L’INTERPRETAZIONE MORALE DEL MONDO

Quanto sopra ci mostra che la domanda non riguarda oggetti, cose, stati di cose, ecc. ma delle molte interpretazioni a cui la realtà può dare origine. Per questo motivo, Nietzsche non esita ad affermare nei suoi frammenti postumi: “non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Le cose sono ciò che viene da una certa interpretazione della realtà.

Da questa prospettiva, si comprende meglio perché Nietzsche critichi l’interpretazione morale (che è anche metafisica e religiosa) del mondo fino allo sfinimento: tale interpretazione giustifica e legittima la differenziazione di due mondi e i successivi giudizi di valore che hanno sempre governato la vita del mondo e dell’essere umano Ad esempio, scrive: “il mondo reale e il mondo apparente – questa opposizione è guidata da me a valutare le relazioni”. Perché una spiegazione morale del mondo? Perché “la morale [è] come l’unico schema di interpretazione con cui l’uomo può sopportare … una specie di orgoglio? …”.

La moralità è un autoinganno che dà origine alla distinzione di due mondi e alla predilezione dell’uno per l’altro senza alcuna base: “sappiamo che il mondo in cui viviamo non è morale, non divino, non umano – per troppo tempo l’abbiamo interpretato nel senso della nostra venerazione. Ciò che è veramente grave per esso è la considerazione che la moralità, come la metafisica, è mortalmente confrontata con la vita:

La morale è, quindi, un movimento contro gli sforzi della natura per raggiungere un tipo superiore. Il suo effetto è: la sfiducia nella vita in generale (nella misura in cui le tendenze sono percepite come “immorali”) mancanza di significato, nella misura in cui i valori supremi si sentono in contrasto con gli istinti supremi – contro il senso.

Ecco perché afferma che “la moralità è stata finora la più diffamatoria e velenosa della vita”. Le differenze nella visione del mondo sono date dalla rispettiva valutazione, perché

Ogni ideale suppone l’amore e l’odio, la venerazione e il disprezzo. Il primum mobile è o il sentimento positivo o il sentimento negativo. Odio e disprezzo sono, per esempio, il primum mobile in tutti gli ideali di risentimento.

Nietzsche vede chiaramente che l’interpretazione morale del mondo non ha fondamento, non poggia su basi solide, su alcun essere assoluto, ma è solo questo: un’interpretazione del mondo, che vuole essere completo, mostrando la sua incoerenza: “La mia tesi capitale: non ci sono fenomeni morali, ma solo un’interpretazione morale di questi fenomeni”. Questa stessa interpretazione è di origine “extra-morale”. Questa origine extra-morale si riferisce a una relazione tra l’uomo e il mondo prima di tutti i fini, a tutta l’obiettività, a tutta la ragionevolezza del mondo.

L’infermità come accesso al mondo

Che una tale interpretazione del mondo sia basata molto più sull’infermità (Affekte) che sull’atteggiamento razionale, è spesso sottolineata da Nietzsche. Così, ad esempio, scrive lapidario che “sotto ogni pensiero si nasconde una condizione”. E spiega: “tutti i movimenti sono segni di un evento interno … Pensare non è nemmeno l’evento interiore in sé, ma anche solo un linguaggio dei segni per l’equilibrio del potere della infermità”. Le nostre infermità sono quelle, per cui siamo prima in contatto con il mondo, sono il nostro accesso al mondo, e sono pre-teoriche e travolgenti; il pensiero è una formulazione successiva dipendente dalle nostre infermità.

Quindi, posso concludere che: “se abbiamo il diritto di negare la coscienza, difficilmente abbiamo in cambio di negare l’infermità motrici”. L’uomo occidentale ha trascurato la questione delle infermità, è passato al livello successivo, riconoscendo nell’essere umano il suo carattere di animale razionale. Ma quello che sostiene è che “tra due pensieri giocano il loro gioco anche tutti le possibili infermità: ma i movimenti sono troppo veloci, ecco perché li ignoriamo, li neghiamo …”. Nietzsche cerca di tornare alla situazione originale: “riconquistare il diritto alle infermità per l’uomo della conoscenza”.

