TRASVALUTAZIONE DELL’OBLIO

“Il gregge pascola, ignaro di cosa sia ieri, oggi e salta, mangia, riposa e digerisce e così, sempre allo stesso modo dall’alba al tramonto, giorno dopo giorno, legato al piacere e al dolore di quell’istante, incatenato al presente, mai triste né annoiato. L’uomo si fregia della sua umanità, per sentirsi superiore ad esso, ma tuttavia osserva l’animale, né tediato né addolorato, e invidia la sua felicità spensierata. L’uomo una volta chiese all’animale: perché non mi parli della tua felicità e soltanto mi guardi? L’animale dal canto suo voleva rispondere e dire: ciò deriva dal fatto che dimentico subito quel che volevo dire – ma subito dimenticò anche questa risposta e tacque; sicché l’uomo se ne meravigliò”.

Ma l’uomo soprattutto ebbe stupore di se stesso, della sua incapacità a dimenticare alcuna cosa e della sua condizione di schiavo rispetto al momento passato. Gli attimi si susseguono, e quell’istante presente subito si dissolve, diventando così uno spettro passato, pronto a turbare la quiete del nuovo presente. L’animale, che vive in modo non storico poiché dispiega la sua esistenza interamente nel presente, è degno dell’invidia degli esseri umani, che schiacciati sotto il peso ingente del passato, sono costretti a resistere, fingendo di ignorare il grave che li opprime. La felicità quindi si configura come il poter dimenticare, ossia la capacità di sentire in modo non storico.

“Chi non sa mettersi a sedere sulla soglia dell’attimo dimenticando tutte le cose passate, chi non è capace di star ritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cosa sia la felicità, e ancora peggio, non farà mai alcunché che renda felici gli altri”

Per ogni agire è dunque necessario l’oblio, e per sedersi sulla soglia dell’attimo bisogna smettere di ruminare il passato, di vivere come in uno stato di insonnia dato dal senso storico. La forza plastica, che permette di crescere a modo proprio su se stessi, di trasformare e incorporare cose passate ed estranee, è presente in coloro che hanno radici forti nel presente e che non si fanno schiacciare dal passato. Il bersaglio polemico fondamentale in quest’opera è Eduard Von Hartmann, filosofo tedesco schopenhaueriano, il quale aveva tentato l’elaborazione di una fondazione eudemonologica del pessimismo. Nell’opera Filosofia dell’inconscio, l’inconscio è descritto come l’essenza di tutto il reale, ciò che spinge il mondo verso una finalità precisa, il compimento della perfezione. Essendo il non-essere preferibile all’essere, la perfezione sarà il non-essere, e quindi il mondo tenderà ad annullarsi. Nietzsche si scaglierà contro questa teleologia storica, accusata di annichilire la vita.

Ma la storia è utile o dannosa per la vita? Di fronte al quesito centrale di questa breve opera Nietzsche si pone in modo inattuale: certamente la storia può essere utile per la vita, quando è al servizio di essa e aiuta a vivificare il presente. Ma, in questo rapporto di subordinazione, non dovrà mai tentare di costituirsi come scienza. La storia occorre all’individuo in tre modi: in quanto è attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione; a ciò corrispondono rispettivamente la storia monumentale, antiquaria e critica, ognuna delle quali presenta dei limiti e dei rischi.

La storiografia monumentale corrisponde all’atteggiamento di chi è attivo e ha aspirazioni e, come tale, si proietta nel futuro. Essa occorre all’individuo potente che combatte grandi battaglie, che ha bisogno di modelli e di maestri che non può trovare nel presente. La meta di costui è una qualche felicità, se non la propria almeno quella dell’umanità intera, egli fugge dalla rassegnazione e usa la storia come mezzo per combatterla. La sola ricompensa cui aspira è la gloria per i postumi, è il divenire a propria volta maestro per i posteri. Dai grandi momenti della storia passata egli deduce che la grandezza fu comunque una volta possibile e perciò quando si accinge a compiere un’opera in modo coraggioso, l’insicurezza e la debolezza vengono spazzate via dalla certezza che già qualcuno percorse quella strada. In ciò consiste il giovamento di tale approccio. Tuttavia il rischio al quale soggiace è di appiattire le differenze con il passato, di falsarlo e mitizzarlo per renderlo degno di imitazione; è una storia che appare come una raccolta di avvenimenti che faranno effetto nel tempo. Essa inganna e seduce con le forzate analogie con il passato, eccitando il coraggioso alla temerarietà e l’entusiasta al fanatismo.

Colui che venera e ama perseverare nella tradizione coltiva il passato, quasi come volesse ripagare con la fedeltà il debito della propria esistenza, è uno storico antiquario. La storiografia antiquaria appartiene a una specie umana conservatrice e veneratrice, la quale ha cura delle proprie origini e assume la tutela della tradizione come compito. Il punto più alto di questa storia risiede nella capacità di diffondere un sentimento di piacere e contentezza semplice riguardo alle condizioni modeste, rozze e talvolta misere di un popolo. Ma il senso antiquario implica un campo visivo molto limitato, concentrato com’è sulle singole cose rischia di venerare tutto ciò che è antico in quanto tale. In questo modo la storia serve la vita passata al punto da minare e inaridire il presente, degenera fino a smettere di ravvivare l’anima e finisce col mummificare la vita. La pietà iniziale rinsecchisce e lascia spazio ad una erudizione compiaciuta che gira perpetuamente intorno al proprio centro. Anche quando non giunge alla conseguenza estrema, la storia antiquaria ha il limite nell’assenza di capacità creativa, è capace soltanto di conservare la vita e non di generarla,“ostacola la forte risoluzione per il nuovo, quindi paralizza chi agisce, il quale sempre, come agente, violerà e deve violare qualche pietà”.

Infine il terzo modo, quello della storiografia critica deve avere la forza di infrangere e dissolvere il passato per poter vivere. Per questo motivo istituisce un tribunale al passato, e, dopo averlo interrogato, lo condanna.

“È la vita che siede a giudizio, quella forza oscura, impellente, insaziabilmente avida di se stessa. Il suo verdetto è sempre inclemente, sempre ingiusto, poiché esso non è mai scaturito da una pura fonte di conoscenza: ma nella maggior parte dei casi il verdetto risulterebbe uguale, se fosse la giustizia a pronunciarlo. Ci vuole molta forza per poter vivere e per dimenticare, in quanto vivere ed essere ingiusti sono una cosa sola”.

Anche questo atteggiamento, aperto all’oblio e dunque alla vita, incappa in dei corto circuiti. Diventa infatti pericoloso affrancarsi dal proprio passato con una cesura netta, nel tentativo di darsi a posteriori un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto con quello da cui in realtà si deriva. Solo se la vita sa porsi grandi compiti ha ancora un senso guardare nel passato. Soltanto chi esprime una potente volontà di futuro sa scoprire il futuro che vive nel passato stesso. Se il progetto per il futuro viene a crollare, allora tutto il sapere storico diventa un peso morto, anzi un pericolo per la vita stessa, la quale, svuotata da impulsi creativi, si rifugerà nel passato, nell’illusoria pienezza di una vita già vissuta.

