VANSKÖPUN: “LA FAME DEL VUOTO SENZA FONDO”

Il regno si spezza nei cuori di tutti gli uomini
Anche dopo che i sogni sono iniziati
C’è qualcosa che c’è bisogno davvero di dimostrare?
Davanti alla bocca, la tua anima, nel vuoto senza fondo, è stata battezzata

La fame del vuoto
Cerchi un varco?
Qui non c’è niente che ti aspetta
tranne la morte …

Perché tutto finisce …
Tutto finisce …
Tutto finisce …
Perché eri cenere e cenere tornerai

Oh, il vuoto ha fame
Cerchi un varco?
Qui non c’è acqua, solo sete
In un pozzo senza fondo
Il recinto della morte oscura
Qui non c’è carne, solo la fame
In verità, in verità, ti dico
Qui non c’è vita, solo morte …

GODIAMO DEL CAOS INSINUATO DENTRO L’ORDINE…

Ed è per questo che camminiamo fino alla morte, senza speranza e riparo, alienati e posseduti, la storia ci grazia e ci consegna al destino, sempre più forte grazie al nostro lavoro.

È troppo tardi, tale è l’unica certezza, siamo in pezzi e non possiamo neanche supporre una sintesi, possiamo progettare ma non rispondiamo, stiamo cercando di fuggire e troviamo questa fuga, un’arte per sottrarci alla nostra coerenza.

Questo moto che non si ferma più, è spiacevole ma lo teniamo stretto come una delizia, approviamo tutto ciò che ci da fastidio.

Ci piace questo Caos dispotico insinuato nell’ordine e ci liberiamo dalla morte a scapito dei nostri fini.

L’umanità vuole pienamente ciò che subirà, ciò che l’ha abbandonata, senza costrizione o smentita, si rifiuta di capire il poco che la divora, aborre chi la avverte e con un accordo comune tra di essi, saranno ridotti al silenzio dal potere civile e dal potere religioso, i rari che tranquillizzano i non vedenti commuovendo i sordi.

L’INTUIZIONE NIETZSCHIANA DELLA REALTÀ POLITICA

Il pensiero di Nietzsche riguarda le necessità di base e sempre quelle delle relazioni umane, in particolare lo stato, la guerra e la pace, quindi l’attuale situazione politica, la democrazia europea. Non è la determinazione concreta del contenuto particolare che è essenziale per questo pensiero, ma la grande intuizione in quanto tale, da cui risulta la direzione presa dalla “grande politica”.

Le necessità primarie che dominano tutte le relazioni umane

I limiti che racchiudono l’esistenza umana, nello stesso tempo in cui gli conferiscono l’esistenza, sono la necessità del governo da parte di un’autorità sovrana, cioè lo stato e, inoltre, la guerra e la pace. nello stato di possibilità continua. Nietzsche parla raramente del significato dello stato e della guerra nella loro forma specificamente storica, e della loro trasformazione così come della loro azione decisiva sulle costellazioni storiche. È più vero dire che, quando filosofeggia, che ha essenzialmente la visione del limite che noi siamo.

Lo stato: quello che è il principio dello stato, costituisce la realtà essenziale di una forza distruttiva per Nietzsche. Ma senza di essa, non esiste la società umana e gli individui creativi. “Sono solo ganci d’acciaio dello stato che stringono le grandi masse l’una contro l’altra, così che … la società deve differenziarsi in una costruzione a piramide”. Di conseguenza, lo stato si basa su una necessità umana, che viene imposta anche interiormente. Nonostante il suo potere, che misura la vita, è accettato come una buona cosa. Quindi tutta la storia insegna non solo “quanto i piccoli subordinati si preoccupino poco dell’origine orribile dello stato, ma anche della dedizione entusiastica ad esso, quando i cuori si aprono involontariamente alla magia dello stato nella sua formazione, con il presentimento di un’intenzione invisibilmente profonda … anche se lo stato è considerato ardentemente come la fine e il culmine dei sacrifici e dei doveri dell’individuo “.

Interrogandosi sull’azione che questa condizione di vita esercita sull’uomo, Nietzsche vuole illuminare il significato e il valore dello stato. Vede in esso il potere che contraddistingue l’uomo, la gente e la cultura.

C’è cultura solo dello stato. Ciò, tuttavia, non può esistere senza una schiavitù soddisfatta e senza le condizioni che danno vita allo stato, è “l’avvoltoio che mangia il fegato di chi usa il metodo di Prometeo “. Sfidare queste condizioni significherebbe sfidare la stessa civilizzazione. Solo lo stato dà una durata alle situazioni umane. Se si deve riniziare continuamente, nessuna civilizzazione può crescere. Inoltre, “il grande oggetto dell’arte dello stato deve essere la durata; compensa qualsiasi altro obiettivo, perché ha più valore della libertà “. La situazione attuale, dove nulla è proiettato a lungo termine, è per Nietzsche un segno di uno stato di debolezza. La rovinosa differenza tra “la nostra vita agitata di effimeri e la tranquillità a lungo termine delle epoche metafisiche” significa che l’individuo non riceve alcun impulso abbastanza forte da costruire istituzioni solide, stabilite nel corso dei secoli.

Nella necessaria realtà dello stato, Nietzsche mostra allo stesso tempo il pericolo. Se lo stato si distacca dalle fondamenta creative, diventa il potere che distrugge la vera anima dell’uomo livellandola. Quando, glorificandolo come tale, Nietzsche chiama lo stato il nuovo idolo; vede in esso il nemico di ciò che il vero stato deve permettere e produrre: il popolo, la cultura, l’uomo come individuo creativo.

Lo stato che ribalta il suo obiettivo diventa prima la “morte dei popoli”. “Il più freddo di tutti i mostri, giace freddamente. Io, lo stato, sono la gente. Se la gente non vive nello stato, allora la massa comanda: “Troppi uomini vengono al mondo: lo stato è stato inventato per coloro che sono superflui”.

Lo stato che non raggiunge il suo obiettivo diventa, in secondo luogo, il nemico della cultura. Quando vede nello stato moderno lo strumento di forza non creativo e del troppo potere della massa del “superfluo”, Nietzsche si oppone alla glorificazione dello stato che lo ha ispirato alla cultura greca, perché nato da questo: “Uno stato civile è solo un’idea moderna … Tutte le grandi epoche sono momenti di decadenza politica: ciò che è stato culturalmente grande è stato non politico: e persino anti-politico. Il cuore di Goethe si è aperto al fenomeno di Napoleone – ha chiuso le guerre di indipendenza “. “La cultura è indebitata nient’altro che in tempi politicamente deboli”.

Terzo, lo stato diventa deleterio per l’individuo. È un’organizzazione abile per la protezione degli individui, dell’uno contro l’altro: se si esagera, nobilitando lo stato, l’individuo sarà indebolito, anche dissolto, in modo che lo scopo originale dello stato venga distrutto nel modo più radicale “. “Dove finisce lo stato, inizia solo l’uomo che non è superfluo, inizia il canto della necessità, la melodia unica e insostituibile”.

Nietzsche riduce nel modo più estremo il valore dello stato: “L’azione con cui un uomo si sacrifica per lo stato, per non diventare un traditore del suo ideale, è forse la massima realizzazione che giustifica tutta la realtà di questo stato agli occhi dei posteri “.

Nonostante tutto ciò di discutibile nelle particolari manifestazioni dello stato, Nietzsche conserva lo stato come limite della realtà umana e la sua grandezza. Per gli uomini più nobili lo stato ha avuto un immagine migliore, perché? Non sono le opinioni della prudenza, ma gli impulsi dell’eroismo che hanno prevalso nella nascita dello stato: la convinzione che esista qualcosa di più elevato della sovranità dell’individuo. Porta “a venerare la razza e gli anziani … a rispettare i morti … a ciò che è spiritualmente superiore e vittorioso: la gioia di non incontrare il proprio modello di persona”.

In questo, quindi, dove è il principio del movimento del popolo, della possibilità di civilizzazione e degli individui creativi, che lo stato è per Nietzsche, il benvenuto. Ma dove consolida la massa e la mediocrità, dove non si congiunge più a uomini insostituibili, ma solo al “superfluo” per quanto è sostituibile, Nietzsche lo rifiuta come corruzione dell’uomo.

A questa dualità di aspetto dello stato corrispondono, secondo Nietzsche, due significati della parola esatta. Il diritto è sempre “volontà di eternità, una relazione di potere che è esattamente attuale”. Ma questa relazione di potere può essere il dominio dei desideri medi che cercano la legge solo per assicurare loro la realtà. Finché si è in questa relazione, il diritto si trasforma in leggi che si accumulano all’infinito. Può anche accadere che la relazione di potere, che è il principio della legge, cerchi di stabilire il dominio della parte nobile dell’umanità. Quindi il diritto diventa il consolidamento di una gerarchia di creatori. Se nel primo caso il legislatore non è altro che un potere legislativo impersonale, diventa, nel secondo caso, nessuno, e quindi più di una legge. La ragione della punizione è anche essenzialmente diversa: nel primo caso, è un atto di utilità (vendetta, mezzo di intimidazione, miglioramento) a beneficio della società o del criminale; nel secondo caso, la punizione procede dal desiderio di formare e diventa un’immagine del vero uomo, la norma del diritto. “La società deve presupporre che rappresenti il più alto tipo di uomo e ne tragga il diritto di combattere tutto ciò che è ostile ad esso e ciò che è di per sé ostile”.