Da questa rettifica, fa il passo successivo: dalle infermità all’interpretazione. L’uomo si è concepito come un individuo che interpreta razionalmente e oggettivamente il mondo che lo circonda, ma se una condizione si nasconde sotto ogni pensiero, allora “non si dovrebbe chiedere: ‘allora chi interpreta?’, Ma interpretando lo stesso, come una forma di volontà di potere, ha esistenza (ma non come un “essere”, ma come un processo, un divenire) come condizione. ” E in un altro frammento:

La stima del valore morale è un’interpretazione, un modo di interpretare. L’interpretazione stessa è un sintomo di certi stati fisiologici, nonché di un certo livello spirituale di giudizi dominanti. Chi interpreta? Le nostre infermità.

Cerca perfino di mostrare come la tradizione metafisica abbia derivato da queste infermità la stessa definizione di ente:

Più la vita viene da questo sentimento, maggiore sarà il senso che metteremo in ciò che crediamo sia la causa di questa eccitazione. L ‘”ente” viene quindi catturato da noi in quanto ciò produce un effetto , come ciò che è dimostrato dal suo effetto. -‘Irreale ‘,’ apparente ‘sarebbe ciò che non è in grado di produrre effetti, ma sembra produrli.

Ancor di più: per lui un infermità è fondamentale per quello che è creativo nell’uomo, come la sofferenza, la passione, il pathos. Questa infermità, meglio: il rifiuto di essa, è stata l’origine esistenziale della divisione in due mondi che l’essere umano ha prodotto. In Crepuscolo degli Idoli, Nietzsche offre un approfondimento di questa condizione, ma è solo nei frammenti postumi che troviamo la posizione definitiva riguardo alla sofferenza come un infermità creatrice di due mondi:

Questo mondo è apparente – quindi c’è un mondo vero. Questo mondo è condizionato – di conseguenza c’è un mondo incondizionato. Questo mondo è contraddittorio – quindi c’è un mondo privo di contraddizione. Questo mondo è in divenire – quindi c’è un mondo dell’ente … Queste inferenze sono ispirate dalla sofferenza: in fondo sono desideri, dove ci sia un tale mondo; Allo stesso modo, l’odio contro un mondo che fa soffrire le persone si esprime in quanto ne immagina un altro, più prezioso: il sentimento dei metafisici contro il reale è qui creatore.

E in un altro frammento: “L’<essere> come l’invenzione di coloro che soffrono con il divenire”. Le infermità sono fondamentali nella vita dell’uomo, anche se ha sempre voluto sopprimerli o subordinarli a facoltà superiori. Nietzsche ha chiaramente visto questa situazione disumanizzante quando scrive: “Superamento delle infermità? – No, se questo significa il suo indebolimento e annientamento. Al contrario, si devono usare. “

LE VERITÀ SONO ILLUSIONI

In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della «storia del mondo»: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, l’astro si raggelò e gli animali intelligenti dovettero morire.

