VIVRE SANS APPEL

SELETTIVO

 

 

 

 

 

 

 

 Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, e rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto –se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo. Questi sono giuochi: prima prima bisogna rispondere.

E se e vero, come vuole Nietzsche, che un filosofo, per essere degno di stima, debba predicare con l’esempio, si capisce ‘importanza di tale risposta, che deve precedere il gesto definitivo. […] Giudico dunque che quella sul senso della vita e la più  urgente delle domande.

 

Aprendo con queste parole il Mito, Camus vuole tracciare con fermezza sin dall’inizio i confini nei quali si muoverà il suo discorso: se per millenni l’oggetto per eccellenza dell’indagine filosofica e stato ≪la verità≫, tanto che Aristotele nella Metafisica definiva la filosofia come ≪scienza della verità≫, nella riflessione camusiana – carica di una sensibilità tragica che solo il Novecento ha potuto offrire – esso diventa ≪il senso della vita≫. Ciò non significa la fine di qualsiasi discorso teoretico, logico o gnoseologico, quanto piuttosto la loro temporanea messa tra parentesi: ≪questi sono giuochi: bisogna prima rispondere≫. Rispondere alla prioritaria domanda sul senso della vita, poichè, come sostiene il Grande Inquisitore di Dostoevskij:

 

il segreto dell*esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere perche si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani (ovvero beni materiali, n.d.A.).

 

Camus stabilisce cosi un nuovo principio assiologico e, allo stesso tempo, ermeneutico, in grado di distinguere e gerarchizzare il valore delle singole azioni dell’uomo secondo un criterio ben definito:

Se mi domando da che cosa si possa giudicare che un problema sia più urgente di un altro, rispondo che lo si può fare dalle azioni che implica. Io non ho veduto alcuno morire per l’argomento ontologico.

Galileo, che era in possesso di un’importante verità scientifica, la rinnego con la più grande facilita, quando, per essa, si trovo in pericolo di vita. In un certo senso fece bene, poiché tale verità non valeva il rogo. E cosa profondamente indifferente che sia il globo terreste che giri intorno al sole o viceversa. Per dirla in breve, e una questione futile. Per contraccambio, vedo che molti muoiono perche reputano che la vita non valga la pena di essere vissuta, e ne vedo altri che si fanno paradossalmente uccidere per le idee e o le illusioni che costituiscono per loro una ragione di vivere (ciò che si chiama ragione di vivere e allo stesso tempo un’eccellente ragione [per] morire).

 

Detto ciò, occorre comprendere se e perché il suicidio non rientri nella logica dell’assurdo – se esso sia o non sia, cioè, una gesto legittimo. La risposta di Camus e negativa. L’argomentazione che sostiene tale risposta e, del resto, interna allo stesso ≪ragionamento assurdo≫portato avanti da Camus nel Mito: definito, infatti, l’assurdo come ≪un confronto e una lotta senza sosta≫ e stabilito anche che esso ≪ha senso solo nella misura in cui gli venga negato il consenso≫, appare evidente come il suicidio coincida con la fine di tale confronto e, allo stesso tempo, con l’accettazione disperata dell’assurdo:

 

 

E qui che si vede fino a qual punto l’esperienza assurda si scosti dal suicidio. Si può credere che il suicidio sia la rivolta, ma a torto, poiché  esso non rappresenta il logico sbocco di questa, ma e, anzi, esattamente il suo contrario, a causa del consenso che presuppone. Il suicidio, come il salto, e l’accettazione del proprio limite. […] A suo modo il suicidio risolve l’assurdo, perche lo trascina nella stessa morte. Ma io so che per mantenersi, l’assurdo non può risolversi. Esso sfugge al suicidio nella misura in cui e al tempo stesso coscienza e rifiuto della morte.

 

Al contrario, nel momento in cui si accetti l’assurdo senza volerlo risol-vere, ci si ritroverà in una condizione ben definita, nella quale emergeranno in particolare tre esigenze da salvaguardare: la totale assenza di speranza (che non ha nulla a che vedere con la disperazione), il

Rifiuto continuo (che non deve essere confuso con la rinuncia) e l’insoddisfazione cosciente (che non dev’essere assimilata all’inquietudine giovanile).

