprochen!].

Secondo Nietzsche, nel suo concetto di Dio il cristianesimo ha ipostatizzato l’atteggiamento spirituale di un’umanità oppressa e malata, l’esatto opposto del modello che lo Zarathustra vorrebbe insegnare, quello dell’individuo che si erge sovrano del proprio corpo e dei propri istinti, e che naviga con gioiosa serenità nell’incontrastabile marea del fato. Al contrario, come si legge per esempio nel Crepuscolo degli idoli, il cristianesimo ha sostenuto un atteggiamento ostile ai sentimenti più propri della vita e per il quale Nietzsche adotta l’espressione «contronatura» (GD, Morale come contronatura 4 e 5). Esso consiste, più precisamente, in una morale che si rivolge contro gli istinti della vita, contro le passioni e le brame che costituiscono l’elemento vitale più basilare. Una morale
che, come Nietzsche sottolinea più volte nel Crepuscolo, è manifestazione di un tipo di «vita declinante, indebolita, esausta, condannata»; in altre parole, essa è «l’istinto della décadence stesso» (GD, Morale 5) assunto a criterio di giudizio della vita. La posizione a partire dalla quale questo giudizio viene espresso è in effetti decisiva, secondo Nietzsche: per lui, infatti, «una condanna del vivente resta in ultima analisi solo il sintomo di una certa specie di vita», e la morale che segue dall’umanità mediocre e malata cui egli si riferisce è di fatto quella conforme alla «negazione della volontà di vivere» di cui parla Schopenhauer (ibidem).

Nel cristianesimo trova quindi espressione la volontà del nulla di cui Nietzsche parla nell’Anticristo e alla quale aveva dedicato maggiore spazio nell’unica altra opera pubblicata in cui tale tema compare: La genealogia della morale. Nell’ultimo paragrafo della terza dissertazione di questo testo – di fatto, il paragrafo che conclude l’intera opera – Nietzsche tira le fila delle considerazioni svolte relativamente agli ideali ascetici, la cui funzione principale è stata quella di offrire un senso alla sofferenza dell’uomo (GM III 28). Questo è stato possibile, secondo Nietzsche, salvaguardando il principio metafisico della volontà, elemento portante dell’edificio antropologico occidentale e al quale sembra non essere possibile rinunciare. Poco importa a cosa fosse indirizzata questa volontà, osserva Nietzsche, l’importante era preservarla, non rinunciare a essa a qualsiasi costo.
In questo modo, però, si è dato spazio a una tendenza antivitale e per questo nichilista, dal momento che

questo odio contro l’umano, più ancora contro il ferino, più ancora contro il corporeo, questa ripugnanza ai sensi, alla ragione stessa, il timore della felicità e della bellezza, questo desiderio di evadere da tutto ciò che è apparenza, trasmutamento, divenire, morte, desiderio, dal desiderare stesso – tutto ciò significa, si osi renderne conto, una volontà del nulla, un’avversione alla vita, una rivolta contro i presupposti fondamentalismi della vita, e tuttavia è e resta una volontà! (GM III 28).

La ‘volontà del nulla’ viene quindi definita da Nietzsche in un senso squisitamente
antropologico. Essa è il principio antitetico alla vita per eccellenza, l’elemento che determina quella avversione a istinti e pulsioni che caratterizza la modalità declinante di esistenza realizzatasi nell’Europa della morale cristiana – il décadent. Al tempo stesso, essa possiede un valore esistenziale se si vuole positivo, in quanto è grazie a lei che l’ideale ascetico ha potuto offrire un senso all’interrogativo – ancora una volta schopenhaueriano – relativo al senso dell’esistenza (cfr. FW 357). Nella volontà del nulla si trovano quindi connesse due tendenze apparentemente antitetiche: il bisogno di dare un senso alla propria vita, a costo di ricercare quest’ultimo al di fuori della vita stessa, porta infatti l’uomo a denigrare la vita, manifestando quella forma di avversione di cui Nietzsche parla.
In questa tendenza a cercare un senso a tutti i costi si esprime un più generale bisogno metafisico che in altri luoghi Nietzsche individua come caratteristica dell’umanità occidentale.

