VALORI NICHILISTICI DI DÉCADENCE

 NICHILISTICI DI DÉCADENCE

 

 

 

 

 

Partendo dalla prima direttrice enucleata nell’Anticristo, appare evidente, fin dalle prime pagine dell’opera, la concezione nietzscheana del cristianesimo come “malattia” corrosiva dell’uomo europeo, associata alla debolezza dei “malriusciti” ed ai valori nichilistici di décadence; a tale proposito, le affermazioni di Nietzsche sono davvero taglienti e inequivocabili:

 

Che cos’è buono? – Tutto ciò che eleva il senso della potenza, la volontà di potenza, la potenza stessa nell’uomo.

Che cos’è cattivo? – Tutto ciò che ha origine dalla debolezza.

Che cos’è felicità? – Sentire che la potenza sta crescendo, che una resistenza viene superata.

Non appagamento, ma maggior potenza; non pace sovra ogni altra cosa, ma guerra; non virtù, ma gagliardia (virtù nello stile del Rinascimento, virtù libera dall’ipocrisia morale).

I deboli e i malriusciti devono perire: questo è il principio del nostro amore per gli uomini. E a tale scopo si deve anche essere loro d’aiuto.

Che cos’è più dannoso di qualsiasi vizio? – Agire pietosamente verso tutti i malriusciti e i deboli – il cristianesimo…

Il problema che io pongo qui […] riguarda […] quale tipo umano deve essere allevato, deve essere voluto, in quanto tipo di superiore valore, più degno di vivere, più certo dell’avvenire.

Questo tipo di superiore valore è già esistito abbastanza spesso: come caso fortunato, però, come eccezione; mai come qualcosa di voluto. È stato proprio questo invece ad essere particolarmente temuto, esso è stato fino a oggi quasi la cosa terribile, – e prendendo le mosse dal timore è stato voluto, allevato, raggiunto il tipo opposto: l’animale domestico, l’animale d’armento, l’uomo come animale malato – il cristiano…

[…]

Non si deve abbellire e agghindare il cristianesimo: esso ha condotto una guerra mortale contro questo superiore tipo umano, ha messo al bando tutti i fondamentali istinti di questo tipo, ha distillato da questi istinti il male, l’uomo malvagio – l’uomo forte è stato considerato come il tipicamente riprovevole, come l’”uomo reprobo”. Il cristianesimo ha preso le parti di tutto quanto è debole, abietto, malriuscito; della contraddizione contro gli istinti di conservazione della vita forte ha fatto un ideale. […]

Io intendo il pervertimento […] nel significato di décadence: la mia affermazione è che tutti i valori, nei quali oggi l’umanità ha raccolto il suo supremo ideale, sono valori di décadence. […]

La vita stessa è per me istinto di crescita, di durata, teso ad un’accumulazione di forze, alla potenza: dove manca la volontà di potenza, c’è decadimento. La mia affermazione è che a tutti valori supremi dell’umanità questa volontà manca – che valori di decadenza, valori nichilistici signoreggiano sotto i nomi più sacri.

 

 

Appare chiaramente, da questa lunga citazione, la veemenza radicale e ultimativa dell’”attacco frontale” di Nietzsche all’ideale cristiano, considerato dal filosofo, come sintetizza efficacemente Giulio Battioni in Dioniso contro il Crocifisso. Uno sguardo sul pensiero politico di Nietzsche, “una malattia portatrice di calunnia contro l’uomo e suoi antichi istinti: la grandezza d’animo e la fierezza, la forza e la bellezza del corpo, l’eroismo e il disprezzo aristocratico”.

 

In questa “malattia”, perniciosa e devastante, Nietzsche trova un bersaglio polemico in grado di riassumere il destino epocale della civiltà europea, ovvero la direzione decadente e nichilistica di un percorso e di un processo plurisecolari. Come sottolinea Franco Volpi nel saggio Il nichilismo, è indubitabile che Nietzsche rappresenti “il massimo profeta e teorico del nichilismo, […] colui che diagnostica per tempo la “malattia” che affliggerà il secolo e di cui egli offre una terapia”.

