VITA DELLA CONSUMAZIONE

VIA NEGATIONIS

La storia del senso è storia che si fonda sulla conservazione della vita, sul rinvio del piacere, del godimento, del rischio, dell’imprevisto per tenere a bada la morte: in due parole è storia di conservazione e di ascesi, è storia economica (in senso ristretto), è storia servile. Infatti la morte, in questo teatro dialettico, non è la “morte pura e semplice”, “muta e senza rendimento”, cioè inutile – la “negatività astratta” come la chiama Hegel – quanto piuttosto “la negazione della coscienza che supera in modo da conservare il superato, e con ciò sopravvive al suo venir superato” (die Negation des Bewusstseins, welches so aufhebt, dass es das Aufgehobene aufbewahrt und erhält und hiemit sein Aufgehobenwerden überlebt)funzionale al chiarimento, per l’autocoscienza, che la vita le “è così essenziale” tanto quanto “l’autocoscienza pura”.

“Per una astuzia della vita, vale a dire della ragione, la vita è dunque rimasta in vita. Un altro concetto di vita era stato furtivamente introdotto al suo posto, perché vi rimanesse, perché non fosse mai, così come la ragione, ecceduto. […] Questa vita non è la vita naturale, l’esistenza biologica messa in gioco nella signoria, ma una vita essenziale che si salda alla prima, la trattiene, la spinge ad operare alla costituzione dell’autocoscienza, della verità e del senso. Attraverso quel ricorso all’Aufhebung che conserva la posta, resta padrona del gioco, lo limita, lo elabora dandogli forma e senso, questa economia della vita si riduce alla conservazione, alla circolazione e alla riproduzione di sé, come del senso”.

E particolare oltremodo decisivo “da questo punto in poi, tutto quello che va sotto il nome di signoria sprofonda nella commedia”, nel risibile di una dialettica accumulativa, “che trasforma la messa in gioco in investimento”, che “ammortizza il dispendio assoluto” (la morte), che assume “la negatività [come] una risorsa” e, in tal modo, si assicura (si rassicura), attraverso una scommessa razionale, “contro il gioco, contro il caso”.

“Ossessione assicurativa dell’uomo contemporaneo: che tutto sia calcolato e previsto. Col che però, notava Nietzsche, l’uomo contemporaneo, «estenuato», perde la vita, perde proprio l’esperienza”.

E la perde perché, come diceva Derrida, la sostituisce con la verità della vita, o meglio, per dirla nei più pregnanti termini stirneriani, con la ricerca della “vera vita”. Una vita economica, o un’economia della vita quindi, finalizzata alla conservazione e alla riproduzione di sé, alla capitalizzazione del senso e della storia, pari a quella che Marx individua al cuore del capitalismo che, di tale sistema di pensiero, è l’epifenomeno:

“L’economia politica, questa scienza della ricchezza, è […] a un tempo la scienza della rinuncia, della penuria, del risparmio, e giunge in effetti a risparmiare all’uomo persino il bisogno d’aria pura o di movimento fisico. Questa scienza della mirabile industria è a un tempo scienza di ascesi. […] L’economia è perciò – malgrado il suo aspetto mondano e voluttuario – una scienza realmente morale, la scienza la più morale! La volontaria rinuncia, la rinuncia alla vita e a ogni umano bisogno, è il suo assioma capitale. Meno tu mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo, alla birreria, pensi, ami, teorizzi, canti, dipingi, fai scherma ecc., e più tu risparmi, più grande fai il tuo tesoro, che né tarme né polvere consumano, il tuo capitale. Meno tu sei, meno esprimi la tua vita, e più tu hai; più è espropriata la tua vita, più tesaurizzi la tua essenza alienata”.

L’accumulazione quindi si rivela il massimo della moralità, configurandosi come ascesi, ossia come rinuncia al godimento immediato:

 

“Con un’espressione che coglie il carattere del primo capitalismo, non più di quanto possa risultare ancora oggi efficace nei confronti della nuova fase di capitalismo in cui noi stessi oggi viviamo, Marx parla dell’economia politica che governa il mondo quale vera e propria forma di ascetismo: l’accumulazione implica astinenza e rinuncia al godimento”.