Il principio fondamentale, nel caso in questione, è che «un qualsiasi senso [sia]
meglio che nessun senso», da cui è possibile concludere che «l’uomo preferisce volere il nulla, piuttosto che non volere» (GM III 28).

Quest’ultima osservazione posta in chiusura della Genealogia era stata anticipata da Nietzsche nel paragrafo di apertura della terza dissertazione di quell’opera. In quella sede, Nietzsche la presenta come «il fondamentale dato di fatto dell’umano volere, il suo horror vacui: quel volere ha bisogno di una meta» (GM III 1). La paura che la vita non abbia un senso, che non sia possibile offrire principi di orientamento assoluti per trovare la propria strada nella selva dell’umana esistenza, è ciò che l’uomo teme più di ogni altra cosa. Questo, secondo Nietzsche, ha da sempre segnato la sua crescita spirituale, crescita che è stata poi volontariamente impedita da coloro che su questa paura hanno costruito il proprio potere, offrendo ai disorientati modelli ideali da idolatrare. Questi potenti (siano essi sacerdoti e preti o cattivi filosofi ed educatori) hanno ben compreso quale fosse la necessità fondamentale dell’uomo, il suo bisogno di indirizzare la propria
esistenza verso qualcosa, fosse anche la cosa più estrema, illogica e innaturale. In
ragione di questo, essi hanno operato una «millenaria vivisezione della coscienza» e un «pervertimento del gusto» che ha portato l’uomo a considerare negativamente le proprie tendenze naturali (GM II 24). Al contrario, sono state stimolate «tutte quelle aspirazioni al trascendente, all’anti-senso, all’anti-istinto, all’anti-natura, all’anti-animale, insomma gli ideali esistiti sino a oggi, che sono tutti quanti ideali ostili alla vita, ideali calunniatori del mondo» (ibid.).

La volontà del nulla non è che un prodotto di questi ideali ascetici, assieme al «grande disgusto» e al «nichilismo» (ibid.); come si è detto, in essa si manifesta precisamente il tipo di avversione alla vita che tali ideali esprimono, e occorre guardare a essa come al prodotto estremo del disorientamento dell’uomo occidentale. Al termine della seconda dissertazione della Genealogia, nel momento in cui vengono tracciati i contorni di questo esercizio spirituale degenerativo, Nietzsche manifesta però anche la propria speranza in una futura «redenzione dalla maledizione che l’ideale esistito sino a oggi ha posto» sulla realtà (GM II 24). A suo avviso, è infatti possibile attendersi l’avvento di un «uomo dell’avvenire» in grado di contrastare le derive nichilistiche degli ideali ascetici;
uno «spirito creatore» dagli evidenti tratti zarathustriani, in quanto, si legge, la sua
«solitudine è fraintesa dal popolo come se fosse una fuga dalla realtà – mentre è soltanto il suo sprofondare, il suo seppellirsi, il suo inabissarsi nella realtà» (ibid.). All’umanità educata a denigrare vita e mondo, a rifiutare i principi della terra per guardare a vuoti simulacri di conoscenza, Nietzsche contrappone quindi una figura in grado di affrontare compiutamente la realtà che ha di fronte, senza timore di perdersi al suo interno o di rimanere disgustato dagli orrori che in essa potrà incontrare. Lo spirito forte e in salute che «ci redimerà tanto dall’ideale perdurato sinora, quanto da ciò che dovette germogliare da esso, […] questo anticristo e antinichilista, questo vincitore di Dio e del nulla» (GM II 24) sembra quindi dover essere un realista. Ma in che senso ci si deve dire realisti, nella prospettiva di Nietzsche? E quali conseguenza ha questa posizione nell’economia del suo
pensiero maturo?