Qualunque sia il modo in cui lo stato appare a Nietzsche, non glorifica lo stato stesso, ma vede senza illusioni la realtà di esso e il suo significato come una funzione grazie alla quale l’uomo può essere elevato o livellato. Il requisito che impone, di servire il significato ultimo dell’uomo e le sue possibilità creative, diventa un criterio per valutare le realtà dello stato.

Guerra e pace: Nietzsche considera la guerra, secondo la quale, nella propria realtà inevitabile limita l’uomo (distruzione e allo stesso tempo condizione). La guerra è peculiare allo stato come l’autorità suprema del corso degli eventi. Nascita e rinascita. Senza guerra lo stato scompare. La guerra e la possibilità della guerra risvegliano la sensazione dello stato del suo torpore. Il giovane Nietzsche esprimeva già questo: “la guerra è una necessità per lo stato, così come lo schiavo per la società” e in seguito Nietzsche ripete: “La vita è una conseguenza della guerra, la società stessa, un mezzo per la guerra “.

Ma Nietzsche non è un nemico della pace o il glorificatore della guerra. La sua onestà non può assumere una posizione definitiva – come se un limite noto della nostra esistenza fosse soggetto al nostro giudizio e alla nostra legislazione.

Anche Nietzsche approfondisce l’idea di pace. Ma la pace di Nietzsche ha un carattere diverso dal pensiero pacifista che vuole raggiungere la pace con la preminenza degli eserciti, cioè con la forza, o raggiungerla con una graduale smobilitazione. A tutte queste utopie, si oppone a un’altra utopia: “Potrebbe essere un grande giorno in cui un popolo che si è distinto in guerra e in pace … esclama liberamente: spezziamo la spada. Per rendersi innocui, mentre uno era il più armato, e questo, basandosi sulla grandezza del sentimento, è il mezzo della vera pace. I nostri rappresentanti del popolo penetrati dal liberalismo sono carenti, come sappiamo da tempo nel riflettere sulla natura dell’uomo. Altrimenti saprebbero che stanno lavorando invano, quando lavorano per una graduale riduzione degli aggravi militari “.

Questa idea eroica di pace è radicalmente diversa da ogni pacifismo. Si occupa di tutto ciò che è essenziale nell’atteggiamento dell’uomo. È lontana dall’idea di Kant di pace eterna. Secondo questa idea, le precise condizioni della possibilità di pace si sviluppano attraverso i principi della ragione. Entrambi (Kant e Nietzsche) non pensano alle possibilità dirette di una vera politica, ma illuminano un requisito intellettuale. Fino alla fine, Nietzsche non ha rifiutato l’idea di pace, anche se fosse stata solo una possibilità. Se è seria, questa idea non può in alcun modo cercare, afferma chiaramente Nietzsche, di realizzare se stessa con la forza o solo di voler combattere in qualsiasi ambito usando la forza. Prevede “un partito di pace” che, senza sentimentalismo, non solo difende se stesso e i suoi figli dalla guerra, ma respinge qualsiasi percorso in cui possa apparire un possibile uso della forza e quindi si difende per servire come i tribunali. Questo partito non vuole assolutamente combattere. Poiché è onesto, non è indifeso, ma a causa dell’elevazione del suo essere, rinuncia alla forza, non conosce risentimento, quindi si oppone a qualsiasi sentimento di vendetta e qualsiasi risentimento. Poiché in sostanza è assolutamente estraneo al solito comportamento dell’uomo, questo partito “evocherà infallibilmente contro di lui la lotta, l’opposizione, la persecuzione; una festa degli oppressi, almeno per qualche tempo; poi la grande festa. “

Ma, nel partito per la pace, Nietzsche si oppone immediatamente al partito emergente della guerra, che, agendo nella direzione opposta con una conseguenza altrettanto spietata, onora in pace lo strumento delle nuove guerre; Nietzsche non vede la situazione limite della condizione umana e non ignora spontaneamente la realtà esistente.

La necessità delle guerre risulta innanzitutto dal punto di vista psicologico della tendenza dell’uomo all’estremo: “Oggi le guerre sono le più grandi eccitazioni immaginate, ora che tutti le estasi e gli allarmi cristiani sono finiti. I pericolosi viaggi di esplorazione, le traversate, le scalate sono i sostituti non detti della guerra. Sembra inevitabile per Nietzsche che l’oscura pressione esercitata sull’uomo dia luogo a guerre, se deve preservare le sue possibilità di sopravvivenza. “È inutile aspettare ancora l’entusiasmo dell’umanità, se non ha appreso a fare la guerra”. Si apprezzerà che “un’umanità di così alta cultura, e quindi stanca com’è l’Europa oggi, ha bisogno non solo di guerre, ma anche di quelle più terribili – dai ritorni momentanei in Europa. Barbarie: non consumarsi in mezzo alla civilizzazione, al progresso e all’esistenza “.

Le affermazioni rinomate di Zarathustra sulla vita pericolosa hanno la loro origine nei sentimenti filosofici primitivi: “E se non puoi essere i santi della conoscenza, sii almeno i guerrieri … Tu dici che è la buona causa che santifica ogni causa … Quindi vivi la tua vita di obbedienza e guerra! Cosa conta la vita? Che un guerriero vuole essere risparmiato. Ma chiunque (come il santo della conoscenza) non fa la guerra, deve tuttavia “imparare da essa, portare la morte vicino agli interessi per i quali si combatte, che ci rende rispettabili”.

Tuttavia, Nietzsche non cerca di glorificare la guerra in quanto tale. La guerra, come la natura, è indifferente al valore dell’individuo. Si può dire che è a suo svantaggio “che rende il conquistatore stupido, il malvagio sconfitto, a suo favore che, con queste due trasformazioni di cui abbiamo appena parlato, introduce la barbarie e quindi lo riporta alla natura: è per il bene della civilizzazione, è torpore o svernamento, l’uomo esce più forte per il bene e il male “.

Queste concezioni sono progetti limite e non si lasciano ingannare dalla condizione e dall’origine di una vita reale. Nietzsche va a quello che ha sollecitato e agli ultimi atteggiamenti, senza abbandonare le fondamenta da cui si sviluppano in possibilità opposte. Il suo pensiero viene ripristinato nel movimento attraverso tutte le possibilità. Esso perde il suo significato non appena i pensieri particolari vengono colti nel loro isolamento. È solo la totalità delle possibilità che mostra la figura dell’essere-là, così che il suo sguardo costringe alla grandezza dell’intuizione, alla profondità dell’incontro, alla scelta entusiastica di ciò che Nietzsche chiama grande politica.

La situazione politica attuale (la democrazia)

Stato, guerra e pace possono storicamente subire trasformazioni indefinite nelle loro forme. Che tutte le relazioni umane siano un continuo divenire, rende tutto il presente un passaggio. Per Nietzsche, il suo tempo era un momento decisivo per la storia universale, un tempo che va per millenni; è la fine di tutta la storia precedente e il possibile inizio di una nuova storia. Guardando il momento attuale, vede, per così dire, la situazione; La democrazia gli sembra circondare tutto, determinare tutto. Solo esso può produrre il terreno dove cresceranno le forme future. È la realtà politica che appare dopo la rivoluzione francese. Secondo il primo riconoscimento di Tocqueville in tutta la sua portata: “La democratizzazione dell’Europa è inevitabile”. Chiunque si oppone può farlo solo con i mezzi che il pensiero democratico porta, quindi facendo avanzare la democratizzazione stessa. Le azioni politiche dirette contro questo, servono solo a promuovere la democrazia. La democrazia è l’inevitabilità che minaccia tutto ciò che rimane nella propria radice.

Ciò che la democrazia è, in larga misura rimane incerto. Nietzsche non prevede nessuna delle forme di costituzione, nessuna teoria o dottrina politica. Questa non è la teoria della volontà del popolo, che è imposta dalla democrazia, la stessa volontà del popolo è sfuggente e determinata solo dalla forma in cui raggiunge il dominio, questo a sua volta segna la sua impronta. Se si vuole vedere l’espressione della democrazia nel diritto di voto generale con cui la maggioranza ha la decisione finale sul benessere di tutti, Nietzsche risponde che la fondazione di questo diritto non può essere la maggioranza, perché il dominio è basato su di esso. È l’unanimità di tutti coloro che manifestano la volontà di sottomettersi alla maggioranza. “Ecco perché la contraddizione di una piccolissima minoranza è già sufficiente per rendere impraticabile il suffragio universale: e la non partecipazione a un voto è proprio una di queste contraddizioni che rovesciano l’intero sistema elettorale”. Riflessioni che spesso si fanno di questo tipo e di altri tipi, per Nietzsche sono totalmente superficiali. Ciò che intende per democrazia è piuttosto un processo che termina in profondità. Primo, lo stato e la forma di governo sono stati per un millennio e mezzo le norme della religione cristiana, che determinano ancora gli obiettivi del movimento democratico, sebbene siano formalmente rifiutati come obiettivi religiosi. In secondo luogo, con l’agonia della fede cristiana, lo stato e il governo devono ora fare a meno della religione.

L’origine cristiana spiega l’istinto fondamentale che Nietzsche crede di riconoscere in tutte le manifestazioni della democrazia europea. Mentre in Grecia l’uomo ha avuto il più grande sviluppo, l’abuso del potere fatto da Roma ha portato i deboli alla rivolta con successo nel cristianesimo. Come risultato di questa rivoluzione, la storia europea di Nietzsche divenne la vittoria sempre ripetuta dei deboli, la continua rivoluzione della plebe e degli schiavi, una rivoluzione che spingeva per la vittoria finale della democrazia e del socialismo.

Da parte sua, l’agonia già iniziata della fede cristiana dà il via al movimento democratico attraverso il quale, ora, le masse governano e vogliono essere governate senza religione. Nietzsche abbozza l’immagine di questo evento; è realizzato attraverso vari cambiamenti e trasformazioni.