È precisamente contro questo sistema di pensiero, che condensa fatalmente in sé romanticismo, idealismo, economia in senso classico (per dirla con Bataille, ristretta) e utopia, che Stirner proporrà il proprio ripensamento:

“Riconsideriamo la cosa da un’altra prospettiva. Chi si preoccupa solo di vivere dimentica (vergißt) facilmente, a causa di questa preoccupazione angosciosa, il godimento della vita. Se gl’interessa solo di vivere e pensa: «Purché resti in vita!» non dispiega tutte le sue forze per usare la vita, cioè per goderla. Ma come si usa la vita? Consumandola come una candela che si usa bruciandola. Si fa uso della vita e insieme di se stesso, il vivente, consumando la vita come se stesso. Godere la vita significa usarla, consumarla (Lebensgenuß ist Verbrauch des Lebens)”

L’economia utilitaristica quindi limita l’utilizzo delle proprie forze, ne impedisce il dispiegarsi e in tal modo impedisce la vita stessa, la quale, come si è visto, coincide con questo dispendio sempre attivo, sempre fungente di forze e, in tal modo, impedisce, alienandolo da sé, lo stesso godimento del vivente, lo stesso uso della vita e del sé che consiste nel consumarsi, nel “far di se stesso fiamma” si potrebbe dire con Carlo Michelstaedter. Legge pertanto correttamente Francesco M. De Sanctis quando sottolinea come la vita stirneriana sia recisamente opposta (semanticamente, ma non solo) a quella di Hegel e a quella di Marx – il quale, pur stigmatizzando i difetti del modo di vita capitalistico, se ne identifica e lo replica, come vedremo, in molti sensi: esse infatti risultano fondate, hobbesianamente, sull’accumulazione originaria, mentre la concezione stirneriana paleserebbe tutta la vicinanza, in verità da noi adombrata sin dall’inizio, con il potlach di Bataille.
La prossimità tra i due autori non è documentabile mediante prove di conoscenza diretta, eppure, quantomeno dal punto di vista teoretico appare palese e per diversi ordini di motivi. Innanzitutto perché entrambi riferiscono radicalmente il proprio gesto a Hegel e, particolare oltremodo significativo, configurano la propria posizione nella difficoltà (soprattutto agli occhi degli interpreti) di una parodia o comunque di “una reinterpretazione [che] è una ripetizione simulata del discorso hegeliano”. Ossia, per entrambi, un certo riso – senza misura, ossia incommensurabile al controllo delle istanze razionali – si rivela essere l’organo unico per scardinare (per profanare?) le istanze del sapere ossia, come detto, del potere assoluto.
Inoltre perché entrambi, coerentemente con tale istanza, indagano (esplicitando o meno tale compito, ma ad ogni modo con la medesima cogenza) i limiti dell’utile, di quella cosiddetta economia ristretta, che si fonda sul “principio classico dell’utilità, cioè della pretesa utilità materiale [la quale], teoricamente, ha per fine il piacere […] e viene limitata all’acquisizione (praticamente alla produzione) e alla conservazione dei beni, da un lato; alla riproduzione e alla conservazione delle vite umane, dall’altro” in direzione dell’opposta apertura dell’orizzonte dell’economia generale, “in cui il «dispendio» («il consumo») delle ricchezze è, in rapporto alla produzione, l’oggetto primo.
Naturalmente mi interessa qui problematizzare è il secondo versante del “principio economico ristretto”, ossia l’acquisizione, o più precisamente la produzione e la riproduzione, volta alla conservazione, delle vite umane in quanto credo sia proprio mediante l’ultima ed estrema parodia di tale “verità della vita” come copia furtiva della vita biologica che Stirner attingerà la dimensione ultima del suo filosofare, quella della barbarie – o dell’animalità – artificiale che ha accompagnato tutto il nostro percorso senza poter essere dispiegata pienamente. Stirner può quindi giungere a tale risultato ancora una volta solo mediante la confutazione umoristica del dispositivo (qui il termine è quanto mai appropriato) che ne consumi tutte le istanze, lasciandone intravedere il meccanismo. É pertanto proficuo seguirne per l’ultima volta la tenace e crudele operatività al fine di cogliere efficacia e esiti.

 

 

 

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