VIVENTE IMMORALE

VIVENTE IMMORALE

 

 

 

 

 

 

 

 

1 L’uomo, al pari della pianta e dell’animale, è un vivente immorale. L’uomo appartiene interamente alla phýsis. Gli uomini buoni non sono buoni (altruisti, compassionevoli, miti), né quelli malvagi sono malvagi (egoisti, crudeli, immorali). La natura umana è puramente egoistica, avida, vanitosa, senza che i termini “egoismo”, “avidità” e “vanità” vengano intesi in senso morale.

 

Egoismo, avidità, vanità sono passioni naturali, costitutive del vivente. L’uomo, in ciò identico agli altri esseri, è naturalmente neutro rispetto alla morale. Ogni connotazione morale della natura umana mette sul volto dell’uomo “animale da preda” una maschera che ne deforma il volto naturalmente “demoniaco”.

Quando qualcuno ci dice: “è bene per te fare questo”, egli in realtà pensa: “è bene per me che tu faccia questo, io voglio…”. Dietro l’apparenza di moralità, ogni “consigliere” o governante cela l’ineluttabile volontà di accrescere la propria sfera di dominio, nonché il desiderio di migliorare le condizioni in cui il suo sé prospera. L’uomo è per natura “cattivo”, ma la parola “cattiveria” non comporta un giudizio morale.

 

Chi svelare la naturale immoralità dell’uomo pensa onestamente. Secondo Nietzsche è giunto il tempo di dire apertamente la verità sull’uomo, senza più nasconderla per compassione per l’uomo. La verità ferirà il nostro l’orgoglio: noi, infatti, ci crediamo morali e, in virtù della moralità, diversi dalle piante e dagli animali.

Tuttavia, il problema di fondo non concerne la falsità della morale. La morale non è pericolosa perché falsa teoreticamente, ma perché falsifica praticamente la natura umana. Dato che la natura umana è egoistica, laddove invece la morale afferma l’immoralità dell’egoismo e ne promuove l’assoggettamento a norme morali, il dominio della morale produce un progressivo indebolimento dell’egoismo, ossia della natura umana in toto.

Meno siamo egoisti, meno siamo vitali, vivi. In questo senso l’esistenza della morale è sintomo di decadenza fisiologica. Quanto più diventiamo morali, tanto più ci separiamo dalla nostra phýsis, dalla vita stessa. Il fatto di orientare il nostro agire sulla stella polare della morale, implica la mancanza di fede nei nostri istinti, nella nostra fisicità: abbiamo bisogno di giudicare (secondo le categorie di bene e male, giusto e ingiusto) prima di agire.

 

Nietzsche è pervenuto alla scoperta della fondamentale immoralità della vita e della natura umana non unicamente attraverso lo studio. Ha letto Tucidede, i sofisti greci, Montaigne, Spinoza e Schopenhauer, i moralisti francesi, ma ha innestato le letture sulle proprie esperienze quotidiane. Fanno parte della sua concezione del mondo gli incontri e gli scontri con Wagner e Burckhardt, Overbeck e Rohde, Rée e Lou, così come la sua malattia, la solitudine, l’esperienza accademica e la pratica filologica, i rapporti con la madre e la sorella, la prematura morte del padre…Tutte le esperienze sono strumenti della conoscenza e motivi per indagare a fondo, senza risparmiarsi e risparmiare alcunché.

Il pensiero nietzscheano muove dalla vita esperita. Per caratterizzare il tipo di pensatore che non dissocia il ragionamento logico dalle proprie esperienze, il filosofo tedesco Eugen Rosenstock-Huessy, uno dei grandi pensatori dimenticati del XX secolo, ha coniato la categoria di pensatore impuro. Dato che il concetto di pensatore impuro è esso stesso “impuro”, ovvero elaborato razionalmente a partire dalle sue esperienze e inglobandole, per spiegarlo sarà necessario illustrare tanto la vita quanto il pensiero di Rosenstock.

 

Rosenstock nasce a Berlino nel 1888. A soli 23 anni ottiene il titolo di dottore in Legge e Filosofia presso l’Università di Heidelberg, mentre già l’anno seguente insegna Legge presso l’Università di Leipzig. A questo periodo risale un suo importante contributo nel campo della storia medievale, Könighaus und Stämme.

Nel 1914 scoppia la Grande Guerra e Rosenstock viene mandato al fronte occidentale in quanto ufficiale dell’esercito tedesco. Vi trascorre quattro anni e partecipa alla carneficina di Verdun. Sono le terribili esperienze della guerra e della morte di milioni di giovani europei a spingerlo ad elaborare una “autobiografia dell’uomo occidentale”, che sarà compiuta solo più di vent’anni dopo, nel 1938, quando apparirà il suo capolavoro Out of Revolution. Autobiography of Western Man.