Governare è stato reso possibile e duraturo perché, in tempi di miseria e sfiducia, ha soddisfatto il sentimento, liberando il governo e la religione da ogni accusa, proteggendo l’unità dei sentimenti della gente. Anche quando la religione inizia ad avvizzire, le fondamenta dello stato vengono scosse. Allora le spinte democratiche – sono essenzialmente un cristianesimo secolarizzato – diventano dominanti. Ma cadendo sotto il potere di questi impulsi, il governo dello stato non è più un mistero, si impone solo come l’organo della volontà del popolo. Il governo non gode più alcuna sanzione religiosa. Dopo molti eventi emotivi e tentativi vani, la sfiducia di tutto ciò che governa è alla fine vittoriosa: “La morte dello stato, la furia della persona privata (sto attento a non dire: l’individuo) è la conseguenza del concetto democratico di stato. “La democrazia moderna è la forma storica della decadenza dello stato”.

Attraverso sempre nuove analisi e critiche, Nietzsche ha gettato una luce completa sulla totalità della situazione democratica, che è quella dei miscredenti, che vivono con le catene degli ideali cristiani, ideali che ora non sono più inclusi. Ma discute anche di partiti, come manifestazione essenziale della democrazia e dei due principali tipi di classi sociali che emergono.

Nel mondo democratico che sta diventando religioso, le classi stanno perdendo il loro significato. Nelle masse, sempre di più, emergono due gruppi determinati dall’esterno: quelli che possiedono e quelli che non possiedono, o i borghesi o i socialisti. Su questi due tipi Nietzsche si concentra essenzialmente su ciò che hanno in comune. Staccati dalla religione e senza il fondamento di un’esistenza creativa, sono per esso, nonostante tutto il loro potere attuale, un’apparenza che non ha futuro.

Non c’è nulla che giustifica realmente la condizione della borghesia. “Solo chi ha intelligenza, altrimenti la proprietà, è un pericolo pubblico. Poiché i ricchi non hanno personalità, è lo sforzo di possedere di più che diventa il contenuto della loro vita. Si adornano con la cultura e l’arte e risvegliano “l’invidia dei più poveri e degli analfabeti … perché la brutalità è sotto una lussuosa vernice con cui le ricche esibizioni dei suoi piaceri” civilizzati “evocano nei poveri l’idea che il denaro contenga l’importanza. L’unica arma contro il socialismo sarebbe: “Vivere se stessi in modo moderato e sobrio … e aiutare lo stato quando vuole imporre pesantemente tutto ciò che è lusso e superfluo. Non vuoi questi mezzi? Quindi, i ricchi borghesi che ti chiamano liberale, ammettilo a te stesso, è il tuo sentimento che trovi così terribile e così minaccioso tra i socialisti, ma nel tuo cuore gli concedi un posto indispensabile. Se non avessi questa fortuna … questo sentimento ti farebbe diventare socialista. “

Ai socialisti, Nietzsche rimprovera di avere lo stesso sentimento, ma in altre condizioni. Pensano solo alla pura realtà dell’uomo, non al suo rango. Quindi vogliono “creare passatempi per le nature volgari”.

Nietzsche cerca di trovare il principio che ispira questo socialismo. Secondo lui, il socialismo è cieco di “l’effettiva disuguaglianza degli uomini”. Anche “perché in effetti la media e la massa devono decidere, è la completa elaborazione della tirannia di chi ha il minimo valore ed è il più stupido”. Questa tirannia si esprime nella moralità del gregge “gli stessi diritti per tutti”, “le stesse esigenze di tutti”, “un gregge e un pastore”, “la pecorella è uguale alle pecore”. Alludendo alla sua origine, Nietzsche definisce l’ideale socialista “una maldestra incomprensione dell’ideale morale cristiano”.

Per quanto il socialismo cerchi di risolvere la questione del lavoro, Nietzsche dirige i suoi attacchi contro di essa perché è posto in maniera falsa. Nietzsche afferma rudemente: “Non vedo cosa si vuole fare con il lavoratore europeo, dopo averne fatto una istanza”. Nietzsche può porre la domanda solo nel modo seguente: come può l’uomo trovare soddisfazione in un compito attuale al momento? Chi è responsabile della disuguaglianza quando viene abolita la soppressione religiosa?

Secondo Nietzsche, la caratteristica decisiva fondamentale dell’era democratica è ciò che accade all’uomo. Vede la massa, la pressione di questa massa, come il “superfluo”, il livellamento monotono. Nietzsche, che dice: “Crei il concetto di popolo; quindi non puoi immaginarlo nobile e alto “, disprezza le masse. Chi spesso usa la parola gente mentre pensa alla massa, è facile da correggere.

Nella massa vengono distrutti gli uomini che, nel popolo, vengono a se stessi come individui e che allo stesso tempo producono il popolo attraverso il loro essere. Nella massa non c’è un sostanziale adempimento delle persone da parte degli individui. Diventano “uniformi”. Succede così necessariamente, questa è la sabbia dell’umanità: tutto molto uguale, molto piccolo, molto rotondo; molto conciliante, molto noioso “. L’era democratica respinge ogni tipo di uomo superiore. Gli uomini non possono più distinguere il rango. Gli insignificanti non credono più, come prima, nei santi e negli eroi della moralità, i borghesi non credono più, come prima, in un tipo più elevato di casta dominante, gli studiosi scientifici non credono più nel filosofo. Secondo esso, “la massa sembra meritare attenzione solo in tre punti di vista … come copie diffuse di grandi uomini … come resistenza ai grandi … si incontrano come strumenti del grande. Per il resto, che il diavolo e le statistiche li portano via. ” Perché la massa è ovunque; nelle persone colte come in quelle che non lo sono, in tutte le situazioni gli uomini non osano essere se stessi; perché, soprattutto, cercano conforto, consolazione, soddisfazione dei sensi; Nietzsche si aspetta che questo mondo democratico “cammini fino alla schiavitù spirituale finora sconosciuta”.

ABYSSAL: “UN PAESAGGIO CAUSALE”

Sono legato a tutto
È tutto per me
Con ogni movimento, una cascata di conseguenze
Propagazione sull’epicentro
Nel caos così amorfo

Guardo queste catene lanciate
Fai a pezzi l’innocente
Guida alla follia gli uomini sani
Strappa gli alberi dalla Terra ed erodi il suolo

Eppure siamo noi a dipingere i volti dei cattivi
Sulle sabbie mobili

Il demone di Laplace è un ostacolo
Per contorcersi nella futilità elicoidale
Ignorando ciò che è oltre

Siamo compiacenti
Nella nostra fine

RAZZA E EGO

Nel suo recente lavoro “L’utopia degli istinti ”, Richard Swartzbaugh considera la razza come uno sviluppo dell’egoismo. Ritiene che l’idea di razza non sia propriamente una questione di classificazione delle differenze biologiche, psicologiche e culturali, ma un fenomeno recente. È, egli sostiene, una reazione alla “impersonalità” generata dalla crescita della tecnica nelle società industriali. Dal momento che la razza bianca è la più sviluppata tecnologicamente di tutte le razze, è tra i suoi membri che è nata la vera consapevolezza razziale. L’origine del “razzismo” si trova nell’egoismo. Lui scrive:

“La modestia è la contraddizione fondamentale nella vita umana e quella che, estesa dalla tecnica e dalle relazioni sociali strettamente tecniche alle relazioni sociali in generale, diventa moralità. L’impulso tecnologico originario si sviluppa direttamente nell’impulso morale, che è la fase terminale dell’alienazione personale di sé.

“La storia della specie umana non è completa, tuttavia, senza la considerazione del suo sviluppo, lentamente all’inizio, dopo con intensità ascendente, una resistenza a questo auto-annullamento, è chiamato ora egoismo.

“L’ego non è limitato all’individuo, ma può possedere interi gruppi, dalla piccola famiglia, il gruppo dell’Io primario, alla tribù e infine alla razza.”

Il concetto di razza di Swartzbaugh è hegeliano e sembra stranamente in contrasto con la sua professione di antropologo. Egli afferma, ad esempio, che “la razza è un passo … nel movimento della natura verso una forma definita” ed è “più che un’alleanza, è una fase del movimento della natura verso l’autocoscienza o l’egoismo perfettamente focalizzato”.

Questo è un metafisico mumbo-jumbo. Non è altro che un’invocazione del “fantasma di Dio” vestito in un nuovo sudario, attribuire a “natura”, che è semplicemente un nome astratto, le potenzialità dell ‘”autocoscienza”. Non esiste un solo frammento di prova che possa essere prodotto a suo favore, né Swartzbaugh tenta di offrire alcunché. La coscienza è una caratteristica solo di alcune specie animali e nella sua forma concettuale, come una consapevolezza formulata della distinzione tra me e non-me, è confinata agli esseri umani.