È con questo incipit che Nietzsche apre Su verità e menzogna in senso extramorale , breve testo scritto nel 1873 e pubblicato postumo, ponendoci davanti alla fugacità del nostro intelletto. Quest’ultimo viene concesso agli esseri più deboli, ai quali è interdetta una lotta fisica come quella tra animali feroci, per ingannarli sul valore dell’esistenza, usando come mezzo la finzione. L’uomo, e più di tutti il filosofo, considera orgogliosamente la propria esistenza e il proprio agire come dominante, centrale, unico; Nietzsche vuole mostrare come questo sia frutto dell’inganno della nostra conoscenza, la quale non ha più o meno rilevanza per l’universo dello svolazzare di una zanzara. Il primo passo che spinge l’uomo a distinguere tra verità e menzogna è il desiderio di vivere pacificamente uscendo dal rozzo «bellum omnium contra omnes». Viene così inventata una «designazione delle cose uniformemente valida e vincolante», ma in che senso l’uomo vuole la verità? L’uomo vuole la verità e respinge l’inganno fintantoché esso si rivela dannoso, ma respinge anche quelle verità che considera distruttive. La designazione delle cose avviene attraverso il linguaggio, che Nietzsche scompone in due passaggi, o meglio, due metafore: l’immagine prodotta dallo stimolo nervoso (prima metafora) viene plasmata in un suono (seconda metafora). Ogni parola diviene concetto, per adattarsi a innumerevoli casi diversi tra loro, ma comunque simili. Una foglia non sarà mai perfettamente uguale ad un’altra, ma abbiamo bisogno di un concetto che la designi in generale e così tralasciamo le differenze individuali: «ogni concetto sorge dall’equiparazione di ciò che non è uguale».

[…] la natura non conosce invece nessuna forma e nessun concetto, e quindi neppure alcun genere, ma soltanto una x, per noi inattingibile e indefinibile. […] Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, […] sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete.

L’uomo giunge alla verità attraverso l’oblio. Nietzsche riconosce lo sforzo dell’uomo nell’andare oltre semplici stimoli sensoriali e nel costruire concetti pur non essendo in possesso di alcun fondamento stabile. Allo stesso tempo ammette però che la verità in sé non esiste, che essa non è altro che l’irrigidirsi di una metafora, generata dalla capacità creativa dell’uomo, ma anche dal suo obliare.

Allo stesso modo un sogno, eternamente ripetuto, sarebbe sentito e giudicato interamente come realtà. Ma l’indurirsi e l’irrigidirsi di una metafora non offre assolutamente alcuna garanzia per la necessità e per la legittimità esclusiva di questa metafora.

Questo vale anche per quanto riguarda le leggi della natura, che noi conosciamo solo per gli effetti, ovvero per le relazioni che intercorrono tra esse. Quello che ci è realmente noto in queste relazioni è ciò che noi stessi aggiungiamo, cioè lo spazio e il tempo. I numeri e il rigore della scienza matematica sono senz’altro elementi stupefacenti, ma Nietzsche ci mostra come questa regolarità e conformità delle scienze, pur riconoscendone l’inviolabilità, non sia altro che un’imposizione che noi facciamo a noi stessi, introducendo proprietà nelle cose. Noi umani immettiamo regolarità nelle cose, imponendole anche a noi stessi.

L’uomo si costruisce un mondo regolare e rigido, ma al tempo stesso il suo impulso fondamentale a creare metafore trova sfogo nell’arte e nel mito. In questi ambiti l’uomo si sente come nel sogno, «con gusto creativo mescola le metafore e sposta le pietre di con fine dell’astrazione», lasciandosi guidare dall’intuizione. Nietzsche nell’ultima parte dello scritto fa riferimento agli antichi greci, un «popolo ispirato miticamente» e che risulta perciò simile ad un sogno. Attraverso il mito l’uomo si sottrae alla soggezione alla regolarità scientifica e concettuale e si inganna, ma lo fa senza ricevere alcun danno. L’intelletto umano infatti è «maestro di finzione» e, lasciandosi guidare dalle intuizioni, può far sì che la vita si fondi sull’arte, così che la finzione non sia più solo un mezzo per respingere esiti distruttivi, ma anche una modalità di espressione umana in grado di procurare una certa armonia. Ho posto questo testo, breve ma determinante, come punto di partenza in questo capitolo dove vorrei affrontare l’aspetto esistenziale del nichilismo. Come affermato nel capitolo introduttivo, nichilismo significa perdita dei valori, degli orizzonti e del significato della vita, a cui seguono smarrimento e pessimismo. Quello che viene illustrato da Nietzsche in Su verità e menzogna in senso extramorale è il processo con cui l’uomo crea la distinzione arbitraria tra verità e menzogna, dimostrando come non esista una verità in quanto tale, una verità in sé.