Anche per Rosenstock, come per Platone e Nietzsche, la filosofia è conoscenza di sé. La conoscenza di sé è inseparabile dalla conoscenza del mondo storico dal quale proveniamo e del mondo sociale nel quale viviamo. Noi, infatti, non siamo puri ego universali, separati dal nostro vissuto quotidiano. Ciò che abbiamo vissuto ci costituisce. Per tale motivo la conoscenza di sé è tutt’uno con la conoscenza della storia e dei processi socio-politici attuali, comprensibili questi ultimi solo se osservati alla luce del loro sviluppo storico. Conoscersi e impossibile senza indagare la storia di quei concetti che usiamo nel ragionare del mondo e di noi stessi. Anche i concetti che adoperiamo nel processo conoscitivo possiedono una loro storia, la cui ignoranza conduce all’ignoranza di se.

 

Pertanto, la conoscenza di se coincide con la conoscenza della storia dei nostri concetti e del mondo che li vide sorgere o trasformarsi. Secondo Rosenstock, conoscersi e conoscere la storia dell’Occidente sono un identico atto conoscitivo: l’oggetto d’indagine storica e la nostra anima, il soggetto dell’anima e la nostra storia. Di conseguenza, la storia non e un oggetto di studio separato dalla nostra vita concerta: “la storia mondiale e la nostra stessa storia. Se non fosse altro che storia mondiale, i suoi fatti sarebbero infiniti e la selezione dei milioni dei suoi dati sarebbe un’impresa vana; non sarebbe altro che una disperata biblioteca di polvere.

 In ultima analisi, ciò che ha spinto Rosenstock a interpretare la storia dell’Occidente e stata la dolorosa meraviglia esperita dinanzi ai corpi distesi sulla piana di Verdun: per quale ragione e successo tutto ciò ? Da dove trae forza il processo che ci ha portati a questa battaglia, a questo massacro?

La storia e forse oscura e confusa, ma solo se la osserviamo dal di fuori, senza solidarietà, senza aver prima vissuto e simpatizzato.

Dopo la guerra, Rosenstock, da tutti considerato una delle grandi promesse intellettuali della Germania, viene lusingato dalle grandi istituzioni che avevano contribuito in modo decisivo alla formazione del mondo moderno. Lo Stato lo sollecita, in quanto giurista, a collaborare alla stesura della nuova costituzione tedesca.

Dato che Rosenstock non e solo un intellettuale lucido, ma anche un uomo di fede, una importante rivista religiosa lo trova all’altezza del ruolo di redattore. Infine, gli viene prospettata la cattedra in una delle piu prestigiose Universita tedesche. Al giovane studioso vengono offerti prestigio sociale e denari. Tuttavia, sul campo di Verdun egli si e convinto che le tre istituzioni che avevano formato l’Europa moderna – Stato, Chiesa, Accademia – avevano esaurito il loro compito. Tale era ilverdetto di Dio.

 

Allora mi divenne chiaro che accettando una di queste offerte sarei diventato il parassita della sconfitta tedesca. Il paese era diretto verso sconvolgimenti, sconfitta, poverta e io sarei salito in cima a questo cadavere. Avrei brillato o come sottosegretario o come editore religioso o come professore universitario. E avrei dovuto sventolare una bandiera che aveva dimostrato di non essere ispirata, profetica e avrei fatto credere agli altri di credere nel suo messaggio, quando invece non era cosi.

 

Rosenstock rifiuta: l’Europa moderna volge a termine, e questo lo si può ricavare tanto da un’analisi storica quanto da ragioni della fede. Il giovane filosofo decide di verificare se anche la quarta grande istituzione europea, l’industria, abbia esaurito il proprio compito. Diventa un impiegato della Daimler Benz, una importante industria automobilistica. In seguito collabora alla fondazione di una casa editrice e alla creazione dell’Accademia del Lavoro a Francoforte, istituzione pioniera nel settore dell’educazione degli adulti. Rosenstock comprende che la scienza si è del tutto separata, anche fisicamente, dalle vite degli uomini. La scienza moderna, fondata dalla ragione pura, non può che sfornare della verità scientifiche del tutto astratte e              autoreferenziali. Era giunto il momento di tentare di riunire “la casa dei dotti” con le case degli uomini, facendo dialogare gli uomini di scienza con i lavoratori, i mariti e lemogli.