Swartzbaugh sostiene che è “un errore comune dei filosofi … equiparare l’ego con la persona solitaria … Questo è lontano dalla verità. Dove l’ego passa da una vita umana a quella successiva, crea necessariamente nel processo il gruppo dell’ego primario, la famiglia genitoriale o il nucleo… ma più di questo, dove provocato … l’ego può uscire dai confini dell’originale famiglia per formare un gruppo di ego più grande … la razza. “

Swartzbaugh non mostra come avvenga questa misteriosa migrazione del mio particolare ego da una vita all’altra. Tuttavia, molto prima che la ricerca moderna stabilisse l’unicità biochimica degli individui, James L. Walker dispose in modo efficace la convinzione che si possa trasmettere il proprio ego alla propria progenie. In “La filosofia dell’Egoismo”scrive:

“Gli uomini lusingano se stessi nel poter perpetuarsi e non solo per la razza; un semplice errore, perché se concediamo la metà dell’effetto a ciascun genitore, il risultato è che la prole di A è metà A; il suo nipote è un quarto di A; il suo pronipote è l’ottavo di A; la successiva generazione è un_sedicesimo di A, e quindi (alla fine) i propri discendenti non avranno niente in comune con esso e di nessuno degli individui della propria razza. “

Questo è considerare la questione solo a livello biologico! La mente sbigottisce quando si considera come “l’Io Stirneriano” (Swartzbaugh afferma di essere stato pesantemente influenzato da Stirner), il “chi” di me, possa essere “passato nel” chi “di un altro, perché ciò che è unicamente mio non può essere trasferito a qualcun altro. Quando morirò morirò.

Non nego che esistono differenze razziali, né che l’essere della razza caucasica sia una delle mie caratteristiche. Questi sono fatti che devono essere presi in considerazione se voglio vedere le cose chiaramente. Il culto etno-masochista dei cui seguaci chiedono la punizione a causa del colore della loro pelle, o per colpa di presunti misfatti commessi in passato da altri dello stesso ceppo razziale, non è il mio ambiente.

La razza come categoria neo-hegeliana e intenzionale, tuttavia, è una questione diversa. Non accetto la sua esistenza più di quanto io faccia una competizione ad alto livello, con una sorta di anima mistica, o competo come fonte di pseudo-identità per coloro che cercano di ottenere un potere che non è il loro. Liberandomi dall’illusione dell’uguaglianza, non ho intenzione di assumere altre disillusioni al suo posto.

Il peccato dell’egoismo

L’egoismo, la messa in atto dei propri interessi prima di quelli degli altri, è un soggetto guida a denuncia da parte dei predicatori Cristiani, poiché chiunque ascolta le trasmissioni religiose alla radio può testimoniarlo. Ma anche quelli che hanno apparentemente scartato il soprannaturalismo del cristianesimo e di altre religioni tradizionali continuano a rabbrividire all’idea che possa deliberatamente mettermi al centro della mia vita.

Gli umanisti sono prominenti su questo. Pongono così tanto l’accento sull ‘”umano” come un concetto normativo che non sorprende scoprire che sono contrari all’egoismo ed esortano che, come afferma uno dei loro volantini, che si deve vivere “in modo rispettoso e disinteressato”. Ovunque esista un codice morale – e gli umanisti sono, par excellence, moralisti – c’è sempre un ordine che nega del poter beneficiare degli altri. L’egoismo è un peccato e l’altruismo deve avere la precedenza sull’egoismo nelle nostre cause.

Questo atteggiamento è esemplificato nelle opere del noto scrittore umanista, la defunta Margaret Knight. Nel suo libro “Morali senza religione” afferma che “è naturale per noi essere in gran parte egocentrici e ostili verso le persone che ci ostacolano nell’ottenere ciò che vogliamo”, ma è “anche naturale per noi co -operare con altre persone e provare affetto e comprensione per loro. In termini più tecnici, abbiamo sia istinti egoistici che istinti sociali che possono attrarre in modi diversi. “

Notiamo, che essa presume che gli egoisti non possono né provare affetto o comprensione per gli altri, né cooperare con loro. Non dà una ragione valida al perché del suo pensiero, ma si accontenta di far riecheggiare il solito pregiudizio giudaico-cristiano contro l’egoismo.

Ora, se provo affetto o compassione per qualcuno perché mi piace farlo, o se collaboro con gli altri perché vedo in esso un espediente e un modo per portare avanti i miei interessi, come posso essere meno egoista-meno ” egoista “- se io sono ostile a qualcuno che è una minaccia per me, o entrare in conflitto con coloro i cui interessi sono contrari ai miei? Se amo o odio, coopero o entro in conflitto, sto sempre cercando e soddisfacendo me stesso. Sia che mi comporti in un modo o nell’altro, lo faccio per egoismo cosciente.

Knight scrive “l’essenza della moralità umanista è il disinteresse – non lasciare che le nostre rivendicazioni e interessi ci rendano ciechi agli altri”. Perché le mie “pretese e interessi” devono necessariamente accecarmi con le altre persone, questo ancora, non lo dice. Ancora una volta presume che io possa solo favorire i miei interessi a scapito degli interessi altrui. Non solo, ma la sua affermazione porta logicamente alla conclusione che non dovrei avere alcun interesse personale per nessun altro. Secondo l’Oxford Dictionary essere “disinteressati” significa essere “senza interesse; non interessato; indifferente … libero da me stesso. “Quindi, secondo Margaret Knight, sarebbe immorale per me avere un interesse per un altro individuo, in quanto smetterei di essere” disinteressato “e diventerei” egoista “. Sarei colpevole del terribile peccato dell’egoismo! Bene, Max Stirner potrebbe osservare ironicamente che “il duro pugno della moralità tratta la nobile natura dell’egoismo del tutto senza compassione”.

Nel suo successivo libro “Onesto per l’uomo ”, l’egoismo, con il pretesto dell’interesse personale, è soggetto a un simile travisamento.

In questo libro, afferma che “la religione Cristiana è stata guidata attraverso gran parte della sua storia per proclamare … un codice morale che è nella sua essenza completamente egoistico. Ha incoraggiato una pre-occupazione egocentrica con la propria salvezza “.

Questo è un malinteso fondamentale su ciò che credono i cristiani. Il “sé” di cui sono preoccupati non è il sé, che io sono qui e ora, ma un io “redento”, un sé rifatto, trasformato nell’immagine di ciò che essi pensano che io debba essere. L’insegnamento cristiano non è egocentrico, come mostra anche una lettura sommaria del Nuovo Testamento.

È allocentrico come le parole attribuite a Gesù in Luca 9, 23, che mostrano chiaramente: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Ecco la quintessenza dell’egoismo – la richiesta di rinnegare se stessi al servizio dell ‘”altro”. Nella loro opposizione all’egoismo, gli umanisti e i cristiani sono uniti. Servire “l’umanità” è altruista quanto servire “Dio”.

Diritti e poteri

I “diritti” sono alquanto in primo piano nel clamore politico attuale. “I diritti delle donne”, i “diritti dei neri”, i “diritti degli omosessuali”, i “diritti sindacali”, i “diritti” di X, Y e Z – tutti hanno gruppi che sbraitano, impegnati e esigenti, nel difendersi o inventarli.

Tuttavia, le basi per questi “diritti” sono raramente enunciati. In effetti, dubito che la stragrande maggioranza di coloro che strillano, reagirebbe con più di uno sguardo vuoto se gli fosse fatta una domanda del genere. C’è un punto di vista, che pochi possono sapere, secondo cui “i diritti” ci sono conferiti dalla “natura” e sono quindi “inalienabili”. I diritti, sembra, sono cose oggettive, e se ci sono alcune persone cattive che non lo riconoscono, che, in effetti, “le calpestano”, questo non altera la loro “essenza”.

Questa credenza nei diritti “naturali” o “inalienabili” non è altro che un atto simile alla vecchia convinzione che la luna fosse fatta di formaggio verde. Un “diritto inalienabile alla vita” non mi salva dall’annegare se non riesco a nuotare. Un “diritto inalienabile alla libertà di parola” non mi salverà dalla prigione di un dittatore o dal plotone di esecuzione se cercherò di esercitarla contro il suo decreto. Tali “diritti” sono delusioni che si sbriciolano al primo contatto con la realtà.

Di fatto, naturalmente, prevale quella “giusta” che ha il maggior potere dietro di essa. Come è stato sinteticamente presentato da Ragnar Redbeard: “L’uomo ha il diritto alla sussistenza”, ha scritto Thomas Paine. “Sì”, ha risposto un lettore osservatore, “ha il diritto di vivere 1000 anni, se possibile.” Non è una questione di diritto, ma di abilità. “

Se non ho la competenza per ottenere o fare qualcosa allora, non importa quanto io possa sbuffare e espirare, non ho il “diritto” di avere o fare quella cosa. Thomas Carlyle una volta osservò che quelli che sono chiamati “i diritti dell’uomo” sono in realtà i “poteri degli uomini”. Com’è giusto riguardo ai “diritti”!

Il lessico di Lucifero

L’uso dell’intelligenza per perforare la presenza è una parte antica dell’armamentario intellettuale dello scetticismo, ma deve essere usato con parsimonia se si vuole mantenere la sua efficacia. Per raccogliere in un volume una serie di definizioni satiriche è, quindi, correre il rischio di produrre qualcosa di una produzione di “colpito e mancato”. Il famoso “Dizionario del diavolo” di Ambrose Bierce probabilmente deve il suo successo per avere abbastanza successi da superare i suoi fallimenti, ma è un lavoro da esaminare brevemente di volta in volta piuttosto che da leggere.

Lo stesso si può dire per il “Lessico di Lucifero” di L.A.Rollin recentemente pubblicato da Loompanics Unlimited. Voci effervescenti come “Razzista: n, Colui che chiama una vanga una vanga …”, o “Oggettivista: n, Una persona con una visione non voluta, che non pone mai alcuna considerazione al di sopra della propria percezione della realtà, che non fa mai violenza al proprio razionale giudizio, e che, di conseguenza, è completamente d’accordo con Ayn Rand su tutto, “in contrasto con esempi piuttosto noiosi di umorismo giovanile come una lunga lista di giochi di parole strazianti sui titoli dei film. Il libro di Rollin, tuttavia, ha abbastanza del primo da dare più che neutralizzare quest’ultimo.