A questi interrogativi si cercherà di dare risposta in quanto segue, con una premessa fondamentale: il realismo di cui si parla in queste pagine non è certo una posizione ontologica o metafisica, ma è piuttosto atteggiamento e pratica esistenziale. In questo senso, quindi, esso si lega strettamente al discorso in qui svolto relativamente alla volontà del nulla e all’interrogativo sul senso dell’esistenza cui quel tema rimanda. Per quanto riguarda, poi, le questioni sollevate, per poterle affrontare compiutamente è necessario aggiungere un ulteriore elemento a quanto detto sopra, completando una triade ideale
costituita dalle nozioni di ‘volontà del nulla’, ‘ideale ascetico’ e ‘volontà di verità’. Se, infatti, la volontà del nulla è conseguenza e prodotto di quell’ideale, Nietzsche è anche particolarmente chiaro nell’individuare nella volontà di verità «il nocciolo» dell’ideale ascetico (GM III 27). Come infatti egli scrive al termine della terza sezione della Genealogia, in un discorso volto a circoscrivere la problematica cui Nietzsche intende dedicare le proprie successive riflessioni filosofiche, l’ideale ascetico riposa su una «sopravvalutazione della verità» e, più precisamente, su una «fede nella insuscettibilità di valutazione e di critica da parte della verità» (GM III 25). In altre parole, in esso si manifesta quella «volontà di verità» che è per Nietzsche un arrendersi di fronte alla cultura platonico-cristiana e alla «fede in un valore metafisico, in un valore in sé della verità» (GM III 24) che essa ha insegnato. Una volta individuato quale «lacuna di ogni filosofia» il fatto che «l’ideale ascetico è stato fino a oggi padrone di ogni filosofia, […] che la verità è stata posta come essere, come Dio» e che «non era in alcun modo lecito alla verità essere problema» (ibid.), Nietzsche si propone invece di farsi carico di tale critica e di mettere in questione proprio il valore della verità. Questa operazione può in effetti essere considerata per lo meno uno strumento di quell’opera di redenzione dagli ideali ascetici di cui Nietzsche parla in GM II. Essa sarebbe infatti destinata a chiamare in causa la radice stessa della cultura e morale europee, l’asse portante di un sistema di pensiero che Nietzsche vede collassare su se stesso e del cui crollo si fa promotore e spettatore privilegiato: quel «grande spettacolo in cento atti, che viene riservato ai due prossimi secoli europei, il più tremendo, il più problematico e forse anche il più ricco di speranza tra tutti gli spettacoli… » (GM III 27).

Attraverso l’ideale ascetico, quindi, volontà del nulla e volontà di verità si trovano
in relazione. Riflettere sul modo in cui questa relazione si svolga – principalmente, sul motivo per cui entrambe siano per Nietzsche espressione di una forma nichilistica di pensiero – permette di entrare nel merito del summenzionato “realismo” apprezzato da  Nietzsche e di intervenire quindi, conclusivamente, sulla funzione di queste tematiche nel contesto del suo pensiero maturo.

RIVOLTA DELLO SCHIAVO NELLA MORALITÀ

Nella Genealogia della morale, Friedrich Nietzsche, afferma che “la rivolta degli schiavi nella moralità inizia quando il risentimento stesso diventa creativo e genera valori” (GM Saggio 1, 10). Questa idea di risentimento è prevalente nella filosofia di Nietzsche perché corrisponde all’idea della moralità del padrone e dello schiavo e, soprattutto, spiega come gli schiavi inferiori siano in grado di superare i maestri superiori e cambiare la moralità dominante con la moralità degli schiavi.

Il risentimento è la forza trainante che causa la ribellione e l’odio degli schiavi a ribellarsi ai padroni superiori e nobili. Mentre Nietzsche tenta nella Genealogia della morale “di produrre una storia delle origini della moralità” ( GM Saggio 1; 1), la moralità non è mai assoluta e i valori cambiano nel tempo.

Le “Rivoluzioni” si verificano, e quindi cambiano i valori attuali dell’umanità. Il risentimento, in un certo senso, è il catalizzatore che provoca una rivoluzione nella morale. Ma cos’è esattamente il risentimento e qual è questa “forza creativa” del risentimento che Nietzsche descrive nella Genealogia della morale? Quali valori nascono dopo che questa “forza creativa” dà vita a un nuovo insieme di valori?

Questo testo tenterà di rivelare la rivolta degli schiavi che Nietzsche descrive e come il risentimento sia il meccanismo che determina una rivalutazione della morale. Questo articolo descriverà anche la “forza creativa” che il risentimento provoca negli schiavi nel loro assalto contro i maestri e spiega quali valori nascono. Il documento spiegherà le importanti debolezze che questi valori dannosi creano è che danno un senso al ragionamento di Nietzsche per una nuova rivoluzione e rivalutazione della morale.