Proprio tale consapevolezza è il punto di partenza del nichilismo: non esiste qualcosa che sia vero in sé, tutto è arbitrario, convenzionale. Il linguaggio, mezzo di espressione e di unione degli individui, non è più l’espressione della verità, ma semplicemente la riduzione convenzionale di uno stimolo corporeo a un suono. Lo sfociare della creatività umana nell’arte può portarci, pur sempre nella finzione, ad un’armonia in un certo senso salvifica, questo non elimina però la consapevolezza della fugacità del nostro intelletto e lo smascheramento del suo inganno. L’uomo sembra non avere più alcun fondamento per la sua esistenza, alcuna direzione. In uno dei suoi frammenti (1888) Nietzsche spiega il nichilismo a livello psicologico, come il sentimento di mancanza di senso e di fondamenta:

Il nichilismo come stato psicologico subentra di necessità,in primo luogo, quando abbiamo cercato in tutto l’accadere un «senso» che in esso non c’è, sicché alla fine a chi cerca viene a mancare il coraggio. Il nichilismo è allora l’acquistar
coscienza del lungo spreco di forze, il tormento dell’«invano», l’insicurezza, la mancanza dell’occasione di riposarsi in qualche modo, di tranquillizzarsi con qualcosa ancora– la vergogna di fronte a se stessi, come se ci si fosse troppo a lungo ingannati… […]

Il nichilismo come stato psicologico subentra,in secondo luogo, quando si è postulata una totalità, una sistematizzazione e addirittura un’organizzazione in tutto l’accadere e alla sua base, sicché l’anima assetata di ammirazione e venerazione gozzoviglia nella rappresentazione generale di una suprema forma di governo e amministrazione […].

Una specie di unità, una qualunque forma di «monismo»: e in conseguenza di questa credenza l’uomo ha un profondo sentimento della connessione e della dipendenza da un tutto a lui immensamente superiore, è un modus della divinità… «il bene dell’universale esige l’abbandonarsi del singolo» … ma, guarda un po’, un siffatto universale non c’è! In fondo l’uomo ha perduto la fede nel suo valore, se attraverso di lui non opera un tutto che abbia un infinito valore; egli cioè ha concepito un tale tutto per poter credere nel proprio valore

L’interpretazione della realtà creata dall’uomo nel linguaggio è un’illusione di verità, che viene ad avere un valore reale in quanto mezzo di conservazione fondamentale della vita. L’uomo si è a lungo ingannato e il nichilismo è la consapevolezza di questo inganno. Venendo meno la sistematizzazione del mondo, viene meno anche il valore che l’uomo ha attribuito a se stesso e alla sua conoscenza.

GLI SPIRITI LIBERI

Gli antichi Cinici forniscono un esempio della vita filosofica e della probità come verità vissuta e incarnata in cui il ritorno alla natura è orientato verso il futuro e consente una trasvalutazione di tutti i valori, compresa una trasvalutazione della natura umana. Per i Cinici, la filosofia come ricerca della verità o della conoscenza non è una dottrina o una scienza, ma una forma di vita e di pratica in cui la questione della verità è inseparabile dalla domanda della vita vera.

I Cinici chiedono come può essere vissuta la verità e in un significato letterale come può essere incarnata, come può essere materializzata nel corpo fisico. La naturalizzazione della verità nei Cinici risuona senza dubbio, da un lato, con la considerazione di Nietzsche che la vita e il pensiero di un filosofo costituiscono un’unità in cui la ricerca della verità o della conoscenza non può più essere considerata separatamente dalla prospettiva dell’autore, come sottolinea Löwith, e dall’altra con la riformulazione di Nietzsche della questione della verità come la questione se la verità possa essere incarnata (Nietzsche 2001, 110 s.).