INDIVIDUALISMO E RELAZIONISMO

Nel procedere verso una confutazione dell’interpretazione secondo la quale l’individualismo nietzscheano sarebbe una forma radicale di egoismo etico (la posizione morale per cui l’unico obbligo essenziale di un individuo è di promuovere il proprio bene, anche a discapito degli altri individui), è necessario anzitutto fare una premessa: che nella filosofia nietzscheana si possa trovare una forte tendenza verso un individualismo di tipo morale, è un fatto evidente e innegabile. Ciò si evince, ad esempio, dal seguente passaggio in cui Zarathustra afferma: «S’è scoperto chi dice: questo è il mio bene e questo è il mio male: con codeste parole egli ha fatto tacere la talpa e il nano che dicono: ‘buono per tutti, cattivo per tutti’». Tale impronta individualistica acquista il suo pieno senso nel momento in cui è ricondotta alla forte opposizione nietzscheana nei confronti dell’universalismo kantiano, opposizione di cui si fa simbolo la seconda metamorfosi dello spirito che da cammello e dal suo «tu devi» si trasforma nel leone che pronuncia l’«io voglio».

È proprio questa opposizione che spinge Nietzsche a voler enfatizzare, in Za come in altre opere, la necessità di un recupero della prospettiva morale individuale. Tale enfatizzazione è stata però interpretata da molti critici nei termini di una forma radicale ed estrema di individualismo a cui condurrebbe il prospettivismo nietzscheano. Sebbene in diversi luoghi Nietzsche faccia riferimento  a una tendenza al dominio e all’affermazione di sé che caratterizzerebbe l’individuo in quanto espressione di una qualità fondamentale dell’essere (la nota e ampiamente discussa ‘volontà di potenza’), il discorso relativo all’esistenza di una molteplicità di punti di vista conduce a ben altri esiti. Per dimostrare tutto questo occorre partire da un punto poco chiaro del prospettivismo nietzscheano, e affrontare la questione di quale sia il soggetto della singola prospettiva . Tale questione permette di mostrare due aspetti in particolare: anzitutto, contrariamente a quanto viene comunemente attribuito a Nietzsche, egli molto spesso non pensa all’individuo umano come referente di una prospettiva, ma chiama in causa soggetti di ‘estensione’ diversa, quali la specie e la società (soggetti super-individuali), o i centri di forza (soggetti infra-individuali); in secondo luogo, quale che sia il soggetto del prospettivismo, esso rimanda sempre a una realtà plurale come propria base, una realtà dinamica e caratterizzata dalla relazione reciproca tra le sue parti, che corrisponde al modello naturale che Nietzsche ha in mente sin dal 1881.

Il prospettivismo, pertanto, si fonda su di un modello relazionale che non privilegia alcun soggetto in linea di principio, e all’interno del quale la validità di una particolare posizione emerge a partire dal rapporto con tutte le altre, senza per questo poter mai assumere un valore stabile e definitivo.

Come si è appena anticipato, nei luoghi in cui Nietzsche fa riferimento alla visione prospettica, egli chiama in causa soggetti diversi e più o meno ampi. Il caso più generale è quello della specie animale: in molti passaggi Nietzsche pensa a un soggetto collettivo su base biologica, osservando che, nel corso della propria storia evolutiva, ogni specie ha sviluppato una particolare struttura psicofisiologica funzionale all’adattamento all’ambiente. Per quanto ciascun membro della specie possegga un punto di vista particolare sul mondo (rappresentato molto semplicemente dalla propria posizione spaziale sempre diversa da quella degli altri esseri a lui simili), egli resta comunque all’interno di una prospettiva generale d’interpretazione della realtà mediata dai medesimi meccanismi percettivi. Questa considerazione rappresenta di fatto il fondamento della concezione gnoseologica di Nietzsche, e si trova ad esempio in FW 110, come pure in alcuni quaderni redatti alcuni anni più tardi (cfr. ad es. NF 1885, 43[1] e 5[36], e 1886, 7[2]). Una nota del 1883, in particolare, recita: «Non sono le nostre prospettive quelle in cui vediamo le cose, ma quelle di un essere della nostra specie, ma più grande».

In linea con le riflessioni relative alla specie come soggetto collettivo super-individuale sono quelle che Nietzsche espone con riferimento alla società umana. Anch’essa è difatti il referente di una prospettiva condivisa, ma in questo caso il discorso passa dal piano gnoseologico a quello morale, chiamando in causa la determinazione di valori comuni. In una nota del 1886 Nietzsche parla ad esempio di «interpretazioni e valori umani» che vengono intesi come «valori universali e forse costitutivi» principalmente per effetto della religione, mentre in un quaderno precedente si legge che «l’azione buona e quella cattiva» si può giudicare «solo nella prospettiva delle tendenze di conservazione di certe specie di comunità umane». Il luogo più significativo in cui Nietzsche fa riferimento a una collettività sociale quale soggetto del prospettivismo è però FW 354, uno dei pochi passi delle opere in cui il termine ‘prospettivismo’ compare esplicitamente (Nietzsche dichiara anzi di riferirsi al vero prospettivismo). In questo brano il discorso ruota attorno alla necessità della comunicazione ai fini della formazione di un gruppo sociale, osservando in particolare come la coscienza umana si costituisca in conformità con il modo di sentire proprio della dimensione gregaria. Nietzsche si riferisce qui criticamente al ‘gregge’ come soggetto di una prospettiva generalizzata e volgarizzata, in cui il valore individuale di ciascun sentire e volere viene a perdersi, in ragione di una superiore ‘utilità comunitaria’.

Specie e società sono due soggetti di tipo collettivo che Nietzsche chiama in causa in relazione al tema del prospettivismo, e all’interno dei quali la dimensione dell’individualità umana viene evidentemente a perdersi. Essa però gioca un ruolo rilevante quale ulteriore possibile soggetto del prospettivismo, nel momento in cui si guardi all’uomo come referente di un punto di vista individuale anche dai suoi interessi e bisogni. Questa idea, più delle altre, espone al rischio di una morale individualistica, dal momento che si tratta di rendere conto della relazione tra una molteplicità di prospettive in principio egualmente valide, ciascuna delle quali farebbe riferimento a un soggetto la cui tendenza fondamentale, per Nietzsche, sarebbe quella di affermare la propria concezione del mondo (il proprio ‘gusto’) sulle altre.

Per quanto non sia possibile negare che Nietzsche tenga conto del fatto che all’interno di un gruppo – sociale o biologico che esso sia – esistano singolarità cui deve essere riferita una prospettiva differente rispetto a quella degli altri soggetti simili, l’idea che egli intenda circoscrivere la visione prospettica alla sola individualità deve tenere in considerazione la critica che Nietzsche opera del
soggetto umano, e quindi il fatto che egli pensi a esso nei termini di una molteplicità, di una collettività. Nel parlare dell’uomo ci si trova quindi in un caso simile a quello della specie e della società, sotto alle quali vi è un piano di relazione tra individualità che però vengono trascurate a vantaggio di una prospettiva unitaria. In JGB la critica alla concezione sostanzialistica del soggetto viene espressa proprio nei termini di «strutture sociali», prima di tutto nel caso della nozione di anima, entro cui si raccolgono istinti e affetti (JGB 12), e in secondo luogo per quanto riguarda le unità corporee, costituite a loro volta dalle molte anime dalla cui dinamica promana l’azione che si dice individuale (JGB 19)33. Secondo Nietzsche, la nozione di Io è in effetti priva di un sostrato ontologico di riferimento, al di fuori dell’attività ad essa attribuita. Il soggetto, di conseguenza, è una pura costruzione mentale, che semplicemente deriva dalla nostra interpretazione di una certa azione.

Se si vuole sostenere che Nietzsche sia un individualista, quindi, non è dato farlo riferendosi a una concezione tradizionale del soggetto umano. Nel momento in cui parla di individui, Nietzsche pensa infatti a soggetti plurali, alla cui base si trova un intreccio di stimoli e pulsioni che agiscono a livello ‘inconscio’. L’Io stesso è per Nietzsche un’«illusione prospettivistica – l’unità apparente in cui, come in una linea d’orizzonte, tutto si racchiude»; esso non è che una pura nozione concettuale, con la quale si indica un complesso di affetti e passioni, ciascuno dei quali rappresenta il centro di una prospettiva specifica, di una relazione ermeneutica con tutto quello con cui può confrontarsi. Questa idea è espressa in modo particolare nel passo del 1886-87 (comunemente assunto come riferimento per una definizione del prospettivismo), in cui Nietzsche rifiuta l’idea positivistica di una soggettività cui riferire la descrizione del mondo in base al fatto che «il ‘soggetto’ non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l’immaginazione»; piuttosto, «sono i nostri bisogni, che interpretano il mondo: i nostri istinti e i loro pro e contro. Ogni istinto è una specie di sete di dominio, ciascuno ha la sua prospettiva, che esso vorrebbe imporre come norma a tutti gli altri istinti».

L’idea di un «soggetto singolo» è pertanto considerata da Nietzsche come «non necessaria», una volta che si assuma il punto di vista più dettagliato di una molteplicità di «soggetti» che agiscono al di sotto del piano cosciente (NF 1885, 40[42]). Purtuttavia, essa gode di una certa utilità e, così come le altre nozioni sostanziali comunemente utilizzate, ha dimostrato la propria validità in un senso meramente pragmatico. Sul piano pratico, quindi, non ha senso volersi privare del riferimento a un soggetto individuale, ed è lecito, a questo livello, parlare di un punto di vista prospettico diverso per ogni uomo. Con questo, però, non si vuol dire che sia giusto fermarsi a esso come al punto di origine dell’interpretazione del mondo e farne pertanto il riferimento privilegiato di un’indagine ermeneutica. L’uomo si trova piuttosto nello spazio intermedio tra l’ambito di condivisione di una particolare modalità interpretativa (biologica e/o sociale) che lo comprende, e quello delle singolarità spirituali che è lui a comprendere e che lo costituiscono.