Esclusivamente una storia che conceda di essere trasformata in opera d’arte sarà in grado di mantenere e perfino suscitare nuovi istinti vitali e creativi. L’uomo moderno soffre di una “malattia storica”, di un eccesso di storia che intacca la forza plastica della vita, non più capace di trarre nutrimento dal passato. Tuttavia Nietzsche auspica una gioventù in grado di contrastare questo morbo con l’elemento antistorico, con il quale si designa la forza e l’arte di poter dimenticare e di rinchiudersi in un orizzonte limitato, e l’elemento sovrastorico, ossia le potenze che distolgono lo sguardo dal divenire, volgendolo a ciò che ha carattere di eterno e immutabile: l’arte e la religione. Come si arriverà a questa meta? Come i Greci, i quali si trovarono nella condizione di rischiare di morire, a causa del mescolarsi di cose straniere e passate, a causa della “storia” e riuscirono a organizzare il caos, concentrandosi, secondo l’insegnamento dell’oracolo delfico, solo loro stessi, cioè su bisogni veri, riuscendo a espungere quelli apparenti. Questo esempio si deve tradurre in un simbolo per ognuno: bisogna organizzare il caos in sé, così da disvelare il concetto greco di cultura, come nuova physis, unanimità fra vivere, pensare, apparire e volere. È molto forte, sebbene non chiaramente esplicitata, l’influenza dell’amico e maestro Jacob Burckhardt nella valorizzazione della società greca come caratterizzata dall’agone e dalla pluralità di individui superiori.

Nella Genealogia della morale. Uno scritto polemico, opera composta da tre dissertazioni scritte tra il 10 e il 30 luglio del 1887, viene ripreso il tema dell’oblio. Il termine “genealogia” presuppone la frattura operata dalla scienza darwiniana: la ricerca dell’origine della morale percorre il positivismo. Nietzsche, tuttavia, critica radicalmente le cattive «ipotesi genealogiche» del contemporaneo positivismo che ammette comunque una fondazione della morale ancora sotto il dominio dei valori dati. Si tratta invece, per Nietzsche, di indagare proprio ciò che, generalmente, viene utilizzato come spiegazione, come dato primitivo e naturale. La seconda dissertazione “Colpa, cattiva coscienza e simili” si apre con la descrizione del concetto di dimenticanza, che non corrisponde ad una vis inertiae, bensì ad una facoltà attiva che permette di non sovraccaricare la coscienza di ricordi, così da lasciare posto a ciò che è nuovo. Si tratta di una Einverleibung, incorporazione, assimilazione.

La volontà sana è quella che assimila il passato e lo trasforma nella linfa vitale del proprio corpo, perché è in grado di dimenticare e proseguire nel suo cammino. Ma la promessa impedisce questa incorporazione del passato, in quanto fissa il presente attuale nella memoria, invade con il suo peso lo spazio della volontà e inchioda l’azione al permanere del passato. In questo senso si spiega la costruzione della memoria da parte della cattiva coscienza, in contrasto con la tendenza attiva all’oblio.

“Quando l’uomo ritenne necessario farsi una memoria non andò mai senza sangue, martiri e sacrifici: i sacrifici e pegni più spaventosi (in cui si ricomprendono i sacrifici dei primogeniti), le più ripugnanti mutilazioni (per esempio le castrazioni), le più crudeli forme rituali di tutti i culti religiosi (e tutte le religioni sono nel loro ultimo fondo, sistemi di crudeltà) – tutto ciò ha avuto origine in quell’istinto che colse nel dolore il coadiuvante più potente della mnemonica”.

L’uomo moderno ha barattato una parte della felicità primordiale dello stato di natura con la sicurezza dello stato sociale. Il controllo avvenne attraverso l’imposizione di quella che Nietzsche definisce camicia sociale di forza. Attraverso regole, usi, costumi, leggi progettate per far diventare l’uomo calcolabile, regolare, necessario si rese mansueto l’animale umano. Con l’uso di mnemotecniche si forgiò una vera e propria memoria della volontà, giacché solo la memoria assicura la persistenza del comportamento docile.

“Si incide a fuoco qualcosa affinché resti nella memoria: soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria”

Responsabilità, promessa, senso di colpa sono esperienze che necessitano della capacità di ricordare e di mantenere nel futuro tale ricordo. Tali esperienze hanno potuto affermarsi solo attraverso pratiche di dolore e di crudeltà, perché sono le sole capaci di opporsi alla forza attiva dell’oblio e di costituire di contro un’altra forza, questa volta reattiva, poiché scaturita dal dolore, che è la memoria, centro focale della coscienza. Nello smascheramento dei presupposti psichici della costruzione della morale, attuato attraverso la pratica della genealogia, Nietzsche mostra l’origine artificiale della memoria, la quale, ben lungi dall’essere innata, è il frutto di un atto di violenza, che incatena l’umanità doppiamente al passato e al futuro.

LA UNICA

Io come Unica, nel mio godimento egoistico, abbraccio la causa antisociale, rompendo il peso imposto dalla società, sia sulla sua virtù che sulla obsoleta etica sociale. La mia causa gode e godrà dell’appagamento egoistico, consumandosi nelle ceneri di un mondo che è morto da tempo. Sorrido quando negazione dopo negazione, rinasco dalle mie ceneri. Consumo la mia forza individualistica, con il divenire fuggiasco del presente.

Mi consacro al Dio della distruzione, l’antinomia dei virtuosi. L’impuro, il peccatore, la danza sorridente tra le rovine strutturali del bene, del sano, del giusto, dell’etica, della vergine, del casto, dettate dai ministri del Signore, il giusto creatore della decadenza esistenziale nel paradiso terrestre. Nessuno può dirmi che questa consacrazione non è altro che la mia stessa lode, che eleva il mio Ego sopra tutto il caduco.

Rafforzando i legami con cause affini alle mie, con egoisti che sono di mio interesse, che mi servono per il mio godimento o profitto, poiché mi farò usare per la loro stessa causa. Le idee di tolleranza o rispetto mi ispirano in maniera sovversiva per disprezzare ogni sguardo di civilizzazione, nutrita dai religiosi e dagli ideologi dei vecchi valori e costumi.

Qualsiasi organizzazione ideologica di natura sociale, politica o economica è e sarà un obiettivo del mio disprezzo, del mio odio. Non c’è astrazione che sia al di sopra di me, né ideologica, religiosa, economica o etica. Aborro tutto ciò che non è l’elevazione dell’Ego sopra tutto il sacro, l’evangelizzato o l’idealizzato.

Il mondo è anche il mio nemico, è una chiesa pestilenziale, dove ognuno ha un idolo da adorare o un altare in cui sacrificare la propria unicità. Io, ciononostante, non ho idoli, in modo particolare, nessun idolo rivoluzionario.

Voglio sentire i vostri denti digrignare quando mi leggerete, capirò in questo modo che ho ultimato con il manto della pietà morale e sociale anarchica. Nessuno può fermare la mia unicità, se non la morte. Liberandomi da ogni censura anarchica, sovvertendo e annullando la moralità sociale, spingendomi verso il puro egoismo, assaporando il gusto dell’abisso.

Io, come Unica, non seguo alcun percorso di predica. Mi focalizzo sulla distruzione del sacro, per costruire liberamente il percorso che mi interessa o che approvo. Anche il tempo è il mio nemico, usa il linguaggio come l’imballaggio essenziale della civilizzazione. La mia esistenza non ruota intorno al continuo sviluppo di una qualsiasi simbologia moderna.

AFFERMANDOMI -AGISCO PER LA DISTRUZIONE DI OGNI DIRITTO “RICEVUTO”

Non credo nell’idea del futuro. Essenzialmente è un’assurda numerazione nel calendario, di chi regola precisamente il comportamento sociale attraverso se stesso. Il tempo insieme al linguaggio sono la vera origine dell’attività umana simbolica, quindi mi causa primariamente alienazione. La realtà del tempo è ciò che dimostra l’esistenza di Dio e della religione, la logica perfetta della civilizzazione.

