TRA REDUCTIO PERFORMATIVA E REDUCTIO ELENCTICA

SELFDEFEATING

 

 

 

 

 

 

Non è rara la confusione tra le due movenze fin qui analizzate, quella della contraddizione performativa e quella specifica dell’élenchos. Non ne sono estranei ambienti a noi contemporanei, specie in ambito analitico, dove la frequentazione dei luoghi aristotelici non è sempre approfondita: gli stessi Apel e Habermas, su cui ci siamo volentieri appoggiati e su cui torneremo a fare affidamento nel seguito di questo studio, citano molto raramente i riferimenti aristotelici di una figura che spesso sfruttano nella sua forza;

essi citano raramente detti riferimenti, e, se lo fanno, avanzano a quelli delle critiche che, a nostro avviso, palesano alcune incomprensioni che è necessario dipanare.

 

Infine, tali autori citano raramente i riferimenti aristotelici e, proprio a causa delle incomprensioni che ci pare di ritrovare nelle loro critiche, finiscono per chiamare “contraddizione performativa” quella che, invece, ha tutta l’aria di essere una movenza elenctica; o, peggio, di soffermarsi sulla sola pars destruens della contraddizione performativa, senza portare alle radicali conseguenze il movimento costruttivo tipico dell’élenchos; ciò che impedisce loro una piena legittimazione della fondazione di cui si fanno propositori.

 

Sia detto, in prima battuta, che la confusione tra le due figure, quella della contraddizione performativa e quella dell’élenchos, non è così facile da evitare, proprio per la somiglianza che, in alcuni aspetti, le avvicina. Sia la contraddizione performativa che l’élenchos, infatti, coinvolgono il linguaggio nella sua concretezza comunicativa e pragmatica: si è già detto più volte e speriamo in modo esauriente, di come la dimensione locutoria rappresenti solo una delle facce della rotondità del linguaggio nella comunicazione.

 

La parte locutoria o, se si preferisce, contenutistica e proposizionale, è ciò che si dice: prestare attenzione alla concretezza del linguaggio, però, corrisponde a riferirsi non solo a ciò che si dice, ma al dirlo stesso. Non ritorneremo sulla distinzione, cara a Hintikka, tra asserto e asserzione; fondamentale è sottolineare come, essendo contraddizione performativa ed élenchos entrambi movimenti interessati alla struttura locutorio-pragmatica del linguaggio, le due figure si somiglino.

 

Sia la contraddizione performativa che l’élenchos, dunque, si presentano come movimenti che sfondano la dimensione locutoria, come movimenti interdimensionali. E, per questo, entrambi si presentano come movimenti che non si appiattiscono sulla mera dimostrazione apodittica.

 

Inoltre, la contraddizione performativa e l’élenchos si somigliano anche in questo: non sono forme dimostrative dirette, ma fanno leva sulla negazione di negazione. In modo analogo alla apodittica dimostrazione per assurdo, essi assumono la tesi che intendono escludere, ne dimostrano l’insostenibilità. E, però, se da un lato la generica contraddizione performativa si concentra su un rapporto anche occasionalmente contraddittorio tra componente proposizionale e componente performativa, l’élenchos guarda a quelle strutture innegabili del dire stesso: l’élenchos confuta le negazioni di quelle strutture; confuta negazioni che non sono sostenibili mai, nemmeno in altro contesto o in altro registro illocutorio.

 

Infine – ma è questo uno degli aspetti più interessanti di questo confronto –, la contraddizione performativa e l’élenchos, pur essendo forme indirette di dimostrazione, concludono la loro azione in maniera diversa; e questo proprio in forza della loro differente azione di esclusione. La contraddizione performativa, per il suo carattere anche occasionale, porta alla luce una insostenibilità consistente nell’autocontraddittorierà di una negazione che è riuscita a realizzarsi; l’élenchos, invece, evidenzia una sintesi di pensieri immediatamente inconcepibile. In altri termini, la contraddizione performativa è una autocontraddizione che si realizza, che deriva conseguenze coerenti, che però vanno rilevate, appunto, come contraddittorie; l’élenchos, invece, agisce sulla inconsistenza di alcune ipotesi, sull’impossibilità stessa di stare effettivamente.

 

In termini più espliciti, la specificità dell’élenchos rispetto alla contraddizione performativa, sta nell’azione che esso mette in campo nella difesa di strutture innegabili; di evidenze che, in quanto autoconsistenti, possono essere messe in questione solo previo sfruttamento di quelle strutture stesse. Di qui il dilemma che si presenta all’oppositore cui si sia applicata reductio elenctica: o moderare le sue pretese illocutorie, o evitare il discorso – sebbene nemmeno l’“evitamento” del discorso esca effettivamente dal discorso: l’“evitamento” del discorso, si vedrà, non costituisce un valido metodo per negare il discorso.

 

Altrimenti detto: se la contraddizione performativa sussiste in enunciati effettivamente riusciti, in enunciazioni che si sono locutoriamente realizzate, ma che nella loro componente pragmatica nascondono un vulnus da far emergere; l’élenchos agisce su enunciati tentati, ma che inverano le strutture che intendono negare. La contraddizione performativa riporta ordine nella struttura locutorio-illocutorio a seguito dell’azione proiettiva; l’élenchos non può che chiudersi con un accordo sulle evidenze innegabili, che l’avversario tentava di sfruttare e di negare al contempo.

 

Eppure le due figure vengono confuse e indebitamente utilizzate in modo indistinto e approssimativo; esse vengono sfruttate in modo non sempre consapevole, e sono indicate genericamente come forme di evidenziazione del carattere self-defeating di certe proposizioni. Era d’uopo, perciò, una precisazione lessicale: casi così diversi non possono essere nominati con l’espressione generica di self-defeating, che indica indistintamente l’eventualità di pronunciamenti che si autodistruggono (oautoconfermano) in quanto esibenti oggetti la cui natura condiziona la stessa enunciazione di cui siamo attori.

 

In conclusione, sottolineiamo ancora una volta come la reductio elenctica possa arrivare anche laddove una reductio a contraddizione performativa non è legittimata ad arrivare: sebbene lo sfruttamento dell’assurdità delle tesi del nostro avversario – apagoghé – avvenga in entrambi i casi, élenchos profonde un movimento ulteriore, come quello che permette la giustificazione della verità che l’avversario tentava di negare. La mera apagoghé non è legittimata a compiere un movimento così ampio: un movimento che mostra l’innegabilità di principi in forza di cui l’apagoghé inizia ad agire.

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 39 times, 1 visits today)