La riflessione nietzscheana sull’Io porta quindi di fronte a un ulteriore soggetto del prospettivismo, a quella dimensione fondamentale dell’essere che si ritrova alla base tanto del punto di vista personale, quanto di quello sociale o della specie. Spingendo il relativismo alle sue estreme conseguenze, Nietzsche pensa alla possibilità che il piano dell’interpretazione coincida con quello
dell’essere, ossia con il livello della pura relazione tra le diverse prospettive, che proprio (e solo) a partire dal loro reciproco relazionarsi trovano definizione. L’ultimo tipo di soggetto che Nietzsche chiama in causa nei suoi quaderni è infatti il singolo centro di forza coinvolto nella dinamica naturale, come si legge ad esempio in due appunti del 1888. Nella prima di queste note Nietzsche osserva che il mondo apparente è «un mondo considerato secondo valori, […] secondo il punto di vista dell’utilità per la conservazione e il potenziamento di una determinata specie animale. Il carattere dell’‘apparenza’ è dato dunque dall’elemento prospettico!». E continua:

Come se restasse ancora un mondo, una volta toltone l’elemento prospettico! Con quest’ultimo si sarebbe infatti tolta la relatività […]. Ogni centro di forza ha per tutto il resto la sua prospettiva, cioè la sua affatto determinata scala di valori, il suo tipo di azione, il suo tipo di resistenza. Il ‘mondo dell’apparenza’ si riduce pertanto a un modo specifico di agire sul mondo, che muove da un centro. Ma non c’è nessun’altra azione, e il ‘mondo’ è solo una parola per il gioco complessivo di queste azioni. La realtà consiste esattamente in questa azione e reazione particolare di ogni individuo verso il tutto.

La seconda nota è invece concentrata sulla descrizione scientifica del mondo e in particolare sul concetto di atomo adottato dai fisici. Esso, scrive Nietzsche, «è ricavato dalla logica del prospettivismo della coscienza ed è pertanto esso stesso una finzione soggettiva». Quello di cui i fisici non si rendono conto, e che per questo trascurano nella loro descrizione, è però «il necessario prospettivismo, in virtù del quale ogni centro di forza – e non solo l’uomo – costruisce tutto il resto del mondo a partire da se stesso, cioè lo misura, lo modella, lo forma secondo la sua forza» (corsivo nostro).

Nelle riflessioni del tardo Nietzsche i referenti del processo ermeneutico si moltiplicano quindi indefinitamente, oltrepassando esplicitamente la sfera dell’umano. La cosa però non deve disorientare, quanto piuttosto far capire che alla base del processo cuiNietzsche fa riferimento ogni qualvolta parla di un vedere prospettico vi è una dinamica di tipo relazionale. Le varie forme di interpretazione del mondo, da quelle puramente teoretiche a quelle che coinvolgono valutazioni morali, non sono che manifestazioni di questa stessa dinamica, sulla quale si regge l’articolazione interna delle strutture più complesse. Alla base di tutto vi è un semplice rapporto di azione e reazione necessario e ateleologico, ma soprattutto costitutivamente instabile, e i ‘giudizi di valore’ vanno definiti a partire da questo tipo di relazione in cui un quanto di forza acquista ‘potenza’ solamente a partire dallo scambio di energia con gli altri. Una relazione da cui si origina un rapporto di predominio destinato a mutare con il rispettivo esaurirsi e accumularsi dell’energia scaricata, e quindi un’alternanza che rende impossibile l’individuazione di un qualsiasi punto di riferimento.

Questa dinamica sottesa al prospettivismo nietzscheano elimina pertanto il rischio che esso porti a una forma di individualismo autarchico. L’idea che siano possibili molteplici interpretazioni si regge infatti su di un meccanismo in cui è la relazione a essere costitutiva. Detto altrimenti: non è possibile definire i centri di forza prescindendo dal loro rapporto con gli altri, dal loro modo di reagire agli ostacoli che trovano nello scatenare la loro energia.

L’IO E L’ALTRO: L’UNICO E L’UNIONE DEGLI EGOISTI

Il dibattito di Stirner sulla modernità e sulla proprietà suggeriscono che gli esseri umani hanno una capacità intrinseca di resistere a forme di dominio sia dirette che indirette, oppure suggeriscono che c’è qualche aspetto degli esseri umani che non può essere arrestato dalle istituzioni sociali e dalle ideologie che cercano di ridurre le persone a parti di costrutti collettivisti. Anche se non affronta il concetto in modo sistematico, Stirner si riferisce al “non-uomo” o al “non-umano” in più di una dozzina di posizioni espresse in “L’Unico e la sua Proprietà”.

Il non-uomo o non umano sembra avere almeno tre significati nell’egoismo di Stirner. In primo luogo, egli usa il termine come un modo per descrivere quali ideologie moderniste, in particolare il cristianesimo e l’umanesimo, scelgono di scartare questo. Nella propria ricerca dell’essenze, il pensiero modernista emette giudizi su ciò che è essenziale e ciò che non lo è, ciò che conta per il collettivo e ciò che non lo è. In alcuni riferimenti in “L’Unico e la Sua Proprietà”, il non umano è il residuo, ciò che si è fermato. Secondo, il non umano si riferisce a pensieri, comportamenti e caratteristiche delle persone che il pensiero modernista sceglie di deridere o svalutare; è oggetto di “critica” da parte di liberali, socialisti e umanisti.

Stirner si riferisce a l’egoismo, l’alterità, l’isolamento, la vita privata e la ribellione come qualità particolarmente importanti che sono derise dal modernismo. Identifica “l’egoista” e il “diavolo” come etichette che le ideologie moderniste usano spesso per differenziare il “non umano” dall’essere “umano” apprezzato dal modernismo. In questo senso, Stimer riconosce che “umano” o umanità sono anche un simbolo che ha funzioni di controllo sociale. Identifica non solo ciò che è sacro per l’umanità e la società, ma anche ciò che è deviante o profano. Per il modernista, il non umano è un termine di derisione inteso a denigrare o screditare quei pensieri e quei comportamenti che mettono alla prova o minano il collettivo, il moderno, il razionale.

Il terzo scopo di Stirner del “non umano” è probabilmente il più significativo.

È la base della sua negazione o del rifiuto dell’umanità e della società. Usa chiaramente il termine per riferirsi alla devianza cosciente, alla profanità e alla dimensione ribelle degli individui.

E se il non umano, voltando le spalle a se stesso con cuore risoluto, dovesse allo stesso tempo allontanarsi dal critico inquietante e lasciarlo in piedi, intatto e non provocato dalla sua rimostranza? . . . Ero spregevole perché cercavo il mio “io migliore” al di fuori di me; Ero il non umano perché ho sognato l’umano. . . . Ma ora smetto di apparire a me stesso come un non umano, smetto di misurarmi e di lasciarmi misurare dall’uomo, smetto di riconoscere qualcosa sopra di me.

L’unicità di Stirner accoglie l’etichetta “egoista”, ma non accetta più la critica, l’avversione e la deroga implicita dai critici religiosi, liberali, socialisti e umanisti. Dalla nozione di non-uomo o non-umano, Stirner inizia a sviluppare il suo concetto di unicità … colui che non solo abbraccia l’egoismo come descrittivo del suo rifiuto dei costrutti collettivisti della modernità, ma respinge anche il calcolo o il confronto di sé con l’umano, l’umano e l’altruista.

L’egoismo a cui giunge non è solo una risposta negativa al cristianesimo, il liberalismo, il socialismo e l’umanesimo, ma è una ricostruzione della ribellione fondata sull’unicità dell’individuo. L’egoismo di Stirner rifiuta l’idea che qualsiasi aspetto della persona possa essere scartato come “non-uomo” o “non umano” basato su misurazioni, norme o confronti astratti delle persone.

Le reificazioni della religione, della scienza e della filosofie moderniste si rivelano poco più che spettri o fantasmi che non hanno alcun referente “fuori dalla testa” del pensatore modernista.

Quindi, il non umano è l’espressione iniziale o incipiente dell’unico. È la dialettica di Stirner della ricostruzione dell’ego o del sé. Il pensiero modernista non riesce a ghermire la totalità della persona. L’umano non umano si trasforma nell’unico attraverso l’affermazione che la persona è unica e, quindi, senza alcuna norma valida o misura comparativa.

Le scienze di base e curative della modernità, ovviamente, cercano di comprendere non l’individuo unico ma le rappresentazioni normalizzate della gente. I metodi delle scienze di base e curative si basano sulla ricerca dell’omogeneità, non sulla diversità, non sull’individualità. Gli eventi o gli individui che esistono o si comportano al di fuori delle deviazioni norma specificate sul diagramma di probabilità sono un anatema per i canoni della filosofia e della scienza modernista. Le deviazioni, i valori anomali o i residui che si adattano perfettamente ai paradigmi o ai modelli statistici modernisti devono essere mistificati come irrazionali o inspiegabili.

Oppure, vengono ignorati perché cadono al di fuori dei limiti dell’esperienza accettabili sul diagramma di probabilità, Quindi, il fenomeno che Sigmund Freud ha tentato di classificare nel “Jd” e George Herbert Mead ha tentato di categorizzare nell’Io viene respinto come aggressivo e residuo irrazionale poiché rivelano le fasi di comportamenti individuali che non possono essere catturati o vincolati da modelli scientifici o élite istituzionali.