La tecnologia è la catastrofe consentita. La civilizzazione prende a pieno da essa con lo scopo o l’obiettivo di omogeneizzare l’unicità di ognuno di noi. Pertanto, come Unica vedo necessario bruciare l’altare tecnologico postmoderno. In questo in un Era della rappresentazione per cui la normalizzazione o la direzione è sovrapposta alla natura selvaggia dell’Egoista, è fondamentale sia la negazione della società di massa sia la cultura dominante, per ostacolare lo sviluppo delle radici di quello che è tutto obsoleto e irreale.

CULT OF EXTINCTION: “EXISTERMINATION”

1. Black Nuclear Magick Attack
2. Existermination
3. Nuclear Salvation
4. Gazing Upon the Eternal Throne of Death

LO SPIRITO E I FANTASMI

Per capire cosa per Stirner è una “dominazione dello spirito” dobbiamo cominciare a capire cosa intende per “spirito”.

“Spirito” (Geist, ricordando Hegel) si riferisce nel primo caso a un comportamento e le sue creazioni: “. Qual’è, allora, lo spirito? Lo spirito è il creatore di un mondo spirituale. Si riconosce la sua presenza in noi solo quando è dimostrato che abbiamo apposito qualcosa di spirituale, cioè, pensieri: che questi pensieri siano stati suggeriti poco importa, fino a quando diamo loro vita “. Lo spirito, come attività creativa, è nostro (o siamo): è “pensare” e lo spirituale sono “pensieri”.

D’altra parte, è la sua creazione che fa proprio lo “spirito”, allo stesso quando è la prima creazione e appare di recente quando crea qualcosa: “Posto che lo spirito non esiste, come creatori spirituali, allora cerchiamo di scoprire la sua prima creazione. […] Questa prima creazione deve provenire dal “nulla”, cioè, dove lo spirito, si rende conto che non ha più nulla di se stesso; Inoltre, non dispone ancora di esso, ma deve essere creato.

Lo Spirito è, allora, allo stesso modo, la sua prima creazione. Questo appare al mistico, anche se è in realtà un’esperienza di tutti i giorni. Stai pensando prima di pensare? Semplicemente creando il primo pensiero, si crea il pensatore, perché non si pensa così tanto che non hai avuto un pensiero. Non è cantare ciò che ti rende un cantante, parlando di ciò che ti rende un altoparlante? È anche la prima produzione spirituale che fa di te uno spirito “. Lo spirito “mette” se stesso creando lo spirituale e quindi è quando creiamo lo spirituale che siamo spirito.

Questo è il modo in cui lo Spirito è spontaneamente caratterizzato. Ora dobbiamo comprendere che si trova nella propria dominazione. Prima di tutto, ha a che fare con una tendenza, latente nel sé, per “perdersi” nell’entusiasmo, per essere dominato da essa (e che sarà importante poi capire la nozione di “Io unico” che vuole stabilire Stirner): “Se vi distinguete dal pensatore e dal cantore , dovreste anche distinguervi dallo Spirito e avvertire chiaramente qualcosa di diverso dallo Spirito. Proprio come il pensiero di sé perde facilmente la vista e l’udito nell’entusiastico pensare, così anche l’entusiasmo spirituale domina e ora aspiri con tutte le forze per creare tutto lo Spirito e fonderti nello Spirito “. Lo spirito è un comportamento tale che domina il resto dei comportamenti, in modo che l’attività spirituale cerca di stabilirsi come l’unica “mia”. (come l’unico “umano”, come l’unico “vero”, come l’unico “corretto”, ecc.) In secondo luogo, la dominazione spirituale è collocata grazie alle sue creazioni: i fantasmi.

Con la nozione di “fantasma” (Gespenst) Stirner mostra che le creazioni spirituali non sono inoffensive. Queste si celano e tuttavia sono più che apparenti: “. Che cosa è un fantasma, se non un corpo apparente, ma un vero spirito? Così è il mondo, vanitoso, nullo, un’apparenza illusoria senza altra realtà che lo Spirito. È l’apparenza corporea di uno spirito”.

La fisicità è solo una caratteristica che solo l’individuo unico ha, in modo che il “corpo apparente” dello spirituale è ciò che vine configurato come un fantasma. In questo modo si gioca, certamente, la distruzione di quello che sarà il fantasmagorico dell’egoista: “Oggi [egoista], io distruggo questa vaghezza ingannevole [i fantasmi], entro in possesso dei miei pensieri, e affermo: Io ho solo un corpo e sono qualcuno. Non vedo il mondo più quello che è per me”. Tuttavia, il fatto che lo spirito è mostrato come indistinguibile dall’io e il carattere spettrale dello spirituale non finisce per mostrare il carattere dominante dello spirito, sarà stabilito da una caratteristica dello spettrale: il sacro e il potere stabilito, la gerarchia.

Prima di passare al tema del sacro, dobbiamo cercare di chiarire metodicamente ciò che si intende per “spirito” e “fantasma”. “Spirito”, come abbiamo detto è il comportamento e, tale relazione. Che tipo è questo comportamento o relazione verrà chiarito in seguito. D’altra parte, lo spirituale non è mai dominato nello spirito come un fantasma, poiché solo la distinzione dell’io dello spirito può rappresentare i fantasmi:

“Il mio atteggiamento verso lo Spirito è identico: se lo riduco a un fantasma e degrado il potere che esercita su di me al rango di un’illusione, non apparirirà più santo, né sacro, né divino, e lo userò invece di farmi usare , come mi servo della Natura, per mio gusto e senza il minimo scrupolo “.

Che tipo di carattere fenomenologico dobbiamo dare al fantasma? “Fantasma” deve essere inteso come un carattere del contenuto dello Spirito (in così tanto comportamento), il contenuto a cui ci riferiamo “lo spirituale” e che Stirner chiama più che “spiriti”: “Sì, tutto in questo mondo è incantato. Inoltre, questo mondo stesso è incantato, maschera ingannosa, è la forma errante di uno spirito, è un fantasma. […] è da considerare intorno e lontano; dovunque siamo circondati da un mondo di fantasmi, siamo assediati dalle visioni. Tutto ciò che ci appare non è altro che il riflesso dello spirito che lo abita, un aspetto spettrale; Il mondo intero non è altro che un fantasmagoria, dopo di che lo Spirito si anima. Vediamo spiriti “. Infine, si deve capire che questo comportamento ha anche una forma spirituale per incontrarsi:

“Nei tuoi occhi, il mondo intero è spiritualizzato, giunge per essere un fantasma enigmatico, così non sei sorpreso di non trovare in te più che un fantasma.”

IN GUERRA E AMORE TUTTO È PERMESSO

È verità, l’accordo tra pensiero e cosa-tra il pensiero e questo-è desiderabile come vedere e sentire senza illusione o confusione. In verità, l’accordo fra pensiero ed espressione, è di fatto un dovere per i Moralisti, anche se generalmente con delle riserve.

Può un uomo mentire agli assassini per salvare la propria vita, o ai ladri per salvare il proprio patrimonio accumulato con cura, o con una persona malata per nascondere delle notizie che potrebbero essere un grave trauma? La gravità con cui tali questioni sono argomentate puntano a qualcosa di più-che la Verità, come il Diritto e la Giustizia, è eretta all’interno di una divinità e gli uomini impazziscono o fingono di impazzire per il loro culto. Questa è l’opportunità dell’ipocrita.

Così le persone si legano con un giuramento e prestano una falsa importanza a parole pronunciate da uomini che si preoccupano solo della loro immunità, ma che sono accorti abbastanza per non professare ciò che pensano, indipendentemente da come si sentono.

Come è curioso che gli uomini in genere si sentono “nel diritto” per tagliare e violare forme naturali, ma non si prendono alcuna libertà con la “verità”, anche nella rappresentazione verbale di tali forme!

Ma d’altra parte affermano: “Tutto è permesso in guerra e amore.