Nietzsche sviluppò metodicamente il concetto di risentimento analizzando la storia umana e l’emergere di ciò che egli descrive come “moralità degli schiavi” nella storia umana. Esso critica il cosiddetto “ideale ascetico” che la moralità degli schiavi sostiene per la disumanizzazione della razza umana. Ma come ha fatto questo “ideale ascetico” a dominare la moralità attuale in primo luogo? Nietzsche spiega che la rivolta degli schiavi e della classe inferiore ha portato a questo ideale. Per comprendere la rivolta degli schiavi che Nietzsche descrive, la morale del padrone e quella dello schiavo devono essere definiti. Nietzsche definisce la morale del padrone come la moralità del volitivo. Questi individui particolari apprezzano la nobiltà, la forza, il coraggio, la sicurezza e il potere come “buoni” e considerano la debolezza, la meschinità e la codardia come “cattivi”.

Nella Genealogia della morale, Nietzsche afferma che “il nobile- tipo di uomo- sperimenta se stesso come valore determinante; non ha bisogno di approvazione; giudica “ciò che mi fa del male è dannoso in sé”; sa di essere ciò che prima accorda l’onore alle cose; è creazione di valore “(GM Saggio 1; 11). In questo senso, la morale del padrone è il riconoscimento che il maestro misura tutte le cose, essendo quello “che è solo” (BGE, parte 6; 210).

I maestri possono essere pensati come creatori, mentre gli schiavi possono essere pensati come individui che reagiscono semplicemente alle condizioni di oppressione create dai maestri. In contrasto con la moralità, del padrone, la morale dello schiavo ha origine in persone deboli e incerte su se stesse, oppresse e maltrattate dai maestri. A causa di questa oppressione, gli schiavi sviluppano e possiedono caratteristiche di pessimismo e scetticismo che li rendono sospettosi di tutto ciò che i loro padroni considerano “buoni”. La moralità degli schiavi può essere vista essenzialmente utilitaristica perché il bene è ciò che è preferibile per tutti (GM Saggio 1 2).

I maestri che aderiscono alla morale del padrone sono molto pochi rispetto alle masse degli schiavi che aderiscono alla moralità degli schiavi. I deboli possono ottenere potere sui forti trattando i “buoni valori” della moralità del padrone come intrinsecamente “cattivi” e i valori che consentono ai deboli e alle sofferenze di sopportare e migliorare la propria vita come intrinsecamente “buoni”. Questa è la “rivolta degli schiavi” in moralità, “un’era di odio risentito da parte degli schiavi contro i nobili maestri volitivi.

Le buone qualità dell’eccellenza e il potere riverito dei maestri sono considerati “cattivi” e la sopravvivenza della gente comune è considerata “buona”. Come diceva Nietzsche, I ” nobili “si sentivano” felici “; non dovevano stabilire artificialmente la loro felicità esaminando i loro nemici, o persuadersi, ingannare se stessi, che erano felici (come tutti gli uomini di ressentiment hanno l’abitudine di fare) “(GM Saggio 1; 10). Ironia della sorte, le definizioni di “cattivo” e “male” per il maestro e lo schiavo morale, fingono di essere gli opposti della stessa parola “buono”. Come sottolinea Nietzsche, tuttavia, “cattivo” e “male” sono opposti e due concezioni completamente diverse di cosa è buono.

Nietzsche afferma che la causa della “rivolta degli schiavi nella moralità” è il risentimento. Esistono molteplici definizioni filosofiche del risentimento, ma Nietzsche lo considera uno stato di sentimenti e desideri sommessi che diventano la fonte generativa di valori. Il risentimento è una riassegnazione del dolore creato quando un individuo percepisce la propria inferiorità e il fallimento lo proietta su un capro espiatorio. L’ego dell’individuo crea l’illusione di un nemico che è la “causa” della sua incapacità. Dando la colpa al capro espiatorio, questo porta l’individuo a desiderare la vendetta o la possibilità di vendetta contro questo nemico.