Per Stirner, tuttavia, il non umano non implica aggressività o irrazionalità; implica solo ciò che viene scartato o marginalizzato dall’umanesimo e dalle forme di pensiero modernista. La proprietà non implica aggressività o irrazionalità; implica solo che le persone stabiliscano dei limiti contro le ideologie e i sistemi sociali che cercano di estirpare la differenziazione tra il Mio e il tuo, io e Tu, Io e gli altri.

Né l’unico implica aggressività, irrazionalità o superiorità.

Stirner include una breve sezione intitolata “L’Unico” alla fine di “L’Unico e la Sua Proprietà”, ma ci sono sezioni aggiuntive del libro che articolano questo concetto critico. Il dibattito di Stirner sull’unico può essere riassunto in tre punti. Primo, l’unico si basa sull’idea che la persona ha un’esistenza autonoma, oggettiva, una vita e un sé che non sono né idealizzati né alienati. La vita e il sé di un individuo non sono solo idee create da qualsiasi tipo di essere esterno e supremo. Inoltre, la persona ha una vita e un sé che appartengono a lui e nessun altro. Certamente, una vita e un sé sono forme di proprietà che la persona può scegliere di alienare, ma non quella dell’unico. L’unico è un essere oggettivo, ma ha anche una coscienza e volontà che asserisce la proprietà sulla sua vita e su se stesso. L’unico ha una realtà in sé e per se stessa. Come dice Stirner, “Io sono [me stesso] non solo di fatto o di essere, ma anche per la mia coscienza, l’unico.”

Secondo, l’Unico non è un obiettivo e non ha né vocazione né destino.

Per l’Unico, la vita non richiede che la persona decida come essere acquisita, il suo significato e il sé. Richiede solo come usarla, consumarla, dissiparla o dissolverla. Vivere è un’azione continua di consumo di tempo, energia, corpo e proprietà usabile per una persona. La sfida che la persona deve affrontare non è trovare, scoprire o ricevere un destino inventato da altri, ma decidere come vivere “se stessi fuori”.

Coloro che sono affamati della vera vita non hanno alcun potere sulla loro vita presente, ma devono applicarla allo scopo di ottenere così quella vera vita, e devono sacrificarla interamente per questa aspirazione e questo compito. . . . In questa visione la vita esiste solo per ottenere la vita, e si vive solo per rendere viva l’essenza dell’uomo in se stessi, si vive per il gusto della sua essenza. Un individuo ha la sua vita solo per cercare attraverso di essa la vera vita purificata da ogni egoismo. Quindi si ha paura di farne un uso di piacere: ma deve servire solo per un “giusto uso”.

Stirner afferma che c’è una differenza tra il desiderio e la ricerca di vita, significato e sé, e il possesso di vita, significato e sé. Una cosa è rincorrere un ideale o un dettame come un destino e un’altra è usare, consumare o dissolvere la propria vita ogni giorno. Nel primo caso, la persona ha un obiettivo, una vocazione e un destino coltivato e imposto da un altro potente destinato a soddisfare un’essenza idealizzata.

Nell’altro caso, la persona non è un obiettivo, ma un punto di partenza che vive, gode, consuma, dissolve e spreca la propria vita e proprietà. L’unico non ha né vocazione né destino. L’unico scopo è assegnato a se stessi per vivere la propria vita, o per sviluppare sé stessi, non per una “essenza superiore”. ” Le persone hanno sempre supposto che dovevano affibbiarmi un destino che giace fuori di me stesso, così che alla fine mi hanno chiesto di reclamare all’umano perché sono un uomo. ” Tuttavia,

Sono Unico. Quindi anche i miei desideri sono Unici e le mie azioni; in breve, tutto di me è Unico. Ed è solo come questo Io Unico che afferro tutto per conto mio, mentre mi muovo, agisco e sviluppo me stesso, solo in questo modo. Non sviluppo gli uomini, né come uomo, ma, come Io, Mi sviluppo.

DIRE OMEN: “PROFEZIA PRESAGITA”

Porta della carne, anima tesa, filosofica.

Oltre il mondo chiuso, affondato.
Futile dolore si fonde con questo spirito.

E mentre il vento si proietta attraverso le miglia della notte, passando attraverso le foglie.
Le montagne come: così, l’anima cade attraverso la carne e le ossa.

Sforzando ogni sinapsi: dolore spezzato dal torpore della rovina.

Battito cardiaco asfissiato, laringe inerte.
Cedendo all’eclissi finale della vita.

Profezia della carcassa …

Come promesso, i morti seppelliscono i morti.
I morti si esaminano.
Ossario, l’anima è guidata.
Negli indovinelli lasciati lì, scava.

La caverna riecheggia con elogi vuoti.
La verità ha gli spasmi, poiché viene annientata.

Non c’è redenzione, non c’è esenzione, non c’è più visione.
Anti rivelazione.

TRASVALUTAZIONE

Il nichilismo è un pensiero essenziale di Nietzsche, che insieme alla volontà di potenza, l’eterno ritorno dello stesso e l’oltreuomo, costituiscono tutti nella loro unità la posizione filosofica fondamentale di Nietzsche.

La parola di Nietzsche è “volontà di potenza”, come pensatore che ci dice nella sua riflessione che cos’è la realtà, la realtà come un tutto o l’entità in totale; il che significa che l’entità nella sua essenza e in tutto l’essere è la volontà di potenza. Come è l’ente in totale, cioè, la sua esistenza è detta dall’eterno ritorno dello stesso. L’uomo che è invocato dalla volontà di potere è l’oltreuomo. La storia della verità dell’entità presentata all’uomo moderno è il nichilismo.

Quando Nietzsche appronta il discorso sul nichilismo, ci dice che sta per raccontare una storia molto lunga, “la storia dei prossimi due secoli”. Questa storia è la nostra storia. Tuttavia, la storia che Nietzsche promette di divulgare non è la descrizione e la spiegazione dei vari eventi che stanno per accadere in quello spazio di tempo; Descriverà un singolo evento, quale? La risposta di Nietzsche: “Descrivo ciò che sta arrivando, ciò che non può arrivare in altro modo: l’avvento del nichilismo”.

Nietzsche parla qui del nichilismo come un evento futuro; Tuttavia, il nichilismo non è solo il futuro, ma anche il passato, come vedremo in seguito. Inoltre, Nietzsche considera l’avvento del nichilismo come una necessità e un destino. E se in quel momento vedesse che il nichilismo era davanti alla porta della casa dell’uomo occidentale; dobbiamo riconoscere che “questo, è il più inquietante di tutti gli ospiti (Ibidem)”, “è inutile indicargli la porta, poiché già dappertutto, da molto tempo viaggia, invisibilmente, la casa”.

La cultura europea (intesa non solo come l’insieme della creazione spirituale dell’uomo europeo, ma come i pensieri che determinano la storia dell’Occidente, nel senso della frase dello Zarathustra: “le parole più silenziose sono quelle che portano la tempesta. I pensieri che camminano con i piedi di colomba dirigono il mondo “(Z, l’ora più silenziosa”)) sono paragonati a un torrente nel suo movimento inarrestabile diretto al nichilismo che si avvicina nell’immediato futuro.

Di fronte e da questa dottrina il pensatore che annuncia questo futuro, Nietzsche stesso, ritirandosi nella sua abissale solitudine, lasciato fuori e in ritardo rispetto alla vita quotidiana del suo presente storico, può attraverso il suo pensiero vivere e sperimentare il futuro e precorrere il futuro e, quindi, “come uno spirito di uccello spettrale che guarda indietro quando dice ciò che verrà; come il primo nichilista perfetto dell’Europa, che, tuttavia, ha già vissuto dentro di sé il nichilismo stesso fino alla sua fine, che lo ha nascosto dietro se stesso, al di fuori di se stesso “.

Riferendosi al titolo del suo lavoro fondamentale preannunciato come “La volontà di potenza. Tentativo di una trasvalutazione di tutti i valori “, ci dice Nietzsche” con questa formula si esprime un contro-movimento rispetto al principio e al lavoro; un movimento, che in qualche futuro cambierà questo nichilismo perfetto “.

Qui abbiamo due movimenti opposti: un movimento che è ancora futuro, anche se il suo arrivo è imminente, che è stato chiamato “l’avvento del nichilismo”, che ora è concepito come “nichilismo perfetto”. D’altra parte, il contro-movimento concepito come “la trasvalutazione di tutti i valori”, che proviene da un futuro più distante e incerto, perché può arrivare solo quando il nichilismo è tra noi e ha raggiunto la sua perfezione e il cui compito sarà quello di sostituire il primo.

A questo punto dobbiamo porci alcune domande:

1) Che cosa intende Nietzsche per nichilismo quando parla di “avvento del nichilismo” e “nichilismo perfetto”?

2) “Perché è necessario l’avvento del nichilismo?” (La domanda è di Nietzsche);

3) Come viene inteso il contro-movimento, cioè “la trasvalutazione di tutti i valori”?

La risposta alla prima domanda si trova quando Nietzsche chiede semplicemente: “Che cosa significa nichilismo?” E risponde: “Che i valori supremi sono svalorizzati”. Di conseguenza, il nichilismo è il processo di svalorizzazione dei valori supremi. Il nichilismo così inteso è lo stato terminale dei valori supremi, il momento della crisi, l’espirazione e la caduta di quei valori.