La questione della natura umana in Nietzsche, significa, in primo luogo, che non può esserci separazione tra teoria e pratica nella propria filosofia e, in secondo luogo, che la questione della natura umana deve essere analizzata dal punto di vista della personificazione, dell’essere umano come essere vivente, che è la posizione avanzata dall’antropologia filosofica.

La ri-trasformazione dell’essere umano nella natura personificata dagli spiriti liberi di Nietzsche è paragonabile all’incarnazione della verità del filosofo Cinico che si basa anche sul ritorno alla natura. È interessante notare che nei Cinici, questo ritorno alla natura passa attraverso il superamento delle interpretazioni convenzionali e quindi false della natura umana ed è un aspetto essenziale della comprensione della parresìa nella pratica dell’integrità o della verità. Lo scopo della pratica della probità nei Cinici è di alterare il valore della propagazione, o, in altre parole, di rovesciare le comprensioni convenzionali della natura umana. I Cinici cercano di superare le barriere che la civilizzazione ha eretto tra la natura e l’essere umano. Ancora una volta, questa idea riecheggia chiaramente con la visione di Nietzsche degli spiriti liberi, incaricati di “diventare padrone delle molte interpretazioni e connotazioni vane ed eccessivamente entusiastiche che sono state finora scribacchiate e dipinte su l’eterno testo base di homo natura” ( Nietzsche 1989, 161). Come nei Cinici, in Nietzsche, la probità è richiesta per alterare concezioni consolidate della natura umana.

La questione della natura umana in Nietzsche, significa che la propria antropologia è sempre anche anti-antropologica in quanto mette in discussione le convenzioni e le opinioni su ciò che è la natura umana (cfr Stegmaier / Bertino 2015). Supera antropologie positivistiche ed essenzialiste verso una concezione della natura umana come storica e in divenire. Di conseguenza, Nietzsche sostiene che non può esserci un superamento definitivo dell’errore. La domanda su quanto la verità possa essere incarnata deve rimanere una domanda aperta, un esperimento aperto attraverso il quale si scoprono e si creano contemporaneamente nuove forme di vita (Nietzsche 2001, 110 s.).

Nei Cinici, l’auto-modellamento della natura umana si riflette nell’idea che la vita filosofica come la vera vita ha il potere di cambiare la natura dell’essere umano. Per essi, una ricerca onesta della verità significa affrontare le sfide dell’auto-conoscenza come continua auto-sperimentazione. L’incessante impegno dei Cinici per l’auto-sperimentazione ha portato Foucault alla conclusione che per essi la vera vita è una vita alterata e alterante. Foucault si chiede se la vita vera non sarà una vita radicalmente e paradossalmente altra (Foucault 2011, 245). Dal mio punto di vista, questa idea di alterazione è la posta in gioco nella visione di Nietzsche di una metamorfosi della natura umana prodotta dalla personificazione dell’homo natura attuata dagli spiriti liberi di Nietzsche. Il ritorno alla natura rivela che la natura umana è multipla, plurale e si sta continuamente immergendo nell’alterazione e nell’auto-alterazione e quindi non è mai auto-identica a se stessa. Attraverso la ri-trasformazione dell’essere umano nella natura, gli spiriti liberi di Nietzsche scoprono che la natura umana non sta dietro di noi come qualcosa che appartiene a qualche forma remota di vita (animale o vegetale), ma qualcosa che ci attende in futuro.

Per i Cinici, la natura in contrapposizione alla convenzione è l’unica norma accettabile contro cui misurare una vita vera. Questa norma prende la forma della vita dell’animale e, in particolare, della vita del cane. L’invito dei Cinici a ripensare il valore dell’animalità, inclusa l’animalità umana, ci ricorda l’invito di Nietzsche a ripensare il valore della crudeltà nell’aforisma 229 di “Oltre il bene e il male”. In opposizione alla metafisica occidentale, Nietzsche sostiene che ciò che l’essere umano ha ricevuto dalla natura ha bisogno di essere sottovalutato piuttosto che escluso. Invece di escludere la crudeltà, Nietzsche fa avanzare la tesi che la crudeltà dell’animale motiva la produttività culturale e giace alla base di tutti i nostri risultati di civilizzazione. Questa è la terribile intuizione che gli spiriti liberi di Nietzsche ammettono quando confermano che anche la loro ricerca di conoscenza è motivata dalla crudeltà (Nietzsche 1989, 159-162).