Ora tutto ciò che non è amore può essere visto come guerra (e l'”amore” qui espresso è guerra). Questa massima è più spesso usata per giustificare la menzogna per qualsiasi differente scopo. Mentire è una pratica molto comune e non c’è percezione alcuna nell’aspettarsi il suo annientamento a meno che gli individui in gran numero, 1- cessano di fingere di esigere dagli altri che è un azione fastidiosa, quando non possono o è realmente in maniera esatta così; 2- o lasciare gli altri da soli come se raccontassero qualcosa su questioni su cui ora dicono delle bugie. Quindi potrebbe esserci meno “guerra”.

La verità Egoista è attività economica, dove può essere praticabile. La condizione principale è l’intelligenza reciproca.

L’onestà-verità in azione-è comunemente stabilito, essere “la migliore politica”, e forse per il comune miscredente potrebbe essere incondizionatamente così. Dove l’onestà è reciproca, porta quel vantaggio reciproco che attribuisce la veridicità, ma la condotta onesta in un individuo nel trattare con le persone disoneste, è troppo semplice. L’onestà è un piacere, spesso un lusso.

Il moralismo raggiunge il suo acme nella mania per una perfezione supposta nel senso opposto dell’individualità. Anche quando la filosofia ha pronunciato che il suo scopo è quello di portare l’uomo nel trovare se stesso, lo spirito di perversione è tale che ci vuole l’Uomo, come idea generale della specie, come ideale per l’individuo, che insegna agli individui a torturare i loro intimi pensieri, al fine di conformarsi all’idea formata dalle specie.

Così si afferma che la nostra “missione” è di essere veri uomini, uomini più perfetti, donne più perfette. Questa nozione richiede l’imitazione di ciò che è stato esemplificato in altri, non lo sviluppo di ciò che è più genuinamente in me stesso o te stessa. Se devo essere un uomo conforme, sforzandomi di essere qualcosa di imposto sopra di me, non posso essere Io. Come Stirner osserva, “ogni uomo che non è deforme è un uomo vero o perfetto, ma ognuno è più di questo. Egli è questo uomo Unico”. Quello che è, che un altro non è, non possiamo dire in anticipo di conoscerlo.

L’Egoismo è questo: che l’uomo agisce per se. Ogni donna può essere presunta, ma per essere una donna vera o perfetta, deve imbrogliare su quello che ha appreso nell’assumere il contrario di esso. Questo non è l’obiettivo; questo è il punto di partenza per noi Egoisti. Essere semplici intorno alla perfezione dell’uomo. L’individuo deve in primo luogo essere libero da tutto il giogo o dall’operazione assegnata, nella normale possessione, nel godere, nel manifestarsi ed essere se stessi.

Svilupperò la specie, se non avrò nulla di più peculiare da sviluppare.
Una donna sarà solo una “donna vera e perfetta” se non ha nulla di suo, se non quello di essere di una specie. Nel momento stesso, però, che lei sa di essere già una “donna vera e perfetta”, come lo zero o l’orizzonte dell’individualità, quel momento è un energia individuale che si accorda libera di capire tutto ciò che prende piacere in essa-o come libera riflessione cosciente che può esprimersi, mentre le vecchie abitudini e gli affetti persistono in una certa misura.
Pervenire a noi stessi, ritrovarci, è sapere che quello che possediamo della specie è nostro, è per quanto ci fa comodo crederlo, non abbiamo né obbligo né missione, ma ciò che ognuno può dare a se stesso.

VINCERE O SOCCOMBERE

Stirner ha mostrato che quando si parla di diritto, di Stato, di diritti in generale, bisogna sempre avere a che fare con la religione. E’ noto che nell’analisi strineriana la religione tende ad affermarsi quando un oggetto, un idea, come appunto possono essere il diritto o lo Stato, tende a sottrarsi al dominio di chi lo ha creato, al punto tale che, elevandosi, o meglio, sfuggendo al suo creatore, acquista una potente sacralità sino a sottomettere colui che quell’oggetto ha provveduto a creare. Questo risultato ha per effetto di far sì che – sia nella religione cristiana che in quella umana (o laica) elaborata in particolare da Feuerbach, e dunque in qualsiasi tipo di religione – il singolo individuo, nella sua concretezza più autentica e genuina, non riesca mai ad appropriarsi delle sue creazioni,e,conseguentemente, neppure di se stesso:

“perché non posso dire: dio non è altro che un inganno? Perché mi si bolla a fuoco se nego dio? Perché si pone la creatura al di sopra del creatore (…) e si ha bisogno di un oggetto dominante, affinché il soggetto sia un servo sottomesso. Io devo piegare me stesso sotto l’assoluto”.

Si spiega così il radicalismo fondamento posto a sostegno di ogni religione, consistente nel promuovere un permanente principio di stabilità, mai da scardinare o mettere in discussione, il cui unico obiettivo è quello di sovrapporsi all’individuo e di comandarlo, fornendogli l’illusione di essere in armonia con l’ordine umano e con l’ordine dell’universo, costruendo a sua volta in forme sempre più raffinate «santità intangibili», «verità eterne», in una parola qualcosa di «santo», [e tutto questo] sottraendo a te ciò che è tuo». Ecco perché Stirner, tra le molteplici osservazioni che sviluppa sull’argomento, è costretto a puntualizzare:

«Chi può, se non si pone anche da un punto di vista religioso, porsi delle questioni sul «diritto»? Il «diritto» non è forse un concetto religioso, cioè qualcosa di santo?»

E’ risaputo che tale dimensione è per taluni versi presente pure in Hegel e Marx. Hegel nei Lineamenti di Filosofia del diritto afferma che è con lo Stato che Dio fa il suo ingresso solenne nel mondo, mentre Marx, dal canto suo, nella Critica della filosofia del diritto di Hegel, sottolinea che il governo rappresenta una sorta di concreto Gesù Cristo che si interpone tra il sovrano e la società civile, e che in particolare lo Stato, dopo la Comune di Parigi, gli diviene un «aborto sovrannaturale della società», ovvero quel Dio destinato alla sua più totale dissoluzione. Ora questa rudimentale premessa può forse illustrare un punto nodale per Stirner, e cioè che alla base di ogni discorso c’è sempre mediazione di un potere, per cui la dimensione della libertà non può mai fare a meno di un antagonismo, di una contrapposizione di cui il potere si presenta sempre come rimedio, e che, ad ogni buon conto, qualsiasi apparato di pensiero, laico o religioso, è per definizione sovra-dividuale, apparendo in particolare preposto a congegnarci degli oggetti – quelli che regolamentano in generale la convivenza sociale e quelli segnatamente religiosi-divini che, tuttavia, sono perfettamente identici dal momento che tendono tutti a presupporre un religioso rapportarsi ad essi – e che piuttosto che costituire delle nostre semplici creazioni, da utilizzare e ri-discutere incessantemente a nostro piacimento, giungono invece a dominarci sino a legarci a loro indissolubilmente, e ciò peraltro senza poterne in alcun modo contestare il fondamento.

La questione che inevitabilmente affiora sulla scia di questa rappresentazione, è quella dunque del legame che intercorre tra l’individuo e questi oggetti, in special modo, e per quanto qui ci ha occupato, tra l’individuo e quanto connota l’impalcatura giuridica volta a governarlo. In questa prospettiva, un primo elemento che balza evidente è di certo quello che vede sia la legge che la religione porsi tra loro in un rapporto di complementarietà, e ciò al di là delle loro radici semantiche che rinviano entrambe al significato comune di legare, tenere assieme, obbligare, e non tacendo che l’atto del legiferare, nel quale è intrinseca la nozione di ubbidienza ad un precetto, ad una norma, oltre a culminare nella disciplina e nel controllo, è specifica caratteristica di ogni religione.