Tuttavia, se questo è lo stato finale di quei valori, possiamo chiedere qual è il loro stato precedente o i loro stati precedenti; in che modo si raggiunge questo fine o, in altre parole, si pone la seconda domanda: perché l’arrivo del nichilismo è necessario come svalorizzazione dei valori supremi? Risposta: “Perché, gli stessi valori che sono stati finora i nostri valori ne tolgono l’ultima conseguenza; perché il nichilismo è la logica pensata all’estremo dei nostri grandi valori e ideali. “

L’ultima conseguenza in cui i nostri valori derivano dal nichilismo è una conseguenza nichilista; riguarda la svalorizzazione di questi valori supremi, è ciò che teologicamente esso esprime nella formula “Dio è morto”. Il nichilismo è la logica dei valori e degli ideali supremi e della storia. La conseguenza nichilista deriva da premesse ugualmente nichiliste. Queste premesse sono ciò che Nietzsche concepisce come “platonismo”.

Il nichilismo non è solo la svalorizzazione dei valori supremi, ma anche la sua costituzione, è il nichilismo. La svalorizzazione è la conseguenza di una valutazione che stabilisce i valori supremi come incondizionati. Il nichilismo è la logica della storia del pensiero occidentale nella sua totalità nella misura in cui questa valutazione fonda questo pensiero e lo determina fino al proprio momento finale. Ora, il carattere nichilista di tutta questa storia rimane in evidenza solo alla fine quando diventa consapevole della svalorizzazione stessa con il nichilismo perfetto. Pertanto “dobbiamo prima vivere il nichilismo per scoprire il segreto di ciò che era nello sfondo, il valore di questi” valori “”.

Per Nietzsche tutta la filosofia occidentale può essere concepita come platonismo. “Platonismo” qui significa la struttura di due mondi inaugurata da Platone e che, attraverso il cristianesimo, sarebbe stata decisiva per l’intera storia del pensiero occidentale. Quindi, quest’ultimo, potrebbe essere definito collettivamente come “concezione platonico-cristiana”.

Il platonismo, così inteso, consiste nella dottrina che produce una breccia tra un vero mondo del reale, che è sopra l’uomo e che contiene gli scopi e i fini che dovrebbero guidare l’esistenza umana; e il mondo del divenire che è svalutato come il mondo dell’apparenza e dell’errore. In altre parole, il mondo che è oltre il mondo del divenire è il “mondo sovrasensibile”; il mondo di questo lato, il mondo sensibile, caratterizzato dal cristianesimo come “questa valle di lacrime”, contrapposto a “oltre” dove è possibile “l’eterna buona fortuna”.

L’interpretazione nietzscheana del pensiero occidentale è un’interpretazione morale, perché l’ambito del sovrasensibile in cui gli scopi e i fini dell’esistenza umana costituiscono il significato per essa e dovrebbero guidarla e dirigerla. Inoltre, l’uomo che è governato da questi obiettivi e fini, che valgono per lui come doveri, è il virtuoso, l ‘”uomo buono”, l’uomo morale.

D’altra parte, Nietzsche interpreta il significato, le mete e i fini stabiliti e disposti dalla filosofia occidentale come valori. Sarebbero i valori supremi sospesi sull’esistenza umana.

Abbiamo visto che Nietzsche concepisce l’avvento del nichilismo come il processo della svalorizzazione dei valori supremi e di questo nichilismo che chiama “nichilismo perfetto”. Tuttavia, nell’aforisma 12 della Volontà di Potenza, che è inevitabile per comprendere il nichilismo nel senso indicato, parla anche di “nichilismo come stato psicologico”. In un caso il termine “nichilismo” si applica a qualcosa che accade o a ciò che accade con i valori supremi e nel secondo caso si applica lo stesso termine per designare qualcosa che succede o avviene a noi uomini. Come comprendere questa contraddizione? In realtà la contraddizione è solo apparente, perché il nichilismo è una storia di ciò che ci accade con i valori supremi, così come ciò che accade a loro con noi. I valori supremi sono svalorizzati come risultato dell’esperienza che abbiamo con essi.

Così, nell’ultimo paragrafo della prima parte di questo aforisma, in cui le conclusioni sono tratte da ciò che è accaduto con le tre forme di nichilismo qui descritte, si afferma che “la sensazione di mancanza di valore (Wertlosigkeit) è stata ottenuta quando ( … ..) “, l’espressione” mancanza o assenza di valore “, insieme ai termini equivalenti” mancanza o assenza di scopo e significato “(die Zweck / und Sinnlosigkeit) caratterizzano il nichilismo; ma quello che vogliamo fare notare in questo momento è che “nichilismo come stato psicologico” dobbiamo comprenderlo come questo “sentimento di mancanza di valore”.

Tuttavia, lo “stato psicologico” e il “sentimento” non sono questioni di psicologia, di scienza psicologica, siano essi la psicologia del tempo di Nietzsche o della psicologia nel suo attuale sviluppo. Di fronte a quanto sopra descritto, Nietzsche comprende, piuttosto, la psicologia come questione filosofica. Così concepisce la psicologia come “morfologia e come teoria dell’evoluzione della volontà di potenza”, e come la volontà di potenza sia la determinazione essenziale di tutta la realtà; La psicologia è, quindi, la scienza fondamentale; non è, quindi, una scienza particolare tra le altre, ma la stessa filosofia come intesa da Nietzsche e come pensa che dovrebbe essere costituita nel futuro. Per questo motivo, afferma che “da ora in poi, la psicologia è la strada che porta a problemi fondamentali”.

Nietzsche distingue tre forme di avvento del nichilismo, quando viene realizzato come uno “stato psicologico”.

Le condizioni per cui la prima forma si realizza è: che si assuma un significato, che questo significato sia cercato e che infine non venga trovato. Dove si cerca questo significato? “In tutto ciò che accade”, ci dice Nietzsche, ma parla anche di “diventare” e “elaborare”; anche inteso come l’evento storico dell’uomo nel mezzo della totalità dell’entità o dei suoi rapporti con la natura e la storia.

Questa ricerca deve essere stata ed è ancora, in un certo senso, una ricerca ripetuta, come ugualmente ribadito deve essere il suo conseguente fallimento, così che alla fine chi cerca ne rimane scoraggiato. L’abbattimento è già il nichilismo come stato psicologico. Tuttavia, questo abbattimento non è qualcosa di temporaneo, ma qualcosa di definitivo. Vediamo perché.

L’avvilimento è un sentimento che deriva da una coscienza che viene raggiunta dopo aver compreso che la ricerca di un significato è “invano”, perché è sempre seguita dal fallimento. ; la lunga ricerca frustrata si risolve solo in “un lungo spreco di forza”. Mentre lo scoraggiamento conduce all’insicurezza permanente e all’inquietudine, il peggio è ancora “la vergogna davanti a se stessi come se fossimo stati ingannati per troppo tempo …”.

L’inganno è consistito in qualcuno o abbiamo creduto che le nostre forze fossero sufficienti per trovare o collaborare nell’ottenere un significato nel futuro, ma questo era un inganno dal momento che il significato o i sensi cercati erano incondizionati e in quanto comprendiamo che sono irrealizzabili e che sono sempre stati al di fuori della portata delle nostre forze.

Nietzsche ci informa che il significato cercato potrebbe essere stato: a / – il trionfo del bene sul male e la ricompensa che incarna il primo e la punizione che rappresenta il secondo (“l’adempimento” di un alto canone morale in tutto l’accadere “, o in altre parole:” l’ordine morale del mondo “); b / – il primato dell’amore e della solidarietà tra gli uomini, o la pace perpetua tra le nazioni (“L’aumento dell’amore e dell’armonia tra gli esseri”); c / – “l’approccio a uno stato universale di felicità”, che l’utilitarismo ha espresso come “la più grande felicità per il maggior numero possibile di esseri” e infine, d / – “porsi verso uno stato di niente universale “, Nietzsche aggiunge che” un obiettivo è sempre un significato “.

Che il nulla possa rappresentare un obiettivo per la volontà può essere sconcertante. Tuttavia, ricordiamo che Nietzsche inizia e finisce il Terzo Trattato della Genealogia della morale riferendosi all’horror vacui della volontà umana, che “preferisce non desiderare nulla da non volere”. La volontà ha orrore del vuoto e il vuoto per esso è l’assenza di un obiettivo, poiché l’obiettivo è ciò che dà una direzione e un obiettivo alla sua volontà. Il nulla è un obiettivo che conserva la possibilità essenziale della volontà nella sua volontà.

Abbiamo visto che Nietzsche ritiene che l’obiettivo sia uguale al senso e ora dobbiamo tenere a mente che il significato viene percepito anche come un fine. Per questo motivo Nietzsche può concludere rispetto a questa prima forma di nichilismo che la sua causa è “la delusione per una presunta fine del divenire”. Il nostro inganno consisteva nella convinzione che “qualcosa deve essere raggiunto attraverso il processo stesso” e che ciò che è stato raggiunto, l’obiettivo, il significato o la fine sarebbe stato raggiunto perché noi, gli uomini situati al centro del futuro, collaboriamo al successo del processo. La delusione ci fa capire che “con il futuro non si ottiene nulla, non si raggiunge nulla” e che l’uomo non può continuare ad essere considerato l’aiutante o il punto centrale del divenire come è stato fino ad ora.

CONVULSING “UNDICI SIGILLI”

Respiro dell’eone
Echi attraverso le stanze
L’ombra si risveglia
Possedendo

Vieni fuori, Apollyon!
Nel rito antico ti convoco!
Alzati ora, caduto!
Undici sigilli incisi nella mia carne!

Passaggio aperto nell’ombra
L’odio perfetto che si manifesta

Respiro del caos
Mi sussurra parole perdute di dolore
Servo del dolore e alla morte

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