Dal 1923 al 1933 Rosenstock insegna all’Università di Breslavia. In questo periodo scrive importanti libri sul linguaggio e si impegna nell’organizzazione dei campi di lavoro.A questi campi partecipano, su base volontaria, studenti, giovani contadini e operai: abitano tutti assieme per alcune settimane dedicandosi ai lavori manuali. Lo scopo dei campi è di far uscire gli studenti dall’Accademia, per affacciarli ai problemi reali della società. Se non viene affiancata dalla conoscenza derivata dall’esperienza diretta, la scienza non può risolvere i problemi sociali e politici. Perciò bisogna diventare pensatori impuri capaci di combinare l’esercizio del pensiero con le esperienze guadagnate nei settori i cui problemi il pensiero intende affrontare erisolvere.

 

Nel 1933, in seguito alla presa del potere da parte del partito nazionalsocialista, Rosenstock emigra negli Stati Uniti. È, per un breve periodo, professore a Harvard.

Un giorno il capo del suo dipartimento lo convoca per riferirgli sulle dicerie informali che lo riguardano. Secondo queste voci Rosenstock, durante le sue lezioni, troppo di frequente parla di Dio. Il capo del dipartimento gli rinfaccia la mancanza di scientificità: Rosenstock non è abbastanza “puro”, scientifico. Il filosofo dice al suo capo di non preoccuparsi; egli stesso avrebbe risolto la faccenda. Il giorno seguente il capo del dipartimento si ritrova sulla scrivania le dimissioni del pensatore impuro. Rosenstock ha proseguito la sua avventura accademica nell’oscuro College di Dartmouth, nei cui pressi morì nel 1973.

Il pensatore impuro si oppone a e cerca il superamento del pensiero puro, inaugurato dalla formula cartesiana cogito, ergo sum. Questa formula significa che l’io è il principio del pensiero. Io penso, io svelo la verità. Rosenstock propone invece una rivoluzione copernicana del linguaggio. Quando veniamo al mondo, noi non pensiamo né siamo autonomi, ma siamo chiamati ed educati dai genitori, dalla società, dalle istituzioni. Noi siamo chiamati al pensiero e nel pensiero. Il principio del pensiero è pertanto il Tu, e non l’io:

 

Ambiente, destino, Dio e “l’Io” che sempre precede la nostra esistenza e l’esistenza dei nostri simili. Essi ci chiamano […]. Noi diventiamo persone in quanto chiamati, in quanto “tu”. Noi siamo figli del tempo e l’emergenza del giorno sta dinanzi a noi prima che noi riusciamo ad alzarci per risolverla.

Anche secondo Nietzsche “l’io” è una favola metafisica: a pensare non è alcun “io”.

“Si pensa: di conseguenza c’è qualcosa che pensa. Così conclude l’argomentazione di Cartesio”.E tale argomentazione è falsa perché fondata sull’antica credenza metafisica nell’autore, nella volontà, nel soggetto, nella sostanza. Il pensiero, invece, risulta dalla lotta dei nostri istinti, è un prodotto fisiologico. Il pensiero è un equilibrio sempre precario nel quale questa lotta si ferma in un determinato momento del divenire. Il concetto dell’ “io” deriva dalla mancanza di conoscenza fisiologica: “sono i nostri bisogni che interpretano il mondo: i nostri istinti, i loro pro e contro. Ogni istinto è una specie di avidità di potenza, ognuno ha la sua prospettiva che vorrebbe imporre come norma a tutti gli altri”.

Quindi, per pensare meglio e più a fondo, i nostri istinti devono crescere, combattersi, essere sani e aggressivi. Il pensiero è sempre “impuro” in quanto deriva dal conflitto degli istinti, e la ragione è solo uno di essi. Quando il pensiero diventa “puro”, quando la ragione assurge all’unica norma del pensiero, ciò significa che l’istinto-ragione domina incontrastato su tutti gli altri istinti, imponendo loro la propria prospettiva e le condizioni più favorevoli allo sviluppo di un mondo razionale. In questa maniera la ragione indebolisce gli altri istinti, senza il cui supporto essa stessa non può mantenersi. Il pensiero puro porta all’affievolimento dell’uomo, è essenzialmente nichilistico. Ecco perché l’uomo è l’animale impazzito.

“«Uomo» significa «pensatore»: lì sta la follia”. In quest’accezione la domanda guida del pensiero di Nietzsche: come nobilitare l’uomo?, fa tutt’uno con le domande: come rendere l’uomo un pensatore impuro? come rafforzare l’uomo? in quali circostanze “la pianta-uomo” cresce e in quali anzi si atrofizza?

 

 

 

 

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