 

Il suicidio, lo abbiamo visto, e la soppressione del problema stesso, poiché  trascina il soggetto nel nulla. Esso non rispetta nessuna delle tre esigenze appena citate e viene per questo condannato. In un errore simile ricadono, a modo loro, anche quelle filosofie esistenzialiste che, partite dall’assurdo, finiscono per risolverlo nella sua diretta abnegazione. Per chiarire il discorso riprendiamo un momento l’immagine delle muraglie assurde: colui che, arrivato fin qui, non abbia le forze necessarie per mantenersi a queste latitudini estreme, ne la disillusione sufficiente per ritornare alla propria vita ≪come se nulla fosse≫, sceglierà il suicidio; c’e poi, invece, colui che, in una vertigine di illogicità, costruirà con falsi sillogismi e paradossi assurdi un trampolino grazie al quale saltare oltre il confine delle muraglie. Questi ultimi sono coloro che compiono il cosiddetto ≪suicidio filosofico≫:

 

Ora, per attenermi alle filosofie esistenzialiste, vedo che tutti, senza eccezione, mi propongono l’evasione. Con un singolare ragionamento, costoro, partiti dall’assurdo sulle rovine della ragione, in un universo chiuso e limitato all’umano, divinizzano ciò che li schiaccia e trovano una ragione di sperare in ciò che li spoglia.

 

Tra di essi vi si trovano Kierkegaard, Chestov, ma anche Husserl, Jaspers, Heidegger. Essi trovano una paradossale via d’uscita dall’assurdo che contraddice le premesse da cui era partito il loro ragionamento. La trascendenza diviene in qualche modo il loro oggetto privilegiato, il loro Dio, in quanto la sua indeterminatezza e indeterminabilità permette l’acquietamento del loro desiderio di senso, della loro brama di chiarezza e di unita.

 

Il loro procedimento comune e semplice: si tratta di esacerbare fino all’estremo la finitudine della ragione umana, al fine di mostrarne l’inettitudine e l’incapacità di sostenersi da sola, per poi porla davanti al fatto d’essere della trascendenza, che a quel punto assurge a unica via salvifica nell’universo senza meta del divenire.

 

Qui non si parla più il linguaggio della ragione, ma dello spirito: non evidenze, ne dimostrazioni logiche, bensì volontà,desideri, esigenze umane – o, per usare il lessico camusiano, brama di chiarezza, nostalgia d’unita. Si prenda ad esempio Jaspers, il quale:

 

non ha trovato nell’esperienza se non la confessione della propria impotenza e nessun pretesto per trarne qualche principio soddisfacente. Tuttavia, senza alcuna giustificazione (egli stesso lo dice) afferma, di un sol getto, il trascendente, l’essere dell’esperienza e, contemporaneamente, il senso super-umano della vita, scrivendo: “La sconfitta non mostra forse, al di la di ogni spiegazione e di ogni possibile interpretazione, non il nulla, ma l’essere della trascendenza?”

Questo essere che, improvvisamente e per un atto cieco della fiducia umana, spiega tutto, egli lo definisce come “l’unita inconcepibile del generale e del particolare”. Cosi l’assurdo diventa dio (nel senso piulato della parola) e l’impotenza a comprendere, l’essere che tutto illumina. Nulla conduce logicamente a questo ragionamento, che posso chiamare un salto.

 

Questo salto e in tutto e per tutto irrazionale, anche agli occhi degli stessi autori che ne professano la necessita, primi fra tutti Kierkegaard e Chestov, i quali non fanno altro che disegnare sulla tela fluttuante e indifferente dell’assurdo il volto del loro Dio. Ragionevolmente nulla permetterebbe loro tale gesto. Per arrivare a queste conclusioni occorre, dunque, un ≪sacrificio dell’intelletto≫, come volle a suo tempo Ignazio di Loyola e lo stesso Lutero, il quale affermo che ≪la ragione nei credenti dev’essere uccisa e sepolta≫.

L’uomo assurdo e agli antipodi di un simile sacrificio. La sua prospettiva e totalmente diversa: nella sua ottica la ragione ha un preciso dominio di validita, nel quale e uno strumento legittimo di conoscenza ma oltre il quale non può andare – ritorna ancora una volta l’immagine delle muraglie assurde.

 

Proprio oltre tali limiti si affrettano ad andare gli uomini della speranza e del salto: ma essi, lungi dal risolvere il problema dell’assurdo, lo distruggono. In tale distruzione, lo ripetiamo, la nostalgia di unita prevale sulle evidenze della ragione, ed in questo il filosofo religioso ha la stessa fretta di concludere del filosofo razionalista. In realtà, tutto ciò che vogliono fare e saltare:

 

 

La ragione e l’irrazionale conducono alla stessa predicazione. Il fatto e che, in verità, il cammino ha poca importanza e la volontà di arrivare basta a tutto. Il filosofo astratto e il filosofo religioso partono dallo stesso smarrimento e si sostengono nella stessa angoscia. Ma l’essenziale e dare una spiegazione. Qui la nostalgia e più forte della scienza. […] Questo divorzio (l’assurdo, n. d. A.) e soltanto apparente.