Stirner, non a caso, sottolinea proprio questo rilievo con riferimento al cristianesimo, e cioè la tendenza di ogni individuo a rapportarsi con la Bibbia, ovvero con quel complesso di precetti idonei a regolamentare l’esistenza di ogni cristiano, con un atto di sacrale ubbidienza, di totale sottomissione a fronte delle verità assolute da essa promulgate, non prima tuttavia di evidenziare la strutturale relatività di tale relazionarsi:

“Ognuno ha con gli oggetti un rapporto che varia da oggetto ad oggetto. Prendiamo ad esempio quel libro con il quale ebbero un rapporto milioni di uomini per due millenni, la Bibbia. Cos’è, cos’era per ciascuno? Semplicemente solo ciò che ognuno di essa fece! Per chi non ne fa nulla non è nulla; per chi ne fa un amuleto ha solo il valore, il significato di un elemento magico; per chi gioca con essa, ad esempio per il bambino, è solo un giocattolo, ecc.”

Ora, però, “assieme alla libertà di poter fare della Bibbia ciò che voglio, viene ridimensionata la libertà del fare in genere, e al suo posto viene imposto un certo modo di vedere o di giudicare”. Difatti, “chi espresse il giudizio che la Bibbia era un errore millenario dell’umanità, giudicò – in modo delittuoso”. Ed allora, se “il bambino che riduce in brandelli o ne fa un giocattolo si comporta correttamente rispetto alla Bibbia”, deve ritenersi che “il nostro modo di trattare le cose dipende dal nostro piacere, dal nostro arbitrio: noi le usiamo a nostro piacimento o, meglio, le usiamo come possiamo” . Questo commento ci pare interessante se si prova a sostituire l’oggetto Bibbia, come complesso di norme e precetti, con l’oggetto diritto, viene sì preso di mira da Stirner come momento inautentico dell’io in quanto posto da una autorità superiore (Dio, Stato), ma non per negarlo, bensì come creazione, come attività da ricondurre alla volontà del singolo individuo, e ciò solo dopo aver provveduto a distruggerne la sua dimensione dogmatica o santa:

“Io cerco il diritto del sultano, non il mio diritto, io cerco un diritto – estraneo. Finché questo diritto estraneo non concorderà con il mio, non troverò mai, in queste corti, il mio diritto (…) Io solo decido se il diritto è in me; fuori di me non esiste alcun diritto (…) Proprietario e creatore del mio diritto, io non riconosco altra fonte del diritto che me stesso, né dio, né lo stato, né la natura, né l’uomo stesso con i suoi «eterni diritti umani», cioè né diritto divino né diritto umano”.

E difatti, questa modalità che Stirner registra di relazionarsi rispetto agli oggetti – cioè rispetto alle proprie creazioni di cui l’individuo viene immediatamente espropriato – in modo libero, secondo il proprio punto di vista, denuncia che ciascuno è in grado di poter decidere la realtà e la direzione di questi oggetti, derivandone che essi non vanno valutati in forza di un sistema contenente verità assolute, come tale già confezionato ed imposto all’individuo, bensì sulla base di quanto gli è utile o conveniente:

“Le cose sono per l’uomo ciò che egli è; «come tu vedi il mondo, il mondo vede te».

Ed ecco che subito si fa sentire il saggio consiglio: devi vederlo in modo «giusto, naturale», ecc. Come se il bambino non vedesse la Bibbia in modo «giusto e naturale» quando ne fa un suo giocattolo. Quel saggio consiglio ci viene dato, ad esempio, da Feuerbach. Le cose si guardano nel modo giusto quando di loro si fa ciò che si vuole (con il termine cose qui s’intendono oggetti in genere, dio, il prossimo, una persona amata, un libro, un animale, ecc.). E perciò non sono gli oggetti e il modo di vederli la cosa prima, ma io stesso, la mia volontà”.

Se dunque non esiste alcuna limitazione al proprio modo di concepire ed interpretare la realtà di questi oggetti, i quali di per sé non possiedono alcun valore intrinseco ed alcuna razionalità, essendo soltanto un prodotto della volontà dell’individuo, di una attività pratica che li costituisce, modifica o annulla, si può anche dire, seguendo questo andamento, che gli oggetti non verrebbero consegnati agli individui in maniera intuitiva, ma essi, in quanto oggetti umani, costituirebbero il risultato di un processo di appropriazione umana pratico-sensibile. Ne discende che l’oggetto deve connettersi ad un soggetto che senza di esso non sarebbe affatto tale, sicché ciascun individuo non giungerebbe semplicemente a percepire oggetti, in quanto per poterli percepire deve prima di tutto impadronirsene: “non quest’albero, ma è la mia forza o la mia disposizione sopra di lui che costituisce ciò che è veramente mio” , per cui “ogni giudizio che io esprimo su un oggetto è sempre creatura della mia volontà (…) io non disperdo me stesso in quella creatura, in quel giudizio, ma rimango il suo creatore, colui che giudica, che crea sempre di nuovo”. In questa autonomia, dunque, la libertà dell’individuo si manifesta come attività creatrice, non limitandosi a conferire un nuovo statuto ordinativo, ma ponendosi come costitutiva dell’oggetto. Ciò che, forse, in tale contesto può dirsi preponderante per Stirner è proprio il profilo intimo di questa libertà, a prescindere dal grado effettivo di sua realizzabilità, che non può non scontrarsi e/o confrontarsi con il senso del limite dato dall’oggetto: “la limitazione della libertà è inevitabile (…) non è possibile che l’uomo sia libero da ogni cosa”.

Ritornando al diritto, come cosa, oggetto, e seguendo il nucleo di fondo del discorso stirneriano, essenzialmente mirato a valorizzare il rapporto tra soggetto e oggetto, si scorge che esso deve pur sempre essere posto da un atto di volontà dell’individuo, per cui in un’ottica prettamente giusfilosofica, tecnicamente estranea a Stirner, il diritto «deve essere prodotto, formato». Si è visto che per Stirner non vi è alcun diritto naturale, sia perché la realtà è pervasa da un indistruttibile inquinamento ideologico (ed anche etico-politico), e dunque da un uso abusivo e surrettizio del termine naturale, che deve essere ogni volta smascherato e denunciato, sia perché il diritto acquista, se vogliamo, riflessività, esclusivamente mediante interpretazioni e valutazioni individuali. Come avanza Schmitt, esso non potrebbe mai «applicarsi, attuarsi o eseguirsi» da solo, poiché la sua esistenza richiede pur sempre l’atto volontario e “decisivo” di un soggetto, il quale, ri-costituendolo ogni volta di nuovo, ne concretizza il momento di regolazione. D’altronde, se così non fosse, “la mia creatura, cioè una determinata espressione della mia volontà, sarebbe diventata il mio padrone”. In altri termini, si può dire, mantenendo sempre ferme le distinzioni e le premesse di Stirner sul punto, che la scelta tra il soddisfare o meno l’esigenza sottostante la norma è in ultima istanza ri-messa sempre all’arbitrio del singolo: “Scelgo ciò che è conforme ai miei desideri e scegliendo mi dimostro – arbitrario”.

Il jus nel divenire directum implica l’attività ermeneutica, non potendo conseguire il suo obiettivo senza l’intervento conoscitivo di “colui che giudica, che crea sempre di nuovo”.