È interessante notare che tutti gli aspetti sopra menzionati della concezione di Nietzsche della natura umana: l’unità della vita e del pensiero, la condizione della personificazione, l’aspetto anti-fondazionalista del ritorno alla natura, la trasvalutazione dei valori, l’avvento della vita e il il carattere sfaccettato della natura umana e la metamorfosi continua della natura umana si riflettono nella concezione di probità di Nietzsche. Nella misura in cui questi aspetti riguardano anche l’antica comprensione Cinica della probità, sostengo che la nozione di probità e dell’essere umano naturale di Nietzsche possa essere stata ispirata dagli antichi Cinici.

La probità in Nietzsche rappresenta un impegno per l’auto-sperimentazione che riflette l’unità della vita e del pensiero in chi ricerca la conoscenza dedicata allo studio e all’interpretazione dell’esperienza:

Come interpreti delle nostre esperienze (Erlebnisse). Un tipo di probità (Redlichkeit) rimane estranea a tutti i fondatori di religioni e simili: non hanno fatto delle loro esperienze (Erlebnisse) una questione di coscienza per la loro conoscenza. […] Ma noi, noi altri, abbiamo ragione e siamo assetati, vogliamo affrontare le nostre esperienze (Erlebnisse) così severamente che faremmo un esperimento scientifico (wissenschaftlichen Ver-suche), ora per ora, giorno dopo giorno! Vogliamo essere i nostri esperimenti e le cavie (Experi-mente und Versuchs-Thiere) (Nietzsche 2001, 179 s.).

Il riferimento all’esperienza come punto di partenza per la ricerca onesta della verità non dovrebbe essere fraintesa come una ricaduta in una sorta di realismo. Per Nietzsche, le esperienze non riflettono una verità data o soggiacente. Al contrario, affrontare le nostre esperienze come esperimenti scientifici significa riconoscere che tutte le nostre esperienze sono basate su giudizi di valore appassionati, è che non sono assoluti ma sempre collocati storicamente, costruiti e quindi falsi (Nietzsche 2001, 114), un punto discusso sopra come parte delle sfide per ricostruire la natura umana per Nietzsche attraverso la storia naturale.

Come nei Cinici, per Nietzsche, la probità è una verità incarnata. La probità non è qualcosa esteriore del corpo, una sorta di “magnificenza verbale (Wort-Prunk) e magnificenza mendace (Lügen-Putz)” (Nietzsche 1989, 161). Invece, la probità afferma la naturalezza dell’essere umano. Per Nietzsche, affermare l’homo natura significa abbracciare la condizione dell’incarnazione come pertinente alla vita piuttosto che nascondere il corpo dietro le illusioni di un’origine morale superiore. Come nei Cinici, la probità implica la “vergogna di disimparare (Scham verlernen)” e astenersi dal “negare la naturalezza dei propri istinti (natürliche Instinkte verleugnen)” (Nietzsche 1988c, 476; la mia traduzione). Il motto di probità di Nietzsche: “Siamo natura (Seien wir naturalistisch) e non dipingiamo le nostre inclinazioni e le nostre non inclinazioni (Neigungen und Abneigungen) in colori morali (moralischen Farbtöpfen)” (Nietzsche 1988c, 33; la mia traduzione), che è una definizione volutamente Cinica.

