VERSO UNA “SPETTRALIZZAZIONE” DELLA FATTICITÀ

Notiamo, prima di passare alla questione specifica che ci occuperà, che nell’orizzonte di questo lavoro (più ampio del problema che toccheremo qui) e della prima parte, che ci attende, per il momento, un modo di pensare in un metodo diverso alla questione della “fatticità”, e i suoi dati fenomenologici incontrovertibili. Un modo diverso di pensare ai termini in cui li concettualizza Heidegger e il modo in cui lo introduce nella fenomenologia.

L’introduzione della “fatticità” filosofica non è semplice, perché è servita a dissolvere (presumibilmente) le opzioni teoriche di “Husserl” o, almeno, a criticare un certo Husserl; quello che Heidegger fa a suo modo, è che poco o nulla ha a che fare con il vero Husserl al quale, per il resto, non sfugge da elementi fenomenologici “incontrovertibili” che ricevono il nome di “fatticità”; accade, tuttavia, che, in modo quasi automatico, il processo passi attraverso un canale alternativo a quello heideggeriano. Dico automaticamente perché questo discorrere, non esente, è certo, della sua carica aporetica, ed è limitato a schierarsi in una stretta corrispondenza con certe ipotesi di fenomenologia trascendentale.

Il semplice fatto di essere coerenti con essi, già traccia, di per sé, quel trattamento diverso dei “dati fenomenologici di fattibilità” che Husserl pratica, attraversa,
compie … ma che, è vero, non tematizza. Bene, è la tematizzazione che questa serie di opere tenta di disporre, dimostrando così la sua fattibilità e, quindi, ciò che la fatticità, teorizzata in termini heideggeriani, cela: il suo enorme anonimato fenomenologico (sul lato dell’antecedente della cinestesia fenomenologica ), che a sua volta è il risultato di un’esperienza o di una vita stratificata architettonicamente (sul lato della conseguente cinestesia fenomenologica), che è anche ciò che abbiamo chiamato “architettonica in senso pieno” o “architettonico in senso forte”, architettonico effettuato e non solo rappresentata.

In effetti, consideriamo questa fattualità, almeno nel modo in cui viene solitamente concettualizzata in fenomenologia da Heidegger (e contro Husserl) e, in ogni caso, ogni volta che viene concettualizzata come una sorta di prius, nasconde la complessità di un intero gioco (allineato o disallineato) o di un intero spettro ricco di nessuna coincidenza o disallineamento tra il sé fenomenologico (luogo filosofico) da un lato e, dall’altro, il sé trascendente (luogo costituente) e, quindi, il sé terreno corrispondente (luogo mondano). Luogo mondano, il secondo, che è un luogo di riconoscimento auto-percettivo sostenuto, a sua volta, dai conduttori di inclusione e appartenenza e l’eidetico proprio dell’atteggiamento naturale, che deve essere distinto, con attenzione, da un eidetica strettamente fenomenologica.

Approfondire la chiarificazione dell’arco narrativo globale che presiede queste linee e che, come abbiamo sottolineato, è stato lanciato da altre opere, può far ritenere che esista un anonimato fenomenologico che riguarda la fattualità e che lo rende irriducibilmente non semplice, cioè irriducibilmente composto e, in ogni caso, non originale (ma risultante), non primitivo (ma fenomenalizzato o risultante da una fenomenalizzazione con uno spettro fenomenologico specifico) e quindi non conclusivo (tranne che in apparenza).

La fatticità non è, un negativo, dove tutti i dati in un unico pezzo, di quel principio irrinunciabile che viene esercitato per, ad esempio, criticare la riduzione, segnalano la sua presunta impossibilità o il suo non completamento. Piuttosto, la fatticità (e ce ne sono di diversi tipi) nasconde sempre un certo spettro fenomenologico (quindi anonimo) e, quindi, deve essere manifesto. La fatticità, non è un prius ma, piuttosto, il risultato di una certa tessitura di “disallineamento trascendentale” caratterizzato, a sua volta, da uno specifico spettro fenomenologico. Basti queste indicazioni per delineare l’itinerario filosofico globale in cui questo testo è iscritto. Pertanto, i problemi citati (e, in particolare, una certa rilettura del primo Heidegger), e delle questioni che verranno affrontate a breve e così facendo, ci imporranno inevitabilmente di passare a un altro universo concettuale.

Si potrebbe quindi sostenere che in questo articolo abbiamo finalizzato le linee di trama che stavamo poi lanciando, offrendo un disegno positivo (quell’architettura nel senso pieno di cui parliamo) in cui finiscono per sistemarsi (sul lato, quindi, della conseguente cinestesia fenomenologica) altre linee, abbozzate solo in negativo e letteralmente lanciate al volo o sospese. Iperbolicamente sospese, ricordiamoci, il problema (dal lato, questa volta, dall’antecedente della cinestesia fenomenologica) del Genio Malvagio o, piuttosto, del Genio Malevolo in caso di mera ipotesi e non di realtà (perché tutto ciò che va oltre la semplice ipotesi ci condurrebbe immediatamente alla psicosi e alla fissazione dello Spaltung, il che non significa che la sua non-realtà sia sicura, non si tratta di argomentare a favore di una cosa o dell’altra).

Pertanto, queste linee delineano in anticipo il luogo di arrivo di una certa critica della fatticità. Delineano l’aspetto positivo di questa critica (ancora da spiegare): vale a dire, che cosa potrebbe essere qualcosa di simile a una vita trascendente a più livelli, e questo è anche ciò che comprendiamo, da cui deriverebbe una critica alla fatticità non specificata qui (riserviamo il percorso di questo itinerario per altre opere) ma che, ripeto, è all’orizzonte su queste righe. Piuttosto, nel lavoro a portata di mano, chiariremo questo luogo che è un multi-stratificato trascendentale (e, quindi, non ha nulla di un ego trascendentale unitario) seguendo la strategia unica di mettere Fink contro Fink sulla scia di una curiosa eterodossia: quella che, nel contesto attuale, così simile alle eterodosse spettacolari (cioè non parlo di tutta l’eterodossia) implica un certo iper-husserlianismo.

Quindi, in un certo modo, si potrebbe capire una posizione che gioca Husserl contro se stesso. In realtà, riteniamo che l’Husserl presentato dalla critica a Husserl, l’husserlianismo che è dipinto come “ortodosso” non corrisponde nemmeno alla lettera di Husserl (per non parlare dello spirito). Soddisfa il fatto che diciamo su alcune parole sulla particolarità di questo testo o su ciò che potrebbe essere la lettura di Husserl o di ciò che Husserl è nei suoi testi.

Sappiamo che la scrittura di Husserl è complicata non solo nel senso letterale e stenografico del termine, con la sua trascrizione indecidibile (uno dei tanti problemi che la scrittura husserliana genera). È anche nel senso figurato del dispiegarsi in diversi registri (ricercatore, metodico, ricapitolativo, espositivo) che dovrebbero essere attentamente distinti prima di esigere contro presunte contraddizioni o presunte chiusure di esperienza. Quindi, Husserl sembra contraddire la sua scrittura quando, in alcuni testi, sta avanzando nella sua ricerca e, in altri, espone la sua fenomenologia prima della storia della filosofia. La maggior parte delle contraddizioni che la post-fenomenologia ha cercato di discernere in Husserl provengono da una combinazione di protocolli. In questo errore, a mio parere, le critiche che reclamano contro la chiusura dell’esperienza che imporrebbe un certo correlazionismo.

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