Si è detto che Stirner esamina la questione della legge, del diritto e dello Stato che incorpora un determinato diritto non nella sua dimensione oggettiva, cioè nel suo momento contenutistico, ma soltanto nel suo momento formale. E’ noto che nella realtà giuridica esiste una contrapposizione di fondo tra la norma in senso statico (o jus) e la norma in senso dinamico (il directum). La prima individua il momento giuridico squisitamente formale, che, cioè, funge da modello di azione e al quale è riconducibile la sua originaria connotazione precettiva. La seconda, invece, è riconducibile al concreto disposto che emerge da una attività positiva, creativa, nel corso della quale tra il soggetto (che valuta, giudica) e l’oggetto (jus) si instaura un meccanismo tale per cui ciascuno partecipa dell’altro e contribuisce a definirlo e a comporlo, come se in questa connessione, soggetto e oggetto avessero materialmente «a che vedere l’uno con l’altro». Questo percorso tra soggetto e oggetto sembra tracciare un rilievo non del tutto estraneo all’analisi di Stirner, dal momento che in esso persiste una attività nella quale il soggetto elabora e produce sé medesimo attraverso l’elaborazione dell’oggetto e del mondo materiale, così realizzando nell’oggetto le proprie infinite possibilità: «Possibilità e realtà coincidono sempre. Nulla si può che non si faccia, così come nulla che non si possa fare».

All’insegna di quella condizione originaria che ci vede preliminarmente soggetti in quanto costituiti da oggetti, Stirner, si è visto, respinge ogni possibile configurarsi della realtà secondo asimmetrie e polarità dominanti, criticando ad esempio l’io di Fichte che pone il suo essere solo mediante un’astrazione, cioè come qualcosa che esiste prima di se stesso e delle sue relazioni con il mondo, e dunque come nucleo a se stante, irreale, assoluto. Vale a dire che soggetto e oggetto possono essere compresi solo a partire da quell’essere che, diversamente, non è ma diviene, e che grazie al processo di appropriazione dell’individuo proprietario, cioè di colui che si ri-appropria finalmente del suo stesso essere depurato dal sacro e dall’ideologia – quest’ultima idonea a far credere all’individuo di potersi muovere nel mondo come soggetto autonomo, senza accorgersi di essere il mero prodotto di spazi simbolici già ampiamente anticipati e previsti – giunge ad una effettiva liberazione materiale:

«Dal primo istante – scrive Stirner – in cui l’uomo apre gli occhi alla luce del mondo, nel quale si trova gettato come un dado, cerca nella confusione che lo circonda di ritrovare e conquistare se stesso. Tuttavia ogni cosa con la quale il bambino entra in contatto non si lascia afferrare affermando in questo modo la sua indipendenza. E dal fatto che ognuno pretende di affermare se stesso, scontrandosi con il resto, ne consegue la necessità della lotta per l’autoaffermazione. Vincere o soccombere – questi sono i poli della lotta. Il vincitore diviene il padrone, il vinto lo schiavo: il primo eserciterà la sovranità e i «diritti sovrani», il secondo adempirà, con timore e rispetto, al suo «dovere di subalterno.»

La condizione che vede quell’uomo, come ci dice Stirner, che «gettato come un dado» nel mondo, cerca «di ritrovare e conquistare se stesso»; quelle cose con le quali «il bambino entra in contatto» e che tuttavia non riesce ad afferrare; quella necessità di riuscire ad «affermare se stesso», così come quel «vincere o soccombere» – non è proprio quella di un oggetto? Tutto ciò non vuole forse significare che l’uomo inizia la sua esistenza proprio come oggetto, come una sorta di macchina che risponde a impulsi producendo reazioni automatiche, dominato dal dolore e dal piacere, e quindi venendo al mondo prima come «creatura» e solo successivamente, incidendo sulla realtà che lo circonda, come «creatore»? Avere a che fare con il mondo, come ha colto acutamente Sartre, significa trattare con esso come se si avesse a che fare con un insieme di utensili mediante i quali ci proiettiamo nel mondo – da [pro] avanti [jacere] gettare; di qui quell’essere gettato fuori e in avanti: «il progetto unifica il campo utile intorno a sé, per farne una totalità che serva da sfondo agli oggetti particolari».

Il mondo è inizialmente iners, senza ars, inerte, morto, inattivo, incapace di qualsiasi partecipazione attiva, per cui può venire assorbito e dominato solo attraverso una successiva attività pratica. Quando Stirner afferma che “Fichte parla di un io «assoluto», io parlo di me, dell’io fugace”, significa fare riferimento non a un individuo che si autodetermina direttamente, che dunque esiste a priori, come dimensione isolata, meramente ripiegata su stessa, bensì ad un individuo che per potersi autodeterminare deve prima sperimentare il suo stesso farsi attraverso una attività di trasformazione, di ricerca, di creazione di sé e di tutto quanto lo circonda: “l’unico è l’atto di potere che esercita il suo potere – che si espande, delineando un mondo”, o ancora, un incessante “fare, un crearsi, un prodursi”. Come ha notato Roberto Escobar, l’io stirneriano vive nella continua dinamicità, non in forma statica o meramente ripetitiva, perché in ogni momento consuma se stesso e le proprie creazioni; non è un io assoluto, bensì caduco e mortale: “Contro il progetto e l’illusione di sopravvivenza, l’io dell’istante recupera pienamente il senso della caducità e della morte, argomenti che dissolvono non solo i fantasmi sovra-personali, ma anche il biografico fantasma personale. Immerso nello scorrere della caducità naturale, nel quale tutto conosce la fine, l’io dell’istante è un endliches Ich: un io finito o un io che ha fine”.

Il soggetto stirneriano, dunque, porta necessariamente impressa la determinazione del proprio oggetto, vale a dire di ciò che l’ha fatto inizialmente essere ciò che è, un semplice «dado» gettato nel mondo, sicché come l’interazione tra soggetto ed oggetto modifica l’oggetto, che non resta mai uguale a se stesso, così l’interazione tra oggetto e soggetto modifica il soggetto che, come ricorda Stirner, «cerca nella confusione che lo circonda di ritrovare e conquistare se stesso», quel «se stesso» che tuttavia non riuscirà mai a ritrovare immediatamente, né, tanto meno, nelle medesime forme e maniere. Tutta la critica che Stirner muove ad Hegel, d’altronde, precisandosi «come lotta per recuperare l’esistenzialità dell’io che era andata smarrita nel corso della metafisica occidentale», mira proprio ad una ri-valutazione del mondo oggettivo, per cui ri-appropriarsi di esso, ri-appropriarsi degli oggetti che ci dominano e con i quali abbiamo quotidianamente a che fare, la ri-conduzione dei concetti alla loro fonte, vale a dire l’Io, e dunque il possesso e la possibilità d’uso degli stessi, non può che implicare nel discorso stirneriano il far sì che il soggetto possa costituirsi come dominatore di un determinato oggetto solo a condizione di sviluppare un rapporto attivo con esso:

«Pensare egoisticamente non significa attribuire a cose qualsiasi un valore proprio o «assoluto», ma significa invece cercare il loro valore in me»

Se dunque l’oggetto è nella prassi umana e la prassi umana crea questo oggetto; se, come si è detto, il soggetto stirneriano non è un concetto astratto, non è un a priori che universalmente si contrappone al mondo come suo oggetto, salvo poi perdere questa universalità per alienazione; se esso non è lo spirito che si auto impone comprendendo se stesso; se invece esso è un soggetto particolare, singolare, finito e mortale, che sa di non essere absolutum, cioè privo di rapporti, di relazioni, che sa di essere determinato in forza di un peculiare rapporto reciprocamente collegato alle condizioni della sua esistenza, da intendersi non solo (ed esclusivamente) quale espressione di ineluttabili rapporti sociali, ma anche di relazioni con la propria vita direttamente corporea ed emozionale – solo così, forse, è possibile immaginare un soggetto capace di riconoscere nell’oggetto la propria negatività, cioè un soggetto capace di porsi al di sopra di questa vicenda di oggettivazione, perché una soggettività che si pone senza alcun tipo di implicazione con l’oggetto, non è «soggetto di nulla», neanche di se stesso.