La probità come ritorno alla natura è in tensione con le convenzioni stabilite e gli obblighi di impegnarsi in valori istituzionali, morali, politici, religiosi o patriarcali (Nietzsche 1988a, 256). La probità richiede il superamento della moralità (Nietzsche 1989, 43-45), avanza una verità “al di là del bene e del male” (Nietzsche 1988d, 325, cfr. vedi Nietzsche 2001, 104 f., Nonché Nietzsche 1988c, 161 f.) . In contrapposizione al dogmatismo morale, religioso e metafisico, la probità è anti-fondazionalista: significa pensare contro se stessi, continuamente minando e mettendo in discussione la cosiddetta verità. Per Nietzsche, questo tipo di pensiero autocritico è un segno di grandezza. Esso esclama: “Non sono disposto a riconoscere alcun tipo di grandezza che non sia legata alla probità contro se stessa” (Nietzsche 1988a, 328).

Inoltre, nella probità di Nietzsche una verità incarnata è concepita come un impulso (Trieb) (ibid., 228 s.) Che non può essere astratto dalla vita e dal corpo (ibid., 229). Probità significa abbracciare il corpo come una pluralità di pulsioni irriducibili l’una all’altra e coinvolte in una continua lotta a favore e contro l’altra (ibid., 230). Questo potrebbe essere il motivo per cui Nietzsche comprende la probità come “qualcosa nel processo del divenire” (Nietzsche 1997, 457).

La probità è trasformativa e soggetta a cambiamenti. Ma il potere trasformativo della probità non riguarda solo la vita dell’individuo, ma anche il mondo e i suoi valori. Ricordiamo che la probità è la più spirituale volontà di potenza e la volontà di superare il mondo: come tale è indispensabile per la trasvalutazione di tutti i valori (Nietzsche 1989, 155 s.). Come accennato in precedenza, il tema della transvalutazione è una delle caratteristiche chiave della probità cinica riflessa nel potere del filosofo cinico di cambiare il “valore del denaro in valuta”. Nietzsche associa la probità con “la falsificazione del denaro (Falschmünzerei)”, forse seguendo l’esempio dei Cinici (Nietzsche 1988b, 347).

Nietzsche ritiene che la probità abbia il potere di trasformare la natura umana (Nietzsche 1997, 167-169). Ma questo richiede di rinunciare all’idea della natura umana come qualcosa di fisso e assoluto, qualcosa che è definito da un’essenza unificata. Nietzsche pensa alla natura umana come multipla piuttosto che come unificata: “non possiamo sentirci più come una cosa (Einzigkeit) dell’ego: siamo sempre già tra una molteplicità (Mehrheit)” (Nietzsche 1988a, 215 f .; la mia traduzione) . Per Nietzsche, il ritorno alla natura è quindi orientato alla diversificazione e alla moltiplicazione della vita. Abbracciando la naturalezza e l’appartenenza alla natura dell’essere umano si apre la possibilità per la continua invenzione e reinvenzione della natura umana. Secondo i Cinici, solo quelli che incarnano l’intero cosmo emanano con successo un ritorno alla natura: vivono secondo le leggi della natura e sono in grado di affrontare concezioni convenzionali e false della natura umana in modo aperto e onesto. In una nota del 1880, Nietzsche descrive il filosofo che è onesto nel trattare con se stesso e con gli altri in termini simili, cioè come qualcuno che incarna l’intero cosmo: “siamo il cosmo (Kosmos) nella misura in cui abbiamo capito ( begriffen) e sognato (geträumt) “(ibid., 216; la mia traduzione).

Il carattere di probità nel filosofo è peculiare. Sia nei Cinici che in Nietzsche, la probità si manifesta come esteriorizzazione e naturalizzazione del filosofo che è interiorizzata come una pluralizzante diversificazione della natura umana. I Cinici credono che il ritorno alla natura porti a una trasformazione dell’essere umano, liberando il potere di creare e ricreare continuamente le proprie condizioni di esistenza al di là della lotta di autoconservazione verso una forma più libera e più veritiera della vita. L’intimo legame tra la natura e la liberazione che i Cinici intuirono potrebbe aver ispirato la visione di Nietzsche del filosofo come homo natura.