Nietzsche afferma che questo “desiderio” di vendetta può assumere molteplici forme, come la concezione socialista della rivoluzione e la concezione del Cristianesimo della Fine dei Giorni e del Giudizio Finale. In effetti, il risentimento è dilagante in gran parte del pensiero nietzscheano, specialmente riguardo all’ebraismo e al cristianesimo. Credeva che sia il giudaismo che il cristianesimo nacquero dai desideri degli schiavi nell’invertire l’attuale morale del padrone nel mondo e per stabilire la supremazia della debolezza sulla forza. Nietzsche fornisce un paio di esempi di questo processo. Ad esempio, la posizione di debolezza del giudaismo all’interno dell’Impero Romano era la derivazione del suo ressentiment.

La forza e la potenza dell’Impero Romano non potevano mai essere vinti, il che ha causato l’inferiorità della Giudea manifestandosi come odio per i Romani. Questa manifestazione causò odio per la superiorità romana, che a sua volta fece sì che gli ebrei li considerassero “cattivi” solo perché i romani esibivano qualità maestre. Nietzsche credeva anche che il Cristianesimo fosse responsabile della caduta dell’Impero Romano perché il risentimento cristiano portò l’inversione di valori come il potere e la forza.

Come diceva Nietzsche a proposito delle opinioni Giudaiche e Cristiane, “solo chi soffre è buono; i poveri, gli impotenti, i sommessi sono le uniche persone buone; le sofferenze, i bisognosi, i malati, i brutti sono anche le uniche persone pie; solo loro sono benedetti da Dio; solo per loro c’è la salvezza. Al contrario, voi persone privilegiate e potenti, siete per tutta l’eternità il malvagio, il crudele, il lascivo, l’insaziabile, l’ateo; sarete anche i non benedetti, i maledetti e i dannati per l’eternità “(GM Saggio 1 10). Se il risentimento è la causa dell’odio contro il volitivo, in che modo il risentimento diventa una forza creativa che “dà alla luce i valori?”

È più facile comprendere il risentimento dello schiavo e la forza creatrice contrapponendo il disprezzo percepito dai maestri nei confronti degli schiavi. Secondo Nietzsche, i maestri non si preoccupano dei “cattivi” e della moralità del padrone che diventa semplicemente una ponderazione. I maestri guardano dall’alto in basso gli schiavi con mera mancanza di rispetto.

“L’uomo nobile non può prendere sul serio i suoi nemici, le sue disgrazie, anche le sue cattive azioni – questo è il marchio di una natura forte e completa, in cui c’è un eccedenza di potere plastico, creativo, di guarigione, così come il potere di dimenticare “(GM Saggio 1; 10). I maestri non si preoccupano affatto degli schiavi. In contrasto con i maestri, il risentimento degli schiavi è una fame che consuma. Avvelena la loro mente e li rende scettici, pessimisti e amareggiati.

A differenza dei maestri che si limitano a scrollarsi di dosso il disprezzo, il risentimento degli schiavi è al centro di tutta la loro energia e attenzione. Ciò determina la forza creativa del risentimento, l’uso di ogni mezzo necessario, in modi creativi come attraverso la fede e il benessere spirituale, per rovesciare i valori dominanti dei maestri “arroganti” e “cattivi” e sostituirli con i valori degli “umili” e “solo” schiavi.

Il risentimento è indubbiamente la forza creativa centrale dietro la concezione di Nietzsche della moralità degli schiavi. Un esempio di questa forza creativa in azione si trova nel cristianesimo.

Per Nietzsche, il cristianesimo e le sue pratiche ascetiche sono la corona del risentimento ebraico. Nietzsche, nella Genealogia della Morale, traccia la nascita degli ideali cristiani attraverso il risentimento affermando che “gli ebrei, questo popolo sacerdotale, che in opposizione ai loro nemici e conquistatori erano alla fine soddisfatti di una radicale rivalutazione dei valori dei loro nemici, intendo questo, come un atto di vendetta più spirituale. Solo questo era appropriato per codesto popolo sacerdotale, popolo che incarnava la vendetta sacerdotale più profondamente repressa “(GM Saggio 1; 7).