In questo senso, come reclama Stirner, porsi contestualmente come creatore e come creatura, non può che delineare la loro ineludibile «co-implicazione», con ciò rivelandosi essenziale al costituirsi della soggettività, il cui prerequisito sottende «proprio quella distinzione e alterità tra soggetto e oggetto».

ADVERSARIAL: “CAOS VORTICOSO CHE INGOIA ORIZZONTI “

Freddo
Spirali si distendono nel profondo
Esteso
Denti che digrignano in irriverenza agli dei

E cade attratto dal fulmine
Serpente cometa attraverso un affresco di oscurità
Incubo di divinazione tortuoso in agguato
Caos vorticoso che ingoia orizzonti
E possiede l’obiettivo contro la mano della creazione
Per divorare attraverso la natura inestinguibile
Insediato-raccoglie l’occhio della dannazione
Salva la morte come ultima rivelazione

Libagioni di stelle decadute
Per un mondo di onice, che puzza di antico
E cavernoso questo luogo saturo
Bevendo da un calice di osso con sangue di serafino

Slegato, spirali e intemperie che affogano dio nell’aria

Il serpente affascinato nella sua riverenza ciclica
All’inevitabile epurazione verso l’abisso
Non vacillare di fronte alla comunione
Corrompendo il divino dentro un buco nero…

LA MASSA DI PERDIZIONE DEVE MORIRE…

Ma quale interesse c’è a predicare a questi miliardi di sonnambuli, che camminano verso il caos con un passo uguale, sotto la guida dei loro seduttori spirituali e sotto la bacchetta dei loro padroni?

Sono colpevoli, perché sono innumerevoli, la massa di perdizione deve morire, in modo che una rinascita dell’uomo sia possibile.

Il mio prossimo non è un insetto cieco e sordo, il mio prossimo non è più che un automa spermatico, il mio prossimo non sarà mai una preda anonima che oscura e confonde le idee.

Questi sono i vari aborti dell’uomo e noi li lasciamo assommare durante la notte nelle loro gioie e i loro dolori assurdi.

Cosa ci importa del vuoto di questi schiavi?

Nessuno li salva, ne loro si salvano chiaramente, tutto è ordinato per precipitare nelle tenebre, sono stati generati a caso dagli accoppiamenti, allora sono nati uguali ai mattoni fatti con lo stampino, formano righe parallele, dove la massa emerge. Sono questi uomini? No. La massa della perdizione non è mai costituita da uomini, perché l’uomo è solo il preludio, dal momento in cui la folla è la tomba della condizione umana.

PROPRIETARIO E MODERNITÀ: IL SIGNIFICATO POLITICO DELL’EGOISMO DIALETTICO

IL METODO E IL CONTENUTO DELL’EGOISMO DIALETTICO

Il punto di partenza di “L’Unico e la sua Proprietà”, è la dialettica di Stirner, formulata nel dibattito sulle differenze tra gli antichi e i moderni, e le tensioni all’interno dell’ideologia della modernità avanzata. La discussione di Stirner sulle caratteristiche della modernità e la trasformazione del pensiero all’interno di essa costituiscono un’anticipazione al concetto centrale nell’analisi della modernità di Stirner: il Proprietario.

Stirner deriva due altri concetti dal “Proprietario”, che gli permettono di insinuare la ricostruzione di sé e l’auto-altro rapporto come forme alternative di resistenza alla modernità: l’Unico e l’Unione degli Egoisti.

Le idee fisse sono minacce al benessere interno ed esterno dell’individuo, indipendentemente dal fatto che l’analisi sia incentrata sui concetti di “dèi” e “cielo” che si trova tra gli antichi, o “umanità” e “società” che si trova tra i moderni. La trasformazione storica dall’antichità alla modernità comporta l’ascesa del “dominio della mente” in cui i concetti e i metodi della filosofia, della scienza e dell’umanesimo cominciarono a dominare la politica, la cultura e l’interazione quotidiana delle persone.

Stirner era inequivocabile, ma anche troppo ottimistico nel suo giudizio, in cui l’umanesimo sarebbe probabilmente l’ultima trasformazione della modernità, l’ultima filosofia alienata: “l’Uomo è l’ultimo spettro maligno, il più ingannevole o più intimo, il bugiardo più furbo con un aspetto onesto, il padre delle bugie.” La dialettica egoista di Stirner, nella critica dell’antichità e della modernità, fornisce un punto di osservazione in cui tutte le culture e tutti i periodi storici possono essere contestati.

Il suo interesse primario è quello di sviluppare una sfida egoista alla moder-nità fondata sul concetto di proprietario. Il capitolo esamina la nozione di Stimer di proprietario e di altri concetti da lui derivati per promuovere la resistenza alla politica e alla cultura della modernità. L’intento è quello di riassumere i concetti di “Proprietario”, “l’Unico”, e “l’Unione di Egoisti” per definire un Fondamento, ed esaminare l’influenza sulle relazioni teoriche con gli scrittori discussi nei capitoli che seguono.

La filosofia di Stirner in “L’Unico e la sua Proprietà”, emerge come un “presupposto superiore” dal conflitto tra il pensiero materialista dei pensatori illuministi e l’idealismo manifesto negli scritti di Hegel, Feuerbach, e il giovane Hegeliano. Per Stirner, la chiave per l’individualità è la realizzazione dove gli interessi e i bisogni sono unici come le persone.

L’esistenza e l’identità delle persone non possono essere ridotte ad astrazioni come l’umanità e la società, senza produrre danni significativi alla capacità degli individui di pensare per se stessi e di agire per proprio conto.

Le istituzioni sociali nel mondo moderno funzionano sulla base di reificazioni, come l’umanità e la società. Così, lo stato, la cultura e la società tendono a combattere contro l’auto-godimento e l’auto-realizzazione dell’individuo.

Elevano anche l’obbedienza e il conformismo come valori sociali primari. Il messaggio centrale di “L’Unico e la sua Proprietà”, è che spetta all’individuo scoprire e lottare per ciò che è, e cosa è. Non ci sono assoluti morali o punti di riferimento ideologici al di fuori della realtà e dei valori scelti dall’individuo. Il concetto di Stirner di “proprietario” o “proprietà” è un concetto di opposizione che ravviva la natura dell’autonomia individuale e incoraggia gli individui a resistere ai valori, alle credenze e alle identità che lo stato, la società e la cultura tentano di imporre alle persone.

La persona o “l’Unico” esiste in opposizione allo stato e la società proprio a causa della capacità di affermare se stesso, su chi sono, cosa pensano, e come si comportano. Il concetto Stirneriano di proprietà o “proprietario”, ha un rapporto chiaro con le nozioni di libertà individuale e autonomia, così come comporta elementi di egoismo psicologico ed etico.

Tuttavia, il “proprietario” non può essere ridotto a nessuna di queste idee. Certamente, i concetti Stirneriani di libertà, identità e realtà sono fondati sulla nozione di “proprietario,” che è radicato nella nozione di libertà di Hegel come consapevole auto-determinazione.

“L’Unico e la sua Proprietà”, è un potente attacco alla religione, all’autorità politica, e alle filosofie dei contemporanei di Stirner, che avevano orientamenti socialisti, comunisti o umanisti. Il suo attacco alle filosofie e religioni sistematiche prevalenti durante la sua vita comporta un’opposizione agli assoluti morali e un rifiuto delle filosofie astratte e generalizzate. L’individuo umano è il centro della sua analisi. Nel rifiutare tutte le idee fisse o le costruzioni artificiali della scienza, filosofia e cultura, Stirner identifica il sé elementare o l “Unico”. Egli sostiene in “L’Unico e la sua Proprietà”, che possiamo avere una certa conoscenza solo dell’individuo unico. L’unicità dell’individuo unico è la qualità che ognuno deve coltivare per dare un senso alla propria vita. La realtà e il valore di tutte le idee fisse o concetti generalizzati, come “Dio”, “l’umanità”, “uomo”, “coscienza di classe”, “giustizia sociale” e “consapevolezza della razza”, sia che si trovino nella religione, che nella filosofia, la cultura o la politica, devono essere respinti.