DISINTEGRAZIONE DEL CONCETTO DI VERITÀ OGGETTIVA

Il testo in cui compare per la prima volta una definizione di verità è in Su verità e menzogna in senso extramorale del 1873. Il primo impulso alla verità è nato dall’esigenza dell’uomo di fuggire dall’inganno, desiderando la verità con le sue conseguenze. Nei termini morali comunemente accettati, essere veritieri è “solo l’obbligo di mentire secondo una convenzione stabilita, di mentire al modo del branco in uno stile vincolante per tutti. Il testo rimanda quindi alla tesi di fondo che la vita individuale si regge sulla menzogna, su di un carattere artificiale che però è l’unica possibilità di autoaffermazione; la menzogna è un artificio, ma è proprio questo carattere artificioso che consente di vivere: l’uomo (a differenza dell’animale) possiede la dimensione spirituale dell’intelletto orientata alla dissimulazione; l’intelletto si finge il mondo, i concetti e le verità in esso presenti, ma questa finzione è un modo perché l’uomo si crei un mondo vivibile. Il carattere di menzogna proprio di ogni gesto conoscitivo individuale, e quindi di ogni azione interpretativa, può entrare in conflitto con gli altri.

Allora il problema diventa quello di una conciliazione, per non contraddire la finalità della finzione (e del linguaggio) che è quella di garantire una praticabilità del mondo a chi la crea , per trovare una finzione condivisa, qualcosa di compatibile con ciò che dicono gli altri. Diventano quindi verità quelle finzioni che sembrano funzionanti alla collettività, poiché l’uomo, allo stesso tempo per necessità e per noia, vuole esistere in società e come in gregge. Con questo processo, con la formazione dell’impulso alla verità e con le imposizioni sociali, la verità finisce per configurararsi con la sedimentazione delle finzioni delle letture della realtà che si sono dimostrate vincenti. Ma una nozione assoluta di verità non esiste; verità e menzogna non sono altro che costruzioni linguistiche e l’essenza del linguaggio è il suo strutturarsi in metafore. Una stessa metafora può dare origine a concetti diversi, dunque il concetto è un depotenziamento del linguaggio.

“Che cos’e’ dunque la verita’? un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verita’ sono illusioni di cui si e’ dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si e’ consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non piu’ come moneta”.

Per questa strada Nietzsche giunge alla disintegrazione del concetto di verità oggettiva. Si arriva ad una logica del valore falsa ma allo stesso tempo necessaria: rinunciare ai giudizi falsi sarebbe un rinunciare alla vita, una negazione della vita: il centro unitario della vita è una funzione che deve essere sempre attiva, per questo deve continuamente interpretare (e quindi falsificare). Nietzsche ha indicato le verità come il risultato di una quantità immensa di errori, errori necessari alla vita, quel genere di errori senza i quali sarebbe impossibile volere, divenire, vivere; Nietzsche ha evidenziato il carattere illusorio, prospettico, della verità, una verità che è interpretazione, volontà di potenza del vivente che vuole soprattutto esercitare la sua forza.

Per guadagnare una corretta prospettiva occorre tenere presente la specificita’ della collocazione nietzscheana della questione della verita’. Collocata al di fuori del quadro della possibilita’ e oggettivita’ caratteristico della visione antica, essa non pone il tema della conoscenza in modo che dipenda dalla questione posta dal problema del rapporto tra verita’ e realta’. Per gli antichi, infatti, la conoscenza vera e’ la conoscenza che comprende la realta’. La prospettiva nietzscheana sottolinea piu’ il soggetto che l’oggetto della conoscenza, nella prospettiva gia’ propria al kantismo. Alla fine, il progetto nietzscheano vuole essere una prosecuzione della critica trascendentale kantiana, sino a raggiungere il risultato di porre la verita’ dalla conoscenza. Questa demolizione dell’oggettivita’ fa del nichilismo un mutamento radicale.