Si tratta di giungere ad una conciliazione e, in entrambi i casi, basta il salto.

 

Per essere ancora più precisi, occorre rilevare come l’opposizione in questione non sia tra un razionalismo che affermi la totale autonomia e onnipotenza della ragione e un irrazionalismo di stampo fideistico che ne affermi, al contrario, la totale impotenza. Posto di fronte ad un simile bivio, Camus non sceglierebbe ne l’una, ne l’altra via. Egli si pone piuttosto in quella terra di mezzo nella quale la ragione non viene ne umiliata, ne esaltata, poiché riconosciuta nel suo essere reale, che e finito ma niente affatto inutile:

 

E vano negare assolutamente la ragione. Essa ha un ordine proprio, nel quale risulta efficace, e che e appunto quello dell’esperienza umana. Partendo di la noi volevamo rendere tutto chiaro. Se non lo possiamo, se l’assurdo sorge in simile circostanza, e proprio al punto di incontro di questa ragione efficace ma limitata, e dell’irrazionale sempre rinascente.

 

 

Nella stessa maniera viene approcciata la trascendenza, la quale, lungi sia dall’essere un dominio nel quale poter ritrovare prodigiosamente la risposta ad ogni nostra antropomorfica esigenza, sia un nulla inesistente e insignificante, e invece ciò che definisce in negativo l’uomo nella sua finitudine. Riguardo ad essa, l’uomo non può dunque che tacere: il silenzio verso la trascendenza e un imperativo dell’uomo assurdo. Egli e dunque ateo? Si, se per ateo si intende ≪colui che vive senza Dio≫; no, se invece si intendesse con lo stesso termine ≪colui che nega Dio≫. Camus a riguardo e molto chiaro:

 

L’assurdo, che e lo stato metafisico dell’uomo cosciente, non conduce a Dio. Forse questa nozione si farà più chiara se arrischierò la seguente enormità: l’assurdo e il peccato senza Dio.

 

Ma se e vero che l’assurdo non conduce a Dio, e vero che esso neanche lo esclude, come precisato in nota, ≪poichè [questa] sarebbe una nuova affermazione ≫, della quale l’uomo assurdo non e all’altezza. Egli e, piuttosto, in ultima analisi, ≪colui che, senza negarlo, nulla fa per l’eterno.

 

 

Del resto, l’ambizione dell’uomo assurdo non ha mire utopiche o escatologiche: egli vuole mantenersi lucido di fronte a questa potenza che lo supera – l’assurdo – senza dissimularla o negarla, perche la riconosce reale e insopprimibile.

 

Scegliendo la coscienza, elemento à la fois genetico e costitutivo dell’assurdo, egli sceglie la vita e rifiuta il suicidio; ma rifiuta anche qualsiasi anestesia della ragione, che si tratti di Dio o di una qualsiasi sragione metafisica che lo  costituisca. Cosi come Meursault, il protagonista dello Straniero, veniva condannato perche ≪non voleva mentire≫, perche ≪non stava al gioco≫, l’uomo assurdo viene incalzato perche ≪non vuole saltare≫, non vuole, cioè, rinnegare le poche e uniche evidenze che egli aveva trovato nel suo ragionamento elementare:

 

comprende bene, perche ciò non e evidente. Egli, appunto, non vuol fare quello che non capisce. Lo si assicura che e peccato di orgoglio (ma egli non afferra la nozione di peccato); che forse, alla fine, c’e l’inferno (ma egli non ha sufficiente immaginazione per raffigurarsi questo strano avvenire); che perderà la vita immortale (ma questo gli sembra futile). Si vorrebbe fargli riconoscere la sua colpevolezza, ma egli si sente innocente. A dire il vero, egli non sente che questo: la propria innocenza irreparabile. E questa che gli permette tutto.

 

 

Cosicchè, ciò che egli richiede da se stesso e solamente vivere con ciò che sa, adattarsi a ciò che e, e non far intervenire nulla che non sia certo. Gli viene risposto che niente lo e; ma questa, almeno, e una certezza. E con questa che ha a che fare: egli vuol sapere se è possibile vivere senza ricorso.

VIVRE SANS APPEL, ovvero vivere senza le illusioni della trascendenza e della metafisica, nell’immanenza radicale.

 

 

 

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 70 times, 1 visits today)