Con l’emergere del Cristianesimo, la riuscita rivolta degli schiavi nella moralità fa nascere un nuovo insieme di valori e virtù. Il metodo innovativo con cui la rivolta degli schiavi cristiani è stata in grado di respingere le virtù morali del maestro come l’onore, il prestigio, il potere politico, la ricchezza, la forza, la bellezza e l’orgoglio, caratteristiche dei nobili romani “maestri”, attraverso la manipolazione delle masse e lo sforzo della fede, ha portato gli umili schiavi a innalzarsi contro i padroni.

Il ressentiment portò la forza creativa che alla fine aiutò gli schiavi a rovesciare i padroni, e così nacque un insieme di nuovi valori e virtù. Ma quali sono esattamente questi nuovi valori? Le virtù e il “bene” legati alla odiata nobiltà vennero odiati come “cattivi” mentre i tratti e i valori trovati pratici per la sopravvivenza assoluta dei deboli sono elevati allo stato di “virtuosi”. Pertanto, la debolezza del soggiogato è completamente alterato in virtù, mentre la forza e il potere originali del nobile sono considerati peccaminosi e malvagi diventando così la moralità del Cristianesimo.

I valori che nascono dalla forza creativa del risentimento sono i valori cristiani di “sacrificio di sé”, “amore” e così via. Nietzsche sostiene che l’istituzione del cristianesimo ha imbastardito gli insegnamenti di Gesù e ha creato valori dall’interno dei suoi insegnamenti che intrinsecamente rendono gli individui deboli e asserviti. Questo, secondo Nietzsche, è la più grande debolezza dei valori che nascono dalla rivolta degli schiavi nella moralità. Nietzsche afferma chiaramente che “il cristianesimo è nato per illuminare il cuore; ma ora deve prima appesantire il cuore così come dopo essere in grado di alleggerirlo. Di conseguenza, perirà “(Umano s.119).

La critica alla moralità degli schiavi deriva dal fatto che si sviluppa nella negazione e l’odio ed elude la realtà presente. Alle masse più deboli viene promessa una vita ultraterrena e questo diventa il punto focale di tutta la loro speranza. Affidandosi a questa vita ultraterrena, gli schiavi mettono la loro fede in un essere metafisico che nemmeno a malapena pensa a loro. Questa mancanza di enfasi su se stessi e sul presente è la critica più diffusa dell’attuale sistema di valori morali. Di conseguenza, Nietzsche afferma che l’Europa è stata contagiata dalla moralità degli schiavi, che l’ha resa insipida e monotona perché ha abbandonato ogni senso di ambizione e di presente.

Nel libro di Nietzsche, L’Anticristo, esso si sforza di capire come il cristianesimo sia diventato l’ideologia creata da istituzioni come le chiese e come queste chiese non abbiano incarnato la vita di Gesù Cristo. Fa un’importante distinzione tra la religione del Cristianesimo e Gesù. A differenza dei pensatori agnostici e atei dell’Illuminismo che consideravano il cristianesimo come falso, Nietzsche andò oltre e affermò che Paolo l’Apostolo riproduceva la religione come arma psicologica all’interno dell’Impero Romano.

“Il risultato, espresso in termini morali-psicologici, è” altruismo “,” santificazione “; ed espresso in termini fisiologici: ipnotismo. È il tentativo di raggiungere per gli esseri umani qualcosa che si avvicina a quello che è il letargo invernale per alcuni tipi di animali e il sonno estivo per molte piante nei climi caldi, il minimo consumo e lavorazione di materiale che può ancora sostenere la vita ma che in realtà non entra nella coscienza. A questo scopo è stata spesa una quantità incredibile di energia umana. È servito a qualcosa? “(GM Saggio 3; 17).