Politicamente e in maniera comportamentale, questo significa che l’individuo non deve nulla, non l’obbedienza, non la lealtà, né le risorse, a entità esterne o a concetti, comprese le nazioni, Stati, classi, razze, o gruppi etnici. Tutti i costrutti religiosi, scientifici e culturali che cercano di imporre o promuovere una identità comune o collettiva, sono degli spettri falsi, vincolanti e senza scopo che mancano di un significativo referente nel mondo materiale.

La sfida del “Unico” è di resistere a tutti le forzature per creare e imporre tali spettri.

Come studente di Hegel, Stirner era acutamente consapevole sia delle dimensioni interne ed esterne dell’esistenza umana che della libertà. Capì chiaramente la natura e l’importanza di ciò che Thomas Hobbes e Isaiah Berlin chiamarono “libertà negativa”, una condizione in cui l’individuo si sbarazza di controlli esterni o dove c’è un’assenza di coercizione. Berlin sostiene che la nozione di “libertà positiva”, che si riferisce al possesso della persona desiderata, contribuisce significativamente al benessere umano.

Stirner è molto più interessato al “proprietario” o la nozione cui la persona possiede la capacità di ottenere le cose relative ad una vita compiente, in particolare la capacità di affermare la proprietà sul pensiero e il comportamento.

La “libertà positiva” di Berlin è diversa dal concetto di “proprietario” di Stirner. ” Sono libero di quello di cui mi sbarazzo, proprietario di ciò che ho in mio potere o quello che controllo. Io sono in ogni momento e in tutte le circostanze, mio, se so come possedermi.” Il Proprietario sorpassa entrambe le forme di libertà. Comprendere il Proprietario richiede che la libertà e il proprietario siano differenziati e messi in opposizione.

Stirner crede che la libertà sia usualmente un “ideale” o uno “spettro” nel discorso politico. Si tratta di una “parola vuota”, soprattutto quando le persone non hanno la “forza”, capacità, o il potere di acquisire ciò che vogliono, di divertirsi, o di condurre una vita soddisfacente. Per Stirner, la libertà, in particolare la sua forma negativa, è di solito equivalente a un “permesso inutile” conferito da un estraneo o agente esterno, come lo stato o il collettivo. Il concetto moderno di libertà è radicato nell’etica cristiana: gli esseri umani devono essere “liberi” di scegliere la salvezza; cioè, essi devono essere liberi dal peccato.

Essi devono, quindi, essere liberi di scegliere l’abnegazione. Essi devono essere liberi di scegliere di essere il servo dei giusti. La libertà è una “nostalgia, romantica, conforme, una speranza cristiana per il sopra-naturale e l’avvenire.” A seguito della difesa appassionata di Milton della libertà in Areopagitica, la libertà è l’espressione della volontà di Dio, o un affare con l’essere supremo cristiano: la libertà è concessa a condizione che le persone la usino come diretto dal potere dell’altro.

Essa offre l’opportunità di una prova di fede e di auto-rinuncia.

La persona passa questa prova attraverso omaggio e acquiescenza, e, in cambio, riceve la vita eterna e l’emancipazione dall’oppressione da questa vita. La libertà comporta accordi simili o contratti impliciti tra il cittadino e lo stato nel liberalismo politico, l’operaio e la società nel liberalismo sociale, e l’essere umano e la cultura nel liberalismo umano.

In ogni caso, la persona- un individuo con un ego- deve negare o rinunciare a sé stesso e sottomettersi ad un’astrazione esterna. Il concetto modernista di libertà, radicata nel cristianesimo e nella politica del liberalismo, insegna solo che le persone devono “sbarazzarsi” di se stesse?

La libertà è qualcosa che la persona non può portare avanti o creare, senza un azione e una convinzione propria. Se gli individui desiderano e aspirano solo alla libertà, questa rimane un ideale o uno spettro. Nella vita politica, dove c’è azione al di là dell’aspirazione, la libertà scende sempre ad una particolare libertà che include l’intento di imporre un nuovo “dominio”. Per la borghesia, la libertà era uno strumento retorico che aiutava il rovesciamento della monarchia e dell’aristocrazia e l’imposizione del liberalismo politico, o lo stato democratico costituzionale. Per i socialisti e i comunisti, la libertà significava il rovesciamento della borghesia, l’espropriazione della proprietà, e l’imposizione di un regime autoritario e collettivista.

Per gli umanisti, la libertà significa la distruzione della religione, la divinizzazione dell’umanità e l’elevazione della filosofia speculativa e della scienza come arbitri della verità e della moralità. I “combattenti della Libertà” lottano tipicamente per una particolare libertà e, di conseguenza, per un nuovo dominio, un nuovo regime con nuove idee fisse o reinterpretazioni di quelle vecchie. I combattenti della Libertà prendono con piacere la libertà come uno strepito politico e un assembramento, quando si adatta alla loro causa, ma sono ansiosi di lasciarla andare via, quando è scomoda o contraddice il loro ordine del giorno. La libertà è in definitiva conferita in un processo politico dallo stato, un partito politico, o una dottrina scientifica. È una condizione che pone la persona in uno stato di dipendenza da un’organizzazione sociale.

Il Proprietario è diverso. Essere Proprietario non implica una mancanza di vincoli. Si tratta di un tipo di azione in cui la persona acquisisce e possiede idee o oggetti come proprietà. Soprattutto viene affermata la proprietà sul corpo, la mente e il sé.

Essere il Proprietario è tutto il mio essere ed esistenza, sono io stesso. Sono libero di quello di cui mi sbarazzo, proprietario di ciò che ho in mio potere o quello che controllo. Io sono in ogni momento e in tutte le circostanze, mio, se so come essere me stesso e non dipendere dagli altri.

TOD HUETET UEBEL: “DECADENZA”

La mia anima nel tuo viso
Non è altro che uno spettro vagabondo
Caotica oscurità in me
Nient’altro in questo mondo che voglio alla fine

Alla Fine questa utopia struggente
La notte sarà il nuovo giorno

Le religioni sono annientate
I miei sentimenti di auto-esilio
Sarò la morte della Falsità
Dichiaro Guerra all’Umanità

Odio, Eresia, Distruzione
Nell’oscurità sanguineranno delle vite
Dolore, Blasfemia, Morte
Le ombre falciano per la Decadenza

Le Catastrofi saranno vomitate
Chiese e santità bruciate
Un dio morto distrutto
Sacri escrementi banditi

Il pianeta guidato dai germi
Solo i forti sopravvivono nel peccato
Emano dalle macerie alla crudeltà
Per invadere il vuoto cristiano
Dal tuo sangue incidi il mio stemma
La più pura verità rinnegata

Odio, Eresia, Distruzione
Nell’oscurità sanguineranno delle vite
Dolore, Blasfemia, Morte
Le ombre falciano per la Decadenza

Niente e nessuno soccomberà
La Decadenza scorre senza pietà
L’oscurità e il cielo si scioglieranno
La Fine del Mondo è la mia volontà

Annientamento Universale
Disprezzo Animale

La vita inerte sarà degradata
Spargerò il caos nel tuo nulla
Tempesta di fuoco infernale per l’eternità
Tutto sarà un manto di tenebre

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