 

Pertanto, la riflessione sul nichilismo, inteso da Nietzsche non come la causa, bensì come la logica della decadénce europea e occidentale del suo tempo e dei successivi due secoli, assume una vera e propria centralità teoretico-politica nel pensiero nietzscheano a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, fino a diventare una sorta di “ossessione” negli ultimi mesi del 1888 precedenti l’abisso della follia.

 

Questa “ossessione” va indubbiamente collegata alla sincera ed esaltata preoccupazione di Nietzsche per le sorti della civiltà europea; come afferma Bernhard Welte nel volume L’ateismo di Nietzsche e il cristianesimo, “egli avverte il nulla senza fine come la minaccia mortale dell’epoca e degli uomini che in essa debbono vivere”. Ed il simbolo princeps della civiltà e della cultura europea è la Croce cristiana, testimonianza, secondo Nietzsche, di una religione fondamentalmente nichilistica; sostiene in proposito Antonio Cecchini, in Oltre il nulla. Nietzsche, nichilismo e cristianesimo, che “egli continua a vedere nel trionfo della Croce la più sotterranea congiura e il più velenoso attacco contro la vita, l’espressione del ressentiment, della vendetta dei deboli e degli schiavi, la grande infamia dell’umanità, la sua grande maledizione e depravazione”.

 

 

Ma quali sono, secondo Nietzsche, le origini di questa “malattia” che rischia di portare ad una rovinosa catastrofe la civiltà europea? Ebbene, per il filosofo di Röcken le radici della décadence europea e della sua “temperie nichilistica” affondano essenzialmente nel “pervertimento” dell’originario spirito dionisiaco del mondo classico operato dalla metafisica socratico-platonica, con la sua “invenzione” o “favola” di un mondo vero soprasensibile, ideale e trascendente, contrapposto e sovraordinato al mondo sensibile della vita e della realtà terrena, considerato come mondo apparente.

 

Dunque, la fondazione, ad opera di Socrate e Platone, della “dottrina dei due mondi” e dei valori metafisici ancorati alla trascendenza, trapassata e perpetuata nel “platonismo per il popolo” rappresentato dal cristianesimo, è all’origine di una storia di decadenza come carattere di fondo dell’Occidente. L’intero percorso storico occidentale si configura allora, secondo Nietzsche, come un tentativo disperato e illusorio di esorcizzare la terribile verità del caos cosmico e dell’insensatezza del divenire attraverso la formulazione dei valori metafisici tradizionali, grazie ai quali sopportare l’esistenza, valori che hanno trovato la loro sintesi e convergenza suprema nel Dio cristiano.

Ma perché, per Nietzsche, questo percorso si declina come prospettiva di decadenza e di nichilismo? La spiegazione va ricercata nella progressiva consapevolezza, maturata dall’uomo europeo, dell’irraggiungibilità del mondo ideale e trascendente postulato dal platonismo e dal cristianesimo: questa irraggiungibilità implica e significa, per questo mondo, un difetto d’essere, una deficienza ontologica, una diminuzione di valore.

Di qui, la secca e precisa definizione di Nietzsche del nichilismo, che descrive il fenomeno nella sua essenza, indicandone la causa di fondo nella svalutazione dei valori metafisici della tradizione in cui l’umanità ha illusoriamente creduto per secoli: “che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al: perché?”.

 

Il nichilismo, dunque, rappresenta la “mancanza di senso” conseguente al crollo dei valori tradizionali che davano una risposta al perché dell’esistenza, per cui si origina l’insensatezza in cui versa l’umanità contemporanea, affermandosi come il tratto dominante del destino europeo ed occidentale. E il momento decisivo di questa affermazione del nichilismo, già prefigurato nei secoli precedenti e destinato a dare l’impronta al Novecento ed ai secoli successivi, è costituito dalla proclamazione della ”morte di Dio” (annunciata da Nietzsche nella Gaia Scienza), simbolo e segno del venir meno dei valori tradizionali.