Questa è una forma di vendetta nascosta causata dal risentimento. L’istituzione del cristianesimo entra in contrasto con Gesù, che Nietzsche considerava un individuo eccezionale che aveva stabilito la propria condotta morale. Nietzsche potrebbe aver visto Gesù come un potenziale Oltreuomo. A differenza dell’Oltreuomo che abbraccia l’idea della vita, Gesù nega la realtà per “il regno di Dio”. Il rifiuto di Gesù di difendersi gli impedisce di raggiungere la possibilità dell’Oltreuomo e induce il cristianesimo a usare Gesù in modo terribile per manipolarlo semplicemente come mezzo per un fine. Nietzsche analizza la storia cristiana e scopre che col passare del tempo, gli insegnamenti di Gesù diventano distorti ancora di più. Trasformando Gesù in martire e la sua vita in una storia di redenzione per l’umanità, gli Apostoli presero il controllo delle masse. Nietzsche ritiene che questo atto degli Apostoli sia rozzo, offensivo e codardo. Conclude che nel diciannovesimo secolo il cristianesimo ha il mondo comandato dalla moralità degli schiavi e non da quella del padrone, un’inversione totale di ciò che il mondo dovrebbe essere.

La grande debolezza secondo Nietzsche è il modo in cui la svalutazione della vita è causata dalla moralità degli schiavi. Il risentimento cristiano ci porta lontano da noi stessi e dal presente e pone la nostra attenzione in cose banali.

Sebbene il risentimento possa essere usato per portare una rivoluzione di nuovi valori e valori morali per migliorare il progresso dell’umanità, il risentimento cristiano ha solo scoraggiato lo sviluppo umano. Per questo diventiamo meno assertivi, creativi e motivati. Crea persone che non sono più indirizzate a migliorare se stesse. Questo a sua volta crea più schiavi e meno padroni che Nietzsche ritiene distrugga qualsiasi forma di progresso umano. Nondimeno, c’è bisogno di una rivalutazione dei valori prima che l’umanità sia annientata dalla morale degli schiavi.

IL ROVESCIAMENTO DEI VALORI

KONTRA KUNT

Nella sua sottile e scaltrita analisi “genealogica” del cristianesimo, Nietzsche ne rileva in primo luogo la stretta connessione con l’ebraismo, visto come l’espressione “ideologica” del “popolo più fatale della storia del mondo”, in quanto deliberatamente orientato a “falsificare” la natura, la realtà, la storia, per affermare in antitesi una religione e una morale “contro-naturali”, ma in tal modo conseguenti ad un disegno di potenza e di autoconservazione di questo popolo.

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TRASVALUTAZIONE

TRANVALUATION

Nella concezione di Nietzsche, il cristianesimo, come fonte nichilistica di corruzione e di infiacchimento dei valori aristocratici della forza e della fierezza, della bellezza e dell’ardimento, permea, come già detto, l’intera modernità.

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THE DEMON’S INTONATION

INTDEM

For Nietzsche in Thus Spoke Zarathustra, our focus on the past explains the reference to our concern with ourselves, with the stone fact, the ‘it was,’ the musing, brooding preoccupation on the past that is also the poison of ressentiment. Let’s spell this out a bit further by again recalling what Nietzsche’s aggressive demon says in The Gay Science:

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THE BASIS OF MORALITY

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Where Do Values Come From?

If the problem is the value of nature, the first question we face is the nature of values. In philosophy, the most compelling answer to this question comes from Hume; in the sciences, from sociobiology. Neither are necessarily incompatible with each other, and in most ways they are entirely compatible because the central contention is the same: ethics is a question of human nature.

Hume is infamous for, among other things, an idea known as the “is/ought problem,” which argues that one can never derive a justified ought merely from the way things are. For example, one cannot argue that disparities between men and women in certain career fields should be supported by policy simply because sex differences in job preference exist. A little thinking will reveal this idea to be indisputable, at least so long as we regard moral judgments abstractly.

Although it may seem an innocuous observation, the “is/ought problem” has at least one far-reaching implication: morality can never be wholly empirically and rationally derived. Instead, moral attitudes are in large part due to sentiments and feelings. Regarding things we consider wrong, Hume (1978, p. 469) writes, “You never can find [the vice], till you turn your reflexion into your own breast, and find a sentiment of disapprobation, which arises in you, towards this action.”

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POEMA AL DIOS DESCONOCIDO

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“Antes de seguir mi camino
y de poner mis ojos hacia adelante,
alzo otra vez, solitario, mis manos
hacia Ti, al que me acojo,
al que en el más hondo fondo del corazón
consagraré, solemne, altares
para que en todo tiempo tu voz,
una vez más, vuelva a llamarme.

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