 

Come rileva acutamente Martin Heidegger ne Il nichilismo europeo, a proposito del tramonto, nell’età contemporanea, delle illusioni metafisiche indirizzate a dare un senso al caos insensato del mondo, il “Dio cristiano” è al tempo stesso la rappresentazione-guida che sta per il “soprasensibile” in generale e per le sue diverse interpretazioni, per gli “ideali” e le “norme”, per i “princìpi” e le “regole”, per i “fini” e i “valori” instaurati “sopra” l’ente per dare all’ente nel suo insieme uno scopo, un ordine e – come in breve si dice – per “dargli un senso”. Il nichilismo è il processo storico attraverso il quale il “soprasensibile” viene meno e vede annullato il suo dominio, e di conseguenza l’ente, stesso perde il suo valore e il suo senso. Il nichilismo è la storia dell’ente stesso attraverso la quale viene alla luce, lentamente ma inarrestabilmente, la morte del Dio cristiano.

 

Il Dio cristiano muore per una sorta di “ipertrofia” della coscienza intellettuale e morale dell’uomo contemporaneo, che, attraverso gli strumenti del principio di ragione e della conseguente dialettica inaugurata da Socrate, scopre di poter fare a meno a Dio, ma al tempo stesso avverte la vertigine e lo stordimento dell’abisso senza fondo, del vuoto spaventoso originato dal crollo dei valori soprasensibili della metafisica platonicocristiana.

Ma, se il fondamento religioso del cristianesimo è in via di consunzione e infine di dissoluzione, non si può certo affermare che il cristianesimo stesso sia “morto” effettivamente come morale che perdura e sopravvive nelle pratiche devozionali dell’uomo europeo, travestendosi nelle credenze scientiste o nei movimenti politici a favore dell’eguaglianza tra gli uomini, della democrazia, dell’anarchismo, del socialismo.

Piuttosto che abbracciare entusiasticamente e totalmente la vita, a seguito della “morte di Dio”, l’uomo europeo rimane “invischiato” nel nichilismo della svalutazione dei valori supremi, che tuttavia non riesce a risolvere e superare, per cui la dissoluzione del cristianesimo è paragonabile, secondo una fascinosa immagine proposta da Heidegger, “a quel processo per cui la parvenza luminosa di una stella spenta da millenni continua a rilucere, ma rimane, con questo suo rilucere, una mera “parvenza”.

In altri termini, il cristianesimo, come interpretazione e significato totale della vita, pur destinato ad una inevitabile dissoluzione, ha lasciato orme profonde nella coscienza dell’uomo contemporaneo, a tal punto da profilarsi ancora a lungo come un sia pur estenuato Leit-motif del futuro. Afferma al riguardo Battioni che il nichilismo è pertanto quel fenomeno storico-culturale a due facce per cui, da un lato, si accetta la morte di Dio, la perdita di ogni fondamento di senso della realtà, il venir meno di ogni valore e di ogni finalismo, come totale apertura all’infinito e come volontà di potenza, ma dall’altro, consiste in una permanenza camuffata dei vecchi istinti devozionali, della vecchia tendenza “re-ligiosa”, del vecchio impulso alla “relazione” verso una verità. […]

Nietzsche rappresenta efficacemente il rischio, forse ancor più negatore della vita, di un nichilismo “reattivo”, cioè di una sopravvivenzalatente delle strutture di decadenza proprie del cristianesimo come morale dell’impotenza. […]

Se il nichilismo passivo è il sintomo “fisiologico” di un movimento pessimistico, di idiosincrasia e di svalutazione del mondo, immediatamente conseguente alla metafisica e alla morale, il nichilismo “reattivo” è invece un sintomo “patologico” del pessimismo, che non riesce ad emanciparsi definitivamente dalla perdita di senso dei valori metafisici per restituire senso e valore al mondo come realtà autentica e unica.

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 249 times, 1 visits today)